Archivio | novembre 16, 2008

Avvocato di strada, pronto soccorso per chi finisce nei guai / Mihai, quando a finire all’ospedale è un clandestino

di Davide Madeddu

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È una sorta di pronto soccorso giudiziario per chi non ha neppure un tetto sotto cui dormire. L’ultima ancora per poter difendere i propri diritti o farsi difendere in nome della legge. Un punto di riferimento diventato ora anche più prezioso per chi non ha più né una casa né altre persone cui chiedere aiuto e sostegno. Si chiama Avvocato di strada, ed è l’associazione che, fondata a Bologna nel 2001 dall’avvocato Antonio Mumolo ora assicura assistenza legale ai senza dimora, nella maggior parte italiani, in una quindicina di città d’Italia.

Solo a Bologna, nell’ultimo anno sono stati mille coloro che hanno chiesto e ottenuto aiuto e assistenza. «Qualcuno bussa e chiede aiuto e assistenza perché ha subito una violenza, qualche altro perché, dopo un intervento chirurgico che gli ha salvato la vita in extremis si è visto recapitare dall’ospedale il conto di duemila euro con i carabinieri – racconta Jacopo Fiorentini, portavoce dell’associazione – qualche altro ancora perché cerca di ricostruire la sua vita e non sa come muoversi tra tribunali e uffici giudiziari e una pioggia di multe che, continuano ad arrivare senza sosta».

Storie di vita, molto spesso distrutta e disperata che sono diventate quasi l’ordinarietà. «L’esperienza nasceva dalla necessità, sentita da più parti, di poter garantire un apporto giuridico qualificato a quei cittadini oggettivamente privati dei loro diritti fondamentali – spiega il presidente Antonio Mumolo -. Gli sportelli legali di Avvocato di strada sono legati dall’Associazione Avvocato di strada Onlus per cercare di favorire una crescita comune delle esperienze, condividere, attraverso il confronto di esperienze, un’idea comune sugli obiettivi e le modalità di intervento del progetto».

Un’attività nata in maniera quasi pionieristica con poche persone disposte a sacrificare buona parte del proprio tempo libero per dedicarsi agli altri. «E garantire i diritti degli altri, anche dei più deboli – chiarisce Antonio Mumolo – Abbiamo iniziato nel 2001 come costola dell’associazione Piazza Grande ed eravamo in due, io che sono giuslavorista e un’avvocatessa che si occupava del penale aprendo uno sportello di assistenza». Subito poi si è aggiunta una seconda fase, quella di andare a dare assistenza cercando le persone. «Dopo l’attivazione dello sportello siamo andati a cercare le persone nei dormitori – prosegue l’avvocato – Oggi solo a Bologna siamo 50, in tutta Italia a prestare servizio gratuito per Avvocato di strada ci sono 500 avvocati». Legali che cercano di dare assistenza e aiuto al mezzo milione di persone che, senza un tetto e una casa vive sotto i ponti o nelle stazioni ferroviarie. «La nostra attività, che è bene precisarlo è gratuita sempre, è finalizzata a far garantire i diritti di chi non ha la forza e gli strumenti per difendersi, noi seguiamo solo chi è senza casa – spiega Mumolo – quando si vince una causa ogni avvocato che fa parte dell’associazione versa il suo compenso allo sportello di appartenenza. Ossia alla struttura che ha avviato la procedura di assistenza per la persona senzatetto».

Non c’è solo l’attività giudiziaria che molto spesso «vede i senza casa parte lesa in processi penali perché vittime di pestaggi, aggressioni» ma anche quella che viene definita la seconda possibilità. Ossia i programmi perché chi è finito in strada possa ricostruirsi una nuova esistenza. «Oggi è molto facile finire in strada – aggiunge Mumolo – basta che un matrimonio naufraghi o che chi, magari vive solo, perda il lavoro e il passo per trovarsi poi in mezzo alla strada è breve». Anche perché «l’essere poveri viene vissuto quasi come una colpa e una vergogna e quindi crea una condizione psicologica che alla fine fa precipitare chi si trova in questa situazione».

Per questo motivo, e far sì che la tutela dei diritti venga garantita sempre l’associazione Avvocato di strada ha deciso di estendere la sua attività in altri centri d’Italia. «Si opera con associazioni tanto laiche quanto religiose che già esistono – aggiunge ancora il presidente- perché l’obiettivo è quello di far rispettare i diritti delle persone. Non è una questione di favore ma di diritti che tutti hanno. Anche chi è povero e non ha la forza di gridare».

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fonte: http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=73132

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Avvocato di strada Onlus Tel. 051397971 – Fax 0513370670

info@avvocatodistrada.it

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Mihai, quando a finire all’ospedale è un clandestino

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di Davide Madeddu

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Dopo il danno la beffa. Ossia dopo un incidente e l’intervento d’urgenza anche la convocazione dai carabinieri e il conto da saldare presentato dall’ospedale. È una delle vicende che Avvocato di strada ha seguito nel 2004 a Bologna. Protagonisti, come racconta Jacopo Fiorentini portavoce dell’associazione due fratelli rumeni, all’epoca «clandestini». «Mihai è un rumeno di diciannove anni arrivato in Italia alla ricerca di un futuro – racconta – È senza permesso di soggiorno, e vive con suo fratello Tudor, che già da qualche anno lavora in Italia ed è un immigrato regolare».

Il 22 settembre Mihai cade accidentalmente dal motorino e si rompe la gamba destra. «È una brutta botta, la frattura è scomposta, e il ragazzo viene ricoverato d’urgenza presso un Istituto Ortopedico cittadino – racconta ancora Fiorentini che ricostruisce la storia anche sulle pagine di Piazza Grande –  In accettazione la situazione non è delle più semplice Mihai è un clandestino, e suo fratello è preoccupato per le conseguenze che potrebbero derivare dal suo ricovero».

Tudor, come racconta ancora l’esponente dell’associazione, non sa se uno straniero può vantare il diritto all’assistenza sanitaria e la sua unica preoccupazione è che suo fratello venga curato. «Tudor non lo sa, ma in realtà in Italia chi è senza permesso di soggiorno può richiedere il tesserino STP, Straniero Temporaneamente Presente, che permette di ottenere presso qualsiasi struttura sanitaria tutte le cure necessarie. Cure che sono gratuite per chi dichiara la propria indigenza». Proprio qui nascono i problemi per il giovane rumeno. «L’addetto all’accettazione gli fa firmare un modulo standard con cui s’impegna a pagare i costi dell’operazione. Il modulo non indica una cifra esatta, Tudor lo firma e versa 250 euro credendo di pagare la cifra complessiva per il ricovero del fratello. L’operazione riesce bene, e i due rumeni tornano a casa». Pochi giorni dopo un’amara sorpresa.

«L’operazione che poteva essere gratuita in realtà è costata 2.618,88 euro, – racconta ancora Fiorentini – una cifra ingente, viste le modeste condizioni economiche di due stranieri immigrati. Ma non ci sono santi che tengano: l’Ospedale vuole i suoi soldi, entrano in scena le forze armate, e la nostra storia scivola nella farsa». Risultato? «I Carabinieri di Marzabotto, su espressa richiesta dell’Ospedale, si recano a casa di Tudor, e lo invitano a presentarsi in caserma per fornire chiarimenti».

I due fratelli chiedono aiuto alla struttura ”Ambulatorio senza margini” che, dopo una serie di richieste  di chiarimenti inviate tanto alla struttura sanitaria quanto alla Regione Emilia Romagna e, infine, all’associazione Avvocato di strada. Ci vuole un po’ di tempo a alla fine, dopo la presentazione di una serie di richieste di interventi all’amministrazione regionale e alla struttura ospedaliera si trova una soluzione. «Alla fine – spiega Fiorentini – l’ospedale, alla luce di una serie di contestazioni e osservazioni presentate dall’avvocato Alessandra Morleo dello sportello Avvocato di strada di Bologna risponde che ai due giovani rumeni nulla è dovuto. Non solo, ai due vengono restituiti anche i 250 euro versati come cauzione».

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fonte: http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=73133

SALUTE – «L’errore non sarà più reato» Pronta la legge per i dottori

Nove cause su dieci si concludono con l’assoluzione. Santelli: depenalizziamo. Ma imperizia e negligenza resteranno punite

http://data.kataweb.it/kpm2eolx/field/foto/foto/1328268

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ROMA — Destino inesorabile per otto su dieci. Denunciati e trascinati in tribunale per sospetta malpractice. Accusati di aver sbagliato. Un rischio che i chirurghi devono mettere in preventivo e dal quale cercano di difendersi con tutte le armi. Ricorrendo ad esempio alla cosiddetta medicina difensiva, cioè prescrivendo al paziente cure, ricoveri, esami che in cuor loro ritengono superflui ma che risulterebbero solidi scudi in caso di processo. Ogni anno il sistema sanitario pubblico sborsa tra 12 e 20 miliardi per analisi di tipo precauzionale. Una proposta di legge appena depositata ha l’obiettivo di alleggerire «il disagio di fronte alla crescita prepotente del contenzioso medico legale e alla richiesta di risarcimento a tutti i costi».

Un progetto di depenalizzazione dell’errore medico annunciato già a giugno dal sottosegretario al Welfare Fazio, e auspicato dalle categorie dei camici bianchi, chiamati da famiglie e pazienti a sostenere battaglie giudiziarie infinite che in quasi 9 casi su 10 si concludono con l’assoluzione. Primi firmatari Iole Santelli (vicepresidente commissione Affari Costituzionali) e Giuseppe Palumbo (presidente Affari sociali), entrambi Pdl, il provvedimento introduce nel codice penale e civile una serie di aggiunte e nuovi articoli che definiscono la colpa professionale legata ad un atto medico e chiariscono i meccanismi del nesso di causalità. «Ora la giurisprudenza non dà margini di certezza, i tribunali decidono in modo discrezionale, non c’è uniformità e i cittadini possono fare causa contro tutti e tutto», spiega la Santelli. «Un conto sono imperizia e negligenza che continueranno ad essere punite e resteranno nell’ambito penale — aggiunge Palumbo —. Un altro sono gli errori che non derivano da omissioni o superficialità tecnico scientifica. E allora la causa è civile».

Insomma, sarà meno automatico per i cittadini citare il dottore in giudizio. La legge si affianca a quella già in discussione al Senato, avviata da Antonio Tomassini. Obiettivi «modesti», si spiega nella premessa: «Alleggerire la pressione psicologica sul medico e l’animo a volte vendicativo del paziente nei confronti dei sanitari, accelerare la soluzione delle vertenze giudiziarie». Particolare importanza viene attribuita alle caratteristiche dei periti, al ruolo delle assicurazioni e al consenso informato. Un anno di carcere per chi «sottopone una persona contro la sua volontà a un trattamento arbitrario». «Siamo il Paese col maggior numero di denunce contro la categoria, assieme al Messico — lamenta Rocco Bellantone, segretario della società italiana di chirurgia —. Solo in Italia i reati medici vengono puniti penalmente, altrove si dà per scontato che chi opera o prescrive una cura non ha un atteggiamento lesivo. Quando sbagliamo siamo accomunati a chi commette un omicidio in stato di ubriachezza». Tra gli specialisti più tartassati, i ginecologi-ostetrici, su cui pesa la doppia responsabilità di mamma e bambino. Tra le contestazioni più frequenti, il ritardato cesareo.

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Margherita De Bac
16 novembre 2008

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fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_novembre_16/errore_medico_depenalizzato_citare_medici_giudizio_e7b88b34-b3bc-11dd-b392-00144f02aabc.shtml

Sapienza, studenti da tutta Italia per riformare l’università dal basso / La Facoltà è affare di famiglia

Migliaia di delegati da tutti gli atenei in assemblea plenaria
Una piattaforma su diritto allo studio, welfare, didattica e ricerca

All’ordine del giorno anche proposte e date per le future mobilitazioni dell’Onda

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di GIOVANNI GAGLIARDI e MARIO REGGIO

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Sapienza, studenti da tutta Italia per riformare l'università dal bassoL’assemblea plenaria dell’Onda alla Sapienza

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ROMA – Una bozza di autoriforma dal basso per iniziare il dibattito verso la costruzione dell'”Altra università”, quella scritta dai protagonisti. Questa mattina a La Sapienza, sul prato alle spalle del rettorato, 2000 delegati arrivati da tutti gli atenei italiani, si sono riuniti in assemblea plenaria. Approvate con una standing ovation le basi della piattaforma programmatica su diritto allo studio, welfare, didattica e ricerca.

All’ordine del giorno anche proposte e date per le future mobilitazioni dell’Onda, prima fra tutte la giornata del 28 novembre nella quale saranno chiamate a raccolta tutte le città italiane, per cortei e iniziative contro i decreti Gelmini su scuola e università. E ancora, prima dell’appuntamento nazionale del 12 dicembre, in occasione dello sciopero generale della Cgil, gli studenti pensano ad un’intera settimana di mobilitazione per rivendicare la gratuità di mense, trasporti e cultura.

Dalla mobilitazione alle proposte,
nel corso dell’assemblea gli studenti hanno fatto il punto sulle proposte emerse fino ad ora. Sul fronte della didattica l’Onda ha bocciato la formula del 3+2 e del sistema dei crediti, proponendo un conseguente accorpamento degli esami. E ancora un’equa retribuzione di stage e tirocini, l’abolizione del numero chiuso e della frequenza obbligatoria, nonché una revisione totale dei piani di studio.

Gli studenti hanno anche stabilito con fermezza il principio dell’indipendenza e dell’autonomia della ricerca “che non deve essere subordinata a logiche di mercato” si legge nel report, e che non può “non essere disgiunta dalla realizzazione di un nuovo concetto di valutazione”. Al centro del dibattito la questione del reddito con il conseguente riconoscimento di stipendi per ricercatori precari e dottorandi.

Tra le proposte relative al sistema del dottorato di ricerca anche la soppressione dei titoli “senza borsa”, l’istituzione di uno statuto nazionale ed una volta concluso il ciclo di ricerca, un contratto unico di lavoro subordinato della durata non inferiore ai 2 anni. Nella lista dei “no” anche quello relativo alle tasse d’iscrizione e al blocco del turn over, mentre in quella delle proposte, la richiesta di un censimento nazionale sul lavoro precario nelle università, la convocazione di una riunione europea del movimento ed un dibattito sulla questione di genere all’interno del mondo universitario.

Inoltre è stata chiesta: l’abolizione di tutti i contratti atipici, garanzie di stabilità di reddito tra un contratto e l’altro, finanziamenti diretti ai gruppi di ricerca senza passare per i docenti. Proposta anche l’abolizione delle due fasce di docenza attuale (associati e ordinari) e la creazione di una fascia unica per mettere un freno ai “concorsi pilotati”.

Nel corso dell’assemblea ha preso la parola anche una rappresentante di “Non rubateci il futuro”, il coordinamento genitori-insegnanti di Roma e Provincia. Paola Di Meo della scuola elementare romana, Iqbal Masih ha annunciato una nuova manifestazione romana indetta per la mattina del 29 novembre: “Ci sarà tutto l’universo della scuola pubblica – ha spiegato l’insegnante – materne, elementari e medie. Saremo in piazza per ribadire le nostre proposte e con noi porteremo ancora una volta i bambini”.

Al termine dell’assemblea plenaria, si è svolta nell’aula 11 di Geologia, occupata, un incontro-dibattito tra gli studenti e un gruppo di insegnanti delle scuole elementari, medie e superiori sul decreto Gelmini.

16 novembre 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2009-7/bozza-autoriforma/bozza-autoriforma.html

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La Facoltà è affare di famiglia

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16 novembre 2008| Marco Menduni

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GENOVA

C’è Lorenzo Moretta, c’è il fratello Alessandro, c’è la moglie Cristina Mingari, la cognata Cristina Bottino. Tutti e quattro ordinari a Medicina, tutti e quattro nel dipartimento di medicina sperimentale, il Dimes. Va da sé che il merito non è in discussione, se persino la prestigiosa rivista Nature colloca i due fratelli-studiosi genovesi tra i venti scienziati più citati nel mondo. Però, professor Lorenzo, in un periodo in cui si parla delle “dinastie” negli Atenei, non pensa che un poker di questo genere possa lasciar perplesso chi lo osserva? Moretta sorride: «Vuol dire che sarei un barone, proprio io che invece sono sempre stato un cane sciolto? Adesso le racconto un po’ di cose che non si sanno».

Il professor Lorenzo Moretta si sfoga: «Scusatemi, ma a questo gioco non ci sto. E lo dice uno che le baronìe le ha vissute davvero, ma dall’altra parte. Io ho perso due concorsi che avrei dovuto vincere in carrozza. Una volta i colleghi sono venuti a dirmi che si vergognavano di aver vinto al mio posto. Solo perché sono sempre stato un cane sciolto, non legato ad alcun gruppo di potere». Quindi lei sa quanto il problema esiste veramente. Ma in questo caso? «Io e mio fratello siamo scienziati conosciuti in tutto il mondo, veniamo chiamati ai convegni in maniera indipendente l’uno dall’altro, oltre a tutto ci occupiamo di argomenti diversi, pur essendo nello stesso dipartimento. E mia figlia è andata a studiare fuori, proprio per non alimentare alcun genere di sospetto e di malalingua». Così il professor Moretta insiste: «Noi dedichiamo tutto il nostro tempo al lavoro. Sposiamo delle colleghe? Credo sia quasi naturale. Ma il discorso vero, che tutti dovrebbero fare, è un altro: queste persone meritano davvero il posto che occupano? Sono delle ottime professioniste o meno? Ecco, questi sono gli interrogativi corretti. Il discorso sulle parentele rischia davvero di essere fuorviante».

Scorrendo gli elenchi dei prof, tra Giurisprudenza ed Economia, la ricorrenza di cognomi identici, e ben conosciuti, sfiora l’affollamento. L’accoppiamento padre-figlio è ricorrente. Ma, volendo accogliere il suggerimento del professor Moretta e non discutendo del merito, una domanda va comunque posta. È così importante, nell’ambiente accademico, essere “figlio di”? Dà davvero una marcia in più? Vittorno Afferni, ordinario di di diritto commerciale a Giurisprudenza, risponde così: «Certo che se io avessi aiutato mio figlio Giorgio, sarei davvero una maglia nera. Lui è stato allievo del professor Vincenzo Roppo, oggi ha un incarico a Scienze della Formazione, dove insegna Diritto privato europeo e l’unica cosa che so di lui è che lavora moltissimo per l’Università. Non ha mai fatto la professione e sarebbe anche l’ora che iniziasse a dedicarsi, visto che è quella che può dare qualche remunerazione, e non l’Università in questa forma».

Il Secolo XIX ha poi sentito Lorenzo Acquarone, avvocato, docente emerito, parlamentare prima della Dc e poi del Ppi, uno dei costituenti della Margherita. «Vuole un aneddoto? Un giorno, ad un esame, il professore chiese a mio figlio Giovanni se era mio parente. Lui rispose: no, è solo uno spiacevole caso di omonimia. Il collega si arrabbiò pure e mi telefonò risentito. Ma questa è la dimostrazione che mio figlio ha sempre voluto fare tutto da solo. D’altronde, all’epoca dei suoi concorsi, mi sono interessato ben poco della sua carriera, perché ero impegnato come senatore. Lui è stato a Genova, poi a Lecce, poi di nuovo a Genova, poi a Bologna. E oggi mi dice: papà, se qualcuno afferma che non me lo sono meritato, gli faccio arrivare un camioncino sotto casa con tutte le mie pubblicazioni». Ma essere “figlio di” è comunque un vantaggio? «Io so che l’unica telefonata, l’unica che ho ricevuto da un collega nella mia vita, era di questo tenore: i titoli di Giovanni sono più che sufficienti, ma visto che è tuo figlio, dovrà fare una pubblicazione in più. Questo per dire: a volte è persino un danno, o almeno un aggravio di lavoro per fugare ogni sospetto e far tacere ogni malalingua. Ma quel che taglia la testa al toro è la stima che i decenti hanno in Facoltà e tra gli studenti, al di là della parentela».

S’infervora un altro professore-avvocato, Andrea D’Angelo. La sua è una risposta appassionata: «E mi scuso – dice – se posso apparire emozionato. Ma un’eventuale accusa di favoritismo verso mio figlio mi fa davvero indignare. Sa quanto guadagna Antonino per lavorare quasi a tempo pieno in Ateneo? Praticamente nulla, è un contratto retribuito in maniera simbolica, cinquanta euro l’anno. E io credo che mio figlio in questo momento stia quasi maledicendo la sua grandissima passione per l’Università, l’ha portato anche a trascurare la professione, che potrebbe dargli ben altre soddisfazioni dal punto di vista economico. Ma chi ama l’insegnamento è fatto così, non bada al mero tornaconto». Anche perché alle spalle ha magari una famiglia solida… «Certo, lo ammetto. Ancora oggi c’è chi non può permettersi certe scelte. Ed è un’ingiustizia che va colmata».

Giuseppe Pericu, ex sindaco di Genova, non dribbla la domanda, tutt’altro. «Io non voglio negare quel che è impossibile negare. Dico che non c’è dubbio, all’inizio un vantaggio esiste. Io e mio figlio Andrea abbiamo fatto due strade diverse e siamo anche in due Facoltà diverse. Ma come si fa a negare che l’ambiente, in qualche modo, aiuta?».

Pericu spiega meglio il suo pensiero: «Aiuta nel senso che sicuramente aumenta le opportunità. Già da piccoli si “respira” una certa aria in famiglia, si conoscono meglio i meccanismi accademici, si conoscono già delle persone. Ma il merito è tutt’altra cosa, quello si misura sul campo e non c’è alcuna raccomandazione che possa trasformare una persona impreparata in un genio».

Essere “figlio di” è quindi un privilegio. «Diciamo che nel sistema che funziona non è un elemento fondamentale, diciamo che concede solo un po’ di vantaggio. Ma per un altro studente preparato, che non abbia alle spalle parentele autorevoli, questo non dovrebbe rappresentare un handicap insuperabile. Certo, parlo di sistema che funziona e qui a Genova penso funzioni. Non così, evidentemente, da qualche altra parte». Ma la sua personale esperienza… «Io so che vengo chiamato spesso per partecipare alle commissioni di concorso. E le potrei giurare che mai, nella mia valutazione, ha pesato la parentela del candidato che avevo davanti».

C’è chi la pensa diversamente. È Giorgio Schiano di Pepe, docente di diritto commerciale a Giurisprudenza. Il suo nome è nel pool degli avvocati dello studio di Vittorio Afferni, così come quello del figlio Lorenzo, ricercatore universitario a Giurisprudenza. «Per me – spiega Giorgio Schiano di pepe – è addirittura un handicap. Io non ho mai fatto assolutamente nulla per mio figlio. Però dico sempre una cosa: nell’Università le omonimie non sono mai casuali. nel senso che è ovvio che i figli, molte volte, vogliano seguire le orme dei padri. Se c’è un vantaggio, lo ammetto, può essere ambientale. Conosci le persone, alcuni ti danno del tu invece che del lei. ma il merito lo si conquista solo sul campo. E nessuno, neanche un genitore, potrà cambiare il destino di un ciuco. Se è un ciuco, rimane tale».

La conclusione? «La mia conclusione è un appello. Cerchiamo di discutere dei problemi veri dell’Università. Il discorso delle parentele può veramente farci incamminare su una brutta china. L’unico vero discrimine è quello del merito. Ci sono dei casi sospetti, anomali, irregolari? Bene, analizziamo e cerchiamo di scoprire quelli. Ma non fissiamoci con le parentele, perché rischiamo di colpire docenti validissimi che, come unica colpa, hanno quella di aver voluto seguire l’esempio dei genitori. Chiediamoci se sono buoni docenti o meno, e non chi siano i loro parenti».

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fonte: http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/genova/2008/11/16/1101887526011-facolta-affare-famiglia.shtml

Indonesia, trema l’isola Sulawesi sisma di forza 7,7. Paura tsunami

E’ rientrato l’allarme lanciato dopo due forte scosse di terremoto
Dalle Hawaii il Noaa aveva parlato del rischio di un’onda distruttiva

Indonesia, trema l'isola Sulawesi sisma di forza 7,7. Paura tsunami L’isola indonesiana di Sulawesi

ROMA – Rientrato l’allarme tsunami in Indonesia. L’allerta era stata lanciata dopo il sisma di magnitudo 7,7 che ha investito l’isola indonesiana di Sulawesi nella provincia di Gorontalo. L’istituto geologico statunitense Usgs, ha parlato di una magnitudo 7,5. Alla prima scossa ne è seguita una seconda di magnitudo 6,0, che ha colpito la stessa zona.

Il governo di Giacarta, subito dopo la scossa di terremto, aveva emanato un allarme tsunami. Anche il Pacific warning center, nelle Hawaii, aveva parlato del rischio di uno tsunami distruttivo “entro un migliaio di chilometri dall’epicentro”. Il Noaa, che monitora tutti i terremoti nell’area devastata dalla terribile onda anomala del 26 dicembre 2004 che investì l’Oceano indiano, aveva anche consigliato alle autorità di Giacarta di “evacuare immediatamente le aree costiere”.

L’agenzia indonesiana ha precisato che le due scosse hanno avuto come epicentro la zona di Gorontalo, a Sulawesi, a 360 km dal capoluogo Manada, a una profondità di 10 chilometri nella crosta terrestre (21 km secondo l’Usgs). Secondo l’ente americano, la prima scossa è stata registrata alle 1.02 locali (le 18,02 in Italia).

Sulawesi, chiamata in epoca coloniale Celebes, con una superficie di 174.000 chilometri quadrati, è l’undicesima isola mondiale per estensione. i suoi abitanti msono 16 milioni. Nessuna zona della terraferma, a causa della forma particolare dell’isola, con quattro estese penisole, dista dal mare più di 90 km.

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16 novembre 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/esteri/terremoto-indonesia/terremoto-indonesia/terremoto-indonesia.html?rss


BOLOGNA – Studenti “comunisti” pestati da naziskin

La Digos ha arrestato quattro persone. Uno delle due vittime è grave in ospedale

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BOLOGNA – Quattro attivisti di estrema destra sono stati arrestati dalla Digos per un’aggressione compiuta la scorsa notte, nel pieno centro di Bologna, a due giovani di sinistra, etichettati come “comunisti”. Prima gli insulti politici, poi il pestaggio: una delle vittime, un 34enne di Catanzaro, è in condizioni serie all’ospedale Maggiore con il naso e una mascella fratturati e una lesione ad un occhio, un suo amico di 21 anni se l’è cavata con qualche livido.

QUATTRO ARRESTATI – Gli arrestati sono Luigi Guerzoni, 33 anni, di Bologna e residente nel ravennate, commerciante, Vincenzo Gerardi, 26 anni, operaio di Cento (Ferrara), residente ad Argelato, entrambi già noti alle forze dell’ordine; Gunther Xavier Latiano, studente di 25 anni, di S.Giovanni Rotondo (Foggia), residente a Bologna, e Alessandro Malaguti, 20 anni, operaio di S.Giovanni in Persiceto residente a Crevalcore, questi ultimi incensurati. Gerardi, noto con il soprannome di “miccia”, è imputato a Bologna per associazione per delinquere finalizzata alla discriminazione e all’odio o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionalistici e religiosi, in un processo che vede coinvolti diversi esponenti di gruppi di estrema destra, per episodi avvenuti tra il 2002 e il 2006. Nella stessa inchiesta era finito anche Guerzoni, che è stato però prosciolto all’udienza preliminare, ma ha alle spalle numerosi precedenti di polizia per reati di discriminazione razziale, porto d’armi, fabbricazione di ordigni esplosivi, violenze e minacce a pubblico ufficiale. Guerzoni inoltre fa parte, insieme a Malaguti, del gruppo musicale “Legittima offesa”; sul proprio sito web il gruppo si definisce «skinheads-band nazionalista e anticomunista».

L’AGGRESSIONE – Ieri sera i quattro, dalle teste rasate e vestiti con abiti e simboli “nazi”, avevano passato la serata in un locale del centro per festeggiare il compleanno di Guerzoni, insieme ad altri amici, in tutto una decina, fra cui un paio di ragazze. Poco dopo le tre, secondo quanto ha ricostruito la Digos, a pochi passi dalle Due Torri, hanno incrociato l’altro gruppo di giovani, sei-sette ragazzi (in gran parte studenti fuori sede pugliesi e calabresi), che provenivano da piazza S.Stefano dopo una festa di laurea. A scatenare gli insulti («comunisti di merda», «partigiani di merda») sarebbe stato il loro aspetto: capelli lunghi e soprattutto una chitarra e un bongo, che è stato subito preso di mira e danneggiato. In due avrebbero reagito alle provocazioni, rispondendo: «Sì sono comunista e me ne vanto» e «Bisogna essere fieri di essere partigiani, i partigiani hanno liberato l’Italia». Le frasi hanno scatenato la rabbia dei quattro che li hanno colpiti con calci, pugni e bottigliate, ma anche con sedie e sgabelli presi dai gazebo esterni di alcuni locali. Ad avere la peggio è stato il trentaquattrenne, pestato anche dopo essere caduto a terra.

LE FERITE – Portato in ambulanza al Maggiore, ha riportato contusioni, fratture e trauma cranico che rendono le sue condizioni gravi. Nel pomeriggio è stato trasferito, per una consulenza, all’ospedale Bellaria. I quattro naziskin sono stati rintracciati quasi subito dalla polizia, chiamata da un amico dei due ragazzi aggrediti, che ha fermato una Volante. Latiano, che era ancora sul luogo del pestaggio, è stato fermato immediatamente, mentre gli altri tre sono stati rintracciati poco dopo. La Digos ha già sentito diversi testimoni, tra cui il ragazzo ferito in modo lieve, che hanno riconosciuto con certezza i quattro arrestati. Per loro il Pm Gabriella Tavano ha disposto l’accompagnamento in carcere, in attesa dell’udienza di convalida davanti al Gip.

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15 novembre 2008 – ultima modifica: 16 novembre 2008

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fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_novembre_15/naziskin_studenti_aggrediti_bologna_comunisti_4d53f3b0-b34b-11dd-8b89-00144f02aabc.shtml


Il ministro Brunetta accusa: “I fannulloni sono di sinistra”

Lo ha detto durante un intervento all’assemblea dei “Circoli del buongoverno”. “Quelli del sindacato si sentono ‘fichi'”

Il ministro Brunetta accusa "I fannulloni sono di sinistra"

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MONTECATINI TERME – “Il Paese è con me, ma un pezzo del Paese no e me ne sono fatto una ragione. E’ il Paese delle rendite, dei poteri forti e quello dei fannulloni, che spesso stanno a sinistra”. Sono parole di Renato Brunetta, ministro della Funzione Pubblica, intervenuto all’assemblea dei Circoli del buongoverno. L’esponente del Governo si è detto dispiaciuto per questo: “Io sono di sinistra – ha detto – sono socialista”.

Immediata la replica di Guglielmo Epifani, leader della Cgil, ospite di “Mezz’ora” su RaiTre: “Ci dia la prova di quello che afferma, perché se non ha prove è un bugiardo. Questi toni non sono quelli nwecessari per un Paese che sta attraversando una crisi molto grave. Ci vorrebbe più serietà – ha aggiunto Epifani – e attenzione alle cose che si dicono. Soprattutto sarebbe utile misurarsi sulle proposte che sono in campo, cioè l’unica cosa di cui non si parla”.

Brunetta ha anche polemizzato con la Cgil, ricordando che si è opposta alle iniziative per la riforma e per il miglior funzionamento della pubblica amministrazione: “Quelli del sindacato – ha aggiunto – si sentono ‘fichi’.
Pensavano che tutto ruotasse intorno a loro. Non hanno firmato il contratto del pubblico impiego. E’ stato un errore, perchè dal 1° gennaio tutti i pubblici dipendenti avranno il contratto rinnovato”.

Il ministro ha anche sottolineato come solo il 7%-14% degli iscritti alla Cgil abbiano aderito allo sciopero per il contratto del pubblico impiego: “Sono ben lontani dal 51% e quindi io vado senz’altro avanti”. “E’ stato une errore per la Cgil tirarsi fuori. Dovrebbero avere – ha concluso – un atteggiamento più responsabile e costruttivo in un momento difficile di crisi”.

A proposito della rappresentatività della Cgil, Epifani ha spiegato che “nel settore pubblico si calcola ogni tre anni con il voto diretto dei lavoratori e con un rapporto del numero degli iscritti. Noi rappresentiamo circa un terzo dei lavoratori pubblici e della scuola. Non siamo la maggioranza assoluta, ma la parte più consistente e meritiamo rispetto”.

Dal canto, il ministro Brunetta ha anche parlato dei dipendenti pubblici che invece fannulloni non sono. “Naturalmente – ha detto – nella pubblica amministrazione c’è anche chi fa miracoli. Il problema è che nei servizi pubblici lo Stato è stato quasi sempre distratto, mentre i dirigenti guardavano dall’altra parte. E’ un miracolo che la maggior parte dei dipendenti abbia continuato a fare comunque il proprio mestiere. Se qualcosa ha funzionato in Italia è per merito dei dipendenti pubblici, che hanno fatto il loro lavoro”.

Nel suo intervento, il ministro ha infine replicato a Franco Bassanini il quale, in un’intervista al Corriere della Sera, ha sostenuto che Brunetta sta eccedendo con i tagli. Il titolare della Funzione Pubblica ha respinto dicendo che: “I pubblici dipendenti italiani sono circa tre milioni 650 mila. Costano molto, ma non in modo eccessivo. Hanno titoli mediamente superiori a quelli dei lavoratori omologhi nel settore privato. Costano circa 300 miliardi di euro l’anno e rappresentano un potenziale di qualità che va valorizzato”.

A margine del confronto a distanza fra Brunetta ed Epifani, c’è anche una presa di posizione di Linda Lanzillotta, ministro della Funzione Pubblica nel governo-ombra del Partito Democratico: “Attenzione ministro Brunetta, la lotta ai fannulloni può essere sostenuta, e noi lo abbiamo fatto l’altro giorno in commissione Affari Costituzionali al Senato, a condizione che non sia nè di destra nè di sinistra, ma nell’interesse dei cittadini per bene e per un paese migliore”.

“Se la lotta divenisse, invece, il pretesto per fare un brutale ‘spoils system’ o per emarginare nelle amministrazioni pubbliche chi ha idee diverse dal ministro, sappia che la nostra opposizione e la nostra azione di denuncia saranno durissime”.
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16 novembre 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/economia/pubblica-amministrazione-1/fannulloni-di-sinistra/fannulloni-di-sinistra.html?rss