Archivio | novembre 12, 2008

G8 GENOVA – Diaz, l´ultima immagine dello scandalo: Ecco l´uomo che porta le molotov

In una ricostruzione della Bbc si vede un uomo che introduce nella scuola le bottiglie incendiarie

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di Massimo Calandri

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Eccola la fotografia-simbolo di quella notte maledetta. Inedita. Oscura. Inquietante. È stata estrapolata da un filmato girato da un operatore Rai e depositato dalle parti civili il mese scorso. Nel mosaico riportato qui a fianco, è il quadrato sulla destra in alto. Si riconoscono il cortile della scuola Diaz, le sagome dei funzionari di polizia che si allontanano dopo aver chiacchierato a lungo intorno al sacchetto azzurro con le due bottiglie incendiarie. Sullo sfondo le grandi finestre dell´istituto, le stanze illuminate. E a sinistra – piccolino, cerchiato di rosso – il profilo di un uomo sulla soglia dell´ingresso laterale. È di spalle, in borghese, indossa un casco protettivo. Nella mano sinistra stringe qualcosa. Sì. È il sacchetto azzurro delle molotov. Accanto riporta una didascalia in inglese, perché l´immagine fa parte di un´inchiesta giornalistica della Bbc di prossima pubblicazione: «Naples Digos Inspector entering Diaz Pertini». Si tratta cioè del fantomatico ispettore della Digos di Napoli che introduce materialmente nella scuola le molotov della vergogna, una della prove fasulle – la “regina” delle prove false – con cui la Polizia di Stato avrebbe voluto “giustificare” il massacro e le manette ai 93 no-global.

Il documento è paradossalmente eccezionale. Perché da un lato rappresenta il punto di non ritorno della vicenda: ecco come le forze dell´ordine hanno truccato le carte, barato, mentito fin dalla prima ora di quella notte dannata. È tutto vero: fu un pestaggio cinico e bestiale, e i servitori dello Stato preferirono raddoppiare l´orrore – aggiungendo alla carneficina l´ingiustizia della prigione – piuttosto che ammettere le proprie responsabilità, il fallimento. Ma d´altro canto, quella spaventosa bugia è così chiara, solare, che persino alcuni avvocati della difesa nella loro recente arringa la davano per scontata. Alla Diaz abbiamo imbrogliato, embé? La catena è stata definitivamente ricostruita nel corso di quasi quattro anni di dibattimento e centocinquanta udienze.

L´agente Michele Burgio prende le due molotov – che erano state sequestrate nel pomeriggio durante gli scontri di corso Italia dal vice-questore Pasquale Guaglione, e da lui affidate a Valerio Donnini, padre degli specialissimi nuclei anti-sommossa e capo di Burgio – e nel cortile della scuola le consegna al vice-questore Pietro Troiani. Il funzionario le mostra al collega Massimiliano Di Bernardini. Poi entra in ballo Gilberto Caldarozzi, l´uomo che qualche anno dopo avrebbe partecipato alla cattura di Bernardo Provenzano. Qualche minuto più tardi, il sacchetto azzurro delle molotov è impugnato da Giovanni Luperi e mostrato agli altri super-poliziotti che gli si fanno intorno. E questa, di immagine, la conosciamo bene. Quello che succede dopo ce l´hanno raccontato gli stessi protagonisti in negativo del blitz. Luperi, attuale direttore dell´ex Sisde, ricorda di aver chiamato una funzionaria che stava all´esterno della scuola. Perché mai? Per affidarle il reperto, che pure in quel momento – visti gli sviluppi successivi – aveva una straordinaria importanza investigativa. Bene: Luperi chiama Daniela Mengoni e le dice di avere cura delle molotov. E la Mengoni che fa? A sua volta chiama un sottufficiale. «Credo fosse un ispettore della Digos di Napoli».

Credo, dice. Non ne conosce il nome, non è in grado di riconoscerlo. Nessuno degli ispettori Digos napoletani, rintracciati anni dopo dai magistrati, corrisponde a quello indicato dalla donna. E dunque, con lui e il sacchetto si avvicina all´entrata secondaria della scuola Diaz. Chissà perché. Si avvicina, e gli affida la prova «regina». Le molotov, che il nostro codice equipara ad armi da guerra. La prova intorno alla quale avrebbero poi giustificato l´intera operazione. «Tienile un momento, che devo fare una cosa». Lo molla lì. Quando torna, le bottiglie incendiarie saranno allineate sul lenzuolo che ospiterà il resto dell´”arsenale” sequestrato ai fantomatici Black Bloc della Diaz: i coltellini multiuso, le sottile anime in alluminio degli zaini fatte passare per spranghe, gli assorbenti femminili, la biografia del reverendo Jesse Jackson fatta passare per materiale “eversivo”. E i picconi, le mazze rubate da un vicino cantiere.

Alla storia si aggiunge oggi quest´ultima immagine. Quella dell´ispettore Digos di Napoli (?) che entra nella scuola. C´è poi un altro fotogramma che ritrae lo stesso uomo mentre esattamente cinque minuti prima entra nella scuola, un camicione blu fuori dai pantaloni di colore beige. È quello in basso a sinistra. A fianco, nel terzo riquadro, l´ispettore leaving – che la lascia – la Diaz. La visiera del casco ben calata a nascondere il volto. Sono trascorsi altri quattro minuti. Nove in tutto. Per entrare, piazzare le bottiglie e andarsene. Ma tornando al riquadro lassù in alto, quello dell´ingresso delle molotov nella scuola, vale la pena di sottolineare i due funzionari indicati dalla Bbc.

Uno è appunto Luperi, oggi ai vertici del ministero dell´Interno. Nel processo ha rifiutato di essere interrogato, preferendo le “dichiarazioni spontanee”. Senza contraddittorio. Ha spiegato che quella sera lui era tutto sommato rimasto ai margini dell´operazione. Era soprattutto preoccupato di portare i colleghi a cena, ricordava. L´altro era Spartaco Mortola, adesso questore vicario a Torino, allora capo della Digos di Genova. L´ufficio cui vennero affidate per la custodia le molotov, il reperto trasformatosi in un boomerang per la Polizia di Stato. Le bottiglie furono “accidentalmente” distrutte dagli stessi agenti. Questa è un´altra storia, verrebbe da scrivere. Ma purtroppo la storia è sempre la stessa.

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LE FOTO

Si riconoscono il cortile della Diaz, le sagome dei funzionari di polizia che si allontanano. Sullo sfondo le finestre dell´istituto, le stanze illuminate. E a sinistra – piccolino, cerchiato di rosso – il profilo di un uomo sulla soglia dell´ingresso laterale. È di spalle, in borghese, indossa un casco protettivo. Nella mano sinistra stringe qualcosa. È il sacchetto azzurro delle molotov
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Lo stesso uomo mentre esattamente cinque minuti prima entra nella scuola, un camicione blu fuori dai pantaloni di colore beige. È quello in basso a sinistra.
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L´ispettore leaving – che lascia – la Diaz. La visiera del casco ben calata a nascondere il volto
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Le immagini che documentano l’ingresso e l’uscita del presunto ispettore della Digos di Napoli e la sua entrata nella scuola con il sacchetto
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Nel riquadro a destra l’ingresso dell’ispettore nella scuola. A sinistra in alto i funzionari che lasciano il cortile della Diaz. In basso una panoramica di piazzale Merani, il luogo da cui sono partiti i reparti antisommossa
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Alcuni funzionari davanti all’ingresso principale della scuola. A sinistra Pietro Troiani, il vicequestore che consegnerà le molotov ai colleghi
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Nel riquadro in basso a sinistra il fermo in via Cesare Battisti di alcuni manifestanti
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12 novembre 2008
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«Io, pestata sul treno da una gang squadrista»

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di Paola Natalicchio

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Presa a calci da quattro ragazzi. Nello stomaco e sui fianchi. Ripetutamente. Minacciata con un coltello. Nell’indifferenza della gente, su un treno regionale. Una tratta breve, Roma-Ciampino, quindici minuti appena. È successo sabato scorso a Ilaria, 21 anni, di Pavona, piccolo centro a due passi da Roma. La sua colpa? Avere in borsa una kefiah, la sciarpa simbolo del patriottismo palestinese usata, tra i ragazzi, come segno di un’appartenenza politica di sinistra.

«Stavo tornando a casa dopo un pomeriggio di lavoro. Come sempre mi aspettavano un quarto d’ora in treno e poi un tratto in autobus», spiega Ilaria, che fa la barista in via Cavour. Alle 22.42 il treno è partito. Ilaria ha preso posto in un vagone centrale. Dopo pochi minuti, l’incubo. «Ho notato un gruppo di ragazzi sui 24-25 anni. Gridavano, battevano sui vetri. Era impossibile non sentirli anche nei vagoni accanto». Il controllore, però, su una tratta così breve passa difficilmente. E l’escalation è continuata. «Uno di loro ha iniziato a chiedere, urlando: Ce l’avete le bombe? Penso che cercasse droga. Pasticche. A Roma si chiamano così. Ho abbassato la testa. Intanto due di loro sono saliti davanti ai sedili di fronte al mio e, dandomi le spalle, hanno iniziato a spintonare un gruppo di ragazzini che sedevano più avanti. Insistevano: Voi ce l’avete le bombe?».

Ilaria prosegue, le trema la voce. «A un certo punto uno di loro si è girato e ha visto la mia borsa. Indicandola mi ha detto: E tu ce le hai le bombe? Frugandoci dentro, ha visto la mia kefiah. Non hai le bombe e oltretutto sei una comunista di merda. Ha detto così e sono cominciati i calci. Io ho pensato solo a coprirmi la testa. Mi hanno circondata in quattro. Ripetevano: Prenditi quello che ti spetta, comunista di merda».

Nel vagone del treno, quella sera, Ilaria non era sola. Davanti a lei, oltre al gruppetto di ragazzi che per primi erano stati molestati, due uomini sulla trentina e, poco più avanti, altri quattro giovani. In poco tempo, però, si sono tutti dileguati. «Mi hanno tirata su. Uno di loro mi ha allargato le braccia e ha preso a minacciarmi con un coltello. È lì che mi sono girata e non ho visto più nessuno. Il coltello era fermo, ma il corpo si muoveva per i calci. Così ci ho urtato contro e mi ha graffiata. È uscito del sangue».

È stato forse questo a salvare la ragazza da conseguenze peggiori dei cinque giorni di prognosi diagnosticate dal pronto soccorso. «Uno dei ragazzi che mi stava pestando si è spaventato e si è fermato. Si è messo in mezzo, mi ha fatto scappare. A quel punto mi sono chiusa in bagno». Da lì, Ilaria ha fatto una telefonata. «C’era poco campo, . Per istinto non ho chiamato la polizia, ma mia madre». La denuncia per aggressione alla polizia di Albano Laziale è di ieri sera.

Nel frattempo i ragazzi sono fuggiti. Nessuno li ha fermati. Alla stazione di Ciampino non ci sono telecamere e, al suo arrivo, Ilaria l’ha trovata quasi deserta. Per rendersi conto che quel che dice è vero, basta prendere il suo stesso treno. Lunedì sera, ad esempio. Corsa semivuota, dieci passeggeri in tutto, metà le donne. Il controllore non è mai passato nei vagoni centrali. All’arrivo in stazione, davanti al secondo binario, la carcassa annerita di un bar self- service dato alle fiamme. A pochi metri, un comando della Polizia Ferroviaria. Ben illuminato, ma senza nessun agente sulla soglia a dare un’occhiata.

Nel sottopassaggio, alcuni volantini raccontano di un altro episodio di violenza, una settimana fa. Erika, 19 anni, era seduta sulla ringhiera e aspettava il treno per Frascati. Erano le quattro del pomeriggio, c’era ancora luce. Un giovane l’ha spinta lungo le scale del sottopassaggio ed è scappato via. Un volo di tre metri. «Abbiamo fatto denuncia, ma non essendoci le telecamere è quasi inutile. Cerchiamo testimoni», spiega suo padre. «Mia figlia si è fratturata una spalla, incrinata tre vertebre e ferita alla testa. Tre giorni in ospedale, 30 di prognosi».

Sono queste le stazioni di periferia che, dopo l’omicidio di Francesca Reggiani, il sindaco Alemanno aveva promesso di mettere in sicurezza. La campagna elettorale è finita e a pagare sono loro. Due ventenni qualsiasi. Un sabato sera e un mercoledì pomeriggio come tanti.

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fonte: http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=72974

Allarme mense. Qualità e sicurezza a rischio per bambini e malati

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Un esercito di 37mila lavoratori in nero che distribuisce circa 260 milioni di pasti   nelle nostre  mense italiane. Con il risultato di  alti rischi per la qualità dei cibi somministrati a bambini e anziani. La denuncia è dell’Associazione Nazionale gestori mense, aderente a Fipe, e l’ Associazione nazionale delle cooperative di servizi della ristorazione collettiva, hanno rilevato una  “preoccupante involuzione” del mercato con l’aumento delle aziende “non virtuose”, favorite da criteri delle gare d’appalto che mettono la qualità al secondo piano puntando soprattutto sulle offerte al ribasso.

In pratica, il 30% dei circa 854 milioni di pasti distribuiti ogni anno in Italia sarebbe a rischio qualità. E i numeri del mercato in appalto dicono che il settore vale 3,8 miliardi di euro, conta 1400 imprese e 73mila lavoratori di cui 45mila a tempo pieno. Gli utenti annuali, invece, sono oltre cinque milioni, distribuiti nei 20 mila punti di servizio gestiti dalle aziende di ristorazione collettiva. Per non parlare dei quasi due milioni di bambini fra scuole materne ed elementari per i quali il pasto in mensa è quello principale in tutta la giornata.

Un pasto in mensa costa oggi 4,60 euro. Ma “con l’aumento delle materie prime, il mancato adeguamento dei prezzi all’inflazione e il ritardo nei pagamenti da parte della pubblica amministrazione – ha spiegato  il presidente di Angem, Ilario Perotto, in una conferenza stampa tenuta alla sede della Confcommercio – la gestione delle mense è ora ai limiti della sostenibilità economica”. I costi in un anno sono aumentati  del 6% contro un valore medio dell’inflazione generale del 3,8%. Per questo “è sempre più difficile fornire un servizio fondato sulla qualità e sulla sicurezza alimentare”.

I guai, secondo Angem e Ancst, nascono da un sistema di appalti che le associazioni di categoria  definiscono “immorale”. Le gare al prezzo economicamente più vantaggioso “sono di fatto gare al massimo ribasso camuffate”. Il prezzo ha quasi sempre un “peso decisivo, intorno al 74%, e i parametri qualitativi, fra cui esperienza e formazione del personale, processi produttivi certificati, innovazione tecnologica, sono poco considerati”. Non solo, i committenti non riconoscono gli adeguamenti di prezzo dovuti all’inflazione e “in quattro anni il prezzo reale del pasto ha perso il 6,3%”.

In definitiva, Ancs e Angem chiedono che si metta mano al problema dei capitolati d’appalto in nome della qualità: “Vogliamo eliminare gli sprechi, ma non vogliamo soldi in più”, dice Perotto, che chiede alle istituzioni la “creazione di un tavolo apposito, con sindacati e aziende del settore, per rivedere i criteri delle gare d’appalto per le mense”. Una prima soluzione al problema economico potrebbe essere, a loro giudizio, quella di attribuire una funzione anticipatrice della Cassa depositi e prestiti, o delle banche.

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fonte: http://www.rainews24.it/Notizia.asp?NewsId=88210

Istat: italiani più poveri e insoddisfatti. Sale l’occupazione, ma anche la violenza

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ROMA (12 novembre) – Italiani insoddisfatti e in piena crisi. Già prima che esplodesse la bolla dei mercati finanziari, prima del crollo delle Borse e del crac di colossi dell’industria internazionale, le famiglie avvertivano difficoltà economiche. Nel 2007 ben il 53,7% (con una punta del 64,2% al Mezzogiorno) si dichiarava insoddisfatto della propria situazione economica.

Il quadro emerge dall’annuario Istat 2008, che fotografa il Paese nelle sue mille sfaccettature, dal costume alla giustizia, dal lavoro all’ambiente. Per confermare vecchie tendenze, e talvolta registrare qualche sorpresa. Più bimbi ma anche più over 80, più auto e telefonini, più divorzi e più suicidi, sono alcuni dei dati rilevati dall’Istituto. Che segnala anche la centralità dei rapporti familiari (di cui peraltro gli italiani sono soddisfatti al 90%), e la difficile situazione dell’istruzione, con un italiano su quattro che ha solo la licenza elementare. Ecco, in sintesi, i principali aspetti rilevati dall’annuario.

Popolazione: Gli italiani vanno verso quota 60 milioni, ma l’incremento (497.871 solo nel 2007) è dovuto in larga parte all’aumento degli immigrati. Il saldo naturale segna infatti -6.868. Al 10 gennaio 2008 gli stranieri residenti erano 3.432.651 (+493.729 unità rispetto all’anno precedente), il 5,8% della popolazione totale.

Figli: La fecondità delle donne italiane nel 2007 è salita a 1,37 figli (da 1,35 nel 2006), livello più alto degli ultimi anni. Meno prolifiche solo Slovacche (1,24) e Polacche (1,27).

Matrimoni: In lieve ripresa a 250.041 (245.992 nel 2006), mentre il tasso di nuzialità resta costante al 4,2 per mille. Il rito religioso rimane ancora la scelta più diffusa (65%).

Divorzi: Aumento dei divorzi (+5,3%) ma calo delle separazioni (-2,3%) nel 2006.

Famiglia: Gli italiani al 90,1% sono soddisfatti dei loro rapporti familiari e all’82,5 delle loro amicizie. Per quanto riguarda il tempo libero, il 62,9% della popolazione si dice molto o abbastanza soddisfatta, meno al Sud che al Nord.

Invecchiamento: Ormai un italiano su cinque ha più di 65 anni e i «grandi vecchi» (da ottanta anni in su) sono il 5,3% della popolazione. A gennaio 2008 l’indice di vecchiaia (rapporto tra la popolazione con più di 65 anni e quella con meno di 15) cresce ancora così che l’Italia è il Paese più investito dal fenomeno dell’invecchiamento.

Salute. Un italiano su cinque fuma, ama pranzare a casa mangiando soprattutto pane, pasta e riso, si sente in buona salute in tre casi su quattro. Dal rapporto Istat emerge che nel 2008 la quota di fumatori tra la popolazione dai 14 anni in su si è attestata al 22,2%. Fumano più gli uomini (28,6%) che le donne (16,3%). Il tasso cresce se si considerano solo giovani e adulti: tra i 25 e i 34 anni l’incidenza è del 29,2%, con un picco del 36,9% tra gli uomini, mentre la quota più alta di donne fumatrici, pari al 24,3%, si riscontra nella fascia 45-54 anni.  Quanto alla percezione dello stato di salute, il 73,3% della popolazione dà un giudizio positivo. Le malattie cardiovascolari rappresentano la prima causa di mortalità (dati 2003), seguite dai tumori, mentre tra i giovani (15-29 anni) la prima causa di decesso è di natura violenta (67,8% sul totale dei decessi maschili).

Suicidi: Nel 2006 salgono a 3.061 (2.892 nel 2005); nel 76,9% dei casi si tratta di maschi; maggioranza maschile (53,4%) anche per i tentativi di suicidio.

Delitti: In aumento gli omicidi volontari (+3,3%), le rapine (+9,4); i furti (+5,4%); le truffe e le frodi informatiche (+20,5%), le violenze sessuali (+12,3%). Ma non i condannati (-10,4% rispetto all’anno precedente). I minorenni condannati costituiscono l’1,4% del totale.

Istruzione: Una persona su quattro (ma al 70% con più di 65 anni) ha al massimo la licenza elementare; il 32,4% ha il diploma di scuola superiore, il 10,2% un titolo universitario. Al Centro-Nord ci sono più atenei che al Sud, uno studente su cinque studia in una regione diversa da quella di residenza.

Ricerca: Italia fanalino di coda. L’Italia resta debole sul fronte della ricerca: la spesa totale in questa direzione mostra un’incidenza sul Pil di gran lunga inferiore a quella degli altri principali paesi europei. Nel 2005 la spesa totale per ricerca e sviluppo – cioè la somma della spesa sostenuta da imprese, istituzioni pubbliche e no profit, università – è stata pari a 15 miliardi e 599 milioni di euro, con un incidenza dell’1,09% sul Pil. Il “peso” sul prodotto interno lordo è in costante riduzione dal 2002, quando era dell’1,13%. Nonostante un aumento del 2,3% in termini monetari sul 2004 – sottolinea l’Istat – si osserva «una sostanziale stagnazione della spesa in termini reali». Un trend che appare confermato anche dalle previsioni relative al 2006 e al 2007. Il confronto con gli altri paesi indica un forte gap. Nel 2005 il rapporto tra spesa per la ricerca e Pil è stato pari al 3,80% in Svezia, al 3,48% in Finlandia, al 2,48% in Germania, al 2,45% in Danimarca e al 2,41% in Austria. La Francia raggiunge il 2,13% e il Regno Unito l’1,76%. Tra i paesi dell’Ue-15, oltre l’Italia, solo Grecia, Spagna e Portogallo presentano livelli sotto l’1,2% del Pil.

Lavoro: Cresce l’occupazione (+1%), e cala il numero di chi è in cerca di occupazione (-10%): sia il numero degli occupati che quello dei disoccupati è al livello migliore dal 1992. Cresce anche la componente straniera (salita al 6,5%), ma accelera pure l’occupazione femminile (+1,3% contro il +0,8% dei maschi). La maggiore crescita è al Centro (+2,5%).

Economia: Il livello di soddisfazione economica degli italiani cala al 43,7% dal 51,2% del 2006 (era 64,1% nel 2001). Nel Sud la quota di insoddisfatti arriva al 64,2%.

Industria: Rallenta ma è ancora positiva (+0,5%) l’attività industriale (+2% del 2006); bene tessile e abbigliamento (+4,4%) in crisi concia e calzature (-5,8%).

Protesti e fallimenti: Calano i protesti (-5,2%) e i fallimenti (-16,1%), con un forte addensamento fra le società (91,6% del totale.).

Pensioni: Segno più anche per la spesa pensionistica che nel 2006 è stata pari al 15,16% del Pil (+0,06 punti percentuali sul 2005): gli assegni di invalidità, vecchiaia e superstiti sono aumentati nel numero (+0,7%) e nella spesa (+4%).

Depositi: I depositi bancari nel 2007 hanno sfiorato i 750 miliardi (+2,9%): gli sportelli bancari erano 5,5 ogni mille abitanti (con un picco di 10,5 a Trento e di 2,7 in Calabria).

Assistenza: Le strutture assistenziali sono in gran parte dedicate agli anziani (77%), e solo il 6% è finalizzato all’ aiuto dei minori. A fine 2005, le persone ospitate erano 298.251 (+2,0% sul 2004).

Servizi: Accesso difficile in molti casi. Soprattutto riguardo al pronto soccorso (55,7%), alle forze dell’ordine (40,6%), agli uffici comunali (35,3%), ai supermercati (31,5%) e agli uffici postali (27,9%).

Trasporti e Tlc: Poco meno di un quarto della popolazione usa i mezzi pubblici urbani, e il 16,8% quelli extra-urbani; sul fronte telefonia, invece, a fine 2006 c’erano 7,4 milioni di abbonati alla rete fissa, 81,8 milioni di linee mobili (71,9 a inizio 81,8 milioni di linee mobili (71,9 a inizio 2006), e 73,7 milioni di carte prepagate (65,3). Circa 11,6 milioni invece le utenze Internet.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=34495&sez=HOME_INITALIA


La strage delle balene nelle Fær Øer

Ogni anno nell’arcipelago danese a sud l’Islanda si svolge una mattanza senza regole

Sono centinaia i cetacei uccisi. Greenpeace: «Non è un’attività di sostentamento per le popolazioni locali»

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La caccia alle “balene pilota”, nelle isole Fær Øer , arcipelago danese a sud dell’Islanda, ha modalità tutte sue. Non si inseguono i cetacei in mare aperto: li si aspettano a terra, quando si avvicinano alle coste in cerca di cibo, li si circondano, e inizia così una vera e propria mattanza a colpi di ascia e uncini. E’ una tradizione che va avanti, ogni anno, sicuramente dal 1709 anche se le prime testimonianze documentate risalgono alla fine del ‘500. L’uccisione di questi cetacei avviene in un territorio che si trova sotto la giurisdizione della Danimarca, ma queste isole di fatto godono di ampia autonomia, soprattutto se tratta di questioni legate all’ambiente e alla pesca.

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La strage delle balene nelle Fær Øer

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LE BALENE PILOTA Le balene-pilota, note anche come globicefali o deflini-balena, raggiungono la lunghezza di 5-7 metri e possono raggiungere un peso di oltre due tonnellate. Si muovono in branchi numerosi, composti per lo più da femmine adulte con i propri piccoli, e vivono mediamente 50 anni e sono animali molto socievoli. Questi pacifici delfini abitano tutti i mari del mondo, eccetto che nelle acque troppo fredde dei poli.

LA DENUNCIA «L’orribile macellazione annuale di migliaia di balene pilota indifese ogni anno nelle isole Fær Øer – ha denunciato la Sea Shepherd Conservation Society – è altrettanto crudele come la macellazione del delfino effettuata dai giapponesi nelle Taiji. Si vedono le baie tinte di rosso del sangue e si sentono le urla delle balene pilota ferite mortalmente. E’ uno spettacolo mostruoso ed è una oscenità abbracciata completamente dal governo danese e da molta gente danese». Secondo Alessandro Giannì, responsabile della campagna mare di Greenpeace, «questo tipo di caccia non rientra certo nelle dimensioni di attività finalizzata al sostentamento della popolazione locale. Spesso si usa questa motivazione, come è già accaduto nell’arcipelago Norvegese delle isole Lofoten, ma quando poi si va a controllare si verifica che i numeri e il giro d’affari smentiscono totalmente questa versione».
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Stefano Rodi

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fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_novembre_12/balene_isole_428ea6e0-b0b3-11dd-939a-00144f02aabc.shtml


AMBIENTE – Energia nella morsa di crisi, costi e clima. “Consumi insostenibili, serve una rivoluzione”

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L’allarme contenuto nell’Outlook 2008 dell’Agenzia internazionale presentato a Londra
“La domanda cresce malgrado la recessione, servono investimenti o sarà caos ambientale”

Il rapporto prevede prezzi del petrolio ancora volatili, ma destinati a impennarsi sul lungo termine

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ROMA – Gli attuali andamenti negli approvigionamenti e nei consumi energetici “sono chiaramente insostenibili, sia da un punto di vista economico, che sociale, che ambientale: devono e possono essere cambiati. Dobbiamo avviare una rivoluzione globale dell’energia migliorando l’efficienza energetica e incrementando l’utilizzo di fonti a basse emissioni”. L’avvertimento non arriva da un guru verde o da qualche teorico della decrescita economica, ma da Nobuo Tanaka, il direttore della super istituzionale Agenzia internazionale dell’energia. Un messaggio lanciato in occasione della presentazione a Londra del World Energy Outlook per il 2008, un rapporto dai contenuti tanto chiari quanto allarmanti.

Il mondo si deve mobilitare per avviare le politiche necessarie ad affrontare quella che si annuncia come la “tempesta perfetta” del settore energetico: domanda in crescita malgrado la crisi economica, disponibilità di risorse (soprattutto petrolifere) in calo, consumi che accelerano pericolosamente il riscaldamento globale e i suoi gravissimi effetti, investimenti nella ricerca frenati dalla recessione.

“L’aumento delle importazioni di gas e petrolio da parte delle nazioni Ocse e delle regioni asiatiche in via di sviluppo – ha spiegato Tanaka – combinato con la concentrazione della produzione in un piccolo numero di paesi, accrescerà la possibilità di sconvolgimenti negli approvigionamenti e brusche impennate nei prezzi. Allo stesso tempo le emissioni di gas serra aumenteranno inesorabilmente, mettendo il mondo in direzione di un incremento delle temperature globali fino a 6 gradi”, ovvero il limite massimo della forbice prevista dalle conclusioni dell’Ipcc, la commissione di climatologi dell’Onu, con conseguenze devastanti per il Pianeta.

Per questo, quasi a rispondere indirettamente anche all’ostruzionismo di governo italiano e Confindustria, la Iea avverte che “non possiamo consentire che la crisi finanziaria provochi rinvii delle iniziative politiche che sono urgentemente necessarie per smorzare la crescita delle emissioni di gas serra”.

L’invito dell’Agenzia è anzi quello a mettere in campo decisioni ancora più coraggiose. Anche tenendo conto di nuovi interventi politici per il contenimento della domanda, il rapporto prevede che sulla media del 2006-2030 il fabbisogno globale di energia cresca dell’1,6 per cento ogni anno, facendo salire la domanda globale di petrolio, dagli odierni 85 milioni di barili al giorno a 106 milioni di barile nel 2030. Una previsione rivista comunque al ribasso di 10 milioni di barili rispetto a quanto previsto nell’edizione dello scorso anno.

Secondo le previsioni della Iea, sempre più importante sarà il peso dei nuovi giganti dell’economia: da sole, Cina e India contribuiranno a più della metà della crescita della domanda globale di energia. Forti aumenti sono previsti inoltre per il consumo di carbone e per l’utilizzo di fonti energetiche già esistenti in alternativa ai combustibili fossili.

L’agenzia calcola quindi la necessità di investire sul settore energetico 26.300 miliardi di dollari complessivi da qui al 2030, soprattutto per migliorare le capacità estrattive che rischiano altrimenti di non stare al passo con la domanda. “Ma la stretta creditizia – ha avvisato Tanaka – potrebbe provocare un ritardo degli investimenti, potenzialmente creando le condizioni per un tracollo delle forniture che a sua volta potrebbe compromettere la ripresa economica”. Ma tra queste due tendenze dall’effetto contrastante sui prezzi (crisi che abbatte i consumi e approvigionamenti più scarsi) l’Agenzia non ha dubbi che sarà quest’ultima a dire l’ultima parola, finendo per farli tornare a crescere dopo un certo periodo di forte volatilità.

Sul fronte ambientale la Iea traccia anche un possibile percorso da seguire per mantenere l’aumento della temperatura entro i due gradi, così come si propone di fare l’Unione Europea con la direttiva 20-20-20. Obiettivo che l’agenzia ritiene auspicabile, ma estremamente difficile da centrare, sottolineando che su scala mondiale occorrerebbe portare al 36% la quantità di energia primaria a basse emissioni, traguardo raggiungibile attraverso investimenti per 9,3 triliardi (mille miliardi di miliardi) pari allo 0,6% del Pil mondiale.
“E’ evidente – ha concluso Tanaka – che il settore energetico deve svolgere un ruolo centrale nella lotta ai cambiamenti climatici e le analisi contenute in questo Outlook forniranno basi solide a tutti i paesi che al vertice di Copenhagen (previsto per dicembre 2009, ndr) cercheranno di negoziare un nuovo accordo sul clima”. (v. g.)

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12 novembre 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2007/03/sezioni/ambiente/energie-pulite/previsioni-iea-2008/previsioni-iea-2008.html?rss

Università, i sindacati si spaccano: la Cisl revoca lo sciopero di venerdì

Cgil boccia l’incontro di ieri con Gelmini, Cisl e Uil siglano un documento che il ministro sottoporrà alla valutazione di Tremonti e Brunetta

Gli studenti intanto si organizzano: tre i cortei previsti a Roma

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ROMA – I sindacati si spaccano sulla riforma dell’università. Da una parte la Cgil che, dopo l’incontro di ieri con Maria Stella Gelmini, boccia come “del tutto insufficienti” le proposte del ministro, dall’altra la Cisl che revoca lo sciopero di venerdì dopo aver firmato, insieme alla Uil, un documento con le richieste per il settore, che la Gelmini si è impegnata a sottoporre al vaglio dei ministri dell’Economia e della Funzione pubblica, Giulio Tremonti e Renato Brunetta. Intanto gli studenti di tutta Italia si preparano a partire per Roma, dove il 14 novembre sono previsti tre cortei. La Rete degli studenti medi annuncia che aderirà alla manifestazione.

Sciopero revocato. Cisl-università e Cisl-ricerca hanno deciso di revocare lo sciopero dei due settori indetto per venerdì 14. Il sindacato, dunque, non sarà neanche alla manifestazione di Roma. “Vogliamo proseguire il confronto che si è aperto ieri con il ministro Gelmini per arrivare ad una riforma condivisa dell’università” spiega Antonio Marsilia, segretario generale del settore università del sindacato. Anche la Uil sta ragionando sulla revoca dello sciopero. Secondo il leader della Uil-università, Alberto Cirica, la Cgil “è dell’idea che lo sciopero vada fatto a tutti i costi e per questo non ha nemmeno firmato il documento. A noi interessa invece discutere del merito del problemi”.

I punti del documento. I punti che più stanno a cuore ai sindacati, e che sono stati inseiti nel documento siglato durante l’incontro con la Gelmini, riguardano la stabilizzazione del precariato del personale tecnico-amministrativo, dei ricercatori e dei docenti dell’Afam (Alta formazione artistica e musicale), l’alleggerimento dei tagli al turn-over e alle risorse finanziarie, l’apertura di un tavolo di confronto per concordare le linee del ddl di riforma dell’università e migliorare il decreto pubblicato ieri sulla Gazzetta Ufficiale.

La Cgil conferma la mobilitazione. Il segretario della Flc-Cgil, Mimmo Pantaleo, dice che il suo sindacato, anche se non ha firmato il documento, è disponibile a partecipare all’incontro previsto per domani con Brunetta, ma aggiunge che per il momento da Palazzo Vidoni non è giunta alcuna convocazione ufficiale. Il ministro, riferisce Pantaleo, ha però in programma un incontro con i presidenti degli enti di ricerca ed è possibile che Cgil, Cisl e Uil siano ricevute subito dopo. “Abbiamo apprezzato alcune aperture del ministro Gelmini e vogliamo affrontare seriamente un percorso riformatore – osserva Pantaleo – ma bisogna sgomberare il campo da alcune scelte del governo e revocare i tagli previsti dalla 133. Il decreto non è una risposta – sottolinea – e anche il disegno di legge annunciato dal ministro, se rispetterà i tagli della 133, avrà un destino segnato”. Pantaleo conferma lo sciopero di venerdì perché la Gelmini ha proposto un meccanismo “incerto e aleatorio”, prendendo atto solo di alcuni punti di interesse dei sindacati, sui quali inoltre si rende necessaria una complicata verifica con altri ministeri per arrivare a soluzione.

I cortei di venerdì. L’appuntamento con gli universitari della Sapienza è alle 9.30 in piazzale Aldo Moro, mentre gli studenti di Roma Tre si concentreranno alla Piramide e gli studenti medi in piazza della Repubblica. I manifestanti proseguiranno per piazza Venezia per unirsi al corteo della Cgil che invece parte alle 9.30 da piazza della Bocca della Verità per dirigersi poi a piazza Navona.

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12 novembre 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2009-7/universita-sindacati-divisi/universita-sindacati-divisi.html

Myanmar, 1500 anni di carcere per gli oppositori del regime

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Mercoledì, 12 Novembre 2008
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Dal sangue nelle strade al carcere duro, nelle prigioni di Pyinmana e Yangon. A circa un anno di distanza dalla rivolta di monaci e studenti in Myanmar, la giunta militare che detiene ancora il potere nel Paese ha condannato a 65 anni di reclusione ventitré dissidenti birmani della “Generazione 88”, il movimento culturale e politico che nell’agosto del 2007 scese in piazza per manifestare contro la decisione del governo di aumentare i prezzi del carburante e per il rispetto delle elementari libertà civili, innescando nel mese successivo le proteste dei monaci buddisti che, violentemente soppresse, sfociarono in una vera e propria rivolta popolare.

La notizia, trapelata dalle rigide maglie del sistema d’informazione governativo, è stata rivelata all’agenzia France Presse da un portavace del partito di opposizione, la Lega nazionale per la democrazia guidata da Aung San Suu Kyi, da anni agli arresti domiciliari. Tra i condannati, giudicati in una udienza a porte chiuse nel carcere in cui erano stati imprigionati dopo le manifestazioni dello scorso agosto, c’è anche un celebre blogger di 28 anni, Nay Phone Latt, da anni nella lista nera della giunta militare per aver diffuso informazioni sulla reale situazione in Myanmar, dove ancora oggi qualsiasi tipo di opposizione democratica viene soffocata dal regime autoritario.

«Sdegno» per le condanne ai dissidenti, ma anche «impegno» affinché la situazione diplomatica e politica nella ex-Birmania cambi, è stato espresso in un’intervista a Youdem Tv da Piero Fassino, che lunedì ha ricevuto dai ministri degli Esteri europei la riconferma di inviato della Ue in Myanmar per un nuovo semestre. «Queste notizie così drammatiche – ha sottolineato Fassino – dicono come la situazione continui ad essere critica. Nonostante l’impegno dell’Onu, dell’Uinione Europea, dei Paesi asiatici, la giunta militare birmana resiste alle richieste di dialogo con l’opposizione». «Da un lato – ha proseguito – esprimiamo sdegno, e dall’altro non dobbiamo rassegnarci a una situazione inaccettabile, per lavorare alla liberazione di Aung San Suu Kyi e al dialogo con l’opposizione».

Lunedì, dopo aver lodato Fassino per il lavoro dipolamatico svolto nel Paese negli ultimi 12 mesi, i Ventisette hanno «deplorato la mancanza di progressi registrata quest’anno per un’autentica transizione verso la democrazia in Birmania/Myanmar», cogliendo anche l’occasione per lanciare l’ennesimo appello per la scarcerazione del leader dell’opposizione Aung San Suu Kyie. E non solo: «L’Unione Europea – è scritto in un comunicato ufficiale del Consiglio – ribadisce che le preannunciate elezioni del 2010 potranno essere un passaggio credibile solo se Aung San Suu Kyi e di tutti i prigionieri politici saranno liberati e sarà avviato un percorso di dialogo tra le autorità al potere, l’opposizione democratica e la comunità internazionale».

Intanto, dopo un anno dalla rivolta dei monaci e della società civile, resta ancora da chiarire quante persone sono cadute lo scorso anno sotto i colpi di fucile e le bastonate dei militari. Secondo gli ispettori dell’Onu i morti sarebbero almeno 30, ma a tutt’oggi, come già successo dopo «la rivolta degli studenti» del 1988 costata la vita ad oltre 3000 dissidenti, molte persone risultano scomparse, sparite nel nulla.

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fonte: http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=72949

LETTERA DI UN PRECARIO – L’Onda e l’inversione di tendenza

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Il movimento studentesco, autonominatosi Onda, appare animato da un disagio da molti definto generazionale. Io, fisico precario di 31 anni, condivido l’interpretazione e il disagio; è qualcosa che appartiene anche a me, ma c’è di più.

E’ riduttivo pensare alla problematica sollevata come appartenente solo a coloro che protestano in piazza nelle forme piu’ disparate; nonostante sia vero che i problemi lamentati siano di vecchia origine, nonostante sia vero che la protesta origina dai recenti provvedimenti legislativi, e’ anche vero che la richiesta dell’Onda va ben oltre. In un certo senso la scarsa capacita’ di questo governo di portare avanti un’azione politica ha rappresentato un nucleo intorno a cui si è condensato un malessere diffuso ormai da anni; un malessere che ha avuto difficolta’ ad esprimersi con una voce comune per effetto di individualismi di varia specie e origine.

In un certo senso e’ una fortuna che questo governo abbia sbagliato, presentando e approvando provvedimenti senza spiegare il progetto politico, se esiste, da cui scaturiscono; se questo si riveli in concreto un bene o un male dipende soltanto da quale sara’ l’esito finale. Di questo e solo di questo ci si dovrebbe preoccupare oggi; ma come? Bisogna comprendere le ragioni, stabilire un terreno comune, raccogliere i diversi contributi e giungere ad una sintesi razionale che sia funzionale per il futuro. Si farà? Non credo.

Cio’ che i giovani oggi chiedono è un cambiamento di rotta, che dia loro delle prospettive ragionevoli, e hanno individuato, a mio avviso a ragione, nell’istruzione e ricerca pubbliche uno strumento per ottenere questo risultato in questo paese. In questo, non in un altro; copiare soluzioni da altri contesti sociali senza le dovute considerazioni non è un approccio particolarmente astuto.

Tuttavia, seguendo le azioni e reazioni, da parte della politica istituzionale, come della stampa, come degli stessi studenti, ciò che si osserva è un panorama assai disorganico e quindi disorganizzato. Non saprei dire se questo sia dovuto ancora a forme di individualismo o altro, e non lo considero molto importante; qualunque cosa sia andrebbe superata, per il bene di tutti.

Le divisioni, differenze e contrapposizioni sono naturali ed inevitabili, tuttavia non ho osservato posizioni opposte, in nessun consesso e in nessuna delle parti coinvolte, relativamente ai risultati che si vogliono ottenere; gli studenti che non protestano semplicemente non condividono la protesta, ma condividono i suoi scopi; maggioranza e opposizione si criticano e denigrano, ma dichiarano di avere gli stessi obiettivi.

Il terreno comune già esiste, ma tutti scelgono di ignorarlo, e vanno per la loro strada, inseguendo differenze che consistono in avere più o meno fiducia in questo o in quel metodo, in questo o in quel personaggio. Ciò che si sta delineando in questi ultimi giorni è, purtroppo, il solito pasticcio all’italiana; c’è chi aspetta che la protesta si sgonfi, chi concede oboli, chi teme che la protesta si sgonfi, chi si fa paladino in difesa dei giovani e chi architetta soluzioni che tengano buoni i più e che, probabilmente, favoriscano come al solito i più forti.

La responsabilità è condivisa; nessuno è innocente, sebbene qualcuno possa essere più ingenuo o più in buona fede di altri. In questo panorama che fine fanno gli obiettivi? Assumono un ruolo marginale, poiche’ tutto si riduce ad un gioco di forza o di potere. Eppure oggi, per via di ciò che potrebbe essere tranquillamente definito un incidente, avremmo a disposizione una grande opportunità: invertire la tendenza che spinge il nostro livello culturale, quello dell’intero paese, sempre più in basso; non un cambiamento drastico, nè la panacea di tutti i mali, ma semplicemente un’inversione di tendenza.

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Se si riuscisse a far questo, poi la natura farebbe il suo corso, così come lo farebbe se si fallisse. Perchè oggi esiste questa opportunità? Perchè sono i giovani a chiederlo. Perchè è un impegno che loro dovranno portare avanti. Perchè il futuro appartiene a loro. Perchè, gli studenti, sono al di fuori del sistema; un sistema che tutti sappiamo esser piuttosto bacato. Perchè possono offrire un punto di vista che altri non possono offrire.

E’ evidente, a loro per primi, che il compito di risolvere gli annosi problemi non può e non deve gravare sulle loro spalle, ma ciò non toglie che con loro si devono elaborare le proposte per il futuro. Invece? Da ogni parte, chi in uno modo, chi in un altro, coloro che dei problemi sono responsabili cercano di sfruttarli, di strumentalizzarli, dicendo che lo sono o dicendo che non lo sono, osteggiandoli o aiutandoli, sia che facciano parte dell’Onda, sia che facciano parte della “non Onda”, cioè quelli che non protestano; e intanto si architettano soluzioni poco credibili o poco funzionali: si parla di valutazione e ognuno vuole che sia il suo modello; si parla di meritocrazia, e chi ne parla è in genere fra i primi che in base quel criterio dovrebbe stare altrove.

Alla fine dei giochi l’obiettivo, subdolo e strisciante, consapevole o no che sia, si rivela essere il promuovere o perpetuare la propria autoreferenzialità, il prevalere su qualcun altro. Non è un problema contingente, ma, per usare un termine che va di moda in questi giorni, è sistemico; non fa differenza che si tratti del futuro dell’istuzione pubblica o della riqualificazione energetica di questo paese.

Nessuno ascolta nessuno. Bisogna chiedersi e chiarirsi, tutti quanti: come ne vogliamo uscire? Se ne vogliamo uscire come ci siamo entrati, è sufficiente continuare per la solita strada. Se invece ne vogliamo uscire bene, allora sarà necessario modificare la rotta e far prevalere la ragione sulle pulsioni; sarà il caso di cominciarsi a chiedere chi è più qualificato per operare una sintesi efficace e coerente di intenzioni e azioni. I problemi possono essere difficili o complessi, ma le soluzioni si trovano; perchè le soluzioni che si trovano in questo paese sono sempre scarse nei risultati?

Un motivo c’è. Lo si può ignorare o rifuggire, ma certamente c’è. Il fatto è che ognuno pensa solo ai propri interessi, e neppure con gran lungimiranza; è una tendenza naturale, per carità, io certo non ne sono esente, però bisognerebbe anche essere in grado di trascendere la propria natura primigena ed assumere il controllo di se stessi.

Purtroppo qui, sulla questione del valore della cultura, ci troviamo di fronte ad un paradosso analogo a quello dell’uovo e della gallina; la consapevolezza di sè fa il paio con la consapevolezza del mondo che ci circonda, e la sua conquista è quantomeno agevolata dalla cultura. Se il livello di istruzione si abbassa, si abbassa la probabilità di assumere il controllo delle proprie pulsioni, si innesca il meccanismo di chiusura e ognuno decade nel proprio interesse soggettivo, e immediato. E il cambiamento da dove viene? Così non viene da nessuna parte.

Per questo motivo il fenomeno dell’Onda, e anche della “non Onda”, non deve essere sottovalutato. Perchè rompe questo circolo vizioso, proprio nel suo punto più critico: l’istruzione. Quando potrà accadere di nuovo che così tante forze, dalla politica istituzionale, alla stampa, agli studenti, ai docenti, alle famiglie, dichiarino una volontà comune non astratta? E non importa che ci sia chi è più sincero, chi è più volenteroso, chi è più intelligente o chi è più casinista.

E’ un’enorme opportunità, perchè un terreno comune già esiste; basta avere la forza, e questa si che sarebbe una vera prova di forza, di mettere da parte le differenze e sostituirle con una trattativa razionale, che dia il giusto peso alle istanze dei giovani e che coinvolga tutte le parti, perchè di pluralismo di competenze si ha bisogno. Io mi auguro che questo si possa fare, perchè sprecare quest’opportunità sarebbe davvero un crimine contro l’umanità di questo paese.
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Antonino Sergi

11 novembre 2008

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=34479&sez=HOME_MAIL