Archivio | novembre 15, 2008

Sfigurata mentre andava a scuola, 17enne afghana sfida i talebani: «Voglio studiare»

Shamsia Husainai (foto Rafiq Maqbool - Ap) KABUL (15 novembre) – L’acido le ha deturpato il viso e danneggiato un occhio. Ma non è riuscito a toglierle la voglia di lottare per cambiare un Paese, l’Afghanistan, in cui alle donne non è consentito studiare liberamente. Non è servito a proteggerla nemmeno il burqa che era costretta a indossare, e che gli aggressori le hanno sollevato per buttarle sul volto l’acido.

La protagonista di questa storia drammatica ha 17 anni e si chiama Shamsia: è stata aggredita insieme a un’altra decina di sue compagne davanti al liceo di Kandahar, la violenta città del sud dell’Afghanistan da sempre roccaforte dei Taleban. Ma non ha abbassato la testa, Shamsia. Piuttosto ha sfidato i suoi aggressori: «Continuerò ad andare a scuola – ha detto – anche se mi dovessero uccidere».

Shamsia e le sue amiche sono state aggredite da alcuni uomini in motocicletta che, dopo essersi avvicinati al gruppo di studentesse con il burqa le hanno afferrate, hanno tolto loro il velo e spruzzato il volto con l’acido. Le ragazze sono ricoverate lontano da casa, nell’ospedale militare di Kabul, i cui medici devono ora decidere se inviare Shamsia in India per cure più adeguate.

Dal suo letto, col viso ricoperto da un unguento giallo, Shamsia con voce flebile lancia la sua sfida: «Ai miei nemici – dice – lancio questo messaggio: anche se ci riprovassero altre 100 volte, io continuerò i miei studi. Sto studiando per costruire il mio Paese».

L’attacco finora non è stato rivendicato, ma la gente e le autorità sanno che l’atto porta il marchio di fabbrica dell’integralismo islamico. Lo stesso presidente afghano, Hamid Karzai, l’ha attribuito ai «nemici dell’Afghanistan», espressione con cui ci si riferisce ai ribelli Taleban. Quando i fondamentalisti erano al potere in Afghanistan, dal 1996 al 2001, l’istruzione femminile fu messa al bando in nome della più rigida interpretazione dell’Islam. Oggi un loro portavoce, Yusuf Ahmadi, al telefono con l’Afp ha però negato la paternità del gesto: i Taleban, dice, «non commetterebbero mai un’azione così vigliacca contro dei bambini». Il gesto potrebbe essere quindi un’iniziativa spontanea locale. Ma l’aggressione di Kandahar confluisce in una campagna diffusa e capillare dei Taleban contro la scuola, non solo femminile.

Centinaia gli edifici scolastici distrutti negli ultimi anni (604 degli 11.000 del Paese), centinaia gli insegnanti uccisi. Secondo il ministero dell’istruzione, nel solo 2008 gli addetti alla scuola assassinati sono stati 120 e le scuole attaccate 115. «In alcune zone arretrate – dice un portavoce del ministero, Hamid Elmi – i gruppi armati se la prendono con le scuole perché si tratta dei soli edifici pubblici e sono quindi bersaglio facile. In altre zone, in particolare vicino alla frontiera col Pakistan – dice ancora – Gli insorti vogliono chiudere le scuole per obbligare i ragazzi a frequentare le madrasse», le scuole coraniche, fucine dell’integralismo tanto in Afghanistan quanto in Pakistan. L’attuale governo di Kabul non concorda con una simile interpretazione del Corano: «L’istruzione femminile in Afghanistan andrà avanti», dice un dirigente, mentre per il ministero per la condizione femminile, l’attacco alle ragazze di Kandahar è «profondamento contrario ai principi dell’umanità e della religione».

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=34743&sez=HOME_NELMONDO


VERGOGNE D’ITALIA – Due morti sul lavoro, uno era in cantiere ma nessuno lo conosce

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Era su un’impalcatura, sporco di intonaco, quando è caduto e non si è più rialzato. Si chiamava Francesco Piedigrotta e aveva 43 anni. Ma nessuno, nel cantiere dove l’hanno trovato morto, dice di averlo mai conosciuto.

È successo a Modugno, in provincia di Bari, in un cantiere dove sono in corso i lavori di intonacatura della facciata di uno stabile. I testimoni raccontano che l’uomo si è accasciato su un tramezzo dell’impalcatura, all’altezza del terzo piano. Mentre si accasciava ha urtato la testa ed è morto.

I lavori sono appaltati alla ditta Edil-euro intonaci di Bari: i responsabili negano che Piedigrotta fosse un loro dipendente, gli operai non vedono, non sentono, non parlano. In attesa che a qualcuno torni la memoria, sulla vicenda indaga il tribunale di Bari.

Sempre venerdì un altro incidente mortale è successo all’ interno della Solvay di Rosignano, in provincia di Livorno. La benna di una ruspa utilizzata per spostare materiale ammassato sul piazzale della ditta ha travolto due operai: uno di loro, Francesco Bellagotti, 32 anni, è morto. Il suo collega ha riportato fratture ad una gamba e alle costole. La ruspa, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, non funzionava bene e gli operai erano scesi per vedere come ripristinarne il funzionamento.

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fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=73096

Ciampi su Berlusconi: didascalico, ma profondamente vero / Dittatore? Giudicate voi

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“Gli italiani sono presi da una strana cupidigia di servitù. E più Berlusconi straccia il tessuto istituzionale, più loro chiedono di essere servi”

Carlo Azeglio Ciampi, ex Presidente della Repubblica

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fonte:  “Il ventennio del Cavaliere”, di Massimo Giannini, Repubblica di oggi, pag 35

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“Citizen Berlusconi” è la versione originale del documentario trasmesso il 21 agosto 2003 dalla Pbs, tv pubblica americana, e che NESSUNA televisione Italiana ha mai voluto trasmettere.

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I PARTE

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II PARTE

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III PARTE

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IV PARTE

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V PARTE

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fonte:  http://www.dittatori.it/berlusconi.htm

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Al telefono.

Berlusconi: Come dici Barak? Ah sì? Anche tu odii i comunisti e le loro strumentalizzazioni?

Bondi: Mi scusi Dio, ma quello è un telefono giocattolo.

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fonte: http://www.scaricabile.blogspot.com/

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Università, Gelmini: «No all’egualitarismo del 18 politico, l’opposizione collabori» / E l’Università si scrive l’autoriforma

Un momento del corteo di ieri a Roma (foto Toiati)

ROMA (15 novembre) – All’indomani dello sciopero contro la riforma dell’Università, che ha visto scendere in piazza a Roma migliaia di studenti da tutta Italia in tre distinti cortei, Cgil e Uil in un altro, il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini ribadisce la propria convinzione sulla necessità e l’opportunità delle misure adottate. Si dice «orgogliosa» del decreto e dichiara guerra all’ideologia dell’egualitarismo «del 18 o del 6 politico a tutti». «Dobbiamo avere il coraggio di cambiare, mettendo da parte la paura – dice ai giovani dei Circoli del buongoverno a Montecatini Terme (Pistoia) – Chi sta con i giovani non può che percorrere strade nuove».

Gelmini è stata accolta da cartelli che inneggiavano alla sua riforma «Gelmini caccia i baroni»; «Mariastella con i giovani», alcuni degli slogan esibiti all’arrivo del ministro. «Ci assumiamo tutte le nostre responsabilità per le iniziative – ha proseguito Gelmini – che abbiamo avviato e siamo aperti al confronto. Ma non chiedeteci di difendere lo status quo».

Cancellare l’egualitarismo del 18 politico. «Noi vogliamo cancellare dalla scuola e dall’università l’ideologia dell’egualitarismo, del 18 o del 6 politico a tutti. Lo vogliamo fare perché abbiamo fiducia nelle persone e vogliamo premiare il merito». Poco prima di affrontare questo tema, il ministro aveva detto: «Bisogna evitare il falso egualistarismo che ha reso la nostra classe insegnante tra le meno pagate d’Europa e la nostra società tra le meno eguali d’Europa. Non è vero che in Italia ci sono pari opportunità per tutti nei campi dell’istruzione, dell’università e della ricerca».

Abolizione del valore legale della laurea. Poi il ministro ha parlato dell’intenzione di abolire il valore legale della laurea: «Può essere stato un azzardo avere inserito l’abolizione del valore legale della laurea nelle linee guida della riforma dell’università – ha detto – Forse il sistema universitario non può essere maturo per mettere questo tema al primo punto. Certamente è un punto di arrivo. Se si vuole creare una vera concorrenza bisogna entrare nel merito della proposta».

Diritto allo studio non è l’università sotto casa. «Il diritto allo studio non si attua con l’università sotto casa oppure moltiplicando gli insegnamenti – ha poi aggiunto Gelmini – l’offerta formativa deve tener conto delle esigenze del mondo del lavoro. Per dare nuovi finanziamenti all’università tenteremo nuovi percorsi: spero in un grande coinvolgimento delle imprese, ma deve essere chiaro che questo non significa privatizzazione. Stiamo faticando a trovare risorse nel pubblico come nel privato. Ma non possiamo arrenderci a restare tra gli ultimi posti nel mondo come qualità». Gelmini ha quindi ricordato che la nostra prima università si colloca al 192° posto nella classifica mondiale: «Vogliamo che presto almeno una si classifichi fra le prime cento».

Un’agenzia per la ricerca. Il ministro ha poi detto di aver «recuperato un progetto di Letizia Moratti per dare vita a un’agenzia della ricerca». Un organismo nazionale che ha il compito di ripartire i fondi alla ricerca in base a parametri sul loro valore scientifico. Secondo il ministro, attualemente solo il 7% delle risorse viene assegnato con questo criterio. Per la fine della legislatura il governo pensa di arrivare al 30%.

L’opposizione dia il suo contributo. Infine, Gelmini ha rivolto un appello all’opposizione: «Voglio fare un appello alle opposizioni e al ministro del governo ombra Mariapia Garavaglia, di cui ho stima – ha detto – Abbiano il coraggio di fornire anche il loro contributo per migliorare la scuola».

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=34725&sez=HOME_SCUOLA

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Università, compito per il weekend: scrivere l’autoriforma

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Dopo settimane di mobilitazione, è arrivato il momento di mettere tutto nero su bianco. L’Università La Sapienza di Roma, sabato e domenica, accoglie l’assemblea nazionale degli studenti: due giorni per discutere di “autoriforma”. Ovvero, per dare voce a chi negli atenei ci studia e ci lavora. E forse sa meglio della Gelmini cosa c’è che non va.

Obiettivo dell’assemblea è quello di elaborare, al posto dei provvedimenti volti a «razionalizzare e ridurre la spesa e il debito pubblico» del decreto 133, una serie di proposte per riformare davvero il sistema universitario italiano. Una «costituente», la chiamano gli studenti. Perché nessuno vuole difendere lo status quo – che è fatto di precariato, di logiche baronali, di una formazione sempre più spizzicata e superficiale – ma tutti vogliono poter dire la loro.

Il weekend di mobilitazione si apre sabato con un’assemblea plenaria, poi tocca ai gruppi di lavoro affrontare le singole questioni, i pilastri dell’autoriforma: si discuterà innanzitutto di didattica, altri si concentreranno su welfare e diritto allo studio, altri ancora elaboreranno proposte su formazione e lavoro.

Tutti i risultati dell’assemblea saranno disponibili sulle pagine web degli Atenei in rivolta o su Uniriot, il network delle «facoltà ribelli». All’assemblea partecipano i collettivi studenteschi delle principali università italiane, ma è previsto l’arrivo anche di alcune delegazioni straniere da Parigi, da Barcellona, da Londra.

Domenica, infine, l’obiettivo è anche quello di rimettere insieme la protesta degli universitari con quella della scuola tutta. «L’onda anomala che attraversa le università di tutta Italia – spiegano da La Sapienza – è la stessa che vede mobilitarsi le maestre elementari contro la distruzione del tempo pieno e del modello pedagogico della scuola primaria, la stessa che parla alle centinaia di migliaia di insegnanti precari delle scuole superiori che perderanno ogni speranza di lavoro e stabilizzazione a causa dei tagli di Tremonti e Gelmini, la stessa che sta mobilitando i ricercatori precari dell’Università e degli enti di ricerca per rivendicare la stabilizzazione e il rilancio della ricerca pubblica. Per questo – spiegano – nella giornata di domenica 16 novembre vogliamo costruire una grande Assemblea nazionale di tutto il mondo della scuola e della formazione, con la partecipazione di studenti medi ed universitari, maestre, insegnanti, ricercatori, perché l’onda anomala continui a portare in piazza la rabbia dell’intero mondo della formazione».

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VIDEO (CLICCA L’IMMAGINE)

La grande manifestazione dell'università a Roma

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fonte: http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=73129

Donna nuda crocifissa al letto sul poster choc anti-violenza. «Stop» dall’assessore Cadeo

Il manifesto annuncia la giornata nazionale contro gli stupri

Bloccata l’affissione. L’associazione: abbiamo tutti i permessi. Oliviero Toscani: la censura è subumana

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Una (bella) donna distesa e semi-nuda su un letto (di dolore?). A braccia aperte. La scritta poi toglie ogni dubbio: «Chi paga per i peccati dell’uomo?». Evidente, così, il riferimento al crocifisso e al martirio cristiano. È bufera sulla campagna pubblicitaria di Telefono Donna, onlus fondata nel 1992 e insignita dal Comune una decina d’anni fa con tanto di benemerenza civica. La donna crocifissa avrebbe dovuto campeggiare su cinquecento spazi pubblicitari. Testimonial choc (la campagna è dell’agenzia internazionale Arnold WorldWide) in vista della giornata mondiale contro la violenza sulle donne, in calendario per il 25 novembre. Tutto fermo, congelato. Perché da Palazzo Marino le pressioni sono fortissime.

L’assessore al Decoro Urbano, Maurizio Cadeo (An), davanti al rendering dei primi manifestini è sobbalzato. No, quell’immagine non deve passare. Non almeno sugli stalli pubblicitari del Comune. Il messaggio spedito agli uffici che gestiscono la pubblicità del Comune è chiaro: opporsi in ogni modo. «Perché rispondere alla violenza con violenza?», domanda Cadeo. Una questione anche di decoro. La pensa così anche il capogruppo di An, Carlo Fidanza: «Il manifesto strumentalizza il simbolo della cristianità. In una città dove giustamente si sanziona chi viola il decoro pubblico, è giusto opporsi a questo tipo di campagne».

Il Comune prepara allora la controffensiva. Lo stesso Cadeo, insieme con Mariolina Moioli (titolare delle deleghe per le Politiche sociali), sta studiando un altro manifesto, altrettanto «efficace ma meno provocatorio». Un altro collega di giunta (e compagno di partito) si smarca. È l’assessore alla salute Giampaolo Landi di Chiavenna: «Non sono scandalizzato. Ho grande rispetto per le sensibilità degli altri miei colleghi, ma credo che a volte la violenza dei messaggi sia importante per creare coscienza e sensibilità». La polemica infuria. Oliviero Toscani, maestro dell’immagine da pugno nello stomaco, sbotta: «Non ho visto le foto, ma non importa: censurare è subumano. Punto. non esiste peggior violenza della censura».

Stefania Bartoccetti, presidente dell’associazione cade dalle nuvole. «I manifesti sono già stati stampati dopo il primo via libera degli uffici comunali. Ora staremo a vedere. Domani (oggi ndr), con l’agenzia che ha curato la campagna, decideremo il da farsi». «A noi non risulta che tutti i permessi siano stati accordati – replica Cadeo -. E comunque, in casi come questi, bisogna distinguere l’iter burocratico dalle responsabilità politico-amministrative». Campagna blasfema? Si difende la Bartoccetti: «Io sono cattolica praticante. La crocifissione vuole solo essere l’immagine della sofferenza estrema». Da Salemi si fa vivo anche l’ex assessore Sgarbi: «Quella di Milano è un’amministrazione che dovrebbe dimettersi, invece di continuare a menarla con queste stupidaggini». E i poster? «Sono pronto a ospitarli a Salemi ».

Andrea Senesi

14 novembre 2008

fonte: corriere.it/vivimilano

Che razza di sepolcri imbiancati… ma cosa ci dovevano mettere su questo manifesti, i fidanzatini di Peynet? E poi, come dice giustamente Ladytux nel suo post, ben altre immagini sono passate senza scatenare questo polverone… ma già, allora non c’era la libertà di parola di cui godiamo adesso (il che, per chi si ricorda i tempi, è tutto dire).

Lavoratori peruviani aggrediti a Villa Borghese: «Immigrati andatevene»

Villa Borghese ROMA (15 novembre) – Aggrediti a Villa Borghese a Roma mentre svuotavano i cestini della spazzatura. Le vittime, padre e figlio di 54 e 28 anni, cittadini peruviani, sono stati colpiti con calci e pugni da un uomo che gli urlava contro: «Immigrati andatevene». A denunciare il fatto Fabio Benedetti, presidente della Cooperativa sociale Parco di Veio, che gestisce la manutenzione di Villa Borghese e per la quale i due immigrati lavorano. Padre e figlio sono stati medicati in un vicino ospedale, ne avranno per 30 giorni. Gli aggressori, secondo il racconto delle vittime, erano tre: chi li ha picchiati, armato con un pugno di ferro, era vestito con anfibi e giubbotto neri. Al pestaggio ha assistito il proprietario del bar della Casina dell’orologio che ha allertato la polizia.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=34735&sez=HOME_ROMA


Don Luigi Merola: “Mi ha scritto il killer che doveva uccidermi”

Don Luigi Merola (Ansa)

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Caserta, 15 novembre 2008  – Il prete anticamorra don Luigi Merola ha reso noto di aver ricevuto una lettera dal killer designato dalla camorra ad ucciderlo. Il religioso lo ha comunicato nel corso degli Stati generali della legalita’ promossi dal Pd a Caserta.

Merola ha detto di averla ricevuta pochi giorni fa nella sede della sua fondazione ‘’’A voce d’e creature’’, debitamente firmata, ma non ha voluto rivelare il nome di chi gli ha scritto.

’’Ti conoscevo – si legge in un passaggio della missiva scritta a penna e lunga sette pagine – conosco la tua testardaggine e il tuo coraggio, sei una persona che dava e da’ fastidio al male e purtroppo era capitato a me di eliminarti e spegnerti ma fortunatamente cio’ non e’ successo perche’ quel giorno quando sono entrato in chiesa tu stavi spiegando il passaggio del Vangelo sul figliol prodigo e non me la sono sentita di portare a termine il mio compito anche se sapevo le conseguenze alle quali sarei andato incontro’’.

Don Merola ha ribadito il proprio impegno contro la camorra e ha annunciato che tornera’ a Napoli per ricoprire fin dalla settimana prossima il ruolo di presidente della fondazione ‘’ ‘a voce de creature’’ nella quale ad oggi figurava come assistente spirituale: ‘’Dobbiamo rompere le scatole ogni giorno – ha detto – e lo faro’ tornando a tempo pieno a Napoli usando la parola.  Ai politici dico – ha concluso – lavorate per la gente senza compromessi sugli appalti, solo cosi’ la gente vi dara’ la propria fiducia’’.

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2008/11/15/132872-luigi_merola_scritto.shtml

G8 – Canterini e la sua difesa: “Io e i miei uomini martiri paghiamo per tutti ma non ci arrendiamo”

"Io e i miei uomini martiri paghiamo per tutti ma non ci arrendiamo" Sangue alla Diaz dopo il massacro compiuto dalla polizia

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ROMA – Il questore Vincenzo Canterini, ex comandante del VII Nucleo mobile nei giorni del G8, condannato, insieme ai suoi capisquadra, a 4 anni di reclusione dal Tribunale di Genova per la mattanza della “Diaz”, sta rientrando a Bucarest, al suo ufficio di dirigente Interpol. Ha in mano una lettera, che pubblichiamo qui a fianco. Dice: “L’ho appena finita di scrivere ai miei ragazzi. Quelli che, da giovedì sera, pagano per tutti. Dei martiri civili”.

Di martiri civili e senza processo, alla “Diaz”, ce ne sono stati 93. Donne, uomini. Giovani, anziani. Erano inermi e innocenti.
“In questi sette anni, non c’è stato un solo giorno in cui non mi sia associato al giudizio che di quella notte venne dato dal mio vice, Michelangelo Fournier. Disse: “È stata una macelleria messicana”. E lo disse la prima volta che, insieme, fummo sentiti dal procuratore aggiunto di Genova, qualche giorno dopo i fatti. Cosa doveva dire di più? Il punto è che non sono io, non siamo stati noi i macellai di quella notte”.

Chi è stato allora?
“Me lo ha già chiesto in passato e glielo ripeto: non lo so. So però, e il processo lo ha dimostrato, che in quella scuola c’era una macedonia di polizia. Più di 400 tra agenti e funzionari. Il professor Silvio Romanelli, il mio avvocato, in aula, ha giustamente parlato della “notte del volontario”. Di decine, centinaia di agenti arrivati nella scuola comandati da non si sa bene chi e perché. Ma, in sette anni, si è preferito che il faro rimanesse puntato soltanto sul VII nucleo”.

È colpa forse della Procura o del metro di giudizio del tribunale se non si è riusciti a sfondare questo muro di omertà, o non invece di chi questo muro lo ha eretto proprio tra voi poliziotti? Di chi non sa, non ricorda, non ha visto.
“Non sono abituato a discutere il lavoro e le scelte dei magistrati e tanto più le sentenze che pronunciano. Dico però che se questo doveva essere l’esito, allora sono orgoglioso di aver ricevuto la condanna più alta. Perché è giusto che sia io a rispondere dei miei uomini. Anche di quello che non hanno fatto. Anzi, le dispiace se le leggo un brano della lettera che ho scritto ai miei uomini?”.

Legga.
“Il 21 luglio del 2001, dopo 18 ore di servizio, ci è stato ordinato di entrare in piena notte, in un edificio che non conoscevamo, e ci è stato detto che, probabilmente, vi avremmo trovato occupanti pericolosi ed armati. Io e voi sappiamo benissimo cosa è successo, ci siamo guardati più volte negli occhi. E guardandoci abbiamo capito la nostra professionalità, il nostro cameratismo, la nostra dignità”.

Mentre intorno a voi dei civili diventavano degli invalidi, ad esempio. Questo non lo ricorda.
“Guardi, io non ho intenzione di rifare il processo. Di ricordare in quale piano della scuola erano i nostri capisquadra e i nostri uomini. Cosa erano in grado di vedere o di impedire. Ma forse è utile sapere che per fare 93 feriti sono stati impiegati 4 minuti, il che è difficile per un reparto di 70 uomini. È utile sapere che all’interno di quella scuola io non sono neppure entrato. Che, quella sera, non indossavo neppure il casco. Non avevo il tonfa. Non avevo la pistola. Che il mio vice, entrato nella scuola, si tolse il suo di casco per gridare a uomini che non erano del VII di interrompere le violenze. Diciotto testimoni tra gli aggrediti presenti nella scuola, hanno riferito in aula che uomini del VII si adoperarono per soccorrere i feriti. Questa è forse una spedizione punitiva?”.

L’odio di quella notte avrà pure dei padri. Non crede?
“Io non odio nessuno. A Genova, abbiamo avuto i nostri feriti, i nostri ustionati e, come ho ricordato ai miei uomini, seguendo un istinto che forse trascendeva dal semplice dovere istituzionale, abbiamo buttato il cuore oltre l’ostacolo. Contro individui mascherati, violenti ed organizzati, quanto e forse meglio di noi”.

Alla Diaz, nessuno era mascherato e violento. I travisati e i violenti erano i poliziotti.
“Voglio solo dire che, in 41 anni di carriera immacolata, non sono mai caduto nella trappola dell’odio che chiama odio. Ai miei uomini del VII, oggi, dico questo. E mi scusi se leggo, ma anche a 60 anni, non ho perso la capacità di emozionarmi: “Abbiamo perso una battaglia. Ci siamo sentiti umiliati e forse traditi. Ma quante volte chi ci aggrediva pensava di averci sopraffatto e poi si accorgeva che invece eravamo vivi e fieri di esser noi. (…) Lasciamo tutte queste persone nei loro passamontagna e con i loro bastoni. Diamogli l’illusione di avere vinto e facciamogli vedere che alla lunga saremo noi a vincere perché potremo guardarli negli occhi non con l’odio, che si riserva ad un nemico, ma con la serena consapevolezza della nostra innocenza. Coraggio ragazzi il vostro comandante vi è vicino ed ancora indossa il casco insieme a voi. Ancora non ci hanno messo a terra”…”.

“Il vostro comandante indossa il casco con voi”. È una minaccia?
“Per carità. È orgoglio e fratellanza con i miei uomini”.

Chi sono “tutte queste persone nei passamontagna” a cui si riferisce? I suoi colleghi di quella notte?
“Chi vuole capire, capisca. Dico solo che i celerini saranno anche ignoranti, ma non sono stupidi”.

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15 novembre 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/cronaca/g8-genova-5/parla-canterini/parla-canterini.html?rss


Addio a Paco Ignacio Taibo I

https://i1.wp.com/img.informador.com.mx/biblioteca/imagen/266x200/106/105940.jpgPaco Ignacio Taibo I

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di Rita Sala

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Puebla de Los Angeles, città messicana in cui Tabo I ambienta il suo più bel romanzo ROMA (15 novembre) – «Ho cullato dentro di me l’immagine di mio padre che si negava il sonno e faceva la cosa più difficile da fare: scrivere dopo aver scritto, rubando le ore al riposo».
Paco Ignacio Taibo II, scrittore, saggista e giornalista, divo internazionale della cosiddetta novela negra, ha dipinto con questa frase la grandezza, anche intima, di Paco Ignacio Taibo I, 84 anni, grande giornalista e scrittore a propria volta, capace di dedicarsi alla letteratura nottetempo, dopo aver lavorato tutto il giorno in un quotidiano.

Di origine spagnola (era nato a Gijon, nelle Asturie), Taibo I è vissuto in Messico oltre mezzo secolo. A Città del Messico ha detto addio alla terra che amava, alla famiglia, a un popolo che lo considera uno di casa e, insieme, un maestro integerrimo, spiritoso e buono. Intellettuali e persone semplici lo piangono perché ha imposto la sua integrità, la sua interpretazione etica della vita e della società, la fede nella cultura come strumento capace di cambiare il mondo. Ha sessanta libri all’attivo, fra romanzi, saggi e reportage, e una lunga carriera giornalistica: «Mio padre ha vissuto una vita meravigliosa» giura il figlio, biografo del Che e di Pancho Villa.

Paco Ignacio Taibo I approdò alle coste messicane nel 1958, con la moglie e il piccolo Ignacín. Aveva abbandonato la Spagna su una nave per lasciarsi alla spalle il franchismo, le persecuzioni, la fame. Al Messico e ai messicani si abituò subito, la sua casa divenne in poco tempo un punto di riferimento sicuro per ogni emigrante. Ospitò, per brevi e lunghi periodi, personaggi di primo livello quali Max Aub, Luis Buñuel, Pedro Garfias, Joan Manuel Serrat, Luis Alcoriza. «Cominciai a fare il giornalista sulle due ruote, cioè come cronista di ciclismo. Erano gli anni Cinquanta. Molto tempo è passato, ma io sono rimasto lo stesso: continuo su due ruote» ironizzava nel maggio scorso, costretto su una sedia a rotelle, mentre lo insegnivano “alla carriera” del maggior premio di giornalismo del suo Paese. Il riconoscimento lo ha guadagnato combattendo per la verità, sempre e comunque: «Se stiamo zitti anche una sola volta, la voce e la parola ce la toglieranno per sempre. Far bene il nostro mestiere, non essere in vendita, è il solo cuscino che ci permette di dormire la notte e di dar da mangiare ai nostri figli senza rimorsi. L’estetica del buon giornalista? Farsi bello al momento di mettere la rinuncia sul tavolo da pranzo».

La sua letteratura è avvincente e preziosa. Fra i molti titoli ricordiamo Palidas banderas, Siempre Dolores, Flor de la tontería, Fuga, ferro e fuoco (da pochi giorni in libreria, traduzione italiana di Andrea Manenti per Tropea, 342 pagine, 16,90 euro), un romanzo che rammenta, per groviglio di situazioni, fascino, lucidità d’invenzione e descrizione lussureggiante, I misteri di Parigi di Eugéne Sue, tanto cari a Umberto Eco. Siamo a Puebla de los Angeles, nel Messico, alla fine del Settecento. In un convento di clausura, capitanate dalla pasionaria Maria Magdalena de la Concepción, le monache domenicane fanno una vita da regine. Fantesche e bambine le servono in celle segnate dal lusso, dall’abbondanza di cibo e bevande, da passatempi non proprio conventuali. E con forza rivoluzionaria, queste “sorelle” libere si oppongono al rigido vescovo che vorrebbe “normalizzarle”. Poi l’orizzonte cambia. A Puebla, due secoli più tardi, gli studenti che manifestano contro il regime politico hanno preso il posto delle suore e…

Taibo I si è dedicato anche alla cucina e al cinema; ha raccolto la biografia di Indio Fernández e quella di María Félix. Fra i reportage, citiamo Ocurrencias. Notas de viaje e El hombre sin corbata y otras fabulaciones. Ma l’eredità più importante che ci lascia è il suo concetto di cultura: «La cultura non è fatta per vendere, ma per metterci in armonia con il mondo, con l’intelligenza, con il meglio di noi stessi».

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=34714&sez=HOME_SPETTACOLO

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Dan último adiós familiares y amigos a Paco Ignacio Taibo I

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Jueves 13 de Noviembre de 2008

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Escritores, amigos y familiares de Paco Ignacio Taibo I, literato, periodista y dramaturgo, además de infatigable promotor cultural, pugnaron porque se reedite la obra de quien fuera uno de los más sobresalientes autores hispanoamericanos.

Benito Taibo, hijo del escritor, periodista e historiador, aseguró que existe una parte de las obras de su padre que se encuentra en el olvido “y que debería de reeditarse”.

Dijo que le “gustaría que la Ciudad de México reeditara algunas de sus cosas, en esos programas para regalar que tienen en sus tianguis. Sería bueno que eso se hiciera, que se reeditara `Los cazadores”, una de sus grandes obras de teatro. También `Morir del
todo”, obra que relata el exilio español.

“A mi padre le encantaba leer, estuvo en su silla de ruedas en los repartos de libros en los tianguis y siempre decía que regalaran una de sus publicaciones”, recordó.

En lágrimas, Paco Ignacio II y Benito Taibo recordaron a su padre como un hombre que se dedicó a lo que mejor sabía hacer: escribir.

“Dejó una clara enseñanza de centenares de periodistas que formó, educó y regañó, de que el periodismo no es un negocio sino una pasión, un acto de servicio”, expreso Benito.

“Fue el maestro de muchas generaciones de periodistas con un ejemplo ético a lo largo de una carrera de más de 60 años”, abundó Paco Ignacio II.

Ante unas 30 personas, entre amigos y familiares que arribaron desde temprana hora a su domicilio, en la colonia Condesa de esta ciudad, para dar el último adiós al autor nacido en Gijón, Asturias, España, el 19 de junio de 1924, los dos hijos recordaron que si algo hizo bien su padre fue “un gran homenaje a la amistad sobre todas las
cosas”.

Fue un privilegio haber tenido un padre como él, reveló Benito al recordar que se trató de en hombre al que no lo preocupó cuánto le iban a pagar por su trabajo.

En la sala de su domicilio, rodeado de grandes libreros, cuadros coloniales, máscaras prehispánicas y fotografías, en el sitio mismo donde recibió a varios exiliados de diversos países, es velado el cuerpo del periodista, sobre cuyo féretro fue colocado un gran sarape con su famoso “Gato culto”.

Al respecto, Paco Ignacio I y Benito refirieron que “fue un hombre que le dio vida a uno de los personajes más importantes de la prensa mexicana: el `Gato culto”, una viñeta que apareció diariamente con alguna frase sobre el acontecer cultural”.

En su oportunidad, el escritor Leo Eduardo Mendoza,
amigo y quien trabajara con Taibo I durante más de 10 años en la sección de cultura de un diario, aseguró que el periodista “fue un ejemplo de congruencia y honradez.

“Era un maestro, un gran escritor, un hombre generoso y que se entregaba a su trabajo”, dijo.

Recordó que un día pasó por él a su casa para irse al trabajo y ya en el automóvil, cuando circulaban por una calle del Centro Histórico, vieron pasar a Cuauhtémoc Cárdenas y Taibo I le aplaudió por haberse retirado de la precandidatura presidencial.

“Qué puedo decir, eran cosas de Taibo, era un hombre muy ocurrente y divertido”, agregó.

Al respecto, Marina Taibo, nieta del autor de novelas como “Pálidas banderas”, “Siempre Dolores”, “Fuga, hierro y fuego” y “Flor de la tontería”, recordó a su abuelo como un hombre que le enseñó a sonreír pese a las circunstancias.

“Lo quise mucho. Tuvimos varios viajes, entre ellos a París y Nueva York, le encantaba mucho esta última ciudad. Viajar con él era una de las cosas más deliciosas que había”, dijo.

Decenas de personas continúan su paso por el domicilio para despedir al autor de una prolífica obra entre teatro, crónicas, ensayos y novelas, quien en mayo pasado recibió el Premio Nacional de Periodismo.
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sgf

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fonte: http://www.cronica.com.mx/nota.php?id_nota=397749

LIBERTA’ E INFORMAZIONE – Attenzione: il DDL Levi non coinvolge solo i blog

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Scritto da luca spinelli il 11 Novembre 2008

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 Roma – La notizia sul DDL Levi che ho pubblicato lunedì su Punto Informatico (e da noi riportata.. n.d.m.) sta suscitando parecchie reazioni.

Sul pezzo per il quotidiano ho puntato sull’aspetto di coinvolgimento dei blog, ma è bene fare una precisazione che mi pare stia sfuggendo a molti.

Nella definizione di “prodotto editoriale” (ovvero coloro che debbono iscriversi al ROC purchè vi sia in qualche modo un introito indotto) non ricadono solo i blog, ma centinaia di migliaia di altri siti internet con finalità ben differenti da quelle meramente informative: dai siti che raccolgono barezzette, alle enciclopedie, alle guide online, ai siti culturali, educativi, formativi, e così via.

Infatti, i siti che pubblicano materiale con finalità di “informazione, formazione, divulgazione, intrattenimento” (art 3 del ddl), sono molti di più che i semplici blog.

Basterebbe l’uso di qualche banner, o l’uso di quel sito come fonte di guadagno, per farlo ricadere nella tipologia indicata dal DDL come “prodotto editoriale” che deve iscriversi al ROC, ha maggiori responsabilità, maggiori costi, maggiore burocrazia, ed è imputabile per i reati sulla stampa.

Che chi produce contenuti online paghi le tasse su ciò che eventualmente guadagna è corretto. Ma è già così. Che chi produce contenuti online sia responsabile di ciò che pubblica è corretto. Ma è già così. Che chi produce contenuti online debba avere sulla propria testa tutte le aggravanti previste dal codice penale, così come tutti gli adempimenti burocratici degli operatori di comunicazione, lo è molto meno.

In linea generale, comunque, ciò che mi preoccupa non è tanto l’improbabile chiusura di mezza blogsfera italiana, quanto piuttosto il potere intimidatorio che questa legge porta con se. Così come già molte altre in Italia, buone solo per essere tirate fuori ogni volta che c’è bisogno di un cavillo legale cui appendersi. Invece che chiarire e ripulire uno dei corpus normativi più grandi e impenetrabili al mondo – vero ben godi per i “cavillanti” – si propongono altre leggi fumose e contestabili che prestano il fianco a pruriti censori.

Questo mi preoccupa.

LS

ps: Suggerisco un’intervista a Valentino Spataro di un paio di settimane addietro sull’argomento generale. Molto comunicativa.
ps2: Per chi volesse, sulla rete si trova anche un mio commento più articolato sull’intera vicenda.

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fonte: http://lucaspinelli.com/?p=225