Archivio | novembre 5, 2008

Dove va la sinistra?

Da larinascita del 5 novembre:

Diliberto su Rinascita, «riunificare i comunisti per battere l’involuzione autoritaria»

L’intervista completa al segretario domani sul settimanale in edicola

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Un’anticipazione dell’intervista al segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, che troverete in versione integrale col settimanale Rinascita in uscita

Puoi fare innanzitutto il punto sul processo di riunificazione con il Prc?

La nostra posizione è nota. Abbiamo tenuto un congresso su questo che ha visto una larghissima maggioranza dei nostri compagni approvare la linea della riunificazione dei due partiti comunisti. Questa riunificazione potenzialmente è in grado anche di suscitare un effetto attrattivo verso tantissime compagne e compagni che nel corso degli ultimi 17 anni, dal 1991 a oggi, di scissione in scissione hanno abbandonato l’uno e l’altro partito. E contemporaneamente può rappresentare uno straordinario punto di riferimento per le nuove generazioni che positivamente stanno tornando in piazza a lottare, penso al movimento degli studenti e alle occupazioni, e che hanno bisogno di uno sbocco politico.

Un partito riunificato sotto le insegne comuniste può rappresentare un punto di riferimento per queste lotte, senza alcuna pretesa né egemonica né tanto meno di guida, ma come sponda politica. I nostri giovani sono già parte integrante di questi movimenti e noi riteniamo che il processo di riunificazione con il Prc possa potenziare questa lotta. D’altro canto vi è un’urgenza dettata dalle cose. In Italia si sta verificando un processo di involuzione autoritaria che è molto preoccupante. Le voci dissonanti sono davvero poche. E allora quelle poche devono riunificarsi.

Per descrivere quella che tu definisci una “involuzione autoritaria”, qualcuno usa il termine “regime”. Pensi che sia una definizione corretta?

Io non so se si debba parlare di regime nel senso tradizionale, ma che ci sia un’involuzione dal punto di vista della dialettica democratica questo è sicuro. Sommariamente voglio ricordare gli elementi di questo processo.

Primo. Il parlamento è stato completamente svuotato. È il governo che sta determinando interamente il processo legislativo. Si sta andando avanti approvando decreti, cioè provvedimenti approvati dal consiglio dei ministri, quasi sempre tra l’altro con il voto di fiducia.  Già il Parlamento per come è composto (per nomine e non per elezione) e con una legge elettorale capestro non rappresenta il paese. Ma in più, ancorché mutilato, il parlamento è svuotato di ruolo.
Secondo. I processi di ristrutturazione della giustizia vanno nella direzione di un tentativo di vassallaggio da parte del governo verso la magistratura inquirente, cioè verso i pubblici ministeri, che è la fine dell’indipendenza della magistratura.
Terzo. La ristrutturazione della scuola, da un lato con tagli selvaggi e dall’altro con una sostanziale privatizzazione, porta alla fine di uno dei baluardi della democrazia. E cioè la scuola per tutti, il diritto allo studio al di là dell’appartenenza a un ceto o a un altro.
Quarto. Abbiamo l’esercito nelle strade in funzione di ordine pubblico. Ricordo: esercito non più di popolo, ma professionale non essendoci più la leva.
Quinto. Il sistema di comunicazione è interamente in mano a Berlusconi. La sinistra è stata sistematicamente e deliberatamente esclusa da tutto. Ma l’informazione così come l’intrattenimento (di un livello abietto), nella normale programmazione delle reti cosiddette “generaliste”, è interamente in mano al premier, anche nelle tv pubbliche.

E nel frattempo…

Vendola e Fava annunceranno venerdì l’associazione “Per la sinistra”. A dicembre il partito

Grassi, «il Prc non ha deciso di sciogliersi. La minoranza va al superamento di Rifondazione»

Nasce “La Sinistra”, il soggetto politico di una sinistra ripulita da aggettivi e simboli scomodi

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Autori e protagonisti della nuova formazione, la minoranza vendoliana di Rifondazione comunista e Sinistra democratica, forse anche i Verdi. L’annuncio ufficiale è previsto per il prossimo venerdì quando il governatore pugliese e il leader Sd presenteranno l’associazione “Per la sinistra”. Il tutto in attesa dell’atto costitutivo vero e proprio, per il quale bisogna attendere il prossimo 13 dicembre.

L’obiettivo dichiarato è diventare la sinistra del Pd, con il quale naturalmente stringere un’alleanza, prima di tutto elettorale e poi programmatica, di ferro. La corrente vendoliana uscita sconfitta, nella sua opzione arcobaleno, dalle elezioni in aprile e poi messa in minoranza nel Congresso del Prc dello scorso luglio, si è decisa ad intraprendere la strada della sinistra moderna, pluralista e soprattutto non comunista. A fronte di una Rifondazione comunista che, col suo segretario Ferrero, si dice disponibile ed aperta al dialogo con i compagni del Pdci. In un’intervista al Manifesto Claudio Grassi, responsabile organizzazione Prc, si definisce molto contento, riferendosi alle proposte avanzate da Oliviero Diliberto, se dopo dieci anni «mi dice che le ragioni della scissione sono superate». Parole  di un’indiscussa apertura verso i Comunisti italiani, e forse già  di una strategia comune da mettere in pratica alle Europee in nome del loro comun denominatore: l’essere comunisti.

Ma con la scissione in Rifondazione si apre la questione del patrimonio – anche immobiliare – del partito, di cui il nuovo soggetto politico in formazione rivendica il 47%, percentuale che corrisponderebbe ai voti dei delegati presi al Congresso e, chissà, se riconfermati nel dopo rottura. Sempre Grassi manda a dire che il Prc «c’era, c’è e ci sarà. Chi se ne va, va via a mani vuote», e i vendoliani rispondono minacciando l’occupazione delle sedi intestate al partito. Una battaglia, questa, che si giocherà sui territori.

La chiusura delle ultime virgolette è mia, ad sensum: Grassi non me ne voglia se ho sbagliato e mi corregga pure, grazie.

Che dire… io sono di parte, lo sono sempre stata. Non farò battutacce fisiognomoniche – per quanto sia dell’idea che un bello sguardo diretto e sincero sia preferibile a “sorrisi di circostanza”, io stessa in alcune foto potrei far pensar male… – e mi limiterò ad una considerazione molto banale: ma davvero si sente il bisogno di una specie di “costola sinistrorsa-ma-non-più-di-tanto” del PD, una cosa che non deve essergli alternativa (sennò addio alleanza) ma solo un pochino, come dire, coscienza critica? Un qualcosa che – probabilmente, nelle intenzioni – dovrebbe essere il contrappeso allo strapotere binettiano? E, se sì, perché allora non chiedono direttamente di entrare nel PD, questi sinistri-non-comunisti? A pensar male si fa peccato, diceva uno che se ne intende: dacché io aspirazioni paradisiache non ne nutro, posso permettermelo. Alla luce della questione patrimoniale, mi viene il sospetto che sia, come dire, una questione meramente – o prevalentemente – economica… e di potere. Che, logicamente, è il massimo interesse attuale di studenti, lavoratori precari e non, disoccupati, pensionati e, più in generale, dei sinceri democratici italiani… Mah!

Afghanistan, raid aereo Usa: morti 23 bambini

Vittime civili in Afghanistan - 1 luglio 2007 - foto Ap - 220x151

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Le bombe sganciate dall’aviazione statunitense su un villaggio nel sud dell’Afghanistan è costato la vita a 23 bambini e 10 donne, secondo quanto riferito da alcuni testimoni, abitanti del villaggio colpito. Gli Stati uniti hanno presentato le loro scuse nel caso in cui «persone innocenti» siano state uccise. Il comando militare statunitense ha confermato che sono in corso indagini, ma una portavoce ha aggiunto: «Se persone innocenti sono state uccise in questa operazione, noi chiediamo scusa e presentiamo le nostre condoglianze».

Il presidente afgano Hamid Karzai ha rivolto un appello al neo presidente eletto Barack Obama affinché prevenga il ripetersi di operazioni con vittime civili. Secondo gli abitanti del villaggio, nella provincia meridionale di Kandahar, era in corso una festa di matrimonio quando è entrata in azione l’aviazione statunitense che ha sganciato numerose bombe. Il giorno precedente i talebani avevano sferrato un attacco contro le forze militari straniere presenti nella provincia.

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05/11/08

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fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=80597

CONGO – Nell’inferno di Goma, la città dei bimbi perduti

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Anche i più piccoli vengono arruolati dai soldati sbandati

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dall’inviato del Il Corriere

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GOMA – All’imbrunire, intorno alle 6 di sera, Goma, capitale del Nord Kivu, nel Congo orientale, diventa spettrale. Le strade si svuotano completamente. Non c’è un lampione a rischiararle e le sole luci vengono dai cinque o sei fetenti alberghi dove si rintanano i visitatori, giornalisti, funzionari delle Nazioni Unite e qualche businessman piombato qui come un avvoltoio a vendere probabilmente una partita d’armi. La città è devastata: in centro negozi con le porte di ferro letteralmente sventrate e gli interni devastati. Colpiti – come sarebbe immaginabile – non i negozi di generi alimentari, ma soprattutto quelli che vendono telefonini, gadget elettronici, biciclette e motorini. Segno che i soldati sbandati che hanno razziato la città, non erano poveracci affamati in cerca di cibo, ma rapinatori che hanno approfittato della mancanza di autorità per colpire. Ora l’abitato è stata ripreso in mano dai governativi ma resta circondato dalle truppe del generale ribelle Laurent Nkunda Batware.

Nonostante la tregua unilaterale dichiarata da Nkunda, ottanta chilometri più a nord, a Rutchru, ieri sono ripresi violenti i combattimenti. «Questo vuol dire altri sfollati in arrivo che si aggiungeranno ai 200 mila scappati negli ultimi giorni e ai due milioni che vagano da oltre dieci anni», protesta il doganiere che ieri ci ha accolto al posto di frontiera con il Ruanda a poche centinaia di metri dal centro di Goma. Gli uomini di Nkunda sono stati attaccati dalle milizie tribali filogovernative mai-mai. I loro guerrieri vengono addestrati tra un misto di magia nera, misticismo africano e fanatismo religioso. Prima di andare in battaglia si preparano con riti propiziatori; si spalmano il corpo con un unguento sacro che – secondo i loro capi – li rende immortali. Così le pallottole una volta che toccano il loro corpo si trasformeranno in acqua. Mai-mai significa acqua, appunto.

A subire le più gravi conseguenza della catastrofe umanitaria sono, come sempre, le donne e i bambini. La prime violentate, i secondi abbandonati e spesso recrutati con la forza dai belligeranti. “Ieri abbiamo rintracciato ben 37 ragazzini fuggiti da casa per entrare nelle file dei mai-mai – racconta Jaya Murthy che lavora all’Unicef, il fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia – . O forse non erano fuggiti, ma semplicemente separati dalle famiglia e sono caduti facilmente nelle grinfie delle milizie che gli lavano il cervello. Hanno tra gli otto e i dodici anni. Alcuni di loro erano già stati salvati in precedenza e sottratti alla guerra”. “Nell’ultima settimana – continua Murthy – più di centomila persone, e di queste 60 per cento bambini. hanno abbandonato le loro case. Si sono aggiunti ai 250 mila scappati negli ultimi due mesi. Vagano per il nord Kivu senza acqua potabile e senza cure mediche. E’ difficile localizzarli. Non sappiamo neppure dove siano. Sappiamo però che la loro condizione è disperata. Ci sono centinaia di bambini intrappolati. Separati dalle famiglie vagano senza meta ma soprattutto senza cibo e bevono l’acqua che trovano, sporca o inquinata. C’è il rischio che non facciano in tempo a imparare a sopravvivere in queste condizioni”. Le malattie sono in agguato le organizzazioni umanitarie temono che possa scoppiare da un momento all’altro un epidemia di morbillo, di colera o di malaria, patologie che anche senza l’emergenza falciano ogni hanno la vita di decine di migliaia di piccoli. “Ma temiamo un’altra cosa – conclude Murthy -. I bambini sfollati senza famiglia, affamati e disperati possono essere facilmente sfruttati, violentati o reclutati da gruppi armati. Quello che sta accadendo”.

In Congo l’anno scolastico era appena cominciato e in Kivu è stato bruscamente interrotto, esattamente come l’ottobre dell’anno scorso. Giulia Pigliucci, del Vis (Volontariato per lo Sviluppo), incalza: “Qui c’è una generazione di bambini che non hanno più sentimenti. Sono i figli del genocidio del 1994. A 14 anni molti di loro sono stati costretti ad andare in guerra. Come cresceranno? Se questi ragazzi avranno dei figli saranno capaci di dargli un cuore”. Giulia conferma anche il pericolo di epidemie. “Nel nostro centro sono stipati un migliaio di profughi e tra i ragazzini abbiamo una dozzina di casi di presunto colera”. Clio Van Cauter, che segue l’ufficio stampa di Medici Senza Frontiere a Goma, ammonisce: “E’ imperativo garantire la sicurezza della popolazione altrimenti continuerà a scappare e noi a cercarla. Occorre cibo, acqua pulita, medicinali, coperte, tende”. Poi continua: “Abbiamo potuto contare 69 casi di colera attorno a Goma e 20 a Kitchanga Vicino Rutshuru abbiamo registrato ogni giorno dai 5 ai 10 casi”. Sul piano militare sembra che la Monuc (la missione delle Nazioni Unite in Congo forte di 17 mila uomini di cui 6000 in Nord Kivu, la regione di Goma) non abbia ancora nessuna intenzione di intervenire. In un comunicato uno dei suoi comandanti, Alain Le Roy, in visita a Goma, ieri ha specificato che il mandato dei caschi blu e di proteggere i civili e sostenere la politica dell’esercito per disarmare le forze ribelli. “Non è nostro compito – ha concluso – difendere le città”. Una dichiarazione che ha lasciato sorpresi. “Come si difendono gli abitanti di una città se non si difende la città?”, si è chiesto sconsolato il doganiere che ha chiuso i suoi uffici dopo aver fatto passare i giornalisti, ultimi viandanti (la frontiera si passa a piedi) diretti a Goma”.

Massimo A. Alberizzi
05 novembre 2008

fonte: http://www.corriere.it/esteri/08_novembre_05/congo_emergenza_bambini_6cde1fda-aaef-11dd-8f4b-00144f02aabc.shtml

Cgil verso lo sciopero generale: “Non finiremo in un angolo”

Cgil verso lo sciopero generale "Non finiremo in un angolo"

Epifani all’assemblea dei quadri e delegati. Il direttivo unificherà le iniziative già previste
“La Finanziaria? Il governo ha sbagliato di grosso. Serve un tavolo anticrisi”

Appello all’unità sindacale: “Le divisioni le abbiamo subite e non volute”

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ROMA – La Cgil si avvia verso uno sciopero generale contro la politica economica del governo: “Il governo ha sbagliato di grosso la Finanziaria”. Parlando all’assemblea dei delegati e dei quadri dell’organizzazione convocati a Roma, il segretario generale Guglielmo Epifani ha bocciato senza appello la manovra: “E’ stata approvata in nove minuti, ma è sbagliata perché non sostiene né i consumi né gli investimenti”.

“Subito tavolo anticrisi”. La Cgil chiede al governo di aprire “subito un tavolo anticrisi a palazzo Chigi” per fronteggiare gli effetti del crollo dei mercati finanziari e annuncia che “il direttivo della prossima settimana deciderà data e modalità di unificazione delle varie iniziative di lotta programmate dalle diverse categorie”.

Unificare le proteste di categoria. Finora il calendario prevede il 7 e 14 novembre lo sciopero del pubblico impiego; il 13 la manifestazione dei pensionati per rivendicare migliori politiche di welfare; il 14 lo sciopero degli universitari; il giorno dopo, la mobilitazione generale dei lavoratori del commercio. Ed infine, il 12 dicembre, lo stop di 24 ore dei metalmeccanici della Fiom. Una frantumazione che la Cgil vorrebbe unificare in un unico sciopero generale contro la politica economica del governo.

“Basta divisioni. Serve unità sindacale”. Sul tema delle divisioni sindacali che hanno caratterizzato più di una trattativa in questi ultimi mesi, il leader della Cgil ha fatto un appello all’unità: “Le divisioni non ci piacciono. La Cgil le ha subite e non volute. Serve unità, un valore straordinario di fronte ad una crisi di questa proporzione”. “Nelle altre organizzazioni sindacali – aggiunge Epifani – non vediamo degli avversari, ma la Cgil non finirà in un angolo. Ogni volta che ci hanno provato si sono dovuti ricredere e questo avverrà anche questa volta”.

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5 novembre 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/economia/scioperi/scioperi/scioperi.html?rss

Giornalisti in piazza: «Libertà di informare, libertà di sapere»

di Silvia Garambois

Studi di La7

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«Siamo giornalisti esuber(i)anti»: sono le “facce da tg”, quelli che tutte le sere vanno in onda su La7, ad essersi scritti addosso, sulla maglietta, i rischi che corre l’informazione.  E lo fanno in piazza Montecitorio, distribuendo volantini e salutando gli onorevoli, quelli che di solito intervistano, ai quali stavolta spiegano che sono addirittura 25 gli “esuberi” annunciati nel loro giornale, che 12 contratti a termine già stati cancellati. E che i cittadini rischiano di non trovare più un’informazione completa, una buona informazione.

Oggi è la “Giornata europea di mobilitazione per la dignità del giornalismo”, ma in Italia lo Stand up for journalism (un sit-in tutte le principali città del Vecchio Continente) assume purtroppo un’urgenza e un significato particolare: c’è il Tg7 in sciopero, l’azienda non ne vuol sapere di sbloccare la trattativa; c’è una intera categoria senza contratto da un numero di giorni esagerato, 1.347, quasi 4 anni; c’è – e vien da dire “soprattutto” – la paura del bavaglio. Ma c’è anche l’assalto squadrista dell’altra notte al Tg3, contro il programma “Chi l’ha visto?” di Federica Sciarelli.

“Aiutateci a difendervi” è scritto sul volantino che viene distribuito ai passanti, mentre al Cinema Capranichetta (proprio sulla piazza Montecitorio) è in corso un’affollatissima assemblea: il problema è, ancora una volta, il disegno di legge sulle intercettazioni, quello che non serve a garantire la privacy del cittadino comune, ma che senz’altro impedirà di sapere, di avere notizie, sulle truffe-bond, sulle cliniche degli orrori, sulla malagiustizia, sulla malasanità, sulla malafinanza, sulla malapolitica, sulla malavita, su tutto questo finché l’iter giudiziario non approda in tribunale. E si sa quanto tempo può passare…

Purtroppo il nostro Paese è sempre lì, nella classifica della libertà di stampa: al 44esimo posto. La Federazione della Stampa, che ha organizzato la manifestazione insieme all’Unione cronisti, denuncia le leggi bavaglio. E c’è, tra le peggiori, il disegno di legge Alfano, che prevede anche il carcere per i giornalisti, contro la pubblicazione di informazioni di importante interesse per l’opinione pubblica, ma che siano rilevate da atti di indagini giudiziarie.

«Libertà di informare, libertà di conoscere»: anche questo i giornalisti si sono “scritti addosso”, sulle magliette, visto che in pochi lo possono scrivere sui loro giornali. Alla manifestazione intervengono il segretario della Fnsi, Franco Siddi, il presidente dell’Ordine, Lorenzo Del Boca, dell’Unione Cronisti, Guido Columba e il presidente Fnsi, Roberto Natale che annuncia nuove mobilitazioni e anche possibili scioperi.

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05/11/08

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=80609

Il premier: «Faremo infrastrutture anche con la forza. Conduttori tv appecoronati sulla sinistra»

Silvio Berlusconi (foto Andrew Medichini - Ap)

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ROMA (5 novembre) – «Lo Stato garantirà la possibilità di realizzare i trafori alpini del Corridoio 5 anche con l’uso della forza, così come ha fatto in Campania per l’emergenza rifiuti». È quanto ha annunciato il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, nel corso dell’inaugurazione dell’Eicma 2008, la fiera del Cilo e del motociclo di Milano, parlando di infrastrutture per le quali «il governo ha messo a disposizione 16 miliardi, dopo che la sinistra aveva bloccato i nostri piani e i cantieri come il Frejus, per colpa di Rifondazione Comunista». Secondo Berlusconi una minoranza non può pretendere di fermare un cantiere, «perché questo non è espressione diretta di democrazia, va contro ai cittadini, ai viaggiatori e allo Stato». Per il premier «è inaccettabile che una minoranza con la violenza impedisca agli altri cittadini di poter lavorare o muoversi».

Di Pietro. «Invece che con l’uso della forza, è necessario intervenire con l’uso della concertazione e individuare le risorse economiche, ma sappiamo bene che il dialogo non è tra i metodi dell’attuale governo», ha replicato Antonio Di  Pietro, presidente dell’Italia dei Valori. «E poi – ha proseguito – come pensa il presidente del Consiglio di garantire il prosieguo dei lavori relativi al “Corridoio 5”, senza avere investito alcun soldo in questo settore? Questo governo, è bene ricordarlo, non ha stanziato neppure un euro per la legge obiettivo e per le infrastrutture in generale».

«Metteremo a disposizione tredici miliardi di euro per i mezzi meno inquinanti», ha poi aggiunto il presidente del Consiglio. Sull’argomento il presidente dell’Ancma, Guidalberto Guidi, aveva precisato che «gli industriali non chiedono incentivi alle rottamazioni, ma interventi per sostituire i mezzi più inquinanti con veicoli meno inquinanti o ad impatto zero».

«Abbiamo una evasione troppo alta che ci costringe a una pressione fiscale più elevata», ha poi sottolineato il premier, secondo il quale una soluzione potrà arrivare con il federalismo fiscale. «Chi dovrà fare la dichiarazione dei redditi – ha spiegato Berlusconi – magari di una casa al mare o in montagna, la presenterà al comune e forse diventerà rosso dalla vergogna, essendo conosciuto, a denunciare un tenore di vita inferiore a quello effettivo».

Attacco ai conduttori tv. Berlusconi, dopo gli attachi dei giorni scorsi, è poi tornato a criticare la tv. «I conduttori televisivi sono appecoronati sulla sinistra», ha detto il presidente del Consiglio.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=34089&sez=HOME_INITALIA

La RINASCITA – Cambia il colore della storia. Obama presidente

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Si chiude l’era Bush. Grande affluenza alle urne. Si apre un nuovo futuro per l’America e per il mondo

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L’America «ridiventa» democratica. L’America liberista e paladina della democrazia ad ogni costo, l’America della guerra preventiva e di Guantanamo, l’America dei ghetti neri e del muro ai confini col Messico, l’America dell’assistenza sanitaria privata, l’America della crisi economico-finanziaria, quell’America volta pagina. E lo fa cambiando faccia

Dopo otto anni di era Bush, Barack Obama conquista la Casa Bianca con il pieno appoggio del popolo americano. Finalmente, il mito americano della libertà si è concretizzato nella partecipazione popolare di chi esercita il diritto di esprimersi, scegliere e decidere. Gli americani si sono messi in fila in massa per votare. Si è registrata un’affluenza alle urne straordinaria, oltre le attese. Tantissimi i giovani e gli afroamericani, che si sono finalmente sentiti protagonisti del futuro del proprio Paese. La lunga e costosissima campagna elettorale messa in piedi da Obama è arrivata in ogni angolo degli Stati Uniti, è entrata nelle case trasformando la percezione della politica non più dimensione calata dall’alto ed estranea ai loro interessi.

Ma a schierarsi dalla parte di Obama è stata anche Wall Street, con lo spostamento progressivo e mirato di capitali soprattutto nella fase finale della sfida elettorale. Sfatando così la favola secondo cui sarebbero i repubblicani i maggiori amici del mercato. Per uscire dalla crisi economica che attanaglia il Paese Wall Street ha puntato, e in tempi non sospetti, sullo staff altamente qualificato di cui si circonda il neopresidente. Da Paul Volcher, ex presidente della Federal Reserve, a Robert Rubin, ex ministro del Tesoro di Clinton, fino al miliardario Warren Buffett, senza contare che il probabile futuro segretario al Tesoro potrebbe essere un beniamino dei mercati come Timothy Geithner, attuale presidente della Fed di New York.

La svolta presidenziale potrà avvalersi anche dei risultati ottenuti al Congresso dai democratici. Riconfermano alla Camera il vantaggio conquistato nel novembre 2006 e consolidano la loro maggioranza al Senato conquistando 56 seggi, ad un passo da quella quota 60 che impedisce all’opposizione qualsiasi forma di ostruzionismo. Ai democratici sono andati 17 dei 35 seggi in palio contro i 12 repubblicani, a cui sono stati strappati gli Stati di New Hampshire, Virginia, West Virginia, New Mexico, North Carolina e Colorado.

Ora tocca ad Obama cambiare l’America della guerra e delle disuguaglianze. Le premesse ci sono tutte, sono scritte nel suo programma. Spetta a lui metterlo in atto, anche se dovrà attendere fino a metà gennaio, sperando anche che Bush non spari gli ultimi colpi. In questo senso ci sentiamo di sostenere la richiesta fatta dal Nobel José Saramago al nuovo presidente degli Stati Uniti, quella di un «gesto» forte, di discontinuità e, insieme, di cambiamento che segni una svolta e sia degno della portata storica dell’avvenimento. E la chiusura di Guantamo e la fine del blocco a Cuba potrebbero essere il segnale giusto.

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fonte: http://www.larinascita.org/