“Ma la mia busta paga non cresce”. L’Istat e i dubbi degli italiani

Retribuzioni cresciute del 4,1%, ma secondo il nostro sondaggio non è così
Tra minimi tabellari, aumenti “archiviati” e valori lordi, le spiegazioni dell’istituto

"Ma la mia busta paga non cresce" L'Istat e i dubbi degli italiani

di FEDERICO PACE

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Le retribuzioni nell’ultimo anno sono cresciute del 4,1 per cento. Lo dice l’Istat. Eppure nessuno se ne è accorto. Provate a chiedere a un collaboratore di un call center se il suo stipendio è aumentato. Provate a chiedere a uno dei ricercatori universitari. Chiedetelo anche a un’impiegata di un’impresa di servizi. O a un insegnante. Vi guarderanno tutti di traverso. E solo se saranno in possesso di un certo senso dell’ironia, vi sorrideranno e vi offriranno un caffè per “festeggiare”.

I risultati del nostro sondaggio. A molti di loro, nonostante l’Istat, la busta paga sembra immutabile. Beffardamente leggera. Una paga che non aumenta. Semmai diminuisce.

GUARDA I RISULTATI DEL SONDAGGIO

Poco più della metà (il 53 per cento) dei 24.172 lettori che hanno partecipato (fino alle 12 e 25 di oggi) al sondaggio di Repubblica, dice di avere avuto a settembre 2008 lo stesso stipendio netto dell’anno scorso. Neppure un euro in più. Ma c’è anche a chi è andata peggio. A un quarto di loro è capitato persino di fronteggiare un decremento retributivo. Insomma, a otto su dieci le cose sono andate come sono sempre andate. “Maluccio”. Pochi molto pochi quelli che invece hanno potuto godere di un aumento. L’undici per cento si sono accontentati di un incremento inferiore dell’uno per cento. Solo al 7 per cento lo stipendio netto ha avuto una performance migliore di quella del costo della vita.

Come spiegare un paradosso. E’ utile ripetere che il nostro sondaggio non coinvolge un campione significativo. Ma resta innegabile che a molti l’incremento reso noto dai dati Istat sembra molto lontano dal vero. I dati dell’Istat ingannano? Riescono a catturare la realtà oppure no? O è la percezione degli italiani ad essere fallace? “Quello che viene fuori dal vostro sondaggio è molto interessante – ci dice Gian Paolo Oneto, direttore centrale delle statistiche economiche congiunturali sulle imprese, servizi e l’occupazione dell’Istat -. Le retribuzioni contrattuali però sono un dato a prova di bomba. Non derivano da domande rivolte a imprese o lavoratori. Sono basate sui contratti nazionali che interessano i dipendenti con lavoro regolare. Ovvero, almeno dodici milioni di lavoratori. Il 4,1 per cento di incremento, di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi, si spiega con una concentrazione, negli ultimi mesi, di rinnovi di contratti. Di cui molti a luglio 2008. Pensi solo al settore del commercio che coinvolge più di un milione e duecentomila dipendenti. Qui l’incremento tabellare è stato di 55 euro lordi”. Non tanti in verità. Soprattutto quando si tratta si passa al netto. Ma sono pur sempre qualcosa.

Aumenti già “archiviati”. In uno dei documenti resi noti insieme al comunicato dell’altro ieri si possono verificare tutti gli aumenti contrattuali. (guarda il documento).
“Se vediamo il comparto della Scuola, continua Oneto, ci accorgiamo che a febbraio 2008 i docenti hanno avuto, in media, un incremento tabellare di 104 euro. Sono tutti dati certi che nessuno ha contestato. Mi piacerebbe capire cosa hanno risposto i professori al vostro sondaggio. Forse i docenti considerano già ‘archiviato’ e ‘speso’ questo aumento. E probabilmente hanno ragione. Però alla vostra domanda avrebbero dovuto rispondere che l’aumento c’è stato. Tanti forse avranno invece detto che è rimasto invariato. Qualcosa di simile deve essere accaduto ai metalmeccanici”.

Posti persi e stipendi più bassi. Le spiegazioni possono anche essere altre. Non tutti d’altronde quest’anno hanno ancora lo stesso posto di lavoro. Per Oneto “ci possono essere dipendenti che hanno cambiato lavoro e che hanno trovato un lavoro a un impiego con un salario ridotto e questo potrebbe avere il suo peso”.

Collaboratori, contratti nazionali e valori lordi. Certo è che però nei dati dell’Istat non ci sono i collaboratori. In quel 4,1 per cento di aumento non ci sono le evoluzioni (o le involuzioni) delle paghe di quelli che passano da un contratto precario all’altro. Non ci sono, ovviamente neppure i liberi professionisti. Inoltre, quando si guarda ai dati delle retribuzione orarie, si deve tenere presente che in questi “non sono inclusi elementi retributivi legati ad accordi locali, aziendali o individuali”. Ma quanto pesa sulla busta paga in proporzione la componente retributiva contrattuale rilevata dall’Istat? “E’ molto variabile da figura a figura – dice Oneto – ma si può dire che è intorno all’80 per cento. Semmai comunque è bene sottolineare che i dati dell’Istat sono dati relativi alle retribuzioni lorde. Voi avete chiesto di farvi dare lo scostamento dello stipendio netto. E quando si parla di netto qualcuno può confonderlo con lo stipendio al netto del costo della vita. Che è, come ovvio, un’altra cosa”.

Chi ci ha rimesso. Ma qual è stata l’evoluzione delle retribuzioni se si includono anche gli altri elementi retributivi? E chi sono quelli che ci stanno rimettendo di più in questo periodo? Se si guardano i dati di OD&M, la società di consulenza che utilizza un campione di oltre un milione e duecentomila buste paga, ci si accorge che a rimetterci sono stati quelli che prima erano già più in difficoltà. “Abbiamo confrontato i dati dei primi nove mesi di quest’anno con quelli dei primi nove mesi dell’anno scorso – ci ha detto Mario Vavassori, amministratore delegato di OD&M – e risulta che per i dirigenti e per i quadri c’è stato rispettivamente un aumento del 4,9 per cento e del 4,3 per cento. Quanto agli impiegati, l’incremento è stato solo del 3 per cento. Per gli operai abbiamo constatato un incremento del 4,3 per cento”.

Più fisso che variabile. In questi mesi di crisi, chi ha potuto, ha cercato di rendere più certo quello che prima era incerto. “C’è stata, dice Vavassori, una rincorsa allo stipendio più sicuro. Una spinta a passare dal “variabile” al “fisso”. Questo riguarda tutte le categorie, anche i dirigenti. Tutti diciamo che dobbiamo premiare il merito, ma in realtà il comportamento delle aziende è stato contraddittorio e molte hanno ridotto l’elemento variabile. Di fronte alla richiesta ‘meglio un fisso che un variabile’ l’azienda ha accettato anche perché non è molto attrezzata”.
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31 ottobre 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/economia/retribuzioni-istat/istat-contestato/istat-contestato.html?rss

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