Archivio | ottobre 17, 2008

STRAGI – Il lavoro insicuro uccide: otto vittime in un giorno

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È un interminabile, triste, rosario quello delle vittime sul lavoro: dalla Sicilia al Veneto sono otto le persone morte venerdì nei luoghi di lavoro, proprio nel giorno in cui il tribunale di Taranto ha condannato tre dirigenti dell’Ilva e tre di una ditta appaltatrice (assolvendo però il presidente del polo siderurgico pugliese Emilio Riva) con pene fino ad un anno e 4 mesi per la morte di due operai, vittime di un incidente sul lavoro avvenuto il 12 giugno del 2003: due giovani di 24 e 27 anni rimasero schiacciati da una delle gru utilizzate per il movimento delle materie prime.

Sulla catena di morti è intervenuto il presidente del Senato, Renato Schifani: «La drammatica e sconcertante frequenza con cui si ripetono simili episodi desta sdegno in tutti noi. Occorre che le istituzioni tutte e le forze sociali proseguano con la massima determinazione la loro azione per mettere fine a una inaccettabile tragedia». Prende posizione anche il segretario del Pd che dice: «Cantieri e fabbriche non devono essere luoghi di morte ma posti un cui si vive e lavora.

Le norme ci sono si tratta di applicarle con la necessaria attenzione e se serve severità. Netta condanna poi dal Prc al Governo: »Vergogna, vergogna, vergogna. È una strage infinita e il governo continua a non tutelare il lavoro«.

È ancora tutta da chiarire la dinamica dell’incidente che a Ragusa ha causato la morte di Giuseppe Tumino, 38 anni, in una piccola fabbrica dolciaria, la Gisal, trovato senza vita intorno alla mezzanotte, be cinque ore dopo la fine del suo turno di lavoro, quando in fabbrica, che avrebbe dovuto riaprire tra qualche giorno dopo un periodo di chiusura, non c’era nessuno.
All’arrivo della polizia, penzolava dall’orlo di una vasca di cioccolata, alta tre metri. Probabilmente l’operaio la stava pulendo, in vista della riapertura, o provava il funzionamento della macchina utilizzata per mescolare la pasta di cacao.

Un operaio, Guido Palumbo, che ieri era caduto da una scala mentre lavorava in un’officina a Casoria, invece, è morto in nottata al Cardarelli di Napoli. Era dipendente di una ditta di lavorazione del ferro. Sempre in Campania un altro operaio, Massimiliano Strifezza, di 33 anni, è morto in un cantiere edile in località Spineta del comune di Battipaglia (Salerno), schiacciato da un pannello di copertura di un capannone industriale che in quel momento era manovrato da una gru.

A Roveleto di Cadeo, nel piacentino, Luan Qosya, albanese di 38 anni, è rimasto folgorato dall’ alta tensione. L’uomo, dipendente di una ditta lattoniera, si trovava su una piattaforma alzata da un braccio meccanico a circa otto metri da terra e, mentre stava facendo alcune manovre, ha urtato i cavi elettrici ed è piombato a terra.

Alla lunga lista si aggiunge Giuseppe Tabone, 57 anni, originario di Gela (Cl) stava lavorando alla ristrutturazione di una casa, a San Vitale Baganza (Parma) quando è caduto dal ponteggio alto sei metri morendo. È morto invece travolto dal trattore che stava utilizando sul suo terreno Mauro Strozza, 56 anni, a Barile (Potenza). Il mezzo pesante si sarebbe ribaltato ed è rimasta ferita, in maniera non grave, anche un’altra persona che si trovava accanto alla vittima. Sulla dinamica di questo incidente vogliono però vederci chiaro i carabinieri: la vittima era un pregiudicato e aveva con se una pistola.

A Subbiano (Arezzo) Luca Cerofolini, 30 anni è morto schiacciato dal tronco che stava abbattendo con una motosega. I soccorritori lo hanno trovato agonizzante sotto il pesante fusto: è morto poco dopo. Non stava lavorando, invece, Hind Larabi, 21 anni, marocchina: la giovane donna però è rimasta comunque vittima di un incidente sul lavoro avvenuto negli spazi della ditta ‘Ali Saldaturè ad Arcole (Verona); uccisa sotto una catasta di ferro caduta dal muletto guidato dal fidanzato che la donna era andata a trovare in azienda.

Non ce l’ha fatta ed è morto durante l’operazione all’ospedale di Nola: un operaio romeno di 21 anni, è
morto per le gravi ferite riportate alla testa e al torace dopo un incidente in una fabbrica di lavorazione marmi, a San felice Castello, in provincia di Caserta.

Il ragazzo trasportato d’urgenza all’ospedale di Nola è morto in sala operatoria. Secondo le prime ricostruzioni il ragazzo è rimasto schiacciato da lastre di marmo cadute da una gru. Ma sono ancora in corso gli accertamenti per verificare la dinamica e le cause dell’accaduto.

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Pubblicato il: 17.10.08
Modificato il: 17.10.08 alle ore 21.26

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=80034

Aggressione fascista a Pavia, denunciati nove militanti di Forza Nuova

https://i1.wp.com/www.fgci.it/upload/rte/ferma.jpg

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Mercoledì notte, ad una festa organizzata dal centro sociale Il Barattolo di Pavia, erano arrivati a picchiare ed aggredire. Sono i militanti di forza Nuova che ora sono stati denunciati dalla Digos. Armati di mazze e bastoni avevano accerchiato due ragazzi che stavano entrando alla festa e non hanno esitato a colpire anche gli amici che erano arrivati per i soccorsi. In tutto, sette persone sono rimaste ferite. Le indagini hanno portato alla denuncia di nove appartenenti a Forza Nuova, tra i 25 ed i 40 anni. La Digos ha effettuato anche alcune perquisizioni domiciliari, e alla sede dell’organizzazione, sequestrando numerosi oggetti contundenti, armi improprie e materiale di estrema destra, attualmente al vaglio dell’autorità giudiziaria.

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17.10.08

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=80042

“Io cavia nel call center”: Cronaca di una Vita Precaria

Il giornalista di Repubblica con cuffie e microfono nella sua postazione al call center

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Cronista assunto per una settimana come operatore per 4 euro l’ora
Nessuna certezza per il futuro. Il capo lo incita: le tue cuffie sono un fucile, colpisci

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di SANDRO DE RICCARDIS

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MILANO – Sono l’operatore 172. Ho risposto a un annuncio su Internet spedendo via e-mail il mio curriculum, e dopo il colloquio sono qui, con le cuffie in testa e il microfono che mi sfiora le labbra, a proporre a decine di titolari di partite Iva di lasciare Telecom e passare a Infostrada. Ho lavorato una settimana alla Mastercom, azienda di telemarketing e teleselling nella zona industriale di Assago, hinterland di Milano, un cubo di vetri a specchio e cemento a pochi passi dalla tangenziale Ovest, costola di un gruppo in espansione con nuove sedi a Roma e Benevento.

Dopo la selezione, ho trascorso giorni in azienda senza aver firmato nessun contratto. Ho visto i 1200 euro lordi assicurati dai selezionatori, al colloquio e nei primi due giorni di formazione, diventare 800 al mese lordi (appena 640 netti), mentre le provvigioni promesse si sono ridotte in ventiquattr’ore della metà. Ho conosciuto universitari che non ce la fanno a pagarsi gli studi, ragazzine appena diplomate reduci da altri call center, segretarie trentenni licenziate e sostituite da giovani con contratto da apprendista, laureati con titoli improvvisamente inutili. Tutti senza altra chance che essere qui.

Mi pagano 4 euro netti l’ora. Contratto di collaborazione occasionale per trenta giorni, poi a progetto. Otto ore al giorno – 4 e mezzo il part time – di fronte a un monitor che passa in automatico i dati degli abbonati Telecom da contattare. Promettono un mensile di 1200 euro e provvigioni di 20 (contratto Voce) e 25 euro (contratto con Adsl) per ogni nuovo cliente rubato alla concorrenza.

“Qualcuno qui guadagna più di me – spiega Massimo, il selezionatore, al colloquio -. La media dei contratti di ogni operatore è di 3,9 al giorno”. Nessuno però spiega il trucco contabile: il calcolo dell’azienda è su 30 giorni lavorativi perché alla Mastercom si lavora dal lunedì al venerdì. Così trenta giorni, il loro “mensile”, corrispondono a sei settimane. Un mese e mezzo. E i 1200 euro promessi diventano nella realtà 800 euro al mese. Lordi. Appena 640 netti. Pagati a 60 giorni. Una cifra che nessuno pronuncia mai, un equivoco che gli altri 16 ragazzi che entrano con me in azienda capiranno molto tardi.

Alla Mastercom il turnover di operatori è continuo: ogni lunedì entrano tra i dieci e i venti nuovi lavoratori, altrettanti abbandonano. Con me ci sono quattro ragazzi e 12 ragazze. Dai 19 anni di Antonella e Giovanna, appena uscite dalle superiori, ai 38 di Carla e agli “oltre 40” di Alessandra, che s’imbarazza a rivelare l’età e a dire che sta provando a riprendere a lavorare dopo nove anni, dopo un divorzio. Ci sono anche 4 stranieri: Frida che viene dal Ghana e Salomon dal Camerun, Betsy dall’Ecuador e Lidia dal Venezuela. Tutti ventenni, seconda generazione di famiglie arrivate in Italia quando loro erano bambini. Sono i nuovi italiani: scuole a Milano, ottimo italiano, ambizioni di un futuro diverso da quello dei genitori.

Molti arrivano dai call center di Monza, Cesano Boscone, Milano città, “dove si lavora 24 ore su 24, dal lunedì alla domenica, come robot”. O da centri commerciali, ristoranti, locali nel cuore della movida milanese dove “una notte di lavoro, dalle 19 all’alba viene pagata 50 euro in nero a fine serata”.

I primi due giorni di formazione – non retribuiti, anche se è a tutti gli effetti attività lavorativa che dev’essere pagata dal datore di lavoro – sono una full immersion di marketing e psicologia della vendita. Con qualche trucchetto per produrre di più. Uno riguarda il modem per Internet. “Si può noleggiare o acquistare – spiega chi ci istruisce – . Al telefono col cliente, abbassate la voce come se state rivelando un segreto poi sussurrate: “Guardi, glielo dico senza farmi sentire sennò mi licenziano. Lo compri, costa solo 17 euro, le conviene piuttosto che pagare 3 euro ogni mese. In realtà lo state fregando. Presto si romperà, e l’azienda non ha nessuna voglia di fare manutenzione”.

Le ore passano tra simulazioni di telefonate, studio delle obiezioni che riceveremo, illustrazione dei contratti da proporre. “Dovete essere lo specchio dell’altro. Capire i desideri dell’acquirente, agire sulla parte emotiva – ci dicono – . Fare come scrive Pirandello. Cambiare ogni volta maschera. Se ci pensate, noi vendiamo sempre qualcosa: le idee, la nostra immagine, le nostre scelte”.

Fino al mercoledì, terzo giorno di lavoro, nessuno vede un contratto. Così nel cortile nascono complicati dibattiti sullo stipendio, con i telefonini che si trasformano in calcolatrici. L’atrio all’ingresso è l’unico spazio all’aperto. È qui che si fa pausa per caffè e sigarette. Qualcuno dell’azienda ci vede e ci rassicura, almeno sulle provvigioni: “20 euro per contratto voce, 25 Adsl”. Poi si passa in sala training e da mezzogiorno iniziamo a fare le prime telefonate. “Ricordate Full metal jacket? – dice Alex, il nostro team leader – Il soldato diceva “Il mio fucile è il mio migliore amico, è la mia vita. Senza il mio fucile io sono niente”. Il nostro fucile sono le cuffie. Con loro dobbiamo saper colpire il bersaglio”.

Con il nostro fucile, siamo operativi davanti ai pc senza aver firmato nulla. Come se paga, provvigioni e condizioni contrattuali fossero una variabile indipendente dal nostro lavoro. Ma ecco, due minuti prima della pausa pranzo, quando non vogliamo far altro che scappare a mangiare, arrivano i moduli per la firma. “È il contratto standard dei collaboratori occasionali” spiegano a chi si dilunga a leggere. Molti capiscono solo ora che i 1200 euro di stipendio coprono sei settimane di lavoro e non un mese. E che non è detto che le nostre provvigioni saranno di 20 e 25 euro: la terza pagina da firmare è un elenco indistinto di gettoni da 5 a 25 euro.

Per tutto il pomeriggio di mercoledì, le nostre telefonate raggiungono il segmento di clienti Telecom ULL (Unbundling local loop), quelli che sono rimasti sempre fedeli all’ex monopolista e a cui si propone il distacco totale dalla vecchia Sip. Poi, all’improvviso, giovedì, il nostro team leader blocca tutto. “Siete un gruppo molto affiatato, l’azienda vuole scommettere su di voi. Da ora chiamerete un’altra categoria di clienti”.

Soddisfatto dei complimenti, tutto il gruppo – tranne tre che restano sui vecchi contratti – inizia a chiamare i “silenti”, i clienti che ai tempi delle prime liberalizzazioni sono passati a Infostrada pur dovendo pagare doppio canone, e che per questo sono rimasti a Telecom. “Si tratta di convincerli a tornare”, ci dicono. Partiamo con le telefonate ai Wrl (clienti fuori copertura). Per scoprire, soltanto il giorno dopo, che per questi contratti le provvigioni non sono di 18 e 25 euro ma 8 e 12 euro. Meno della metà. Nessuno ce lo dice. “Per ora è cosi” rispondono quando chiediamo spiegazioni. Ma nessuno ribatte.

E nessuno reagisce alle proteste delle persone a casa, alle offese e alle minacce di denuncia. Ci hanno insegnato che dobbiamo essere più forti delle difficoltà. Mi metto in contatto con un clic con ogni partita Iva che appare sul monitor. Da Bolzano a Siracusa, chiamo tappezzieri e pizzerie, parrucchieri e macellai, studi di architetti e avvocati, profumerie e scuole guida, imprese edili e meccanici.

“Oggi è la 14esima volta che ci chiama qualcuno” rispondono all’Oasi del capello di Broni, provincia di Pavia. “Siete ossessivi” dicono da un negozio di giocattoli di Potenza. “Bombardate dalla mattina alla sera” si sfoga un medico calabrese. Perché quando qualcuno non accetta la proposta, l’ordine non è di escluderlo dal database, ma di rimetterlo in circolo per essere richiamato tra poche ore o tra una settimana, a secondo della violenza della sua protesta. Il contrario di quanto stabilisce il Garante della privacy che dal dicembre 2006 obbliga i call center a “rispettare la volontà degli utenti di non essere più disturbati”.

I miei colleghi che misurano ogni euro del loro lavoro, si accorgono così che non è tanto facile acquisire clienti. Anche se per giorni ci hanno ripetuto il numeretto magico di 3,9 contratti stipulati ogni giorno da ogni operatore. Tra mercoledì e venerdì facciamo tre contratti. Lunedì, ultimo giorno di lavoro, un paio. In fondo alla sala, sulla lavagna c’è il nome di ognuno di noi: in rosso c’è l’obiettivo che si è dato prima di partire, accanto uno smile per ogni contratto realizzato.

In queste sale non c’è il rito motivazionale che si vede in Tutta la vita davanti, il film di Paolo Virzì sul mondo dei call center, ma a ogni contratto concluso dai nuovi, c’è in sala training l’applauso dei colleghi. E così avviene nella sala grande se qualcuno raggiunge il numero di contratti per ottenere il bonus in busta paga. Un concetto ce l’hanno spiegato subito: serviamo solo se vendiamo. Perché la somma dei nostri contratti fa il risultato del team leader, i loro risultati sono il target della Mastercom col committente, Wind-Infostrada.

“Ma se l’azienda fissa gli obiettivi, mette a disposizione le sue strumentazioni e gestisce turni e assenze, si configura una posizione da lavoratore dipendente”, spiega Davide Ferrario, del Nidil, il sindacato dei precari della Cgil. Dopo una settimana, il mio gruppo non esiste più. Eravamo in 17 il primo giorno, siamo rimasti in 5. L’ultimo contratto che vedo è di Luca, rimasto in sala training una settimana in più, mentre quelli arrivati con lui sono già nella sala grande. È stato 15 giorni in attesa di questo momento: contratto Adsl a una romena di 18 anni. A fine giornata, tira fuori il telefonino e immortala l’evento. Fa una foto alla lavagna col suo nome accanto al disegno di un visino sorridente.

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17 ottobre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/cronaca/call-center-cavia/call-center-cavia/call-center-cavia.html

Rushdie a Saviano: “Difenditi, la camorra è peggio della fatwa”

L’autore dei Versetti satanici: scelga bene il suo esilio
“Conobbi Roberto a New York: già lì la polizia diceva che era in pericolo per Cosa Nostra”

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/9/9d/Salman_Rushdie_by_Kubik_02.JPG/250px-Salman_Rushdie_by_Kubik_02.JPGSalman Rushdie

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di DARIO DEL PORTO

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NAPOLI – Le minacce della camorra a Roberto Saviano fanno più paura della “fatwa” lanciata contro Salman Rushdie dagli integralisti islamici. Secondo lo scrittore anglo-indiano, costretto da quasi vent’anni a vivere in clandestinità, l’autore di “Gomorra” “corre un pericolo terribile. Dovrà senza dubbio lasciare l’Italia, ma bisogna che scelga molto prudentemente il luogo di destinazione. La mafia pone un problema più grave di quello che io stesso ebbi ad affrontare”.

Ricorda, Rushdie, di aver conosciuto Saviano ad aprile, a New York. “È un uomo estremamente gradevole, molto intelligente. Già in quel momento l’Fbi riteneva fosse in pericolo perché proprio negli Stati Uniti c’è la mafia”. Ieri lo scrittore campano era a Francoforte, dove riceverà questa sera un premio speciale in occasione della fiera del libro e dove ha incontrato un altro scrittore sotto scorta, il premio Nobel turco Orhan Pamuk, finito nel mirino dei nazionalisti locali. Saviano resterà in Germania oggi e domani, mentre in Italia fa discutere la sua volontà di lasciare l’Italia dopo le ultime intimidazioni.

Roma è pronta a conferire la cittadinanza onoraria all’autore di “Gomorra”. Una mozione in questo senso è stata presentata dal gruppo consiliare del Pd e il sindaco, Gianni Alemanno, ha già avviato il procedimento. La Provincia di Caserta ha rilanciato una campagna di solidarietà mettendo la foto di Saviano in evidenza sulla home page del sito web e la scritta: “Mille no alla camorra, mille grazie a Saviano”. Anche Piero Fassino dedica al caso l’apertura del suo blog: “Non lasciare solo Saviano è un dovere morale e civico”. Rita Borsellino sorella del magistrato ucciso dalla mafia nel 1992, invita Saviano a non lasciare l’Italia ma secondo un sondaggio di Sky il 74 per cento votanti ritiene giusta la decisione.

Lancia un appello all’unità il presidente del Senato, Renato Schifani: “Le minacce che ancora oggi la mafia e la criminalità organizzata rivolgono a chi, come Roberto Saviano, ne denuncia i crimini atroci, potranno essere respinte dalla forza unita, allora sì invincibile, delle istituzioni e dei cittadini”. Il 19 novembre è in programma a Casal di Principe una manifestazione della Cgil e a una grande iniziativa nazionale lavora la commissione Cultura della Camera, che ha in mente di riunirsi proprio a Casal di Principe. Un’idea bipartisan, lanciata da Fabio Granata, del Pdl, e Giuseppe Giulietti, Idv, accolta dal “vivo apprezzamento” del presidente della Camera, Gianfranco Fini, che non ha escluso di poter partecipare.

Il pm Ardituro sta intanto indagando sulle minacce. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha accertato che il boss Francesco Schiavone, detenuto in regime di carcere duro, non ha inviato fax. Dunque le affermazioni dal tono intimidatorio dirette a Saviano e riportate dalla trasmissione “Matrix” (“Questo grande romanziere deve smettere di fare affermazioni calunniose su di me, non solo in conferenza stampa ma poi riportate sul giornale Repubblica”) potrebbero essere contenute in una delle cinque lettere inviate dal padrino ai suoi legali, ai quali Schiavone ha chiesto anche di sporgere querela nei confronti dello scrittore.

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17 ottobre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/cronaca/saviano-minacce/rushdie-fatwa/rushdie-fatwa.html?rss

Bergamo, arrestato barista pedofilo: abusava delle giovani dipendenti

Il gestore di un bar faceva lavorare in nero ragazzine minorenni, poi le costringeva ad avere rapporti sessuali minacciando il licenziamento

Bergamo, arrestato pedofilo abusava delle giovani dipendenti

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BERGAMO – Faceva lavorare nel suo bar ragazze dai 13 ai 18 anni pagandole in nero, poi le costringeva ad avere rapporti con lui minacciando di licenziarle: dopo due mesi di indagini è finito in carcere un uomo di 68 anni, gestore di un locale del Bergamasco. Gli uomini del comando provinciale di Bergamo, che lo hanno arrestato, lo hanno definito un “pedofilo seriale”.

Secondo l’accusa l’uomo, incensurato, titolare di un bar in un paese dell’Isola Bergamasca, avrebbe abusato sessualmente di almeno sette ragazze tra i 13 e 18 anni, che “assumeva” in nero per lavorare al bancone del suo locale.

L’indagine è partita ad agosto dopo il racconto di una ragazza – ai tempi tredicenne – che ha riferito ai militari di aver subito pesanti avances dall’uomo. Gli inquirenti hanno rintracciato altre sei ex dipendenti del locale che negli ultimi dodici mesi sarebbero state costrette ad avere dei rapporti sessuali completi con il loro datore di lavoro.

L’uomo, sfruttando il rapporto professionale, conduceva con una scusa le sue vittime nell’appartamento sovrastante il locale e abusava di loro, spesso imponendo alle ragazze il silenzio sotto la minaccia di far perdere loro il lavoro.

Il barista, che vive da solo, cambiava commesse ogni due o tre mesi: pare che gli episodi ai danni delle ragazze proseguissero da almeno un anno. Le vittime hanno raccontato ai militari le loro esperienze, spesso con dovizia di particolari. Il presunto pedofilo è stato arrestato con l’accusa di violenza sessuale aggravata e continuata. Ora è rinchiuso nel carcere di Bergamo, in attesa di essere interrogato dal gip.

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17 ottobre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/cronaca/pedofilia-bergamasco/pedofilia-bergamasco/pedofilia-bergamasco.html?rss

Somalia, l’esodo dimenticato

Ottobre 2008. Sulla costa di Shimbelle un gruppo di somali sale su un barcone diretto nello Yemen. Quest’anno il mare ha già fatto oltre 200 vittime. (Alixandra Fazzina)Ottobre 2008. Sulla costa di Shimbelle un gruppo di somali sale su un barcone diretto nello Yemen. Quest’anno il mare ha già fatto oltre 200 vittime.

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In migliaia fuggono da un Paese ormai morto. Si lasciano alle spalle paura, miseria

Una fotoreporter ha viaggiato con loro sulla rotta dei sogni che porta nello Yemen. Dove arrivano in pochi

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di Fausto Biloslavo, foto Alixandra Fazzina

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Salima, 19 anni, è nata in guerra, a Mogadiscio. Ma non voleva andarsene. Fino a quando ha perso figlio e marito nello spazio di una mattina, mentre uscivano in cerca del pane: tornata a casa ha trovato il tetto sfondato da una granata e la sua famiglia maciullata. In attesa di un altro figlio, la giovane somala ha scelto la fuga impossibile verso un mondo migliore. A bordo di un barcone diretto nello Yemen ha partorito il suo bambino. Ma i trafficanti che la traghettavano, con un centinaio di clandestini, l’hanno buttato in mare appena nato. Faduma, 22 anni, recitava i versi del Corano come un rosario per salvare uno dei suoi figli. Medici non ce n’erano nell’inferno di un campo profughi dentro la Somalia. Il piccolo è morto di diarrea. Faduma si è rassegnata a questo e ad altro. Non conta più gli stupri, dopo che una donna di 70 anni è stata violentata. I talebani somali stanno rialzando la testa e bombardano i civili con i mortai pur di provare a colpire il palazzo presidenziale a Mogadiscio. Le truppe etiopiche che appoggiano il fragile governo transitorio non sono da meno durante le rappresaglie.

A morire sono anche gli operatori umanitari: dall’inizio dell’anno ne sono stati uccisi 24. Le Ong, soprattutto quelle occidentali identificate come «cristiane», sono nel mirino. Gli Al Shabab, i giovani miliziani della guerra santa, si divertono a demolire quello che resta della cattedrale di Chisimaio, una delle ultime chiese della Somalia che un tempo fu italiana. E che ospitava da anni famiglie rimaste senza tetto a causa della guerra. Al grido «Allah o akbar» (Dio è grande), armati di picconi, martelli e asce hanno festeggiato così la fine del Ramadan, il mese di digiuno islamico. «Al posto della chiesa costruiremo una grande moschea» ha annunciato sheik Hassan Yaqub, portavoce dei fondamentalisti. Spiegando poi che a Chisimaio, capoluogo del sud conquistato in settembre, torna l’ordine talebano. «Durante gli orari di preghiera i nostri mujaheddin arresteranno chi si rifiuta di chiudere uffici e negozi» spiega Yaqub. «Chi non prega è un criminale». Non è un film dell’orrore, ma la triste realtà quotidiana nel dimenticato paese del Corno d’Africa.

Secondo Human right watch, un’organizzazione non governativa che si batte per il rispetto dei diritti umani, «la tragedia della Somalia e la più ignorata del mondo d’oggi». Poco meno della metà della popolazione, tre milioni e mezzo di anime, ha bisogno di aiuti umanitari per sopravvivere. Un quarto dei bambini muore prima di arrivare ai cinque anni. Su 100mila nascite, 1.100 madri non superano il parto. Un milione e 100mila profughi vagano all’interno della Somalia per sfuggire ai combattimenti e alla miseria. È il terribile risultato di 17 anni di guerra civile iniziata con il crollo del regime di Siad Barre, il padre-padrone della Somalia. Dal 1991 caos, anarchia, carestie hanno stritolato i somali e la loro terra. Mogadiscio è una capitale fantasma abbandonata da metà dei suoi abitanti. Il mercato di Bakara, però, rimane sempre lo stesso: un covo di miliziani islamici pronti a tutto. Come nel 1993 quando gli americani provarono a entrarci e finirono scannati da una folla inferocita. Una disfatta che ispirò il film Black hawk down. Quartieri dove splendevano i palazzi dell’epoca coloniale sono scheletri di guerra disabitati. Colpi di mortaio, cannonate e raffiche di mitragliatrice hanno trasformato le case in groviera. «Mogadiscio sta morendo» denuncia Human right watch. «La capitale, sulla costa dell’Oceano indiano, era un tempo uno dei centri più attivi del commercio con il Medio Oriente. Ora intere aree sono ridotte a cumuli di macerie».

Dalla città morta fuggono in tanti, come Salima. La sua è una storia terribile scoperta da Alixandra Fazzina, la fotografa che ha scattato le immagini di questo servizio che Io donna pubblica in esclusiva. Lo scorso anno Salima perde tutto, compresa la famiglia, nei combattimenti di Mogadiscio. Si affida ai famigerati tharib. Alla stregua di moderni Caronte loro traghettano chi vuole scappare da guerra e fame oltre il golfo di Aden. Nel 2008 sono sbarcati nello Yemen 25.859 disperati giunti dalla Somalia o dall’Etiopia. Per attirare i disperati che sognano un mondo migliore le bande si sono inventate Radio Kabila. Un’emittente con ripetitori disseminati in tutto il Paese che trasmette le indicazioni sulle vie di fuga dalla Somalia. Molti clandestini non ce la fanno. I corpi restituiti dal mare sono più di 200, secondo i dati dell’agenzia dell’Onu per i rifugiati. Altri 225 risultano dispersi. I disperati raggiungono Bosaso, centro di tutti i traffici nel nord est del Paese. Dalle spiagge vicine di Morere o Shimbelle bande di canaglie riempiono barconi di pescatori con carichi di 120 esseri umani alla volta, uno appiccicato all’altro.

Ubriachi di gin, offuscati dalla droga e armati di kalaschnikov i trafficanti di uomini sono delle bestie. Spesso legano i clandestini l’uno all’altro, come ai tempi della tratta degli schiavi. Mare agitato e sole a picco accompagnano i due giorni d’inferno della traversata. «Un uomo che chiedeva per pietà un po’ d’acqua si è preso una coltellata in testa » racconta Salima. «Poi hanno gettato il corpo sanguinante fuori bordo». Il peggio deve ancora venire. La giovane Salima è al settimo mese di gravidanza ed il rollio della barca fra i flutti le provoca le contrazioni. Perde sangue, ma partorisce il bambino. I compagni di sventura tagliano il cordone ombelicale. L’unica cosa che ricorda è una delle canaglie che lancia in mare il neonato come se fosse un pallone. Ogni clandestino paga un milione di scellini somali, poco meno di 37 euro, per oltrepassare il golfo di Aden. Una volta giunti in vista della costa yemenita i trafficanti di uomini buttano il carico a mare. Chi ce la fa nuota per raggiungere la riva. Gli altri affogano e vengono ritrovati cadaveri giorni dopo sulla spiaggia. Ma nell’inferno della Somalia i trafficanti di uomini non sono gli unici a farsi i soldi. Quest’anno sono stati registrati oltre 40 casi di pirateria al largo della Somalia. I riscatti delle navi variano da uno a sei milioni di euro. Si stima che il giro d’affari dei pirati nel 2007 sia stato di 50 milioni di euro. Per gli equipaggi sequestrati sono stati organizzati pensioni e ristoranti ad hoc. «La popolazione vede di buon occhio i pirati» spiega una fonte del governo somalo. «Perché considera gli arrembaggi una reazione ai pescherecci occidentali che pescano di frodo e alle navi che scaricano rifiuti tossici».
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F.Biloslavo
(Foto Alixandra Fazzina)

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La  fuga verso lo Yemen. Un'Odissea per tutti. Per chi cerca di fuggire dall'odio ma anche per gli operatori umanitari (Alixandra Fazzina)La fuga verso lo Yemen. Un’Odissea per tutti. Per chi cerca di fuggire dall’odio ma anche per gli operatori umanitari

Un'altra immagine della fuga verso lo Yemen (Alixandra Fazzina)Un’altra immagine della fuga verso lo Yemen

(Alixandra Fazzina)

La disperata fuga dei somali è il risultato di 17 anni di guerra civile che hanno messo in ginocchio il Paese (Alixandra Fazzina)La disperata fuga dei somali è il risultato di 17 anni di guerra civile che hanno messo in ginocchio il Paese

Una bimba sulla spiaggia di Morere nel nord est della Somalia (Alixandra Fazzina)Una bimba sulla spiaggia di Morere nel nord est della Somalia

Un gruppo di donne esauste dopo tre giorni in mare. Quando si ha la fortuna di approdare nello Yemen bisogna registrarsi. E mettersi in fila per ore e ore (Alixandra Fazzina)Un gruppo di donne esauste dopo tre giorni in mare. Quando si ha la fortuna di approdare nello Yemen bisogna registrarsi. E mettersi in fila per ore e ore

Ogni clandestino paga poco meno di 37 euro per approdare nella terra promessa (Alixandra Fazzina)Ogni clandestino paga poco meno di 37 euro per approdare nella “terra promessa”

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16 ottobre 2008 – ultima modifica: 17 ottobre 2008

fonte: http://www.corriere.it/esteri/08_ottobre_16/somalia_su_A_6aa59b5a-9ba2-11dd-a5ca-00144f02aabc.shtml

Scuola, trecentomila in piazza “E’ solo l’inizio della protesta”

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Grande corteo a Roma. Sindacalismo di base e società civile
Nella manifestazione genitori, maetri, professori e tantissimi studenti

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di ANDREA DI NICOLA

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Scuola, trecentomila in piazza "E' solo l'inizio della protesta"Il corteo di Roma

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ROMA – “Non pagheremo noi la vostra crisi”. Il copyright è degli universitari ma lo slogan rimbalza di spezzone in spezzone nel corpaccione del grande corteo in difesa dell’istruzione pubblica che ha attraversato la città sotto una pioggia scrosciante. Un corteo di studenti medi e universitari in primo luogo, e poi di professori, maestri, lavoratori della scuola e genitori. Società civile, insomma, della quale i Cobas e il sindacalismo di base hanno intercettato l’urgenza di voler esprimere il proprio no a quella che tutti chiamano “la distruzione della scuola pubblica”.
Fuori la politica ufficiale, fuori i partiti a parte qualche striscione di Rifondazione però estraneo al centro della protesta. Il corteo dei trecentmila, si capisce subito, non è nato nelle loro sedi, ma nelle scuole elementari, nelle case dei promotori dei mille comitati genitori che stanno nascendo in tutta la penisola, nelle facoltà occupate.

Che sarebbe stata una manifestazione imponente lo si era capito dalla prima mattina, nello stupore generale a partire dagli organizzatori. Alle 9,30 piazza Esedra era già piena. E la cifra comune un po’ a tutti, tranne ai tanti bambini delle elementari felici per questa giornata in cui possono fare confusione con l’approvazione di maestre e genitori, è la preoccupazione. Quella delle maestre in ambasce per il posto di lavoro che girano con cartelli fatti in casa con su scritto “taglia, taglia, il bambino raglia” o che,m orgogliosamente rivendicano “sono già un maestro unico”. I genitori, preoccupati anche loro, perché già si vedono con i piccoli a casa ad ora di pranzo e costretti a rivedere tutta l’organizzazione familiare si sono presentati con delle magliette verdi con su scritto “il futuro dei bambini non fa rima con Gelmini”. I ragazzi dei licei la loro preoccupazione la esprimono in modo diretto: “Preokkupati per il futuro”, scrivono quelli della Rete degli studenti che danno anche un consiglio alla ministra “i tagli te li fai ai capelli”. I precari della scuola, veramente in tanti, che temono di aver buttato anni ed anni. Gli universitari che portano in piazza il loro incubo: la precarietà del futuro. Non a caso il loro striscione è firmato “studenti precari” e in tanti girano con un cartello scritto in inglese: “Sono uno studente italiano, adottatemi”. Mentre il collettivo di Scienze ha scritto sullo striscione “Tagli, privatizzazioni, precarietà. Ecco l’università spa”.

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Il corteo scorre lento verso piazza San Giovanni e quando la testa raggiunge l’arrivo la coda è ancora in piazza Esedra. Questo al di là delle cifre dà il senso della grandezza della manifestazione. E da un capo all’altro le star sono sempre loro: Gelmini, Brunetta, Tremonti. Berlusconi è quasi dimenticato negli slogan e negli striscioni. Il ministro della Funzione pubblica è ritratto mentre con una flebo succhia il sangue agli impiegati pubblici e quando da un camion gli dedicano “Un giudice” di De Andrè, con allusione alla statura del ministro, è un boato.

Il clima è tranquillo e sereno,
d’altra parte aspettarsi che austeri professori di greco e latino si potessero trasformare in black bloc sarebbe stato arduo. E tuttavia qualche momento di tensione c’è stato quando universitari e studenti medi hanno deciso di andare a trovare la Gelmini nella sua tana, al ministero della Pubblica Istruzione, fuori dal percorso programmato. “Siamo stati ieri da Tremonti, se no la Gelmini ci rimane male”, sorride un ragazzo dietro lo striscione di Roma III. I responsabili dell’ordine pubblico capiscono che non ci sono pericoli: le facce di quei ragazzi dicono che non sono degli sfasciatutto e quindi acconsentono al fuori programma.

E così mentre a San Giovanni
si comincia a tornare a casa, i più giovani prolungano la protesta. Nei confronti dei poliziotti e carabinieri nessuna provocazione solo improbabili inviti a ballare e slogan per ricordare agli uomini e alle donne in divisa che “anche voi avete dei figli, stiamo lottando anche per loro”. Anche per la ministra un solo coro: fuori, fuori. “Ci accusano di non voler dialogare – dice Francesco di Scienze della Sapienza – perché non viene fuori a parlare con noi?”.

La Gelmini non scenderà ma loro non si scompongono: “Andremo avanti fino a che non sarà ritirata la legge 133. Da domani occupazioni a oltranza in scuole e università. Oggi è solo l’inizio”. Casualmente il “ce n’est qu’un debut” del ’68. Loro forse nemmeno lo sanno e, per quanto sono distanti dai movimenti del passato, se lo sanno se ne fregano.

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17 ottobre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2009-1/corteo-cobas/corteo-cobas.html

Sciopero, la Cgil contro Sacconi “E’ un diritto, no alla riforma”

NO AL PENSIERO UNICO!

DA QUESTO ‘GOVERNO’ SUI CITTADINI SOLO E SEMPRE ‘SACCONI’ DI M….

mauro

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Il sindacato di Guglielmo Epifani attacca le linee guida illustrate dal ministro del Welfare

“Tratti illiberali”. La replica: “Imprese e cittadini non possono essere danneggiati”

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ROMA – Per adesso siamo solo alle linee guida, ma la polemica già cresce di tono. Da una parte il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, dall’altra la Cgil. Nel mezzo il progetto del governo che riforma il diritto di sciopero, soprattutto nei servizi pubblici essenziali. Cambiamenti che la Cgil contesta. “Lo sciopero è un diritto incoercibile e le linee guida confermano i tratti illiberali già denunciati nei giorni scorsi” si legge in una nota del sindacato di Epifani. Ma Sacconi insiste: “Cittadini e imprese non possono essere penalizzati”.

Tocca al ministro del Welfare chiarire le linee guida del futuro decreto legge. Si parte dall’idea che lo sciopero potrà essere proclamato anche nel caso in cui venga indetto da una minoranza di lavoratori, ma il governo chiede di sapere “preventivamente quale sarà l’adesione” così da contrastare “l’effetto annuncio che crea disagi ai cittadini” dice Sacconi.

Ed ancora: via al referendum consultivo obbligatorio prima dello sciopero; adesione individuale preventiva per sapere quanti servizi verranno toccati; sanzioni affidate ai prefetti e non alla Commissione di garanzia, affinchè siano “effettive”; no al blocco di ferrovie, strade, aeroporti, no al danneggiamento irreversibile degli impianti.

La Cgil, però, non ci sta e mette in guardia il governo da rischi di incostituzionalità. “Le norme che attaccano i diritti dei lavoratori e della loro rappresentanza e appaiono sbagliate nel metodo, nel merito e sotto il profilo costituzionale”. Il complesso delle misure annunciate, dice la Cgil, “conferma il chiaro intento di introdurre ulteriori e immotivate restrizioni al diritto di sciopero e alla libertà sindacale in una situazione nella quale le regole attuali offrono già all’utenza una protezione che non ha eguali negli altri paesi europei”.

Poi il sindacato di corso d’Italia entra nel merito per ribadire la propria contrarietà all’allungamento dei tempi di intervallo; all’introduzione dello sciopero virtuale per legge; all’attribuzione ai prefetti del potere di esecuzione delle sanzioni individuali deliberate dalla commissione; all’attribuzione alla commissione di poteri di conciliazione e arbitrato; alle proposte sulla revoca dello sciopero che già prevedono oggi un preavviso minimo di 5 giorni. Siamo solo alle linee guida, ribadite il governo auspicando il confronto con sindacati e imprenditori. Ma viste le prime reazioni non è difficile prevedere che la polemica diventerà sempre più aspra.

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17 ottobre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/politica/riforma-sciopero/riforma-sciopero/riforma-sciopero.html?rss

fonte immagine:  www.aprileonline.it

Clima, i dubbi dall’Italia. L’Ue: «Siamo allibiti»

Manifestazione a Milano di Arci e Legambiente - 7 giugno 2008 - foto Ansa - 120x120
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È «allibito» il commissario europeo all’Ambiente, Stavros Dimas: non riesce a capacitarsi «delle argomentazioni che arrivano da alcuni ambienti in Italia». Parla della polemica sul pacchetto Ue per la riduzione delle emissioni inquinanti. L’Italia, infatti, ha più volte minacciato il veto sulle nuove norme: il governo Berlusconi, appoggiato da Confindustria, sostiene che le misure a difesa del clima e dell’ambiente sarebbero un costo impossibile da sostenere per le imprese italiane. Ma Dimas non riesce a capire perché guardiamo «in modo così pessimista» al pacchetto, che invece «contiene importanti incentivi all’innovazione».

«Io – spiega il commissario europeo – tutti questi svantaggi non li vedo», anzi, con le misure del pacchetto ci saranno «più sicurezza energetica, lo sviluppo delle fonti rinnovabili, meno dipendenza dal petrolio». Innovazioni che indirizzerebbero l’economia verso «un futuro a basse emissioni di CO2» e che potrebbe creare nuove opportunità per le nostre imprese: «Il vostro paese – si infervora Dimas parlando con i cronisti italiani – avrebbe enormi capacità di sviluppo nel settore delle energie rinnovabili. E allora perché non innovate?».

Vallo a chiedere a Berlusconi, a Frattini, a Ronchi, alla Prestigiacomo e anche alla Marcegaglia, verrebbe da dire. Perché nessuno dei ministri volati a Bruxelles si è mostrato sensibile agli argomenti dell’innovazione, dell’indipendenza energetica, della difesa dell’ambiente. Piuttosto, hanno preferito seminare il terrore sui costi che le nuove misure avrebbero: più di 18 miliardi di euro l’anno, minacciano dal ministero dell’Ambiente, l’1,4 per cento del Pil. Più di venti miliardi ogni dodici mesi, esagerano da Confindustria. Ma a Bruxelles restano di stucco: «Non so da dove vengano questi numeri – dice il commissario Dimas – ma sono scenari che non si basano sul nostro pacchetto». La Commissione Ue, infatti, ha calcolato che il pacchetto costerebbe ai paesi membri una cifra compresa tra lo 0,51 e lo 0,66 per cento del Pil, un terzo di quanto sostenuto dalle autorità italiane. E soprattutto, ragionano a Bruxelles, «questo non significherebbe una perdita poiché il denaro rimane nel Paese e potrebbe essere usato, da parte di buoni governanti, per fare investimenti». Già, buoni governanti, quelli che da noi non li vedono nemmeno in Europa. «Come al solito – commenta il ministro ombra dell’Ambiente Ermete Realacci – Berlusconi ci regala una pessima figura a livello internazionale».

«La posizione del governo italiano sul pacchetto clima in discussione a Bruxelles – attacca il leader del Pd – è irresponsabile nel merito e rischia di isolare il nostro Paese dal nucleo storico dell’Unione europea. È giusto e necessario – spiega Veltroni – in un momento così difficile e critico per l’economia mondiale, fare ogni sforzo a difesa delle nostre imprese. È invece una scelta miope e perdente – aggiunge – utilizzare questo come pretesto per smantellare gli obiettivi di riduzione delle emissioni dannose per il clima, di sviluppo delle energie rinnovabili, di miglioramento dell’efficienza energetica. L’Italia su questo gioca il suo futuro, ambientale ed economico, il governo torni sui suoi passi».

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Pubblicato il: 17.10.08
Modificato il: 17.10.08 alle ore 15.50

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=80040

Riccardo Rasman: chiesto il processo per 4 agenti

Di Riccardo Rasman e della sua triste vicenda abbiamo parlato qui, invitandovi a firmare, e poi qui.

La preziosissima Laura ci segnala questo – importantissimo – aggiornamento:

Rasman, per il pm è omicidio. Chiesto processo per i 4 agenti

Fonte: Liberazione, 10 ottobre 2008

Chiesto il rinvio a giudizio, a Trieste, per quattro agenti di polizia coinvolti nell’omicidio colposo di Riccardo Rasman, 34 anni, stroncato nell’ottobre del 2006 nel suo monolocale di Borgo San Sergio da un collasso innescatosi durante l’ultima fase di un violento intervento della polizia. Secondo il pm la morte è direttamente collegata proprio alle modalità di intervento degli agenti.

Riccardo Rasman quando giocava a calcio

Nei prossimi giorni il gip Enzo Truncellito fisserà la data dell’udienza preliminare.
I poliziotti avevano fatto irruzione nell’appartamento perchè Rasman aveva lanciato un paio di petardi sulle persone che passavano nella sottostante strada. Rasman era stato ammanettato e tenuto fermo sul pavimento con le mani bloccate dietro alla schiena. Una posizione che gli è stata fatale. In un primo momento per i quattro indagati era stato chiesto il proscioglimento. Ma nuovi elementi e i nuovi indizi hanno riaperto un caso che presenta parecchie analogie col caso Aldrovandi, il diciottenne ferrarese ucciso nel corso di un violento controllo di polizia, secondo la ricostruzione emersa finora dal processo in corso. A Trieste è emerso – da testimoni e registrazioni audio, che, quel 26 ottobre 2006, gli agenti sapevano che Rasman era assistito da un centro di salute mentale. Secondo i legali della famiglia Rasman, uno dei quali è lo stesso che segue la famiglia Aldrovandi, gli indagati non potevano non sapere con chi avevano a che fare. E non avrebbero dovuto fare irruzione nell’appartamento senza aver prima chiesto l’intervento di uno psichiatra. Il lancio di petardi era cessato da tempo. Esiste una specifica richiesta alla Centrale operativa della questura di verificare se Rasman fosse seguito dal Centro di salute mentale di Domio.

POLIZIA DAPPERTUTTO GIUSTIZIA DA NESSUNA PARTE

Fonte: reti invisibili

Immagini di: antifa-milano, casadelleculture e corriere