Archivio | novembre 14, 2008

Il giudice della Diaz: «Non avevamo prove per condannare i capi»

https://i1.wp.com/www.liberainformazione.org/img/diaz02.jpg

Gabrio Barone, giudice: «Possiamo condannare solo in base alle prove»

ascolta da Radio19

.

«Capisco il risentimento di chi è stato picchiato, ma si dovrebbero prima leggere gli atti e vedere le prove. Poi si può criticare». Il giorno dopo la discussa sentenza sull’irruzione della polizia nella scuola Diaz durante il G8 genovese del 2001 (più sotto, tutti i dettagli), Gabrio Barone, giudice del tribunale di Genova, dà la sua versione dei fatti ai microfoni del Tg5.

«Noi – prosegue Barone – possiamo condannare solo in base alle prove. Lo dice il Codice: si condanna quando la responsabilità è accertata oltre ogni ragionevole dubbio».

Anche per questo, Barone contesta quanto affermato da alcuni degli avvocati di parte civile, cioè che la sentenza colpisca «solo in basso» (non i vertici della polizia, cioè, ma solo gli agenti): la sentenza «colpisce le persone su cui abbiamo ritenuto ci fossero prove di responsabilità».

.

Enrico Zucca, Pm: «Sentenza in gran parte di assoluzione, ma aspettiamo le motivazioni»

ascolta da Radio19

.

«Affronteremo la questione di un eventuale appello una volta depositate le motivazioni a sentenza. L’appello, in tutti i casi, sarà affrontato in punta di diritto»: con queste parole, Enrico Zucca, Pm nel processo per i fatti della scuola Diaz, parla della sentenza che ha visto l’assoluzione dei vertici della polizia e la condanna degli uomini del reparto Mobile sperimentale Antisommossa, comandati da Vincenzo Canterini. L’appello, dunque, sarà affrontato in «punta di diritto» (sull’applicazione della legge, cioè): «Aspetto, questo – ha detto Zucca – che mi sembra essere in parte trascurato». Il pubblico ministero è apparso sereno e sorridente, e ha parlato di una «attenzione e di un riconoscimento inaspettato».

_________________________

La vicenda – Diaz, assolti i vertici di polizia

.
di Graziano Cetara e Matteo Indice

.
È forse il sospiro più lungo e pesante di tutta la vita, quello con il quale il giudice Gabrio Barone, alle 21 di ieri sera, comincia a leggere la sua sentenza «in nome del popolo italiano». Inizia dalle condanne, saranno 13, per un totale di 35 anni e 7 mesi di reclusione per i pestaggi e le molotov dello scandalo. Ma sono le assoluzioni degli altri 16 imputati che snocciolerà venti minuti più tardi, a dare il senso di tutto, di 200 udienze, 7 anni di attesa da quella notte in cui la «democrazia fu sospesa», per usare le parole di chi su quei fatti ha indagato, i pubblici ministeri Francesco Albini Cardona ed Enrico Zucca; e agenti picchiarono «persone inermi», le arrestarono in massa e sul loro conto accamparono «prove inventate».

La polizia, incarnata dai suoi vertici, è stata assolta per l’irruzione sanguinaria alla Diaz, il centro del Genoa Social Forum, l’ultima notte del G8 genovese del luglio 2001. È questo che fa gridare le giovani vittime di quel blitz «Vergogna! Vergogna!» quando l’ultima parola della giustizia è stata appena pronunciata nel silenzio assordante dell’aula.

Assolti i «generali», scesi sul campo insieme alla «truppa». Francesco Gratteri, ex capo dello Sco, ora direttore del dipartimento Anticrimine. Giovanni Luperi, ex vicedirettore dell’Ucigos, ora vertice dell’organismo che ha sostituito il Sisde, il servizio segreto civile. Assolto Gilberto Caldarozzi, ex vice direttore e ora capo del Servizio centrale operativo, l’uomo che sovrintese all’arresto del boss mafioso Bernardo Provenzano. Non venne da loro l’ordine che mosse i manganelli impugnati al contrario, per spaccare teste e braccia, squarciare visi e insanguinare la palestra dell’istituto. Non commisero né calunnia, né falso ideologico, né arresti illegali. Per quei fatti la condanna più pesante, a 4 anni di reclusione, è per Vincenzo Canterini, il funzionario che dirigeva il reparto mobile di Roma, quello dei celerini con il foulard sul viso e i corpetti corazzati, che entrarono e fecero la «macelleria messicana»: lo disse Michelangelo Fournier, condannato a 2 anni. È, quest’ultimo, il graduato che provò a fermare la mattanza gridando «Basta! Basta!», l’unico poliziotto che ha pagato in prima persona per quei fatti, giocandosi la carriera. Assolti tutti gli agenti e i funzionari che firmarono i verbali di arresto e di sequestro delle presunte prove. In particolare Nando Dominici (l’ex capo della squadra mobile di Genova), Spartaco Mortola (il dirigente della Digos del capoluogo ligure, oggi vicario a Torino) e Carlo Di Sarro (ex numero tre della Digos ora al commissariato di Rapallo). Erano accusati di falso ideologico, calunnia e arresto illegale. Assolto Salvatore Gava, protagonista insieme al collega Luigi Fazio dell’irruzione “sbagliata” nella scuola di fronte, il centro stampa del Genoa Social Forum. Per questo episodio, e in particolare per una singola manganellata, il solo Fazio è stato condannato a un mese.

Le uniche condanne riguardano ciò che nessuna interpretazione delle immagini e dei filmati e delle testimonianze è mai riuscita a mettere in dubbio in questi anni: i pestaggi all’interno della Diaz, che hanno terrorizzato ragazzi sorpresi nel sonno, presi a manganellate, insultati, disprezzati. Per le lesioni sono stati condannati il capo dei celerini, Canterini, a quattro anni. La pena più alta. Tre anni la pena per i suoi uomini, almeno quelli che la procura è riuscita a identificare nonostante «l’ostruzionismo della polizia»: Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroni, Emiliano Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti, Pietro Stranieri e Vincenzo Compagnone. Il giallo della coltellata da cui tutto partì, quella all’agente Massimo Nucera, si è concluso con l’assoluzione. Quello delle false molotov è costato a Pietro Troiani e Michele Burgio condanne rispettivamente a 3 anni e 2 anni e sei mesi.

Nessuno dei condannati andrà in carcere, nessuno sarà interdetto, nei fatti, dai pubblici uffici. In appello, per tutti e per la quasi totalità delle accuse, calerà la scure della prescrizione. Rimarrà l’obbligo del risarcimento dei danni: 800 mila euro in tutto da dividere fra una novantina di persone, escluso il Genoa Social Forum. Il giornalista inglese Mark Covell, quasi ucciso all’ingresso della Diaz, prenderà quattromila euro solo per essere stato «calunniato» dagli agenti. L’inchiesta per il suo tentato omicidio non è arrivata all’identificazione degli aggressori che lo lasciarono a terra agonizzante, sulla soglia della scuola: «Lo Stato italiano ha coperto i veri massacratori», ha detto al termine del processo, frenando le ultime lacrime. «Questa è la fine della Costituzione» la frase di Arnaldo Cestaro, massacrato a sessant’anni (fratture alle gambe) e risarcito con 12 mila euro. Lena Zuhlke, la ragazza con i capelli rasta ritratta allora agonizzante sulla barella fuori dai cancelli (è nelle foto in alto insieme a un altro noglobal mentre aspetta la sentenza), si associa alle parole degli amici che provano a leggere un comunicato scritto a penna: «Adesso sanno di godere della totale impuntità».

Escono i pubblici ministeri, intanto, affiancati a nome del procuratore capo (assente) dall’aggiunto Vincenzo Calia, e scelgono la strada d’un silenzio carico di sguardi inespressivi e occhi lucidi, per l’emozione e lo scoramento, interrotti solo dagli abbracci di molti colleghi. Enrico Zucca sta per sussurrare qualcosa, quando un altro pm, con un cenno, gli fa capire che per stasera è meglio di no. Emozioni opposte sono quelle degli avvocati difensori: «È sconfitto il teorema della procura», commenta a caldo Alfredo Biondi, legale di Troiani e Fabbrocini. E insiste: «È comunque una sconfitta dell’accusa». Marco Corini, che ha assistito Francesco Gratteri (oggi di fatto numero tre della polizia) sorride: «Il processo ha dimostrato il fallimento del teorema che voleva una sorta di complotto», mentre Piergiovanni Iunca – legale di Spartaco Mortola – fa sì con la testa: «È la fine di una gogna mediatica». Silvio Romanelli, l’avvocato dei “picchiatori”, parla invece di «sentenza sorprendente».

Alle undici di sera il palazzo di giustizia è sbarrato, solo i camion delle tv e qualche “reduce” riempiono la strada davanti. Sette anni dopo sono svaniti il sangue, le grida, il rumore degli elicotteri e della folla. Adesso piove, e c’è semplicemente buio.

.

CONDANNE E ASSOLUZIONI

.
Francesco Gratteri e Giovanni Luperi, i superfunzionari al vertice della catena di comando
Il Pm aveva chiesto 4 anni e 6 mesi –
ASSOLTI

Gilberto Caldarozzi, oggi capo del Servizio centrale operativo e protagonista della cattura di Provenzano, accusato di falsificazioni dei verbali
La richiesta era di 4 anni e sei mesi – ASSOLTO

Filippo Ferri , Massimiliano Di Bernardini, Fabio Ciccimarra, Nando Dominici, Spartaco Mortola e Carlo Di Sarro (erano accusati a vario titolo di aver falsificato i verbali)
Per tutti erano stati chiesti 4 anni e 6 mesi – ASSOLTI

Massimo Mazzoni, Renzo Cerchi e Davide Di Novi (anche loro accusati di falsi verbali)
La richiesta era di 4 anni – ASSOLTI

Vincenzo Canterini (era il comandante del Reparto mobile di Roma che fece irruzione per primo nell’istituto)
I Ppm avevano chiesto 4 anni e 6 mesi – CONDANNA A 4 ANNI

Michelangelo Fournier (all’epoca vice di Canterini) è stato CONDANNATO A 2 ANNI

Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroni, Emiliano Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti, Pietro Stranieri, Vincenzo Compagnone (erano i sottoposti di Canterini, a loro volta con il grado di capisquadra nel gruppo che entrò nella scuola)
La richiesta era di 3 anni e 6 mesi – CONDANNA DI 3 ANNI

Massimo Nucera, l’agente che dichiarò falsamente di aver ricevuto una coltellata, Maurizio Panzieri, coinvolto nella stessa vicenda
Per entrambi la richiesta era di 4 anni – ASSOLTI

Pietro Troiani (per aver introdotto le molotov nella scuola)
richiesta di 5 anni – CONDANNA DI 3 ANNI

Michele Burgio (anche lui accusato di aver trasportato le bottiglie incendiarie)
Richiesta di 4 anni – CONDANNA DI 2,6 ANNI

Salvatore Gava (per l’irruzione nell’edificio di fronte alla “Diaz”, dove aveva sede la redazione di Indymedia)
Richiesta di 4 anni – ASSOLTO

Luigi Fazio, stesso addebito
Per lui erano stati chiesti 3 mesi – CONDANNA DI 1 MESE

ASSOLTO come previsto Alfredo Fabbrocini (gli stessi Pm lo avevano richiesto in quanto si è stabilita la sua estraneità ai fatti), anche lui inizialmente accusato del blitz “sbagliato” nella sede di Indymedia

TOTALE DELLE PENE: 35 anni e 7 mesi a fronte dei quasi 109 chiesti dall’accusa

.

fonte: http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/genova/2008/11/12/1101879105904-domani-sentenza-diaz.shtml

Statali, Cgil: nuovo sciopero a gennaio. Marcegaglia a Epifani: venga al tavolo

Guglielmo Epifani (foto Marco Merlini - LaPresse) ROMA (14 novembre) – Un nuovo sciopero generale dei lavoratori statali, con manifestazione nazionale a Roma, verrà proclamato dalla Cgil tra gennaio e febbraio. i dipendenti pubblici intanto parteciperanno anche allo stop di tutto il mondo del lavoro deciso dalla Cgil per il 12 dicembre. Lo ha annunciato oggi il numero uno della Fp-Cgil, Carlo Podda, insieme alla raccolta di 700 mila firme, da qui a fine anno, per chiedere che si tenga un referendum tra i dipendenti pubblici sul protocollo d’intesa sul rinnovo del contratto sottoscritto a palazzo Chigi da Cisl, Uil, Ugl e Confsal. La proposta dello sciopero sarà fatta da Podda nei primi giorni della prossima settimana alla direzione e al direttivo della Fp.

Dipendenti pubblici in piazza. Nel frattempo oggi è in corso il terzo e ultimo sciopero regionale della Fp-Cgil che interessa il sud e le isole (nei giorni scorsi la protesta ha interessato il nord e il centro) a sostegno della vertenza per il rinnovo del contratto. Secondo la Fp-Cgil si profila un grande successo della protesta e nei capoluoghi di provincia, dove si sono svolte le manifestazioni, afferma il sindacato, c’è stata una grande partecipazione: a Palermo (dove ha tenuto il comizio Podda) sono scesi in piazza in 50mila; a Napoli in 30mila; a Bari in oltre 10mila a Cagliari in 5mila.

«Alle ore 13 le adesioni allo sciopero di oggi nel pubblico impiego indetto da Cgil-FP, Uil-Fpl e Flp in Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna risultano essere pari al 7,39% dei dipendenti delle amministrazioni interessate», afferma invece una nota del ministero della Funzione Pubblica.

L’associazione nazionale magistrati (Anm) ha espresso solidarietà con lo sciopero di oggi della Fp-Cgil. L’associazione «molto sensibile alle problematiche che oggi riguardano il personale amministrativo negli uffici giudiziari, – è scritto nel messaggio reso noto dal sindacato – desidera esprimervi tutta la sua vicinanza e il suo sostegno alla giornata di sciopero del pubblico impiego».

Contratti, Marcegaglia: Cgil si unisca al tavolo. Il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia torna a proporre il dialogo alla Cgil per la riforma del sistema contrattuale «perchè in un momento così difficile – spiega – tutto dobbiamo fare tranne che dividerci e fare conflitti». «Con i sindacati il tavolo è ancora aperto – dice ancora il presidente degli industriali – al di là delle polemiche e degli incontri vogliamo che il tavolo sia aperto anche alle altre associazioni di categoria. Auspico che anche la Cgil voglia unirsi. Dobbiamo unire le forze per dare una risposta seria ai cittadini, ai lavoratori e alle imprese».

«La situazione è grave, lo diciamo da tempo, c’è una recessione europea ed è possibile una recessione globale, nei prossimi mesi si potranno avere dati ancora peggiori». Lo sostiene il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia che poi aggiunge: «Non bisogna farsi prendere dal panico. Questa situazione finirà, torneremo alla crescita ed è molto importante che ci sia la volontà di sostenere le imprese e le famiglie con il reddito più basso».

In particolare Confindustria chiede: «riduzione dell’Irap, detassione degli utili reinvestiti per aiutare la ricapitalizzazione in un momento così difficile, chiediamo che si torni a investire in infrastrutture e che si sia un supporto ai redditi più bassi».

.

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=34660&sez=HOME_ECONOMIA


Diaz, l’amaro in bocca. Il pm: ricorreremo / COMMENTO: Il vuoto del diritto

.

Il giorno dopo la sentenza su Genova resta l’amaro in bocca. Per chi da sette anni aspettava giustizia, 13 condanne non bastano. E soprattutto non basta far passare la tesi che a decidere la mattanza della Diaz furono solo alcune teste calde, senza nessun ordine dall’alto. Prima di tirare le conclusioni definitive, comunque, bisognerà aspettare le motivazioni della sentenza. È quello che pensa anche il pm Enrico Zucca, che per gli imputati aveva chiesto un totale di 110 anni di condanne: «Rispettiamo l’autorità della sentenza del Tribunale – ha spiegato – Poi, dopo il deposito delle motivazioni, dovremo riconoscerne l’autorevolezza». Zucca nella sua requisitoria aveva sostenuto la teoria della “catena di comando”, evidentemente, è costretto a dire ora, i giudici «hanno deciso diversamente». Comunque, la storia per lui non finisce qui: «Ricorreremo in appello quando leggeremo le motivazioni». Sempre che non arrivi prima la prescrizione.
.
Non finisce qui nemmeno per il sindaco di Genova Marta Vincenti secondo la quale ora c’è bisogno di «una risposta politica» e di una «commissione di inchiesta». «So – spiega – che questo Parlamento non è quello di sette anni fa e forse c’è meno interesse perché tutti vorrebbero archiviare una fase. Dalla città di Genova – aggiunge – penso sia giusto però venga anche a questo Parlamento l’indicazione che noi qui non l’abbiamo superata».
.
L’appello a fare luce, almeno in Parlamento, arriva anche dal deputato Idv Giuseppe Giulietti: «Non siamo soliti dare giudizi sulle sentenze dei Tribunali e non lo faremo neanche in quest’occasione; tuttavia – afferma il portavoce di Articolo21 – ci sono ancora troppe ombre su quella notte del 2001 a Genova durante il G8. Abbiamo assistito ad una sospensione della Costituzione ivi compresa dell’Articolo21 perchè in quel momento (ma anche nei giorni successivi e fino ad oggi) un’informazione chiara su quanto fosse accaduto nelle strade e nella scuola Diaz non c’è stata. E quali fossero le reali responsabilità. A questo punto – conclude – chiediamo che si provveda all’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sul G8 di Genova, sperando che questo strumento possa contribuire alla verità e alla giustizia».
.
Amareggiati, come ovvio, quelli del Comitato Verità e Giustizia per Genova che dopo anni di attesa hanno visto crollare ogni loro aspettativa: sono amareggiati soprattutto perché «nessuno degli imputati era presente in aula. Era un loro dovere stare di fronte al tribunale ed alle parti civili». A parlare è Enrica Bartesaghi, presidente del Comitato am anche madre di una vittima della Diaz: la figlia «è stata picchiata alla Diaz, medicata in ospedale al Galliera e dopo accompagnata a Bolzaneto dove non ha potuto parlare con i genitori né con un avvocato. Per noi – ricorda – era scomparsa. Poteva anche essere morta. L’abbiamo trovata lunedì pomeriggio nel carcere di Vercelli dove, ci ha riferito, finalmente si è sentita al sicuro».
.
Commenta la sentenza anche Amnesty, che nel suo Rapporto annuale aveva raccontato Genova come una delle pagine più nere per i diritti umani in Italia. «Tredici funzionari dello Stato – dicono – sono stati condannati per le brutalità commesse nei confronti di decine di persone inermi: se il processo è giunto a tale conclusione, ciò si deve alla tenacia dei pubblici ministeri e al coraggio delle vittime, delle organizzazioni che le hanno sostenute e dei loro avvocati, che hanno preso parte a centinaia di udienze in un contesto nel quale si è più volte cercato di aggirare l’obiettivo dell’accertamento della verità. Occorrerebbe chiedersi – conclude Amnesty – se una sentenza diversa, nella quale fossero state accertate ulteriori responsabilità penali nella catena di comando, avrebbe potuto essere favorita da un diverso comportamento delle autorità italiane che mai, in questi sette anni, hanno voluto contribuire alla ricerca della verità e della giustizia. In questi anni non abbiamo sentito una parola forte di condanna per il comportamento tenuto dalle forze dell’ordine nel luglio 2001, non c’è stata una commissione d’inchiesta, non si è risolto il problema dell’identificazione dei funzionari delle forze dell’ordine, non sono stati istituiti organi di monitoraggio indipendenti né meccanismi correttivi interni».
.
Vallo a spiegare al ministro della Giustizia Angelino Alfano, che invece è convinto che la «sentenza ha dato un responso chiaro su quello che è successo».

.

fonte: http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=73091

__________________________________________________________________________________________________

"Commissione d'inchiesta" Il presidente Barone legge la sentenza

.

IL COMMENTO

Il vuoto del diritto

.

di GIUSEPPE D’AVANZO

.

COME per Bolzaneto, la sentenza del processo per i pestaggi nella scuola Diaz è una sentenza pessima, quali saranno le motivazioni che la sosterranno. È soprattutto una sentenza imprudente e pericolosa. Vengono condannati soltanto i “picchiatori” del Reparto Mobile di Roma, il comandante, il suo vice, i capisquadra.

Con loro, condannati i due poliziotti che s’inventarono, trasportandole nella scuola, le due bottiglie molotov che avrebbero dovuto giustificare la “perquisizione” diventata massacro di 93 persone sorprese nel sonno. Come per Bolzaneto, questa sentenza avrebbe dovuto spiegare come, perché, con la responsabilità di chi, nasce in una democrazia un “vuoto di diritto” che liquida le regole del diritto penale e le garanzie costituzionali e consegna la nuda vita delle persone, spogliata di ogni dignità e diritto, a una violenza arbitraria, indiscriminata, assassina.

La risposta del tribunale è stata, più o meno, questa: c’è stato un gruppo di esaltati che è andato oltre il lecito, tutto qui, e due disgraziati che per metterci una pezza, a frittata fatta, hanno manipolato una prova. L’intera catena di comando, a cominciare dal capo della polizia (nel 2001, Gianni De Gennaro) si è fatta prendere la mano e ingannare come l’ultimo del più sprovveduto dei gonzi. Così il Dipartimento della pubblica sicurezza è stato convinto a stilare un comunicato in cui non c’è una frase che non risulti falsa o controversa.

E’ fuor di dubbio che la ricostruzione dell’accusa ne esca a pezzi. L’assoluzione dei “vertici apicali” della polizia (Giovanni Luperi e Francesco Gratteri) smentisce il lavoro dei pubblici ministeri. Avevano sostenuto che l'”operazione Diaz” fu “decisa, pianificata e organizzata dal vertice del Dipartimento della pubblica sicurezza”; che “l’iniziativa era diretta al riscatto dell’immagine delle forze di polizia gravemente compromessa dall’inefficace azione di contrasto alle violenze e degenerazioni dell’ordine pubblico durante le manifestazioni di protesta contro il vertice del G8”.

Al contrario, per il tribunale non c’è stata alcuna pianificazione del Dipartimento e le violenze brutali, i fermi e gli arresti illegali sono farina del sacco di un pugno di subalterni che non sono riusciti a controllare il loro odio. L’esito minimalista del processo non spiega troppe cose (le perquisizioni arbitrarie, la costruzione di false prove, “la totale inosservanza delle regole del diritto”, quella notte e nei giorni successivi) e soprattutto non “chiude” lo strappo creato tra le istituzioni e una generazione che, in quei giorni, si riaffacciava sulla scena politica dopo un lungo letargo.

Quale che siano le motivazioni
della discutibile sentenza, è su questo vulnus tra lo Stato e la società che bisogna riflettere perché i pestaggi della Diaz e le torture di Bolzaneto pongono questioni che sarebbe dissennato accantonare o anche soltanto trascurare. Qual è il mestiere delle polizie in questa congiuntura politica? E quali sono le garanzie che venga svolto in modo corretto?

In uno “Stato legislativo”,
dove quel che conta è la legalità e chi esercita il potere agisce “in nome della legge”, le burocrazie sono “neutrali”, uno strumento puramente tecnico che serve orientamenti politici diversi e anche opposti, e le polizie hanno una funzione meramente amministrativa di esecuzione del diritto. Questo governo, in carica anche nel 2001, ha inaugurato la sua stagione “riformatrice” con ben altre convinzioni. Non vuole essere l’anonimo esecutore di leggi e norme. Non intende governare in nome della legge, ma in nome della “necessità concreta”. Pretende che si muova dietro le “emergenze” (autentiche o artefatte, che siano), dietro le “situazioni” che ritiene prioritarie. Berlusconi s’immagina alla guida di uno “Stato governativo” che si definisce per la qualità decisiva che riconosce al comando concreto, applicabile subito, assolutamente necessario e virtualmente temporaneo, sempre conflittuale perché esclude e differenzia.

In questo scorcio di legislatura si sta creando così un paradigma istituzionale “duale” che affianca alla Costituzione una prassi di governo che vive di decreti con immediata forza di legge e trasforma il comando in un ininterrotto “caso d’eccezione” (immigrazione; sicurezza; Alitalia; rifiuti di Napoli; riforma della scuola).

Nello “stato d’eccezione”, le polizie hanno un ruolo essenziale. Berlusconi evoca con regolarità un “diritto di polizia” e un uso della violenza o minaccia poliziesca quando i suoi obiettivi appaiono non condivisi o in pericolo (contro gli immigrati, contro i napoletani incivili, contro le proteste negli aeroporti, contro le manifestazioni degli studenti). Chi, nelle burocrazie, non sta al gioco, va a casa. Come è accaduto ieri al prefetto di Roma, Carlo Mosca, custode di una concezione di burocrazia professionale che, alla decisione politica (impronte per i bambini rom), oppone il rispetto della legge e della Costituzione.

Mosca è stato “licenziato” perché Berlusconi chiede – al contrario – che le burocrazie condividano la capacità di assumersi il suo stesso rischio politico, come fossero un’élite politica e non istituzionale e non neutrale. E’ una novità di cui bisogna tener conto. E’ quel che esplicitamente chiede alle polizie Francesco Cossiga con la sua “ricetta democratica”.

Cossiga ha spiegato come distruggere l’Onda, il movimento degli studenti: “Bisogna infiltrare gli studenti con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine, mettano a ferro e fuoco le città. Dopodiché, forti del consenso popolare, le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano”.

Cossiga (un uomo che sarebbe sciagurato considerare soltanto uno spericolato irresponsabile) dice quel che altri, nella destra di governo, pensano soltanto. Le polizie, nello “Stato governativo” preteso dalla destra, non dovrebbero più avere soltanto una funzione di mera esecuzione del diritto, ma farsi agenti attivi della sovranità del governo, muoversi in quell’area indifferenziata tra violenza e diritto che sempre definisce, nel caso d’eccezione, il comando del sovrano e il potere delle polizie.

Ora quel che si paventa per il domani è già accaduto ieri, a Genova, durante i giorni del G8. E’ accaduto proprio nelle forme augurate oggi da Cossiga. Black Bloc che distruggono la città senza alcun contrasto. Black Bloc che si allontanano indisturbati mentre appare la polizia che si avventa contro i manifestanti inermi, pacifici, a braccia alzate e, nella notte, contro i 93 ospiti della scuola Diaz che si preparano al sonno o nel garage Olimpo di Bolzaneto dove vennero ancora umiliati e torturati. Con il risultato che una generazione che, per la prima volta, scopriva la dimensione politica fu consegnata alla paura, alla solitudine, alla disillusione.

Dopo sette anni, la situazione non è diversa. Il governo è lo stesso, solo più lucido, determinato e coeso intorno alla figura del leader carismatico. Nelle strade c’è un nuovo movimento di giovani che rifiuta un progetto di ordine sociale che annuncia esclusioni e differenze, che si oppone alla caduta di ogni garanzia di eguaglianza. Che cosa faranno le burocrazie dello Stato? Che cosa faranno le polizie sospinte nello spazio stretto tra la politica e il diritto, tra la violenza e la legge? Il processo di Genova ci dice che in uno Stato che si presenta come questurino c’è chi è disponibile a un’illegalità criminale quando il dissidente diventa un “nemico” da annientare.

Sono buone ragioni per non accontentarsi di una sentenza, per non chiudere il “caso Genova” nel perimetro di un’aula giudiziaria. In un tempo di aspri conflitti sociali, già inquinati da un estremismo fascista che minaccia l’informazione, il sindacato dei lavoratori, le proteste sociali e le forme di dissenso, il Paese deve sapere se può contare su una polizia fedele alla Costituzione o dovrà fare i conti anche con una burocrazia della sicurezza gregaria di un governo che prevede il rischio assoluto, il conflitto continuo, lo “sfondamento”, una polizia sottomessa a un ordine capace di riservare all’interno del Paese la stessa ostilità che si riserva a un minaccioso “nemico” esterno.

Anche ora che la sentenza di Genova circoscrive le responsabilità a pochi “fuori di testa”, dalle forze dell’ordine dovrebbero giungere all’opinione pubblica limpide e inequivoche rassicurazioni. Chi ha a cuore la Costituzione, nelle istituzioni, nella società, nella politica, dovrebbe invocarle. Perché le sentenze per la Diaz e Bolzaneto più che rasserenare, inquietano. Più che medicare le ferite, le fanno ancora sanguinare.

.

fonte: http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/cronaca/g8-genova-4/vuoto-diritto/vuoto-diritto.html

Roma, ancora un’altra Onda

.

di Alessia Grossi

.

«La grande Onda che travolge tutto». «Atenei contro la 133». «Ora la lezione la diamo noi». «Ancora un’altra Onda». «Gelmini facce du’ panini». «Disoccupati per legge». «Siamo 200 mila, gridano dai megafoni i tre cortei di studenti medi, universitari e ricercatori che sfilano per le strade di Roma contro la 133. Sono partiti dal trivio nei pressi della stazione Termini e si sono uniti per manifestare contro i tagli all’istruzione.

.

Da piazza della Repubblica la musica accompagna l’attesa degli studenti medi che protestano «perché l’università è il loro futuro». A piazza dei Cinquecento, davanti alla stazione, invece si schierano gli studenti universitari di tutta Italia appena scesi dai treni a cui si unisce la lunga marcia partita da “La Sapienza” seguita dal gruppo dell’Ateneo di Pisa. «Ancora non possiamo muoverci – avverte inizialmente il megafono – perché il corteo della Sapienza sta ancora sfilando, la testa è ancora alla Minerva».

.

In marcia si spiegano striscioni, qualcuno appena arrivato dal treno lo scrive sul marciapiede. I ricercatori sfilano in camicie bianco. I geologi brandiscono un martelletto gigante di cartone, quelli di biologia si sono fatti una collana di provette. Arriva l’Onda calabra, quella marchigiana, gli studenti di Brescia «si vergognano della Gelmini». «Il ministro – spiegano alcuni studenti che sorreggono lo striscione – è nata in provincia di Brescia ed è bene che sappia che gli studenti della sua città sono i primi a vergognarsi di lei». Lo striscione dei salernitani invece evoca il doppio senso tra la Gelmini e l’Enterogelmina.

.

L’Onda liceale ha tappezzato il camioncino di forbici e tra i manifestanti compaiono due enormi fantocci. Ballano insieme, ma non vanno molto d’accordo. L’istruzione è una donna – befana, sopra il mantello, sotto gli stracci. Le balla intorno un Tremonti enorme con le forbici in mano.

.

L’Onda dei futuri universitari segue la musica dal camioncino, non solo «Bella ciao», la più gettonata è la canzone de «Er Piotta», quella dei giovani surfisti perché ricorda che c’è anche ancora un altra onda e non è possibile non cavalcarla. «Né rossi né neri ma liberi pensieri» si legge ancora su alcuni striscioni nonostante gli scontri di Piazza Navona. Non mancano le bandiere degli «studenti di sinistra». E a piazza dei Cinquecento alcuni ragazzi hanno esposto uno striscione con la scritta: «Blocco Studentesco odia gli studenti», con i caratteri e i colori della polizia. Lo striscione è stato esposto da due ragazzi vestiti di nero e poi subito ritirato. «È un modo ironico per intendere che quello tra gli studenti del Blocco e le forze dell’ordine è un connubio», ha detto uno degli autori dello striscione. «Non vogliamo i fascisti nelle nostre facoltà» gridano invece dai megafoni gli studenti dell’Università di Roma Tre» che arrivano da Piramide e ancora: «Oggi non accetteremo nessuna provocazione» aggiunge uno studente riferendosi agli scontri di piazza Navona. «Questo pomeriggio i fascisti andranno sotto il ministro della Pubblica istruzione mentre noi – hanno gridato – saremo a protestare sotto i palazzi del potere, che non valgono nulla». Dopo una brevissima pausa in cui tutti si sono seduti a terra, il corteo ha ripreso il cammino verso il Colosseo, mentre dagli altoparlanti si alternano gli interventi di studenti universitari anche provenienti da altre città italiane.

.

Il coro è unanime, e a vederlo per le strade di Roma il corteo de «gli studenti incazzati» ha un solo slogan: «No alla 133». Il ritmo lo tiene il megafono: «Noi la crisi non la paghiamo» accompagnato dal rintocco di un tamburo. Fuori dal coro solo gli studenti di Forza Italia: «Quelli che oggi sono scesi in piazza a protestare contro il ministro Gelmini – fanno sapere infatti da Alternativa studentesca – continuano ad essere manovrati dalla politica e dai sindacati più conservatori e a non rappresentare nessuno». «Una partecipazione straordinaria – dice invece l’Udu, Unione degli universitari – come d’ altro canto era attesa, di universitari e studenti medi per dire «no» a queste scelte scellerate del Governo che non guarda al futuro dei giovani come a quello del Paese».
Arrivata a Piazza Venezia, dove il corteo degli studenti si è unito a quello dei sindacati che hanno sfilato da Bocca della verità, l’Onda si è divisa in due nel tentativo di arrivare a Piazza Montecitorio per manifestare davanti alla Camera.

.

VIDEO

Epifani alla manifestazione sull'universitàEpifani alla manifestazione sull’università

.

fonte: http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=73085

SPECIALE L’ESPRESSO – Che furbetto quel Brunetta!

La trasferta a Teramo per diventare professore. La casa con sconto dall’ente. Il rudere che si muta in villa. Le assenze in Europa e al Comune. Ecco la vera storia del ministro anti-fannulloni

.

di Emiliano Fittipaldi e Marco Lillo

.

.

La prima immagine di Renato Brunetta impressa nella memoria di un suo collega è quella di un giovane docente inginocchiato tra i cespugli del giardino dell’università a fare razzia di lumache. Lì per lì i professori non ci fecero caso, ma quella sera, invitati a cena a casa sua, quando Brunetta servì la zuppa, saltarono sulla sedia riconoscendo i molluschi a bagnomaria. Che serata. La vera sorpresa doveva ancora arrivare. Sul più bello lo chef si alzò in piedi e, senza un minimo di ironia, annunciò solennemente: “Entro dieci anni vinco il Nobel. Male che vada, sarò ministro”. Eravamo a metà dei ruggenti anni ’80, Brunetta era solo un professore associato e un consulente del ministro Gianni De Michelis.
.
Ci ha messo 13 anni in più,
ma alla fine l’ex venditore ambulante di gondolette di plastica è stato di parola. In soli sette mesi di governo è diventato la star più splendente dell’esecutivo Berlusconi. La guerra ai fannulloni conquista da mesi i titoli dei telegiornali. I sondaggi lo incoronano – parole sue – ‘Lorella Cuccarini’ del governo, il più amato dagli italiani. Brunetta nella caccia alle streghe contro i dipendenti pubblici non conosce pietà. Ha ristretto il regime dei permessi per i parenti dei disabili, sogna i tornelli per controllare i magistrati nullafacenti e ha falciato i contratti a termine. Dagli altri pretende rigore, meritocrazia e stakanovismo, odia i furbi e gli sprechi di denaro pubblico, ma il suo curriculum non sempre brilla per coerenza. A ‘L’espresso’ risulta che i dati sulle presenze e le sue attività al Parlamento europeo non ne fanno un deputato modello. Anche la carriera accademica non è certo all’altezza di un Nobel. Ma c’è un settore nel quale l’ex consigliere di Bettino Craxi e Giuliano Amato ha dimostrato di essere davvero un guru dell’economia: la ricerca di immobili a basso costo, dove ha messo a segno affari impossibili per i comuni mortali.

.

Chi l’ha visto Appena venticinquenne, Brunetta entra nel dorato mondo dei consulenti (di cui oggi critica l’abuso). Viene nominato dall’allora ministro Gianni De Michelis coordinatore della commissione sul lavoro e stende un piano di riforma basato sulla flessibilità che gli costa l’odio delle Brigate rosse e lo costringe a una vita sotto scorta. Poi diventa consigliere del Cnel, in area socialista. Nel 1993, durante Mani Pulite firma la proposta di rinnovamento del Psi di Gino Giugni. Nel 1995 entra nella squadra che scrive il programma di Forza Italia e nel 1999 entra nel Parlamento europeo.
.
Proprio a Strasburgo,
se avessero applicato la ‘legge dei tornelli’ invocata dal ministro, il professore non avrebbe fatto certo una bella figura. Secondo i calcoli fatti da ‘L’espresso’, in dieci anni è andato in seduta plenaria poco più di una volta su due. Per la precisione la frequenza tocca il 57,9 per cento. Con questi standard un impiegato (che non guadagna 12 mila euro al mese) potrebbe restare a casa 150 giorni l’anno. Ferie escluse. Lo stesso ministro ha ammesso in due lettere le sue performance: nella legislatura 1999-2004 ha varcato i cancelli solo 166 volte, pari al 53,7 per cento delle sedute totali. “Quasi nessun parlamentare va sotto il 50, perché in tal caso l’indennità per le spese generali viene dimezzata”, spiegano i funzionari di Strasburgo. Nello stesso periodo il collega Giacomo Santini, Pdl, sfiorava il 98 per cento delle presenze, il leghista Mario Borghezio viaggiava sopra l’80 per cento. Il trend di Brunetta migliora nella seconda legislatura, quando prima di lasciare l’incarico per fare il ministro firma l’elenco (parole sue) 148 volte su 221. Molto meno comunque di altri colleghi di Forza Italia: nello stesso periodo Gabriele Albertini è presente 171 volte, Alfredo Antoniozzi e Francesco Musotto 164, Tajani, in veste di capogruppo, 203.

.

La produttività degli europarlamentari si misura dalle attività. In aula e in commissione. Anche in questo caso Brunetta non sembra primeggiare: in dieci anni ha compilato solo due relazioni, i cosiddetti rapporti di indirizzo, uno dei termometri principali per valutare l’efficienza degli eletti a Strasburgo. L’ultima è del 2000: nei successivi otto anni il carnet del ministro è desolatamente vuoto, fatta eccezione per le interrogazioni scritte, che sono – a detta di tutti – prassi assai poco impegnativa. Lui ne ha fatte 78. Un confronto? Il deputato Gianni Pittella, Pd, ne ha presentate 126. Non solo. Su 530 sedute totali, Brunetta si è alzato dalla sedia per illustrare interrogazioni orali solo 12 volte, mentre gli interventi in plenaria (dal 2004 al 2008) si contano su due mani. L’ultimo è del dicembre 2006, in cui prende la parola per “denunciare l’atteggiamento scortese e francamente anche violento” degli agenti di sicurezza: pare non lo volessero far entrare. Persino gli odiati politici comunisti, che secondo Brunetta “non hanno mai lavorato in vita loro”, a Bruxelles faticano molto più di lui: nell’ultima legislatura il no global Vittorio Agnoletto e il rifondarolo Francesco Musacchio hanno percentuali di presenza record, tra il 90 e il 100 per cento.

.

Se la partecipazione ai lavori d’aula non è da seguace di Stakanov, neanche in commissione Brunetta appare troppo indaffarato. L’economista sul suo sito personale ci fa sapere che, da vicepresidente della commissione Industria, tra il 1999 e il 2001 ha partecipato alle riunioni solo la metà delle volte, mentre nel biennio 2002-2003, da membro titolare della delicata commissione per i Problemi economici e monetari, si è fatto vedere una volta su tre. Strasburgo è lontana dall’amata Venezia, ma non si tratta di un problema di distanza. A Ca’ Loredan, nel municipio dove è stato consigliere comunale e capo dell’opposizione dal 2000 al 2005, il nemico dei fannulloni detiene il record. Su 208 sedute si è fatto vedere solo in 87 occasioni: quattro presenze su dieci, il peggiore fra tutti i 47 consiglieri veneziani.

.
Brunetta spendeva invece molto tempo libero per mettere a segno gli affari immobiliari della sua vita. Oggi il ministro possiede un patrimonio composto da sei immobili (due ereditati a metà con il fratello) sparsi tra Venezia, Roma, Ravello e l’Umbria, per un valore di svariati milioni di euro. “Mi piacciono le case e le ho pagate con i mutui”, ha sempre detto. Effettivamente per comprare e ristrutturare la magione di 420 metri quadrati con terreno e piscina in Umbria, a Monte Castello di Vibio, vicino a Todi, Brunetta ha contratto un mutuo di 600 milioni di vecchie lire del 1993. Ma per acquistare la casa di Roma e quella di Ravello, visti i prezzi ribassati, non ne ha avuto bisogno. Cominciamo da quella di Roma. Alla fine degli anni Ottanta il rampante professore aveva bisogno di un alloggio nella capitale, dove soggiornava sempre più spesso per la sua attività politica. Un comune mortale sarebbe stato costretto a rivolgersi a un’agenzia immobiliare pagando le stratosferiche pigioni di mercato. Brunetta no.
.
Come tanti privilegiati, riesce a ottenere un appartamento dall’Inpdai, l’ente pubblico che dovrebbe sfruttare al meglio il suo patrimonio immobiliare per garantire le pensioni ai dirigenti delle aziende. Invece, in quel tempo, come ‘L’espresso’ ha raccontato nell’inchiesta ‘Casa nostra’ del 2007, gli appartamenti più belli finivano ai soliti noti. Brunetta incluso. Un affitto che in quegli anni era un sogno per tutti i romani, persino per i dirigenti iscritti all’Inpdai ai quali sarebbe spettato. Lo racconta Tommaso Pomponi, un ex dirigente della Rai ora in pensione, che ha presentato domanda alla fine degli anni Ottanta: “Nonostante fossi stato sfrattato, non ottenni nessuna risposta. Contattai presidente e direttore generale, scrissi lettere di protesta, inutilmente”. Pomponi ha pagato per anni due milioni di lire di affitto e poi ha comprato a prezzi di mercato, come tutti. Il ministro, invece, dopo essere stato inquilino per più di 15 anni con canone che non ha mai superato i 350 euro al mese, ha consolidato il suo privilegio rendendolo perpetuo: nel novembre 2005 il patrimonio degli enti infatti è stato ceduto. Brunetta compra insieme agli altri inquilini ottenendo uno sconto superiore al 40 per cento sul valore di stima. Alla fine il prezzo spuntato dal grande moralizzatore del pubblico impiego è di 113 mila euro, per una casa di 4 vani catastali, situata in uno dei punti più belli di Roma. Si tratta di un quarto piano con due graziosi balconcini e una veranda in legno. Brunetta vede le rovine di Roma e il parco dell’Appia antica. Un appartamento simile a quello del ministro vale circa mezzo milione di euro: con i suoi 113 mila euro l’economista avrebbe potuto acquistare un box.
.
GUARDA LO SFOGLIO: I documenti dell’acquisto della casa Inpdai
.
Un tuffo in Costiera Anche il buen retiro di Ravello è stato un affare immobiliare da Guinness. Brunetta, che si autodefinisce “un genio”, diventa improvvisamente modesto quando passa in rassegna i suoi possedimenti campani. “Una proprietà scoscesa”, ha definito questa splendida villa di 210 metri quadrati catastali immersa in 600 metri di giardino e frutteto. Seduto nel suo patio il ministro abbraccia con lo sguardo il blu e il verde, Ravello e Minori.
.
Per comprare i ruderi che ha poi ristrutturato ha speso 65 mila euro tra il 2003 e il 2005. “Quanto?”, dice incredula Erminia Sammarco, titolare dell’agenzia immobiliare Tecnocasa di Amalfi: “Mi sembra impossibile: a quel prezzo un mio cliente ha venduto una stalla con un porcile”. Oggi un rudere di 50 metri quadri costa circa 350 mila euro, e una villa simile a quella dell’economista supera di gran lunga il milione di euro. Il ministro ha certamente speso molto per la pregevole ristrutturazione, tanto che ha preso un mutuo da 300 mila euro poco dopo l’acquisto del 2003 che finirà di pagare nel 2018, ma ha indubbiamente moltiplicato l’investimento iniziale.
.

.
Ma come si fa a trasformare una catapecchia senza valore in una villa di pregio? ‘L’espresso’ ha consultato il catasto e gli atti pubblici scoprendo così che Brunetta ha comprato due proprietà distinte per complessivi sette vani catastali, affidando i lavori di restauro alla migliore ditta del luogo. Dopo la cura Brunetta, al posto dei ruderi si materializza una villetta su tre livelli su 172 metri quadrati più dépendance, rifiniture in pietra e sauna in costruzione. Per il catasto, invece, l’alloggio passa da civile a popolare. In compenso, i sette vani sono diventati 12 e mezzo. Come è stata possibile questa lievitazione? “Diversa distribuzione degli spazi interni”, dicono le carte. La signora Lidia Carotenuto, che fino al 2002 era proprietaria del piano inferiore, ricorda con un po’ di malinconia: “La mia casa era composta di due stanzette, al massimo saranno stati 40 metri quadrati e sopra c’era un altro appartamento (che misurava 80 metri catastali, ndr) in rovina. So che ora il Comune di Ravello sta costruendo una strada che passerà vicino all’abitazione del ministro. Io non avrei venduto nulla se l’avessero fatta prima…”. A rappresentare Brunetta nell’atto di acquisto della dépendance nel 2005 è stato il geometra Nicola Fiore, che aveva seguito in precedenza anche le pratiche urbanistiche. Fiore era all’epoca assessore al Bilancio del comune, guidato dal sindaco Secondo Amalfitano, del Partito democratico. I rapporti con il primo cittadino è ottimo: Brunetta entra nella Fondazione Ravello. E quest’anno, dopo le elezioni, Amalfitano fa il salto della barricata, entra nel Pdl e lascia la Costiera per Roma dove viene nominato suo consigliere ministeriale.
.
Il Nobel mancato “Io sono un professore di economia del lavoro, l’ho guadagnato con le unghie e con i denti. Sono uno dei più bravi d’Italia, forse d’Europa”, ha spiegato Brunetta ad Alain Elkann, che di rimbalzo lo ha definito “un maestro della pasta e fagioli” prima di chiedergli la ricetta del piatto. L’economista Ada Becchi Collidà, che ha lavorato nello stesso dipartimento per otto anni, dice senza giri di parole che “Renato non è uno studioso. È prevalentemente un organizzatore, che sa dare il meglio di sé quando deve mettere insieme risorse”. Alla facoltà di Architettura di Venezia entra nel 1982, dopo aver guadagnato l’idoneità a professore associato in economia l’anno precedente. Come ha ricordato in Parlamento il deputato democratico Giovanni Bachelet, Brunetta non diventa professore con un vero concorso, ma approfitta di una “grande sanatoria” per i precari che gravitavano nell’università. Una definizione contestata dal ministro, che replica: avevo già tutti i titoli.
.
In cattedra Secondo il curriculum pubblicato sul sito dell’ateneo di Tor Vergata (dove insegna dal 1991), al tempo il giovane Brunetta poteva vantare poche pubblicazioni: una monografia di 500 pagine e due saggi. Il primo era composto di dieci pagine ed era scritto a sei mani, il secondo era un pezzo sulla riduzione dell’orario edito da ‘Economia&Lavoro’, la rivista della Fondazione Brodolini, di area socialista, che Brunetta stesso andrà a dirigere nel 1980. Tutto qui? Nel mondo della ricerca esistono diverse banche dati per valutare il lavoro di uno studioso. Oggi Brunetta si trova in buona posizione su quella Econlit, che misura il numero delle pubblicazioni rilevanti: 30, più della media dei suoi colleghi. La musica cambia se si guarda l’indice Isi-Thompson, quello che calcola le citazioni che un autore ha ottenuto in lavori successivi: una misura indiretta e certo non infallibile della qualità di una pubblicazione, ma che permette di farsi un’idea sull’importanza di un docente. L’indice di citazioni di Brunetta è fermo sullo zero.
.
Le valutazioni degli indicatori sono discutibili, ma di sicuro il mondo accademico non lo ha mai amato: “L’università ha sempre visto in lui il politico, non lo scienziato”, ricorda l’ex rettore dello Iuav di Venezia, Marino Folin. Nel 1991, da professore associato, riesce a trasferirsi all’Università di Tor Vergata. In attesa del Nobel, tenta almeno di diventare professore ordinario partecipando al concorso nazionale del 1992. In un primo momento viene inserito tra i 17 vincitori. Ma un commissario, Bruno Sitzia, rimette tutto in discussione. Scrive una lettera e, senza riferirsi a Brunetta, denuncia la lottizzazione e la poca trasparenza dei criteri di selezione. “Si discusse anche di Brunetta, e ci furono delle obiezioni”, ricorda un commissario che chiede l’anonimato: “La situazione era curiosa: la maggioranza del collegio era favorevole a includere l’attuale ministro, ma non per i suoi meriti, bensì perché era stato trovato l’accordo che faceva contenti tutti. Comunque c’erano candidati peggiori di lui”. Il braccio di ferro durò mesi, poi il presidente si dimise.
.
E la nuova commissione escluse Brunetta. Il professore ‘migliore d’Europa’ viene bocciato. Un’umiliazione insopportabile. Così fa ricorso al Tar, che gli dà torto. Poi si appella al Consiglio di Stato, ma poco prima della decisione si ritira in buon ordine. Nel 1999 era riuscito infatti a trovare una strada per salire sulla cattedra. Un lungo giro che valica l’Appennino e si arrampica alle pendici del Gran Sasso, ma che si rivela proficuo. È a Teramo che ottiene infine il riconoscimento: l’alfiere della meritocrazia, bocciato al concorso nazionale, riesce a conquistare il titolo di ordinario grazie all’introduzione dei più facili concorsi locali. Nel 1999 partecipa al bando di Teramo, la terza università d’Abruzzo. Il posto è uno solo ma vengono designati tre vincitori. La cattedra va al candidato del luogo ma anche gli altri due ottengono ‘l’idoneità’. Brunetta è uno dei due e torna a Tor Vergata con la promozione. Un’ultima nota. A leggere le carte del concorso, fino al 2000 Brunetta “è professore associato a Tor Vergata”. La stranezza è che il curriculum ufficiale – pubblicato sul sito della facoltà del ministro – lo definisce “professore ordinario dal 1996”. Quattro anni prima: errore materiale o un nuovo eccesso di ego del Nobel mancato?
.
Hanno collaborato Michele Cinque e Alberto Vitucci
13 novembre 2008
.
__________________________________________________________________________________________________
.
__________________________________________________________________________________________________

Brunetta: «Le Br vogliono farmi fuori»

Il ministro della Pubblica Amministrazione: «Sbagliato pubblicare indirizzi e mappe delle mie case»

.

Renato Brunetta (LaPresse)
Renato Brunetta (LaPresse)

ROMA – «Sono sotto scorta perché le Br vogliono farmi fuori». Lo ha affermato il ministro per la Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, conversando con un suo interlocutore. Lo riferisce l’Agi. Brunetta, al centro di una inchiesta dell’Espresso, lamenta che «si siano pubblicati indirizzi, foto e mappe delle case dove risiedo».

MALIZIA – In precedenza, il ministro aveva detto: «Apprendo, da anticipazioni di stampa, che il settimanale L’Espresso mi dedica la copertina e un’inchiesta. Questa attenzione non può che farmi piacere, il contenuto ancora di più. L’inchiesta fruga nella mia vita. Fruga nel mio patrimonio. Fruga nella mia carriera universitaria. Fruga nella mia attività politica e di consulente. Fa tutto questo da par suo, con malizia ed esagerazione. Alla fine, però, restituendo il ritratto di una persona per bene».

.
13 novembre 2008

fonte: http://www.corriere.it/politica/08_novembre_13/brunetta_brigate_rosse_4118841a-b19f-11dd-a7b7-00144f02aabc.shtml


Gli universitari verso Roma Milano, tensione studenti-polizia

Vigilia della manifestazione, i Collettivi assediano la Stazione Centrale
Blitz di destra in due sedi Cgil. Epifani: “No violenze, c’è chi non aspetta altro”

Gli universitari verso Roma Milano, tensione studenti-polizia Milano, gli studenti alla stazione Centrale

.

ROMA – Un invito a non cedere alle provocazioni perché “c’è chi non aspetta altro”. Così Guglielmo Epifani, alla vigilia dello sciopero dell’università e della ricerca e della manifestazione, prevista a Roma domani mattina, e alla luce del doppio blitz compiuto in mattinata da Azione studentesca (An), in due sedi Cgil, quella della Federazione lavoratori della conoscenza a Roma e della Camera del lavoro a Brescia. Duro il leader del sindacato: “Basta con i metodi squadristici” ha detto, aggiungendo un invito alla calma in previsione della mobilitazione di domani: “Solo un movimento pacifico allarga i consensi. Dalla strada dell’illegalità non si esce, e fa diventare più deboli e vulnerabili. C’è qualcuno che non vede l’ora, vorrei evitare di dargli soddisfazione”. Al corteo non ci sarà la Cisl, che ha revocato lo sciopero dopo l’incontro con la Gelmini. La Uil conferma l’agitazione: “Dal ministro nessun segnale, nemmeno una telefonata”. Adesioni anche dagli studenti italiani all’estero. Niente sconti da Trenitalia. Tafferugli fra Collettivi studenteschi e polizia a Milano, dove i giovani hanno cercato di trattare un “prezzo politico” per l’acquisto dei biglietti del treno.

Tensione alla stazione di Milano. Gli studenti milanesi hanno alla fine trovato un accordo per partire alla volta di Roma dalla Stazione Centrale di Milano, dove erano arrivati intorno alle 15, accolti da un massiccio spiegamento di forze dell’ordine. I ragazzi, circa 400, partono con un treno speciale. Volevano pagare 15 euro a testa per un biglietto di andata e ritorno mentre la cifra fissata dalle Fs era di 44 euro. Per il treno speciale, la cifra complessiva è di 18000 euro: 8000 raccolti dagli studenti mentre 5000 dovrebbero essere messi a disposizione, a testa, dalla Cgil e da Prc. Garante della firma del contratto, la Camera del lavoro di Milano. Clima sereno, dopo che nel pomeriggio si erano registrate tensioni con le forze dell’ordine. Era volato qualche spintone e c’erano stati contatti tra giovani e polizia in seguito al tentativo degli studenti di bloccare l’accesso ai binari.

FOTO: STUDENTI E POLIZIA ALLA STAZIONE CENTRALE

Roma, cortei e percorsi.
Due i concentramenti previsti. Il primo corteo partirà alle 8 da piazza della Repubblica e avrà il seguente percorso: viale Einaudi, piazza dei Cinquecento, via Cavour, largo Corrado Ricci, via dei Fori Imperiali con arrivo previsto a piazza Madonna di Loreto (piazza Venezia). Il secondo corteo invece partirà alle 9 da piazza Bocca della Verità e percorrerà via Petroselli, via del Teatro Marcello, piazza Araceli, via Araceli, via delle Botteghe Oscure, via Florida, largo Arenula, via Torre Argentina, largo Torre Argentina, corso Vittorio, piazza S. Pantaleo, via della Cuccagna e arriverà a piazza Navona.

Chi parte e chi resta.
Qualche numero: 10 pullman della Cgil in partenza dalla Calabria, oltre a quelli organizzati autonomamente da studenti e lavoratori; oltre 50 pullman dalla Toscana e migliaia di persone in partenza con il treno o con mezzi propri; 1500 fra studenti e docenti delle università e delle accademie delle Marche; una delegazione di 200 persone dalla Sicilia, anche se nelle maggiori città dell’isola sono previste altre iniziative. Chi non può partire organizza manifestazioni e incontri nella propria città. E’ il caso di Palermo, Ragusa, Caltanissetta, Trani, Barletta, Foggia, Perugia, Teramo, Prato, Siena, Treviso, Venezia, Padova, Torino, Cuneo, Bergamo.

Brunetta: “Enti esonerati da taglio 10% organico”. E’ questo il risultato dell’incontro avvenuto oggi a Roma fra il ministro della Funzione pubblica, i rappresentanti del ministero dell’Istruzione e i presidenti degli enti di ricerca. “L’intervento – si legge in una nota del ministero – è stata la prima risposta positiva alla richiesta dei presidenti stessi”. Dal tavolo, prosegue la nota, “è stata ribadita l’esigenza di estendere, per gli enti di ricerca, fino al 2012, l’utilizzazione del budget economico pieno relativo al turn over”.

.

13 novembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2009-7/sciopero-e-assalto/sciopero-e-assalto.html