Archive | novembre 2008

«No grazie, pago io!» Medici con sane abitudini

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238 medici hanno sottoscritto un patto, un’aggiunta al giuramento di Ippocrate. Niente «omaggi» dalle case farmaceutiche. Niente congressi in alberghi a cinque stelle ospiti di Big Pharma. La formazione medica deve essere pubblica e indipendente
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di Manuela Cartosio
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Se gli dai da mangiare, vengono. Secondo un’indagine condotta alla Mayo Clinic di Rochester, basta uno spuntino gratis e la presenza dei medici ai corsi d’aggiornamento s’impenna del 38%. Ciò nonostante, l’81% dei partecipanti esclude che la casa farmaceutica che paga il pranzo influenzi la lezione e il loro comportamento professionale.
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Non sono così ingenui,
e così presuntuosi, i medici di New York che hanno fondato No free lunch, niente pasti gratis. Ricalcando il modello newyorkese sono nate analoghe associazioni in Francia, Spagna, Olanda, Australia. L’equivalente nostrano si chiama No grazie, pago io! Esiste dal 2004 e conta la bellezza di 238 aderenti. Una goccia nel mare, a fronte dei 350 mila medici italiani. Un’ultra minoranza virtuosa che dice e pratica cose molto sensate. Ma piuttosto onerose. Chi diventa un No grazie non si limita a rinunciare ai gadget – biro, agende, libri, piccoli attrezzi medici – regalati dalle case farmaceutiche. Non partecipa a convegni «spesati» (spesso in località turistiche, sempre in alberghi a 5 stelle), non accetta compensi dalle ditte per relazionare a congressi o per produrre materiale informativo destinato ai colleghi o ai pazienti, rifiuta la sponsorizzazione delle aziende farmaceutiche e biomedicali per realizzare eventi formativi. «Il nostro non è un invito. Sottoscriviamo un codice di autoregolamentazione, una sorta d’aggiunta al giuramento d’Ippocrate», dice la pediatra modenese Luisella Grandori, che con due colleghi ha fondato i No grazie.
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Lei i «regali» non li accettava neppure prima. Persona affabile ed educata, i rappresentanti delle ditte farmaceutiche – che solo in Italia si chiamano «informatori scientifici» – non li ha mai messi alla porta. «Sono loro che hanno smesso di venire», quando si sono accorti che con lei non alzavano un chiodo. Reazione dei colleghi? «Ti fanno sentire una mosca bianca, un tipo un po’ strano», risponde il No grazie Guido Giustetto, medico di base a Pino Torinese, «però quando ho aperto lo studio con altri cinque colleghi ero l’unico a non ricevere i rappresentanti, adesso siamo in tre. Discutere, confrontarsi, serve». Un confronto comunque difficile, secondo la dottoressa Grandori, perché «gli altri» considerano i No grazie «dei fondamentalisti, dei talebani, degli integralisti. Ci accusano di vedere malafede ovunque». E invece, tiene a precisare, «noi non pensiamo che i medici siano disonesti se accettano regali». Sono esseri umani che con umiltà dovrebbero ammettere (con se stessi) d’essere «vulnerabili e fragili», come tutti. Centinaia di ricerche psicologiche e una vasta letteratura evidenziano che il «regalo» crea nel medico una vischiosa disponibilità alla gratitudine e alla benevolenza verso Big Pharma. Dunque, meglio stare alla larga, non abbassare le difese.
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Negli Stati Uniti le multinazionali del farmaco dichiarano di spendere nel marketing mirato ai medici 7 mila dollari l’anno per ogni camice bianco. La cifra reale è sicuramente più alta. A maggior ragione dovrebbe esserlo in Europa dove, essendo vietata la pubblicità diretta dei farmaci da prescrizione, Big Pharma punta tutte le sue risorse su chi firma le ricette. Il target d’elezione sono la base, i 46 mila medici di famiglia, e il vertice della piramide medica, i «luminari», i primari, gli opinion leader. «Quelli famosi e autorevoli che fanno scattare il meccanismo se l’ha detto lui…», spiega Massimo Cozza, segretario nazionale della Cgil medici. Sono gli «esperti» interpellati dai media, i baroni che presiedono le società scientifiche delle varie specializzazioni mediche. Le società scientifiche sono uno snodo fondamentale del marketing farmaceutico. Formalmente sono loro a organizzare convegni, congressi, seminari. Di fatto, a pagare viaggi, soggiorni, materiale sono le aziende che sponsorizzano l’evento. Guadagnandoci assai più del diritto a imprimere il loro marchio sulla cartelletta del convegno.
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La sponsorizzazione dilaga anche nell’Ecm (Educazione continua in medicina), l’aggiornamento professionale per medici e operatori sanitari, obbligatorio da alcuni anni. La permette una legge del 2003 che concede sgravi fiscali, oltre all’ovvio «ritorno» pubblicitario, alle aziende sponsorizzatrici. I docenti che tengono le lezioni sono tenuti a sottoscrivere una generica autocertificazione d’assenza di conflitto d’interessi. Nessuno controlla, comunque a costituire conflitto è solo il possesso di azioni dell’azienda sponsor, non l’aver avuto da essa consulenze, borse di studio, finanziamenti per la ricerca, omaggi di vario tipo. Il ministero della salute raccomanda alle Asl di destinare l’1% dei loro bilanci alla formazione continua del personale sanitario. Raccomandazione caduta nel vuoto: almeno il 90% dei costi dell’educazione continua è coperto dalle case farmaceutiche. «Questo è il primo nodo da tagliare», dice Cozza, «la sanità pubblica deve avere un sistema d’aggiornamento professionale pubblico».
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Andare controcorrente si può. Il No grazie Alfredo Pisacane, direttore dell’Ecm all’università Federico II di Napoli, riesce a organizzare i corsi d’aggiornamento senza girare il conto alle case farmaceutiche. La sua «ricetta» – sette indicazioni per fare da soli – ha avuto l’onore d’essere pubblicata di recente sul British Medical Journal. Niente mega eventi, lavorare in piccoli gruppi e sullo scambio delle reciproche esperienze, ampio ricorso alle nuove tecnologie (web ed e-learning), chiedere ai partecipanti un piccolo contributo economico. Se le case farmaceutiche proprio muoiono dalla voglia di finanziare i corsi, conclude con una punta di provocazione il professore, mettano i loro soldi in un blind trust. Così non saranno loro a scegliere quali attività finanziare e i riceventi non sapranno chi è il donatore.
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Batte sui piccoli gruppi
anche la dottoressa Grandori che ha fatto molta attività di formazione con l’Asl di Modena e la Regione Emilia Romagna. Un’aula scolastica, una sala di quartiere sono luoghi sicuramente più consoni all’apprendimento del bordo piscina, il posto più affollato nei convegni a cinque stelle. Il dottor Giustetto tiene corsi per neolaureati organizzati della Regione Piemonte. «Nel mio piccolo», dice, «insegno ai medici in erba come smontare i trucchi delle case farmaceutiche che, pur di vendere, inventano nuove malattie, cerco d’instillare un po’ di sano scetticismo, di spirito critico». Mette in guardia i neocolleghi dal falso mito dell’informazione «tempestiva», del farmaco «ultimo grido». Gli ultimi antibiotici veramente innovativi risalgono a sette-otto anni fa; la prima statina anticolesterolo è in produzione da quindici anni e continua ad andare bene. Come dire: il resto è fuffa.
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Nel tempo libero il dottor Giustetto
traduce a spron battuto il meglio pubblicato dalle riviste specializzate sui farmaci e sui rapporti tra medici e aziende. Le traduzioni finiscono sul sito http://www.nograziepagoio.it che offre numerosi link con i gruppi-fratelli sparsi per il mondo e con i bollettini indipendenti sui farmaci italiani («ne abbiamo di ottimi», dice la dottoressa Grandori) e stranieri.
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Sul sito resta traccia delle prese di posizione dei No grazie su vicende che non hanno bucato il perimetro degli addetti ai lavori. Lo scorso agosto hanno protestato contro il «misterioso» siluramento di Nello Martini, direttore dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco. Nel ruolo che fu di Poggiolini (do you remember?), Martini aveva dato molto fastidio a Big Pharma. Il suo licenziamento, finito su Nature e sul British Medical Journal, sulla stampa italiana non si è guadagnato più di un trafiletto. Primo effetto del cambio della guardia all’Aifa, la sospensione (anticamera della chiusura?) di Ecce, il progetto di educazione continua a distanza, pubblico e indipendente, a cui erano iscritti 143 mila tra medici, infermieri, farmacisti. La chiusura di Ecce renderà ancor più rigoglioso il mercato della formazione medica, in mano ad agenzie di dubbia qualità, quasi sempre ammanicate con l’industria del farmaco.
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Regali anche ai medici dei paesi emergenti

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«Chi prescrive mille confezioni di un farmaco riceve un cellulare, 5 mila danno diritto a un condizionatore, 10 mila a uno scooter». Lo racconta un medico indiano citato dal rapporto “Farmaci, medici e cene” di Consumers International. Per Big Pharma si aprono nuovi pascoli nei paesi emergenti e, di conseguenza, il marketing si sta allargando ai medici che fino a ieri non valevano neppure la spesa di una biro.
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Il cambio di rotta è spiegato dalle previsioni dell’agenzia di consulenza Ims . Nel 2017 il mercato dei farmaci in 7 paesi emergenti (Cina, Brasile, India, Sud Corea, Messico, Turchia e Russia) varrà 300 miliardi di dollari. Nel 2009 verrà da questi 7 paesi il 34% della crescita globale del mercato del farmaco. Nel 2000 il loro contributo alla crescita era stato solo del 7%. Cifre rovesciate per gli Usa: nel 2000 avevano costituito il 42% dell’incremento, nel 2009 scenderanno al 9%. Finora metà dei profitti di Big Pharma sono venuti dagli Usa.
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Nei paesi ricchi l’industria del farmaco sembra aver toccato il tetto. Si attrezza quindi a buttarsi nei paesi dove il reddito medio è in crescita. Quando sfiora i 3 mila dollari, la cosa diventa interessante e profittevole per Big Pharma (per la vendita di automobili l’asticella sale a 5 mila dollari). La presidenza Obama, inoltre, potrebbe incentivare le multinazionale del farmaco a spingersi fuori dall’orto di casa. Persino la più blanda delle riforme sanitarie non potrà non contemplare prezzi dei farmaci più bassi. m.ca
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Vittorio Arrigoni: “Io, catturato a Gaza”

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IL PACIFISTA ARRESTATO E DEPORTATO DA ISRAELE

Vittorio Arrigoni è stato bloccato con la forza dai soldati dello stato ebraico in acque palestinesi, sbattuto in carcere per sei giorni e poi espulso dall’aeroporto di Tel Aviv. Il tutto per aver manifestato a fianco dei pescatori palestinesi contro il blocco che sta strangolando la Striscia e gettando sul lastrico centinaia di famiglie
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testimonianza di Vittorio Arrigoni
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Il mare era un coltre impassibile, priva d’increspature, martedì scorso quando Darlene, Andrew e io, attivisti per i diritti umani dell’International Solidarity Movement (Ism), siamo salpati dal porto di Gaza a bordo di tre pescherecci palestinesi. Il sole era tiepido, il cielo limpido, totale assenza di vento, si prospettava una giornata generosa di pesce per i nostri amici pescatori. All’incirca verso le 11, siamo stati intercettati e accerchiati da 8 imbarcazioni militari israeliane, che hanno aperto il fuoco attorno ai pescherecci, ci hanno bloccato, poi hanno proceduto al nostro rapimento, noi 3 internazionali e 15 pescatori palestinesi.
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Hanno rapito noi e rubato i pescherecci, e condotto noi e la barche dalla Palestina sin dentro i confini d’Israele. Ci trovavamo circa a 6 miglia dalla costa di Gaza, secondo le leggi internazionali in piene acque palestinesi (il trattato di Oslo conferisce sovranità ai palestinesi sino a 20 miglia dalle coste delle Striscia). Per questa ragione non di arresto si tratta, ma di vero e proprio sequestro di persona, e non di confisca dei pescherecci, bensì di furto. Un blitz in piena regola: corpi speciali della marina militare israeliana, teste di cuoio, incappucciati, armati all’inverosimile, per bloccare tre barchette di legno che a malapena stanno a galla.
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Ho provato a interloquire con quello che mi pareva essere l’ufficiale israeliano di più alto grado, gli ho domandato se avessero intenzione di uccidermi, visto che più di una decina fra pistole, fucili, canne di cannone, erano rivolte verso di me seguendo ogni mio minimo movimento. Prima che i soldati israeliani saltassero a bordo del mio peschereccio, ho chiesto a lui, a loro, che timore provasse Israele, quale estremo pericolo per la sua sicurezza interna rappresentasse il fatto che dei semplici pescatori palestinesi andassero al largo del loro mare per procacciarsi il minimo sufficiente a sfamare le proprie famiglie.
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L’ufficiale israeliano, così ferreo e autoritario nell’impartire ordini in ebraico ai suoi soldati, e a me in un inglese dallo spiccato accento australiano, non ha saputo rispondere a questo mio semplice quesito. È evidente che questi super soldati, tutti muscoli e freddezza, sono addestrati ad uccidere un uomo in meno di un secondo (e quando si tratta di uccidere un palestinese anche meno), senza batter ciglio, ma non sono in grado di comprendere autonomamente il significato di termini elementari come diritto di esistenza, diritto di sopravvivenza.
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In quanto ben distanti dai confini israeliani, ho dichiarato all’ufficiale che non riconoscevo la sua autorità, ne tantomeno il diritto di rapire me e i pescatori miei amici. Ho deciso allora di resistere passivamente, in maniera non violenta. Mi sono arrampicato sul tetto del peschereccio, e da lì sull’impalcatura di ferro che funge da gru, a poppa, per issare le reti. Mi hanno inseguito tre soldati, puntandomi le pistole al viso. I loro occhi, dietro i passamontagna neri, mi sono parsi la migliore rappresentazione dell’odio che mai mi è capitato di vedere, un odio impartito in anni di lezioni rimandate a memoria, su come annientare il nemico, anche quando il nemico non esiste. Niente affatto intimorito, ho detto che se era loro intenzione uccidermi, allora si accomodassero, adempissero al loro dovere.
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Uccidere un civile, italiano, disarmato, su un peschereccio palestinese, a pesca con amici palestinesi, su acque palestinesi. Un quarto soldato allora è sopraggiunto, e ho riconosciuto l’arma che teneva in pugno, una pistola taser. A quest’ultimo ho detto la verità, che sono cardiopatico, che quell’arma avrebbe potuto provocarmi un arresto cardiaco. Il soldato allora si è avvicinato, l’ufficiale ha impartito l’ordine, io ho voltato le spalle a entrambi. Il soldato mi ha sparato sulla schiena, una scarica elettrica mi ha mandato sottoschock, tutti e quattro i soldati hanno cercato allora di spingermi di sotto, un salto da tre metri sulla superficie di acciaio della poppa del peschereccio, mi avrebbe sicuramente comportato serie fratture. Con un colpi di reni mi sono gettato in mare, e con le ultime forze vi sono rimasto, in acqua, nuotando lentamente, verso la riva all’orizzonte, verso Gaza, verso casa. Indifferente ai proiettili intimidatori che colpivano l’acqua a pochi centimetri dalla mia testa, ho nuotato per una buona mezz’ora, seguito a breve distanza dalle 8 navi da guerra, quando i miei denti hanno iniziato a battere senza sosta, e i palmi delle mie mani si sono fatti blu, ho dovuto desistere nella fuga, e lasciare che i soldati mi trassero fuori dall’acqua, malmenandomi. Per poco ho scampato l’ipotermia.
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Arrivati al porto di Ashkelon, Darlene, Andrew e io siamo stati condotti fuori dalla nave da guerra israeliana, e lì ci è apparsa dinnanzi una scena agghiacciante: tutti quanti i pescatori stavano inginocchiati nudi, incatenati alle caviglie e coi polsi ammanettati dietro la schiena, bendati. Loro il viaggio, di circa 50 chilometri nautici, se l’erano fatto così, all’aperto in quelle condizioni.
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Perché? Per quale motivo Israele nelle veci del suo esercito, dei suoi governi, si macchia quotidianamente di crimini di guerra contro i civili di Gaza? Perché li punisce collettivamente? Impedire a degli innocui pescatori di pescare a poche a miglia dalla costa, nelle loro acque, più in generale affamare la popolazione civile di Gaza imprigionata nel suo assedio, non favorisce certo né un processo di pace, né garantisce più sicurezza a Israele.
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Condotti in un carcere a Ben Gurion, eppoi a nella prigione di Ramle, noi tre internazionali abbiamo iniziato immediatamente uno sciopero della fame, con la richiesta di rilascio immediato dei pescatori palestinesi. Cosa che è poi avvenuta.
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Io sono stato sei giorni nelle prigioni israeliane, celle anguste e luride, popolate da insetti e parassiti che hanno banchettato allegramente sulla mia epidermide. Ma vengo da Gaza; a essere incarcerato in fin dei conti ci ero abituato. Gaza è la più grande prigione a cielo aperto del mondo, per volontà israeliana. Tutte le industrie hanno dovuto chiudere, più dell’ 80% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, a Gaza si registra il più alto tasso di disoccupazione del mondo, non c’è corrente elettrica, né carburante. Gli ospedali necessitano di medicinali, la stragrande parte della popolazione di viveri, e beni di prima necessita. I soldati israeliani mi hanno prelevato dalla prigione a cielo aperto di Gaza solo per condurmi in una delle loro prigioni più piccole, dove quantomeno, a differenza di Gaza, servivano puntualmente un rancio, e c’era per quasi tutto il giorno energia elettrica e acqua potabile.
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Sono però stato privato dei mie fondamentali diritti, come quella di poter contattare il mio avvocato, o il mio consolato, a mia discrezione, non a volontà dei miei carcerieri. Inoltre ci tengo a denunciare che nella prigione di Ramle, a venti chilometri da Tel Aviv, sono sepolti vivi centinaia di rifugiati africani, per lo più etiopi, eritrei e sudanesi. Hanno un visto UN in perfetta regola, e in qualsiasi paese che si definisce civile sarebbe stato affidato loro un alloggio ed un minimo per vivere: scappano dalla guerra, non sono mica terroristi. Ma Israele dimostra ancora una volta, che i diritti umani, e più in generale la legge internazionale, è carta straccia fuori dai suoi confini come pure dentro. Andrew, Darlene e io alla fine siamo stati deportati. Non ci siamo appellati alla corte israeliana per non legittimare come arresto quello che la legge internazionale ritiene essere rapimento.
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I nostri avvocati si batteranno comunque per la restituzione dei pescherecci rubati dalla marina israeliana. Oltre che la perdita economica per i proprietari delle imbarcazioni, ciò che più ci sta a cuore sono la cinquantina di pescatori disoccupati, la trentina di famiglie palestinesi che da una settimana non ha più di che vivere.
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Quelle barche rapinate da Israele sono il simbolo dell’assedio a cui è costretta Gaza, dell’illegalità al limite del terrorismo con cui opera l’esercito israeliano anche al di fuori del suo territorio.
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Vittorio Arrigoni
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fonte: ilmanifesto, 29 nov 2008, pag 9
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SPECIALE – Jeremy Rifkin: L’ecologia ci salverà

DA L’ESPRESSO – IN EDICOLA

La recessione ha una sola via d’uscita: l’hi-tech verde e i combustibili puliti. Per dare il via alla Terza rivoluzione. Dopo quelle del carbone e del petrolio

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di Jeremy Rifkin

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Le case automobilistiche europee, americane e cinesi stanno facendo appello ai rispettivi governi affinché vengano in loro soccorso con una consistente infusione di capitali pubblici. E avvertono che se gli aiuti non saranno immediati potrebbero andare incontro allo sfacelo. Se da una parte alcuni sono favorevoli a un intervento di salvataggio, perché temono che qualora le case automobilistiche fallissero l’economia subirebbe un colpo catastrofico, dall’altra parte c’è chi sostiene che in un mercato aperto le aziende dovrebbero essere lasciate libere di sopravvivere o di soccombere. Esiste tuttavia una terza strada per affrontare questo problema, che esigerebbe un cambiamento radicale di mentalità in relazione alla natura e al significato di ciò a cui stiamo assistendo e di ciò che dovremmo fare in proposito.

L’introduzione del motore a combustione interna e l’inaugurazione di una infrastruttura di reti autostradali contrassegnarono nel Ventesimo secolo l’inizio dell’era petrolifera e della seconda rivoluzione industriale, nello stesso modo in cui nel Diciannovesimo secolo l’introduzione del motore a vapore, della locomotiva e delle reti ferroviarie avevano contrassegnato l’avvento dell’era del carbone e della prima rivoluzione industriale.

La seconda rivoluzione industriale si avvia ormai al tramonto e l’energia e la tecnologia che più di altre l’hanno alimentata sono tenute in ‘vita artificiale’. L’incredibile aumento del prezzo del petrolio sui mercati internazionali registrato negli anni più recenti indica l’inizio della fine, non soltanto per le automobili che consumano molta benzina, ma anche per lo stesso motore a combustione interna. L’amara realtà è che la richiesta di petrolio in forte aumento a livello internazionale si scontra con scorte e rifornimenti sempre più limitati e sempre più in calo. Ne consegue un prezzo sempre più alto del combustibile, che provoca una spirale inflazionistica e si ripercuote lungo l’intera catena logistica e dei rifornimenti, e che a sua volta funge da freno naturale per i consumi globali, specialmente nel momento in cui il greggio inizia a sfiorare i cento dollari al barile. È questa, infatti, la soglia in cui si collide contro il muro di sbarramento del ‘Picco della Globalizzazione’. È a questo punto che il motore economico globale si ferma, che l’economia si contrae, che i prezzi dell’energia scendono perché il mondo intero usa meno petrolio. L’industria dell’auto è un segnale di allarme precoce, che ci fa comprendere come ci stiamo avvicinando al tramonto della seconda rivoluzione industriale.

Che cosa possiamo fare concretamente? Dobbiamo saper cogliere questa circostanza alla stregua di un’opportunità e rilanciare il dibattito globale sull’industria dell’auto nel suo complesso. Ciò implica di spostare il dibattito, passando dagli interventi di soccorso e di salvataggio in extremis dell’industria del motore a combustione interna alimentato a benzina alla ricerca, lo sviluppo, l’utilizzo di veicoli elettrici e ricaricabili a idrogeno con celle a combustibile, alimentati da energie rinnovabili. La trasformazione del nostro attuale regime energetico e della tecnologia automobilistica è il punto di ingresso nella terza rivoluzione industriale e in un’economia post carbonifera nella prima metà del Ventunesimo secolo.

Affinché questa transizione possa aver luogo, dobbiamo renderci conto che le rivoluzioni nei mezzi di trasporto sono sempre state parte integrante delle rivoluzioni nelle infrastrutture più ampiamente intese. La rivoluzione del motore a vapore alimentato a carbone impose grandi cambiamenti alle infrastrutture, ivi compresa la trasformazione nei trasporti, con un passaggio da quelli via di mare e su acqua in genere a quelli su rotaia ferroviaria, e la cessione di terreni pubblici per lo sviluppo di nuove città, sorte in corrispondenza di importanti snodi e incroci ferroviari. Analogamente, l’introduzione del motore a combustione interna alimentato a benzina richiese la realizzazione di un sistema di strade nazionali, la messa in opera di oleodotti, la creazione di una rete di strade secondarie commerciali e residenziali suburbane lungo il sistema autostradale internazionale.

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Jeremy Rifkin

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Il passaggio dal motore a combustione interna a veicoli ricaricabili a idrogeno con celle a combustibile comporta un impegno equiparabile nei confronti di un’infrastruttura adatta alla terza rivoluzione industriale. Tanto per cominciare, la rete elettrica nazionale e le linee di trasmissione dell’energia dovranno essere trasformate, e passare da una gestione attuata tramite comandi e controlli centralizzati e servomeccanici a una gestione decentralizzata e digitalizzata. Daimler ha già firmato un accordo di partenariato con Rwe, società energetica tedesca, e Toyota ha fatto altrettanto con Edf, società energetica francese, per installare milioni di postazioni di ricarica lungo le autostrade, nei parcheggi e nei garage, nelle aree commerciali come in quelle residenziali, per consentire alle nuove automobili di fare il pieno ricaricando le batterie collegandosi semplicemente a una presa.

Per adattarsi a milioni di nuovi veicoli ricaricabili, le società erogatrici di elettricità stanno iniziando a modificare le loro reti, utilizzando le medesime tecnologie che hanno dato luogo alla rivoluzione di Internet. Le nuove reti elettriche, cosiddette reti intelligenti o intergrid, rivoluzioneranno le modalità tramite le quali l’elettricità è prodotta, distribuita e resa disponibile. Milioni di edifici già esistenti – appartamenti residenziali, uffici, fabbriche – dovranno essere modificati o ricostruiti per fungere da ‘impianti elettrici autentici’, in grado cioè di catturare l’energia rinnovabile disponibile a livello locale – solare, eolica, geotermica, delle biomasse, idroelettrica e prodotta dal moto ondoso di mari e oceani – per generare elettricità che possa alimentare gli edifici, condividendo al contempo l’energia prodotta in eccesso tramite le reti intelligenti, proprio nello stesso modo in cui noi oggi produciamo informazioni e le condividiamo grazie a Internet.

L’elettricità che produrremo nei nostri edifici, a partire dalle energie rinnovabili, potrà essere utilizzata anche per alimentare le automobili elettriche ricaricabili o per creare idrogeno che alimenti i veicoli con celle a combustibile. A loro volta, tutti gli autoveicoli elettrici ricaricabili e a idrogeno con celle a combustibile fungeranno da impianti elettrici mobili, e potranno rivendere l’energia prodotta in eccesso alla rete elettrica.

Il passaggio alle infrastrutture indispensabili per la terza rivoluzione industriale richiederà un ingente sforzo e finanziamenti pubblici e privati. Dovremo trasformare completamente l’industria automobilistica, dotandola di nuove apparecchiature, riconfigurare le reti elettriche, convertire milioni di edifici commerciali e residenziali in autentici impianti energetici. La sola creazione di una nuova infrastruttura comporterà l’investimento di centinaia di miliardi di dollari. C’è chi sostiene che non possiamo permettercelo: in tal caso, però, gli scettici dovrebbero spiegarci come si prefiggono di riportare in crescita un’economia globale oberata dai debiti, che oltretutto dipende in tutto e per tutto da un regime energetico che sta per collassare.

Cerchiamo di essere chiari: i trilioni di dollari con i quali ci si ripromette di riportare in vita l’economia globale non sono niente più che un semplice ‘espediente di sopravvivenza’. Se invece intendiamo dare nuova vita all’economia globale, risolvendo al contempo la triplice minaccia costituita dalla crisi finanziaria globale, dalla crisi energetica globale e dalla crisi del cambiamento del clima globale ciò che dobbiamo fare è creare le premesse per una nuova era energetica e un nuovo modello industriale.

Le infrastrutture necessarie alla terza rivoluzione industriale creeranno milioni di posti di lavoro ‘verdi’, daranno vita a una nuova rivoluzione tecnologica, aumenteranno considerevolmente la produttività, introdurranno nuovi ‘modelli di business open source’ e creeranno molteplici opportunità economiche nuove.

Se i governi non interverranno immediatamente e con determinazione per far procedere celermente la realizzazione di una nuova infrastruttura per una terza rivoluzione industriale, l’esborso di fondi pubblici per sostenere un’infrastruttura economica vecchia e un modello industriale obsoleto decurterà ancor più le risorse finanziarie rimaste, lasciandoci privi delle riserve necessarie a effettuare i cambiamenti fondamentali.

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Camper a energia solare

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La terza rivoluzione industriale comporta una nuova era di capitalismo allargato, in virtù del quale milioni di proprietari di casa e di aziende esistenti e nuove diventeranno produttori di energia. Così facendo, avrà luogo la transizione verso un’era post-carbonifera sostenibile, che di fatto potrà attenuare gli effetti del cambiamento del clima sulla biosfera terrestre.

Collocando l’industria dell’automobile al centro del cambiamento delle infrastrutture necessarie a passare dalla seconda alla terza rivoluzione industriale, inizieremo a cambiare mentalità, e il dibattito passerà dall’aiuto alle aziende in gravi difficoltà a come investire al meglio in un nuovo schema economico planetario. Investire miliardi di dollari diverrà un presupposto indispensabile e necessario per creare nuove opportunità economiche per tutti nel Ventunesimo secolo.

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27 nov 2008

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Ma le ibride non corrono ancora

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di Maurizio Maggi

La progressione dell’auto verde c’è, ma per ora è lenta. Nel mondo si vendono ogni anno circa 70 milioni di auto. Le vetture ibride, alimentate cioè da motori a benzina o a gasolio affiancati a uno o più motori elettrici, sono ancora lontane dal milione di unità. Il gruppo Toyota, il primo a puntare seriamente sulla doppia alimentazione, ha venduto dal 1997 a oggi circa 1,7 milioni di ibridi e la sua Prius …

Leggi tutta la scheda

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fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Lecologia-ci-salvera/2050669&ref=hpsp

Spinto dai farmaci anti-Parkinson a molestie sessuali: assolto / I due volti del farmaco

https://i0.wp.com/www.med.uchile.cl/boletin/2005/mayo/imagenes/farmaco.jpg

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FIRENZE (29 novembre) – Il tribunale di Firenze ha assolto un invalido di 37 anni dall’accusa di violenza sessuale poiché l’uomo, malato di morbo di Parkinson, al momento dei fatti era curato con un farmaco che tra gli effetti collaterali ha quello di generare disturbi psicotici, come scatenare pulsioni sessuali e rimuovere i freni inibitori. Il tribunale gli ha riconosciuto il vizio totale di mente.

I fatti risalgono al 2004 quando l’imputato era curato con un farmaco basato sulla pergolide come principio attivo, i cui effetti controversi sono dibattuti ampiamente dalla letteratura medica tanto che l’autorità statunitense Food and drug administration (Fda) ha fatto ritirare dal mercato i farmaci che lo contengono.

Il difensore dell’invalido fiorentino, avvocato Sandro Guerra, ha dimostrato l’influenza del farmaco anti-Parkinson sui comportamenti dell’imputato. Nel processo l’invalido era accusato di alcuni episodi, in particolare di aver palpeggiato due donne tentando di indurle a rapporti sessuali completi, anche pronunciando frasi sconnesse.

A Carrara emerse una situazione analoga circa un mese fa quando un uomo di 56 anni ha fatto causa alla Asl perché il farmaco anti-Parkinson prescrittogli lo ha reso dipendente dal gioco d’azzardo tanto da perdere in poco tempo 300.000 euro.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=36336&sez=HOME_INITALIA

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https://i1.wp.com/www.restena.lu/lhce/Chimie/Substances/pics/flipperbabys.jpgEffetti del Talidomide, un farmaco anti-nausea che negli anni 60/70 era molto prescritto dai medici, poi ritirato dal commercio. Il talidomide tornerà in commercio in Italia? E come verranno risarcite le vittime di questo farmaco che ha provocato malformazioni? Se lo chiedono i senatori radicali Donatella Poretti e Marco Perduca, che insieme con la cellula Coscioni di Milano, l’associazione dei consumatori Aduc e l’Associazione Thalidomidici italiani (vittime degli effetti del farmaco) hanno presentato un’interrogazione ai ministri del Welfare, dell’Economia e della Semplificazione normativa.

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I due volti del farmaco

Dal pharmacon greco alla farmacogenomica: la storia millenaria del medicamento, portatore di salute, ma anche di morte

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di Giovanni Lentini (professore associato Facoltà di Farmacia di Bari)
Da “Il farmacista” n° 1 del 17 gennaio 2002

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La locuzione “FARMACO killer”, particolarmente abusata nelle cronache riguardanti il caso Cerivastatina, è eccessiva non solo nel suo essere portatrice di un messaggio terroristico, ma anche nel suo valore lessicale, perché ridondante.
Infatti, se ci si rifà all’etimologia della parola “farmaco” ci si accorge che l’apposizione “killer” è pleonastica: la capacità di uccidere, infatti, è insita nel primo termine.

Probabilmente la parola farmaco deriva dal greco pharmacon, rimedio. Presso gli antichi greci, il pharmacos era la vittima sacrificale, il capro espiatorio: la sua uccisione consentiva di allontanare la punizione divina dalla popolazione. La pratica, in auge presso gran parte dei popoli antichi, rivelava la sua intrinseca ambiguità: con la morte certa di pochi si cercava di garantire la salvezza sperata a molti, dando così, contemporaneamente morte e vita.

La sostanza pharmacon parallelamente, doveva allontanare dal corpo malato lo spirito maligno che lo affliggeva e la vittima, in questo caso, poteva essere anche lo steso paziente. Era del tutto evidente la natura ambigua delle droghe (ambiguità conservata nelle lingue anglosassoni dove il termine drug può assumere due significati nettamente contrapposti: farmaco e droga): a seconda del dosaggio e, più in generale, dell’uso che se ne faceva, potevano essere curative o tossiche. Omero, del resto, usa lo stesso termine per indicare sia il nepente – bevanda probabilmente a base di oppio che Elena offre allo sconsolato Telemaco in cerca di notizie di suo padre (Odissea, libro IV, vv. 219-234) – sia la pozione malefica con cui la maga Circe aveva trasformato i compagni di Ulisse in maiali (op. cit., X, 210-243; probabilmente un infuso di solanacee dagli effetti depersonalizzanti).

Era così chiara l’ambiguità dei farmaci che il mondo greco l’aveva, per così dire, istituzionalizzata nel mito di Asclepio (Esculapio), la divinità che aveva appreso da Chirone gran parte dell’arte medica, ma che aveva poi acquisito, grazie a Perseo, un rimedio infallibile per liberarsi dei nemici e resuscitare gli amici: con il liquido sgorgato da un lato del collo di Medusa, dava la morte; con quello proveniente dal lato opposto dava la vita agli amici (pare che avesse preso a resuscitare tanti morti da svuotare l’Ade. Zeus, temendo che l’ordine dell’universo venisse sovvertito, fulminò Asclepio). Nell’arte greca Asclepio viene sempre rappresentato con uno o due serpenti che ricordano, forse, l’origine e l’ambivalenza dei suoi poteri.

Del resto, molto prima (c.a. 1200 a. C.), nella Bibbia il serpente aveva assunto l’ambiguo valore simbolico di vita e morte, fecondità e tentazione. A parte ciò che accadde nel Paradiso terrestre, nel libro dei Numeri (21, 8-9) è riportato uno dei diversi momenti di insofferenza del popolo ebraico nel deserto: erano stufi di cibarsi della solita manna. Allora Dio li punì facendoli mordere da serpenti velenosi.
Dietro l’insistenza di Mosé, Dio stesso suggerì il rimedio: un serpente di rame da issare su un bastone. Gli ebrei morsi dai serpenti, guardando il serpenti di rame guarivano (“Mosè allora fece un serpente di rame e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi gurdava il serpenti di rame, restava in vita”). Uno o due serpenti attorcigliati su un bastone rappresentano oggi il simbolo delle arti sanitarie. E a proposito della scienza medica, non mancano nella Bibbia pagine anche ironiche come quelle sulla cecità di Tobia “Più i medici mi applicavano farmaci, più mi si oscuravano gli occhi, finché divenni cieco del tutto” (Tobia 2,10). O quelle del vangelo di Marco sulla “donna che da 12 anni era affetta da emorragia e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando (…)” (Mc 5, 25-26). Eppure Luca era “medico carissimo” a Paolo (Colonnesi 4, 14) e nel libro del Siracide, sapiente biblico vissuto nel II secolo a.C., è riportato forse il più bel riconoscimento per le figure del medico e del farmacista: il Signore ha creato medicamenti dalla terra (…) Dio ha dato agli uomini la scienza perché potessero gloriarsi delle sue meraviglie. Con esse il medico cura ed elimina il dolore e il farmacista prepara le miscele. (…) il medico – il Signore ha creato anche lui- non stia lontano da te (…). Ci sono casi in cui il successo è nelle loro (dei medici) mani. Anch’essi guidano il Signore perché li guidi felicemente ad alleviare la malattia e a risanarla, perché il malato ritorni alla vita” (Siracide, 38, 4-14).

Anche presso altre civiltà era nota la natura ambigua dei farmaci. Per esempio, presso i cinesi si riteneva che i farmaci fossero animati da spiriti benigni o maligni che erano in grado di riequilibrare o, rispettivamente, alterare in modo nocivo, i due spiriti vitali, lo yin e lo yang, che animano la natura tutta.
La lezione del passato sull’ambiguità dei farmaci, completata da Ippolito e Galeno che per primi affermarono l’importanza critica del dosaggio ottimale delle sostanze terapeutiche, è giunta sino a noi integra nonostante il filtro iconoclastico di Paracelso, cui anzi dobbiamo uno dei più famosi aforismi al proposito (“Nessuna sostanza è un veleno di per se stessa, ma è la dose che fa della sostanza un veleno”).

Ma torniamo al Pharmacos, al sacrificio. Nel corso dei secoli si è realizzato una sorta di chiasmo:

I due volti del farmaco

con la caratteristica che l’effetto positivo dall’essere ritenuto certo per fede è divenuto molto probabile o – che è lo stesso- certo per un numero elevato, in percentuale, di individui. La certezza è della fede; la probabilità è della scienza.

Un altro aspetto. Nella prassi antica, i sacrificati erano sicuramente esclusi dal beneficio, erano esterni al gruppo dei beneficiari. Oggi i pochi possibili sacrificati sono interni al gruppo dei beneficiari, non li conosciamo a priori, ma sono ugualmente condannati. Nelle società che praticavano il sacrificio del capro espiatorio, era il santone, lo sciamano, il sacerdote quello che sceglieva il giovane da avviare al sacrificio.

Oggi la condanna è scritta nei geni, in un modo che finalmente cominciamo a conoscere: il particolare corredo cromosomico di ciascuno di noi fa sì che ognuno reagisca al contatto con gli agenti esterni, chimici o fisici, in modo del tutto peculiare e talvolta imprevedibile. La farmacogenomica promette che tra circa 5 anni cominceranno a comparire i primi farmaci ad personam e in seguito ciascuno assumerà solo i medicinali capaci di evocare l’effetto terapeutico, con rischio nullo di comparsa delle più comuni reazioni avverse.
Questo nel futuro più o meno prossimo.

E oggi? Purtroppo assistiamo alla generalizzazione di un atteggiamento contraddittorio ed emotivo: da una parte sappiamo bene che l’assunzione dei farmaci è accompagnata da un certo rischio; dall’altra ci aspettiamo che il farmaco abbia quasi un potere magico, infallibile. Quando scopriamo che la medicina non è efficace come pensavamo o, peggio, che a qualcuno fa più male che bene, ci sentiamo traditi nella fiducia incondizionatamente prestata e mettiamo in discussione secoli di progressi documentabili, con argomentazioni non altrettanto oggettivamente suffragate. Se siamo d’accordo che i medicamenti hanno oggi un ruolo insostituibile, dobbiamo servircene nel modo più razionale e sicuro possibile. Ricordando l’etimologia del termine farmaco, potremmo lasciarci “illuminare” da Voltaire che fa dire al saggio Zadig: ” La bile fa collerici e malsani, ma senza bile l’uomo non potrebbe vivere. Tutto quaggiù è pericoloso e tutto è necessario”.

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fonte: http://www.sferafarmacie.it/pg_sfera.php?cat1=1&cat2=3&cat3=1&top=off&sezione=Sf0

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ROMA – Senza fissa dimora ed Eternit

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Anche a Roma sono arrivati il freddo e la pioggia, e anche questo anno il Comune ha stabilito gli interventi per il piano dei servizi indirizzati ai senza dimora, ai barboni. Proprio in questo stesso periodo gli Uffici competenti hanno pubblicato un bando per la riattribuzione dei servizi già operanti in città. Il Cambio tra vinti e vincitori del nuovo bando dovrebbe avvenire il I Gennaio 2009. Che tempismo non credete? Bene, il giorno di capodanno ci saranno possibili avvicendamenti tra le varie cooperative del settore. Ci si può immagginare una tempismo meno adeguato? Impossibile, comunque se si doveva fare si fa….

Ci chiediamo però… perchè il Comune di Roma ha messo in gara il servizio di Accoglienza del Centro di Via Assisi 39 per senza fissa dimora? Quel centro è un ex capannonne industriale, di proprietà privata e per il quale il Comune paga da anni migliaia di euro al mese. Non esistono problemi economici? Non si parla di tagli? Non si possono ottimizzare quei fondi sistemando i barboni, o clochard come li chiamano ora, in strutture pubbliche tipo ex caserme e magari ampliare i servizi per questa povera gente con i soldi risparmiati dell’affitto?

E poi ancora più grave e per la qual cosa nessuno ha fatto e fa nulla…..sapete che quei capannoni sono stati solo in parte bonificati durante i lavori di ristrutturazione e che continuano ad avere per tetto mucchi e mucchi di eternit? Sì di Eternit. E che anni fa la ASL di zona aveva denunciato la non abitabilità del centro?

Forse la vita dei barboni non è poi così importante. Forse morire per eternit è meno grave che morire di freddo. Forse gli operatori che negli anni hanno lavorato a Via Assisi (diverse cooperative peraltro) non sono così importanti da tutelare. Forse per salvargli la vita è meglio che perdano il lavoro. Forse per questo il Comune non si sta interessando della loro posizione lavorativa, nonostante le denuncia che da settimane stanno portando avanti. Forse è prevenzione. Meglio licenziati che ammalati. Grazie Comune di Roma.

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Il Gruppo Roma Solidale

29 novembre 2008

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=36392&sez=HOME_ROMA


DISINFORMAZIONE DI STATO – Il terrorismo attacca. E Vespa si dà al nudo

http://guana.files.wordpress.com/2008/03/bruno_vespa.jpgE LO PAGHIAMO FIOR DI MILIONI DI EURO

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di Aldo Grasso

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Seratona su Raiuno. Una di quelle da incorniciare, da conservare nelle teche, da presentare nei concorsi internazionali. Questa è tv! Questo è servizio pubblico! Ci sia concesso, per una volta, fare i complimenti a Raiuno, e poi su su fino alla Dirigenza Uscente e a quella Entrante. Il programma, «Porta a porta», condotto dal bravissimo Bruno Vespa, in un mondo squassato dal terrorismo islamico, ha pensato bene di infondere un po’ di sano ottimismo agli italiani con un’offerta di rara leggerezza, non disgiunta dall’eleganza. Nelle situazioni di crisi, Vespa dà il meglio di sé, con quella sua straordinaria capacità di attorniarsi di cervelli, di menti pensanti, di scienziati dell’incanto, di cataloghi viventi di mastoplastica e botulino.

La sera del 27 novembre, verso le 23.30, «Porta a porta» si interroga dal più profondo del cuore su un tema che di certo aiuterà a superare le gravi difficoltà economiche che ci attanagliano: «Gli italiani sono contrari al nudo in tv?». Dare su qualsiasi cosa, compresi i calendari delle dive, giudizi irriconciliabili è l’unica maniera di non barare. Per questo, Vespa ha radunato in una sola volta tanti fini umanisti: Alba Parietti, Lory Del Santo, Sergio Mariotti, in arte Klaus Davi, Silvana Giacobini, Stefano Zecchi, Roberto Gervaso, Eleonora Daniele (scuola Luca Giurato), Giancarlo Magalli, Barbara Chiappini. Che piacere sentirli disquisire, dolcemente incerti se si esprimessero con le parole, con il decolleté o la coscialunga. A un certo punto, il Mariotti si è vantato pubblicamente di aver consigliato Fassino su qualcosa (poi dice che uno si butta a destra!). La serata si è srotolata mostrando cosa fosse proibito ieri e cosa è permesso oggi, con tanto di sondaggi freschi di giornata. Vada alla malora la storia! Ogni stagione è una prova: la natura non cambia e non si rinnova se non per infliggerci serate simili.

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29 novembre 2008

fonte: http://www.corriere.it/spettacoli/08_novembre_29/vespa_nudo_d8bdf098-bde8-11dd-99ec-00144f02aabc.shtml

Le Coriandoline: qui è diventata vera la città pensata dai bambini

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dall’inviato del Venerdì di Repubblica, Michele Margiassi

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Correggio (Reggio Emilia). Normalmente sono gli architetti che fanno le case. Qui invece c’è una casa che ha fatto un architetto. Dovremmo dire, farà, perché Ilaria va ancora alla seconda liceo scientifico, ma, a giudicare dalla determinazione che le brilla negli occhi, possiamo già dare la notizia per certa. “Da quando abito qui ho capito che l’architettura può cambiare la vita della gente. In meglio, voglio dire”. E poi, a dirla tutta, Ilaria è già architetto. Questa luminosa casa con gemme rilucenti incastonate sulla facciata, celeste di fuori me rosa-verde dentro, dove nessuna porta ha lo stesso colore dell’altra, l’ha progettata lei. Quando aveva più o meno cinque anni.

Andava alla scuola materna, una delle dodici di Correggio, nobile cittadina della pianura di Reggio Emilia baciata dalle muse per secoli, dall’eponimo pittore rinascimentale al rocker Ligabue. Alla materna un giorno le fecero giocare un bel gioco: immaginare la casa dei sogni. Era il 1995. La diligente Ilaria e 700 coetanei la descrissero, la disegnarono.

Obbedienti alle maestre, perché a scuola si fa così, ma senza farsi illusioni: “Dicevano: “Poi le costruiremo davvero”, ma io mica mi fidavo tanto degli adulti”. Non fateli così ingenui, i bambini. Sopratutto se frequentano gli asili del Reggiano, notoriamente i più belli del mondo. Ilaria aveva le sue ragioni per non aspettarsi nulla. L’Emilia partecipativa e didattica ama i grandi progetti intelligenti, ama i laboratori creativi e originali, ma di solito tutto questo amore finisce con una mostra, un convegno, un bel libro e un discorso dell’assessore.

Invece no, per una volta no. Sono passati tredici anni, è vero, e sono tanti. Ma le case di Ilaria e dei suoi settecento compagni di scuola sono uscite dai fogli a quadretti. Sono diventate cemento e mattoni. La gente ci abita. Sono case vere, ci puoi entrare, farci la pastasciutta, spimacciare i cuscini, guardare la tivù, perfino lasciarci entrare un giornalista curioso e spiegargli che “se una casa la immagina un bambino, va bene anche per un adulto”.

Ed è così, lo dicono i fatti. Alle Coriandoline, borgo residenziale di dieci villette e dieci appartamenti in condominio tra paese e campagna, abitano venti famiglie, cioè ottanta persone, di cui solo sedici bambini. Ci sono anche coppie senza figli che hanno scelto di comprar casa in questo quartiere che sembra una nursery grande come un paesino, e macchia la pianura Padana di colori sgargianti anche quando c’è nebbia. In fondo, è un quartiere residenziale come un altro, solo che “nessuno ha una casa uguale alla mia”, dice con orgoglio non trattenuto la signora Pina Bartolotta, che abita nella Casa Col Tetto Sugli Alberi, per la felicità della figlia Silvia che aveva quattro anni nel ’98, quando i bambini delle materne occuparono la piazza con decine di casette di cartone dipinte da loro.

Certo, c’è voluto qualcuno che ci credesse. A Correggio c’era e c’è una cooperativa di abitazione, Andria, che costruiva decenti villette a schiera come tutte le decenti villette a schiera del mondo. C’era e c’è un architetto, Luciano Pantaleoni, che voleva qualcosa di meglio. C’era e c’è una pedagogista, Laura Malavasi, a cui nacque Francesco proprio durante il primo laboratorio, e convinse se stessa e gli altri che il gioco poteva diventare sogno, e il sogno mattone.

Da dove cominciare? Da concretissima fantasia. Dalle specifiche progettuali dettate dai bambini. Chiaere come più chiare non si può. Come vorresti la tua casa? “Dura fuori, che se arriva un cattivo si fa male”, “Morbida dentro e calda, “Trasparente per vedere se c’è il sole fuori, “Con un posto segreto”, “Con gli scivoli al posto delle scale”, “Non trafficosa”.

Facile, no? Disegna, progetta, ma se non c’era il tocco di genio di un vecchio bambino di nome Emanuele Luzzati forse non s’arrivava alla fine. Ci pensò lui, il pittore scenografo genovese, a tradurre i desidere in colori e forme, fu lui a dare le pennellate finali sul plastico che adesso troneggia sempre nella sala riunioni ed è di per sé un’opera d’arte. Peccato che Luzzati non sia riuscito a vederla finita, nel 2007, quando il cantiere smobilitò ed i primi inquilini aprirono ancora increduli le porte delle loro casette fatate.

Ed eccole qui, come dovevano essere. Lo scivolo c’è davvero, nella tromba delle scale del condominio azzurro: puoi scendere quattro piani tutti col fondo dei pantaloni, però se si stanco sali con l’ascensore che ha lo specchio come tutti gli ascensori, solo che è deformante e ti fa grasso o magro secondo dove ti sei messo. C’è un serpente di porfido che mangia le automobili all’ingresso del borgo e non le lascia passare dove si fanno i giochi. Ci sono i lampioni con le ali, c’è un periscopio-orecchio in mezzo al giardino che ti aiuta a sentire quel che dice la mamma dal balcone, e ci sono le case, una diversa dall’altra, le finestre senza scuri o tapparelle, ognuna con un atelier luminoso, “la stanza che manca sempre nelle case progettate da adulti prigioniere dalla loro adultità”, e ciascuna casa ha il suo nome ed il suo carattere.

Sulla casa di Francesca c’è la macchina acchiappa-cattivi, trappola per mostri: “E funziona! Vivere qui aiuta a toglierti i brutti pensieri. Certo, è un condominio come un altro, però si litiga un pò meno, ed io conosco i nomi di tutti”. Sua figlia Sara è la prima nata alle Coriandoline: “Penserà che tutte le case del mondo sono fatte così..”. Non potrebbe essere? L’architetto Pantaleoni giura che costruire case creative non costa poi tanto di più di quelle ripetitive ed anonime, ed in effetti queste sono state vendute a prezzi normali di mercato, tra i 160 ed i 280mila euro. L’utopia dell’urbanistica bambina avrà un futuro? “Adesso vediamo come va, abbiamo lanciato il sasso nello stagno”.

Non tutto è andato secondo i progetti, qualcuno ha montato verandine non previste, ha chiuso balconi, ha cambiato infissi, ed alla fine quasi tutti hanno scelto di recintare il proprio giardino invece di lasciare sfumato il confine tra comune e privato, com’era nei piani dei piccoli. Perché la macchina acchiappa-cattivi potrebbe anche non funzionare, ed un mondo ideale puoi sognarlo, ma è molto più difficile da costruire delle Coriandoline.

Miche Smargiassi

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fonte: il Venerdì di Repubblica, 28 nov 2008, pag. 41

fonte immagine: http://www.studiopesci.it/content_it/photogallery-scheda.aspx?id=580

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