Archivio | ottobre 24, 2008

Razzismo, due aggressioni a Genova e Ragusa

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Cresce nel Belpaese un clima di intolleranza e razzismo: sono ben due le aggressioni a sfondo razzista di cui si è appreso venerdì. La prima è avvenuta a Ragusa giovedì sera dove due minorenni romeni hanno preso a calci e pugni un somalo. L’aggressione è stata molto violenta visto che il ragazzo africano è ora ricoverato in prognosi riservata nell’ospedale Civile. L’arrivo di due volanti della polizia ha impedito che le conseguenze dell’aggressione fossero ancora più gravi.

I due aggressori sono fuggiti all’arrivo della polizia che però, grazie all’aiuto di due testimoni, sono stati poi identificati e fermati. Ai due romeni viene contestato il reato di tentato omicidio aggravato dalla discriminazione razziale. Sul movente razziale dell’aggressione non sembrano esserci dubbi: «Sei un negro», avrebbero gridato, a detta di alcuni testimoni, i romeni mentre aggredivano il somalo.

Il secondo episodio è stato registrato nel genovese a Cogoleto, dove un ragazzo di 19 anni di origine albanese è all’Ospedale di San Martino di Genova in coma farmacologico dopo essere stato aggredito da un venticinquenne italiano. Il giovane, da ben 15 anni in Italia, è stato brutalmente colpito alla testa con un manganello telescopico in acciaio. Trasportato all’ospedale, l’albanese è stato sottoposto ad un lungo intervento chirurgico.

L’episodio è avvenuto nella notte tra mercoledì e giovedì scorso, anche se si è appreso dell’accaduto solo venerdì. Il ragazzo italiano è stato arrestato quasi subito dei carabinieri ed è ora accusato di tentato omicidio volontario. Un aggressione che forse poteva essere evitata visto che l’albanese aveva già denunciato il giovane italiano, già conosciuto alle forze dell’ordine per furto e rapina, per aver ripetutamente ricevuto minacce. Anche in questo caso molto probabilmente il movente è etnico: «Prima o poi ti ammazzo sporco albanese», una delle frasi pronunciate dal giovane italiano nei confronti del ragazzo albanese.

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Pubblicato il: 24.10.08
Modificato il: 24.10.08 alle ore 16.53

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=80238

Crisi, le Borse crollano di nuovo. Gran Bretagna in recessione

A Wall Street sospesi i “futures”

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crisi subprime, operatore della Borsa di Roma, foto Epa
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La crisi finanziaria torna a scuotere il mondo, a picco le Borse europee, che scontano i segnali di recessione che provengono dai dati macro e dai risultati di bilancio delle società europee. La conferma che l’economia britannica è ufficialmente in recessione tecnica ha scosso i mercati. A pesare è anche l’andamento a picco dei “futures” sugli indici di Wall Street: le vendite ai massimi consentiti hanno fatto scattare i blocchi automatici, che fermano le vendite fino all’apertura della seduta di contrattazioni sul New York Stock Exchange.

Contribuisce al crollo il continuo calo del prezzo del petrolio, nonostante l’Opec abbia tagliato l’offerta. La piazza peggiore in Europa è Francoforte, con il Dax che perde il 9,28%, dopo avr toccato più volte quota -10%. Il Cac40 di Parigi cede il 9,15%, il Ftse100 di Londra il 7,52%. Crollo anche degli indici milanesi con il Mibtel a -7,08%, l’S&P/Mib a -7,75%. L’ Opec ha tagliato l’offerta ma è stato inutile: un milione e mezzo di barili di petrolio in meno da subito e altri 300 mila entro la fine dell’anno. E non serve a nulla, perché il barile ha continuato a calare. Il barile è caduto fino a 63 dollari sul mercato di New York, e poco sopra i 61 a Londra.

A questo punto tornano a circolare perfino voci che ipotizzano chiusure delle Borse occidentali – come hanno subito deciso Russia e Ucraina. Uno scenario estremo, che al momento non trova conferme nelle authority interpellate, come quella della Francia. Anzi, esclude categoricamente una chiusura l’Autorité des Marches Financiers, o Amf, l’equivalente francese della Consob. Meno chiare le indicazioni giunte dal ministro dell’Economia francese, Christine Lagarde, che ha evitato di rispondere direttamente a una domanda sull’ipotesi di una chiusura delle Borse che le veniva rivolta da un giornalista. Drastica la chiusura da parte dell’Amf: «È escluso che si sospendano le contrattazioni», ha detto un portavoce dell’authority.

Le speculazioni su possibili chiusure temporanee dei mercati azionari erano circolate già alla vigilia dello scorso G7 finanziario a Washington, innescate il 10 ottobre da ipotesi fatte dal premier Silvio Berlusconi, ma che egli stesso aveva rapidamente smentito. In una situazione di alta tensione il tutto era però rimbalzato sulla stampa internazionale, fino a quando anche il presidente Usa, George W. Bush, aveva decisamente chiuso la strada su questa possibilità.

Secondo il capo economista dell’Ocse, Klaus Schmidt-Hebbel, ci vorrà più tempo perché la crisi finanziaria e del credito rientri, e per l’economia reale questo si ripercuoterà con «una recessione più ampia a prolungata».

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Pubblicato il: 24.10.08
Modificato il: 24.10.08 alle ore 17.46

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=80242

Il finto dialogo della Gelmini: Tavolo con gli studenti già saltato

Berlusconi: in piazza dei facinorosi

Studenti contro la Gelmini - foto Unità - 250*200 - 10-10-08
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Prima di partire, il dialogo tra gli studenti e il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, è già finito. L’ Unione degli Universitari e la Rete degli Studenti medi hanno deciso di abbandonare il confronto con il ministro perché non sono state rispettate le loro richieste: lo stralcio degli articoli 16 e 66 della legge 133.

«Non ci siamo nemmeno seduti al tavolo perché riteniamo che il ministro non abbia ascoltato il movimento», ha detto Federica Musetta, coordinatrice nazionale dell’Udu. Per la Musetta «non ci sono le condizioni per aprire il dialogo». La tela del dialogo si è subito spezzata quando la Gelmini «ci ha detto che non ritirerà questi provvedimenti» ha concluso la coordinatrice nazionale dell’Udu.

Sulla stessa linea la Rete degli Studenti medi che attaccano: «Per noi l’intera riforma è solo un modo per risparmiare 8 miliardi di euro» ha detto Luca De Zolt portavoce dell’organizzazione. De Zolt sottolinea che «Su questo il ministro non ci ha risposto». E allora si proseguirà con le proteste: «Continueremo con le proteste e ogni scuola deciderà singolarmente se occupare. Continuerà la nostra mobilitazione, ampia, pacifica e non violenta» conclude il portavoce della rete degli Studenti medi.

Ora sono attese al confronto con la Gelmini altre organizzazioni, tra cui Azione studenti e il Movimento degli studenti cattolici ma pare che manchino all’appello le organizzazioni della sinistra studentesca.

Intanto fanno ancora discutere, le parole pronunciate venerdì mattina da Berlusconi contro chi sta protestando contro il decreto Gelmini suonano dure. «Tra i manifestanti ci sono gruppi di facinorosi – ha tuonato il presidente del Consiglio – Hanno l’appoggio dell’estrema sinistra e dei giornali». Deve aver dormito male Berlusconi, o forse giovedì sera deve aver visto alla televisione quella massa di «facinorosi» che da Torino a Palermo ce l’ha con lui: mamme e papà, ragazzi dalla faccia pulita, maestri e professori. Tutti a dire che l’idea del maestro unico e i tagli alle università sono una delle cose più nefaste che possano capitare alla scuola pubblica italiana. Non è bastato l’appello del segretario del Pd Walter Veltroni che giovedì ha chiesto al governo di fare una cosa di buon senso: ritirare il decreto e riaprire un tavolo di discussione con chi a scuola ci lavora o ci va tutti i giorni.

Dal canto suo, in attesa della manifestazione di sabato dove la protesta sulla scuola avrà un ruolo centrale, il Pd ha raggiunto un primo risultato: «Siamo riusciti ad ottenere il rinvio dell’esame del decreto Gelmini – spiegano i senatori Franca Biondelli, Paolo Nerozzi e Vincenzo Vita – Speriamo che tra ostruzionismo parlamentare e proteste di studenti, docenti e famiglie il governo si ravveda».

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Pubblicato il: 24.10.08
Modificato il: 24.10.08 alle ore 15.30

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=80220

Devastata la sede de La Gazzetta di Caserta. Saccheggiato l’archivio con inchieste appalti

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CASERTA (24 ottobre) – Locali devastati, computer danneggiati, scomparsi i faldoni relativi a recenti inchieste, rubati i sistemi di trasmissione per la tipografia: questa notte un gruppo di malviventi si è introdotto nella sede de La Gazzetta di Caserta.

Saccheggiato anche l’archivio dove erano custodite, tra l’altro, documentazioni sulle inchieste condotte dal giornale, tra cui quelle degli ultimi giorni sull’appalto delle riscossioni di tributi in alcuni comuni dell’agro aversano. Disattivate anche le linee telefoniche e distrutto l’impianto di telecamere a circuito chiuso. I malviventi sono poi fuggiti portando via anche computer e monitor. Sull’episodio indagano gli agenti della Digos di Caserta.

Domani il giornale non uscirà. I malviventi sono poi fuggiti portando via anche computer e monitor. I danni provocati dall’incursione sono ingenti e domani il giornale diretto da Pasquale Clemente non sarà in edicola.

Il direttore. «Chi riteneva di intimidirci ha sbagliato indirizzo. Saremo d’ora in poi ancora più vigili, ancora più attenti nel nostro lavoro, nelle nostre inchieste. In dieci anni ho ricevuto spesso minacce dai più disparati ambienti, ma mai mi sarei aspettato quello che è accaduto nelle prime ore di oggi». Questa la reazione del direttore de La Gazzetta di Caserta, Pasquale Clemente, dopo il raid.

La mano della camorra. Clemente non esclude che l’incursione sia opera di personaggi legati ad organizzazioni criminali che operano nell’agro aversano. «Ho riferito al dirigente della Digos, vice questore Enzo Palmieri, che coordina le indagini, della presenza nei giorni scorsi, nelle vicinanze della redazione, di alcune persone dal chiaro accento della zona di Casal di Principe, che hanno chiesto il nostro indirizzo. Evidentemente le nostre recenti inchieste sull’attività amministrativa di alcuni centri dell’aversano non sono state accolte con favore ed hanno deciso di intervenire, ritenendo di intimidirci. Oltre ai danni materiali in corso di stima – ha concluso Clemente – quello che addolora di più me e l’intera redazione, è che la Gazzetta di Caserta non potrà essere in edicola domani, nonostante l’impegno del prefetto, Ezio Monaco, che si è adoperato affinchè tecnici delle comunicazioni riuscissero in breve a ripristinare i nostri apparati».

«Episodio gravissimo». L’Ordine dei giornalisti della Campania, unitamente con Assostampa e Unione cronisti, hanno definito «gravissimo» l’episodio di cui è stata vittima la redazione del quotidiano casertano, «un atto teppistico che mette a rischio l’uscita» dello stesso. Le associazioni si sono dette inoltre vicine a direttore e redazione, «che nelle ultime settimane hanno portato avanti alcune coraggiose inchieste su appalti e assunzioni negli enti pubblici», ed hanno chiesto alla magistratura di «fare al più presto luce sul gesto intimidatorio».

La manifestazione. Ordine, sindacato e Unione cronisti hanno poi invitato il mondo dell’informazione, le istituzioni e la società civile a partecipare alla manifestazione sulla legalità che si terrà la mattina del 30 ottobre, alle 10.30, al teatro comunale di Caserta.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=33442&sez=HOME_INITALIA

SCUOLA – Il piano del ministro Gelmini devasta la scuola statale

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Alcuni ci hanno chiesto di fare più luce sul piano di riforma-scuola della ‘ministra’ Gelmini. Pubblichiamo quindi il seguente documento che contiene tutti gli elementi del contendere, avendo l’avvertenza di sapere che nel prosieguo del tempo vi sono avuti ‘aggiustamenti’ di tiro (almeno a parole) e contraddittorie dichiarazioni della stessa ministra, a seguito delle rimostranze (giuste) del mondo della scuola e della società intera sui contenuti di questo disastroso piano di ‘riforma’.

mauro

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Il piano del ministro Gelmini devasta la scuola statale

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18-09-2008

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Venerdì 19 settembre verrà ufficialmente presentato alle organizzazioni sindacali il piano programmatico del Ministro Gelmini che attua l’art. 64 della legge 133/08.

Tale articolo pianifica la cancellazione di 130.000 posti di lavoro nella scuola nei prossimi 3 anni, fra docenti e personale ATA secondo le seguenti quantità: 87.000 docenti in meno da ottenere tramite un intervento sugli ordinamenti, sulla didattica e sull’organizzazione delle scuole, 44.500 ATA in meno, corrispondente ad un taglio del 17% dell’attuale organico.

Si tratta dell’attacco più violento portato al sistema della scuola pubblica statale, che mai sia stato fatto. Un attacco su cui occorre distogliere l’attenzione dei cittadini, che potrebbero preoccuparsi e dissentire dall’operazione, per distrarre dunque, parlando d’altro, si scarica una mole di paccottiglia ideologica che si spaccia per riqualificazione della spesa per la scuola, senza alcun pudore di esibire incompetenza e arroganza, facendo piazza pulita di tutto ciò che la ricerca pedagogica ha prodotto in questi anni.

Siccome la scuola italiana non è priva di criticità, soprattutto nel settore della scuola secondaria di primo e secondo grado, è fin troppo facile impugnare le sue problematiche per giustificare interventi draconiani.
Interventi che non scaturiscono però da un progetto di innovazione didattica e ordinamentale che la scuola secondaria aspetta da tempo, ma da pura esigenza di contenimento della spesa e di riduzione del servizio scolastico, secondo una scelta politica che non investe in stato sociale e nei diritti, e mira ad indebolire il servizio pubblico che c’è.

Le numerose dichiarazioni del ministro Gelmini vogliono accreditare l’immagine di un governo efficiente che aggredisce i problemi della scuola con strumenti di ordine, là dove il disordine, l’inefficienza e lo spreco regnano sovrani.
Non si preoccupa di falsare i dati che il Ministero stesso offre circa, per esempio, la spesa generale dello Stato per l’istruzione, e continua a ripetere che la spesa è fuori controllo e che si spende il 97% in stipendi, come a suggerire che una massa di insegnanti nullafacenti sta sottraendo i soldi al funzionamento della scuola, oppure usa i dati OCSE per dire che il numero dei docenti in Italia è nettamente superiore alla media europea, e dunque il taglio si legittima perché tutto ciò che è in più è spreco.

Ma i dati vanno letti correttamente, lo abbiamo fatto e ne abbiamo ricavato che la spesa per l’istruzione cala sistematicamente dagli anni ’90, che per lo stipendio dei docenti si spende il 78% della spesa totale e in quanto ai dati OCSE, a partire dal fatto che sono difficilmente comparabili sistemi diversi, va tenuto conto che negli altri paesi europei non è lo stato che paga gli insegnanti di sostegno, non ci sono i docenti di religione cattolica e spesso il personale ATA è pagato dalle comunità locali, così come alcune figure di insegnanti.

E’ così che il ministro Gelmini spera di far passare il massacro della scuola elementare e la restaurazione bacchettona sull’onda di un “amarcord” a base di grembiulini, maestrine dalla penna rossa, la minaccia della bocciatura, strumento assolutamente inefficace per chi ha problemi di socializzazione, e un semplicistico ritorno ai voti al posto di una valutazione più complessa, ma didatticamente più valida.

E’ così che il ministro riduce la scuola dell’infanzia e la scuola elementare a servizio minimo, solo mattutino, mettendo in seria difficoltà le famiglie e, con uno stratagemma, riduce le già poche risorse per l’istruzione degli adulti, abbassando ulteriormente la già bassa soglia del nostro Paese, di adulti in formazione.

E’ così che il ministro taglia un numero impressionante di posti di lavoro, affermando che la scuola non è un ammortizzatore sociale e che dunque la perdita di 130.000 posti di lavoro non è un suo problema.

Venerdì dunque il Ministro presenterà alle organizzazioni sindacali un piano programmatico di tagli nella scuola, piano di cui si conosce abbondantemente il contenuto, e che infierirà un colpo durissimo alla scuola statale, dunque alla delicata e fondamentale funzione costituzionale che essa ricopre.
Il ministro ha detto esplicitamente che “Abbiamo bisogno di liberare risorse per poter garantire la libertà di scelta alle famiglie”, ecco la scelta politica che sta a monte di tale decisione, chiudere con il peso economico della scuola statale per tutti, per svenderla al privato.
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Le conseguenze dei provvedimenti del Ministro Gelmini sulla scuola media

Dal complesso dei provvedimenti prefigurati dal Ministro Gelmini, sia tramite il D.Legge 112 convertito in legge 133/2008 sia tramite il D.Legge 137/2008 che attende la conversione in legge, la scuola media statale esce impoverita e deprivata sia sul piano culturale sia sul piano delle risorse.

Dal Decreto legge 137/2008, se convertito in legge, alcuni cardini pedagogico-didattici che hanno costituito un campo di innovazione e ricerca, su cui ancora molto è da esplorare e che è terreno specifico di sperimentazione e ricerca, vengono azzerati con un impossibile ritorno alla scuola che fu, e che fu prima della scolarizzazione di massa e dei nuovi programmi del 1979.

Il voto numerico come il voto in condotta, presentati come strumento di chiarezza e di lotta al bullismo, eludono da un lato i problemi della valutazione, che è fatto formativo per eccellenza e non fatto classificatorio e sanzionatorio, dall’altro i problemi della “gestione colta e competente” della difficoltà della preadolescenza, di per sé età di crisi, e in particolare della preadolescenza del nostro tempo, sempre più smarrita e bisognosa di relazione all’altezza delle sue complessità.
Voto decimale e voto di condotta sono un ritorno all’ordine, buono per una politica, buono per una stagione e per una “pulsione” del momento dell’opinione pubblica, ma è fatto destinato a lasciare macerie dietro di sé, perché inadeguato e anacronistico.

Lo specifico insegnamento di “cittadinanza e costituzione” è sempre stato dentro i programmi e le indicazioni di vario orientamento varate negli ultimi anni.
Una sua specifica quantificazione oraria e valutazione mal si concilia, però, con due fatti: il primo è il disprezzo culturale per il “buon comportamento civico” di larga parte dello schieramento politico che propone tale cambiamento (per non parlare del vero e proprio disprezzo per la costituzione che percorre i capi dell’attuale maggioranza); il secondo è la riduzione annunciata del tempo scuola nella secondaria.
Nella scuola media, la quale, secondo i piani che incominciano a circolare, deve avere 29 ore settimanale (e forse 27), occorre ritagliare nelle attuali materie di storia e geografia la specifica ora di educazione alla cittadinanza. Più materie e meno orario mal si conciliano. Senza parlare del fatto che sarebbe bastato, mantenendo le 30 ore settimanali dell’ordinamento pre Moratti, riformulare la scheda valutativa con specifica valutazione dopo aver programmato un’apposito corso formativo per il corrispondente insegnamento.

Dalla Legge 133/2008 (ex 112) emerge la volontà di fare cassa per cui nessun segmento dell’attuale ordinamento scolastico italiano si salverà: neppure la scuola media.

Dalle prime bozze di “devastazione programmata” che circolano la scuola media deve contribuire con una riduzione del tempo scuola.
Il modello di tempo normale pre Moratti di 30 ore, che con l’insegnamento della seconda lingua straniera veniva portato a 33 ore, deve cedere il passo ad un modello di 29 ore, bene che vada, o ad un modello di 27.
Nell’uno e nell’altro caso (29 o 27 ore settimanali) occorre ritagliare l’ora di “cittadinanza e costituzione” e l’ora di religione cattolica: viene espunta la seconda lingua straniera.
Il modello di tempo prolungato verrebbe ricondotto unicamente a 36 ore, con prolungamento didattico per almeno tre giorni settimanali, e solo se i comuni possono assicurare la mensa.
Fremo restando che il tempo prolungato ha senso solo se prevede almeno tre permanenze pomeridiane, non è utile coartare le volontà e le possibilità delle scuole e dei territori: si potrebbe scegliere anche un modello di 40 ore o un modello senza mensa laddove vi è una richiesta reale delle famiglie e laddove nei piccoli centri è possibile praticare il ritorno a casa per il pranzo.
L’organico arricchito del tempo prolungato (di 36 o di 40 ore) favorisce l’individualizzazione dell’insegnamento e l’affrontamento delle ordinarie emergenze delle scuole che lo richiedono nelle zone più deprivate (presenza del deficit socioculturale, presenza di immigrazione, aree a rischio).
Il suo superamento non fa bene alla scuola italiana.
Pertanto, oggi i modelli, certamente da riqualificare soprattutto in funzione della colmatura del deficit che fanno registrare i nostri preadolescenti nelle rilevazioni internazionali, devono essere due: 33 ore comprensive della seconda lingua comunitaria e 36 o 40 ore come tempo prolungato.
Affrontare le difficoltà della scuola media con i tagli (disinvestimento) è quanto di più illogico e insano si possa concepire.

Scuola superiore: un massacro per alunni e personale

Le dichiarazioni del Ministro Gelmini e le bozze non ufficiali, in circolazione, del piano programmatico attuativo dell’art 64 del decreto legge 112/08, convertito nella legge133/08, fanno emergere proposte di cambiamento della scuola superiore fortemente preoccupanti, che dovrebbero essere attuate già dall’a.s. 2009/10.
Questa tempistica è il primo degli elementi profondamente negativi del piano, dato che tutte le profonde e devastanti modifiche lì ipotizzate non hanno un anno di tempo per essere discusse,comprese e realizzate, come può apparire, ma solo tre mesi, visto che le scuole secondarie devono definire la propria offerta formativa entro dicembre 2008, per consentire poi ai giovani e le loro famiglie di scegliere la scuola cui iscriversi entro gennaio del nuovo anno.
E’ evidente che se il Governo mantenesse quella tempistica, sarebbe il caos ed il caso a presiedere le iscrizioni, vista l’assoluta impossibilità a praticare quei cambiamenti in quell’arco di tempo!
I contenuti di questa massiccia operazione di “razionalizzazione”, ripensamento dell’impianto della secondaria, “in termini di massima semplificazione” e di “essenzializzazione” (termine di nuovo conio!!!), saranno definiti sulla base dell’esigenza del risparmio della spesa, che implica una riduzione di tutti i quadri orari, senza nessuna attenzione a scelte di carattere pedagogico/didattico o sociale.
Ne risulta un massacro di organico che riguarda tutti gli indirizzi della secondaria superiore, che non risparmia nessuno, dal momento che si dichiara esplicitamente che quei criteri riguarderanno anche il sistema dei licei.
Il tutto è sapientemente mascherato da alcune argomentazioni di facile presa in un’opinione pubblica ormai addomesticata dai processi di semplificazione che, nascondendo la complessità dei problemi e delle soluzioni da adottare, rendono più difficile il controllo sociale sulla reale portata delle decisioni che finiranno per deprimere la qualità non eccelsa dell’attuale scuola secondaria, per di più aumentandone il carattere selettivo sul versante sociale ed educativo.
La riduzione di tutto (orari, discipline, risorse e personale), che il ministro sta ipotizzando si traduce solo in una pesante penalizzazione per tutti sul versante dei saperi ed in un aumento della selezione e della dispersione scolastica per i più deboli, qualsivoglia sia la causa della loro condizione.
Ci troveremo a gestire tra tre mesi anche la definizione dei nuovi organici determinati sulla base dei nuovi parametri in un clima di confusione derivante degli accorpamenti delle classi di concorso.
Se, per un verso, ad esempio, c’è la necessità di intervenire rispetto ai circa 900 indirizzi oggi presenti nell’istruzione tecnica e professionale e sul carico orario settimanale, in molti casi ridondanti e insostenibili per un apprendimento proficuo, quel piano, ancora da definire nei suoi contenuti specifici (quali indirizzi dell’istruzione professionale confluiranno nell’istruzione tecnica; quali classi di concorso saranno accorpate; quali discipline spariranno o vedranno ridotte il proprio orario; che fine faranno le già scarse attività laboratoriali?) dice solo che sarà aumentato il rapporto alunni/docenti, con il conseguente aumento del numero di alunni per classe, saranno ridotte le ore di lezione ed il numero delle discipline, accorpate classi di concorso, evidentemente con criteri da bilancino del farmacista, e non sulla base di attente valutazioni sui saperi necessari per la cittadinanza in una società complessa e sui contenuti epistemologici delle discipline.
Non è dato sapere i criteri che ispireranno la riduzione degli indirizzi e la confluenza delle eventuali sovrapposizioni dall’istruzione professionale nell’istruzione tecnica. Perché non il contrario?
L’istruzione professionale risulterà fortemente ridotta nelle tipologie, contraddicendo l’impegno, assunto su altri tavoli, per il sostegno e la formazione di professionalità in aree strategiche per il rilancio del processo produttivo italiano.
L’ipotesi del monte ore settimanale di 32 ore, la revisione e la riduzione del ruolo degli insegnanti tecnico pratici licealizza nei fatti i percorsi, facendo venir meno la componente laboratoriale, tecnico – professionale, caratteristica fondamentale di questi indirizzi.
Sostanzialmente si ritorna all’ipotesi della Moratti e del decreto 226 /05, annullando il percorso di revisione e riqualificazione presenti nell’art 13 della legge 40/07, che prevedeva di mantenere nell’istruzione professionale, d’intesa con le regioni, anche percorsi di durata triennale. Questa prospettiva verrebbe del tutto smantellata, costringendo chi non è interessato al titolo quinquennale ma ad una certificazione spendibile nel mondo del lavoro ad assolvere l’obbligo d’istruzione nella formazione professionale.
Altro che libera scelta!
Il tutto diventa ancora più confuso con l’eventualità, al momento accantonata ma comunque presente nel piano, di strutturare per il futuro l’intero percorso superiore su 4 anni!
Saremo in presenza di percorsi già profondamente ridotti nella loro consistenza oraria (30 ore settimanali medie per i licei e 32 per gli istituti tecnici e professionali), che subiranno un’ulteriore prossima riduzione annua, senza alcuna valutazione sulle ricadute sul percorso educativo dei giovani.
Tutte operazioni fuori da una visione strategica del ruolo della scuola pubblica per la crescita democratica e lo sviluppo del Paese, fatte per esigenze di risparmio e che pagheranno per primi i giovani ed i lavoratori della scuola.

Nella scuola il 97% della spesa sulla scuola è per il personale: un’anomalia in Europa. E’ falso!

Ripetutamente il ministro Gelmini, per giustificare i tagli drammatici che stanno stravolgendo la scuola concertate con il duo Tremonti Bossi, ha dichiarato che la spesa per la scuola in Italia rappresenta una anomalia rispetto al resto dell’Europa, che sarebbe fuori controllo ed in costante aumento, che è inaccettabile il fatto che ben il 97% della stessa sia destinate alle retribuzioni del personale.
E’ falso. Infatti, secondo lo studio Ocse Oecd Education at a Glance 2008 con l’aumentare in gran parte dei paesi dell’Ocse del numero degli studenti che completano l’istruzione secondaria, la spesa per l’istruzione è notevolmente cresciuta in tutti i paesi sia in termini assoluti che di percentuale di bilancio”. Tra il 2000 e il 2005 questa crescita ha raggiunto il 19%. Ma l’Italia è ben al di sotto di sotto. Infatti, sempre secondo questo studio complessivamente l’Italia risulta nelle fila dei paesi che spende meno in istruzione: soltanto il 9,3 % (dato del 2005). Infatti, al di là degli aumenti per il rinnovo dei contratti, tutti sappiamo che le diverse finanziarie hanno operato forti riduzioni su tutte le voci di spesa della scuola.
La spesa del bilancio del Ministero dell’Istruzione per l’istruzione per il 2008 risulta 42,4 miliardi. Di questi, secondo la Gemini il 42 miliardi (da qui il 97%) sono dovute a spese di personale. Ma quando si parla di cifre bisogna essere precisi. Infatti le spese di personale in realtà sono 40,1 miliardi come si legge dalle tabelle sul sito Miur. Comunque anche questo dato nasconde una mistificazione, infatti la Gelmini inserisce in questa voce anche i circa 3 miliardi inviati alle scuole per il miglioramento dell’offerta formativa. Dunque, questa percentuale si riduce e scende sotto la media europea.
Ora, la verità è che la spesa per l’istruzione a carico dello stato (42 miliardi) è pari all’80,4% della spesa totale sulla scuola che nel nostro paese è di circa 52 miliardi per l’apporto degli EE. LL: per mensa ed edilizia scolastica.
Esattamente come in Europa, visto che la media OCSE – comprendente paesi anche al di fuori dell’Europa, come Stati Uniti, Giappone, Corea- è pari al 79,9%.
Allora non vi è nessuna anomalia. L’anomalia sta nel voler far cassa e che per far ciò si manipolino i dati o si falsificano.

MA CON LA SCUOLA NON SI DEVE FAR CASSA E, COME E’ SEMPRE AVVENUTO, TUTTI GLI EVENTUALI RISPARMI CHE NON POSSONO ESSERE IN OGNI CASO RAGGIUNTI CON LA DEVASTAZIONE DELLA SCUOLA PUBBLICA, DEVONO RIMANERE ALLA SCUOLA
NON UN EURO DEVE USCIRE DALLA SCUOLA
E ANZI SI RICHIEDONO INVESTIMENTI MASSICCI PER L’ITALIA DELLA CONOSCENZA IN UN MONDO DELLA CONOSCENZA

In conclusione la spesa sulla scuola non è fuori controllo ma è aumenta bene al di sotto della media solo per effetto dei rinnovi contrattuali. Un diritto sacrosanto dei lavoratori.
Anzi essa è drasticamente e costantemente diminuita in questi ultimi dieci anni.
Infatti la spesa sulla scuola negli anni novanta era circa il 3,9-4.0% del PIL e nel 97-98 si era già ridotta a circa il 3.0% del PIL. Ora, 10 anni dopo, è circa al 2,8% sempre del PIL.
Quindi è falso dire, come fa il Ministro che la spesa è fuori controllo, come è falso anche dire che essa aumenta continuamente.
Il Ministro dovrebbe prima documentarsi e poi leggere attentamente i dati.
Infine invitiamo la Ministra ad essere precisi anche sul numero degli addetti. Questi non sono 1.300.000 come va sempre dicendo ma non superano i 1.125.975 compresi i precari come si legge dalla pubblicazione del Miur “La scuola in cifre”.

Il piano del Ministro Gelmini renderà inefficienti i servizi scolastici: Dsga, amministrativi, tecnici e collaboratori scolastici ridotti al lumicino

Il piano programmatico del Ministro Gelmini comporterà lo stravolgimento della rete scolastica. Questo significa che verranno chiusi molti punti di erogazione del servizio (dove ci sono gli alunni) con ricadute pesanti sia sull’occupazione che sull’organizzazione del lavoro. Già adesso, per effetto dei continui tagli, i docenti aprono e chiudono direttamente le scuole nei piccoli centri. Un duro colpo verrà dato alla sicurezza delle scuole dal momento che gli assistenti tecnici non avranno più ore disponibili per mantenere in efficienza e in sicurezza i laboratori dove gli alunni svolgono le esercitazioni didattiche. Ad esempio dopo tutta l’enfasi sull’informatica non ci sarà nessun investimento sul sistema informativo delle scuole che invece è sempre più determinante nelle operazioni di gestione del personale e della didattica.

Le cifre – meno 44.500 posti – sono drammatiche e mandano un messaggio culturale negativo su questo personale che invece ha un ruolo importante nell’innovazione per quanto riguarda la vivibilità dell’ambiente e la qualità delle relazioni con gli alunni, con i docenti e con i genitori. Ma così non sarà più se andrà avanti il progetto della Gelmini che vuole affidare i servizi scolastici a ditte esterne.

Le ricadute sul personale saranno molto negative. In concreto, oltre al soprannumero e alla perdita del lavoro dei precari anche il concorso ordinario per Dsga non verrà più bandito perché non ci saranno più posti liberi da coprire. Questo sarà un grave danno alla professionalità di questa figura che da dieci anni non ha avuto alcun ricambio. I tagli riducendo i posti disponibili manderanno in fumo le aspettative di molti colleghi che da anni aspettavano i corsi concorsi per passare ai profili superiori.

Le risorse che il Ministro Gelmini promette per aumentare gli stipendi dei docenti: un piatto di lenticchie in cambio della devastazione della scuola pubblica

Il comma 9 dell’art. 64 della L. 133/08 prevede che solo una parte dei risparmi derivanti dai tagli nella scuola venga destinato ad “incrementare le risorse contrattuali per la valorizzazione e sviluppo professionale della carriera del personale” a decorrere dal 2010.
Come noto il taglio complessivo previsto nel triennio comporterà risparmi complessivi nella spesa per l’istruzione di circa 8 miliardi di euro.
Ma solo una minima parte di questo risparmio e cioè circa 950 milioni di euro verrà utilizzato per valorizzare il personale. In realtà si vogliono introdurre elementi di meritocrazia.
Se, per via di ipotesi, ripartiamo tale cifra, sul 30% della categoria (quella da premiare) l’aumento sarebbe di 150 euro lordi. Un piatto di lenticchie che è difficile spacciare per “valorizzazione e sviluppo professionale della carriera del personale”.
E non bisogna dimenticare che lo stesso Ministro ha più volte dichiarato che lo stipendio degli insegnanti va portato a livello degli insegnanti europei. Siamo d’accordo. Ma allora c’è da dire che dividendo questa cifra per tutti gli addetti l’aumento sarebbe di circa 70 euro lordi mensili. In questo caso non ci si comprerebbero nemmeno le proverbiali lenticchie che almeno sfamarono Esaù, ma sarebbero solo elemosina senza contare che ne è escluso il personale di segreteria, gli assistenti di laboratorio e i collaboratori scolastici.
Se poi si tiene conto che il Ministro Gelmini ha già ipotecato una parte di questi risparmi all’aumento del tempo pieno e all’aumento di orario frontale del maestro unico per coprire l’orario a 24 ore degli alunni, è del tutto evidente che ciò che rimarrebbe sempre per la ” valorizzazione e sviluppo professionale della carriera del personale” basterebbe al massimo per una ciotola di cicoria amara e scondita.

La scuola elementare nel piano programmatico

Il piano programmatico di attuazione del taglio di personale previsto dalla legge 133, ha coniato un neologismo per nobilitare l’operazione e farla apparire neutra rispetto al massacro che si propone.
La parola è “essenzializzazione” ed è da applicarsi ai piani di studio e ai carichi orario, così verranno essenzializzati anche i posti, le discipline, il tempo scuola, l’offerta formativa.
Per le risorse umane la formula è: “Razionale ed efficace utilizzo”.

Nel rivedere gli ordinamenti della scuola elementare, si darà attuazione all’art. 4 del DL 137, che prevede il ritorno al maestro unico a partire dal 1 settembre 2009 e la riduzione del tempo scuola a 24 ore contro le attuali 30 dei moduli e 40 del tempo pieno.

La scuola sa che alla base della riforma degli ordinamenti che risale al ’90 e che introdusse i moduli in tutte le scuole elementari non funzionanti a tempo pieno, vi fu una lunga e accurata ricerca didattica, che si è alimentata del contributo di illustri pedagogisti, del consenso dei docenti, del contributo culturale del tempo pieno, di anni di sperimentazione e di pratica sul campo, che si è dimostrata efficace a garantire gli ottimi risultati di apprendimento testimoniati dalle ricerche internazionali.
Oggi però i pedagogisti dell’ultima ora dicono che: “il modello didattico e organizzativo del maestro unico appare più funzionale all’innalzamento degli obiettivi di apprendimento, con particolare riguardo all’acquisizione dei saperi di base, favorisce l’unitarietà dell’insegnamento soprattutto nelle classi iniziali, rappresenta un elemento di rinforzo del rapporto educativo tra docente e alunno, semplifica e valorizza la relazione fra scuola e famiglia. ….inoltre…. si avverte il bisogno di una figura unica di riferimento con cui l’alunno possa avere un rapporto continuo e diretto“. Pedagogia casereccia.

Se i risparmi ottenuti con la riconduzione alle 24 ore di funzionamento, saranno consistenti, se la dotazione organica lo permetterà, si potrà andare incontro alle richieste delle famiglie per un orario di 27 ore o di 30 ore o addirittura per un estensione di 10 ore settimanali, comprensive della mensa.
E il tempo pieno? È il modello spezzatino previsto dal D.lgs 59/04, già a suo tempo rispedito al mittente da scuole e movimenti. Ma solo nella migliore delle ipotesi, perché l’aumento dell’orario è comunque subordinato alle disponibilità di organico.

In quanto all’insegnamento della lingua inglese, basterà un piano di formazione di 150/200 ore tenuto dai docenti di lingua inglese della scuola media, per considerare professionalmente pronti i docenti della scuola elementare ad insegnare la lingua inglese. Nel frattempo, solo per un anno, potranno essere ancora utilizzati gli insegnanti specialisti.
Ai figli del popolo deve bastare una scuola di 24 ore a cui si può aggiungere qualche ora, se ci sono i soldi, e una infarinatura di lingua straniera. Quelli che possono integreranno con mezzi propri.
Così la Costituzione, che si imparerà a scuola, verrà tranquillamente violata in uno dei suoi principi fondamentali, quello dell’uguaglianza dei cittadini.

Tradotto in numeri, le tabelle indicano che il primo anno dovrà garantire un risparmio di 14.000 posti comprensivi anche dei posti per la lingua inglese (4000), il secondo anno un risparmio di 7900 posti (4000+3900) e il terzo anno di 3300 posti di lingua inglese.

Scuola dell’infanzia 1968-2008: i suoi primi quaranta anni saranno anche gli ultimi! Il governo decreta la fine della buona scuola

Anche la scuola dell’infanzia sta per essere pesantemente travolta (e stravolta) dalle misure imposte dal ministro dell’economia con l’art. 64 del decreto Legge 112/08, che troverà la sua attuazione nel piano programmatico che il ministro dell’istruzione illustrerà alle Organizzazioni sindacali nell’incontro fissato il 19 p.v..

Sembrava che la scuola dell’infanzia potesse uscire, se non indenne dall’assalto che il governo ha messo in atto contro la scuola italiana, almeno senza interventi tali da cancellarla come invece sembra leggendo la bozza del progetto Tremonti. Sembra incredibile che ciò stia accadendo davvero ma di fatto si rischia di cancellare quarant’anni di buona scuola, il primo segmento del sistema formativo del nostro Paese, riportando la scuola dei bambini dai tre ai cinque anni alle prime esperienze della fine dell’800 con la nascita degli ‘”asili infantili”.

Nel piano programmatico, infatti, la scuola dell’infanzia viene azzerata e se ne disegna una con caratteristiche che, non solo rimandano agli asili infantili, che pure furono esperienze pioniere, insieme a quelle di alcuni comuni, di un percorso lunghissimo fatto prima di sola assistenza poi, via via nel tempo, di veri confronti, approfonditi studi dell’età evolutiva del bambino, ricerche pedagogiche e didattiche, sperimentazioni, coinvolgimento e condivisione di lavoratori, istituzioni e società civile che ci ha portato alla scuola dell’infanzia statale di oggi – sì, proprio quella che ci invidiano in tutta Europa e che quest’anno compie i suoi primi (ed ultimi) quarant’anni. Davvero un bell’anniversario!

Di seguito la traduzione pratica del Tremonti-Gelmini pensiero per la scuola dell’infanzia:

– l’orario obbligatorio diventa quello solo antimeridiano (definito oggi, a legge vigente: “tempo ridotto”) con l’impiego di una sola unità di personale docente;
l'”economia di ore” derivanti dall’azzeramento del tempo normale di 8 ore comporterà un esubero di insegnanti che consentiranno di attivare altre sezioni. Si spaccia, nel modo più spudorato, questa operazione come una progressiva generalizzazione della scuola dell’infanzia;
– oltre al ripristino dell’anticipo per i bambini di 2 anni, previsto dalla legge Moratti n. 53/03 e abolito dalla L.F. del 2007, nei piccoli comuni e piccole isole, come nelle situazioni dove non esistono strutture educative per la prima infanzia, per poter arrivare al numero utile per l’apertura di una sezione si iscriveranno i bambini di 24-36 mesi;
– la prosecuzione e lo sviluppo delle cosiddette “sezioni primavera” per soddisfare ulteriori richieste di servizi. Questa esperienza, frutto di un (travagliato) accordo tra Stato e Regioni, è limitata al solo a.s. 2008-2009 e per la sua prosecuzione necessita di uno nuovo e specifico accordo.

Non solo il ministro dell’istruzione avanza inesistenti (e suggerite) motivazioni pedagogiche per nascondere le vere ragioni del ritorno al maestro unico, anche nella scuola dell’infanzia ma, nel farsi portavoce delle scelte dei ministri che contano, cerca di vendere come innalzamento della qualità della scuola, compresa quella dell’infanzia, la vergognosa scelta di fare cassa anche sulla pelle dei bambini più piccoli, cittadini che non hanno voce per reclamare diritti e per i quali può bastare il ricovero mattutino nella rinata “scuola materna”.
A proposito, che dirà il ministro Gelmini alle famiglie che non potranno più contare su una vera scuola per i loro figli, in termini di qualità e di tempo scuola adeguato? Forse risponderà che i cittadini devono capire che si sta lavorando per il futuro dei loro figli, soprattutto di quelli che hanno i genitori separati (!) e che devono partecipare in prima persona a questo grande progetto: che chiamino una baby sitter o iscrivano i figli a scuole private che garantiscono tempi lunghi di funzionamento (anche con i soldi pubblici!), oppure si riuniscano in fondazioni private e assumano tate o comunque qualcuno che “tenga buoni” i piccoli fino al rientro di mamma e papà. Non avete soldi per tutto questo? Allora, potrebbe consigliare: “non fate figli, sareste dei genitori irresponsabili”!

Centri di istruzione per gli adulti: non sono ancora nati e già si modificano, riducendoli

I centri di educazione per gli adulti, ristrutturati in Centri provinciali per l’istruzione degli adulti dal decreto Fioroni del 25 ottobre 2007 e non ancora applicato, sono oggetto di rivisitazione alla luce delle indicazioni presenti nel dl 112/08.
Il piano programmatico del Ministro Gemimi prevede, infatti, il dimensionamento delle istituzioni scolastiche nel rigido rispetto dei parametri previsti dalla normativa vigente, ed in tale contesto va inserito anche il conferimento dell’autonomia ai neo centri provinciali per l’istruzione degli adulti.
Da ciò discenderà un ampliamento del bacino di intervento dei neo centri provinciali, con una centralizzazione territoriale di un’offerta che, al contrario, avrebbe necessità di essere garantita in modo diffuso per consentire all’utenza più debole di raggiungere agevolmente le sedi in cui si eroga formazione.
L’autonomia scolastica si concretizzerebbe, così, solo in termini di dirigenza scolastica, in particolare nelle piccole province non corrisponderebbe ad un ampliamento dell’offerta formativa per gli adulti, che è la necessità da cui si è partiti per la riorganizzazione dei centri territoriali.
Lascia esterrefatti, inoltre, delle proposte ministeriali, la razionalizzazione delle già scarsissime risorse umane in questo settore.
Verrà riconsiderato, infatti, l’assetto organizzativo dei centri, prevedendo “un numero contenuto” di materie d’insegnamento, ancora più ridotto rispetto a quello già previsto nel precedente decreto, che aveva riportato l’organico solo su discipline strettamente legate all’ordinamento, tanto che anche il nome dei centri era stato modificato da “centri per l’educazione degli adulti” in “centri per l’istruzione degli adulti”.
La totale sottovalutazione, da parte dell’attuale ministro all’istruzione, della rilevanza civile, sociale ed economica di questi percorsi formativi per gli adulti è confermata dalla precisazione, contenuta nel piano, che gli organici saranno determinati “in funzione della serie storica degli alunni scrutinati e non quelli iscritti, privilegiando percorsi brevi ed essenziali” e che gli eventuali docenti soprannumerari non potranno essere utilizzati in corsi non ordinamentali. Altro che formazione funzionale!
Viene così confermata l’intenzione di non considerare in alcun modo le esigenze formative delle fasce deboli della popolazione adulta (i precari, gli immigrati, gli anziani) a cui sicuramente non interessa di “essere scrutinati” ma di apprendere per poter esercitare pienamente il diritto alla cittadinanza attiva.

Per i precari: pronte le lettere di licenziamento

Il piano programmatico è l’ultimo tragico regalo che il governo Berlusconi fa ai precari della scuola.
Con il taglio di 130.000 posti di docenti e ATA nei prossimi anni i primi a pagare saranno i supplenti per il quale si prospetta un vero e proprio licenziamento in tronco.
Non si tratta di entità astratte ma di persone in carne ed ossa che da settembre 2009 non percepiranno più lo stipendio. E non si tratta di poche unità, ma di migliaia di lavoratori che, da anni, garantiscono il funzionamento delle scuole e che da un giorno all’altro saranno brutalmente espulsi senza nessun ammortizzatore.
Dai primi calcoli, solo nel 2009, 27.000 docenti e 9.000 ATA non lavoreranno più. Diventeranno più povere le loro famiglie e diventerà più povera la scuola che non potrà contare su risorse nuove perché il piano Tremonti/Gelmini azzera nei fatti le immissioni in ruolo previste dal Governo Prodi.
Ha un bel da dire la Ministra che riaprirà le graduatorie per i docenti del IX ciclo SSIS: per fare cosa? per allungare la schiera di aspiranti docenti che non troveranno lavoro per i prossimi decenni, visto che non ci saranno più assunzioni!

Altro che merito e ringiovanimento della scuola: sarà una vera e propria restaurazione ai danni dei bambini e dei lavoratori precari che dopo anni di attesa vedranno delusa ogni aspettativa di stabilizzazione e perfino di lavoro.

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fonte:  www.gilda.perugia.it/Il%20piano%20del%20ministro%20Gelmini%20devasta%20la… –