Archivio | ottobre 25, 2008

(Eggià, l’avevamo detto..) TFR ADDIO!

DAL BLOG DI BEPPE GRILLO

25 Ottobre 2008

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Clicca l’immagine per vedere il video

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Chi ha tenuto il suo TFR in azienda ha avuto un rendimento del 3,5%. Chi, seguendo il consiglio dei sindacati, dei partiti e dei promotori finanziari, lo ha investito nei fondi pensione ha perso circa il 20%. Ed è solo l’inizio. Con la Borsa in picchiata, per i futuri pensionati la liquidazione servirà per il cappuccino e il becchime per i piccioni. Sindacati, Confindustria, Partiti e Banche si sono inghiottiti un altro tesoretto. Non rimane più quasi nulla da spolpare al cittadino. Possono solo taglare i servizi, la Scuola, la Polizia, la Sanità fino all’epilogo delle pentole argentine.

“Se lavori nel settore privato ed entro fine giugno non dici nulla, il tuo TFR finirà nel risparmio gestito. Un’avventura da far tremare i polsi. Da vent’anni i fondi comuni fanno perdere soldi. E i fondi pensione sono pronti a ripetere gli stessi disastri. Il silenzio assenso è una trappola. Cambiano le carte in tavola senza chiedere nulla. E’ il gioco delle tre tavolette con i soldi di una vita. Non è vero che costruiscono una pensione integrativa: danno il TFR in pasto all’industria del risparmio gestito.” Beppe Grillo, 6 giugno 2007.
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Leggete la lettera di Beppe Scienza, matematico, studioso del risparmio e della previdenza integrativa.
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Tre milioni di italiani in carcere

di Beppe Scienza

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“Per gli italiani la previdenza integrativa è come una prigione. Sindacati ed economisti di regime (Marcello Messori, Giuliano Cassola, Elsa Fornero ecc.) gli hanno tirato un brutto scherzo coi fondi pensione. Circa tre milioni di lavoratori hanno rinunciato al loro TFR e ora sono ingabbiati per sempre. Per giunta presi in giro da chi voleva arricchirsi alle loro spalle, come la società di gestione Anima che aveva l’impudenza di affermare: “L’investimento in un fondo pensione è una scelta intelligente”. Si è visto che razza di scelta è stata: dall’estate del 2007 una batosta dopo l’altra.

La trappola è scattata a giugno dell’anno scorso. Da allora è andata prima male e poi malissimo nel 2008. Ne sanno qualcosa i lavoratori chimici (fondo Fonchim) che a fine settembre perdevano il 14,8% da inizio anno, i metalmeccanici (fondo Cometa) con un risultato negativo del 10% o i ferrovieri (fondo Eurofer) con un deficit del 17%. Questi sono i minus delle linee azionarie, ma anche le altre hanno fatto peggio del TFR.

Però la cosa più grave è la mancanza di libertà. Chi ha aderito a un fondo pensione, soprattutto per le insistenze dei sindacati, è come condannato a vita. Finché lavora, il suo TFR continuerà a finire lì, volente o nolente. Ma anche andando in pensione otterrà soltanto la semilibertà. Metà di quanto si sarà salvato (il cosiddetto montante), non potrà ritirarlo perché verrà convertito in una rendita, a condizioni decise da altri.

Purtroppo non può neanche sperare nella grazia del Capo dello Stato. Per la previdenza integrativa non è prevista. In compenso ogni due anni può cambiare cella. Cioè può passare per esempio da una linea azionaria e a una garantita, restando nello stesso fondo. Peccato che tali garanzie sia solo propaganda, con linee “garantite” in negativo del 3% da inizio 2008 (fondo Fonchim)! Volendo può anche cambiare prigione. Cioè non solo la linea di gestione, ma anche il fondo. Non può però riacquistare la libertà: l’ergastolo è l’ergastolo!

È rimasto in libertà solo chi si è tenuto il TFR. Tranquillo e sicuro, lo vede crescere giorno dopo giorno (circa +3,5% da inizio 2008). Se cambia lavoro o va in pensione lo riceve tutto subito; ed è libero di farne cosa vuole.

Quindi ha fatto bene chi ha ascoltato i consigli di Beppe Grillo, i miei o anche di Famiglia Cristiana.
Per altro la faccia tosta dei sindacati non ha limiti. Non contenti delle figuracce collezionate col fondo per la scuola (Espero), pochi giorni fa Cgil, Cisl, Uil ecc. si sono incontrati per farne partire due per coprire tutto il settore pubblico (Sirio e Perseo). Sembra una barzelletta.”

Beppe Scienza

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fonte: http://www.beppegrillo.it/2008/10/tfr_addio.html

TERRA MADRE – “Le api stanno morendo ovunque”

Il miele bianco del Wukro presentato a Terra Madre

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TORINO, 25/10/2008

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Il grido d’allarme è unanime: «Le api stanno morendo in tutto il mondo, soprattutto nelle campagne». È il grido d’allarme degli apicoltori di tutti i Continenti riuniti a Torino per ’Terra Madrè. Sotto accusa le nuove e potentissime molecole neurotossiche, usate massicciamente su tutte le coltivazioni. Per difendere le api gli apicoltori hanno creato una rete internazionale che riunisce le comunità del miele di tutto il mondo con l’obiettivo di dar vita ad un manifesto dell’apicoltura «buona, pulita e giusta».

«Le api riflettono il degrado del nostro pianeta – affermano gli apicoltori – esseri indispensabili, caratterizzati da una complessa e fragile organizzazione ci dicono che bisogna cambiare comportamenti». «Le nuove molecole neurotossiche – sostiene Francesco Panella, presidente dell’Unione Nazionale degli Apicoltori Italiani – usate in modo crescente su tutte le coltivazioni sono così potenti, in dosi infinitesimali, da trasformare la linfa vitale, per tutto il ciclo della pianta, in subdolo insetticida». Identico l’allarme degli apicoltori dei vari paesi: le api muoiono ovunque dalla pampa argentina, ridotta a una landa di monocoltura di soia Ogm irrorata dagli aerei in continuazione con diserbanti, agli Usa dove immensi territori sono destinati unicamente alla coltivazione di mais per fare girare i motori a scoppio, alla foresta amazzonica disboscata e trasformata in coltura di canna da zucchero, agli stati del Nord dell’India che hanno visto il crollo della produzione di miele selvatico per l’eradicazione delle essenze spontanee trasformate in carbone, ai meleti del nord Irlanda che non producono più per mancanza di insetti impollinatori, al crollo di produzione per mancanza d’api delle coltivazioni di cetrioli del North Carolina.

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vedi anche:

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fonte: http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/salonegusto/200810articoli/8476girata.asp

Pedopornografia, 98 indagati. Ci sono anche un prete e un imam

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Operazione della Polizia Postale di Udine: sequestrati pc e materiale informatico

“Uno spaccato della società italiana: impiegati, operai, studenti, professionisti”

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UDINE – Un prete e un imam, professionisti e studenti, operai e impiegati: secondo la Polposta di Udine “c’è uno spaccato quasi completo della società italiana” nell’indagine sulla pedopornografia che ha portato ad arrestare due persone, indagarne un centinaio di persone (98 per la precisione) e a sequestrare 118 computer e un ingente quantità di materiale.

L’operazione è stata denominata “I West”. Le persone indagate sono di età compresa tra i 26 e 59 anni “e rispecchiano – ha detto Romeo Tuliozzi, responsabile della Polposta di Udine – un po’ tutte le categorie sociali. Ci sono anche operatori di culto cattolici e musulmani”. Impressionanti i numeri degli oggetti sequestrati: oltre ai pc, 168 hard disk, 3.634 cd, 678 dvd, 579 videocassette e 49 pendriver.

L’indagine è partita ‘monitorando’ un sito internet, per accedere al quale si doveva pagare 98 dollari, che pubblicizzava solamente materiale pedopornografico. Si è così potuto appurare che il server era negli Stati Uniti, mentre la società che gestiva il traffico era di Minsk (Bielorussia). Contatti con il Dipartimento dell’Immigrazione Usa e con il Dipartimento per i crimini informatici di Minsk hanno permesso di debellare la ‘banda’.

Nella capitale bielorussa, in particolare, sono stati sequestrati quattro milioni di dollari provento degli acquisti on-line di materiale pedopornografico.

In Trentino la Polizia postale ha arrestato Daniel Passigli, segretario comunale del comune di Tassullo dal 1998 ma residente a Gardolo, sobborgo a nord del capoluogo, e Armando Gabardi, operaio di Trento.
Mercoledì erano state perquisite le loro abitazioni e, nel caso di Passigli, anche l’ufficio in Comune dove è stato sequestrato un computer. Poi i due arresti.

L’operazione “IWest” segue di qualche giorno quella della polizia del Molise che aveva portato agli arresti domiciliari di altri due trentini: Stefano Soncini dipendente di un negozio di Trento e Riccardo Borgogno un operaio di Borgo Valsugana. A quest’ultimo sarebbero stati sequestrati una cinquantina di Cd e Dvd con migliaia di immagini proibite. Nell’abitazione di Trento la polizia aveva sequestrato due computer. Entrambe le persone coinvolte nell’inchiesta hanno negato di aver mai scambiato materiale pedopornografico.

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25 ottobre 2008

fonte:  http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/cronaca/pedofilo-linciaggio/arresti-pedoporno/arresti-pedoporno.html?rss

Bankitalia, “Lavorare più a lungo”. E Confindustria avvisa le banche

Da via Nazionale appello per una ulteriore modifica delle pensioni
Marcegaglia chiede sgravi e avverte: “I soldi non restino nelle banche”

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ROMA – “Il mantenimento e l’espansione del livello di vita raggiunto nel nostro Paese non può non richiedere che si lavori di più, in più e più a lungo”. L’appello arriva dal vice direttore generale della Banca d’Italia, Ignazio Visco. L’esponente del direttorio di via Nazionale ha anche sottolineato la necessità per l’Italia di accelerare sulla strada delle liberalizzazioni e intervenire sul sistema scolastico che oggi offre un livello medio di istruzione “ancora basso” e “inferiore a quello di quasi tutte le economie avanzate”.

Ma sul momento di crisi arriva – proprio rivolto alle banche – un attacco di Confindustria: “Su un punto – dice Emma Marcegaglia – non intendiamo fare sconti a nessuno: i soldi dati alle banche non devono restare dentro le banche, ma devono servire a dare credito alle imprese”. Insomma, il flusso del credito non deve essere inferiore a prima della crisi”, anzi “deve aumentare”.
Poi avverte il governo: servono nuovi sostegni e un impegno per la riduzione dei tassi a livello europeo.

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25 ottobre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/economia/conti-pubblici-81/bankitalia-pensioni/bankitalia-pensioni.html?rss

CIRCO MASSIMO – Veltroni: “La destra non sa governare. Un’altra Italia è possibile”

“Siamo una forza riformista e antifascista. Le tasse non sono scese”

Attacca il Premier: “Il Paese è migliore di chi lo governa”
E chiede di investire 6 miliardi per tagliare le tasse sulle tredicesime

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"La destra non sa governare   Un'altra Italia è possibile"

Walter Veltroni

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ROMA – Lo aspetta una piazza stracolma. Più di 2 milioni e mezzo dicono gli organizzatori. Di sicuro sono moltissimi. A loro Walter Veltroni si rivolge con un discorso di settanta minuti. Bacchettando il centrodestra, attaccando Silvio Berlusconi, dipingendo il profilo di quella che Veltroni definisce “la più grande forza riformista del Paese”. Il Pd, appunto. Che oggi, dopo la sconfitta elettorale, le polemiche interne, le difficoltà con Di Pietro, prova a ripartire. Veltroni legge un discorso di 23 cartelle, che si apre con la fiera rivendicazione delle radici antifasciste: “L’Italia, signor presidente del Consiglio, è un Paese antifascista ed è migliore della destra che lo governa oggi”.

L’affondo contro il Cavaliere è frontale. Tocca le tasse che “nonostante le promesse elettorali non sono scese”, la riforma della scuola “che non si può fare contro studenti e professori”, l’immigrazione “perché l’italia non sarà mai un paese razzista”, l’economia con l’idea del patto tra i produttori. Ed ancora la pubblica amministrazione che “va riformata senza criminalizzarne i dipendenti” e la valanga di solidarietà per Roberto Saviano, lo scrittore minacciato di morte dalla camorra.

Ma Veltroni va oltre. Dipinge una diversità quasi antropologica con la destra, “che ha fatto un deserto di valori e l’ha chiamato sicurezza, che vuole un pensiero unico e lo chiama gradimento, che calpestano i diritti e lo chiamano decisione. La destra ha creato la cultura del vuoto. Non le interessa la scuola perché per loro la scuola è la televisione. Quel vuoto ci spaventa. Per voi è indifferente perché vi è congeniale. Lo avete alimentato con la vostra cultura dell’individualismo e dell’egoismo per il fastidio per ogni regola morale, con l’idea che vale solo il successo facile”.

Snocciola, il segretario del Pd, “le tossine” della destra. Un tempo liberista e adesso pronta a invocare l’intervento statale. Una destra “inadeguata” a fronteggiare la crisi, “perché si occupa solo di rassicurare i potenti”. Ed ancora una nuova stoccata al premier: “La democrazia non è un consiglio d’amministrazione”.

Poi tocca alla scuola. Veltroni attacca la riforma Gelmini contro la quale è in atto una mobilitazione di studenti e professori. E lancia una proposta: “Il governo ritiri o sospenda il decreto attualmente in discussione in Parlamento, modifichi con la Legge Finanziaria le scelte di bilancio fatte col decreto e avvii subito un confronto con tutti i soggetti interessati, giovani studenti, famiglie, docenti” . Tanti gli applausi a testimonianza di quanta linfa abbia portato la protesta alla manifestazione. E infine, sempre per rimanere in tema: “Fa rabbrividire la mozione della Lega sulle classi differenziate per i bambini stranieri”.

Arriva il momento delle proposte. Iniziando con la riduzione, a partire dalla prossima tredicesima, del peso delle tasse sui lavoratori dipendenti e sui pensionati, “destinando a questa misura 6 miliardi di euro, in un insieme di interventi che valgono lo 0,5% del Pil”. Un intervento “rilevante ma sostenibile”, tanto più dopo le decisioni sui parametri europei, per una finanza pubblica “risanata dall’azione di un uomo che quando governava pensava al Paese, e non a se stesso: Romano Prodi”. Secondo il Pd, la spesa pubblica va ridotta. Ma “spendendo meglio, non spendendo meno e basta, senza preoccuparsi di cosa ne sarà delle scuole, degli ospedali, della sicurezza dei cittadini”. Il punto è che nell’azione del centrodestra “non c’è traccia della lotta all’evasione fiscale. Il governo sta riproponendo la vecchia ricetta: aliquote alte, pochi controlli, evada chi può. Complimenti, è la strada maestra per andare tutti a fondo”.

Ma c’è spazio anche per parlare dell’anima del Pd. Della “più grande forza riformista della storia d’Italia ed è da qui che dobbiamo ripartire per consolidare la nostra forza”. Davanti alle critiche di chi parla di un’opposizione troppo morbida, Veltroni oppone l’identità dei democratici, “un partito libero che non teme di apparire moderato ad alcuni ed estremista per altri perché siamo niente più che il riformismo italiano. Noi da questa piazza non insultiamo Nessuno e non gridiamo al regime. La nostra sfida è chiara, ed è la stessa che lanciammo al Lingotto”.

Nubi nere coprono il cielo. Veltroni si avvia a chiudere il discorso. E lo fa lanciando, tra gli applausi del Circo Massimo, un messaggio di speranza che è allo stesso tempo un traguardo: “Un’altra Italia è possibile, noi vogliamo far arrivare agli italiani un messaggio di fiducia. Le cose possono cambiare. Le cose cambieranno. Non c’è rassegnazione, non c’è paura, non c’è buio dopo il quale non venga la luce”. Finisce così. Con la piazza che canta l’inno di Mameli.

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25 ottobre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/politica/partito-democratico-20/discorso-veltroni/discorso-veltroni.html

dall’Unità:

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Leggi il discorso integrale di Walter Veltroni (documento word)
Da piazza della Repubblica un fiume di gente di Massimo Franchi
Siamo tanti, siamo qui, siamo tutti del Pd di Alessia Grossi
Scende in piazza anche la comunità online

Fotogallery: Il popolo del Pd: i leader, la gente
Fotogallery 2: Il corteo da piazza Esedra tra canti e bandiere
Le vostre voci: Ascolta le interviste dei protagonisti

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berlusconi 17.09.08
Per sminuire la manifestazione del Pd il premier Silvio Berlusconi si arrampica sugli specchi e dal cilindro tira fuori una valutazione che dimostra la sua conoscenza della storia: «Dovrà passare una generazione prima di avere una sinistra democratica da noi». Ma contro la piazza anche il sindaco di Venezia Massimo Cacciari, insoddisfatto del governo ombra.

Scuola, continua la protesta: cortei e fiaccolate contro il ministro Gelmini

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Il mondo della scuola ogni giorno fa sentire la sua voce contro il governo di destra Berlusconi e la sua “riforma”, voluta dal ministro Mariastella Gelmini. Le manifestazioni, per lo più spontanee o organizzate localmente, hanno coinvolto diverse città. Ad Agropoli, in provincia di Salerno, gli studenti si sono addirittura legati e imbavagliati ai cancelli della scuola. Sono gli studenti del Liceo Classico e Scientifico della cittadina salernitana che, dopo tre giorni di corteo nel centro contro il decreto Gelmini, si sono legati ai cancelli del Liceo Classico. Oltre che legati, gli studenti, decine, si sono anche imbavagliati, sorreggendo un cartello con la scritta “Studenti non strumentalizzati”. «Ci siamo legati ai cancelli contro chi vuole frapporre una barriera sempre più alta tra noi e la scuola – spiega Michele Rizzo, rappresentante d’Istituto degli studenti – il bavaglio è per chi vuole ridurci al silenzio. Pure imbavagliati, noi continueremo a difendere le nostre ragioni».
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A Roma, gli studenti sono scesi in piazza spontaneamente in un corteo che si è snodato per le vie del quartiere di Centocelle: hanno partecipato 2500 ragazzi. Con un semplice passaparola cinque istituti superiori della zona – Kant, De Chirico, Benedetto da Norcia, Levi Civita, Amaldi – si sono ritrovati in piazza, e hanno protestato contro la riforma targata Gelmini. «Solo un tam tam, niente di organizzato – racconta Luca, studente del Kant – e da Centocelle siamo arrivati fino al parco di villa De Sanctis, pacificamente, le forze dell’ordine ci hanno accompagnato da lontano, tutto si è svolto in modo sereno». Cori e slogan sono quelli che accomunano la protesta da Nord a Sud: «Non pagheremo la crisi». E uno striscione per ogni scuola, «tutte molto attive, con assemblee e mobilitazioni», e quello del Kant accanto ad un “ollraitz” in inglese maccheronico ironizza “Gelmini docet”.
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Non si placa neanche a Firenze la protesta contro il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini. Studenti e professori della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze sono intervenuti in massa alla Fortezza da Basso, dove in questi giorni si sta svolgendo la terza edizione del Festival della Creatività, per svolgere pacificamente delle lezioni – si legge in una nota dell’ufficio stampa della manifestazione – in quella che, in questi giorni, rappresenta idealmente la roccaforte dell’innovazione e del libero pensiero. «Ci sembrava il luogo più adatto dove poter fare sentire la nostra voce in maniera pacifica – ha commentato uno degli studenti – tutto ciò che vogliamo è poter continuare a studiare ed esprimere le nostre idee».
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A Napoli a scendere in piazza sono stati centinaia di studenti delle scuole superiori di numerosi quartieri della città e di alcuni istituti della provincia. Un corteo estemporaneo è partito, in mattinata, da piazza del Gesù dirigendosi in piazza Municipio. Un’altra iniziativa di protesta, invece, ha coinvolto via Marina dove si è svolta un’assemblea pubblica in strada. I ragazzi hanno bloccato, in maniera intermittente, una carreggiata dell’importante arteria cittadina che collega l’hinterland con il centro. A manifestare istituti tecnici, licei e scuole professionali dei quartieri Vomero, Arenella, Vicaria e del centro storico. Continuano, intanto, le occupazioni e le autogestioni in diverse scuole del comprensorio.
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Migliaia di studenti delle scuole medie superiori di Potenza (circa cinquemila secondo fonti della Questura, molti di più secondo gli organizzatori) hanno percorso in corteo, alcune fra le principali strade della città per protestare. A Matera gli studenti universitari sono riuniti in assemblea permanente nell’aula «Sasso» dell’Ateneo: fuori dall’edificio sono esposti striscioni di critica al decreto 133. Assemblee si sono svolte anche in alcuni istituti superiori.
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A Bologna, dopo la “Notte Bianca della scuola” del 15 ottobre, di cui è stata la città capofila, l’Assemblea genitori e insegnanti delle scuole bolognesi ha lanciato la proposta di un messaggio luminoso per la sera di martedì 28, giorno prima del voto finale in Senato sul decreto 137, previsto per il 29. L’assemblea ha invitato gli altri genitori e insegnanti, «dalle Alpi alla Sicilia», a una veglia notturna e a comporre nelle piazze d’ Italia la scritta “Fermatevi” con candele e lumini. «L’Unione fa la forza – esorta l’assemblea – Procediamo insieme per accendere forte e chiaro il nostro dissenso. Portiamo torce, pile, lumini, fonti di ogni tipo per essere “luminosi”. Portiamo una candelina bassa tonda che servirà per comporre il nostro messaggio». Insegnanti e genitori bolognesi hanno spiegato di avere raccolto l’invito a una fiaccolata venuto da Pietrasanta (Lucca) e ora esortano le varie realtà di protesta a procedere insieme. «Facciamo in modo che diventi una data nazionale, la sera di martedì 28 ottobre riuniamoci nelle piazze delle città d’Italia, per ricordare ai Senatori l’importanza del loro voto. Lanciamo insieme, da tutto il Paese, un messaggio luminoso. Non potranno ignorarci». Per Bologna, l’appuntamento di martedì è alle 18.30 in Piazza Maggiore.
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Anche Reggio Emilia ha accolto l’invito e il coordinamento genitori e insegnanti delle scuole locali promuove per martedì, a partire dalle ore 20, una doppia «fiaccolata in difesa della scuola pubblica». Sono infatti due i punti di ritrovo: davanti alle scuole elementari «Zibordi», in viale Montegrappa (nei pressi della farmacia della Gabella); davanti alla scuola media «Manzoni», in via Emilia S. Stefano (davanti alla chiesa di S. Stefano). L’arrivo è per tutti in piazza Prampolini. All’iniziativa- sottolinea la Cgil di Reggio in una nota- aderiscono tutte le organizzazioni sindacali della scuola che invitano tutti i cittadini, genitori, studenti, insegnanti, personale Ata, amministratori pubblici a partecipare.

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Pubblicato il: 25.10.08
Modificato il: 25.10.08 alle ore 15.26

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=80265

L’invasione dei democratici: Roma accoglie i «salva l’Italia»

 Walter Veltroni Festa dell'Unità di Roma
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Una pacifica invasione. Roma si riempie di cittadini e cittadine arrivati da tutta Italia per la manifestazione nazionale del Pd. Sono giunti a Roma anche grazie ai treni speciali organizzati dal partito. Alla stazione Ostiense ad accoglierli c’era il vicesegretario del Pd, Dario Franceschini. Tante strette di mano e incoraggiamenti come «vai Franceschini che oggi gliela facciamo vedere».

«Berlusconi deve rassegnarsi: in democrazia c’è l’opposizione e oggi vedrà che è forte» ha detto poi il vice di Veltroni, convinto che la manifestazione andrà bene: «Sarà una straordinaria mobilitazione di popolo forse qualcuno pensava che dopo le primarie e la campagna elettorale le cose fossero cambiate. Invece la nostra voce sarà ancora più forte ed il governo sarà costretto ad ascoltarci smettendo di attaccare e criminalizzare l’opposizione». Franceschini apprezza la presenza alla manifestazione di Idv, Verdi e Socialisti perché «possiamo avere modi diversi di opporci ma la battaglia è comune».

Anche piazza della Repubblica, da dove alle 14 parte uno dei due cortei diretti al Circo Massimo, si va riempiendo. Molti volontari e giovani stanno distribuendo gratuitamente bandiere del Pd, volantini, adesivi e bottiglie d’acqua.

Al Circo Massimo, intanto, è tutto pronto. Sarà la frase di Vittorio Foa, stampata in questi giorni sui manifesti del Pd («Pensare agli altri oltre che a se stessi, al futuro oltre che al presente»), che spiega come essere di sinistra vuol dire pensare agli altri e al futuro, a campeggiare dietro il palco e ad aprire i due cortei che partiranno alle 14 da piazza della Repubblica e da Ostiense. Tutti i dirigenti del Pd saranno alla testa dei cortei (Veltroni farà la spola tra i due serpentoni) mentre Antonio Di Pietro e la pattuglia di parlamentari Idv si mescoleranno tra i manifestanti. Nonostante la rottura degli ultimi giorni con strascichi di polemica, l’ex pm non rinuncia alla piazza e potrà anche raccogliere firme per il referendum contro il Lodo Alfano, iniziativa che il Pd non ha condiviso. Di Pietro, spiega il capogruppo Idv Massimo Donadi, si è infuriato per l’accusa del leader Pd di aver rotto l’alleanza non facendo il gruppo unico «ma sabato ci saremo lo stesso perché condividiamo la piattaforma della manifestazione».

Una piattaforma concreta, molto incentrata sul disagio economico e contro la riforma Gelmini ma che spazierà dalla lotta alla criminalità organizzata alla difesa dei valori della Costituzione. «Andare in piazza è democratico e il 25 dimostreremo che la possibilità di dissentire c’è», spiega il vice Dario Franceschini mentre è ottimista Goffredo Bettini, in prima linea nell’organizzazione insieme al senatore Achille Passoni: «Di questa manifestazione c’è bisogno come il pane e più Berlusconi la osteggia in modo pregiudiziale, più questa manifestazione sta montando nel sentimento del nostro popolo».

L’aria di crisi economica influenza anche la scelta delle presenze sul palco. Niente vip ma 8 esponenti della società civile che dopo l’intervento di Veltroni, previsto per le 16,30, porteranno sul palco la loro vita in tempi di ristrettezza e sotto il governo di centrodestra. E tra critica al governo e proposta, il segretario, in un discorso che i suoi definiscono «di prospettiva», traccerà la rotta del Pd come forza d’alternativa.

Pubblicato il: 25.10.08
Modificato il: 25.10.08 alle ore 13.10

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fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=80259

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Nel Belpaese dell’intolleranza il microrazzismo quotidiano

Nel Belpaese dell'intolleranza il microrazzismo quotidiano ROMA – Il giorno in cui H., cittadino tunisino con regolare permesso di soggiorno, chiese di partecipare al bando comunale da sessanta licenze per taxi, scoprì che tassisti, qui da noi, si diventa solo se cittadini italiani. Il giorno in cui F. ed L., coppia nigeriana residente in Veneto, risposero a un annuncio per cuochi, scoprirono che l’albergo che li cercava, di neri non ne voleva. E “non per una questione di razzismo”, gli venne detto dalla costernata direttrice della pensione, “perché in giardino, ad esempio”, lavoravano “da sempre solo i pachistani”. Il giorno in cui S., deliziosa adolescente napoletana, finì nella sala d’attesa di un pediatra di base di Roma accompagnata dal padre, alto dirigente del Dipartimento della pubblica sicurezza, realizzò che insieme a lei attendevano soltanto bambini dal colore della pelle diverso dal suo. E ne chiese conto: “Papà, perché da quando ci siamo trasferiti a Roma siamo diventati così sfigati?”.

Il Razzismo italiano è un “pensiero ordinario”. Abita il pianerottolo dei condomini, le fermate dell’autobus, i tavolini dei bar, i vagoni ferroviari. “Negro”, una di quelle parole ormai pronunciate con senso liberatorio nel lessico pubblico, non nelle barzellette. Volendo, da esporre sulle lavagne del menù del giorno di qualche tavola calda, per allargare a una parte degli umani il divieto di ingresso ai cani.

L’Italia Razzista è la geografia di un odio di prossimità, che nei primi dieci mesi di quest’anno ha conosciuto picchi che non ricordava almeno dal 2005. Un odio “naturale”, dunque apparentemente invisibile, anche statisticamente, fino a quando non diventa fatto di sangue. Il pestaggio di un ragazzo ghanese in una caserma dei vigili urbani di Parma; il linciaggio di un cinese nella periferia orientale di Roma; il rogo di un capo nomadi nel napoletano; la morte per spranga, a Milano, di un cittadino italiano, ma con la pelle nera del Burkina Faso; l’aggressione di uno studente angolano all’uscita di una discoteca nel genovese.

Dunque, cosa si muove davvero nella pancia del Paese? Al quinto piano di Largo Chigi, 17, Roma, uffici della presidenza del Consiglio dei ministri, Dipartimento per le pari opportunità, lavora da quattro anni un ufficio voluto dall’Europa la cui esistenza, significativamente, l’Italia ignora. Si chiama “Unar” (Ufficio nazionale antidiscriminazione razziale). Ha un numero verde (800901010) che raccoglie una media di 10 mila segnalazioni l’anno, proteggendo l’identità di vittime e testimoni. È il database nazionale che misura la qualità e il grado della nostra febbre xenofoba. Arriva dove carabinieri e polizia non arrivano. Perché arriva dove il disprezzo per il diverso non si fa reato e resta “solo” intollerabile violenza psicologica, aggressione verbale, esclusione ingiustificata dai diritti civili.

Nei primi nove mesi di quest’anno l’Ufficio ha accertato 247 casi di discriminazione razziale, con una progressione che, verosimilmente, pareggerà nel 2008 il picco statistico raggiunto nel 2005. Roma, gli hinterland lombardi e le principali città del Veneto si confermano le capitali dell’intolleranza. I luoghi di lavoro, gli sportelli della pubblica amministrazione, i mezzi di trasporto fotografano il perimetro privilegiato della xenofobia. Dove i cittadini dell’Est europeo contendono lo scettro di nuovi Paria ai maghrebini.

In una relazione di 48 cartelle (“La discriminazione razziale in Italia nel 2007”) che nelle prossime settimane sarà consegnata alla Presidenza del Consiglio (e di cui trovate parte del dettaglio statistico in queste pagine) si legge: “Il razzismo è diffuso, vago e, spesso, non tematizzato (…) La cifra degli abusi è l’assoluta ordinarietà con cui vengono perpetrati. Gli autori sembra che si sentano pienamente legittimati nel riservare trattamenti differenziati a seconda della nazionalità, dell’etnia o del colore della pelle”. Privo di ogni sovrastruttura propriamente ideologica, il razzismo italiano si fa “senso comune”.

Appare impermeabile al contesto degli eventi e all’agenda politica (la curva della discriminazione, almeno sotto l’aspetto statistico, non sembra mai aver risentito in questi 4 anni di elementi che pure avrebbero potuto influenzarla, come, ad esempio, atti terroristici di matrice islamica). Procede al contrario per contagio in comunità urbane che si sentono improvvisamente deprivate di ricchezza, sicurezza, futuro, attraverso “marcatori etnici” che si alimentano di luoghi comuni o, come li definiscono gli addetti, “luoghi di specie”.

Dice Antonio Giuliani, che dell’Unar è vicedirettore: “I romeni sono subentrati agli albanesi ereditandone nella percezione collettiva gli stessi e identici tratti di “genere”. Che sono poi quelli con cui viene regolarmente marchiata ogni nuova comunità percepita come ostile: “Ci rubano il lavoro”, “Ci rubano in casa”, “Stuprano le nostre donne”. Dico di più: i nomadi, che nel nostro Paese non arrivano a 400 mila e per il 50% sono cittadini italiani, sono spesso confusi con i romeni e vengono vissuti come una comunità di milioni di individui. E dico questo perché questo è esattamente quello che raccolgono i nostri operatori nel colloquio quotidiano con il Paese”.

L’ordinarietà del pensiero razzista, la sua natura socialmente trasversale, e dunque la sua percepita “inoffensività” e irrilevanza ha il suo corollario nella modesta consapevolezza che, a dispetto anche dei recenti richiami del Capo dello Stato e del Pontefice, ne ha il Paese (prima ancora che la sua classe dirigente). Accade così che le statistiche del ministero dell’Interno ignorino la voce “crimini di matrice razziale”, perché quella “razzista” è un’aggravante che spetta alla magistratura contestare e di cui si perde traccia nelle more dei processi penali. Accade che nei commissariati e nelle caserme dei carabinieri di periferia nelle grandi città, il termometro della pressione xenofoba si misuri non tanto nelle denunce presentate, ma in quelle che non possono essere accolte, perché “fatti non costituenti reato”.

Come quella di un cittadino romeno, dirigente di azienda, che, arrivato in un aeroporto del Veneto, si vede rifiutare il noleggio dell’auto che ha regolarmente prenotato perché – spiega il gentile impiegato al bancone – il Paese da cui proviene “è in una black list” che farebbe della Romania la patria dei furti d’auto e dei rumeni un popolo di ladri. O come quella di un cittadino di un piccolo Comune del centro-Italia che si sveglia un mattino con nuovi cartelli stradali che il sindaco ha voluto per impedire “la sosta anche temporanea dei nomadi”.

La xenofobia lavora tanto più in profondità quanto più si fa odio di prossimità (è il caso del maggio scorso al Pigneto). Disprezzo verso donne e uomini etnicamente diversi ma soprattutto socialmente “troppo contigui” e numericamente non più esigui. Anche qui, le statistiche più aggiornate sembrano confermare un’equazione empirica dell’intolleranza che vuole un Paese entrare in sofferenza quando la percentuale di immigrazione supera la soglia del 3 per cento della popolazione autoctona. In Italia, il Paese più vecchio (insieme al Giappone), dalla speranza di vita tra le più alte al mondo e la fecondità tra le più basse, l’indice ha già raggiunto il 6 per cento. E se hanno ragione le previsioni delle Nazioni Unite, tra vent’anni la percentuale raggiungerà il 16, con 11 milioni di cittadini stranieri residenti.

Franco Pittau, filosofo, tra i maggiori studiosi europei dei fenomeni migratori e oggi componente del comitato scientifico della Caritas che cura ogni anno il dossier sull’Immigrazione nel nostro Paese (il prossimo sarà presentato il 30 ottobre a Roma), dice: ” È un cruccio che come cristiano non mi lascia più in pace. Se la storia ci impone di vivere insieme perché farci del male anziché provare a convivere? Bisogna abituare la gente a ragionare e non a gridare e a contrapporsi. Non dico che la colpa è dei giornalisti o dei politici o degli uomini di cultura o di qualche altra categoria. La colpa è di noi tutti. Rischiamo di diventare un paese incosciente che, anziché preparare la storia, cerca di frenarla.

Si può discutere di tutto, ma senza un’opposizione pregiudiziale allo straniero, a ciò che è differente e fa comodo trasformare in un capro espiatorio. Alcuni atti rasentano la cattiveria gratuita. Mi pare di essere agli albori del movimento dei lavoratori, quando la tutela contro gli infortuni, il pagamento degli assegni familiari, l’assenza dal lavoro per parto venivano ritenute pretese insensate contrarie all’ordine e al buon senso. Poi sappiamo come è andata”.

Se Pittau ha ragione, se cioè sarà la Storia ad avere ragione del “pensiero ordinario”, l’aria che si respira oggi dice che la strada non sarà né breve, né dritta, né indolore. I centri di ascolto dell’Unar documentano che nel nord-Est del paese sono cominciati ad apparire, con sempre maggiore frequenza, cartelli nei bar in cui si avverte che “gli immigrati non vengono serviti” (se ne è avuto conferma ancora quattro giorni fa a Padova, alle “3 botti” di via Buonarroti, che annunciava il divieto l’ingresso a “Negri, irregolari e pregiudicati”). E che nelle grandi città anche prendere un autobus può diventare occasione di pubblica umiliazione, normalmente nel silenzio dei presenti.

Come ha avuto modo di raccontare T., madre tunisina di due bambini, di 1 e 3 anni. “Dovevo prendere il pullman e, prima di salire, avevo chiesto all’autista se potevo entrare con il passeggino. Mi aveva risposto infastidito che dovevo chiuderlo. Con i due bambini in braccio non potevo e così ho promesso che lo avrei chiuso una volta salita. L’autista mi ha insultata. Mi ha gridato di tornarmene da dove venivo. E non è ripartito finché non sono scesa”. T., appoggiata dall’Unar, ha fatto causa all’azienda dei trasporti. L’ha persa, perché non ha trovato uno solo dei passeggeri disposto a testimoniare. In compenso ha incontrato di nuovo il conducente che l’aveva umiliata. Dice T. che si è messo a ridere in modo minaccioso. “Prova ora a mandare un’altra lettera”, le ha detto.

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25 ottobre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/cronaca/intolleranza-razzismo/intolleranza-razzismo/intolleranza-razzismo.html?rss

Laura G. – Storia amara di un ricercatore

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di Giancarlo De Cataldo

mail: politica@unita.it

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Mi chiamo Laura G. Ho trent’anni. Due anni fa ero ricercatrice all’Università.

Un giorno fui chiamata a rapporto dal mio Professore. “Lauré, ma come devo fare con te?”.

Spaventata, azzardai una timida protesta: “Ma che c’è, professore? Che cosa ho combinato? Ho sbagliato qualche calcolo? Ci sono state lamentele da parte degli studenti?”. “Niente di tutto questo”, sorrise lui, mesto “il problema è.. che vai troppo veloce..”.

Con un sospiro cominciò a scorrere l’elenco dei miei ultimi lavori. “Tu sei troppo brava, Lauré, e questo è un problema! Fra sei mesi si riunisce il consiglio di facoltà per decidere la nomina del nuovo associato alla cattedra.. il posto tocca a Giovanni, che, poverino, non è una cima, ma sta in lista d’attesa da un sacco di tempo! Ora, se tu ti presenti con tutti questi lavori, mi metti in inbarazzo.. perché a te non ti possiamo scegliere, sei troppo giovane, ma se premiamo Giovanni scoppia un casino..”.

“E allora?”

“E allora devi rallentare! Prenditi una vacanza, no? Stattene buona per un pò! Così Giovanni ha la sua nomina, e tutti siamo felici e contenti. E poi noi due ne riparliamo. Sei così giovane, tu, puoi aspettare..”.

Più che il tono del discorso, fu la risatina ammiccante del Professore a farmi decidere, su due piedi, di piantare in asso il mio lavoro, la mia città, il mio Paese.

Mi guardai intorno.

Spedii una mail ad una università inglese che aveva bandito un concorso per un posto di ricercatore nella mia materia. Nel giro di ventiquattr’ore ricevetti la convocazione.

Una settimana dopo venni ricevuta dal Senato Accademico. Esaminarono il mio curriculum e mi intervistarono per un paio d’ore abbondanti. Poi mi pregarono di attendere la risposta nell’anticamera.

Un quarto d’ora dopo si presentò il Decano della facoltà con il contratto d’assunzione in quadruplice copia.

Mi chiamo Laura G.

Ho trent’anni. Insegno all’Università di Cardiff, nel Sud dell’Inghilterra. A volte provo nostalgia per il sole e per la dolcezza dell’Italia.

Per gli italiani, mai.

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fonte: l’Unità di oggi, pag 11

LAVORO – Cinque morti in un giorno: il più vecchio ha 32 anni / Fiom: ci costituiremo parte civile

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A chiudere la tragica giornata di lavoro di venerdì, in serata è arrivato anche un altro morto. Il quinto. Si chiamava Matteo Lucarda, aveva 32 anni e faceva l’elettricista: è l’ultimo a non tornare a casa venerdì sera. È rimasto dentro alla Mecno Service di Salzano, in provincia di Venezia. Schiacciato tra una motrice ed un carrello.

Matteo è solo l’ultimo di una giornata nera. Prima di lui, venerdì, erano morti Simone Guagnini, un operaio di 31 anni che lavorava a Castelfranco Emilia, in provincia di Modena; Ranjit Singh, un bracciante indiano di 24 anni che faticava nelle campagne di Buriasco, a Torino; Diana Cromaz, che era assunta da una ditta di Moimacco, vicino Udine e che da settembre era in ospedale per ustioni; Bobi Costel, è morto in un cantiere a Glereyaz, in Val d’Aosta, e aveva solo 22 anni.

Una giornata così, non può lasciare indifferenti. Per questo il procuratore aggiunto di Torino, Raffaele Guariniello, tra l’altro titolare dell’inchiesta sulla Thyssen, ha chiesto che venga creata «una Procura nazionale sulla sicurezza» perchè «purtroppo ci sono zone del nostro Paese dove i processi penali in tema di sicurezza del lavoro proprio non si fanno e altre dove si fanno, ma con una tale lentezza che si arriva alla prescrizione del reato. E questa genera un senso di impunità».

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Pubblicato il: 25.10.08
Modificato il: 25.10.08 alle ore 10.03

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=80254

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Cremaschi: “La Fiom parte civile in ogni singolo caso di morti bianche”

“Ci costituiremo contro le aziende in tutti i casi di infortunio mortale – annuncia il segretario dei metalmeccanici Cgil – nulla si sta davvero facendo perche’ le cose cambino”

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Giorgio Cremaschi (Ap / Lapresse) ROMA, 25 ottobre 2008 – La strage sul lavoro, le morti bianche – molte delle quali evitabili –  ormai non fanno quasi più notizia. Ora, dopo gli ultimi die episodi, uno a Modena e  l’altro a Venezia, la Fiom ha deciso:  ‘’Ci costituiremo parte civile contro le aziende in tutti i casi di infortunio mortale’’,  annuncia il segretario nazionale dei metalmeccanici Cgil Giorgio Cremaschi.

‘’Dall’inzio dell’anno nell’industria metalmeccanica – prosegue Cremaschi – c’e’ stato l’equivalente di diverse ThyssenKrupp: decine di lavoratrici e lavoratori sono morti in aziende sindacalizzate e nelle quali formalmente tutto dovrebbe andare in maniera regolare. Ancora una volta dobbiamo ribadire che, al di la’ delle dichiarazioni di circostanza, nulla si sta davvero facendo perche’ le cose cambino”.

“Per questo – conclude il leader Fiom – è ancora piu’ necessario un intervento repressivo della magistratura e delle istituzioni pubbliche perché i responsabili siano penalmente perseguiti e duramente puniti. Anche a tale scopo la Fiom – conclude il sindacalista – si costituira’ parte civile contro le aziende in tutti i casi di infortunio mortale’’.

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2008/10/25/128153-cremaschi_fiom_parte_civile.shtml