Archivio | ottobre 22, 2008

Nomadi, dopo il censimento Maroni prepara gli sgomberi

controlli dei vigili in un campo nomadi a Roma, foto lapresse
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I nomadi che hanno «il diritto» di stare in Italia vivranno in «villaggi attrezzati» dotati di acqua e luce, servizi igienici e servizio di raccolta rifiuti. Per tutti gli altri l’unica soluzione è lo sgombero perché tutti i campi abusivi saranno chiusi: e «va da se che non sarà consentita l’apertura di nuovi insediamenti.

Quattro mesi dopo l’annuncio che sarebbe stato eseguito un censimento dei campi nomadi presenti a Roma, Milano e Napoli – iniziativa che ha sollevato anche le proteste dell’Unione Europea, poi rientrate dopo le spiegazioni fornite dal Viminale – il ministro dell’Interno Roberto Maroni sottolinea che «l’ottimo lavoro» svolto dai commissari straordinari nominati dal governo, i prefetti delle tre città, Carlo Mosca, Gianvalerio Lombardi e Alessandro Pansa. E presentando i numeri del censimento ricorda che l’ordinanza di protezione civile che ha stabilito le ‘regole’ per le rilevazioni «non è mai stata modificata, neanche dopo l’intervento della Commissione europea».

Il censimento ha accertato la presenza di 167 campi, di cui 124 abusivi e 43 autorizzati in cui erano presenti al momento della rilevazione 12.346 persone di cui 5.436 minori. Ma, ed è questo che preme di più a Maroni, almeno altrettante persone si sono allontanate dai campi quando hanno saputo dell’iniziativa. «È un effetto importante« dice infatti il ministro, secondo il quale la maggioranza di quelli che sono spariti erano cittadini romeni di etnia rom che sarebbero andati in Francia, Spagna e Svizzera. Nei prossimi giorni – aggiunge Maroni – definiremo gli ambiti e i progetti da mettere in atto, in modo da procedere in maniera spedita e arrivare a completare gli interventi entro maggio dell’anno prossimo».

Il primo passo sarà lo sgombero dei campi abusivi e l’individuazione dei siti idonei dove realizzare quelli attrezzati. Intervento questo, assicura Maroni, che verrà fatto ‘d’intesa con gli enti locali». Successivamente verranno realizzati quegli interventi necessari per il ripristino delle condizioni socio-sanitarie all’interno dei campi autorizzati e partirà la scolarizzazione dei minori.
«Il nostro obiettivo – dice ancora il ministro – è di passare dai campi nomadi semplicemente autorizzati o tollerati ad una struttura che sarà un vero e proprio villaggio attrezzato dove potranno vivere in condizioni civili tutti coloro che hanno il diritto di rimanere in Italia. È un piano ambizioso che vuole mette fine a questo sconcio e creare un modello che possa essere d’esempio come ‘best practice’ per tutta l’Europa.

Ma secondo l’opposizione la questione dei nomadi non si risolve sfidando l’Europa. Così il capogruppo del Pd nella commissione Politiche europee della Camera, Sandro Gozi, risponde al ministro Maroni. «Non è sfidando l’Europa che il governo potrà risolvere la questione nomadi – sottolinea – non è dichiarando di trascurare le regole europee che potremmo tutelare il nostro interesse nazionale in materia di sicurezza. Al censimento deve seguire un vero programma di integrazione e proposte costruttive per una vera sicurezza sul nostro territorio che si può assicurare solo attraverso una forte cooperazione con i governi e le istituzioni europee e non contro o a prescindere da loro. Abbiamo bisogno di capire quale sia la linea del governo in materia di libera circolazione dei cittadini comunitari dato che al momento – conclude – c’è solo una serie di dichiarazioni contraddittorie».

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Pubblicato il: 22.10.08
Modificato il: 22.10.08 alle ore 21.01

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=80180

Borse, Wall Street trascina giù l’Europa / CRISI: Piangono anche i super-ricchi?

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TOKYO – Crollano di nuovo le Borse in tutto il mondo mentre viene annunciato per il 15 novembre a Washington un vertice finanziario dei venti Paesi più industrializzati. Anche Wall Street apre con il segno meno e continua a scendere velocemente, trascinando al ribasso le altre piazze. Milano, che aveva aperto a -1,80%, conferma le perdite toccando il -3,47% (Mibtel) e il -3,03% (S&P/Mib). A New York dopo meno di mezz’ora dall’apertura degli scambi il Dow Jones segna -3,53%, il Nasdaq -1,94% e lo S&P 500 -3,55%. In Asia, Tokyio ha chiuso a -6,80%, Seul a -5,1%.

EUROPA – Sulla scia dei mercati asiatici chiusura terminano con un rosso accentuato le borse del vecchio continente, aggravato dall’andamento di Wall Street. L’indice paneuropeo FtsEurofirst 300 chiude in perdita del 5,5% a 873,30 punti. A Francoforte il Dax finisce a 4.565,32 punti (-4,58%), a Londra il Ftse-100 con 4.040,89 punti perde il 4,46%, a Parigi il Cac 40 lascia sul terreno il 4,7% a 3.312,05, lo Swiss Market cede il 4,08% a 5.933,26 punti. La peggiore Madrid che ha perso l’8,16%.

PIAZZA AFFARI – La Borsa di Milano ha chiuso sui minimi di giornata una seduta negativa sin dalle prime fasi, con gli indici che hanno ampliato le perdite dopo l’apertura di Wall Street, quest’ultima penalizzata dai crescenti timori di recessione e dalla relativa incertezza sulle prospettive per gli utili societari. Il Mibtel finale, in linea con l’andamento dei principali mercati europei, ha accusato una flessione del 3,47% a quota 16.226 punti, mentre l’S&P/Mib e l’All Stars sono arretrati rispettivamente del 3,57 e dell’1,65 per cento. Negativi i principali energetici e i telefonici, flop di Finmeccanica e Italcementi, si sono salvati Parmalat e Mediaset. In luce il titolo Juventus FC all’indomani dell’importante vittoria in Champions contro il Real. In calo i finanziari e i bancari in particolare, nonostante il ‘nò compatto dei banchieri, dall’Esecutivo odierno dell’Abi, sulla necessità di ricapitalizzazione per alcuni istituti ventilata dal premier Silvio Berlusconi.

EURO IN CALO – In forte ribasso anche l’euro in attesa di nuovi tagli dei tassi della Bce e della sensazione che la ripresa economica americana avrà tempi più rapidi rispetto a quella europea. La moneta unica a metà seduta ha quotato 1,2852 dollari (1,3180 martedì) dopo essere scesa fino a 1,2735 il livello più basso dal 7 novembre 2006. Nei confronti dello yen l’euro ha toccato i minimi da quattro anni a 126,66. In forte calo anche la sterlina, scivolata ai minimi da cinque anni dopo i commenti del governatore della Banca d’Inghilterra, Mervyn King, secondo cui la Gran Bretagna si avvia verso la recessione.

PETROLIO – Continua la discesa del greggio che torna sotto i 70 dollari sul timore degli operatori che i dati sulle scorte energetiche del governo degli Stati Uniti mostrino un ulteriore incremento negli stock. A New York i futures con scadenza a dicembre vengono scambiati a 67,96 dollari al barile, in ribasso di 4,22 dollari rispetto alla chiusura di martedì. Si tratta del minimo dal 27 giugno 2007. Rispetto a un anno fa il calo è del 21%.

EURIBOR – Scendono anche i tassi interbancari denominati in euro: l’Euribor sulla scadenza tre mesi è sceso dal 4,97% al 4,94%, secondo i dati della European Banking Federation. L’Euribor a un mese è sceso dal 4,65% al 4,61%, mentre quello a una settimana è rimasto fermo al 3,93%.

VERTICE G20 – Si terrà il 15 novembre a Washington il vertice straordinario sulla crisi finanziaria a livello di capi di Stato e di governo dei venti Paesi più industrializzati. Lo ha annunciato la portavoce della Casa Bianca Dana Perino. Per il segretario al Tesoro americano Henry Paulson la crisi finanziaria negli Stati Uniti durerà ancora per un certo numero di mesi, ma poi l’economia si riprenderà. La ripresa avverrà perchè l’amministrazione, in collaborazione con la Banca centrale Usa, prenderà le misure necessarie per rafforzare il sistema finanziario

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22 ottobre 2008

fonte: http://www.corriere.it/economia/08_ottobre_22/borse_tokyo_europa_dac5fab2-9ffb-11dd-bdbb-00144f02aabc.shtml

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CRISI: PIANGONO ANCHE I SUPER-RICCHI?

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di Giuseppe Turani

05/10/2008

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Milano, via Montenapoleone
Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

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(WSI) – Piangono anche i superricchi? Forse, ma certamente non se la passano molto bene i loro fornitori. L´anno scorso un cantiere navale italiano riceve una commessa da un grande imprenditore per costruire un yacht da oltre 100 metri. I lavori cominciano, ma sei-sette mesi fa si scopre che il signore in questione ha avuto qualche disavventura.

Il cantiere, prudente, propone di fermare i lavori. L´imprenditore è d´accordo e suggerisce: «Diamolo al primo oligarca russo che bussa alla vostra porta». Peccato che l´oligarca lo stanno ancora aspettando adesso, e il mega-yacht se ne sta lì, nel cantiere, mezzo finito e mezzo da finire. Un altro yacht (più normale) è stato commissionato da un calciatore pieno di soldi. Ha versato un buon anticipo, ma ormai sono mesi che il cantiere lo cerca e non lo trova, scomparso. Anche lui ha deciso, probabilmente, che è meglio aspettare tempi migliori. E anche in questo caso nessun oligarca russo si è presentato a rilevare il manufatto, forse perché oggi non tira aria buona nemmeno a Mosca, con la Borsa in crisi e tutto il resto. Anche da quelle parti, cioè, i superricchi hanno deciso che per un po´ è meglio adottare il basso profilo e contenere le spese.

Ma dove si ha un´immagine concreta, fisica, del ricco consumatore latitante è nel centro di Milano, nel famoso quadrilatero d´oro, dove ci sono le boutique e le gioiellerie più ricercate del mondo. Ebbene, sono piene più che altro di eleganti commesse molto ben vestite e ben pettinate che si annoiano da mattina a sera. I clienti non ci sono. Stime prudenti dicono che gli affari (una volta alimentati soprattutto da clienti russi e arabi) si sono ridotti fra il 30 e il 50 per cento. Se scendiamo un po´ di livello, constatiamo che il mercato delle auto, in Europa, si è ridotto del 25-30 per cento. E se gli europei rinunciano all´auto nuova (la cosa che amano di più), vuol proprio dire che hanno già cancellato molte altre cose dalla loro lista degli acquisti.

Quale è il senso di tutto ciò? Significa che la crisi, partita dal sofisticato mondo della finanza, è già arrivata ai consumatori, e non solo a quelli meno abbienti. Ha già colpito anche più su. Non importa quale sia il reddito, la parola d´ordine è: non si compra niente, fino a quando non sarà passata la tempesta. E questa tempesta minaccia di essere più complicata del previsto. I previsori ufficiali, quelli che studiano la congiuntura per mestiere, continuano a lanciare messaggi in fondo tranquillizzanti.

Nel 2009, dicono, la crescita sarà di fatto inesistente, tanto in America quanto in Europa. Ma niente di più. Nelle loro tabelle non si vede un solo segno meno. Al massimo, spiegano, ci sarà qualche trimestre un po´ negativo. Insomma, va di moda la teoria della recessione breve. Una specie di starnuto congiunturale, e poi via, di nuovo.

Ma sarà proprio così? Qualche isolato pensatore comincia a pensarla diversamente, e avanza qualche spunto di riflessione.

1 – E´ la prima volta che il mondo va in crisi tutto insieme. Anche dall´Asia, infatti, stanno arrivando segnali poco rassicuranti. Anche da quelle parti (che erano l´ultimo motore rimasto alla congiuntura) si comincia a rallentare. L´America e l´Europa, invece, sono in ginocchio da tempo e c´è poco da sperare. Nessuno sa che cosa può succedere in mondo che si ferma “tutto” insieme. E´ un po´ come avere una macchina con le gomme a terra, senza benzina e con le candele sporche. E nessuno che abbia la voglia (o la forza) di dare una spinta per uscire dal fosso.

2 – E´ la prima volta che la maggior economia del mondo (gli Stati Uniti) va in crisi con le autorità che non hanno più una sola arma per combattere l´avversa congiuntura. I tassi di interesse, si fa notare, sono già molto bassi. Si possono ancora abbassare, certo, e sembra che a questo stiano pensando alla Federal Reserve. Ma tutti sanno che tagliare ancora il costo del denaro in America può essere un rischio molto grosso: c´è il pericolo di falsare tutto, e di incartarsi per dieci anni.

D´altra parte, il mondo continua a essere “illiquido”: nel senso che tutti (banche e imprese) cercano soldi in giro, ma non ne trovano. I soldi non sono stati bruciati, ci sono. Ma nessuno si fida a darli a qualcuno che non sia se stesso. Il governo, d´altra parte, ha già fatto i rimborsi fiscali e ha appena deciso di stanziare 700 miliardi di dollari per ritirare dalle banche i titoli “tossici” (cioè che non valgono niente). A questo punto è difficile pensare a altre armi e, soprattutto, non si sa dove prendere i soldi. E allora qualcuno dice che Ben Bernanke (il capo della Federal Reserve) forse dovrà fare sul serio quello che una volta espose come battuta: salire su un elicottero pieno di dollari (appena stampati) e lanciare i biglietti sulle città americane per far ripartire i consumi.

Le autorità, insomma,
mai sono state così disarmate. E la crisi è appena cominciata, perché solo adesso sta mordendo l´economia reale, quella degli uffici e delle fabbriche, quella dove si crea davvero la ricchezza da distribuire.

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fonte: http://forum.crisis.blogosfere.it/viewtopic.php?f=10&t=625&p=8811

Cento (Ferrara): il Pdl se la prende con Amnesty: critica il governo

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A volte piccoli calcoli politici si antepongono ad un qualcosa di ben più ampio ed importante come la difesa dei diritti umani. Succede a Cento, cittadina di 34 mila abitanti in provincia di Ferrara, dove la destra locale ha presentato un’interpellanza comunale con una precisa richiesta: interrompere i rapporti tra il Comune e il gruppo locale di Amnesty International.

La singolare richiesta è stata avanzata da due consiglieri comunali di maggioranza, Cesare Falzoni di An e Antonio Baroni de La Destra: «Il Comune di Cento deve interrompere ogni forma di collaborazione con Amnesty International 196 Cento». Nello specifico i due consiglieri di destra ritengono che Amnesty nel suo rapporto annuale del 2008, sia troppo critica con il Governo che, a detta dell’associazione umanitaria, «starebbe creando un Paese pericoloso col pacchetto sicurezza». Inoltre, secondo i due consiglieri, su molti altri aspetti l’associazione umanitaria è critica con il governo e dunque non sarebbe apolitica ed imparziale.

L’interpellanza ha suscitato scalpore. I gruppi di minoranza Pd e Pdci hanno definito la richiesta «una vergogna». E il gruppo locale di Amnesty ha scritto una lettera al sindaco Tuzet e al presidente del consiglio comunale Orlandini chiedendo spiegazioni e sottolineando che «i giudizi contenuti nel rapporto derivano da una valutazione internazionale, ampia e imparziale». Inoltre, si legge nella lettera, «la critica di Amnesty è diretta non solo all’attuale governo, ma anche esplicitamente al precedente, e riguarda in generale le istituzioni italiane e il clima politico».

In realtà l’amministrazione locale di Cento non è nuova a curiose, o meglio preoccupanti, iniziative: non molto tempo fa la maggioranza aveva approvato un ordine del giorno presentato dalla Lega che inibisce la denominazione di strade e piazze di Cento a persone che fanno riferimento al comunismo. E in base a questa delibera rischia di essere cancellata l’intitolazione di una via ad Antonio Gramsci.

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Pubblicato il: 22.10.08
Modificato il: 22.10.08 alle ore 17.33

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=80175

SCUOLA – L’ipotesi di Calamandrei (uno che ci vedeva bene..)

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“Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.

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Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica,intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di previlegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole , perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi,come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili,si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola previlegiata.

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Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare prevalenza alle scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.”

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Piero Calamandrei
Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III congresso dell’Associazione a Difesa della Scuola Nazionale, a Roma l’11 febbraio 1950

Veltroni: «Sabato in piazza contro il governo della paura»

di Concita De Gregorio, direttore de l’Unità

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Vittorio Foa e Veltroni - foto Ansa - 250*180 - 20-10-08

Veltroni con Vittorio Foa
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Dietro al palco, alla manifestazione di sabato, ci sarà un grande pannello con una frase di Vittorio Foa. «Pensare agli altri oltre che a se stessi, al futuro oltre che al presente».

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Perché Vittorio, dice il segretario del Partito democratico Walter Veltroni, «aveva voglia di modernità e paura del passato: il contrario di una certa classe dirigente di questo paese. Era agli antipodi di coloro a cui il Pd dà fastidio e sperano e lavorano perché si frantumi. Io sono molto ottimista, invece, come Vittorio lo era. Sento crescere il fastidio verso un governo neopopulista che baratta la libertà con la capacità di decidere, che alimenta e si alimenta dell’insicurezza sociale e delle paure individuali».

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«Un governo che si scaglia contro una civile manifestazione di dissenso come la nostra dimenticando che nel 2006 gridava in piazza “Contro il regime, per la libertà”. Ecco. Io non credo ai sondaggi, non credo alla politica fatta di ciò che conviene. Credo alla capacità degli italiani di capire, di vedere, di reagire. Ne abbiamo abbastanza di quella politica stanca che parla solo di se stessa, delle dinamiche delle tattiche delle strategie trasformistiche, delle parole vuote che non dicono più niente a nessuno. Abbiamo bisogno di riappropriarci subito, adesso delle nostre vite e di occuparcene: di dire no al razzismo delle classi differenziali, alla precarietà e all’insicurezza, alla mortificazione di chi insegna e di chi studia, alla tutela dei forti e al disprezzo dei deboli. L’Italia è diversa da come vorrebbero disegnarla, da come la vorrebbero».

Veltroni, lei è al centro di un’offensiva che vuole il Partito democratico debole e incerto. Anche nel centrosinistra ogni volta che si tratta di decidere riemergono forze contrarie. Pensi a quel che succede ogni volta che c’è da decidere un candidato sindaco: a Bologna, a Firenze. La paura del rinnovamento sembra avere radici ovunque. Sente di combattere due battaglie, una contro la destra e una dentro il partito?

«Sono due battaglie, è vero, ma di segno e di intensità molto distinte. C’è un’offensiva contro il Pd che arriva da destra di cui i giornali, in larghissima parte, si fanno strumento. Esiste in Italia davvero il rischio di un pensiero unico, Berlusconi si atteggia verso il Pd come certa stampa: a sinistra basta un refolo che diventa un uragano, a destra si dà per scontato che i partiti siano a gestione monocratica. A me piace il rumore, non il silenzio. Però constato che quando Berlusconi parla attorno a lui c’è silenzio, da noi qualsiasi cosa uno dica si alimenta lo “spirito critico”. Che va benissimo, certo. Il tema non è libertà contro democrazia. Tuttavia c’è un momento in cui bisogna smettere di lamentarsi e passare alla proposta. All’opposizione e alla proposta. Noi facciamo le primarie, le secondarie e le terziarie. Loro no, mai, loro rispondono al capo. Allora dico: non possiamo spaventarci delle primarie per scegliere un candidato sindaco, davvero no. Facciamole. A Bologna, a Firenze, dove serve. Cofferati ha fatto una scelta che capisco e condivido. Guardiamo avanti, adesso. Non abdichiamo alla direzione politica dei processi, scegliamo quel che è più utile e poi facciamo le primarie se è il caso però subito dopo venga una scelta di sobrietà, abbassiamo i toni, pensiamo all’interesse generale. Inoltre: chi perde le primarie si mette al servizio degli altri. In America Hillary Clinton fa campagna e la chiude al fianco di Obama».

C’è per caso un difetto congenito anche tra i giovani del Pd? Si parla molto di primarie a gestione verticistica.

«Ho spinto i giovani a sentirsi più un movimento che un piccolo partito, ho consigliato loro di candidarsi senza bisogno di farlo “per liste”. Ho chiesto ai dirigenti locali di lasciarli fare, di non imbrigliare i movimenti giovanili del Pd in logiche da partito bonsai. Spero che accada. Conto sull’energia dei ragazzi perché accada».

Poi c’è Di Pietro, ormai alla sua sinistra, che attacca. Lei ha detto: è rottura.

«Io dico la stessa cosa da mesi solo che l’altro giorno era domenica e non c’era di meglio, si vede, per fare un titolo. Di Pietro ha stracciato l’impegno col Pd: ha detto cose di noi che io non mi permetterei di dire di lui. Che noi siamo “pappa e ciccia con Berlusconi” e che siamo indistinguibili dal Pdl. Con Di Pietro abbiamo fatto un’alleanza elettorale ma abbiamo due modi di fare opposizione diversi. Io non direi proprio che lui sia “più a sinistra”. Su molti temi, su quelli sociali e su quelli dell’immigrazione, non lo sento. Questo non vuol dire che dobbiamo diventare avversari. Convergeremo quando potremo. Lo abbiamo fatto in Trentino cerchiamo di farlo in Abruzzo: oggi ho fatto un appello per una coalizione larga. Sono sicuro che troveremo una soluzione».

Torniamo alla manifestazione di sabato. È solo contro questo governo o porta una proposta di governo?

«È tutte e due le cose, naturalmente. È contro un governo che considera le manifestazioni di piazza una provocazione. Berlusconi è l’uomo che non ha esitato ad abbandonare il Parlamento quando bisognava risanare i conti per entrare nell’euro, è un uomo che non conosce il principio di responsabilità politica. Il Pd, per loro, è una pericolosa anomalia. Perché vuole una politica diversa, vuole parlare alle persone comuni di quel che riguarda le loro vite: penso al mondo della scuola, ai piccoli e medi imprenditori che aspettavano le grandi opere e una politica fiscale che non è arrivata, a chi lavora nella sicurezza a ha votato a destra, ma oggi è deluso, ai clandestini cha aumentano, alla cultura ambientale che cola a picco, al disprezzo del nostro mondo, del mondo di tutti, ai diritti, alla laicità dei diritti. Torna il grande insegnamento di Foa: pensare agli altri, non lamentarsi, non avere paura. Sabato saremo a pochi giorni dalle elezioni americane: da lì verrà un segnale per il mondo. Vedremo se un’America impaurita e piegata dalla crisi avrà il coraggio di votare un nero di 46 anni o la destra della signora Palin».

È di nuovo un discorso generazionale.

«Guardi, io avevo 38 anni quando sono andato a dirigere l’Unità. Avevo l’età di mio padre quando morì. Favorire il ricambio è un obbligo. Il futuro è l’unico posto dove possiamo andare. Certo senza perdere la memoria, e difatti non è solo un discorso di generazioni, questo: parlo di culture, di idee. Parlo di chi, qualunque età abbia, è già espressione di una nuova cultura democratica: molti dirigenti della Margherita e dei Ds lo sono, moltissimi. I nostri elettori lo sono. Voglio tornare allo spirito delle elezioni del 14 aprile, ripartire da lì. Abbiamo vinto, non perso, una grande battaglia. Il Partito democratico è il più giovane di tutti: ha un anno. Deve consolidare le sue radici, ha bisogno dell’amore e della cura di tutti noi: di tutti. Nessuno può tirarsi indietro».

Quali saranno i simboli, in piazza?

«Avremo le nostre bandiere. I nostri slogan. Sarà una manifestazione civilissima, un esempio di civiltà. Abbiamo preparato poster coi volti di Vittorio Foa, di Ingrid Betancourt, di Obama e di Roberto Saviano. Da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo. Noi e il mondo insieme, perché la politica non è quella del nostro ombelico. La politica è pensare agli altri oltre che a se stessi, al futuro oltre che al presente. Guardare fuori, guardare dentro. Stare con la gente, saperla ascoltare. La politica è non avere paura».

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Pubblicato il: 22.10.08
Modificato il: 22.10.08 alle ore 13.20

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=80175

I FASCISTI DENUNCIANO L’ATTORE ULDERICO PESCE

Riceviamo via mail e pubblichiamo immediatamente, con preghiera di diffusione ed adesione a tutti gli antifascisti:

Indagato dalla Procura della Repubblica di Cosenza

petizione Lavoro

L’apologia di fascismo in Italia non sussiste! E’ infatti stato regolarmente riconosciuto dalle Istituzioni italiane il Movimento politico nazionale “FASCISMO E LIBERTA’”.

In un momento storico delicato per gli equilibri di solidarietà, tolleranza e integrazione un ulteriore attacco al significato stesso della parola “libertà”.

Il 15 maggio 2005 a Matera, in occasione del Referendum popolare in favore della ricerca sulle cellule staminali, Ulderico Pesce, attore e regista lucano, è stato disturbato durante il suo intervento dall’arrivo di alcuni giovani che raccoglievano adesioni per un nuovo movimento di ispirazione fascista.

I promotori di questo “Movimento”, esponendo un tricolore sul quale primeggiava al centro un fascio littorio, si aggiravano in prossimità del palco distribuendo volantini promozionali circa il loro “credo” politico.

L’attore lucano, dopo ripetuti solleciti per cercare di allontanare questi “promotori autorizzati”, data la loro inopportuna intrusione, si è visto costretto ad abbandonare il palco.

In occasione del festival teatrale di Milano e del debutto dei suoi spettacoli  presso il teatro “Sapzio Mil” di Sesto S. Giovanni (“Il Triangolo degli Schiavi”, “Storie di Scorie”, “Asso di Monnezza”),  Pesce rende pubblico il suo dissenso su fatti di straordinaria importanza.

A distanza di alcuni anni, infatti, la Procura della Repubblica di Cosenza lo ha indagato per calunnie contro il movimento politico “FASCISMO E LIBERTA’” avvenute durante il comizio di Matera.

“Stiamo mandando avanti una petizione” spiega Pesce “per l’archiviazione dell’indagine. Inoltre in una lettera aperta al Presidente della Repubblica chiedo, assieme ai firmatari, come sia possibile che un movimento  simile possa essere stato legittimato dallo stato”.

I promotori di “Fascismo e Libertà” hanno ormai invaso molte città d’Italia con manifesti affissi nei luoghi pubblici e proclami per ottenere nuove adesioni.

“Oggi, poiché è legale,” conclude l’attore “è diventato possibile pubblicizzare il fascismo!”

Ulderico Pesce invita tutti ad aderire alla sua petizione disponibile sul sito internet www.uldericopesce.com

Contatti per la stampa:

Valentina Bruno 339 3111154

Rosa Flora 333 4147611

Animali mai visti: 17 nuove specie scoperte in una foresta in Tanzania

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Il risultato di diverse spedizioni di un erpetologo del museo di Trento

Trovati rettili e anfibi sconosciuti in una remota regione inesplorata sui Monti Nguru

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C’è solo una strada che passa nell’interno della Tanzania: parte dalla città di Dar es Salam, sulla costa, e attraversa tutto il paese. Dopo quattro ore di macchina, in direzione della capitale Dodoma, si cominciano a vedere in distanza i picchi rocciosi che sbucano in cima alla catena dei Monti Nguru, coperti dalla foresta pluviale e quasi sempre avvolti in una fitta nebbia. E’ lì in mezzo, cioè in uno dei luoghi finora meno esplorati della terra, che Michele Menegon, ricercartore del Museo Tridentino di Scienze Naturali, ha scoperto 17 nuove specie di rettili e anfibi. Per quanto se ne sa fino ad ora queste rane, rospi, camaleonti e serpenti, che nessun occhio umano aveva mai visti finora, e che non hanno ancora un nome, vivono solo su queste montagne. Dopo diverse spedizioni, per un totale di oltre due mesi interi trascorsi tra i 700 e i 2400 metri, sono state catalogate 97 specie di rettili e anfibi e, tra queste, 17 sono appunto risultate totalmente sconosciute. Molte altre rischiano di restarlo per sempre, visto che possono estinguersi a breve, prima che l’uomo ne scopra l’esistenza. Questa foresta montana, che si estende su un’area di circa 180 km quadrati, è minacciata dalla pressione da parte delle popolazioni indigene che vivono ai suoi margini. La gente dell’altopiano taglia e brucia gli alberi per far posto alle coltivazioni di mais, patate e altri ortaggi. Prima ancora di avere un nome, quindi, molti di questi organismi che abitano questa zona rischiano di scomparire.

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La vita nella foresta
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VITA IN FORESTA Michele Menegon, nella foresta della Tanzania sui monti Nguru, i leopardi li ha incontrati diverse volte. Sempre di notte, sempre da solo. «Una sola ho avuto paura, quando lo sentivo ma non lo vedevo. Capivo che era a una decina di metri circa, sentivo il soffio rauco, ma non riuscivo a vederlo». Le altre volte, invece, gli occhi del leopardo sono sempre finiti, nel fascio di luce della torcia di Michele. E questo lo tranquillizzava: «In questi casi non ho provato paura. E’stato come se si congelasse tutto intorno a me, ma non avevo paura. Sono solo rimasto fermo e lui se ne è andato. Del resto noi non siamo sue prede». Quello di Menegon non è un lavoro come un altro. Fa l’erpetologo, cioè un ricercatore che studia rettili e anfibi; è una via di mezzo tra un esploratore e uno scienziato.

LE SPEDIZONI Stare settimane nella “msituni kabisa”, nel cuore della foresta, come dicono le guide e i portatori che accompagnano queste spedizioni, non è impresa semplice. Per cinque ricercatori servono almeno 12 portatori, per un bagaglio complessivo di due quintali e mezzo. Per trovare rettili e anfibi ci sono due condizioni ideali: la stagione delle piogge, quando la foresta è al suo massimo di umidità, e il buio. E’ per questo che mentre gli altri dormono nel campo, Michele va in giro per la foresta con le sue torce.

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La foresta sui monti Nguru

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LA SCOPERTALa molla che lo spinge è quella di cercare di essere il primo uomo ad avere tra le mani un essere vivente che nessuno, fino a quel momento, aveva mai visto. E poi studiarlo, dargli un nome e presentarlo alla comunità scientifica. Tra le 17 specie scoperte ce n’è stata una che lo ha colpito più di altre. “Era diventato buio da poco. Mi ero mosso solo di qualche decina di metri dal campo – racconta Menegon – e stavo ascoltando i canti che arrivavano dai rami degli alberi. Distinguo un hyperolius, piccola rana gialla che conosco bene ma sento anche un altro canto più sommesso, che ricorda quello di altre specie di calluline incontrate su altri massicci montuosi. Era diverso: frequenze più basse, con una ripetizione delle note più lenta, e di norma il canto delle calluline conosciute finora proviene sempre dai rami degli alberi, mentre questo arriva dal basso. Cerco con la pila tra le foglie alla base di un grosso albero e vedo una grossa rana seminascosta (foto). La guardo nella luce della torcia frontale, e sono subito certo che si tratta di una specie nuova: appartiene al genere delle Calluline, ma è completamente diversa da quelle note fino ad oggi: più grande con grosse ghiandole chiare sulle zampe, colorata e con la pelle che produce riflessi metallici. Ha occhi arancioni e un colore mai visto. L’ho messa nella sacca e sapevo di aver iniziato bene il giro quella sera”.

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Stefano Rodi

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20 ottobre 2008-ultima modifica: 22 ottobre 2008

fonte: http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/08_ottobre_20/nuove_specie_tanzania_cb5b7280-9eae-11dd-b7ca-00144f02aabc.shtml

Berlusconi: polizia all’università. E minaccia la stampa italiana / Università, contro Gelmini mobilitazione permanente

Qualcuno sta cercando lo scontro frontale, col rischio di nuovi bagni di sangue. Il nostro. Ma anche il suo, temo. Chiunque esso sia.

mauro

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"Polizia nelle università Dalla sinistra bugie, dalla Rai ansia"

Berlusconi: “Polizia nelle università
Dalla sinistra bugie, dalla Rai ansia”

articolo di Repubblica, clicca qui

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 Scuola studenti gelmini corteo manifestazioni manifestazione

Il corteo del 10 ottobre
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Gli studenti di scuola e università protestano democraticamente contro la riforma della Gelmini. E Berlusconi minaccia rappresaglie fisiche: «Dico chiaro un avviso ai naviganti: non permetteremo l’occupazione delle scuole e dell’università. Oggi convocherò il ministro dell’Interno Maroni per studiare con lui gli interventi delle forze dell’ordine». È questa la politica preferita del governo di destra, come del resto fa già con l’opposizione, che come detto da Berlusconi o dice come vuole lui o non ci deve essere.

Il premier ha tutta una sua teoria sulla protesta corale che investe indistintamente tutte le scuole e le facoltà della penisola: Dietro alle manifestazioni sulla scuola c’è l’estrema sinistra e, come a Milano, anche i centri sociali». «Non ritireremo il decreto legge che è sacrosanto – proclama Berlusconi -. I leader della sinistra dicono solo menzogne». Berlusconi ha poi cercato di respingere punto su punto le accuse al decreto legge scuola: «Non verrà mandato via alcun insegnante – ma poi è costretto ad ammettere -. Ci sarà solo il blocco del turn over». E ancora non può smentire neanche che ci sarà una riduzione del tempo pieno: «Le famiglie potranno scegliere liberamente». Clamorosa è poi la retromarcia sul maestro unico: «Non ci sarà il maestro unico nelle elementari, ma il maestro prevalente». Per non parlare della chiusura degli istituit nei piccoli comuni, tanto sbandierata dalla Gelmini fino alla settimana scorsa. Il premier la smentisce e ora dice: «Non chiudono le scuole più piccole: ci sarà un solo preside e un solo segretario per più scuole con pochi alunni». Berlusconi, infine, affronta il discorso del voto in condotta, dove già la Gelmini aveva dovuto fare un altro dietrofront: «Non si boccerà con il 7 in condotta. Verrà bocciato chi ha 5 in condotta, ma solo con il via libera del Consiglio d’istituto e di classe».

«C’è un movimento di protesta
molto ampio, che riguarda famiglie, studenti, insegnanti – afferma il segretario del Pd, Walter Veltroni, -. Se fossi nel governo farei un gesto politico: ritirerei quel decreto Gelmini che è alla base di tutta questa sofferenza e ritirerei le misure finanziarie prese». Secondo il leader del Partito democratico, «vanno rimodulati i costi, ma anche specificando che ogni lira tagliata di sprechi all’interno del sistema scolastico deve rimanere nella scuola. Il sistema scolastico italiano fa acqua da tutte le parti e l’unico che non faceva acqua era la scuola elementare». Quindi, chiede Veltroni, «il governo ritiri il dl e apra un tavolo con tutti i soggetti interessati. Se così sarà, noi siamo disposti a dare il nostro contributo».

La conclusione della conferenza stampa,
in cui il premier ha dato queste interpretazioni è in linea con la sua visione del mondo. Rivolgendosi direttamente ai giornalisti presenti in sala, Berlusconi ha minacciato anche i quotidiani: «Mandate i saluti ai vostri direttori e ditegli che saremmo molto indignati e preoccupati se la conferenza stampa di oggi sulla scuola non avesse seguito». Il presidente del Consiglio bacchetta tutta la stampa italiana: «Si sta facendo una cattiva informazione». E poi conclude in grande stile: «Avete quattro anni e mezzo per farci il callo, non intendo retrocedere di un centimetro».

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Pubblicato il: 22.10.08
Modificato il: 22.10.08 alle ore 15.31

fonte:

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Università, contro Gelmini mobilitazione permanente

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Uno striscione di protesta degli studenti contro la Gelmini - foto Unità - 19-09-08
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Catania, Bologna, L’Aquila, Roma, Perugia. E ancora Torino, Pisa, Firenze, Palermo, Cosenza, Teramo, Macerata. Non si contano più le università che si sono sollevate contro la riforma del ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, e contro i tagli agli atenei previsti dalla legge finanziaria.

A Roma, il Dipartimento di fisica dell’Università La Sapienza è stato chiuso con catenaccio e lucchetti dagli studenti in segno di protesta. Gli studenti, sia del Dipartimento di fisica che del resto dell’Università, sono riuniti in questo momento all’esterno del dipartimento. La loro protesta avviene all’indomani della riunione del Senato accademico che, sostengono gli studenti, non ha preso una posizione chiara in merito alla questione dei tagli.

A Firenze dopo il corteo di almeno 60mila che sono scese in piazza contro la riforma, sono previste altre iniziative, tra le quali spicca la lezione in piazza dell’astrofisica Margherita Hack in piazza della Signoria. La protesta continua anche in molti licei, con occupazioni in corso in una ventina di scuole, anche se nel capoluogo toscano rimane un fronte caldo quello delle università.

A Torino, da martedì sera
la sede universitaria delle facoltà umanistiche, Palazzo Nuovo, è stata occupata dagli studenti. L’iniziativa è stata decisa dall’«Assemblea No-Gelmini» come ulteriore forma di protesta contro i provvedimenti del governo. «Questa decisione – spiegano gli universitari – si inserisce in un percorso di mobilitazione a livello nazionale e si pone come obiettivo quello di estendere il più possibile la partecipazione di tutto il mondo accademico». Nonostante l’occupazione le lezioni, al momento, proseguono regolarmente, mentre gli studenti chiedono la sospensione della didattica dal 28 al 30 ottobre «per favorire la massima partecipazione in occasione della paventata visita del ministro Gelmini a Torino (il 28 ottobre) e dello sciopero generale della scuola (30 ottobre)». Nel pomeriggio, alle 14, è prevista un’Assemblea generale auto-convocata degli studenti nel cortile del Rettorato. Proseguono anche le lezioni all’aperto «per dare visibilità alla protesta» ed è in programma, per il 23 ottobre, una tavola rotonda a Palazzo Nuovo «per coordinare la mobilitazione di tutte le realtà colpite dall’attacco all’istruzione pubblica». Infine, il prossimo 27 ottobre, i rappresentanti dell’«Assemblea No-Gelmini» parteciperanno alla mobilitazione in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico del Politecnico di Torino.

A Cosenza, all’Università della Calabria
è previsto un calendario fitto di assemblee e incontri per decidere le azioni di protesta contro la riforma del governo. Le prime due assemblee previste sono quelle delle Facoltà di scienze matematiche, Fisiche e Naturali e di scienze Politiche. Seguirà poi quella della Facoltà di Economia. Giovedì, c’è grande attesa per le decisioni degli studenti della facoltà di Ingegneria dove, nei giorni scorsi, i docenti hanno già approvato una mozione con la quale è stato deciso lo stato di assemblea permanente. Ultima assemblea prevista è quella di Farmacia. Le decisioni degli studenti saranno poi discusse ampiamente in una assemblea plenaria dell’Ateneo prevista per il 28 ottobre.

A Catania è prevista una manifestazione di dissenso degli studenti nella Facoltà di Lingue, organizzata dall`Udu-Catania. A L`Aquila si svolgerà un’assemblea in cui è prevista la partecipazione degli studenti di Scienze, Medicina, Psicologia, Biotecnologie, Scienze Motorie. A Perugia invece si svolgerà un’assemblea nella Facoltà di Lettere, dove è previsto un consiglio di Facoltà aperto a tutti gli studenti. Anche a Teramo e a Macerata gli studenti parteciperanno ad assemblee organizzate dall`Udu-Teramo e dalla Officina Universitaria per esprimere contrarietà alla legge finanziaria. Mobilitazioni, infine, sono previste anche a Napoli, a Roma, a Firenze, a Bologna.

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Pubblicato il: 22.10.08
Modificato il: 22.10.08 alle ore 11.44

fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=80167

Saviano: “Ogni voce che resiste mi rende meno solo”

Su Repubblica.it oltre 150mila firme aderiscono altri premi Nobel
“Ringrazio chi in questi giorni ha sentito che il mio dolore era anche il suo dolore”

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di ROBERTO SAVIANO

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"Ogni voce che resiste mi rende meno solo"

Roberto Saviano

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GRAZIE per tutto quanto state facendo. È difficile dimostrare quanto sia importante per me quello che è successo in questi giorni. Quanto mi abbia colpito e rincuorato, commosso e sbalordito sino a lasciarmi quasi senza parole. Non avrei mai immaginato che potesse accadere niente di simile, mai mi sarei sognato una tale reazione a catena di affetto e solidarietà.
Grazie al Presidente della Repubblica, che, come già in passato, mi ha espresso una vicinanza in cui non ho sentito solo l’appoggio della più alta carica di questo paese, ma la sincera partecipazione di un uomo che viene dalla mia terra.

Grazie al presidente del Consiglio e a quei ministri che hanno voluto dimostrarmi la loro solidarietà sottolineando che la mia lotta non dev’essere vista disgiunta dall’operato delle forze che rappresentano lo Stato e anche dall’impegno di tutti coloro che hanno il coraggio di non piegarsi al predominio della criminalità organizzata. Grazie allo sforzo intensificato nel territorio del clan dei Casalesi, con la speranza che si vada avanti sino a quando i due latitanti Michele Zagaria e Antonio Iovine – i boss-manager che investono a Roma come a Parma e Milano – possano essere finalmente arrestati.

Grazie all’opposizione e ai ministri ombra che hanno appoggiato il mio impegno e quanto il governo ha fatto per la mia sicurezza. Scorgendo nella mia lotta una lotta al di là di ogni parte.

Le letture delle mie parole che sono state fatte in questi giorni nelle piazze mi hanno fatto un piacere immenso. Come avrei voluto essere lì, in ogni piazza, ad ascoltare. A vedere ogni viso. A ringraziare ogni persona, a dirgli quanto era importante per me il suo gesto.

Perché ora quelle parole non sono più le mie parole. Hanno smesso di avere un autore, sono divenute la voce di tutti. Un grande, infinito coro che risuona da ogni parte d’Italia. Un libro che ha smesso di essere fatto di carta e di simboli stampati nero su bianco ed è divenuto voce e carne. Grazie a chi ha sentito che il mio dolore era il suo dolore e ha provato a immaginare i morsi della solitudine.

Grazie a tutti coloro che hanno ricordato le persone che vivono nella mia stessa condizione rendendole così un po’ meno sole, un po’ meno invisibili e dimenticate.
Grazie a tutti coloro che mi hanno difeso dalle accuse di aver offeso e diffamato la mia terra e a tutti coloro che mi hanno offerto una casa non facendomi sentire come uno che si è messo nei guai da solo e ora è giusto che si arrangi.

Grazie a chi mi ha difeso dall’accusa di essere un fenomeno mediatico, mostrando che i media possono essere utilizzati come strumento per mutare la consapevolezza delle persone e non solo per intrattenere telespettatori.

Grazie alle trasmissioni televisive che hanno dato spazio alla mia vicenda, che hanno fatto luce su quel che accade, grazie ai telegiornali che hanno seguito momento per momento mutando spesso la scaletta solita dando attenzione a storie prima ignorate.

Grazie alle radio che hanno aperto i loro microfoni a dibattiti e commenti, grazie specialmente a Fahrenheit (Radio 3) che ha organizzato una maratona di letture di Gomorra in cui si sono alternati personaggi della cultura, dell’informazione, dello spettacolo e della società civile. Voci che si suturano ad altre voci.

Grazie a chi, in questi giorni, dai quotidiani, alle agenzie stampa, alle testate online, ai blog, ha diffuso notizie e dato spazio a riflessioni e approfondimenti.
Da questo Sud spesso dimenticato si può vedere meglio che altrove quanto i media possano avere talora un ruolo davvero determinante. Grazie per aver permesso, nonostante il solito cinismo degli scettici, che si formasse una nuova sensibilità verso tematiche per troppo tempo relegate ai margini. Perché raccontare significa resistere e resistere significa preparare le condizioni per un cambiamento.

Grazie ai social network Facebook e Myspace, da cui ho ricevuto migliaia di messaggi e gesti di vicinanza, che hanno creato una comunity dove la virtualità era il preludio più immediato per le iniziative poi organizzate in piazza da persone in carne e ossa.

Grazie ai professori delle scuole
che hanno parlato con i ragazzi, grazie a tutti coloro che hanno fatto leggere e commentare brani del mio libro in classe. Grazie alle scuole che hanno sentito queste storie le loro storie.
Grazie a tutte le città che mi hanno offerto la cittadinanza onoraria, a queste chiedo di avere altrettanta attenzione a chi concedono gli appalti e a non considerare estranei i loro imprenditori e i loro affari dagli intrecci della criminalità organizzata.

E grazie al mio quotidiano e ai premi Nobel e ai colleghi scrittori di tante nazionalità che hanno scritto e firmato un appello in mio appoggio, scorgendo nella vicenda che mi ha riguardato qualcosa che travalica le problematiche di questo paese e facendomi sentire a pieno titolo un cittadino del mondo.

Eppure Cesare Pavese scrive che “un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Io spesso in questi anni
ho pensato che la cosa più dura era che nessuno fosse lì ad aspettarmi. Ora so, grazie alle firme di migliaia di cittadini, che non è più così, che qualcosa di mio è diventato qualcosa di nostro. E che paese non è più – dopo questa esperienza – un’entità geografica, ma che il mio paese è quell’insieme di donne e uomini che hanno deciso di resistere, di mutare e di partecipare, ciascuno facendo bene le cose che sa fare. Grazie.

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22 ottobre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/cronaca/camorra-4/saviano-ringrazia/saviano-ringrazia.html

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Roberto Saviano è minacciato di morte dalla camorra, per aver denunciato le sue azioni criminali in un libro – “Gomorra” – tradotto e letto in tutto il mondo. E’ minacciata la sua libertà, la sua autonomia di scrittore, la possibilità di incontrare la sua famiglia, di avere una vita sociale, di prendere parte alla vita pubblica, di muoversi nel suo Paese. Un giovane scrittore, colpevole di aver indagato il crimine organizzato svelando le sue tecniche e la sua struttura, è costretto a una vita clandestina, nascosta, mentre i capi della camorra dal carcere continuano a inviare messaggi di morte, intimandogli di non scrivere sul suo giornale, “Repubblica”, e di tacere.
Lo Stato deve fare ogni sforzo per proteggerlo e per sconfiggere la camorra. Ma il caso Saviano non è soltanto un problema di polizia. E’ un problema di democrazia. La libertà nella sicurezza di Saviano riguarda noi tutti, come cittadini.
Con questa firma vogliamo farcene carico, impegnando noi stessi mentre chiamiamo lo Stato alla sua responsabilità, perché è intollerabile che tutto questo possa accadere in Europa e nel 2008.