Archivio | ottobre 7, 2008

Statali, sindacati verso lo sciopero. Brunetta: “Sono sorpreso”

https://i0.wp.com/z.about.com/d/toys/1/0/d/B/Brunette.jpgSilvio, cribbio! Non è che hai sbagliato ‘brunetta’?

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Cgil, Cisl e Uil sul piede di guerra: il tavolo sulla pubblica amministrazione non risolve i nodi, il governo ci riceva

ROMA
Cgil, Cisl e Uil vanno verso lo sciopero del pubblico impiego.
Nel corso della riunione che si è svolta stamattina all’Aran, le segreterie nazionali di Fp-Cgil, Fp-Cisl e Uil-Pa fanno sapere che i nodi posti sulla vertenza della pubblica amministrazione non sono risolvibili in questo tavolo e per questo confermano le mobilitazioni in atto e annunciano un’intensificazione delle azioni di lotta, che verranno definite più precisamente giovedì, giorno in cui si riuniranno tutte e tre le segreterie.

Intanto chiedono un incontro al governo. «La riunione che si è svolta oggi all’Aran – si legge in un comunicato dei segretari generali di Fp-Cgil, Fp-Cisl e Uil-Pa – non ha affrontato i nodi preliminari posti a base della vertenza sul lavoro pubblico messa in atto dalle organizzazioni sindacali nello scorso mese di giugno. Pertanto le segreterie nazionali Fp-Cgil, Fp-Cisl e Uil-Pa, mentre ribadiscono la propria disponibilità a partecipare a tutte le riunioni che verranno nel frattempo convocate, ritengono necessario confermare la mobilitazione in atto allo scopo di ottenere dal Governo il tavolo negoziale generale». «Tale livello -si legge ancora nella nota – come già avvenuto nei precedenti siti contrattuali, indipendentemente dai diversi governi che si sono alternati alla guida del paese, appare quello in grado di risolvere i diversi aspetti di una vertenza contrattuale che si presenta di straordinaria complessità». Nel corso di questa settimana, più precisamente giovedì le segreterie nazionali valuteranno le ulteriori iniziative di lotta da assumere a sostegno della vertenza.

Il ministro per la Pubblica amministrazione e l’innovazione, Renato Brunetta, si dice sorpreso per l’atteggiamento assunto dai sindacati. «Sorprende l’esito negativo dell’apertura della trattativa del comparto Ministeri e la volontà di proclamare lo sciopero espressa da Cgil, Cisl e Uil – ha dichiarato Brunetta in una nota – Sorprende perchè non ricordo da parte delle stesse sigle sindacali la proclamazione di uno sciopero del pubblico impiego all’indomani dell’approvazione della legge finanziaria per il 2008 del governo Prodi, con la quale furono stanziate per il rinnovo contrattuale del pubblico impiego soltanto le risorse per l’indennità di vacanza contrattuale». Il ministro si dice sorpreso anche perchè «a quelle risorse sono state invece aggiunti, da parte di questo Governo, altri 2 miliardi e 400 milioni di euro per il settore statale (per tutto il settore pubblico le risorse da spendere ammontano così a più 6 miliardi di euro), che nel complesso equivalgono ad aumenti retributivi pari al 3,2%».

Per Brunetta vista l’attuale crisi finanziaria, non solo italiana ma mondiale, «sembra irragionevole che non si possa fare con queste risorse un contratto onesto e che salvaguardi il potere di acquisto dei dipendenti pubblici. Tanto più che mi sono adoperato per recuperare per il 2009 le risorse dell’accessorio (200 milioni di euro) tagliate dal decreto legge 112 e che sto lavorando con le amministrazioni interessate per recuperare le ulteriori risorse derivanti da leggi speciali sospese dallo stesso decreto per l’anno 2009».

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fonte: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200810articoli/37138girata.asp

Dolore e forza delle donne in Malamore: L’ultimo saggio di Concita De Gregorio

Pablo Picasso, Si chiama “Malamore. Esercizi di resistenza al dolore” l’ultimo libro di Concita De Gregorio (Mondadori, 169 pagine, 16 euro). La scrittrice e giornalista, direttore de L’Unità, indaga nella quotidianità del mondo femminile, sul rapporto con gli uomini e la violenza. E se – scrive Concita De Gregorio – il dolore delle donne è “un compagno di vita, un nemico tanto familiare da esser quasi amico”, occorre allora trasformarlo in forza. Da “Malamore” pubblichiamo una parte dell’introduzione.

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di Concita De Gregorio

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Le donne provano la temperatura del ferro da stiro toccandolo.
Brucia ma non si bruciano. Respirano forte quando l’ostetrica dice «non urli, non è mica la prima». Imparano a cantare piangendo, a suonare con un braccio che pesa come un macigno per la malattia, a sciare con le ossa rotte. Portano i figli in braccio per giorni in certe traversate del deserto, dei mari sui barconi, della città ai piedi su e giù per gli autobus. Le donne hanno più confidenza col dolore. Del corpo, dell’anima. È un compagno di vita, è un nemico tanto familiare da esser quasi amico, è una cosa che c’è e non c’è molto da discutere. Ci si vive, è normale. Strillare disperde le energie, lamentarsi non serve. Trasformandolo, invece: ecco cosa serve. Trasformare il dolore in forza. Ignorarlo, domarlo, metterlo da qualche parte perché lasci fiorire qualcosa. È una lezione antica, una sapienza muta e segreta: ciascuna lo sa.

Maria Malibran, leggendario mezzosoprano, che impara a nascondere le lacrime durante le terribili lezioni di canto inflitte dal padre. Jaqueline du Pré che suona come un angelo il violoncello e sorride a ogni fitta alle ossa del braccio malato, il braccio che finirà per ucciderla. Denise Karbon che scia ingessata, Vanessa Ferrari che volteggia con una frattura al piede. La prostituta bambina che chiude gli occhi e pensa al prato della sua casa nei campi. La giovane donna che si lascia insultare e picchiare dal suo uomo perché pensa che quella sua violenza sia una debolezza: pensa di capirne le ragioni, di poterle governare, alla fine. Pensa che lui sia fragile quando strilla e quando alza le mani: si calmerà, basterà lasciargli il tempo, si placherà. La compagna del genio, la donna di Picasso che, lei sola, ne conosce e ne tollera le miserie: in questo più forte e più grande di lui. L’artista straordinaria che si lascia soggiogare in una vita ordinaria e la trasforma in poesia, la donna ordinaria che fa dei suoi giorni un capolavoro di pazienza. Le migliaia, milioni di donne che vivono ogni giorno sul crinale di un baratro e che anziché sottrarsi quando possono, quelle che possono, ci passeggiano in equilibrio: un numero da circo straordinario, questo di tentare di addomesticare la violenza la violenza degli uomini qualche volta andando a cercarla, persino. Perché è un antidoto, perché è un prezzo, perché non si può fare diversamente, perché il tempo che viviamo è questo e chiede uno sforzo d’ingegno per conciliare la propria autonomia con l’altrui brutale insofferenza.

Le storie che ho raccolto sono scie luminose, stelle cadenti che illuminano a volte molto da lontano una grande domanda: cosa ci induce a non respingere, anzi a convivere con la violenza? Perché sopporta chi sopporta, e come fa? Quanto è alta la posta in palio? Alcune soccombono, molte muoiono, moltissime dividono l’esistenza con una privata indicibile quotidiana penitenza. Alcune ce la fanno, qualche altra trova nell’accettazione del male le risorse per dire, per fare quel che altrimenti non avrebbe potuto. Grandissimi talenti sono sbocciati da uno sfregio. Altrettanto grandi sono stati spenti. Per mille che non hanno nome, una cambia il corso della storia. Sono, alla fine, gesti ordinari. Chiunque può capirlo misurandolo su di sé. Sono esercizi di resistenza al dolore.

«Le femmine servono ai cuccioli»
dice il bambino seduto davanti alla tv, danno un documentario sugli animali. Poi ripete: «Lo sai mamma? Le femmine servono perché devono fare i cuccioli, i maschi da soli non li possono fare».

Non c’è dubbio, i maschi da soli non possono. Però le femmine non «servono» solo a fare i cuccioli, penso di rispondere. Non dico niente, invece. Ci sono cose che non si spiegano con le parole. Lo capirà, lo vedrà, lo imparerà strada facendo. Certo, bisogna sempre ricominciare da capo. A ogni generazione di nuovo. Dimostrare, convincere. A cosa servono le femmine? Sembra proprio, nelle parole di un bambino, l’origine di tutte le questioni. Non sono sicura che a fare la stessa domanda a cento adulti, uomini e donne, si otterrebbero risposte convincenti. «Servono a far più bella la vita» mi ha risposto un amico credendo di dire cosa gradita, immagino sentendosi galante. Deve essere qui il cuore di tutto. Siamo proprio certi che le femmine servano a qualcos’altro che a fare i cuccioli, a rendere piacevole l’esistenza altrui? E loro, le donne, dietro le parole e i gesti di una sicurezza ogni giorno esibita in pubblico ne sono davvero convinte in privato? Cosa sono disposte a offrire a sopportare in cambio della possibilità di dimostrare che no, non servono solo a fare i cuccioli né ad allietare con la loro deliziosa presenza le impegnative vite altrui? Ma soprattutto, perché in fondo sentono, anche quando non lo dicono, di doverlo dimostrare?

Vorrei poter dire che se devi uscire
alle cinque per un impegno improrogabile e alle cinque meno dieci la persona con cui dividi l’esistenza ti pone una questione epocale da cui dipende l’esito della tua giornata, della settimana e della vita, ecco, quella è una prova di forza, una forma sottile di violenza che si esercita nel celebre quesito: dimostrami che cosa è più importante per te. Perché si sa che l’amore viene prima di tutto, per le donne è certamente così. Perché se hai interessi fuori, più importante deve essere sempre, tuttavia, l’interesse dentro. Perché se un uomo può dire scusami ma ho da fare, e dimenticarsi l’anniversario, la spesa, la festa di compleanno del bambino, la consegna a domicilio, una donna no, non può farlo. O meglio: può, ma paga un prezzo.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=32415&sez=HOME_SPETTACOLO

Bangkok: la polizia carica i manifestanti, il vicepremier si dimette

thailandia, bangkok, proteste contro governo
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Da più di un mese a Bangkok, Thailandia, il governo è sotto attacco. Contro l’esecutivo, migliaia di manifestanti dell’opposizione, la Pad, l’Alleanza del Popolo per la Democrazia, da fine agosto stazionano sotto al palazzo del governo. Una vera e propria rivolta, che non si è fermata nemmeno dopo l’arresto del loro leader, Chamlong Srimuang, un buddhista ed ex generale dell’esercito thailandese.

I manifestanti, che sostengono di agire in nome del re Bhumibol Adulyadej e che sono sostenuti dai nazionalisti e dai sindacati, ce l’hanno con il primo ministro, Somchai Wongsawat, accusato di essere un burattino di suo cognato, Thaksin Shinawatra, tycoon dei media, già rimosso dall’incarico di primo ministro nel 2006 da un golpe incruento. Il premier si era detto disponibile ad un negoziato, per riformare insieme all’opposizione la Costituzione. Ma i presupposti non ci sono.

A far crollare, almeno per il momento, le possibilità di un’intesa, martedì è arrivata la carica della polizia. Contro i manifestanti che bloccavano l’ingresso dei parlamentari in Aula, sono stati lanciati lacrimogeni: almeno un’ottantina di loro sono rimasti feriti, e alcuni testimoni riferiscono di aver sentito colpi di arma da fuoco, anche se la polizia nega di aver sparato.

A trattare con l’opposizione
fino ad ora c’era il vicepremier, Chavalit Youngchaiyudh, che però si è dimesso dopo gli scontri. Motivo? La polizia, ha detto, si è comportata in maniera «non conforme» a quanto egli aveva «promesso». Mentre il vicepremier si dimetteva in dissenso con la polizia, il primo ministro fuggiva in elicottero. I manifestanti intanto non si arrendono. Vogliono che il governo, entro martedì, sciolga il Parlamento.

Pubblicato il: 07.10.08
Modificato il: 07.10.08 alle ore 17.24

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fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=79690

L’idea della Lega Nord: «Permesso di soggiorno a punti. Via chi sbaglia»

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Gli emendamenti dei senatori del Carroccio nel ddl sicurezza

Il senatore Mazzatorta: «Nessun immigrato può sposarsi senza prima essere in regola con i documenti»

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ROMA – Un permesso di soggiorno «a punti», un po’ come la patente di guida: chi si integra nella società italiana vede accresciuto il punteggio, chi viola le leggi o non è in regola perde punti fino a esaurimento. E in questo caso scatta l’espulsione. È uno degli emendamenti messi a punto dai senatori della Lega Nord per il ddl sulla sicurezza (i termini per la presentazione sono slittati a mercoledì) e illustrati nel corso di una conferenza stampa a palazzo Madama.

Il senatore Sandro Mazzatorta  (dal sito Senato.it)
Il senatore Sandro Mazzatorta (dal sito Senato.it)

LE MISURE – Gli emendamenti leghisti al ddl del governo sono stati illustrati dal capogruppo dei senatori, Federico Bricolo, dalla vice presidente del Senato, Rosi Mauro, dai senatori Sandro Mazzatorta, Gianpaolo Vallardi e Lorenzo Bodega. Permesso a punti, quindi, ma anche matrimoni misti più difficili. E inoltre referendum comunali per costruire edifici di culto per confessioni religiose che non hanno stipulato intese con lo Stato. Pene più pesanti per chi commette i reati di violazione di domicilio, furto e rapina, soprattutto quando tali reati sono associati a violenza sulle cose, sulle persone o anche solo a minacce. In questo caso, l’emendamento della Lega prevede di fissare la sanzione pecuniaria al massimo consentito dalla legge. «Insomma – ha spiegato la senatrice Rosi Mauro – abbiamo il diritto di vivere sicuri in casa nostra. Oggi non si è più sicuri neppure di giorno. Quando chiudo la porta alle mie spalle, la sera, qualche volta mi chiedo se il giorno dopo potrò ancora svegliarmi».

AIUTI NEI LORO PAESI – Il capogruppo Bricolo ha spiegato l’emendamento che prevede l’istituzione di un Fondo per aiutare gli immigrati nei loro Paesi d’origine. Il «Fondo per la prevenzione dei flussi migratori», istituito presso il ministero degli Esteri, è finalizzato nelle intenzioni della Lega al finanziamento di progetti di cooperazione e dovrebbe essere finanziato con la metà del contributo fisso (100 euro) chiesto per le istanze o dichiarazioni relative alla cittadinanza, nonchè per il rilascio e il rinnovo del permesso di soggiorno. «In Italia non c’è e non può esserci posto per chi vive nell’illegalità», ha aggiunto Bricolo. «Arrivare a espulsioni certe dei clandestini – ha spiegato Bricolo – sarà un successo». Anche sul versante dei matrimoni misti la Lega prevede una stretta, con la modifica di alcune norme del Codice civile. Il senatore Sandro Mazzatorta ha spiegato che 2 matrimoni su 3 a Milano e in provincia sono fittizi, dunque finti. «La nostra proposta prevede che nessun immigrato può contrarre matrimonio – ha detto Mazzatorta – senza aver prima ottenuto il permesso di soggiorno ed essere in regola. Dopo, ma soltanto dopo, gli verrà riconosciuto il diritto di contrarre matrimonio».

ZANDA (PD: IDEA BIZZARRA – A rispondere alla proposta di inserire nel ddl sicurezza «il premesso di soggiorno a punti» il vice presidente dei senatori del Pd, Luigi Zanda: «Mi sembra l’ennesima proposta bizzarra: il permesso di soggiorno va a chi ne ha diritto. Questo procedere a tentoni», continua il senatore del Pd, «mi sembra una bizzarria. Come mi sembra bizzarra l’altra idea della Lega di prevedere referendum che esulano dalla materia referendaria. Sarebbe ora di pensare anche alla prevenzione dei reati. Insistere sulle pene mi sembra un’idea scriteriata».

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fonte: http://www.corriere.it/politica/08_ottobre_07/lega_permesso_punti_06af7880-945b-11dd-a0d8-00144f02aabc.shtml

Piazze, firme e referendum: Contro il Lodo “rispunta” l’Unione

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Partito temporaneamente non disponibile

Ci scusiamo per l’inconveniente, il partito è attualmente in manutenzione.

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Idv lancia la raccolta di firme in 3.500 città contro la legge a tutela delle 4 più alte cariche dello Stato. Con Di Pietro, Parisi (Pd), Ferrero (Prc), Palermi (Pdci) e Leoni (Sd)

Sabato due manifestazioni: Italia dei Valori in piazza Navona e Sinistra radicale alla Bocca della Verità
Il 25 sarà la volta del Pd. L’appello di Parisi a Veltroni: “Ora è il tempo di dire dei no”

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di CLAUDIA FUSANI

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ROMA – Toh, chi si rivede, l’Unione. O quanto meno pezzetti di quella che fu l’alleanza di centrosinistra del governo Prodi. Foto di gruppo per un momento che va fermato. Sala stampa di Montecitorio, ore undici del mattino, al centro spicca Antonio Di Pietro, padrone di casa nonché promotore dell’iniziativa, c’è Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista, Arturo Parisi padre spirituale del Pd ed ex ministro della Difesa, Manuela Palermi, ex capogruppo al Senato di Pdci e Verdi, Carlo Leoni per la Sinistra democratica. Tutti insieme, anche se non appassionatamente, contro il lodo Alfano. E contro “la dittatura del Berlusconi IV” come si legge sul sito dell’Italia dei Valori che lancia la campagna “Firma e fermali”, cioè firma i quesiti per chiedere il referendum abrogativo della legge che la maggioranza è riuscita ad approvare in meno di un mese e che garantisce l’impunità alle quattro più alte cariche dello stato. Giusto in tempo per la sentenza del processo Mills dove il premier è imputato per corruzione in atti giudiziari.

L’autunno in piazza della sinistra. E’ cominciato a settembre; la Cgil sui contratti, studenti e insegnanti contro la riforma della scuola firmata Gelmini, universitari e ricercatori che occupano le università. Nei prossimi fine settimana Italia dei Valori (sabato 11) e Pd (sabato 25) danno appuntamento all’Italia che non ci sta, a cui non va bene “la politica spot”, fatta di “promesse e involucri vuoti”, un premier che dice “bugie” e scambia “il governare con la presa del potere”. Appuntamenti che devono dare un’identità al Pd, risollevare la sinistra radicale mentre Di Pietro può solo confermare il ruolo che ha tenuto dall’inizio della legislatura: essere contro Berlusconi perché “non ci fidiamo”. Di sicuro con l’avvicinarsi di questi appuntamenti, che non possono fallire, Veltroni ha abbandonato il modulo catenaccio – suicida – ed è andato in pressing sul premier denunciando la deriva autoritaria e i rischi per la democrazia. Cambio di strategia che ha sortito il mezzo miracolo di congelare le risse dentro il Pd. Ma che non vuole in alcun modo cedere alla tentazione di rimettere insieme un’alleanza politica “contro” qualcosa – cioè Berlusconi – invece che “per” qualcosa”.

I quesiti contro il lodo Alfano. Comincia Di Pietro, quindi. Oggi ha presentato i quesiti contro il lodo Alfano per andare al referendum abrogativo. Ed è significativo che per farlo l’ex pm chiami intorno a sé i pezzi della vecchia Unione. Sabato infatti le piazze saranno due. L’Italia dei valori dà appuntamento a Roma in piazza Navona e in altre 665 città per abolire “una legge che l’attuale premier ha voluto per delinquere in libertà e non farsi processare”. E non è finita qui perché “la libertà si perde così, un poco alla volta”. Ecco infatti, sostiene l’ex pm e gli altri ospiti seduti accanto a lui, che “stanno arrivando il lodo Consolo per i parlamentari e l’estensione anche all’imputato Mills”. Per non parlare della riforma della giustizia e delle divisione dei poteri tra giudici e pm.

La manifestazione della sinistra radicale. Sempre sabato scende in piazza anche la sinistra radicale, appuntamento in piazza Bocca della Verità, conclusione di un corteo che partirà da piazza Esedra. Due piazze distinte, quindi, ma che avranno momenti di incontro. “Senza primogeniture politiche” precisa l’ex pm “ma aperte a tutti i cittadini che si riconoscono in questo impegno”. Infatti la raccolta delle firme andrà avanti per tutto l’anno in 3.500 piazze per consegnarle entro l’8 gennaio.

Per Paolo Ferrero “il lodo Alfano è una legge castale che va abolita” e l’11 ottobre “è una data da circoletto rosso perché l’opposizione e la riconquista dei consensi cominceranno da qui”.

Parisi a Veltroni: “Referendum necessario, passerà”. Per il professore ulivista, unico rappresentante del Pd e negli ultimi giorni meno severo del solito col segretario, il lodo Alfano è “un clamoroso abuso” contro cui tutto il Pd si dovrebbe schierare “perché ci sarà il numero legale e il referendum passerà”. “Ci sono momenti per dire no e oggi è il giorno giusto per farlo visto che abbiamo un governo che per governare usa solo decreti” dice l’ex ministro della Difesa chiamando a raccolta la base del partito Democratico a cui chiede un atto di disobbedienza rispetto alle indicazioni di Veltroni contrario al referendum perché non raggiungerà il quorum. Contro il Pd si schiera la Sinistra democratica (Carlo Leoni): “Se si dice che c’è una deriva autoritaria, io credo che si debbano sostenere tutte le battaglie contro quelle misure” che mettono in discussione in principi democratici “come il lodo Alfano, un provvedimento che fa a cazzotti con la legalità”.

In questo tentativo di revival di Unione, chi tende la mano a Veltroni è proprio Di Pietro che raccoglierà le firme anche il 25 ottobre, alla manifestazione del Pd “Salva l’Italia”. Resta da capire se per il segretario la salvezza dell’Italia passa anche dall’abolizione del lodo Alfano.

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7 ottobre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/politica/giustizia-12/referendum-alfano/referendum-alfano.html?rss

Per un Manifesto della Rete italiana per la Decrescita

Decrescita.it

C’è un mito che, nell’ultimo secolo, ha fondato l’immaginario sociale e che, ancora oggi, costituisce il sottofondo comune delle ideologie politiche moderne, sia di destra che di sinistra: è il mito della crescita. Questa credenza, cui è connessa l’idea di uno sviluppo illimitato, ha portato con sé le parole d’ordine della massimizzazione della produzione, dei consumi e dei profitti fino a consegnarci all’attuale religione del mercato globale.

Questo sistema di pensiero si fonda, e al tempo stesso riproduce, una rappresentazione dell’essere umano come “homo economicus”: un soggetto privo di legami, individualista, razionale, utilitarista, orientato a massimizzare i propri interessi e ad accrescere la propria ricchezza come potere monetario, generico, universale; un soggetto casualmente inserito in un ambiente concepito come “mondo esterno” da sfruttare e piegare ai propri fini, in una crescita incessante del proprio potere di disporre delle cose e degli altri esseri viventi.

Si tratta di una visione del mondo che pur essendo fondamentalmente errata, produce effetti concreti sui comportamenti individuali, con conseguenze disastrose sugli equilibri ecologici, sociali e politici. Riconosciamo che la scelta delle società occidentali di puntare unilateralmente sull’accumulazione economica, sulla crescita della produttività e dei consumi, ha prodotto in “Occidente” per tutta una fase storica, una maggiore ricchezza materiale. Tuttavia l’unilateralità di questo approccio ha finito col dissolvere i legami sociali e minacciare il collasso degli ecosistemi. Inoltre il costo di questi traguardi economici è stato pagato non solo dalle classi lavoratrici e dai soggetti considerati non produttivi, ma anche e soprattutto dai paesi e dalle popolazioni del resto del globo, costrette ad adattarsi e a modificare i propri sistemi sociali e produttivi secondo le nostre esigenze economiche e politiche.

Allo stesso tempo la crescita dei redditi è stata possibile attraverso uno sfruttamento sconsiderato dei sistemi ecologici. Evidenze scientifiche non più ignorabili (caos climatico, picco del petrolio, perdita di biodiversità) mostrano come l’attuale modello di sviluppo sia, già oggi, insostenibile per la biosfera.

Gli effetti negativi si fanno sentire anche sul piano sociale. Non solo per l’emergere di nuove povertà e per l’aumento delle disuguaglianze economiche, ma anche per la crescita del disagio, della precarietà lavorativa ed esistenziale, delle forme di depressione, in una generale sfiducia verso il futuro che assume anche forme violente e autodistruttive. Da questo punto di vista dobbiamo imparare a leggere più a fondo il malessere, l’angoscia, l’infelicità che attraversano le nostre società. Questo modello di sviluppo, fondato sulla crescita, negli ultimi decenni ha prodotto un aumento del tempo di lavoro, del precariato e dello stress e, insieme, ha via via eroso e consumato il nostro tempo libero, il tempo delle relazioni, il tempo per noi stessi e per le cose che ci sono più care.

A livello politico l’accumulazione della ricchezza finanziaria, il cui controllo è sempre più nelle mani di pochi, produce una formidabile concentrazione del potere, svuotando di fatto la democrazia di autentico significato. Il consumo di risorse globali si sta chiaramente traducendo in un aumento dei conflitti locali e delle guerre per il controllo delle risorse e, dunque, in una restrizione degli spazi di democrazia reale nel mondo.

Ma l’effetto più perverso di questo sistema è la sua capacità di suscitare una forma di adattamento alla patologia. L’inquinamento, i mutamenti climatici, la crescita del numero degli esclusi e la loro colpevolizzazione, le guerre per le risorse stanno diventando un paesaggio consueto a cui ci abituiamo passivamente, senza modificare i nostri comportamenti e gli assetti di fondo della nostra società. In altre parole la crescita produce dipendenza.

Ad ogni modo questa breve fase di ricchezza e creazione di benessere sta volgendo al suo termine nello stesso mondo “sviluppato”. Dalla metà degli Settanta la crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) non solamente si è ridotta nei paesi più avanzati, ma sopratutto non si accompagna ad alcun aumento del benessere individuale. Continuare oggi a coltivare l’idolatria del PIL significa non voler aprire gli occhi sull’assurdità di un’idea di ricchezza che non fa i conti con I costi ecologici e sociali dello sviluppo.

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Posti di fronte alla percezione dei limiti sociali ed ecologici dello sviluppo, del degrado indotto dalla mercificazione della vita, della crescente conflittualità internazionale attorno alle risorse naturali crediamo che, per imboccare sentieri davvero alternativi, sia necessario rimettere in discussione il mito fondativo della nostra società, la crescita. Se per decenni abbiamo combattuto con tutte le nostre forze contro la povertà, oggi ci rendiamo finalmente conto di dover invece mettere in discussione la nostra ricchezza, il nostro modello di benessere. Riscopriamo così un tema antico, e al tempo stesso di grande attualità, il tema dei limiti, o più propriamente, della “giusta misura”.

Non siamo ideologicamente contrari ad ogni forma di crescita. Per andare verso una futura società sostenibile alcuni prodotti e comportamenti dovranno essere ridotti o abbandonati, mentre altri dovranno essere sostenuti e sviluppati. Ciò a cui ci dichiariamo contrari è piuttosto l’assunzione della crescita come principio fondamentale di orientamento del nostro immaginario. Riteniamo che la qualità della vita – in un pianeta finito – non possa continuare a fondarsi su una crescita quantitativa generalizzata, ma debba misurarsi sulla capacità di ri-definire priorità, di ri-pensare qualitativamente tecnologie, istituzioni, lavoro.

In termini generali si tratta di riequilibrare l’ossessione della produzione con la consapevolezza delle necessità di riproduzione, di rigenerazione, di cura delle persone, delle relazioni, dei contesti, dell’ambiente.
Parlare di decrescita, dice Serge Latouche, è come lanciare una sfida, azzardare una provocazione. Per un verso si tratta di un atto iconoclasta, per un altro di un nuovo modo di raccontare il nostro essere qui, ora, nel mondo. Vogliamo provare a mettere in dubbio la divinità che abbiamo adorato o, anche, le mappe e le cornici simboliche dentro a cui ci siamo mossi per secoli e che siamo abituati a confondere con la realtà. Ci si può domandare se sia possibile rimettere in discussione il nostro immaginario, se sia realistico pensare di istituire una società non improntata ad una crescita fine a se stessa. Noi affermiamo che riconoscere la nostra interdipendenza ecologica e sociale, la nostra fragilità umana sia l’unico vero realismo, l’unico modo per evitare di portare a conclusione un processo di adattamento patologico che, consumando il fondamento ecologico su cui ci siamo sviluppati, ci porterebbe al collasso.

Non siamo contro la tecnologia, ma per un’altra tecnologia. Sobria, durevole, sostenibile, conviviale. La capacità di ripensare oggi i nostri assetti tecnologici ci permetterà forse di moderare il rischio di una decrescita obbligata, o autoritariamente imposta domani. Dobbiamo mostrarci capaci di rimettere in gioco i nostri valori di fondo e accettare il rischio di immaginare un dopo-sviluppo, una società di decrescita.

Essere realisti oggi non significa adattarsi ad un sistema che si sta autodistruggendo, ma disporsi ad assumere decisioni lungimiranti, prendendo come riferimento una prospettiva temporale e politica più vasta di quella a cui siamo abituati. E per questo occorre ricostruire un rapporto e un patto tra generazioni: dobbiamo imparare a pensare attraverso la prospettiva di più generazioni e non solo della nostra. Questo richiama inoltre la necessità di creare nuove istituzioni nazionali ed internazionali e/o la radicale riforma di quelle esistenti.

Non si tratta di insegnare il comportamento ideale e nemmeno di colpevolizzare i singoli atti consumistici. La sfida più importante sta piuttosto nella capacità di mettere in campo delle differenti pratiche sociali, relazionali, simboliche. evocative, più ricche umanamente e socialmente, alla fin fine più desiderabili.

Dobbiamo affrontare, contemporaneamente. una serie di cambiamenti sottili nel nostro modo di pensare e di essere. Non si tratta di proporre astratte utopie o pianificazioni tecnocratiche: in un mondo complesso non possiamo sapere cosa accadrà o quando, ma possiamo senza dubbio cominciare a muoverci a partire da noi stessi, da dove ci troviamo, dalle nostre relazioni, dal nostro territorio, dai luoghi che abitiamo, mettendo in moto processi virtuosi. In questo senso ci proponiamo di reinventare un’altra idea di bellezza che ci porti a vedere le città, il territorio, i paesaggi, le comunità umane in modo differente.

Vogliamo ritrovare il senso dei beni comuni, dei beni relazionali, sperimentare nuove forme di condivisione, praticare un consumo sociale, una condivisione più profonda. Abbiamo fiducia nella possibilità di istituire una società che metta al centro le persone e le relazioni e non le merci e gli scambi economici e che rivaluti l’importanza dei beni immateriali su quelli materiali. Che valorizzi modi di relazione antiutilitaristici e non strumentali e che sappia dare spazio alla solidarietà e al bene comune, piuttosto che all’interesse privato. Che valorizzi l’ambiente naturale, e le altre forme viventi, per la loro bellezza e dignità e non solo in termini strumentali.

Questo significa anche ricostruire forme di legame con i territori, valorizzando le risorse e i beni locali, le reti di economia sociale e solidale, rispondendo in primo luogo alle necessità della comunità locale e dell’ambiente e non a quelle del mercato. Il territorio è, per noi, la dimensione appropriata da cui ripartire per costruire una maggiore partecipazione e un reale decentramento: in altre parole per favorire l’autonomia, ossia la possibilità per ciascuno di definire in modo partecipato norme e regole di governo economico e sociale delle comunità.

Si tratta di una ricerca non conclusa, che ci mette in gioco profondamente e radicalmente. Sappiamo altresì di essere “guaritori malati”. In una società di mercato orientata alla crescita non esiste essere umano che, per quanto assuma un comportamento ascetico, possa contemplare dall’esterno la cultura della merce. Anche se ci priviamo di ogni oggetto, non di meno restiamo culturalmente prodotti da questa società: solo riconoscendoci impregnati di questa cultura, possiamo fare il primo passo e cominciare ad essere, finalmente, “malati guaritori”. Capaci di prenderci cura della fragilità nostra e di un pianeta che, assieme alle altre creature, vogliamo continuare ad abitare.

Un’utopia dunque? Un’utopia forse sì, ma un’utopia concreta. Due scenari sembrano infatti profilarsi all’orizzonte, quello di una decrescita reale, necessaria, subita, fatta di razionamenti imposti ai più poveri e foriera di prevedibili involuzioni autoritarie, come è del resto già accaduto negli Venti e Trenta del secolo scorso, a seguito dei fallimenti del liberismo ottocentesco, e quello, invece, di una decrescita condivisa, sostenibile e responsabile che al contrario può dischiudere grandi opportunità per la democrazia e l’autogoverno delle società. Vi chiediamo di unirvi a noi per aiutarci a fare sì che sia la seconda, e non la prima, l’alternativa entro cui possa confluire il corso della storia del XXI secolo.

Fonte: decrescita

Il cine dei piccoli

Scuola, sul decreto Gelmini il governo pone la fiducia

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Il maestro unico tornerà nelle scuole elementari con il voto di fiducia. Il Governo ha, infatti, scelto questa via per far passare il decreto Gelmini sulla scuola. Si voterà martedì, dalle 19.

L’esame del provvedimento ha subito uno stop, in aula, per difficoltà legate alla copertura finanziaria del maxi-emendamento che racchiude un pacchetto di modifiche apportate al provvedimento, ma anche per un dissenso espresso dalla Lega Nord rispetto a un passaggio del testo relativo alle graduatorie per gli insegnanti delle scuole elementari.

L’ok della commissione bilancio,
dopo le necessarie verifiche, alla copertura finanziaria e il ripristino del testo originario che prevedeva graduatorie provinciali per l’immissione in ruolo degli insegnanti della scuola elementare (il maxi-emendamento apportava invece una modifica e disponeva graduatorie nazionali), ha permesso di superare l’impasse.

Il provvedimento, presentato dal ministro dell’Istruzione Maristella Gelmini a fine agosto, tra le principali novità, oltre all’abolizione del team di docenti nella scuola primaria, introduce la valutazione della condotta ai fini del giudizio finale sullo studente, il ritorno dei voti, la sperimentazione dell’insegnamento di educazione civica («Cittadinanza e Costituzione»), la disposizione che i testi scolastici «durino» almeno cinque anni (salvo che per la pubblicazione di eventuali appendici di aggiornamento) evitando così continue riedizioni spesso inutili (soprattutto per alcune materie) e certamente onerose per le famiglie.

Il provvedimento, fortemente contestato dall’opposizione (che ha presentato una valanga di emendamenti e ha parlato di arroganza ed esproprio delle prerogative del Parlamento), dai sindacati e anche da studenti e genitori, soprattutto per il timore che il ritorno del maestro unico si tradurrà, di fatto, in una riduzione del tempo pieno, ha subito alcune «correzionì durante l’iter parlamentare, ma nella sostanza è rimasto immutato e dunque alle elementari, dal prossimo anno scolastico, gradualmente (si comincia con le prime classi), ci sarà un solo docente, seppure affiancato dagli insegnanti di religione e di  inglese».

E per le ore di insegnamento aggiuntive rispetto all’orario d’obbligo di insegnamento è previsto che si possa attingere, per l’anno 2009, dai bilanci dei singoli istituti scolastici. Una norma contestatissima perché andrà a gravare sui bilanci delle singole scuole che saranno costrette a tagliare corsi di recupero, insegnanti di sostegno e quant’altro.

Rispetto al testo iniziale è stata eliminata la bocciatura alle elementari per una sola insufficienza: nel testo approvato, infatti, si precisa che nella scuola primaria i docenti, con decisione assunta all’unanimità, possono non ammettere l’alunno alla classe successiva solo in casi eccezionali e comprovati da specifica motivazione« . Torna il voto in decimi per l’esame di terza media (archiviando i giudizi – sufficiente, buono, distinto, ottimo – con i quali finora si concludeva il percorso di studi): «l’esito dell’esame conclusivo del primo ciclo è espresso con valutazione complessiva in decimi e illustrato con una certificazione analitica dei traguardi di competenza e del livello globale di maturazione raggiunti dall’alunno». Si introduce l’impegno a tener conto, nella valutazione del rendimento scolastico, dei disturbi specifici di apprendimento e delle disabilità degli alunni.

È stata anche introdotta una norma che salvaguarda le aspettative di alcune categorie di docenti, come, ad esempio, gli abilitati Siss (Scuole di specializzazione per l’insegnamento secondario) del nono ciclo, attualmente esclusi dalle graduatorie a esaurimento.

Come anticipato dal ministro Gelmini nei giorni scorsi vengono, infine, destinate risorse (una cifra che dovrebbe aggirarsi intorno ai 20 mln di euro) all’edilizia scolastica. È stato inserito, infatti, un articolo (il 7 bis) relativo proprio ai provvedimenti per la sicurezza delle scuole.

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Pubblicato il: 06.10.08
Modificato il: 06.10.08 alle ore 19.50

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=79665

Nel Milanese una via a Impastato, mentre Cinisi lo dimentica

Salvo Vitale, Casa della Memoria: «Nel suo paese natale, Peppino è come un corpo estraneo e la mafia c’è ancora»

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Peppino Impastato
Peppino Impastato

PIEVE EMANUELE (Milano) – Oggi Peppino Impastato avrebbe 60 anni. Se fosse vivo, combatterebbe ancora la mafia, come dice il fratello Giovanni, con la radio o con Internet. Con i mezzi di comunicazione di oggi. «Combatterebbe anche la corruzione politica» aggiunge Giovanni. Eppure il pensiero antimafia di Peppino continua a vivere nonostante lui non sia più ai microfoni di “Radio Aut” con i suoi sberleffi e con le sue denunce. La voce di Peppino continua a lavorare ai fianchi la mafia attraverso il film I Cento Passi e attraverso l’azione dei compagni di Impastato e di quanti credono ancora nella lotta fatta oltre che di denunce, anche di incontri e cerimonie. A Pieve Emanuele, cioè a più di 1200 chilometri da dove fu ucciso Peppino nel 1978 e a 20 da Milano, si è svolta nei giorni scorsi la cerimonia di commemorazione della piazza a lui dedicata «a ricordo del suo martirio e dell’impegno civile a favore della lotta alla mafia in terra di Sicilia».

CINISI – Ma a Cinisi, paese dove Impastato è nato ed è morto, la mafia esiste ancora. «È in piedi con connotati diversi ma con i soliti intrecci tra gli amici degli amici – racconta Salvo Vitale, presidente dell’associazione “Peppino Impastato-Casa della Memoria”-. La mafia fa affari come sempre nell’edilizia, nei traffici di droga e nelle estorsioni, con la connivenza della politica. Insomma tutto come trent’anni fa». La dimostrazione? «A Cinisi di recente vi è stata la confisca, per un valore di 300 milioni di euro, – racconta Vitale – di beni risalenti alla proprietà di Bernardo Provenzano ma intestati a un prestanome, tale Andrea Impastato, addirittura lontano parente di Peppino. Di Cinisi è Pino Lipari che era il ministro “delle relazioni pubbliche” prima di Totò Riina e poi di Bernardo Provenzano. Di Cinisi è la moglie di Bernardo Provenzano». «La mafia c’è ancora ed è più forte di prima. La dimostrazione è che Lo Piccolo è stato arrestato in quella zona e con lui anche chi ha coperto la sua latitanza» aggiunge Giovanni Impastato. «Hanno distrutto l’ala militare della mafia con gli arresti dei latitanti eccellenti. Ma come si spiega che la mafia oggi è più forte? Come si spiega che gran parte della classe politica siciliana è collusa con la mafia?».

18 ANNI PER UNA VIA A CINISI – Cinisi vive nell’indifferenza il sacrificio di Peppino Impastato. Ben 18 anni sono trascorsi per avere una via dedicata a Peppino Impastato. E pensare che in tutta Italia sono più di 300 i Comuni che gli hanno dedicato una strada. «La “Casa della memoria” intitolata a Peppino Impastato è visitata ogni anno da 10.000 persone. Ma Cinisi non la visita. Peppino viene vissuto come un corpo estraneo» dice Salvo Vitale. «E pensare che l’esempio di Peppino sia vivo qui a Pieve Emanuele ci fa rendere conto che il suo sacrificio non è stato inutile e che rischiare la vita per denunciare le ingiustizie qualche volta paga».

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Nino Luca
06 ottobre 2008

fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_ottobre_06/impastato_via_pieve_emanuele_e6a22486-93ea-11dd-8968-00144f02aabc.shtml