Archivio | ottobre 9, 2008

QUELLA FALSA SICUREZZA – Tra divieti e militari per le strade: L’emergenza permanente

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Un’estate italiana

di Maria Matteo

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Torino. Parto da qua perché è qua che vivo, perché da qualche parte occorre pur partire. Parlo di agosto ma potrei raccontare anche altri mesi: le storie finirebbero con il somigliarsi tutte, perché qui siamo in guerra, una guerra a bassa intensità con i suoi morti, i suoi feriti, i suoi deportati.
Aiad Zakaria aveva solo 15 anni. Nel tardo pomeriggio del 2 agosto muore annegato nel Po: ma non è stato il fiume ad ammazzare Aiad: lo ha ucciso una legge che nega ai poveri il diritto di muoversi e di vivere dove vogliono. Aiad in quel pomeriggio di grandine e pioggia stava fuggendo da una retata della guardia di finanza: è morto per non rischiare la deportazione in Marocco, per non essere strappato alla sua vita, per non perdere quel lembo di futuro che chi emigra spera di agguantare.
Al CPT/CIE di Torino chi si ribella viene pestato, umiliato, espulso: l’ultimo pestaggio, l’ultima rivolta è dello scorso 18 agosto, quando un detenuto che protestava contro l’ennesimo sopruso viene picchiato e, in risposta, per qualche ora i reclusi spaccano tutto.
Il sindaco Chiamparino, appena acquisiti i superpoteri concessi da Maroni, ha emesso un’ordinanza contro i “bivacchi” a S. Salvario, il quartiere vicino alla stazione dove gli immigrati sono tanti. Chi può permettersi di sedere nei dehor dei bar si gode il fresco delle serate, per gli altri, per quelli delle moretti a un euro bevute su uno scalino in strada ci sono le pattuglie.
Aldo Faraoni, il nuovo questore all’ombra della Mole, ha fatto la sua dichiarazione di guerra, dicendo che l’immigrazione clandestina è la maggiore emergenza cittadina. È arrivato il 25 agosto, pochi giorni dopo l’entrata in “servizio” dei militari della Taurinense, che da qualche settimana pattugliano le zone “calde” della città. A Porta Palazzo, dove vivono e lavorano molti immigrati, oltre alla polizia, che già gira come truppa di occupazione, adesso ci sono i soldati. Come a Kabul, come a Baghdad, come a Mogadiscio. Ma questa Torino non è che lo specchio di un’Italia dove la sindrome emergenziale si inghiotte, giorno dopo giorno, le libertà di tutti.

Vite precarie, in bilico

I soprusi, le rivolte, i pestaggi sono all’ordine del giorno nei CPT di ogni dove nel nostro paese. Il nuovo governo, meno ipocrita della sinistra che 10 anni fa istituì queste galere amministrative per immigrati, gli ha cambiato nome: adesso si chiamano CIE – Centri per l’identificazione e l’espulsione.
La vita dei senza carte è sempre in pericolo, precaria, in bilico. Ogni estate nel mediterraneo muoiono a centinaia, inghiottiti dalla ferocia di una fortezza che alza ogni giorno i propri muri. Quelli che ce la fanno ad entrare nell’Eldorado rischiano la pelle nei cantieri, nei campi, per le strade dove incappare in una retata significa la deportazione. È una sorta di tragico gioco dell’oca: chi non ha fortuna torna alla partenza, o finisce in galera, o resta impigliato nella schiavitù del contratto di soggiorno.
Questa guerra che viene ogni giorno dichiarata è ormai una sorta di rumore di fondo, un fatto “naturale” cui non si bada più. Viviamo in uno dei paesi più sicuri del mondo ma i politici e i media che gli fanno da megafono hanno creato lo stato di emergenza permanente. Di tanto in tanto la cronaca fornisce lo spunto per mantenere la tensione, per suscitare l’indignazione. Volete provare a “pesare” le righe dedicate alla rapina con stupro di due turisti olandesi, vittime di due pastori rumeni, per confrontarle con il peso – in inchiostro e minuti di telegiornale – della rapina con stupro di due turisti tedeschi, vittime di tre ragazzi italiani? Io l’ho fatto e vi garantisco che è stato un esercizio interessante.
L’emergenza, descritta con pittorica violenza, ha il suo fulcro nel tema dell’immigrazione irregolare, nel clandestino naturalmente delinquente, contro il quale elaborare nuove strategie disciplinari. Strategie il cui obiettivo finale è l’intera società. Il meccanismo è semplice ma difficile da scardinare perché si basa su un cortocircuito ben congegnato: leggi razziste consentono di mantenere sotto costante ricatto tutti gli immigrati, quelli regolari schiacciati dall’equiparazione tra contratto di lavoro e diritto alla permanenza regolare nel nostro paese; quelli senza carte, obbligati ad accettare qualunque condizione di lavoro perché privi di ogni tutela. Gli immigrati clandestini, tali per legge, devono essere perseguiti e quindi giustificano con la loro stessa esistenza l’introduzione di nuove norme repressive. In questo modo i padroni hanno a disposizione un grosso bacino di manodopera ricattabile, flessibile, a buon mercato; lo stato, per parte sua, crea l’emergenza e poi mette in campo gli strumenti per fronteggiarla.
Questa estate passerà alla storia come l’estate dei divieti tra superpoteri ai sindaci e militari che pattugliano CPT/CIE, quartieri “a rischio”, zone di spaccio, obiettivi sensibili.
Gran parte delle ordinanze dei sindaci superman sono dirette ancora una volta contro gli immigrati ma poi finiscono con il rendere la vita difficile a tutti. In certe località sono stati vietati il commercio ambulante e la questua, in altre hanno proibito il gioco della palla o il freesbe in spiaggia, in altre ancora le riunioni di più di tre persone nei parchi pubblici, il bagno nelle fontane, dormire sulle panchine, mangiare un panino sugli scalini di un monumento, andare in giro a torso nudo.

La paura fa accettare tutto

Ci sentiremo più sicuri se non correremo più il rischio che una pallonata ci riempia di sabbia lo stuoino? Vivremo meglio se non vedremo più qualcuno che si mangia un panino con le chiappe incollate ai gradini di chiese e musei?
Ne dubito. Ma poco importa: la logica dell’emergenza, giocata con freddo calcolo da padroni e governanti, si fonda sulla paura e la paura è un mostro dai denti aguzzi, che non si elimina con il semplice argomentare sulle statistiche sui reati in costante diminuzione o sul fatto che i soprusi e le violenze subiti dagli immigrati sono di gran lunga maggiori di quelli fatti da immigrati.
La paura fa accettare tutto, compresi i militari in armi per le strade. Sono gli stessi della Somalia, della Bosnia, dell’Iraq e dell’Afganistan: pattugliano le strade delle nostre città e non resta che augurarci che non siano troppo stressati. Perché quando sono sotto stress può capitare che esagerino, così sostenne la Commissione Difesa chiamata a pronunciarsi sul comportamento dei nostri ragazzi in Somalia. La missione si chiamava “Restore hope – ricostruire la speranza” e si svolse tra il 1993 e il 1994. Tre anni dopo il settimanale Panorama pubblicò foto che ritraevano i soldati della Folgore intenti a lavorarsi con elettrodi e batteria i testicoli di un prigioniero steso a terra pesto e sanguinante. Altre immagini ritraevano una ragazza somala nuda, legata ad un camion, stuprata con un razzo illuminante. Il due giugno del 1999 la Commissione scrisse nel proprio rapporto finale che qualcosa era effettivamente successo e che, oltre ai soldati interessati, erano responsabili anche gli ufficiali che non si erano resi conto che la truppa era sotto stress. I più, quando sono sotto pressione, si prendono un attimo di pausa, vanno in vacanza, si riposano. I soldati no: loro giocano il gioco della guerra e in guerra la tortura e lo stupro sono la normalità.
Certo qui da noi, almeno per il momento, dovranno comportarsi un po’ meglio anche se spesso avranno a che fare con non cittadini, con immigrati senza carte, con quel genere di gente per la quale il livello dell’indignazione morale si abbassa sensibilmente.
Già oggi i soprusi e le violenze di polizia e carabinieri nei confronti degli immigrati, considerati fonte di insicurezza sociale in quanto tali, sono tollerati a tal punto da non costituire più un’eccezione.
Il fantasma dell’emergenza serve proprio a far sì che l’eccezione divenga regola e la quotidianità trasformi comportamenti criminali in normali operazioni di polizia.
Il paradigma della guerra come operazione di polizia, dove i militari agiscono affiancati da specialisti dell’umanitario, perché il fine dichiarato non è la tutela di interessi di parte ma la generosa difesa dei civili, rende sempre più labile la separazione tra guerra e ordine pubblico, tra esercito e polizia. Sappiamo bene che l’alibi della salvaguardia dei civili è una menzogna mal mascherata di fronte all’evidenza che le principali vittime ed obiettivi delle guerre moderne sono proprio i civili. Civili bombardati, affamati, controllati, inquisiti, stuprati e derubati: è la cronaca di ogni giorno, che filtra nonostante la censura.

Una gara bipartisan

Il confine tra guerra interna e guerra esterna è praticamente scomparso. La presenza dei militari nelle nostre strade ne è la logica conseguenza.
L’obiettivo di fondo è molto ambizioso: disciplinare l’intera società, piegarla ad accettare il lavoro precario, pericoloso, malpagato, costringerla ad una vita che se ne va con l’aria che respiriamo e il cibo che mangiamo, farla rassegnare ad un futuro che non c’è perché ci viene rubato ogni giorno. Cominciano dai più deboli ma poco a poco si occupano di tutti. I provvedimenti dei sindaci con la colt colpiscono le piccole libertà di ciascuno di noi: giocare in un parco, addormentarsi sull’erba, mangiare e bere dove si vuole.
L’estate dei divieti ha visto protagoniste le solite jene fasciste e leghiste così come i primi cittadini della sinistra democratica. Una gara bipartisan verso il peggio, iniziata ben prima che il ministro dell’Interno desse loro i super poteri.
I partiti dell’opposizione parlamentare, che in questi anni hanno perseguito i medesimi obiettivi e fatto le stesse scelte del governo Berlusconi, si limitano a dire che la decisione di affidare ai soldati compiti di polizia è solo l’ennesimo spot pubblicitario, un’operazione di facciata, inutile perché i soldati non sanno fare ordine pubblico, sono inadatti al ruolo. Dimenticano che i nostri “ragazzi” sono stati spediti in Bosnia e in Afganistan per insegnare ai locali proprio come gestire la giustizia e la polizia. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Se l’invio di soldati nelle nostre città fosse solo una costosissima reclame al governo non varrebbe la pena di preoccuparsi, ma non è così. Le conseguenze simboliche e pratiche sono enormi: se la guerra è un’operazione di polizia facilmente si applica la proprietà transitiva che rende vero anche il contrario. Ne consegue che le operazioni di polizia possono essere condotte come interventi di guerra. Da anni lo fanno i poliziotti, dal mese di agosto sono scesi in campo i soldati. Gente che le ossa se le è fatte con la popolazione somala, bosniaca, irachena, afgana. Oggi sono chiamati a gestire un’emergenza che ha il volto dell’immigrato senza carte, illegale per legge. Domani a chi toccherà?

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Maria Matteo

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fonte: http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/index.htm

Berlusconi: “Ora tagliare le tasse per sostenere l’economia reale”

Il premier auspica un alleggerimento del fisco per far emergere il Pil sommerso
“E’ pari al 22%, l’erario incasserebbe ogni anno 100 miliardi in più”

Il Cavaliere difende la scelta dei decreti e chiude al Pd: “Dialogo impossibile”
Poi annuncia la linea dura contro le occupazioni all’Università: “Basta con l’anarchia”

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"Ora tagliare le tasse per sostenere l'economia reale"Silvio Berlusconi

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ROMA – Lo spettro di un contagio della crisi dal settore finanziario all’economia reale agita i sonni del governo. “Dobbiamo sostenere l’economia reale”, dice Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. Per questo, spiega il premier, l’obiettivo “è la riduzione della pressione fiscale”. “Tutti – precisa – ci stiamo domandando come fare” a uscire dalla crisi economica mondiale e uno dei modi è di “avere il coraggio di ridurre la pressione fiscale”.

Nemico sommerso. La crisi fa cambiare anche il giudizio sull’evasione fiscale. Se un paio di anni fa il presidente del Consiglio si mostrava comprensivo con gli evasori, giustificando il loro comportamento con l’eccessiva pressione fiscale, ora il premier ne parla in termini diversi, sottolineando quanto una sua eliminazione potrebbe contribuire alla ricchezza del Paese. “Il 22% del Pil italiano – afferma Berlusconi – è sotto il tavolo. Se si pagassero le tasse su questo 22%, l’erario incasserebbe ogni anno 100 miliardi in più”.

L’esempio romeno. I due punti secondo il presidente del Consiglio sono legati, anche perché quando parla di alleggerimento della pressione fiscale spiega di pensare soprattutto al mondo delle imprese. “Questa mattina – sottolinea – i romeni mi raccontavano che per far ripartire la loro economia hanno portato le tasse sulle imprese al 16% e hanno ottenuto quasi il raddoppio delle entrate”.

Esperto di corruzione. Esternazioni legate alla presentazione del nuovo “Servizio centrale anticorruzione”, che nelle promesse di Berlusconi dovrebbe svolgere anche mansioni “di accertamento delle dichiarazioni dei redditi”. “Conosco bene il problema della corruzione”, ha aggiunto il premier sfiorando la gaffe, visto che il processo avviato nei suoi confronti dal tribunale di Milano e sospeso in virtù del Lodo Alfano è proprio per corruzione.

La Milano delle tangenti. Ovviamente in quel caso l’accusa è di corruzione in atti giudiziari, mentre al centro dell’iniziativa odierna c’è la corruzione della pubblica amministrazione. “Io – ricorda ancora il Cavaliere – smisi di costruire a Milano, perché a Milano non si poteva costruire niente se non ti presentavi con l’assegno in bocca… Questo, per fortuna, avveniva molti anni fa”.

Basta anarchia. Il presidente del Consiglio ha poi toccato anche altri temi di attualità, dall’ordine pubblico allo scontro con il Quirinale sull’eccessivo ricorso ai decreti d’urgenza. “Gli italiani – afferma – avevano voglia di avere uno Stato che facesse lo Stato. Chi vuole occupare un’università, un aeroporto non lo potrà fare più. Basta con l’anarchia. Continuiamo in questa direzione”.

“Dialogo impossibile”. “Varare decreti legge – aggiunge poi il premier – non significa dittatura. I decreti legge vengono prima vagliati dal Quirinale e poi esaminati dal Parlamento che ha 60 giorni di tempo per approvarli, correggerli o bocciarli. Non è vero che stiamo portando il Paese alla dittatura”.

La possibilità di un clima più disteso e collaborativo con l’opposizione, secondo Berlusconi, rimane però al momento irraggiungibile. “Per aiutarci a risolvere la crisi – dice – c’è chi va in piazza a protestare contro il governo. Da questa opposizione non c’è mai stato un suggerimento”. “Non bastano le parole, nei fatti non c’è alcuna possibilità concreta di dialogo con questa sinistra”, conclude il premier.

Opposizione allarmata. Alle parole del presidente del Consiglio l’opposizione ha reagito con grande preoccupazione. Ad allarmare sono state soprattutto le affermazioni sull’ordine pubblico. “Quando il presidente del Consiglio parla di caos e anarchia a cosa si riferisce esattamente? Si riferisce forse a chi manifesta o sciopera? Cosa intende?”, si domanda il viceministro ombra del Pd Cesare Damiano. “L’Italia – aggiunge – è una democrazia parlamentare, dove il diritto a manifestare è sancito, al pari di quello di scioperare, dalla Costituzione. Credo sia necessario che il presidente del Consiglio chiarisca il senso delle sue parole che si possono prestare a preoccupanti equivoci sulle intenzioni del governo”.

Il ministro ombra della Giustizia Lanfranco Tenaglia interviene invece sulle dichiarazioni del premier relative alla corruzione. ”Il presidente del consiglio – dice – parla di corruzione endemica nella pubblica amministrazione: si dimostri allora, per una volta, coerente con le parole pronunciate e non impedisca l’uso delle intercettazioni per i reati nella pubblica amministrazione”.

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9 ottobre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/economia/conti-pubblici-81/pil-sommerso/pil-sommerso.html?rss

9 ottobre – In Ricordo del Che

Nathalie Cardone: Comandante Che Guevara, Hasta Siempre

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LA RIVOLUZIONE DEI POPOLI OPPRESSI

Intervento del Che per la Tricontinental (1967)

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Sono passati ventun anni dalla fine dell’ultima guerra mondiale e molte pubblicazioni, in lingue diverse, celebrano l’avvenimento, di cui è simbolo la sconfitta del Giappone. Un clima di apparente ottimismo regna in molti settori degli avversi campi in cui è diviso il mondo.

Ventun anni senza guerre mondiali, in questo tempo di grandi contrapposizioni, di scontri violenti e di trasformazioni repentine, sembrano molti. Ma, senza analizzare i risultati pratici (miseria, degradazione, sfruttamento sempre più intenso di enormi settori del mondo), di questa pace per la quale tutti noi ci dichiariamo disposti a lottare, bisogna chiedersi se essa è reale.

Non è nostra intenzione, in queste note, fare la cronaca dei numerosi conflitti locali che si sono susseguiti dopo la resa del Giappone; né è nostro compito fare il resoconto delle lotte civili, numerose e sempre più intense, succedutesi durante questi anni di pretesa pace. È sufficiente portare come esempio, contro questo avventato ottimismo, la guerra di Corea.
In essa, dopo anni di lotta feroce, la parte settentrionale del paese fu sottoposta alla più terribile devastazione che appaia negli annali della guerra moderna: crivellata di bombe, priva di fabbriche, scuole e ospedali; priva di qualsiasi tipo di abitazione per ospitare dieci milioni di persone.
In quella guerra sono intervenuti, sotto la ingannevole bandiera delle Nazioni Unite, decine di Paesi guidati militarmente dagli Stati Uniti, con la partecipazione in massa di soldati nordamericani e l’impiego della popolazione sudcoreana, arruolata come carne da cannone.
Nell’altro campo, l’esercito e il popolo coreano e i volontari della Repubblica popolare cinese contavano sulle forniture e sulla perversione dell’apparato militare sovietico. I nordamericani, da parte loro, sperimentarono ogni sorta di armi distruttive – eccetto le termonucleari, ma comprese le batteriologiche e chimiche, sia pure in scala ridotta. Nel Vietnam si sono susseguite azioni belliche intraprese, quasi senza interruzione, dalle forze patriottiche di questo Paese contro tre potenze imperialistiche: il Giappone, la cui potenza subì una caduta verticale dopo l’esplosione delle bombe di Hiroshima e Nagasaki; la Francia, che, recuperate dal Giappone sconfitto le sue colonie indocinesi, ignorò le promesse fatte in momenti difficili; infine gli Stati Uniti, nell’ultima fase della contesa.

Si verificarono scontri limitati in tutti i continenti, mentre in quello americano, per molto tempo, non si ebbero che tentativi di lotta di liberazione e pronunciamenti militari: cioè fino a che la rivoluzione cubana non diede il segnale d’allarme sull’importanza di questo Paese, scatenando le ire dell’imperialismo, che la costrinse a difendere le sue coste a Playa Giron, prima, e durante la crisi d’ottobre, poi. Quest’ultimo incidente avrebbe potuto provocare una guerra di incalcolabili proporzioni se si fosse verificato, sul problema di Cuba, uno scontro tra nordamericani e sovietici.
Tuttavia, oggi il nodo delle contraddizioni è nei territori della penisola indocinese e nei Paesi vicini. Laos e Vietnam sono scossi da guerre civili che cessano di essere tali non appena compare, con tutto il peso della sua potenza, l’imperialismo nordamericano, cosicché tutta la zona si trasforma in un detonatore pronto a esplodere.
Nel Vietnam lo scontro ha assunto caratteristiche di estrema acutezza. Non è però nostra intenzione fare la storia di questa guerra, ci limiteremo a segnalarne alcuni elementi fondamentali.

Nel 1954, dopo la decisiva sconfitta di Dien-Bien-Phu, furono firmati gli accordi di Ginevra che dividevano il paese in due zone e impegnavano ad indire elezioni nel giro di 18 mesi, per decidere chi avrebbe dovuto governare il Vietnam e in che modo sarebbe stato riunificato il Paese. I nordamericani non sottoscrissero quest’accordo e cominciarono a manovrare per sostituire l’imperatore Bao-Dai, la cui tragica fine – quella del limone spremuto dall’imperialismo – è ben nota.
Nei mesi successivi alla firma dell’accordo, regnò l’ottimismo tra le forze popolari. Furono smantellate le fortificazioni della lotta antifrancese nel sud del Paese e si attese l’applicazione del trattato. Però i patrioti compresero subito che ciò non sarebbe avvenuto se gli Stati Uniti non si fossero sentiti in grado di imporre la loro volontà nelle urne: cosa impossibile, anche se avessero utilizzato tutti i loro metodi fraudolenti.
Nel Sud riprese la lotta che acquistò sempre maggior intensità fino al momento attuale, in cui l’esercito nordamericano è composto da quasi mezzo milione di invasori, mentre diminuisce il numero e soprattutto la combattività delle forze del governo fantoccio.

Da quasi due anni, i nordamericani hanno cominciato a bombardare sistematicamente la Repubblica democratica del Vietnam nell’intento di fiaccare la combattività del Sud e obbligarlo, da posizioni di forza, a trattare. All’inizio, i bombardamenti erano più o meno isolati e venivano giustificati con il pretesto di rappresaglie contro supposte provocazioni del Nord. Poi sono aumentati in intensità e metodo, fino a trasformarsi in una gigantesca battuta condotta dalle unità aeree degli Stati Uniti, giorno per giorno, al fine di distruggere qualsiasi traccia di civiltà nel Nord del Paese. È un episodio della tristemente celebre escalation.
Gli obiettivi materiali degli yenkees sono stati in buona parte raggiunti, nonostante l’intrepida difesa delle unità antiaeree vietnamite, nonostante i millesettecento e oltre aerei abbattuti e nonostante le forniture belliche del campo socialista.

Esiste una penosa realtà: il Vietnam, questa nazione che rappresenta le aspirazioni, le speranze di vittoria di tutto un mondo arretrato, è tragicamente solo. Questo popolo deve sopportare i colpi della tecnica nord-americana quasi incontrastata nel Sud, con alcune possibilità di difesa nel Nord, ma è sempre solo.

La solidarietà del mondo progressista con il popolo del Vietnam ha lo stesso sapore di amara ironia che aveva per i gladiatori del circo romano l’incitamento della plebe. Non si tratta di augurare la vittoria all’aggredito, ma di condividere la sua sorte, andare con lui alla morte o alla vittoria. Quando analizziamo la solitudine vietnamita, ci assale l’angoscia per questo momento illogico dell’umanità.

L’imperialismo americano è colpevole di aggressione e i suoi crimini sono immersi in tutto il mondo. Lo sappiamo, signori! Ma sono colpevoli anche coloro che, al momento di decidere, hanno esitato a fare del Vietnam parte inviolabile del territorio socialista: ciò avrebbe forse comportato il rischio di una guerra mondiale, ma avrebbe anche costretto gli imperialisti nordamericani a una decisione. E sono anche colpevoli coloro che tengono in piedi una guerra di insulti e ripicche, cominciata già da tempo dai rappresentanti delle due maggiori potenze del campo socialista.

Chiediamo, per averne una risposta onesta: è o non è isolato il Vietnam, costretto a pericolosi equilibri tra le due potenze in contrasto?
Che grandezza quella di questo popolo! Che stoicismo e che valore quelli di questo popolo e che lezione per il mondo costituisce questa lotta.
Ancora per molto tempo non sapremo se il presidente Johnson avesse veramente intenzione di iniziare alcune riforme necessarie al suo popolo, per attenuare le punte delle contraddizioni di classe che affiorano con forza esplosiva e sempre più spesso. Quello che è certo, è che le, misure annunciate con il pomposo titolo di “lotta per la grande società” sono cadute nel cimitero del Vietnam.
La più grande potenza imperialista sente nelle viscere l’emorragia provocata da un Paese povero e arretrato e la sua favolosa economia risente dello sforzo bellico. Uccidere non è più il migliore affare per i monopoli.

Armi di difesa, e in numero insufficiente, è tutto ciò che hanno questi soldati meravigliosi, oltre all’amore per la loro patria, la loro società e un valore a tutta prova. L’imperialismo è impantanato nel Vietnam; non ha via di scampo e cerca disperatamente un modo che gli permetta di uscire con dignità da questo pericoloso frangente. Ma i “quattro punti” del Nord e i “cinque” del Sud lo attanagliano rendendo più duro lo scontro.
Tutto sembra indicare che la pace – questa pace precaria, cui si è dato questo nome solo perché non si è verificata nessuna conflagrazione di portata mondiale – sia ancora in pericolo, per qualche passo irreversibile e inaccettabile dei nordamericani.

E a noi, sfruttati del mondo, quale compito spetta? I popoli dei tre continenti osservano e imparano la loro lezione nel Vietnam.
Poiché con la minaccia della guerra gli imperialisti esercitano il loro ricatto sull’umanità, non temere la guerra è la risposta giusta: attaccare duramente e ininterrottamente in ogni punto di scontro, deve essere la tattica generale dei popoli.
Ma nei luoghi in cui la misera pace che sopportiamo è stata rotta, quale sarà il nostro compito? Liberarci a qualsiasi costo!

La situazione mondiale è molto complessa. Il compito della liberazione tocca anche ai Paesi della vecchia Europa, sviluppati quanto basta per sentire tutte le contraddizioni del capitalismo, ma così deboli da non poter né seguire il ritmo dell’imperialismo né intraprendere questa strada.
Lì le contraddizioni assumeranno nei prossimi anni carattere esplosivo; ma i loro problemi, e di conseguenza le loro soluzioni, sono diversi da quelli dei nostri popoli assoggettati ed economicamente arretrati. Lo sfruttamento imperialista si esercita soprattutto sui tre continenti arretrati: America latina, Asia e Africa. Ogni Paese ha proprie caratteristiche, ma che anche i continenti hanno, nel loro insieme, caratteristiche, proprie.
L’America latina costituisce un complesso più o meno omogeneo; in quasi tutto il suo territorio i capitalisti monopolisti nordamericani detengono il predominio assoluto. I governi fantoccio o, nel migliore dei casi, deboli e timorosi, non sono in grado di opporsi agli ordini del padrone yankee. I nordamericani sono giunti all’apice della loro dominazione politica ed economica e non potrebbero andare molto più in là. Qualsiasi mutamento potrebbe trasformarsi in un regresso del loro predominio. La loro politica, quindi, è mantenere lo status quo. La loro linea d’azione si riduce, oggi, all’uso brutale della forza per impedire movimenti di liberazione di qualsiasi tipo.
Con lo slogan “non permetteremo un’altra Cuba”, si giustifica la possibilità di aggressioni a man salva come quella perpetrata contro Santo Domingo, o, prima, il massacro di Panama. Suona chiaro l’ammonimento che le truppe yankee sono pronte a intervenire dovunque, in America, venga alterato l’ordine stabilito e dovunque siano posti in pericolo gli interessi nordamericani. Questa politica conta su una impunità quasi assoluta: l’OSA è una maschera comoda, per screditata che sia. E l’ONU è di una inefficienza che rasenta il ridicolo o il tragico. Gli eserciti di tutti i Paesi dell’America latina sono pronti a intervenire per schiacciare i loro popoli. Si è costituita di fatto l’internazionale del delitto e del tradimento.
D’altra parte, le borghesie autoctone hanno perso – se mai l’hanno avuta – ogni capacità di opporsi all’imperialismo di cui vanno a rimorchio. Non c’è scelta: o rivoluzione socialista, o caricatura di rivoluzione.
L’Asia è un continente con caratteristiche differenti. Le lotte di liberazione contro le potenze coloniali europee hanno portato all’instaurazione di governi più o meno progressisti, la cui evoluzione posteriore si è risolta, in alcuni casi, in un approfondimento degli obiettivi primari della liberazione nazionale; in altri, in un ritorno a posizioni filoimperialistiche.

Dal punto di vista economico, gli Stati Uniti avevano poco da perdere e molto da guadagnare in Asia. I cambiamenti li favoriscono. Lottano per sostituirsi ad altre potenze neocoloniali, per crearsi nuove sfere d’azione in campo economico, a volte direttamente, altre attraverso il Giappone. Esistono, però, condizioni politiche speciali, soprattutto nella penisola indocinese, che conferiscono all’Asia caratteristiche di capitale importanza e svolgono un ruolo importante nella strategia militare globale dell’imperialismo nordamericano.

Esso accerchia la Cina attraverso la Corea del Sud, il Giappone, Formosa, il Vietnam del Sud e la Tailandia.
Questa duplice situazione, un interesse strategico importante quanto l’accerchiamento militare della Repubblica popolare cinese, e l’aspirazione dei capitali nordamericani a penetrare questi grandi mercati che ancora non dominano, fanno dell’Asia una delle zone più esplosive del mondo, nonostante l’apparente stabilità al di fuori dell’area vietnamita.

Pur con contraddizioni proprie, il medio oriente appartiene geograficamente a questo continente ed è in piena effervescenza, senza che si possa prevedere fin dove arriverà la guerra fredda tra Israele – appoggiato dagli imperialisti – e i Paesi progressisti della zona. È un altro vulcano minaccioso per il mondo.

L’Africa ha la caratteristica di essere un campo quasi vergine per l’invasione coloniale. Sono avvenute trasformazioni che, in un certo modo, hanno costretto le potenze neocoloniali a rinunciare alle loro prerogative assolutistiche. Ma quando i processi si succedono senza interruzione, al colonialismo si sostituisce, senza violenza, il neocolonialismo che – per quanto concerne la dominazione economica ne è l’equivalente.

Gli Stati Uniti non avevano colonie in questo continente: ora lottano per penetrare nelle riserve dei loro soci. Si può essere certi che, nella strategia dell’imperialismo americano, l’Africa costituisce la riserva a lunga scadenza. I suoi investimenti attuali sono considerevoli solo nell’Unione sudafricana; ora inizia la sua penetrazione nel Congo, Nigeria e altri Paesi, e ciò provoca una violenta concorrenza (per ora pacifica) con altre potenze imperialiste.
Non ha, comunque, grandi interessi da difendere, salvo il suo preteso diritto a intervenire dovunque i suoi monopoli fiutino buoni profitti o grandi riserve di materie prime.
Tutto ciò rende lecito porsi l’interrogativo sulle possibilità di liberazione dei popoli, a corta o media scadenza.
Analizzando l’Africa, vediamo che si lotta con una certa intensità nelle colonie portoghesi della Guinea, Mozambico e Angola: con notevoli successi nella prima, e con risultati alterni nelle altre. Vediamo che continua la lotta tra i successori di Lumumba e i vecchi complici di Ciombe nel Congo, lotta che attualmente sembra volgere a favore di questi ultimi che hanno “pacificato” a loro vantaggio gran parte del Paese; ma la guerra è sempre latente.
In Rodesia il problema è diverso: l’imperialismo britannico si è servito di tutti i meccanismi di cui disponeva per consegnare il potere alla minoranza bianca che oggi lo detiene. Il conflitto – secondo l’Inghilterra – non è certo ufficiale. Ma questa potenza, con la sua abituale abilità diplomatica – chiamata anche “ipocrisia”, in buona lingua – ostenta disgusto di fronte alle misure prese dal governo di Jan Smith. Il suo ambiguo atteggiamento è appoggiato da alcuni Paesi del Commonwealth e attaccato, invece, da buona parte dei Paesi dell’Africa negra, siano o non siano docili vassalli dell’imperialismo inglese.
La situazione potrebbe diventare esplosiva se prendessero corpo gli sforzi dei patrioti negri per prendere le armi e se il movimento fosse concretamente appoggiato dalle nazioni africane vicine. Ma, per ora, tutti i problemi vengono ventilati in organismi innocui come I’ONU, il Commonwealth o I’OUA.

L’evoluzione politica e sociale dell’Africa non lascia, però, prevedere una situazione rivoluzionaria a livello continentale. Le lotte di liberazione contro i portoghesi finiranno certo con la vittoria, ma il Portogallo non ha alcun peso come potenza imperialista. Gli scontri di importanza rivoluzionaria sono quelli che mettono in scacco tutto l’apparato imperialista, anche se ciò non significa che si debba cessare di lottare per la liberazione delle tre colonie portoghesi e per la radicalizzazione delle loro rivoluzioni.
Comincerà una nuova epoca in Africa solo quando le masse negre del Sud Africa o della Rodesia intraprenderanno la loro autentica lotta rivoluzionaria, o quando le masse depauperate di un Paese si leveranno per riscattare, dalle mani dell’oligarchia al governo, il loro diritto a una vita degna.
Finora si succedono colpi di mano militari con i quali un gruppo di ufficiali sostituisce un altro gruppo o un governante che non serve più gli interessi di casta o quelli delle potenze che occultamente lo manovrano. Non ci sono, però, sussulti popolari.

Nel Congo, queste tendenze hanno avuto un fugace impulso dal ricordo di Lumumba, ma si sono indebolite negli ultimi mesi.

In Asia, come abbiamo visto, la situazione è esplosiva. E i punti di frizione non sono costituiti soltanto dal Vietnam e dal Laos, dove è in corso la lotta. C’è anche la Cambogia, dove in qualsiasi momento può cominciare l’aggressione diretta nordamericana; ci sono la Tailandia, la Malesia e, probabilmente, l’Indonesia, dove non possiamo pensare sia stata detta l’ultima parola, nonostante la distruzione del partito comunista quando i reazionari hanno preso il potere; c’è, probabilmente, il medio oriente.

In America latina si lotta, armi alla mano, in Guatemala, Colombia, Venezuela e Bolivia, mentre le prime avvisaglie si avvertono in Brasile. Ci sono altri focolai di resistenza che nascono e si estinguono. Ma in quasi tutti i Paesi di questo continente sono mature le condizioni per una lotta che, per essere vittoriosa, non può non prevedere almeno l’instaurazione di un governo di tipo socialista.
In questo continente si parla praticamente una sola lingua, salvo che in Brasile, con il quale i popoli di lingua spagnola possono, però, capirsi, data l’analogia tra i due idiomi. Esiste una identità tanto profonda tra le classi di questi Paesi, che si raggiunge una identificazione di tipo “internazionale americano” molto più completa che in altri continenti. Lingua, costumi, religione, uno stesso padrone unisce questi popoli. Il grado e le forme di sfruttamento sono simili nei loro effetti per sfruttatori e sfruttati di una buona parte dei Paesi della nostra America. E la ribellione sta maturando in fretta.

Possiamo chiederci: questa ribellione, che frutti darà? Di che tipo sarà? Sosteniamo da tempo che, per le sue caratteristiche similari, la lotta in America acquisterà – al momento giusto – dimensioni continentali. L’America latina sarà teatro di molte grandi battaglie condotte dall’umanità per la sua liberazione.
Nella prospettiva di questa lotta a livello continentale, le battaglie di oggi sono solo episodi: e tuttavia hanno già dato martiri che sono entrati nella storia americana per aver versato il contributo di sangue necessario in questa ultima fase della lotta per la piena libertà dell’uomo.
Tra loro vi sono il comandante Turcios Lima, il prete Camillo Torres, il Comandante Fabricio Ojeda, i comandanti Lobaton e Luis de la Puente Uceda, figure di primo piano nei movimenti rivoluzionari del Guatemala, della Colombia, del Venezuela e del Perù.

Ma la mobilitazione attiva del popolo crea i nuovi dirigenti. Cesar Montes e Yon Sosa tengono alta la bandiera del Guatemala; Fabio Vasquez e Marulanda quella della Colombia; Bouglas Bravo a occidente e Américo Martin dirigono i rispettivi fronti in Venezuela.
Nuovi fronti si apriranno in questi e in altri Paesi americani, come già è avvenuto in Bolivia; cresceranno, con tutte le difficoltà che comporta il pericoloso compito del rivoluzionario moderno. Molti moriranno vittime dei loro errori, altri cadranno nella dura battaglia che si approssima. Nuovi dirigenti e nuovi combattenti sorgeranno nel fuoco della lotta rivoluzionaria. La guerra stessa selezionerà i suoi combattenti e i suoi dirigenti, mentre gli agenti yankees di repressione aumenteranno. Oggi vi sono consiglieri militari in tutti i Paesi dove esiste lotta armata. L’esercito peruviano, a quanto sembra, ha condotto una vittoriosa battuta contro i rivoluzionari di questo Paese, anche perché consigliato e addestrato dagli yankees. Ma se i focolai di guerriglia si formeranno con sufficiente abilità politica e militare, diventeranno praticamente imbattibili e costringeranno gli yankees a inviare altri uomini. Nello stesso Perù, figure ancora sconosciute stanno riorganizzando con tenacia e fermezza la lotta di guerriglia.
A poco a poco, le armi antiquate, sufficienti a reprimere piccole bande armate, si trasformeranno in armi moderne; i gruppi di consiglieri militari si trasformeranno in combattenti nordamericani: finché, a un certo punto, saranno costretti a inviare crescenti quantitativi di truppe regolari per assicurare la relativa stabilità di governi i cui eserciti fantoccio si disintegreranno di fronte agli attacchi dei gruppi di guerriglia. Questa è la strada del Vietnam. Questa è la strada che devono seguire i popoli. Questa è la strada che seguirà l’America, dove i gruppi in armi potranno caratterizzarsi formando giunte di coordinamento per rendere più difficile il compito repressivo dell’imperialismo yankee e più facile la vittoria della propria causa.

L’America, questo continente dimenticato dalle ultime lotte politiche di liberazione, che comincia a farsi sentire nella Tricontinentale con la voce dell’avanguardia dei suoi popoli, la rivoluzione cubana, avrà un compito ben più importante: creare il secondo o terzo Vietnam.
In definitiva, bisogna rendersi conto che l’imperialismo è un sistema mondiale, fase suprema del capitalismo, e che bisogna batterlo in un grande scontro mondiale. La finalità strategica di questa lotta deve essere la distruzione dell’imperialismo. Tocca a noi, sfruttati e “arretrati” del mondo, eliminare le basi di sostentamento dell’imperialismo; tocca ai nostri Paesi oppressi, da cui rapinano capitali, materie prime, tecnici e operai a basso costo – e dove esportano nuovi capitali, strumenti di dominio, armi eccetera – riducendoci a una dipendenza assoluta.
L’elemento fondamentale di questa strategia sarà, dunque, la liberazione reale dei popoli che avverrà, nella maggioranza dei casi, attraverso la lotta armata e che in America, quasi ineluttabilmente, si trasformerà in rivoluzione socialista. Se si vuol distruggere l’imperialismo bisogna identificarne la testa: gli Stati Uniti d’America.
La finalità tattica della nostra lotta, a livello generale, è costringere il nemico a uscire dal suo ambiente e a lottare in luoghi dove le sue abitudini di vita si scontrino con la realtà imperante. Non si deve sottovalutare l’avversario. Il soldato nordamericano è tecnicamente capace e appoggiato da mezzi di tale ampiezza che lo rendono terribile. Gli manca quello stimolo ideologico che, al contrario, possiedono in sommo grado i suoi più accaniti avversari di oggi: i vietnamiti. Potremo vincere questo esercito soltanto nella misura in cui sapremo minare il suo morale: ciò avverrà se sapremo infliggergli sconfitte senza lasciargli tregua.

Ma questo piccolo schema per la vittoria presuppone enormi sacrifici dei popoli; sacrifici che bisogna esigere già oggi, alla luce del giorno, e che forse saranno meno dolorosi di quelli che dovremmo sopportare rifiutando costantemente la lotta nella speranza che altri ci tolgano le castagne dal fuoco.
L’ultimo Paese che si libererà, lo farà probabilmente senza lotta armata e gli saranno risparmiare le sofferenze di una guerra lunga e crudele come sono le guerre dell’imperialismo. Vi è, tuttavia, la possibilità di uno scontro a livello mondiale, e allora sarà impossibile evitare questa lotta e le sue conseguenze: si soffrirà tutti e anche di più.
Non possiamo predire il futuro, ma non dobbiamo mai cedere all’infame tentazione di farci portabandiera di un popolo che anela alla sua libertà, rinnegando la lotta che per la libertà e aspettando che ci venga elargita dalla vittoria degli altri. È giustissimo evitare ogni sacrificio inutile: perciò è molto importante appurare le effettive possibilità che ha l’Americaassoggettata di liberarsi in forma pacifica.
Per noi, la risposta è chiara. Sia o meno questo il momento indicato per iniziare la lotta, non possiamo farci nessuna illusione – né ne abbiamo il diritto – di ottenere la libertà senza combattere. E le lotte non saranno semplici manifestazioni di piazza contro i gas lacrimogeni, né scioperi generali pacifici; e neppure la lotta di un popolo infuriato che distrugga in due o tre giorni l’apparato repressivo delle oligarchie al governo. Sarà una lotta lunga e cruenta, il cui fronte sarà nei rifugi guerriglieri, nelle città, nelle case dei combattenti (dove la repressione cercherà facili vittime tra i familiari), nella popolazione contadina massacrata, nei villaggi e nelle città distrutte dal bombardamento nemico. Ci costringono a questa lotta: non c’è altra alternativa che prepararla e decidersi a farla. Gli inizi non saranno facili: saranno difficilissimi. Tutta la capacità di repressione, tutta la brutalità e la demagogia delle oligarchie si porranno al servizio del nemico. Il nostro compito, all’inizio, è sopravvivere. Poi agirà l’esempio perenne della guerriglia con la propaganda armata nell’accezione vietnamita del termine: vale a dire, la propaganda degli attacchi, dei combattimenti, che si possono vincere o perdere: ma si fanno. Il grande insegnamento della invincibilità della Guerriglia farà presa sulle masse dei diseredati. La galvanizzazione dello spirito nazionale, la preparazione a compiti più duri, per opporsi a repressioni più violente. L’odio come fattore di lotta – l’odio intransigente contro il nemico – che spinge oltre i limiti naturali dell’essere umano e lo trasforma in una reale, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere. I nostri soldati devono essere così, Un popolo senza odio non può vincere un nemico brutale.

Bisogna portare la guerra nei luoghi del nemico: a casa sua, dove si diverte. Renderla totale. Bisogna impedirgli di avere un solo istante di respiro, un minuto di sosta, fuori e persino dentro le sue caserme: attaccarlo dovunque sia. Farlo sentire una bestia braccata dovunque vada.
Allora il suo morale cadrà. Si farà ancora più bestiale, certo, ma si noteranno i primi segni della inevitabile decadenza.
Bisogna che si formi un vero internazionalismo proletario. Con eserciti proletari internazionali, per i quali la bandiera sotto la quale si lotta sia la causa sacra della redenzione dell’umanità, in modo che morire sotto le insegne del Vietnam, del Venezuela, del Guatemala, del Laos, della Guinea, della Colombia, della Bolivia, del Brasile – per citare solo i Paesi dove oggi si combatte in armi – costituisce una gloria e una aspirazione per un americano, un asiatico, un africano e anche per un europeo. Ogni goccia di sangue versata in una patria che non è la propria è una esperienza che chi sopravvive può poi applicare nella lotta per la liberazione della sua terra. Ogni popolo che si libera è una parte di battaglia vinta per la liberazione del proprio popolo. È tempo di attenuare le nostre divergenze e di porci tutti al servizio della lotta.

Tutti sappiamo – e non ce la possiamo nascondere – che grandi controversie agitano il mondo in lotta per la libertà. Controversie che hanno assunto un carattere e una violenza tali da rendere molto difficili, se non impossibili, il dialogo e la conciliazione. Cercare il modo di iniziare un dialogo che i contendenti rifiutano, è inutile. Ma il nemico è là, colpisce tutti i giorni e minaccia nuovi colpi. Questi colpi ci uniranno oggi, domani e dopo. Chi lo capisce e si prepara a questa unione necessaria, avrà la riconoscenza dei popoli.
Data la violenza e l’intransigenza con cui ogni parte difende la propria causa, noi, i diseredati, non possiamo prender partito per l’una o l’altra forma di manifestare le divergenze, anche se – a volte – possiamo condividere alcune posizioni dell’una o dell’altra parte, o in maggior misura le posizioni di una parte che quelle dell’altra. Nel momento della lotta, il mondo in cui si manifestano i contrasti attuali, è una debolezza. Tuttavia, nelia situazione in cui siamo, volerli comporre a parole, è un’illusione. La storia li cancellerà o darà loro la vera spiegazione.
Nel nostro mondo in lotta, tutte le divergenze sulla tattica, sui metodi di azione per il conseguimento di obiettivi militati, devono essere analizzate con il rispetto dovuto alle opinioni altrui. Ma sul grande obiettivo strategico, la distruzione totale dell’imperialismo con la lotta, dobbiamo essere intransigenti. Queste le nostre aspirazioni: distruzione dell’imperialismo con l’eliminazione del suo principale baluardo, il dominio imperialista degli Stati Uniti d’America, assumendo come tattica la liberazione graduale dei popoli, a uno a uno o a gruppi, trascinando il nemico a una difficile lotta fuori dal suo terreno liquidando le sue basi di sostentamento, cioè i territori che gli sono soggetti.

È una guerra lunga e, lo ripetiamo una volta di più, una guerra crudele. Che nessuno si illuda al momento di iniziarla, e che nessuno esiti a iniziarla per paura delle conseguenze che potrebbe portare al suo popolo. È quasi l’unica speranza di vittoria. Non possiamo eludere l’appello di quest’ora. Ce lo insegna il Vietnam con la sua continua lezione d’eroismo, con la sua tragica e quotidiana lezione di lotta e di morte per la vittoria finale. Lì, i soldati dell’imperialismo sentono il disagio di chi – abituato al livello di vita ostentato dalla nazione nordamericana – deve scontrarsi con una terra ostile, l’insicurezza di chi non può muoversi senza sentire che calpesta suolo nemico, la morte per chi esce dalle fortezze, l’ostilità di tutto un popolo. Ciò si ripercuote sulla situazione interna degli Stati Uniti e provoca il sorgere di un fattore che l’imperialismo, nel suo pieno vigore, riesce ad attenuare: la lotta di classe anche all’interno.

Come possiamo non guardare a un futuro luminoso e vicino, se due, tre, molti Vietnam fioriranno sulla superficie della terra, con il loro prezzo di morte, con le loro immense tragedie, con il loro eroismo quotidiano, con i reiterati colpi all’imperialismo, costretto così a disperdere le sue forze sotto l’urto dell’odio crescente dei popoli del mondo?
Se tutti fossimo capaci di unirci per fare i nostri colpi più forti e sicuri, perché gli aiuti di ogni genere ai popoli in lotta fossero più efficaci, quanto grande sarebbe il futuro e quanto vicino! Se a noi – che in un piccolo punto del mondo adempiamo il dovere che proclamiamo, mettendo al servizio della lotta il poco che ci è consentito dare: il nostro sangue, il nostro sacrificio toccherà un giorno di questi morire in una terra qualsiasi, ma nostra, perché bagnata dal nostro sangue, si sappia che abbiamo misurato la portata delle nostre azioni e che ci consideriamo soltanto unità del grande esercito del proletariato. E ci sentiamo orgogliosi di aver imparato dalla rivoluzione cubana e dal suo capo la grande lezione che proviene dalla sua posizione in questa parte del mondo: “che importano i pericoli o i sacrifici di un uomo o di un popolo, quando è in gioco il destino dell’umanità”.

La nostra azione è tutta un grido di guerra contro l’imperialismo e un appello all’unità dei popoli contro il grande nemico del genere umano: gli Stati Uniti d’America.

E dovunque ci sorprenda la morte, sia benvenuta, purché il nostro grido di guerra raggiunga chi è pronto a raccoglierlo e un’altra mano si tenda ad impugnare le nostre armi e altri uomini si preparino a intonare canti di lutto con il tambureggiare delle mitragliatrici e nuovi gridi di guerra e di vittoria.

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fonte: http://www.ernestoguevara.it/documenti/documenti.htm

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COMANDANTE CHE GUEVARA

(Hasta Siempre)

Scritta da Carlos Puebla nel 1965 prima della partenza del Che per la Bolivia è la canzone sulle sue gesta più conosciuta nel mondo

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Aprendimos a quererte

desde la historica altura

donde el sol de tu bravura

le puso cerco a la muerte.

.

Aqui se queda la clara,

la entrañable transparencia

de tu querida presencia,

comandante Che Guevara.

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Tu mano gloriosa y fuerte

sobre la historia dispara,

cuando todo Santa Clara

se despierta para verte.

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Aqui …

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Vienes quemando la brisa

con soles de primavera

para plantar la bandera

con la luz de tu sonrisa.

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Aqui …

.

Tu amor revolucionario

te conduce a nueva empresa,

donde esperan la firmeza

de tu brazo libertario.

.

Aqui …

.

Seguiremos adelante

como junto a ti seguimos

y con Fidel te decimos:

“Hasta siempre, Comandante!”

.

Aqui …

..

TRADUZIONE ITALIANA

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Abbiamo imparato ad amarti

sulla storica altura

dove il sole del tuo coraggio

ha posto un confine alla morte.

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Qui rimane la chiara,

penetrante trasparenza

della tua cara presenza,

Comandante Che Guevara.

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La tua mano gloriosa e forte

spara sulla storia

quando tutta Santa Clara

si sveglia per vederti.

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Qui rimane la chiara …

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Vieni bruciando la nebbia

come un sole di primavera,

per piantare la bandiera

con la luce del tuo sorriso.

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Qui rimane la chiara …

.

Il tuo amore rivoluzionario

ti spinge ora a una nuova impresa

dove aspettano la fermezza

del tuo braccio liberatore.

.

Qui rimane la chiara …

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Continueremo ad andare avanti

come fossimo insieme a te

e con Fidel ti diciamo:

Per sempre, Comandante!

.

Qui rimane la chiara …

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accordi per accompagnamento con chitarra

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Aprendimos a quererte

la-………….re-mi
desde a la historica altura
la-…………re-…….mi
donde el sol de tu bravura
la-……………………sol
….le puso cerco a la muerte
fa……………………..mi
Aqui se queda la clara
la-……re-…………mi
la entrañable transparencia
la-……………re-…………mi
de tu querida presencia
la-…………………sol
comandante Che Guevara
…………fa……………….mi

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POVERA ITALIA – Gela, 80 mila abitanti e nessuna libreria

Si fa avanti lo scrittore Domenico Seminerio: «Ci penseremo io e mia figlia»

Il primato negativo della città. Il sindaco: pronti ad aiutare economicamente chi ne vorrà aprire una

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GELA (Caltanissetta) – Oltre 80 mila abitanti e neanche una libreria. E’ uno dei tanti primati di Gela. In una città che ha più o meno lo stesso numero di abitanti di Como o Pisa «il libro è uno sconosciuto» denuncia la scrittrice Silvana Grasso che qui vive ed insegna.

Uno scorcio di gela (Azimut)
Uno scorcio di gela (Azimut)

Eppure ci sono due licei e diversi istituti superiori. Come fanno quei pochi o tanti giovani amanti della lettura? A tamponare provvede qualche cartolibreria che, oltre ai testi scolastici, è fornita di alcuni titoli più gettonati e qualche classico da cercare in mezzo a zainetti, grembiuli e materiale di cancelleria. Come capita entrando nell’affiliato Buffetti di Ugo Randazzo. «Abbiamo i titoli del momento – afferma la figlia Felicia – e a richiesta provvediamo a portare anche dell’altro». Nonostante la buona volontà Gela resta comunque l’unica città d’Italia di queste dimensioni a non avere una vera libreria. Un primato a cui il sindaco Rosario Crocetta non tiene affatto, tanto da essere disposto ad aiutare economicamente chi deciderà di aprire una libreria nella sua città. «Questo è un fatto drammatico – afferma – ecco perché abbiamo deciso di agire. Siamo pronti a sostenere chi investirà nella cultura».

Per la verità c’è già chi ci ha pensato. E’ lo scrittore di Caltagirone (dove invece di librerie ce ne sono due nonostante i suoi 38 mila abitanti) Domenico Seminerio che ha scoperto per caso il primato di Gela. «Leggendo i dati della mia casa editrice, la Sellerio – racconta – mi accorgevo che a Gela non vendevo mai una copia. Ho cercato di capire ed ho scoperto che non c’è una libreria». A quel punto Seminerio ha pensato che era il caso di provarci: «Mia figlia aveva già intenzione di aprire una libreria nella nostra città, Caltagirone, ma visto che ce ne sono già due abbiamo pensato che forse era il caso di aprirla proprio qui».

Quanto prima Gela potrebbe dunque dire addio al suo triste primato e puntare sulla cultura anche per sfidare la mafia. Da queste parti infatti bisogna fare i conti col racket delle estorsioni che non si lascia certo intimorire dalla forza dei libri: «Non dovrebbero toccarci – confida Seminerio – gestire una libreria non è una grande impresa, il libraio sopravvive appena. E poi in Sicilia si sta facendo una seria battaglia contro le estorsioni che va sostenuta anche in questo modo».

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Alfio Sciacca
08 ottobre 2008(ultima modifica: 09 ottobre 2008)

fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_ottobre_08/gela_nessuna_libreria_aiuti_comune_cacadfc8-957a-11dd-a444-00144f02aabc.shtml

Finse di investirlo urlando ‘schiaccio il negro’. I giudici: “Non è una spacconata, è razzismo”

https://i2.wp.com/lnx.papaseparati.org/psitalia/images/stories/cassazione.jpg

PUGNO DI FERRO DELLA CASSAZIONE

Confermata la condanna per violenza aggravata dai motivi di razzismo nei confronti di un 25enne torinese, che sosteneva di voler fare solo una ‘smargiassata’
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Roma, 9 ottobre 2008 – Giro di vite della Cassazione nei confronti del dilagare di episodi di razzismo. Fare lo ‘spacconè con persone di colore, infatti, è una condotta che denota razzismo e che va punita con l’applicazione dell’aggravante prevista per gli episodi di discriminazione razziale.
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Scrivono i supremi giudici che “proprio questi sentimenti di disprezzo razziale, ostilità, desiderio di nuocere ad una persona di razza diversa, di convinzione di avere a che fare con persona inferiore e non titolare degli stessi diritti alimentano quel conflitto tra le persone che testimonia la presenza dell’odio razziale”. E che va scoraggiato senza concessione di attenuanti.
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Applicando la linea dura, la Quinta sezione penale (sentenza 38217) ha confermato la condanna per violenza privata aggravata dai motivi di razzismo nei confronti di un 25enne torinese, Renè M. che, pensando di fare una “smargiassata” con un ragazzo di colore che era stato investito in precedenza da un pirata della strada, aveva lanciato la propria auto a notevole velocità in danno di un extracomunitario “urlando ‘schiaccio il negrò e costringendolo a mettersi in salvo saltando sul marciapiede”.
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Inutilmente Renè M., già condannato dal gip del Tribunale di Torino (marzo 2007) e dalla Corte d’appello della stessa città (dicembre dello stesso anno) a pena ritenuta di giustizia (non si specifica l’entità della condanna) per violenza privata aggravata da motivi di razzismo oltre che per il reato di ricettazione di una auto, ha tentato di fare annullare dalla Cassazione l’aggravante del razzismo, sostenendo che lui e i suoi amici volevano solo fare una “smargiassata dovuta a vanteria e non ad odio razziale”.
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Piazza Cavour ha respinto il ricorso e ha osservato che «la condotta di Renè M. era finalizzata quanto meno ad incutere timore alla persona di colore – ‘schiaccio il negrò – e costituiva chiara manifestazione di disprezzo ed avversione nei confronti di una persona di colore, perchè l’azione era motivata esclusivamente dal fatto che si trattava di persona appartenente a razza diversa”.
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E proprio per questo “semplice oggetto di un gioco pericoloso”. La “finalità di discriminazione razziale”, ha aggiunto ancora la Suprema Corte, si è resa ancora più evidente perchè era “idonea a fare insorgere negli amici in auto identico sentimento di disprezzo motivato da motivi razziali”. Sussiste, dunque, “l’aggravante contestata”, hanno concluso i supremi giudici per i quali “non ha alcun rilievo che il movente della condotta dell’imputato sia da individuare in una smargiassata”.
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Una firma non cambia la vita. O sì?

Qualche tempo fa abbiamo pubblicato la storia di Edison, ragazzo albanese che sta per compiere 18anni eraggiungere quindi lo status di clandestino… vi avevamo anche invitato a firmare una petizione per lui (questa).

Oggi – e chissà quanti di voi condividono questa gioia – abbiamo ricevuto posta da lui.

Ecco le sue parole:

Cari amici, sono Edison Duraj, in questi giorni molto importanti per la mia vita, ho scoperto di avere molti più amici di quanto pensassi. Mi avete dimostrato un affetto smisurato a cui non ero stato abituato. Avevo già deciso di non mollare e la vostra solidarietà mi ha convinto a continuare la mia battaglia per restare in Italia. Proprio per questo ho deciso di aprire un blog in cui racconterò la mia vicenda. Potrete sapere giorno per giorno quello che mi accade. Se riuscirò a restare in Italia o se sarò costretto a cercare altre vie. Su http://www.edisonblog.tv/ potrò aggiornarvi in tempo reale. Mi potrete chiedere qualsiasi cosa. Potrete accompagnarmi ancora una volta. Perché, ne sono convinto, se mi starete vicino io riuscirò a vincere la mia battaglia e quella di tutti gli Edison d’Italia. Vi aspetto tutti. Mirupafshim Edison Duraj

Forse non riusciremo a cambiare il mondo – non subito almeno – ma intanto… facciamo quello che possiamo.

Chi non l’avesse ancora fatto è ancora in tempo a firmare! Passate parola!

Grazie ad Antonio R. per averci inoltrato la mail!

Fiat, torna la cassa integrazione: Restano a casa 4.700 operai

Stop 2 settimane alla Mirafiori (3.500 addetti), e 7 giorni alla Iveco di Torino (1.200)

All’origine la crisi del mercato. Marchionne: “Spero di non dover ritoccare gli obiettivi 2009”

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Fiat, torna la cassa integrazione Restano a casa 4.700 operaiOperai Fiat alla catena di montaggio

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TORINO – A luglio la Fiat aveva annunciato una settimana di cassa integrazione allo stabilimento Mirafiori. Pronostico ottimista: la grave crisi del mercato auto ha costretto oggi l’azienda torinese ad annunciare non una, ma due settimane di cassa integrazione per 3.500 operai. Che salgono a 4.700, con i 1.200 addetti alla produzione di ponti e cambi della Powertrain Iveco di Torino, a casa solo sette giorni.

Tutte le linee Mirafiori, ad eccezione di quelle riservate all’assemblaggio dell’Alfa Romeo “Mito”, si fermeranno dal 3 al 16 novembre. Già a settembre, dopo venti giorni di ferie, i dipendenti dello stabilimento erano stati lasciati a casa una settimana. Anticipata anche la cassa integrazione già programmata allo stabilimento Fiat di Melfi, vicino Potenza, dove si produce la Grande Punto. Gli impianti si fermeranno dal 13 al 26, mentre la scadenza comunicata prima della pausa estiva prevedeva la sosta dal 20 ottobre.

“Non è una buona premessa per l’avvio della trattativa”, hanno commentato i sindacalisti che proprio in queste settimane hanno convocato le assemblee degli operai per illustrare la piattaforma del nuovo contratto integrativo. “Il miglioramento delle condizioni normative e retributive – è scritto in un comunicato firmato da Fim, Fiom, Uilm e Fismic del gruppo Fiat – è parte inscindibile di un progetto mirato alla ripresa produttiva”.

In più di un’occasione,
l’amministratore delegato di Fiat Sergio Marchionne, ha ribadito che il gruppo italiano manterrà le promesse e gli obiettivi che si era prefissato per il 2008. Ma aveva pure aggiunto: “Spero di non di dover ritoccare gli obiettivi del 2009, ma dobbiamo vedere lo sviluppo dei mercati internazionali nell’ultimo trimestre del 2008, vedere come si va ad assestare questa crisi finanziaria, quale sarà il suo impatto sull’economia reale”.

L’aria che si respirava la settimana scorsa al salone dell’auto di Parigi era piuttosto pesante. Le principali case automobilistiche fanno fatica a formulare previsioni di lungo periodo, perché data la crisi economica in atto, è molto difficile avere una visibilità sulle vendite che vada oltre un paio di mesi.

Se infatti la comunità finanziaria resta convinta che Marchionne riuscirà a raggiungere l’obbiettivo di quello che in gergo si chiama trading profit (ovvero una sorta di risultato operativo) 2008, c’è chi ritiene che la crisi renderà difficile far rispettare al gruppo le previsioni per il prossimo anno.

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8 ottobre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/economia/auto-mercato/cassa-integrazione-fiat/cassa-integrazione-fiat.html?rss