Archivio | novembre 1, 2008

Congo in fiamme, morti e saccheggi nell’assedio di Goma

Missione di Kouchner e Miliband: il ministro degli Esteri
francese “In atto un massacro mai visto in Africa”

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DALL’INVIATO DI REPUBBLICA DANIELE MASTROGIACOMO

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NAIROBI – Assaltati, saccheggiati, dati alle fiamme. Con la gente, in massa, in preda al panico, che afferra quello che può e fugge dai villaggi. Verso nord, verso est, verso la salvezza, le frontiere dell’Uganda e del Ruanda. Dietro, a pochi chilometri, si lasciano l’inferno, le capanne bruciate, le case in terra sbriciolate dai colpi di fucili, i sentieri ridotti ad un pantano dalla pioggia che arriva ad ondate dal cielo e trasforma i crateri provocati dagli obici dell’artiglieria in enormi pozzanghere. Il Nord-Kivu adesso è in fiamme. Nonostante la tregua unilateriale annunciata dai ribelli del generale Laurent Nkunda, gli scontri con l’esercito congolese sono ripresi.

Goma, la città più importante della regione, mezzo milione di abitanti anche ieri appariva deserta. Chi non è riuscito o non ha potuto fuggire, resta tappato in casa. Ascolta le notizie alla radio, si affaccia dalle finestre. Tenta di capire cosa accade più a nord, verso i villaggi di Rutsthuru, Dumez, Nyongera, Kasasa, Kidati. Le notizie che arrivano attraverso i fuggiaschi, riempiono di orrore e di paura. I soldati dell’esercito congolese si sono accaniti sulla popolazione che non è riuscita a fuggire.

Sono entrati nei villaggi, hanno saccheggiato tutto quello che trovavano, hanno sparato, ucciso, mutilato, violentato. E poi, anche per nascondere le prove di una violenza che si ripete, ossessivamente, da almeno due mesi, hanno appiccato il fuoco e distrutto tutto. Voci, testimonianze agghiaccianti. Difficili da verificare. Gran parte del territorio del nord del Kivu è al centro di una battaglia che non ha fronti. I ribelli di Nkunda hanno sferrato l’attacco finale per la conquista di Goma: una conquista simbolica ma strategica in questa guerra dimenticata dal mondo. Prendere Goma significa chiudere un cerchio attorno ai drappelli di soldati congolesi dislocati in un raggio di 50 chilometri. I soldati lo sanno. Si spostano veloci, ripiegando e avanzando sui sentieri ricavati in mezzo alla foresta.

Il fronte del conflitto muta di giorno in giorno e chi si trova in mezzo, schiacciato da milizie demotivate e senza più disciplina, finisce per pagare il prezzo più alto. E’ successo a Rutshuru, villaggio di 2000 abitanti. Qui sorgeva uno dei più grandi campi per rifugiati. I ribelli hanno ordinato a tutti di uscire, gli uomini divisi dalle donne. Si sono fatti consegnare cibo, vestiti, attrezzi, animali. Poi è scoppiato l’inferno. Qualcuno forse si è ribellato, altri hanno resistito.

Contadini, gente indifesa, aggrappati alla disperazione e alla dignità. Hanno iniziato a sparare, a colpire con i machete, a mutilare, a violentare le donne. Tra pianti, urla, gente che fuggiva nella foresta, correndo tra i campi sventrati dai colpi di mortaio, dati alle fiamme. La maggioranza è riuscita a scappare, terrorizzata. Verso sud, verso Goma. Ma il campo è stato completamente distrutto dal fuoco. La strategia è chiara: distruggere tutto per creare il deserto. Impedire alla gente di tornare, creare zone cuscinetto di difesa per rallentare l’avanzata dei ribelli del generale Nkunda. Si stima che almeno 50 mila persone siano fuggite dal campo profughi dati alle fiamme. Ma altri duecento, forse trecentomila fuggiaschi vagano senza una meta. Un dramma che coinvolge almeno un milione di persone. Le condizioni sanitarie sono allarmanti. Già si parla di un epidemia di colera. La stagione delle piogge, appena iniziata, rende tutto ancora più difficile. Le strade sono impraticabili, la sicurezza è ridotta al minimo, girano drappelli di uomini armati che rubano, saccheggiamo e violentano.

La proposta francese di inviare sul posto un contingente europeo è stata accolta con freddezza. Kigali, accusata di appoggiare i ribelli, non ne vuole sentire parlare. Kinshasa attende. Ma ieri i presidenti di Congo e Ruanda, Joseph Kabila e Paul Kagame hanno detto di essere d’accordo a partecipare ad un eventuale summit internazionale sulla crisi del Congo.

Dal 2003 ci sono già 17 mila caschi blu dell’Onu ma non sembrano in grado di assolvere il loro compito: affiancano l’esercito congolese ma non assistono più la popolazione civile. Si cerca di ricomporre il filo del dialogo. Tra mille difficoltà. Il ministro degli Esteri francese Kouchner dice “che sta accadendo un massacro mai visto in Africa”. E oggi si reca a Goma assieme al collega britannico David Miliband per tentare una mediazione impossibile.

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1 novembre 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/esteri/congo-goma/goma-saccheggi/goma-saccheggi.html

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Alitalia, autonomi pronti a resistere: “Contro di noi campagna di falsità”

Anpac, Unione piloti, Avia, Anpav e Sdl rivendicano la scelta di non firmare il Lodo Letta
Lunedì assemblea a Fiumicino per mobilitare i lavoratori: “Cai calpesta tutti i diritti”

Respinto l’appello di Fini alla responsabilità: “Irresponsabili sono i confederali”
Bossi invoca una mossa di Berlusconi: “E’ l’unico che può intervenire”

Alitalia, autonomi pronti a resistere "Contro di noi campagna di falsità" Lavoratori Alitalia a Fiumicino

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ROMA – Lunedì si riuniranno in assemblea a Fiumicino, intanto all’appello di Gianfranco Fini affinché si assumano le proprie responsabilità, rispondono denunciando quella che definiscono “una campagna mediatica vergognosa che sta distorcendo la realtà”. I sindacati autonomi dell’Alitalia tornano sul piede di guerra dopo la firma la scorsa notte del cosiddetto Lodo Letta sui contratti da parte di Cgil, Cisl, Uil e Ugl.

Campagna di discredito. In una nota congiunta Anpac, Unione piloti, Avia, Anpav e Sdl intercategoriale, affermano che sulla vertenza “è ricominciata una campagna tesa a screditare i lavoratori e quei sindacati che hanno deciso di non sottoscrivere la stesura dei contratti”. Gli autonomi entrano quindi nel merito, sostenendo che è “assolutamente falso che il no sia motivato da pretese riguardanti i permessi/distacchi sindacali ed è bene chiarire che proprio Cgil, Cisl, Uil e Ugl ‘godono’ di un trattamento speciale in termini di diritti sindacali”.

Minaccia di denuncia. “Rispetto a questa strumentalizzazione – mettono in guardia – diffidiamo chiunque a continuare con tali calunnie, passibili di denuncia per diffamazione”. Le motivazioni, spiegano ancora Anpac, Unione piloti, Avia, Anpav e Sdl, “sono invece tutte concentrate sul numero enorme di esuberi previsti, sulle condizioni di stesura contrattuale che penalizzano i lavoratori oltre quanto era stato concordato a settembre a Palazzo Chigi, sulla condizione dei precari, sulle incertezze per il futuro di migliaia di lavoratori che dopo l’utilizzo degli ammortizzatori sociali si troveranno senza lavoro e senza pensione: questa condizione riguarda tutti i lavoratori coinvolti nel progetto Cai, personale di terra, piloti, comandanti ed assistenti di volo”.

Le prime avvisaglie. Le sigle autonome annunciano insomma battaglia, spiegando che nelle prossime ore continueranno a parlare con i lavoratori per decidere insieme le iniziative che dovranno essere intraprese per “ristabilire i principi minimi di democrazia e per tutelare al meglio i diritti di chi lavora”. Le prime risposte che giungono dai lavoratori, fanno sapere ancora i sindacati “ribelli”, “vanno tutte nella direzione di un consenso generalizzato alle posizioni da noi espresse e di una fortissima critica nei confronti di Cgil, Cisl, Uil ed Ugl”.

Le colpe della Cai. Anpac, Unione piloti, Avia, Anpav e Sdl denunciano quindi come “assolutamente falso”, che il confronto tra azienda e sindacato si sia sviluppato in questo ultimo mese in modo coerente con gli impegni sottoscritti a settembre insieme al governo. “L’azienda – sostiene la nota congiunta – non è mai entrata in una vera e concreta stesura tecnica ed ha sistematicamente stravolto tali impegni, producendo un risultato finale del tutto diverso dalle condizioni contrattuali che erano state concordate e sottoscritte”.

Impegni disattesi. “Nello specifico – si legge ancora – mentre a Palazzo Chigi gli accordi prevedevano il recepimento della disciplina contrattuale vigente in AirOne, integrata da quanto concordato in quella sede, Cai ha ‘imposto’ una soluzione che non recepisce tale contratto di riferimento e lo peggiora sostanzialmente in molti istituti contrattuali fondamentali, contravvenendo quindi a quanto pattuito e garantito dal governo”.

L’appuntamento di lunedì. Passaggio decisivo sarà dunque l’assemblea informativa in programma per lunedì prossimo all’aeroporto di Fiumicino. “Sarà molto partecipata”, spiega Cesare Albanese dell’Sdl, precisando che “non siamo d’accordo con chi dice che ieri abbia prevalso il senso di responsabilità: sono stati calpestati i diritti dei lavoratori”. Una risposta non solo a confederali e Ugl, ma anche al presidente della Camera Gianfranco Fini che oggi ha lanciato un appello affinché “i piloti e il personale navigante, che rappresentano certamente una risorsa, si assumano al pari degli altri una responsabilità e consentano la nascita della nuova compagnia e il decollo di questa nuova fase del trasporto aereo”.

Bossi chiama il premier. La situazione sembra andare dunque nuovamente verso un muro contro muro che preoccupa Umberto Bossi. Per questo il leader della Lega ha invocato oggi l’intervento del presidene del Consiglio, osservando che “l’unico che può intervenire è Berlusconi”. “E’ lui – ha aggiunto – che deve scendere in campo e penso che lo farà”. “La Cai secondo me non molla la partita – ha aggiunto Bossi – non si alza dal tavolo”. Quanto ai sindacati, il ministro avverte “devono stare attenti a non esagerare. Se falliscono Alitalia e Malpensa sarebbe uno smacco enorme per il sindacato”.

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1 novembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/economia/alitalia-33/alitalia-33/alitalia-33.html?rss

Nuove immagini e testimonianze contro i fascisti di piazza Navona

l'assalto agli studenti in piazza Navona{/B}I neofascisti in azione. Altre foto qui

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ROMA – Al mosaico di immagini che smonta la versione di comodo fornita dal Viminale sugli scontri di mercoledì scorso a piazza Navona si aggiungono nuovi tasselli. Sono gli scatti della fotoreporter Flavia Fasano pubblicati da Repubblica.it. Le immagini scandiscono con ulteriore precisione la dinamica degli incidenti e, soprattutto, confermano in maniera drammatica attraverso la foto di una professoressa che assiste un giovanissimo alunno ferito alla testa l’iniziale aggressione dei fascisti di Blocco Studentesco ai giovani che hanno cercato di opporre resistenza al loro tentativo di occupare il centro della manifestazione.

Già ieri, come raccontato da Repubblica.it, un primo blocco di foto aveva fatto piazza pulita della ricostruzione illustrata alla camera dal sottosegretario all’Interno Nitto Palma, che aveva attribuito tutte le responsabilità delle violenze ai collettivi di sinistra de La Sapienza. Ora si aggiungono la testimonianza di una docente di tedesco e le nuove immagini.

La foto mostrano innanzitutto l’arrivo in piazza, in perfetto stile squadrista, della camionetta fascista. Flavia Fasano immortala poi un giovanissimo seduto in terra di spalle: la testa è visibilmente ferita e gli schizzi di sangue imbrattano la t-shirt. Altre immagini documentano l’irruzione, tra calci e cinghie alla mano, dei picchiatori di Blocco Studentesco. Successivamente uno dei capi ricompone le truppe. Poi scatta una nuova carica. L’ultima foto mostra infine i fascisti esultare per la conquista dello spazio. I giovani (uno indossa anche guanti di pelle nera) fanno ancora roteare le cinte in aria.

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Nuove immagini e testimonianze contro i fascisti di piazza Navona I fascisti esultano dopo le violenze

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1 novembre 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2009-5/foto-sequenza-navona/foto-sequenza-navona.html?rss

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"Ho visto quelli del camion bianco aggredire e picchiare i ragazzini" Il primo attacco degli studenti di destra

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Il racconto di una professoressa di tedesco che era in piazza Navona il giorno degli scontri: “Perché nessuno è intervenuto per fermarli?”

“Perché il mezzo carico di bastoni è stato lasciato entrare?”

"Ho visto quelli del camion bianco aggredire e picchiare i ragazzini" Uno studente ferito soccorso da una prof

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Pubblichiamo la testimonianza di Elena, professoressa precaria di tedesco. Elena (il cognome ci è noto) era in piazza Navona la mattina degli scontri e ha assistito all’intero svolgimento della contestata vicenda.

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Sono arrivata a Piazza Navona verso le 10.00. La zona era presieduta da numerosa polizia e altrettanto numerosi carabinieri, Corso Rinascimento era inaccessibile.

La piazza era piena di ragazzini intorno ai 15 anni. Moltissimi erano pigiati nella stradina della Corsia Agonale che sta proprio davanti a Palazzo Madama. Sembrava di essere su un autobus all’ora di punta.

Mi sono messa tra una panchina di marmo e un lampione, guardando il Senato; davanti a me, di lato a sinistra, il camion dei Cobas, che erano lì come annunciato.

Non mi piaceva l’atmosfera, gli slogan che sentivo erano privi della freschezza delle ultime manifestazioni.

Alla mia destra vedevo un camioncino bianco che cercava di arrivare proprio alla fine di Corsia Agonale. Sul tetto del camioncino bianco c’erano ragazzi più grandi. Non studenti medi, alcuni sui trenta. Avevano il microfono e molti di loro videocamere. Ricordo perfettamente una biondina, giovanissima, che filmava tutto. Voci rauche e dure. Occhiali a specchio.

Dall’altro camion qualcuno improvvisamente ha urlato che stavano caricando. Ho pensato: “La polizia” e ho cercato di calmare le ragazzine che erano intorno a me, dicendo loro di non mettersi a correre, che si sarebbero fatte male. Non mi hanno (giustamente) dato retta e mi hanno scaraventato, cadendomi addosso e in parte calpestandomi, sulla panchina.

Liberata dai corpi che mi stavano addosso, mi sono alzata e li ho visti schizzare intorno a me: ragazzi con il viso coperto e scoperto che con cinghie e fibbie di ferro picchiavano chiunque capitasse loro a tiro. Alcuni di loro usavano i caschi. Ho visto un ragazzo a terra preso a pugni e calci da un gruppo. L’ho visto riuscire ad alzarsi e scappare con il sangue che gli colava dal viso, mentre continuavano a prenderlo a cinghiate. Tremavo come una foglia. Ho iniziato a urlare di smetterla. Vicino a me un’altra signora, mia coetanea, chiedeva chi fossero quei picchiatori.
Ho urlato: “Ma dov’è la polizia? Stanno picchiando dei bambini!!”.

Dopo è tornata una calma strana. Me ne sarei voluta andare, ma vedendo solo sparuti adulti in quella piazza di adolescenti, non me la sentivo: se dal camioncino bianco avessero attaccato di nuovo, almeno un paio di adulti avrebbero dovuto provare a fermarli.

Gli aggrediti, soprattutto le ragazzine, avrebbero voluto mandarli via. Ho cercato per quello che potevo di calmarle. Avevo paura, per loro e per me: i ragazzotti del camioncino ci avrebbero massacrati.

Così è trascorsa un’ora. Surreale. Dal camioncino bianco venivano slogan pesanti, volgari. Mi chiedevo: “Come è possibile che restino qui, che nessuno faccia nulla?”

Davanti a me un via-vai particolare: alcuni signori in giacca e cravatta, cinquantenni, uno dei quali con difficoltà di deambulazione e accompagnato da una signora elegante, in pantaloni, completo scuro, provenendo dalla sinistra della piazza, andavano dai ragazzi del camioncino e parlavano con loro. Il signore e la signora mi saranno passati davanti almeno tre volte. Poi ne sono arrivati una decina, in processione, vestiti sportivi, tra i quaranta e i cinquanta. Avevano walkie-talkie. Hanno parlato con i giovanotti del camioncino bianco e poi se ne sono andati.

Dopo poco è arrivata un’autombulanza vuota, dalla destra della piazza, che si è messa dietro il camioncino bianco, che piano piano è partito e, superando il camion dei Cobas, se ne è andato, seguito da una trentina di ragazzi che urlavano. Dietro di loro l’autombulanza vuota.

Ho pensato: “Finalmente se ne vanno, scortati”. Mi sono diretta verso Corso Vittorio Emanuele per tornare a casa e ho visto arrivare un corteo. In soccorso dei picchiati di prima, ho pensato. Ho urlato: “Quei violenti se ne sono andati!!”. Ma poi da lontano ho visto che non erano stati mandati via del tutto. Erano stati solo spostati dall’altro lato della piazza.
Cosa è successo dopo è noto.

Mi chiedo:
– Come è stato possibile che in Piazza Navona, piena di ragazzini e ragazzine pacifiche, sia un camioncino pieno di bastoni e spranghe? Perché la polizia che pure aveva blindato la zona non ha controllato?

– Perché le forze dell’ordine non sono intervenute mentre degli adolescenti inermi venivano picchiati da energumeni con cinghie e caschi?

– Chi era il signore in giacca e cravatta con un evidente problema di deambulazione, accompagnato da signora in completo scuro, che più volte e per lungo tempo si è intrattenuto con i giovani del camioncino bianco?

– Chi erano gli altri signori, vestiti sempre con giacca e cravatta, che pure hanno conversato con loro?

– Chi erano i signori con i walkie-talkie?

– Perché è stata mandata un’autombulanza in piazza per scortare il camioncino bianco e i giovani che stavano nelle sue immediate vicinanze, ma alla fine non è stato fatto uscire del tutto?

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1 novembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2009-5/ltestimonianza-prof/ltestimonianza-prof.html

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Scontri a piazza Navona-Immagini inedite (tg2 e flickr)

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Caschi, passamontagna e bastoni. E quando passa Cossiga
un anziano docente urla: “Contento ora?”

Un camion carico di spranghe
e in piazza Navona è stato il caos

Un camion carico di spranghe e in piazza Navona è stato il caos

La rabbia di una prof: quelli picchiavano e gli agenti zitti
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di CURZIO MALTESE

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AVEVA l’aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il mercatino di Campo dè Fiori colmo di gente. Certo, c’era la manifestazione degli studenti a bloccare il traffico. “Ma ormai siamo abituati, va avanti da due settimane” sospira un vigile. Alle 11 si sentono le urla, in pochi minuti un’onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle di Campo dè Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, spaventati, paonazzi.

Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra. Sono arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni, misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla testa del corteo, menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un ragazzino di tredici o quattordici anni e lo riempiono di mazzate. La polizia, a due passi, non si muove.

Sono una sessantina, hanno caschi e passamontagna, lunghi e grossi bastoni, spesso manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti nei tricolori. Urlano “Duce, duce”. “La scuola è bonificata”. Dicono di essere studenti del Blocco Studentesco, un piccolo movimento di destra. Hanno fra i venti e i trent’anni, ma quello che ha l’aria di essere il capo è uno sulla quarantina, con un berretto da baseball. Sono ben organizzati, da gruppo paramilitare, attaccano a ondate. Un’altra carica colpisce un gruppo di liceali del Virgilio, del liceo artistico De Chirico e dell’università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto tecnico, Alessandro, viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci. “Basta, basta, andiamo dalla polizia!” dicono le professoresse.

Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il funzionario capo. “Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!” protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: “E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!”. Il funzionario urla: “Impara l’educazione, bambina!”. La professoressa incalza: “Fate il vostro mestiere, fermate i violenti”. Risposta del funzionario: “Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra”. C’è un’insurrezione del drappello: “Di sinistra? Con le svastiche?”. La professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: “Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto un’azione di violenza da parte dei miei studenti. C’è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c’entra se sono di destra o di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire”.

Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino: “Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra”. Monica, studentessa di Roma Tre: “Ma l’hanno appena sentito tutti! Chi crede d’essere, Berlusconi?”. “Lo vede come rispondono?” mi dice Laura, di Economia. “Vogliono fare passare l’equazione studenti uguali facinorosi di sinistra”. La professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo artistico De Chirico, è angosciata: “Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non sapete nemmeno dov’è il Senato. Mi sembravano una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri. Molti non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l’avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto”.

Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo Francesco Cossiga. “È contento, eh?” gli urla in faccia un anziano professore. Lunedì scorso, il presidente emerito aveva dato la linea, in un intervista al Quotidiano Nazionale: “Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno (…) Infiltrare il movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti all’ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì”.

È quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un’azione singolare, esce dal lato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale. Decido di seguirli ma vengo fermato da un poliziotto. “Lei dove va?”. Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: “Non li abbiamo notati”.

Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: “Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!”. L’altro risponde: “Allora si va in piazza a proteggere i nostri?”. “Sì, ma non subito”. Passa il vice questore: “Poche chiacchiere, giù le visiere!”. Calano le visiere e aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza. Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che abbassano le saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra.

Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di scontri non sono pochi, s’affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai sessanta di Blocco Studentesco, respinge l’assalto degli studenti di sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro. Un gruppo di studenti s’avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le braccia alzate, non hanno né caschi né bottiglie. Il primo studente, Stefano, uno dell’Onda di scienze politiche, viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si ritrae.

A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un tavolino zoppo e un grande Pinocchio di legno senza più una gamba, preso dalla vetrina di un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno studente di Fisica che ho conosciuto all’occupazione, s’aggira teso alla ricerca del fratello più piccolo. “Mi sa che è finita, oggi è finita. E se non oggi, domani. Hai voglia a organizzare proteste pacifiche, a farti venire idee, le lezioni in piazza, le fiaccolate, i sit in da figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare le strumentalizzazioni politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l’idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo”.

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30 ottobre 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2009-4/camion-spranghe/camion-spranghe.html

CAMPANIA – Con il decreto tolleranza zero sono 118 i sindaci a rischio

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di Conchita Sannino

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Ora che è passato in Consiglio dei ministri il decreto legge sui rifiuti che scioglie i Comuni inadempienti e promette il carcere ai cittadini incivili – ma con norme misteriosamente vigenti solo in Campania – rischiano di essere mandati a casa oltre cento sindaci. Al di là dell´annunciato ricorso all´incostituzionalità del provvedimento, il decreto segna il giro di vite fortemente auspicato dal premier Berlusconi con il sottosegretario Guido Bertolaso; e si fonda sulla condanna radicale delle cosiddette “condotte locali”: sia quelle degli enti, che di ampie fette di comunità.

Un provvedimento che passa venti giorni dopo quella riunione napoletana dell´esecutivo che registrò spaccature e tensioni tra ministri, al punto da far naufragare la bozza di decreto. Tempo recuperato ieri a Palazzo Chigi: dove si inaugura la “tolleranza zero”. Un decreto che subito dà il via al toto-nomi dei sindaci da defenestrare. In Campania finiscono infatti sotto la spada di Bertolaso ben 118 Comuni. Tra questi, lo scioglimento è davvero molto vicino per 25 amministrazioni del Casertano in cui si consuma ormai una guerra fredda tra lo staff Bertolaso e gli addetti del vecchio consorzio dove arrivava la longa manus della camorra.

Scioglimento dei Comuni inefficienti. Spiega Bertolaso: «Le modalità di spazzamento le abbiamo individuate, abbiamo aperto diverse discariche, stiamo per aprire il termovalorizzatore di Acerra, incentiviamo la raccolta differenziata, ma i sindaci hanno il compito di raccogliere i sacchetti di spazzatura dalle strade. E devono fare il loro dovere fino in fondo». Ecco perché, «in virtù del decreto approvato», continua il sottosegretario, «si possono mandare a casa le giunte comunali che non portano avanti il lavoro per il quale sono state elette dai cittadini». Aggiunge Bertolaso: «Questa è una norma importante, severa, che non vuole creare alibi a chi sta gestendo il problema dello smaltimento rifiuti in Campania».

Alla luce del nuovo dettato, i Comuni che rischiano di essere sciolti con decreto del ministro dell´Interno sono 118: ovvero quelli finora raggiunti da una o più “diffide” inviate da parte di Palazzo Salerno sulla scorta delle disposizioni che già gravavano sui Palazzi ritenuti non “in linea” con il Piano rifiuti del governo. Sia chiaro: non necessariamente i Comuni già diffidati, e tra questi compare anche il Comune di Napoli per alcune particolari carenze riscontrate nel recente passato, saranno automaticamente candidati al commissariamento. Occorrerà che, in base alle norme appena approvate, si determini il perdurare della condotta necessaria a far scattare lo scioglimento. Carcere per chi deposita materassi e lavatrici. Chi l´ha fatta franca finora, depositando in strada lavatrice, frigoriferi o interi salotti, dovrà cambiare atteggiamento: o finirà in carcere. I

Il decreto prevede l´arresto in flagranza e il carcere da sei mesi a tre anni. L´articolo 6 del testo approvato recita infatti che, «nei territori in cui vige lo stato di emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti (unicamente la Campania, ndr), chiunque in modo incontrollato o presso siti non autorizzati abbandona rifiuti pericolosi, speciali ovvero rifiuti ingombranti domestici e non, di grandi dimensioni che non siano riciclabili, tossici o nocivi di almeno 50 centimetri cubici e con almeno due dimensioni di altezza, lunghezza o larghezza superiori a cinquanta centimetri, è punito con la reclusione fino a tre anni e sei mesi». E nella flagranza possono scattare le manette. Deroghe per i rifiuti pericolosi. Il decreto intende risolvere anche la piaga dei cumuli misti: quelli che restano anche mesi sul ciglio della strada perché contengono rifiuti pericolosi (come amianto o copertoni) e attendono di essere smistati esclusivamente da personale specializzato. Le nuove norme fanno piazza pulita anche di quelle prudenze.

«Con il decreto – spiega Bertolaso – ora siamo autorizzati a prendere questi scarti presenti nelle periferie e nelle campagne, da sempre discariche a cielo aperto e trasferirli nelle piazzole di conferimento dove operare la selezione». Compensi per chi restituisce carta o vetro. Per incentivare l´attività di riciclo del materiale casalingo, il cittadino campano potrà portare i propri imballaggi usati (al massimo 100 chili al giorno) presso le aree autorizzate e riceverà un compenso forfettario.

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01 novembre 2008

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fonte: http://napoli.repubblica.it/dettaglio/Rifiuti-con-il-nuovo-decreto-scatta-lora-della-tolleranza-zero/1537992?ref=rephp

De André che vieni, De André che vai

di MARINELLA VENEGONI

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MILANO
L’11 gennaio 2009, saranno dieci anni che Fabrizio De André se n’è andato. Al sempiterno rimpianto per un personaggio tanto fuori dal comune nella casistica della musica popolare italiana, rivoluzionatore di prospettive e sentimenti, si cominciano ad aggiungere i segni di quello che può già essere definito uno sfruttamento sistematico dell’anniversario: è come se tutti coloro che l’hanno conosciuto a vari titoli, e quelli che hanno lavorato con lui, si sentissero in dovere di diffondere ricordi, filmati, testimonianze, collaborazioni gelosamente tenute da parte.

Il Festival di Roma mostrerà un documentario promosso dalla Fondazione De André e poi in vendita in dvd dal 31 ottobre, e già Massimo Bubola annuncia per dicembre l’uscita di Dall’altra parte del vento, un cd di pezzi da lui scritti insieme con Fabrizio dal ’78 al ’90. Meno prevedibile, o almeno più curioso, è il lavorio all’interno dell’editoria. Anche De Scalzi e Di Palo finiscono per rendere omaggio all’artista in Un viaggio lungo 40 anni – Senza Orario Senza Bandiera di Antonio Oleari; il disco di cui si racconta fu scritto nel ’68 da De Scalzi e Di Palo, proprio con i testi di De André: una simbiosi fra genovesi che diede vita a uno dei primi concept album italiani.

Il libro è appena uscito come pure ‘Evaporati in una nuvola rock’, volumone storico-fotografico di Chiarelettere, a cura del fotografo del pop per antonomasia, Guido Harari, e di Franz Di Cioccio, sulfureo e ancora indomabile batterista della Pfm. Qui, attraverso la storia raccontata per testimonianze dirette, veramente si possono rintracciare i fondamentali della personalità di Fabrizio. Uomo irrequieto e mai contento, diffidente eppure aperto, carismatico eppure colto nella sua umanità più prosaica, in una fotografia in cui Harari è stato così bravo da ritrarlo addormentato come un angioletto, sdraiato per terra accanto a un termosifone, in una delle sfiancanti trasferte del tour con la band milanese nel 1978-79.

Lo stesso De André raccontò così quel periodo: «All’epoca ero tormentato da interrogativi sul mio ruolo, sul mio lavoro, sull’assenza di motivazioni. La Pfm mi risolse il problema, dandomi una formidabile spinta verso il futuro, stimolandomi a rimettermi a creare per non morire». Solo chi abbia conosciuto da vicino la ritrosia, e a tratti il panico, di De André nell’affrontare il palco, può comprendere quali good vibrations possano essere maturate alla partenza del progetto, per farlo fiorire con tanta determinazione.

Di Cioccio, che ebbe l’idea del tour, ambienta qui bene il rapporto fra la Pfm, reduce da un’esaltante e liberatorio giro live negli Usa, e quello che per modestia aveva scelto di chiamarsi solo «cantautore». Le parti già si conoscevano per un’esperienza comune ma fuori dal comune: la Pfm era ancora i «Quelli», ragazzotti che ci davano con il progressive, quando fu scritturata per accompagnare in sala di registrazione Fabrizio in La buona novella una decina di anni prima. Tornata dagli States piena di adrenalina, la Pfm andò a esibirsi a Nuoro e si trovò davanti il vecchio amico: si era ritirato in Sardegna, voleva fare l’agricoltore: «Ogni nuovo disco si porta piccoli agguati, della critica e della gente: meglio le vacche, i tori, i sugheri», ricorda Di Cioccio di aver sentito dire a De André, la sera successiva a tavola.

Da quel momento di down, dal buen retiro, finì invece per partire un’avventura esaltante, dove l’artista rimetteva in gioco il proprio repertorio riscrivendolo accanto alla sensibilità della Pfm. Anche le fotografie ce lo raccontano rivitalizzato: sorridente, chiuso nei rigorosi maglioni blu ma parte di un gruppo frichettone. Catturato dall’on the road, in concerto subisce anche le contestazioni di rigore all’epoca. E non abbandonerà praticamente più la reinvenzione attuata con la Pfm dei suoi classici: da Via del Campo alla Guerra di Piero fino alla Canzone di Marinella.

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fonte: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/musica/grubrica.asp?ID_blog=37&ID_articolo=1167&ID_sezione=62&sezione=

GLI ITALIANI DA DIFENDERE – Sarno, la bonifica costa poco e il generale rischia il posto

L’ex comandante dell’Arma, Jucci: ho il difetto di risolvere i problemi

Il generale Roberto Jucci

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dall’inviato di Repubblica ATTILIO BOLZONI

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SCAFATI (SALERNO) – Il generale costa troppo poco. E poi non spreca, non spartisce quelle favolose consulenze, non favorisce i soliti noti. È così parsimonioso che sta diventando quasi un cattivo esempio. È probabile che fra un paio di mesi non gli faranno fare più l’alto commissario per la bonifica del Sarno, il fiume più inquinato d’Europa.

Di sicuro però questa è una storia alla rovescia nell’Italia sciupona e cialtrona delle opere pubbliche che non finiscono mai. Il palcoscenico è quella Campania che è pozzo senza fondo dove hanno buttato i soldi – ottomila milioni di euro solo negli ultimi dieci anni – per la “monnezza” che è rimasta a lungo lì. Ma per raccontarvi cosa può accadere di insolito anche nei dintorni di Napoli basta andare dalle parti di Scafati e chiedere informazioni su Roberto Jucci, un generale in pensione. Cominciamo proprio da lui. Ex comandante dei carabinieri, ex capo del Servizio segreto militare, ex capo del Controspionaggio, ha quasi 83 anni e da cinque guida una squadra – un centinaio fra ingegneri e tecnici e amministrativi – che ha avuto il compito di “risanare” una valle a cavallo fra le province di Salerno e Avellino inzuppata di veleni e abitata da quasi un milione di abitanti.

Cominciamo dallo stipendio del generale: zero euro. Dal 2003 al 2008 ha lavorato gratis per lo Stato italiano. Perché? “Mangio una volta al giorno e compro un vestito l’anno, sono un uomo delle istituzioni, ho di cosa vivere e non ho voluto compensi. E poi, se proprio dovessi chiedere una liquidazione per quello che ho fatto, non basterebbe certo quello che hanno gentilmente offerto ai manager dell’Alitalia o delle Ferrovie”. Dorme in una caserma dei carabinieri, dall’alba del lunedì al tramonto del venerdì sale e scende dagli elicotteri per sorvolare fiumi e campagne, perlustra argini, controlla scavi, verifica come vanno gli ultimi lavori di recupero di quell’inferno che era il Sarno e la sua valle fino a qualche tempo fa. Con appena 650 milioni di euro – 250 ancora custoditi alla Banca d’Italia – c’è voluto un generale per fare il miracolo a Napoli. Ricorda: “All’inizio mi tremavano le vene e i polsi, poi però…”. Poi però le cose sono andate come nessuno immaginava che potessero andare.

È cominciato tutto in un piccolo ufficio al centro di Napoli. Il generale, un capitano dell’esercito specializzato in amministrazione, un ingegnere, due carabinieri autisti. “Era il 2003 e io venivo dalla Sicilia”, racconta il generale che a Palermo ha fatto arrivare l’acqua in tutte le case dopo un anno e mezzo di guerra agli sceicchi dei pozzi e se n’è andato quando l’ex governatore Totò Cuffaro aveva cominciato a trovarlo troppo ingombrante. E poi è finito qui, dove dall’anno del colera – il 1973 – avevano già dissipato più di 2 mila miliardi di vecchie lire per provare a “lavare” il Sarno, dove altri quattro prefetti avevano fallito e dove ripulire quell’area fra le concerie e il mare sembrava davvero una missione impossibile.

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Un fiume lungo 28 chilometri di fanghi e detriti, colore del rosso dei pomodori in estate e del nero delle fogne d’inverno, trentanove paesi che vomitavano tutto là dentro e in altri cinque affluenti, scarichi civili e industriali, tutt’intorno capannoni, campagne bruciate, casbe di case. Emergenza geologica. Emergenza ambientale. Emergenza idrica. “Non si poteva bonificare il Sarno senza eliminare le cause del degrado, bisognava studiare un grande progetto, mettere insieme tanti pezzi di un mosaico, se un solo pezzo non fosse andato al posto giusto tutto il sistema di risanamento sarebbe crollato”, ricostruisce oggi il generale Jucci nella sala comando del suo commissariato, uno stanzone negli uffici del provveditorato alle opere pubbliche di Napoli. Alle pareti ci sono mappe, schemi, le tabelle di avanzamento dei lavori cantiere per cantiere. E i suoi ingegneri tutti accanto, tutti ingaggiati dopo rigorose selezioni, tutti legati al vecchio generale da qualcosa di più del Sarno e dei suoi veleni da cacciare.

E così sono partite le prime opere. I depuratori. Le reti fognarie allacciate con i collettori. L’allargamento dei fiumi. La cassa è sempre stata sotto controllo del generale, è il comandante e il ragioniere di questo piccolo esercito, controlla fino all’ultimo centesimo e fino all’ultima fattura. A Scafati c’è adesso uno dei depuratori più moderni d’Italia, è costato 67 milioni di euro e l’hanno costruito in cinque anni. Per quello che c’è a Napoli est ci sono voluti il doppio dei soldi e il triplo del tempo. Il collettore di San Marzano è lungo 12 chilometri, i lavori sono iniziati nel 2003 e la spesa ha sfiorato i 26 milioni di euro. A Napoli est con poco più di quei finanziamenti hanno fatto un collettore di appena 3 chilometri in cinque anni. A Solofra, nell’Alto Sarno, il vecchio depuratore perdeva più 300 mila euro al mese e aveva accumulato un deficit di oltre 6 milioni. Quando la gestione è passata sotto il generale commissario, le perdite mensili si sono azzerate e da gennaio il depuratore guadagnerà circa mille euro al giorno.

“Ho il difetto di spendere poco e risolvere i problemi”, dice Roberto Jucci mentre ripassa i suoi cinque anni nel Sarno e aspetta una chiamata da Roma che forse non arriverà mai. Alla fine di quest’anno gli scade il mandato di alto commissario, dalla presidenza del Consiglio non sono arrivati segnali per una sua riconferma, negli ultimi mesi c’è stata anche qualche frizione a distanza con il capo della Protezione civile. Gli ha fatto sapere Guido Bertolaso: “Il suo ufficio ha solo compiti di studi, al resto ci penso io”.

Se davvero il generale se ne andrà, il completamento delle opere nel Sarno e la loro gestione passerà alla Regione Campania. “E tutto rischia di tornare come prima: un disastro”, risponde Franco Grimaldi, sindaco di San Marzano. “Ci stiamo organizzando per farlo restare”, annuncia Angelo Pasqualino Aliberti, sindaco di Scafati. I 39 primi cittadini della valle del Sarno, quelli di centrodestra e quegli altri di centrosinistra si schierano tutti insieme – tranne un paio – per lanciare un appello al governo: non mandare via dalle loro terre il generale commissario. Una piccola e pacifica rivolta. Dopo i “progetti speciali” numero 1 e numero 2 e numero 3, dopo trent’anni di ruberie e scialo, non vogliono più tornare indietro. Non vogliono più gettare via denaro e vedere morire i loro campi. Meglio tenersi il generale che mangia una volta al giorno e compra un vestito l’anno.
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1 novembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/ambiente/sarno-bonifica-lowcost/sarno-bonifica-lowcost/sarno-bonifica-lowcost.html?rss

L’ateneo sotto inchiesta pensa all’arredo: a Messina un quadro da 80mila euro

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Il caso L’università lancia un bando per trovare un artista che raffiguri il terremoto del 1908

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Non è vero che non ci sono soldi per la ricerca. L’Università di Messina, ad esempio, una ricerca la sta facendo: cerca un pittore che per 80mila euro dipinga un quadro per l’Aula Magna di ingegneria. Direte: ma come, una spesa così insensata in questi tempi di vacche magre? Esatto. Dicono sia in-dis-pen-sa-bi-le. Certo, per arredare la parete della grande sala non potevano scegliere momento peggiore. Da una parte, infatti, divampa la polemica sui tagli decisi da Mariastella Gelmini, denunciati come la scelta scellerata di lesinare la goccia d’acqua agli assetati dalle gole riarse. Dall’altra il rettore dell’Ateneo, Francesco Tomasello, è stato appena rinviato a giudizio con la moglie Melitta Grasso (lei pure dirigente dell’Università) e altri 25 professori, ricercatori e funzionari vari (altri sette imputati hanno chiesto il rito abbreviato) per due scandali.

Il primo: la gestione assai «controversa», diciamo così, di tre milioni di euro di fondi regionali destinati alla ricerca di un progetto scientifico «Lipin». Il secondo: un concorso taroccato. Scoppiato quando un docente aveva denunciato di aver subito pressioni per addomesticare la gara per un posto di professore associato che doveva a tutti i costi andare a Francesco Macrì, figlio dell’allora preside di Veterinaria Battesimo Consolato Macrì, che nelle intercettazioni viene chiamato «BatMac». Non bastasse, proprio in questi giorni L’Espresso ha rivelato che la moglie del rettore, il quale l’anno scorso era stato sospeso per due mesi dalla carica nell’ambito di una «inchiesta su delitti, appalti e clan», sarebbe al centro di un’altra indagine sulla fornitura di pasti del Policlinico e la gestione dei servizi di vigilanza. Servizi che oggi, grazie all’intervento del commissario straordinario, costano 300mila euro ma prima della svolta erano stati assegnati alla società «Il Detective» (unica partecipante alla gara d’appalto!) per un milione e 770mila: sei volte di più.

Non bastasse ancora, la città peloritana è scossa da «boatos» secondo i quali ognuno degli 86 nuovi posti all’Università, banditi con 75 concorsi, sarebbe stato «cucito come un vestitino» addosso a 86 prescelti. Sia chiaro: l’ateneo messinese non è l’unico a spendere i soldi in maniera «bizzarra» dando ragione ai rettori più seri che inutilmente invocano da anni che la distribuzione dei fondi e più ancora dei tagli non sia fatta così, a casaccio, ma tenga conto delle enormi differenze tra le università sobrie e quelle spendaccione, quelle virtuose e quelle «canaglia».

I casi sconcertanti sono infiniti. Con l’aria che tira in questi anni, ad esempio, era proprio indispensabile all’università di Salerno (dove ogni stanza e ogni bagno del campus è stata tinteggiata con un colore differente) la costruzione del «Chiostro della Pace» di Ettore Sottsass e Enzo Cucchi voluto per offrire ai giovani un luogo «dove riflettere sul senso della vita» e irrispettosamente ribattezzato «il lavandino» per le mattonelle di ceramica blu? È fondamentale, a Bari, mantenere tutt’ora a cura dell’ateneo la darsena del Cus, il centro universitario sportivo, dove fino a ieri decine di docenti ormeggiavano le barche senza tirar fuori un cent? Vi pare possibile che un porticciolo vicino al centro della città sia stato fino all’arrivo del nuovo rettore offerto per 16 anni ai baroni senza che nessuno si ricordasse di chieder loro di pagare la quota («omaggi a personalità influenti…», ammise il presidente) col risultato che siccome non fu mai mandata una richiesta è oggi impossibile pretendere gli arretrati? Chi li restituirà, i tre o quattrocentomila euro di crediti mai riscossi? E l’ex rettore di Teramo Luciano Russi, poi trasferitosi a Roma, doveva proprio spendere 93mila euro per comprare una Mercedes S320 con tivù al plasma anteriore e posteriore, fax, business consolle e «sound system Bose» e 303mila per rifare l’arredamento del suo ufficio?

Certe voci resteranno indimenticabili: 54.391 euro per «librerie e boiserie in noce massello con appliques alle quattro pareti», 8.448 per «due divani in pelle modello Chesterfield tre posti», 6.500 per «tappeto Isphahan lana/seta»… Come poteva, con quelle spese, trovare altri soldi per la ricerca? E come possono accettare, i rettori «risparmiosi» attenti al centesimo, di essere messi sullo stesso piano, nei tagli, di chi ha speso 33.259 euro (quanto guadagnano in un anno tre dei precari pisani che hanno messo a punto un supertelescopio messo in orbita dalla Nasa) per «rivestimento soffitto in noce massello cassonato»? Ma torniamo a Messina. Dove lo stesso bando di concorso per «la scelta, l’esecuzione e l’acquisto» del quadro da 80mila euro è un capolavoro. Dopo avere precisato che «l’opera dovrà essere ispirata al tragico evento del terremoto di Messina» e «andrà collocata nell’Aula Magna della Facoltà di Ingegneria, sulla parete cattedra di m. 7,50×3,30 e sulle due pareti contigue, ciascuna di m. 2,00 circa x 3,30», il documento precisa infatti che «al concorso possono partecipare tutti gli artisti italiani e stranieri in possesso della residenza o del domicilio in Italia, che godano dei diritti civili e politici nello Stato di appartenenza».

Insomma, se c’è un Picasso o un Gauguin che abbia voglia di cimentarsi, si astenga: la nostra università, oltre ai ricercatori stranieri, non vuole neppure pittori che non siano indigeni. E non è finita. Tra le meravigliose scemenze burocratiche, c’è infatti che «il plico deve essere sigillato con ceralacca e controfirmato sui lembi di chiusura e deve recare all’esterno, oltre all’intestazione del mittente (nome e cognome dell’artista) e all’indirizzo dello stesso, la dicitura “Bando di concorso per la scelta, l’esecuzione e l’acquisto di un’opera d’arte pittorica da collocare nell’Aula Magna della Facoltà di Ingegneria in Contrada Papardo di Messina”». Il plico deve contenere al suo interno la busta con la dicitura «Documentazione» e un contenitore con la dicitura «Bozzetto» entrambi «controfirmati sui lembi di chiusura…». Insomma: viva l’arte e viva gli artisti! Purché burocrati. E ossequiosi del comma 1/ter dell’art.47bis del dpr…

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Gian Antonio Stella
01 novembre 2008

fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_novembre_01/ateneo_messina_sotto_inchiesta_2acec1d2-a7cd-11dd-8f5c-00144f02aabc.shtml