Archive | ottobre 20, 2008

Ciao Vittorio.

E’ morto Vittorio Foa, uno dei grandi padri della sinistra italiana. Nato a Torino il 18 settembre del 1910, fu imprigionato per oltre otto anni per antifascismo. Dopo la Resistenza è stato deputato alla Costituente per il Partito d’azione. Dirigente della Cgil, è stato parlamentare socialista e poi senatore del Pds.

fonte: laRinascita

immagine di laStampa

Non leggete l’articolo di Repubblica ! : adesso che è morto, è diventato un “fulgido esempio” per tutti… invece andate sul sito dell’amico il Russo, qui

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Appello di 6 premi Nobel per Saviano. Dario Fo: “in un Paese in cui un politico dice che con la mafia bisogna conviverci…”

di Stefano Corradino

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“Il problema vero di questo Paese, anche in relazione al caso Saviano è il disastro della disinformazione. Ci propinano culi e veline, pianti degli amanti, situazioni fasulle. Se vogliamo che le cose cambino bisogna combattere questa oscena disinformazione, la strategia di inondarci di banalità in modo che ci addormentiamo tutti. E’ assurdo che un uomo libero, solo in virtù di quello che scrive debba andare in giro con la scorta… Dobbiamo indignarci”. Così Dario Fo ad Articolo21 spiega le ragioni dell’appello per Saviano sottoscritto da lui e da altri cinque premi Nobel Mikhail Gorbaciov, Gunter Grass, Rita Levi Montalcini, Orhan Pamuk e Desmond Tutu. Nette le sue motivazioni così come un paio di stoccate a Maroni e Lunardi…

Un appello per Roberto Saviano firmato da 6 premi Nobel. Oltre a Lei Mikhail Gorbaciov, Gunter Grass, Rita Levi Montalcini, Orhan Pamuk e Desmond Tutu. Perché avete sentito la necessità di prendere una posizione comune così netta? E cosa rappresenta Roberto Saviano?
Rappresenta il coraggio , la grande tenuta morale e soprattutto un impegno instancabile nella lotta contro la criminalità. E a mio giudizio unisce un senso straordinario del racconto e della scrittura, che dà valore e peso alle notizie. Dà il senso della rappresentazione, un fattore importantissimo e difficilissimo in chi scrive.

Non capita tutti i giorni che 6 premi Nobel, di provenienza, formazione e sensibilità diversa sottoscrivano congiuntamente un appello…
Io spero che se ne aggiungano anche altri. Io stesso telefonerò agli altri miei colleghi Nobel (così ci si chiama tra di noi, aggiunge sorridendo) e sono sicuro che anche altri aderiranno. Ma la cosa importante è che sia la gente ad aderire, che si muova. Perchè non si può restare alla finestra a guardare o solo a commuoversi. In un momento come questo bisogna essere presenti, ritrovare un senso forte della partecipazione.

Nella trasmissione “Che tempo che fa” Luciana Littizzetto ha lanciato una provocazione: “Saviano vattene, non c’è posto in questo Paese per la gente che pensa”…
E’ una provocazione che condivido. Ma sono quasi certo che Saviano resisterà ancora a lungo prima di decidersi a muoversi. Il suo è stato un momento di grande sconforto e, con grande dignità, non ha spiegato nel dettaglio le ragioni che lo hanno portato a questa condizione di esasperazione e di disperazione. Ma deve averne subite proprio parecchie.

E come giudica la reazione della politica all’affermazione di Saviano di voler lasciare l’Italia? La frase di Maroni “Saviano non è il solo simbolo della lotta alla camorra …” ha fatto molto discutere…
Maroni, con la sua affermazione, pur con la precisione successiva, è stato di fatto un “coglioncione”. In piccolo e in volgare è come colui che durante una partita di calcio, mentre tutti gridano “guarda quello che bravo” commenta “sì, ma oltre a lui di bravi ce ne sono altri”. Una dichiarazione di una banalità incredibile.

In molti si sono indignati comunque.
Sì, e penso che sia stato importante che alcune trasmissioni, come “Matrix”, abbiano chiamato Saviano a parlare. Perché il disastro di questo Paese riguarda proprio la disinformazione nella nostra società. La gran parte delle notizie riguarda le veline, i culi, i pianti degli amanti, o le tante situazioni fasulle. Se vogliamo che le cose cambino bisogna combattere questa oscena disinformazione, la strategia di inondarci di banalità in modo che ci addormentiamo tutti.

E’ assurdo che un uomo libero, solo in virtù di quello che scrive debba  andare in giro con la scorta…
Vuol dire che la mafia ha un potere incredibile. Ma d’altronde, vorrei che non ci dimenticassimo che pochi anni fa, qualcuno molto vicino a Berlusconi, affermò che con la mafia bisogna imparare a convincerci. Queste sono le cose che uccidono ogni possibilità di combattere la mafia. Perché se dici che con la mafia bisogna convincerci devi accettare anche il fatto che ogni tanto qualcuno venga ammazzato. Altrimenti non si fanno affari…

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corradino@articolo21.info

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fonte: http://www.articolo21.info/7539/notizia/appello-di-6-premi-nobel-per-saviano-dario-fo.html

Nuovi cortei e proteste da Milano a Palermo : “Via la Gelmini”

 Scuola studenti gelmini corteo manifestazioni manifestazione

La protesta contro la riforma Gelmini sia nella scuola dell’obbligo sia nelle università si allarga, da Nord a Sud. Momenti di tensione a Palermo al termine di una manifestazione con oltre cinquemila studenti che si è conclusa davanti al Rettorato dell’università, dove era in corso un convegno al quale avrebbe dovuto prender parte il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini.

La polizia, in tenuta antisommossa, ha respinto il tentativo degli studenti universitari di forzare il cancello d’ingresso del palazzo del Rettorato. Il rettore Giuseppe Silvestri per smorzare la tensione è sceso in strada a parlare con gli studenti. Con un megafono ha espresso agli studenti sostenendo la propria contrarietà alle misure previste dalla riforma Gelmini e in particolare «alla trasformazione delle università statali in fondazioni». E nello stesso tempo ha invitato gli studenti a evitare «di bloccare le attività didattiche in un momento così difficile». «Non ci sottraiamo a un’analisi critica – ha detto poi riferendosi alle misure previste dal ministro Gelmini -Ma avremo difficoltà a fare il bilancio del 2009 e non chiuderemo quello del 2010. Il sistema collasserà, è matematico. Molte università vedono incidere per il 90% i costi del personale sul fondo di finanziamento ordinario. E su questo fondo sono previsti ulteriori tagli».

Il rettore ha promesso che il sito dell’ università di Palermo sarà oscurato per protesta e sarà inserita solo inserirò una dichiarazione dello stesso Silvestri « su quanto sta accadendo nel mondo universitario». Il rettore ha poi garantito: «Domani – martedì ndr –mattina sarò in prefettura per spiegare al prefetto il disagio che sta vivendo il mondo universitario». I manifestanti a gruppi hanno iniziato ad abbandonare la piazza.

A Firenze da lunedì è occupato anche il plesso didattico di viale Morgagni, dove si trovano gran parte delle aule delle facoltà di ingegneria e farmacia e alcune di scienze e medicina. Lo ha deciso a maggioranza un’assemblea studentesca (circa 500 i partecipanti) convocata dai collettivi, nell’ambito della protesta contro la legge 133. Nelle scorse settimane erano già state occupate e lo sono tuttora le facoltà di agraria, il dipartimento di matematica, il Polo di Sesto fiorentino e un edifico del complesso di Novoli.

Martedì gli studenti parteciperanno alla manifestazione regionale dei lavoratori dell’università, degli enti di ricerca e dell’Afam, organizzata da Flc Cgil, Cisl Università, Fir Cisl, Uil Pa. Il corteo promosso per chiedere al governo di modificare i contenuti delle legge 133 e di ritirare l’emendamento che blocca le stabilizzazioni, partirà alle ore 10 da piazza San Marco.

A Catania studenti della facoltà di Scienze politiche hanno occupato stamane l’aula magna rimanendovi in assemblea permanente. I promotori dell’iniziativa hanno annunciato che la mobilitazione è l’inizio di un «percorso di lotta che da domani coinvolgerà altre facoltà dell’università di Catania».

L’Unione degli studenti universitari, annuncia iniziative in corso, o previste per le prossime ore, a Pavia, dove in serata ci sarà un’assemblea con la partecipazione di dottorandi, ricercatori, docenti, ad Ancona dove pure ci sarà un’assemblea a Medicina e a Ferrara, dove le mobilitazioni contro la ex 133 iniziano con una contro-inaugurazione dell’anno accademico.

Gli studenti che partecipano alle mobilitazioni indosseranno «un nastro rosso contro la privatizzazione» per esprimere anche simbolicamente la contrarietà all’intenzione governativa di privatizzare gli Atenei.

A Torino la settimana si inaugura con azioni di protesta e di sensibilizzazione contro le misure della Gelmini sia nella scuola che nell’università. Lunedì, anche qui lezioni all’aperto, la mattina ed il pomeriggio, sotto la Mole Antonelliana e di fronte alla sede della Rai. Martedì e mercoledì l’università resterà aperta anche di notte per il «No Gelmini nights and days». Per mercoledì 22 ottobre è, invece, «autoconvocata» l’assemblea generale d’Ateneo «a seguito – spiegano gli organizzatori – della mancata convocazione da parte del Rettore». Per quel giorno è stata chiesta la sospensione delle lezioni «per agevolare la partecipazione degli studenti». Il 23 ottobre, è in programma un’assemblea cittadina degli studenti.

Gli studenti delle superiori, a Milano, hanno bruciato in piazza una copia del decreto davanti alla sede del Comune, Palazzo Marino. «È una risposta spontanea alle dichiarazioni del ministro che ci accusa di non essere informati – spiega Gianmarco del coordinamento dei collettivi studenteschi di Milano e provincia – Ma il dl parla da solo. È una risposta anche al vicesindaco di Milano De Corato che ha affermato che è inamissibile bloccare la città ogni settimana».

Corteo anche a Livorno e a Napoli dove è stato occupato il liceo classico Genovesi. La Rete degli Studenti annuncia per giovedì 23 ottobre la prossima giornata di protesta nazionale anti Gelmini. «Occuperemo le entrate delle nostre scuole per sbarrare la strada alla riforma e ai tagli con tutta la nostra creatività e voglia di cambiamento», dicono gli studenti. Assemblee e sit-in si svolgeranno davanti alle scuole a Torino, Verona, Vicenza, Treviso, Padova, Venezia, Siracusa, Bergamo, Cuneo, Prato, Massa, Pisa, Teramo, Frosinone, Roma, Catania, Savona, Reggio Emilia.

Intanto sul fronte dei professori e dei maestri sembra riavvicinarsi all’idea dello sciopero – che la Cgil ha indetto per il 30 ottobre – anche il segretario della Cisl Raffaele Bonanni: «Sulla scuola abbiamo chiesto una riflessione – spiega – Con un semplice decreto e poi con la richiesta di fiducia non si trova soluzione». Insomma, il governo non mostra nessuna apertura. Forse anche per Bonanni è arrivato il momento di farsi sentire.

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Pubblicato il: 20.10.08
Modificato il: 20.10.08 alle ore 15.45

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fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=80104

Alcol, a rischio oltre 9 milioni di italiani. Allarme per la fascia di età 11-15 anni

I dati presentati alla prima Consulta nazionale dedicata al tema
In cura presso il Servizio sanitario nazionale oltre 61 mila persone

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di ALBERTO CUSTODERO

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Alcol, a rischio oltre 9 milioni di italiani Allarme per la fascia di età 11-15 anni
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ROMA – Oltre nove milioni di italiani sono a rischio per il consumo di alcol. E fra questi 740.000 sono minorenni. In Italia l’età del primo contatto con l’alcol è la più bassa d’Europa. Dati preoccupanti nella fascia 11-15 anni: il 19,5 per cento dei minori di questa età dichiara di aver bevuto alcolici nonostante il divieto, sancito dalla legge, di somministrazione di bevande alcoliche ai minori di 16 anni. Alta la percentuale di consumatori giornalieri (31 per cento) fra i maschi di età media e anziani. Preoccupa anche l’incidenza tra i ragazzi di 16-17 anni: la metà beve e l’8 per cento dei maschi lo fa tutti i giorni. Nel 2006 il Servizio sanitario nazionale ha preso in carico 61.656 alcol-dipendenti (+9,6 per cento rispetto all’anno precedente): tre su quattro hanno tra i 30 e i 59 anni, il 15 per cento è al di sotto dei 30.

Questi dati sono stati presentati oggi alla prima Consulta nazionale sull’alcol, organizzata dai ministeri del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali.

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L’Italia detiene il non lusinghiero primato del primo contatto con le bevande alcoliche in età giovanissima: secondo un’indagine Eurobarometro 2002 la media nel nostro Paese è 12,2 anni, contro i 14,6 della media europea. Subito dopo l’Italia vengono l’Irlanda e l’Austria con 12,7 anni.

Gli esperti sottolineano che in Italia “il consumo di bevande alcoliche e in particolare di vino fa parte di una radicata tradizione culturale e l’assunzione moderata di alcol è una consuetudine alimentare molto diffusa, oltre che socialmente accettata. Negli ultimi anni si stanno diffondendo però nuovi modelli di consumo che prevedono un uso occasionale, intenso e spesso intossicante” di aperitivi, birra e superalcolici.

Gli effetti del fenomeno sono devastanti.
Basta pensare che l’incidente stradale, molto spesso causato proprio dall’abuso di sostanze alcoliche, è la prima causa di morte fra i giovani dai 21 ai 29 anni. E che in Italia il 30-50 per cento degli incidenti stradali mortali sono legati all’uso di alcol.

Allarmante, secondo gli esperti, la sbornia come comportamento “di moda”, con conseguenze spesso tragiche, come dimostra la morte del giovane trevigiano dopo la manifestazione “Ombralonga”.

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20 ottobre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/cronaca/alcol-numeri/alcol-numeri/alcol-numeri.html?rss

Clima, Dimas gela le speranze italiane: “Nessun rinvio, accordo a dicembre”

Il ministro Stefania Prestigiacomo: “Le regole vanno cambiate”. Con becera arroganza questi sinistri personaggi, che dicono di rappresentarci, vogliono imporre i loro ‘diktat’ al mondo intero.. Affetti da ‘berlusconite’ da ultimo stadio, cronicizzati nella loro visione di un ‘mondo che non c’è’ vagolano imperterriti sul ciglio del burrone pretendendo che tutti li seguano al suono del ‘pifferaio’ di Arcore. E’ ora che si sveglino, lor signori. Noi non intendiamo sacrificarci, e sacrificare il futuro dei notri figli e dell’umanità intera, in nome di un mercantilismo da operetta. Che farà pure ridere (amaro), ma alla fine uccide.

mauro

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Al via il Consiglio dei ministri dell’Ambiente Ue che oggi e domani si confrontano sul pacchetto emissioni-energia

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LUSSEMBURGO – “Tutti i leader hanno ribadito la loro determinazione per arrivare ad un accordo sul pacchetto clima entro l’anno. Non vedo quindi come sia sorta la questione di un suo eventuale rinvio”. Il commissario Ue all’Ambiente, Davos Dimas, in occasione del Consiglio Ambiente Ue, gela così le speranze italiane (e dei paesi dell’est) che puntavano ad un cambiamento degli accordi sul clima. “Credo che il tempo rimasto sia sufficiente” per arrivare ad un accordo, dice Dimas. Una replica, indiretta, al ministro all’Ambiente Stefania Prestigiacomo che aveva preannunciato al richiesta di “una clausola di revisione” sulle misure di lotta ai gas ad effetto serra in Europa.

Clausola che, secondo Dimas, non è stata affatto richiesta. Almeno finora: “Ma il consiglio ancora non è terminato e la richiesta potrebbe arrivare più avanti”.

Il no italiano. Quelle di oggi e domani sono giornate cruciali per la politica europea sul clima: i ministri Ue si confrontano sul pacchetto clima-energia, che testimonia l’impegno dell’Europa a fare la propria parte nello sforzo di stabilizzazione dei cambiamenti climatici. Sul tavolo del Consiglio, il ministro Stefania Prestigiacomo ha detto alla vigilia di voler porre la richiesta dell’Italia di un rinvio dell’entrata in vigore del pacchetto proposto dalla Commissione Ue per consentire un approfondimento dei costi effettivi per il sistema industriale dei tagli alle emissioni di CO2, giudicati più penalizzanti per l’industria italiana, rispetto a quelle di altri Paesi.

“Il pacchetto così com’è non è appropriato, è insostenibile e necessita di cambiamenti profondi” ha spiegato Prestigiacomo prima dell’inizio della riunione a Lussemburgo. L’Italia, quindi, chiederà una “clausola di revisione” dell’accordo, ribadendo al tempo stesso le proprie “buone intenzioni”. Chiediamo modifiche, spiega il ministro, “e speriamo che vengano accolte”. Proprio oggi il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è tornato a ribadire l’importanza di avere “la consapevolezza dei valori ambientali e naturali”.

L’Italia è capofila dell’opposizione alla linea europea, che con l’obiettivo 20-20-20 punta sull’incremento dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili. A fianco delle richieste di Roma di più tempo per approfondire il problema dei costi per la riduzione dell’anidride carbonica, ci sono Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Estonia, Lettonia e Lituania. Lo scontro con Bruxelles è sulle cifre: l’Italia stima un costo per l’economia di 25 miliardi di euro l’anno per ridurre le emissioni di CO2, per Bruxelles invece il costo è tra 9 e 12 miliardi.

Le polemiche politiche.
Ermete Realacci, ministro-ombra dell’Ambiente, ha polemizzato sulle dichiarazioni del persidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che aveva vantato il sostegno dei Paesi dell’Europa orientale sulle eccezioni sollevate dall’Italia. “Siamo francamente sconcertati che Berlusconi trovi un grande successo il fatto che la posizione italiana è sostenuta dai paesi dell’Est: si tratta dei paesi più arretrati economicamente”, ha detto Realacci. Anche Marina Sereni boccia la scelta di allinearsi ai paesi dell’Est “che hanno una crescita 10 volte la nostra e dunque, interessi molto diversi dai nostri”, dice la vicepresidente dei deputati Pd, chiedendo un atto di sensibilità verso il futuro dell’ambiente.Per Lucio Malan (Pdl), segretario di Presidenza del Senato, è l’opposizione che vorrebbe continuare su “una linea irresponsabile. Il governo Berlusconi sta invece mostrando serietà nel chiedere importanti modifiche per rendere applicabili le misure e ridurre l’impatto sul nostro Paese”.

Allarme del Wwf.
Mentre il governo italiano chiede un rilassamento del pacchetto sul clima, il Wwf lancia un nuovo allarme, chiedendo invece obiettivi ancora più ambiziosi per far fronte ai mutamenti climatici. La richiesta del Wwf alla Ue è di adottare target di riduzioni delle emissioni di almeno il 30 per cento (dieci per cento in più rispetto agli obiettivi Ue) entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990, una “riduzione da realizzare entro i confini dell’Europa invece che affidandosi pesantemente alle compensazioni per i progetti all’estero”. Il rapporto del Wwf “Climate change: faster, stronger, sooner” (Cambiamento climatico: più veloce, più forte, più vicino) rivela che il riscaldamento globale sta avanzando ben oltre le previsioni fatte dall’IPCC (Comitato Intergovernativo per i Cambiamenti Climatici) nel 2007.

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20 ottobre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/ambiente/consiglio-lussemburgo/consiglio-lussemburgo/consiglio-lussemburgo.html?rss

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CLIMA: PRESTIGIACOMO, NO A TARGET ANNUALI VINCOLATI PER I SETTORI FUORI KYOTO

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Bruxelles, 20 ott. – (Adnkronos/Aki) – L’Italia e’ nettamente contraria all’imposizione di target annuali di riduzione di emissioni di gas serra per i settori non coperti dallo scambio di quote di Co2 previste dal Trattato di Kyoto, come trasporti, rifiuti, agricoltura, riscaldamento e raffreddamento domestico. E’ la posizione espressa dal ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo nel corso di un intervento di fronte ai colleghi Ue nel quadro del Consiglio di settore a Lussemburgo, e di cui e’ stata distribuita la sintesa scritta. “Le recenti conclusioni approvate dal Consiglio Europeo – ha dichiarato Prestigiacomo – enfatizzano la necessita’ che il ‘pacchetto’ sia sostenibile sia per le impresie, sia per gli stati membri”. In questo contesto, ha detto il ministro, “il governo italiano e’ assolutamente contrario all’introduzione di targe annuali vincolanti per i settori non Ets, che renderebbero piu’ rigido il sistema”. Secondo Prestigiacomo, inoltre, “alcuni stati membri sarebbero costretti a investire non sulle politiche piu’ efficaci, ma su quelle che danno i maggiori effetti nel breve periodo”.

(Rak/Pn/Adnkronos)

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fonte: http://iltempo.ilsole24ore.com/adnkronos/?q=YToxOntzOjEyOiJ4bWxfZmlsZW5hbWUiO3M6MjE6IkFETjIwMDgxMDIwMTkwNDEwLnhtbCI7fQ==

Omicidi Bianchi: Dal governo è Controriforma

di Felicia Masocco

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Lavoro
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In Italia ci sono più morti sul lavoro che vittime della malavita. Lo dice il Censis e nessuno smentisce. Eppure la battaglia per la sicurezza nel lavoro sembra l’ultimo dei pensieri del governo. A ogni occasione il Capo dello Stato la riporta all’attenzione. I media volenterosi recepiscono, il governo no. Se si esclude una campagna di informazione diretta ai lavoratori che serve sempre, gli interventi fin qui adottati dall’esecutivo sono tutti in peggio. Non per il governo, ovviamente, che li spiega con la volontà di «semplificare», di togliere «lacci e lacciuoli» alle imprese, a cominciare dalle sanzioni da pagare in caso di violazione delle norme. La convinzione del ministro del Lavoro è infatti che troppe regole o troppe sanzioni, «distolgono l’attenzione dallo sforzo di aumentare la sicurezza». Maurizio Sacconi lo disse ai primi di giugno, alla vigilia di un «piano straordinario» annunciato sulla scia dei sei morti di Mineo (Catania). Un piano di cui s’è persa traccia, se si esclude la Pubblicità progresso. Il ministro parlò di sinergie tra Stato e Regioni sulla vigilanza, di un tavolo tecnico per creare un sistema di monitoraggio, di un piano, disse, da definire con le parti sociali, visto che «quindici organizzazioni imprenditoriali hanno criticato il Testo Unico varato dal precedente governo». E questo governo non muove paglia se non piace a Confindustria. Tutto da rifare, dunque. Solo due giorni fa, sulla scia di un’altra strage – ben otto morti in un giorno – Sacconi ha annunciato che l’esecutivo intende creare un’unica Agenzia per la salute e la sicurezza dei lavoratori, integrando quelle che già ci sono all’Inail e dall’Ispesl». Serve proprio?

Per i sindacati e per l’opposizione no. Le norme ci sono, sono racchiuse nel Testo Unico varato dal governo Prodi. «Sono buone leggi che vanno applicate integralmente e rese operative nei territori e nei luoghi di lavoro con il concorso delle parti sociali, delle istituzioni, delle forze della cultura», sostiene l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano (Pd) che della sicurezza fece un tratto distintivo della legislatura. Quello di oggi è la battaglia contro i “fannulloni”. Sono leggi che il governo ha riscritto o intende riscrivere. Intanto passa il tempo e passa un messaggio: perché rispettare le leggi se già si sa che verranno cambiate? La guardia si abbassa. Senza contare che qualcosa è già cambiato. È stata spostata all’inizio del 2009 la data di presentazione del Durc, cioè del documento che certifica la regolarità dei contributi versati dai datori di lavoro ai dipendenti. È necessario tanto negli appalti pubblici, quanto nei lavori di edilizia privata, perché è noto che nella piramide dei subappalti i primi ad essere tagliati sono proprio i costi della sicurezza. Sono stati poi soppressi i libri matricola, il libro presenze e il libro paga, sostituiti dal cosiddetto “libro unico del lavoro” che rende più difficili le funzioni ispettive. Sempre sugli appalti è stata abolita la responsabilità solidale a carico del committente che aveva l’obiettivo di una maggiore trasparenza contributiva, perché si sa che l’insicurezza aumenta con il lavoro nero. Per non parlare del tentativo, fatto rientrare dall’opposizione, di abrogare la norma che imponeva la comunicazione delle assunzioni il giorno prima dell’inizio del rapporto di lavoro. Tutti «formalismi inutili», per il governo. Che li riscrive, li allenta, li abolisce. Mentre si adopera per aumentare le ore di straordinario e il lavoro precario.

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Pubblicato il: 20.10.08
Modificato il: 20.10.08 alle ore 18.00

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=80095

Grande abbraccio a Vittorio Foa: Un secolo per la sinistra italiana

ADDIO VITTORIO

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Napolitano: posto d’onore nella storia

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Vittorio Foa è morto nella sua casa di Formia (Latina), aveva 98 anni. Coscienza critica della sinistra ha fino all’ultimo lottato per la causa del riformismo. La sua vita è stata interamente dedicata alla causa della libertà e della democrazia, prima come antifascista, poi come studioso, sindacalista e politico.

Il suo primo insegnamento è stato quello di lottare sempre per le cause in cui si crede. Lui lo fece contro il Fascimo, rimanendo 8 anni in carcere.

La notizia è stata divulgata, d’intesa con la famiglia, dal segretario del Partito democratico Walter Veltroni, amico di vecchia data di Foa. «È un immenso dolore per noi, per il popolo italiano, è un immenso dolore – afferma Veltroni in una nota – per gli italiani che credono nei valori di democrazia e libertà, per l’Italia che lavora, per il sindacato a cui Vittorio Foa ha dedicato la parte più importante della sua vita». «È un dolore per me personalmente – prosegue Veltroni – perché Vittorio Foa incarnava ai miei occhi il modello del militante della democrazia, un uomo con una meravigliosa storia di sofferenza, di lotta e di speranza, un uomo della sinistra e della democrazia, mosso da un ottimismo contagioso e da un elevatissimo disinteresse personale».

Tutto il mondo politico e culturale si sente più solo. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano esprime «profonda commozione personale» per la scomparsa di Vittorio Foa, che «è stato senza alcun dubbio una delle figure di maggiore integrità e spessore intellettuale e morale della politica e del sindacalismo italiano del Novecento». «La sua dedizione alla causa della libertà, cui pagò da giovanissimo un duro prezzo nelle carceri fasciste – scrive il capo dello Stato in un messaggio alla famiglia Foa – la sua partecipazione alla Resistenza, il suo appassionato e illuminato impegno nell’Assemblea Costituente e nel Parlamento repubblicano, la sua piena identificazione, da combattivo dirigente della Cgil e da studioso, con il mondo del lavoro, gli hanno garantito un posto d’onore nella storia dell’Italia repubblicana. Egli – prosegue Napolitano – ha dato prove esemplari del suo disinteresse e del suo rigore e ha vissuto i suoi ultimi anni con riserbo e sobrietà, rompendo in rare occasioni il silenzio per trasmettere messaggi sempre lucidissimi di fede nei valori democratici e costituzionali. Anche per il lungo rapporto di fraterna amicizia e di vivissima stima che a lui mi ha legato – conclude il presidente della Repubblica – mi associo con affetto al dolore dei famigliari e di quanti gli sono stati più vicini».

«Una persona straordinaria, fresca, incredibile, originale e di grande curiosità intellettuale». È il primo ricordo di Sandro Bartolomeo, l’ex sindaco di Formia, amico da oltre vent’anni del sindacalista e politico morto oggi nella sua casa nel quartiere vecchio di Castellone, nella cittadina nel litorale a sud di Latina. «Non sono la persona più indicata per parlare di Foa come uomo politico – racconta Bartolomeo – io posso parlare della persona, dell’amico con cui ho trascorso anni di vacanze, con cui ho passato ore a conversare di politica, di vita, di tutto». Foa e Bartolomeo si erano conosciuti nel 1983 a Castelforte, in provincia di Latina, dove Foa aveva una casa in campagna. Nell’89 decise poi di trasferirsi a Formia, «la città che ha scelto per il suo clima buono, per la vicinanza con Roma e perchè qui – spiega ancora Bartolomeo – aveva tante persone che lo coccolavano e che gli hanno reso più facili gli ultimi anni della sua vita». Bartolomeo ricorda le vacanze estive trascorse con Foa in Val d’Aosta e gli anni di amicizia rafforzati dal fatto di essere diventati vicini di casa. «Eravamo tutti una grande comunità allargata – racconta l’ex sindaco – lui e tutti i suoi amici che arrivavano da tutta Italia». «C’è un insegnamento di Vittorio – conclude Bartolomeo – che ricordo più di ogni altro: quello di guardare oltre le cose, perchè c’è sempre una verità da capire, c’è una strada sconosciuta da seguire con coraggio».

Foa era nato a Torino il 18 settembre 1910. Antifascista della prima ora, fu arrestato il 15 maggio 1935 e condannato a 15 anni. Condivise la stessa cella con Ernesto Rossi, Massimo Mila e Riccardo Bauer, e nel frattempo sposò il liberalismo di Benedetto Croce.

Dopo essere uscito dal carcere nell’agosto 1943, nel settembre dello stesso anno entrò nel Partito d’Azione (PdA), di cui divenne segretario assieme a Ugo La Malfa, Emilio Lussu, Altiero Spinelli e Oronzo Reale, e per cui fu rappresentante nel Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), prendendo parte alla Resistenza.

Fu eletto deputato all’Assemblea costituente per il PdA, e dopo lo scioglimento di quest’ultimo nel 1947, alla fine dello stesso anno passò al Partito Socialista Italiano (PSI), per cui fu dirigente nazionale e, per tre legislature (1953-1968), deputato.

Il 1948 fu l’anno in cui Foa entrò nella Fiom nazionale; nell’ottobre 1949 entrò nella Segreteria nazionale della CGIL di Giuseppe Di Vittorio, come vicesegretario responsabile dell’Ufficio studi, e nel 1955 fu segretario nazionale della Fiom. Foa divenne uno dei massimi teorici della linea politica dell’autonomia operaia, che ispirò molti anni dopo la nascita dell’omonimo movimento politico, e scrisse fra l’altro nel 1961 l’editoriale del primo numero della rivista di Raniero Panzieri, Quaderni rossi, legata a quest’area.

Nel 1964, da una scissione a sinistra del PSI, nacque il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (Psiup), di cui Foa fu un dirigente nazionale. Nel 1966-1968 cominciò a collaborare con La Sinistra (giornale nato attorno a Silverio Corvisieri, Augusto Illuminati, Giulio Savelli e Lucio Colletti) e nel 1969 con Il Manifesto, rivista mensile omonima del gruppo politico originatosi da una scissione a sinistra del PCI. Per qualche tempo Foa fu membro della direzione del giornale, ma nel 1970 si dimise dalla Cgil e uscì dallo PSIUP, ritirandosi brevemente a vita privata. L’idea di Foa era quella di creare una forza politica che orientasse i gruppi rivoluzionari verso una prospettiva di “governo delle sinistre” distogliendole da una prospettiva rivoluzionaria.

Nel luglio 1974 il PdUP si unificò al gruppo de Il manifesto e nacque il PdUP per il comunismo: Foa fece parte, con Silvano Miniati, della sinistra del nuovo partito (circa il 44%). Col PdUP prese parte alla promozione della lista unica della nuova sinistra, Democrazia Proletaria (DP), avvenuta nel 1975-76: per questo cartello elettorale fu eletto nelle circoscrizioni di Torino e Napoli ma rinunciò.

Foa in seguito preferì dedicarsi all’insegnamento dopo aver accettato la cattedra di Storia contemporanea nelle università di Modena e Torino.

Il 15 giugno 1987 venne eletto senatore come indipendente nelle liste del Pci, pur non essendo mai stato comunista. Nel PCI rimase anche quando si trasformò in Partito Democratico della Sinistra (Pds). Favorevole alla partecipazione italiana nella Guerra del Golfo, nel 1992 abbandona la politica attiva per dedicarsi alla stesura di alcuni libri, in gran parte autobiografici: nel 2003 uscì ad esempio “Un dialogo”, edito dalla Feltrinelli e scritto a quattro mani con Carlo Ginzburg.

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Pubblicato il: 20.10.08
Modificato il: 20.10.08 alle ore 17.46

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=80102

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_____di Maurilio Barozzi

14 agosto 1996

LIBRI

Quei chiaroscuri del Novecento. Il libro di Vittorio Foa per rileggere un secolo inquieto

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E’ possibile ripensare al Novecento trovando una chiave di lettura che sia in grado di spiegare tutti i fenomeni che si sono susseguiti, in maniera frenetica, nel corso di quest’ultimo secolo?

Esiste una legge, storiografica, che ha guidato la mano del destino lungo un periodo tormentato, che ha visto concatenarsi guerre, grandi conquiste umane, battaglie sociali, acquisizione di diritti e momenti in cui gli stessi sono stati tragicamente calpestati?

Ci sono stati degli episodi che, più di altri, hanno segnato la nostra esistenza e il nostro pensiero?

Se da una parte sembra difficile dare una risposta a questi interrogativi, gli eventi recenti ci inducono comunque a tenerli sempre presenti. Solo due esempi, attualissimi. La recente “non punibilità” dell’ex capitano delle SS, Eric Priebke – definito il boia delle Fosse Ardeatine, e giudicato colpevole dell’eccidio -, ci costringe a rileggere un po’ tutte le interpretazioni classiche che possedevamo sulla seconda guerra mondiale, sul nazismo e, di conseguenza anche sul fascismo. Dunque a ripensare a posteriori a quegli eventi, assegnando loro un significato: alla resistenza, ad un’azione di guerra, alla rappresaglia, ai civili trucidati: ai valori fondanti della nostra nazione. Ancora: la vicenda che vede coinvolti Chicca Roveri, Francesco Cardella e Giuseppe Cammisa nell’omicidio di Mauro Rostagno, tornata oggi alle cronache, come è stato sottolineato da più parti, portano alla ribalta la storia degli anni ‘70, la vicenda di Lotta continua, i movimenti studenteschi: che segno hanno lasciato sui nostri padri, su di noi? Che segno lasceranno sui nostri figli? Forse questa storia – come dimostrano le difficoltà che trova chi vuole discutere di quei giorni – è ancora troppo vicina. Non ci consente di ragionare “a bocce ferme”. Tuttavia vale la pena di tentare perché ripensare a queste esperienze, alla storia, significa interrogarsi su ciò che sarebbe anche potuto essere, ma non è stato.

E’ necessario riflettere su un quadro d’insieme di quella che è stata la nostra storia, sulle tappe che hanno portato l’Italia ad essere quella che oggi conosciamo. Tentando di dare un’interpretazione logica dei fatti, riconoscendoli non tanto come accadimenti casuali ma come figli di una concatenazione di prodromi e conseguenze che individuino responsabilità: meriti e colpe. Insomma “un senso”.

«Questo Novecento», l’ultimo libro di Vittorio Foa (Einaudi, Pp. 391) rappresenta l’eccezionale sforzo di andare in questa direzione: di dare un senso a questo secolo, pieno di contraddizioni, carico di grandi mutamenti e tuttavia – paradossalmente – caratterizzato da periodi di forte resistenza all’innovazione, di immobilismo.

Il senso che Foa assegna ad ogni singolo avvenimento nel panorama storico è necessariamente soggettivo: Foa porta con sé il suo percorso, la sua esperienza, i suoi lunghi anni di carcere durante il periodo fascista, la sua militanza nel partito d’azione. Ma tale soggettività non disturba mai, è piacevolmente palpabile in ogni riga delle quasi 400 pagine che compongono lo scritto. «Mi è stato chiesto un augurio, anche solo un consiglio – conclude Foa -. Lo do: è di stare svegli, non abbandonarsi ai sogni. So il valore del mito, so come riesce a dare luce alla vita, anche a farcela capire. Ma non devo accettarlo come autorità che trascende la mia scelta. Può accompagnare la vita, non deve determinarla. Quando scegli non devi sognare, tu sei responsabile».

Queste righe sono la testimonianza più limpida della centralità che Foa assegna all’etica della responsabilità. E dunque, secondo l’insegnamento di Kant, alla possibilità della scelta. Anche di scegliere se essere o meno d’accordo con la visione che l’autore di «Questo Novecento» propone della storia: dopo aver descritto un secolo di storia, Foa fornisce una chiave di lettura squisitamente weberiana, che soppianta gli schemi storicisti di Hegel (e in un certo senso anche di Marx): la storia non può essere letta come un processo razionale necessario, come un a-priori. Al contrario essa significa possibilità di infiniti significati dell’agire umano in virtù della decisione di ciascun uomo.

Dunque in questa chiave di lettura vi è la consapevolezza dell’autore di non offrire la visione della storia, bensì una delle sue possibili interpretazioni. Il metodo utilizzato da Foa in «Questo Novecento» è proprio quello suggerito da Max Weber: vi si distinguono chiaramente una causalità storica (chiaramente evidenziata da una succinta ma efficace ricostruzione degli avvenimenti, con date e luoghi – asettica) e una causalità sociologica, che cerca di stabilire delle relazioni – causali appunto – tra una serie di eventi, apparentemente slegati: naturalmente soggettive.

Chi cerca la visione vada al cinematografo, scriveva Max Weber. E Vittorio Foa lo segue alla lettera: in tutte le sue pagine si pone di fronte al lettore come l’anziano delle tribù indiane: trasmette la sua esperienza, le sensazioni che ha provato durante un avvenimento, i suoi giudizi – certo anche quelli -, ma l’unico consiglio è proprio quello di scegliere sempre in estrema autonomia: solo così diverremo soggetti etici.

Personalmente, anche nei passi che mi trovano in forte disaccordo con le tesi dell’autore (ad esempio quella che riconduce la pratica spartitoria e clientelare dei partiti all’esperienza del compromesso storico, che avrebbe ammesso anche il partito comunista alla lottizzazione, «togliendo a questo istituto il carattere dell’anormalità»), non mi sento mai irritato. Riga per riga mi sento padrone di accogliere o respingere una visione mai assoluta.

Per quanto concerne i contenuti, il nazionalismo e il fascismo inteso come annientamento delle ragioni dell’avversario sono i due atteggiamenti che secondo Foa hanno pesato più negativamente sulla storia del nostro secolo; mentre la capacità di gestire il conflitto (non a caso Foa proviene dal mondo sindacale) è considerata – mutuando il linguaggio da Ralf Dahrendorf – come la qualità a cui deve tendere una società matura. Parlando della Costituente, Vittorio Foa ricorda come proprio la possibilità di vivere il conflitto in maniera positiva fosse stato lo spirito di fondo della nascita della Repubblica: «Come vivere il conflitto – scrive Foa -, questo era il punto chiave della mente costituente. [..] Convivere non vuol dire negare il conflitto, vuol dire saperlo vivere. E dare stabilità alle regole senza però chiuderle di fronte alla storia del futuro. Per salvare il futuro si doveva proclamare che il conflitto, ideale o materiale, era legittimo, era un diritto».

E’ possibile, si chiede in chiusura Vittorio Foa, dare una visione d’insieme di questi cento anni?

Chiavi di lettura ce ne sono diverse: il Novecento può essere interpretato come pervaso da un’ininterrotta violenza distruttiva, sostenuta dall’idea della forza come valore; ma ci sono stai lunghi periodi di pace, e allora?

Si può analizzare il secolo rappresentandolo come il conflitto ideale fra grandi principi: la democrazia e il totalitarismo; ma si rischia di essere fagocitati da una pigrizia che rinuncia a pensare o da una nostalgia che fa sembrare più belli i tempi passati (che ricordano all’autore la sua giovinezza) oppure induce al revisionismo che cerca di giustificare anche gli scempi più atroci, come il nazismo di Hitler. Oppure un tentativo di sintesi può essere tentato riferendosi al conflitto tra capitalismo e socialismo; ma anche così si rischiano i toni trionfalistici di chi ha vinto oppure “da rivincita” di chi è stato sconfitto dalla storia: rinunciando ancora ad un’analisi distesa dei fatti. Rimane l’ultima chiave di lettura, quella che Foa riteneva essere la più verosimile: «quella che trova nel lavoro il connotato dominante, quindi in qualche modo il significato del secolo». Ma anche questa ipotesi pare aver perso la sua capacità di spiegare i fenomeni di questo Novecento: «Quando mi chiedono – conclude Foa – se oggi questo presunto carattere del secolo è ancora valido, io rispondo: non lo so. Mi dispiace di non aver più la forza per tentare una risposta Io sono in tutto un uomo del Novecento, nella sua vicenda fattuale e anche nelle sue categorie analitiche e interpretative. Il nuovo secolo non avrà solo nuove vicende ma anche nuove categorie per capirle. A ognuno il suo tempo».

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fonte:  http://www.bartlebynel900.org/maurilio/FOA.htm

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Foa Vittorio  Questo novecento

Un secolo di passione civile. La politica come responsabilità

Einaudi Editore, Torino 1996