Roma, 11 ottobre

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ilsole24ore dice:

Di Pietro: in Italia dittatura dolce. Veltroni: non siamo in un regime

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Antonio Di Pietro, a piazza Navona per la manifestazione organizzata dall’Italia dei Valori per far partire la raccolta delle firme per il referendum contro il lodo Alfano, ha spiegato che «da oggi siamo in 3.600 piazze e ci saremo ogni fine settimana non solo per raccogliere le firme ma per protestare verso questo modo di governare».

Il leader dell’Idv ha criticato non solo i provvedimenti sulla giustizia ma anche quelli economici: «Il Governo non combatte il vero problema dell’evasione fiscale ma prende i soldi ai poveri cristi, non fa nulla per l’emergenza sociale, fa provvedimenti a favore di pochi e danno di molti, un Governo di chiacchiere che va avanti per spot». Con il lodo Alfano, poi, «ci sarà una giustizia che fa due pesi e due misure. Il Parlamento viene svuotato delle sue funzioni e il presidente del Consiglio raggirato. L’Idv è qui per far sentire la sua voce e ci resterà anche se ci accusano di antiberlusconismo».

L’ex Pm ha replicato agli esponenti del Governo che hanno giudicato «irresponsabile» scendere in piazza durante la crisi finanziaria che investe il Paese: «È irresponsabile chi fa il lodo Consolo, la salva-premier e la legge sulle intercettazioni per interessi propri e va al Bagaglino mentre le famiglie si impoveriscono».

Di Pietro chiudendo la manifestazione a piazza Navona per raccogliere le firme contro il lodo Alfano ha definito il Governo Berlusconi come «una dittatura dolce» nei confronti della quale bisogna «fare fronte comune». Nel suo discorso il leader dell’Italia dei Valori ha denunciato i rischi per una informazione libera, i provvedimenti in materia di giustizia fatti solo per gli interessi del premier e dei suoi amici e infine la riduzione delle prerogative del Parlamento «fatto di dipendenti, di gente che schiaccia solo i bottoni e suddita». Per Di Pietro «Berlusconi sta alla democrazia come Fede all’informazione», ma avverte «io non sono scemo e non dialogo con chi gli dai un dito e si prende un braccio».

Dichiarazioni quelle di Di Pietro, che marcano la distanza dal Partito democratico. Il segretario del Pd, Walter Veltroni, da Comiso, si è detto convinto, infatti, che «in Italia, per fortuna, non siamo in un regime», ma «c’è ancora la democrazia». Tuttavia, anche in vista della manifestazione nazionale del Pd indetta per il 25 ottobre, salta agli occhi il movimentismo interno al partito di Veltroni: gli ulivisti del Pd raccoglieranno le firme per il referendum contro il Lodo Alfano e in difesa delle preferenze.

«È dovere e interesse delle opposizioni pur distinte – ha dichiarato Franco Monaco – mettere l’accento sulle loro convergenze, specie laddove sono violate legalità e democrazia. Penso al referendum sul lodo Alfano e alla battaglia contro la porcata della elettorale per le europee, che vedono oggi mobilitati Idv, formazioni di sinistra e Udc. Con questo spirito, gli ulivisti “democratici per la democrazia” raccoglieranno le firme per il referendum e per le preferenze alle elezioni europee».

A Roma si è svolta anche la manifestazione della Sinistra radicale, che ha sfilato da piazza della Repubblica alla Bocca della Verità. Manifestazione che ha avuto il valore della rinascita dopo il terremoto elettorale e le guerre intestine dentro Rifondazione. «Oggi è la fine del ritiro», ha annunciato il segretario Prc Paolo Ferrero. Tra slogan contro il ministro Gelmini ed il premier Berlusconi e Bella Ciao, la sinistra, rimasta fuori dal Parlamento, ha attraversato la capitale dietro lo striscione «l’opposizione è nelle nostre mani» e ha criticato, con l’ex segretario Prc Franco Giordano ed il leader Pdci Oliviero Diliberto, «un Pd che non fa un’opposizione né sociale né politica».

Parole poco concilianti anche se al corteo si sono affacciati per un saluto i due dirigenti Pd Livia Turco e Vincenzo Vita, convinti che tra oggi ed il 25 ottobre ci sono differenze «ma c’è un’unica opposizione contro questo governo».

La manifestazione della sinistra radicale a piazza Esedra a Roma (Ansa)

l’unità invece:

La sinistra torna in piazza Duecentomila in corteo a Roma

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Idv:30mila firme contro il Lodo Alfano

Tullia Fabiani, Marco Filippetti, Marco Fiorletta, Alessia Grossi

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«L’opposizione è nelle nostre mani», recita lo slogan della manifestazione promossa a Roma dalla sinistra contro le politiche sociali del governo.

E le mani sono centinaia di migliaia – forse addirittura 200 mila persone- 300 mila secondo gli organizzatori. Militanti di Rifondazione, Verdi, Comunisti Italiani protestano contro i provvedimenti del governo, «la distruzione della scuola pubblica», «le leggi ad personam del premier». La prova che «si deve ripartire uniti».

I comunisti ci sono e vogliono fare opposizione radicale. Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione – lancia la proposta di un «coordinamento di tutte le opposizioni». Ma distingue le sinistre dal Pd e dall’Idv.

Intanto proprio l’Italia dei Valori a piazza Navona raccoglie le firme per il referendum dell’abrogazione del lodo Alfano. Tra i partecipanti Dario Fo e Franca Rame. Secondo gli organizzatori più di 5 mila firme sono state già raccolte nei 12 gazebo allestiti in piazza.

Dalla manifestazione della sinistra arrivano proteste e richieste precise: respingere l’attacco alla scuola pubblica, riprendere un’azione per la pace e il disarmo, ottenere il valore della laicità dello Stato e contrastare ogni limitazione delle libertà democratiche e civili. Sono alcuni punti dell’appello lanciato dal palco allestito in piazza Bocca della Verità, luogo di arrivo del corteo.

La piazza è già stracolma di gente e bandiere rosse. «Di fronte alle politiche aggressive del governo di centrodestra, sostenute in primo luogo da Confindustria – ha detto dal palco un esponente del movimento per la sinistra – ci proponiamo di contribuire alla costruzione di una opposizione che sappia parlare al Paese a partire dai seguenti obiettivi»: pace e disarmo, «difesa di retribuzioni e pensioni falcidiate dal carovita», contrasto «all’attacco contro la scuola pubblica», laicità, sostegno alle vertenze territoriali.

Dal palco sono intervenuti numerosi esponenti della società civile tra cui, una precaria che è voluta restare anonima, la dirigente della scuola Iqbal, Simonetta Salacone che ha guidato la protesta delle scuole elementari di Roma contro la riforma Gelmini e Jean Bilongo, della comunità senegalese che ha parlato dei «diritti lesi dei migranti».


Pubblicato il: 11.10.08
Modificato il: 11.10.08 alle ore 20.06

Mentre per larinascita

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Cinquecentomila! Una marea di bandiere rosse con falce e martello invade Roma

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Una manifestazione di popolo grande, grandissima contro Berlusconi e la Confindustria. Pdci e Prc insieme in una piazza che chiede unità e lotta. Forte presenza di Sd, Verdi, movimenti e associazioni. Dopo la sconfitta la sinistra, che sta a sinistra, c’è e riparte dalla difesa della democrazia e dei salari

In cinquecentomila hanno sfilato in un corteo che ha attraversato il centro di Roma. Migliaia le bandiere rosse con la falce e il martello, migliaia le voci che intonavano “Bella Ciao” e “Bandiera Rossa”, migliaia gli slogan contro le politiche antipopolari di governo e Confindustria.

La sinistra di classe torna in piazza per costruire un’opposizione sociale di massa. I Comunisti italiani e Rifondazione comunista ma anche Sinistra democratica e Verdi, tutti insieme, in una grande manifestazione contro lo smantellamento di diritti e garanzie, contro il clima di crescente intolleranza e repressione, per la pace e il disarmo, per la difesa dei salari e delle pensioni, per la democrazia e la libertà d’informazione, per la salvaguardia della scuola pubblica e della laicità dello Stato. Forte la presenza del mondo sindacale, con la sinistra Cgil, Lavoro e società, e i sindacati di base Cobas e Sdl promotori dello sciopero generale del 17 ottobre prossimo, a cui hanno aderito anche Pdci e Prc. Tante le associazioni e i movimenti, dai No Tav ai No dal Molin, tante le testimonianze dei lavoratori precari in lotta nella scuola, nella sanità, nei servizi.

«Ho visto sfilare centinaia di migliaia di uomini e donne che non si sono arresi e non si vogliono arrendere. Questa è la strada che dobbiamo percorrere. Questa è la strada giusta, ce lo dice il nostro popolo», dichiara il segretario del Pdci Oliviero Diliberto. E aggiunge: «La soddisfazione più grande è vedere tantissime bandiere rosse, quelle del Pdci e di Rifondazione, mischiate insieme». È la ripresa della lotta dei comunisti, la cui unità rimane l’obiettivo dei Comunisti italiani. A conferma le parole del segretario del Prc Paolo Ferrero, «qui c’è l’opposizione di sinistra al governo Berlusconi. Vorrei lanciare qui il coordinamento di tutte le opposizioni della sinistra, delle forze sociali e politiche. Inutile parlare di costituente, questa è l’unica proposta unitaria percorribile». Un chiaro monito per la minoranza vendoliana, che ha sfilato a metà corteo insieme al coordinatore di Sd, Cladio Fava, che parla della necessità di «una nuova proposta di sinistra, un nucleo di sinistra democratica e di popolo aperto a tutte le forze politiche e sociali». E Ferrero non manca di lanciare un avvertimento al Pd in merito allo sbarramento del 5% alle Europee: «Questo popolo merita di essere rappresentato».

Al corteo anche tante bandiere dei Verdi, «Siamo qui per dare forza ad un’altra opposizione che lega i temi ambientali con quelli del lavoro», ha dichiarato Grazia Francescato, «ma siamo qui anche per difendere le basi della democrazia, che oggi sono in pericolo e per scuotere un po’ la coscienza di un Paese che appare rimberlusconito».

Grande la mobilitazione per la raccolta delle firme per il referendum abrogativo del cosiddetto Lodo Alfano, la legge che per sospende i processi a presidente della Repubblica, presidenti di Camera e Senato e primo ministro durante i loro mandati.

E liberazione:

Noi siamo qui

Piero Sansonetti

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Trecentomila persone trasformano l’11 ottobre nella giornata del rilancio della sinistra
Un corteo grandissimo e molto rosso, con diverse componenti ma unito da un’idea: ci siamo e da qui ricomincia l’opposizione

Un bel sospiro di sollievo. E’ stata una manifestazione grandissima. Molto più grande di quanto ci aspettavamo. Diciamo trecentomila persone, almeno due ore di corteo. Dopo la giornata di venerdì, con altrettanti studenti in piazza in decine di città italiane, ora abbiamo la certezza che l’opposizione non è morta, la protesta non è morta, la sinistra esiste ancora. Paolo Ferrero nei giorni scorsi ha adoperato questa espressione: «E’ finita la ritirata». Vuol dire che si ricomincia, si torna all’attacco, si torna a far politica.


Qual è l’urgenza, qual è l’obiettivo? Quello di ricominciare a svolgere un ruolo di trasformazione, quello di impedire che il dilagare del berlusconismo porti alla fine del pensiero politico, alla fine del pluralismo, al dominio incontrastato di una classe dirigente che la destra è riuscita a ristrutturare e a ricompattare. E’ una battaglia dura, complicata. Si tratta di rispondere a molte domande. Alcune delle quali venivano poste proprio ieri da Rossana Rossanda nell’editoriale de il manifesto, e fondamentalmente sono riducibili a una sola: riuscirà la sinistra a non restare muta – o tutt’al più sorridente, ma priva di iniziativa – di fronte alla più formidabile crisi economico-politica e di sistema che il capitalismo abbia mai incontrato dal 1929 ad oggi?


Non si può naturalmente chiedere a un corteo, o a una manifestazione di piazza, di elaborare una nuova politica. Però nessuna politica è possibile se non si tiene su delle gambe «di popolo», su una spinta di massa. Questa spinta ieri c’era. C’era in un corteo che in alcune fasi sembrava persino un po’ imbarazzato, un po’ incerto su stesso. Stupito di essere così grande dopo mesi di sconfitte terrificanti, a partire dalla frana elettorale, e stupito persino di essere unito, compatto, dopo un lungo periodo di lotte interne e lacerazioni.


Ma davvero il corteo era unito? Naturalmente aveva molte anime al suo interno. La più forte, la più visibile, era l’anima che chiede una identità sicura alla sinistra, l’anima fortemente «comunista». Però c’erano anche gli altri, molti altri, che invece credono che non si deve partire dalla propria identità, dal proprio passato, ma da una idea di futuro da mettere insieme e mettere a frutto. L’impressione ieri è stata che queste due anime ancora si scrutano con diffidenza, ma cominciano a pensare di poter lavorare insieme.
servizi alle pagine 2, 3, 4 e 5

Scegliete la versione che volete (per me potete anche decidere che in piazza c’erano solo 20.000 persone come dice la questura… si vede che ognuno di loro conta almeno per dieci! E mancavo io…!), ma una cosa è chiara: l’opposizione c’è.

Immagini di quotidianonet.ilsole24ore, larinascita, fgci-veneto e liberazione

6 risposte a “Roma, 11 ottobre”

  1. l'incarcerato dice :

    L’opposizione c’è e certamente non è quella che è in parlamento. Sono mareggiato per non esserci stato, ma il maledetto lavoro mi ha “incarcerato”.

    Pur di rischiare di sembrare snob ma al vera sinistra era in quella piazza. Io spero che la manifestazione del PD sarà un enorme flop.

  2. solleviamoci dice :

    Be’, allora siamo snob in due… anch’io spero che vada deserta, così forse gli alti papaveri si svegliano… “non siamo in un regime”… e che aspetta, che lo conducano al confino? mah!

    cmq l’opposizione è costituita per circa la metà da nostri lettori: a giudicare dal crollo di visite… 🙂
    ma forse pure l’altra metà: se calcoliamo che parecchi di noi, per quanto desiderosi, han dovuto stare a casa…

    Azzardo una domanda: ma se su temi specifici come la giustizia (ma anche l’ambiente, la democrazia ed il lavoro… parole loro) va a finire che ci si ritrova in piazza insieme, con verdi, SD, “perfino” IdV… allora cos’è che ha fatto fallire l’Arcobaleno? O più in generale l’Unione? Bisogna per forza arrivare a punti di non ritorno, per capire che l’unità fa la forza??? Certo è che per l’Unione il discorso prevede (avrebbe dovuto) l’eliminazione di rami secchi, due di picche e primedonne…

  3. gap dice :

    Non entro nel gioco delle cifre. Ma come si diceva una volta “più la questura dice che eravamo pochi, più eravamo”. Se ieri hanno detto che eravamo 20.00 fate voi le debite prorporzioni. Ma non dite 500.000, sarebbe esagerato, comunque eravamo tanti, e divisi. Quella divisione che mi ha portato a dire a Loris, che pur di fare qualcosa, firmerò e parteciperò a tutte le manifestazioni, meno quella del Pd. Andrei anche a quella del “partito comunista maoista-leninista-stalinista-gramsciano-togliattiano ecc. ecc”, se esistesse e se servisse a qualcosa.

  4. nullo dice :

    la straordinaria riuscita della manifestazione dimostra che l’alto consenso di cui gode il governo è tutto da dimostrare.
    Epperò gli i interrogativi che “solleviamoci” pone nel suo post sono sacrosanti-
    Che dice Ferrero? Che la ritirata è finita?
    Perchè non si ritira lui?
    L’indecoroso spettacolo dell’ultimo congresso in cui si sono scannati ferrero,grassi vendola etc. potrebbero fornire una risposta agli interrogativi di Elena.
    Diliberto un nemico? Di Pietro fascista?
    Bene,avanti cosi e ci rimarrà al massimo un pomeriggio autunnale per manifestare,mentre qualcuno farà strame della democrazia.

    nullo

  5. Sandro dice :

    DOPO LA MANIFESTAZIONE DELL’11 OTTOBRE

    Carissime compagne e carissimi compagni,

    la manifestazione dell’11 ottobre, indubbiamente, è riuscita in termini di partecipazione ben oltre le aspettative degli stessi organizzatori.
    Le voci della piazza sono state multiformi e le proposte politiche per uscire dall’attuale “pantano” del movimento comunista sono risultate evidentemente differenti. E’ stata una manifestazione per dare coraggio a militanti illusi e disillusi e una prima risposta sulla persistenza di un’opzione comunista nel nostro paese e delle sue enormi potenzialità per ridiventare l’anima dell’opposizione al capitalismo.

    Per capire come valorizzare una mobilitazione come quella di ieri però occorre individuarne i limiti oltre alle potenzialità.

    Da un punto di vista politico generale, bisogna sottolineare che mancavano quasi totalmente le anime dei “veri” movimenti di lotta del paese di questi ultimi anni. Anche dal palco questo limite si è riflesso, ad eccezione degli interventi di Nicoletta Dosio del movimento NO TAV e di Ciro Argentino della ThyssenKrupp di Torino. Anche questo è frutto degli errori del passato e non è sufficiente una manifestazione per recuperarli, ma occorre ripartire dal conflitto di classe. Ma questo non è stato l’unico limite della manifestazione di ieri.

    Ad esempio ancora non emerge con sufficiente chiarezza che tale crisi del movimento comunista non è dovuta al tracollo elettorale di aprile (e della conseguente collocazione ex-parlamentare dela cosiddetta “sinistra radicale”), ma al contrario quest’ultimo è conseguenza del fallimento delle strategie politiche governiste perseguite per oltre un decennio sia da PdCI che da PRC.

    Certo va registrato chiaramente che nel sentimento comune della stragrande maggioranza dell’11 ottobre è stata completamente affossata l’ipotesi di una nuova “flebo di arcobaleno” per resuscitare improbabili e improponibili generiche “unità delle sinistre” e alleanze rinnovate (o ricercate su “altre basi”) col PD. Questo, infatti, non è proprio quello che il variegato “popolo comunista” ha chiesto ieri.

    Altre invece sono le ipotesi che hanno avuto un forte spazio e che hanno cercato di dialogare con i due temi che ieri sono stati largamente maggioritari nel sentimento diffuso della piazza: una forte richiesta di unità ed una ripresa della presenza dei comunisti nel conflitto sociale e non solo nei salotti televisivi.

    Tali ipotesi politiche, che hanno marciato visibilmente ieri, vanno tuttavia dalla mera unità elettorale PRC-PdCI, passando per la rifusione “a freddo” dei due partiti per tornare alle “origini” della Rifondazione per arrivare fino ad un nuovo “coordinamento delle sinistre” con il mantenimento delle differenti identità. Tali ipotesi non ci sembrano sufficienti ad affrontare la difficile fas politica e sono ancora troppo ambigue sul ruolo del PD. E, conseguentemente, sono ambigue anche su quali alleanze puntare per rilanciare un’opposizione anticapitalista e antimperialista nel nostro paese, oggi contro il governo reazionario della PdL e domani magari contro il social-liberismo del PD. Sintomo di questo anche la mancanza colpevole di un richiamo forte (anche dal palco) allo sciopero generale del sindacalismo di base del 17 ottobre prossimo. Cosa invece che abbiamo inteso invece fare come Comunisti Uniti.

    Bisogna sottolineare, infatti, che all’interno di questa piccola e multiforme marea rossa, che ieri ha manifestato a Roma, se è stata presente l’ipotesi di ripresa di un’unità vincolata alla riconquista dell’autonomia dei comunisti questo lo si deve – anche e soprattutto – allo spezzone dei “Comunisti Uniti per la Costituente Comunista”, ben visibile, caratterizzato dai fazzoletti rossi e che ha dialogato col resto della piazza che “sentimentalmente” non vi era distante seppure, evidentemente, lo era dalle idee di gran parte del gruppo dirigente di PRC e PdCI (basti leggere le loro dichiarazioni di presa di distanza da qualsiasi ipotesi di “costituente comunista”).

    Centinaia di compagni e compagne che hanno promosso, firmato o solo sostenuto l’appello Comunisti Uniti hanno marciato insieme da Lazio, Lombardia, Liguria, Sicilia, Campania, Piemonte, Emilia-Romagna, Toscana, Friuli, Basilicata e Puglia. Lo spezzone è stato vivace e, per forza di cose, molto variegato. Moltissimi gli studenti, tanti i lavoratori e le lavoratrici (soprattutto delegati RSU), militanti dei collettivi antagonisti, associazioni e comitati per la costituente comunista, membri del PdCI (con la presenza di Marco Rizzo e di compagni delle federazioni di diverse regioni) e del PRC (soprattutto dalle federazioni di Milano, Parma e Roma).

    A parte i due striscioni preparati dai gruppi del Lazio e della Lombardia vi erano molte bandiere, cartelli, slogan e parole d’ordine che richiamavano tanto le questioni nazionali (la mobilitazione anti-gelmini, la sicurezza sul lavoro e soprattutto lo sciopero del sindacalismo di base del 17 ottobre) che quelle internazionali (ritiro delle truppe da tutti i teatri di guerra, Libano compreso, appoggio alle resistenze antimperialiste). Fortissimo anche il richiamo alla storia del movimento comunista e il rifiuto di gettarla nella spazzatura come “indicibile”, gridando a gran voce la necessità di riprenderla e attualizzarla per rilanciare la lotta di classe e una prospettiva di liberazione definitiva del moderno proletariato dallo sfruttamento capitalista.

    Certo il limite evidente è che tutto questo è stato frutto di una certa dose di improvvisazione e della buona volontà di chi si è ostinato a mantenere aperta la proposta di partire dall’appello “Comunisti Uniti” per la costruzione di una casa comune per tutti i comunisti “ovunque collocati”, verso una Costituente Comunista fuori dai settarismi e fuori da ogni vizio di strumentalizzazione politicista.

    Questa improvvisazione fa sì che ancora ci si esprima in maniera non sufficientemente efficace ed omogenea, il messaggio poteva essere ancora più chiaro e i pericoli di affossamento del progetto non sono battuti.

    Ma proprio da questa riuscita iniziativa occorre ripartire per rilanciare, dal basso e in tutte le regioni, i coordinamenti “Comunisti Uniti” per trasformarli in un reale movimento nazionale per la Costituente Comunista. Tutti insieme vogliamo riprendere una strada che riporti nella storia del nostro paese un vero Partito Comunista con basi anticapitaliste ed antimperialiste.

    Ma non basta proclamare questa volontà per raggiungere l’obiettivo, occorre intanto muovere i primi passi e accorciare la forbice “tra quello che si proclame e quello che si fa”.

    Per questo nel nostro pecedente comunicato affermavamo che è, secondo noi, una necessità storica e prioritaria quella di costruire da subito una “casa comune dei comunisti”, ovunque collocati, in cui questi si ritrovino a discutere ed organizzarsi per mobilitarsi in strutture unitarie. Proponiamo, in questa prima fase, che il percorso che tutti insieme dovremo avviare preveda una “doppia appartenenza” e non lo scioglimento di questo quell’altro partito o gruppo organizzato.

    Solo così saremo utili a questa battaglia che ci accomuna indipendemente dalla attuale collocazione politico-organizzativa di ciascuno.

    A questo punto, proponiamo a tutte le compagne ed i compagni che hanno aderito, sostenuto o promosso questo tipo di progetto di metterci reciprocamente in contatto e fissare una riunione nazionale e verificare le strade per continuare insieme e in maniera più organizzata questo percorso.

    Come “Comunisti Uniti Lazio” ci mettiamo a disposizione e attendiamo vostre proposte, critiche e contatti per stabilire insieme i prossimi passaggi.

    Sotto vi alleghiamo anche l’intervento dal palco della manifestazione del compagno Ciro Argentino della ThyssenKrupp che ha marciato al nostro fianco durante il corteo.

    Saluti comunisti
    ————————-
    Comunisti Uniti Lazio
    http://www.comunistiuniti.it
    comunistiunitilazio@gmail.com
    ————————-

    LAVORATRICI e LAVORATORI,

    COMPAGNE e COMPAGNI,

    Oggi siamo qui non per pura testimonianza o solo per manifestare contro le scelte nefaste e le politiche impopolari già varate dal peggior governo del dopoguerra, un governo reazionario e pericoloso per la democrazia che sta mettendo in discussione la Costituzione e i diritti dei cittadini e in particolar modo dei lavoratori che perdono sempre più i diritti acquisiti nei decenni precedenti e oggi sono sempre più sfruttati e precari nella loro condizione lavorativa e sociale.

    E’ora che anche a partire da noi – lavoratori, delegati Rsu ed Rls – senza attendere i dettami e l’immobilismo degli apparati del sindacato confederale, insieme ai partiti della sinistra vera che oggi non è più in parlamento per gravi errori e per la sua mancanza d’identità classista, donne e uomini di sinistra si dica con forza e si prenda una posizione chiara con fermezza, senza gli opportunismi e le convergenze filo-governative del recente passato sia dei partiti sia dei sindacati, che il mondo del lavoro salariato vuole essere rappresentato da chi realmente farà i suoi interessi e vuole essere un nuovo blocco sociale per ricostruire un fronte d’opposizione politica e sociale nel paese contro il consociativismo dei partiti dei padroni siano essi reazionari o democratici.

    Il mondo del lavoro dipendente, salariato attraversa già da almeno un ventennio una fase talmente grave e pericolosa di arretramento dei diritti e di salari che si può solo paragonare ad una GUERRA, una guerra sociale sferrata dalle classi padronale internazionale e nazionale che ha come effetti drammatici l’impoverimento dei lavoratori dipendenti e dei pensionati in tutti i settori dal pubblico impiego al privato, dagli uffici alle fabbriche, dal lavoro operaio ai precari dei call center.

    Una guerra scatenata unilateralmente dai padroni in questo paese, Confindustria in prima fila che vuole cancellare diritti e tutele, abbattere il CCNL, aumentare l’orario, legare l’aumento dei salari solo al fattore produttività, insomma svuotare o meglio ancora annullare il ruolo del sindacato relegandolo come in Germania tanto per fare esempi concreti e vicini al nostro modello economico e produttivo a un ruolo di facciata e subalterno, tipo gli enti bilaterali e il sindacato unico su modello Cisl-Uil.

    Una guerra quella in corso che ci deve porre davanti ad un bivio, alla scelta di subire passivamente lo stato delle cose, o invece come credo quasi tutti noi in questa piazza pensiamo, e anzi sono convinto che siamo qui per non solo resistere e testimoniare ma invece per reagire con forza con i mezzi della lotta politica e sindacale che per adesso almeno fino a oggi ci sono consentiti dalla Costituzione e dalle leggi.

    Reagire e lottare per cercare di invertire lo stato delle cose, i rapporti di forza nella società, cambiare finalmente rotta che oggi ci vede alla deriva dopo una serie ininterrotta di sconfitte che si susseguono e ci perseguitano dalla più pesante e storica del 1980 a Torino contro la Fiat che ha avuto valenza e ripercussioni per tutta classe operaia e lavoratrice in Italia, alla grande truffa degli accordi del luglio ‘93 con la concertazione, preceduta dalla cancellazione della scala mobile sino alla sciagurata e vergognosa Legge 30 che crea la precarietà non solo lavorativa e contrattuale ma peggio ancora sociale, che porta alla morte non solo sociale nella strage continua delle morti sul lavoro.

    Una guerra che ha come ultimo effetto sui lavoratori le morti sul lavoro, l’anello più odioso e barbaro, della catena del potere dello sfruttamento del sistema capitalistico che si esprime con l’attuale sistema neo-liberista che per produrre sempre di più a costi sempre più bassi e per competere sui mercati e mantenersi vitale deve sfruttare fino anche a creare le condizioni dirette o indirette facendo morire o uccidendo lavoratori, per assetarsi come sanguisuga con il sangue di uomini e donne trattatti come merce in ogni dove nel mondo, qui nel nostro paese come in altri paesi a sistema capitalistico in Occidente o in Oriente anche nei paesi, in via di sviluppo ancor di più oggi egemoni sui mercati come India e Cina.

    Basta con le morti sul lavoro non può essere solo più uno slogan gridato o un esercizio puramente dialettico, ginnastica da convegni che oggi oramai non vanno più da nessuna parte, bisogna passare all’azione, ai fatti non delegando a nessuno la propria salute nei luoghi di lavoro nemmeno là dove c’è il sindacato piuttosto appoggiare i delegati e le Rls, il sindacato veramente schierato dalla nostra parte.

    Riformare le leggi che trattano la salute e la sicurezza nel mondo del lavoro seppur è stato in parte un atto meritorio non basta seppoi succede così come aveva fatto il governo precedente di aver fatto un testo unico sulla sicurezza con la contraddizione di annacquare la stessa legge su richiesta confindustriale prima della caduta del governo e ciò è comunque solo parte del problema e delle sue possibili soluzioni.

    Bisogna cambiare l’attuale sistema di rappresentanza sindacale, ci vuole una legge sulla rappresentanza , riformare il sistema di eleggibilità delle Rls che devono essere eletti direttamente dai lavoratori e non nominati dalle OOSS, avere più ore di permessi per quest’ultimi, ritornare ai delegati di reparto o di area contro la dispersione e la mancanza di potere e controllo effettivo delle Rsu.

    Io sono di Torino, lavoravo alla ThyssenKrupp, operaio ed RSU nel reparto maledetto delle linee dove appunto c’era la famigerata L5 che, nella notte del 6 dicembre scorso, si è portata via la vita di sette compagni di lavoro, di sette uomini.

    Oggi dopo 11 mesi di lotta per avere giustizia per i compagni uccisi dalla nostra azienda finalmente è iniziato il processo che ci vede costituiti parte civile, un centinaio di operai – e fatto storico e rivoluzionario – al tempo stesso siamo stati riconosciuti circa cinquanta dal giudice parte in causa nel processo.

    Oggi purtroppo grazie alla nostra tragica vicenda, forse per la prima volta in questo paese dopo più di vent’anni si è riscoperto che esiste ancora la classe operaia, siamo diminuiti siamo solo circa 7 milioni ma non siamo spariti come parte di questo paese ha cercato di far credere, la classe dirigente politica filo-padronale, la ex sinistra riformista, il mondo dell’informazione televisiva e della carta stampata anche di sinistra, lo stesso padronato che ci sfrutta e allo stesso tempo ci nega l’esistenza negandoci i diritti di cittadinanza e di lavoratori con la partecipazione dei governi che si sono succeduti negli ultimi 20 anni

    L’unica vera emergenza sicurezza in questo paese è la sicurezza e la salvaguardia della salute dei lavoratori, le chiacchere stanno a zero. La sinistra politica e sindacale, la Cgil ma anche il sindacalismo di base devono alzare il tiro e fare un salto di quantità e qualità nella guerra proclamata dal padronato tutti devono avere questo tema come prioritario e fondante per l’agire politico, cercare di frenare lo stillicidio da bollettino di guerra che vede morire nel nostro paese 3-4 lavoratori al giorno, in particolare i partiti comunisti, insieme e uniti, prepararsi per una lunga stagione di lotte che probabilmente durerà anni di conflitto sociale sapendo che solo con le grandi stagioni di lotte sociali si sono ottenuti i diritti nei decenni precedenti e di cui in parte gioviamo ancora oggi.

    Una tappa di tutto ciò potrà essere il 6 dicembre anniversario della strage alla ThyssenKrupp con una giornata di ricordo e commemorazione ma anche di rivendicazione con un corteo che stiamo organizzando e che ci auguriamo abbia una grande partecipazione di massa per non solo ricordare ma rivendicare che siamo prima di tutto uomini e poi operai e perché la gente reale non muore mai.

    Ciro Argentino, RSU ThyssenKrupp (Torino)

  6. Franca dice :

    Io c’ero e posso dire che 300.000 ci stanno tutti.
    Il corteo ha sfilato compatto per circa 5 ore…

    Per quanto riguarda “Nullo”:
    L’indecoroso spettacolo dell’ultimo congresso in cui si sono scannati ferrero,grassi vendola etc. potrebbero fornire una risposta agli interrogativi di Elena.
    Diliberto un nemico? Di Pietro fascista?

    Lui c’era al congresso? O ha letto i giornali?
    Per quando riguarda l’unità dei comunisti:
    la stanno preparando con la prossima scissione di Vendola?

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