Archivio | novembre 21, 2008

Da Vik, sequestrato in Israele – ultim’ora

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COMUNICATO STAMPA

In palese disprezzo di ogni diritto umano, civile e contro ogni legge internazionale, ho trascorso le ultime sei ore rinchiuso con Andrew in una lurida toilette piena di pulci e parassiti e in cui non era presente alcuna fonte di acqua potabile. Questo il trattamento ricevuto per aver annunciato l’inizio di uno sciopero della fame per chiedere il dissequestro dei pescherecci palestinesi rubati ai pescatori palestinesi al largo di Gaza in acque palestinesi al momento del nostro rapimento da parte dei soldati israeliani.

Ci hanno requisito i telefoni cellulari consegnatici ieri dal nostro avvocato ma, cosa ancor più grave, in flagrante violazione delle leggi internazionali, ci è stato impedito qualsiasi contatto con i nostri legali e con il nostro consolato che io ed Andrew abbiamo richiesto più volte a gran voce.

Per denunciare gli incresciosi avvenimenti delle ultime ore ho dovuto sospendere il mio sciopero della fame in modo da farmi restituire il mio telefono e poter trasmettere questa denuncia.

Da quello che ho udito prima che ci separassero, Andrew continuerà a restare in quella cella assolutamente fuori dagli standard di ogni convenzione in tema di detenzione e rispetto dei diritti umani finché a sua volta non sospenderà il digiuno.

Più che come una punizione la mia detenzione di oggi e l’attuale di Andrew possono essere inquadrate come una vera e propria tortura.

E’ più che verosimile che anche Darlene, che continua a digiunare come Andrew, stia subendo lo stesso disumano trattamento.

Mi accingo ora a denunciare il gravissimo episodio al consolato italiano, in seguito a quello scozzese e a quello statunitense.

E’ importante tenersi aggiornati costantemente sulle condizioni psicofisiche dei nostri compagni.

Domani dovrò ricorrere alle cure mediche per le decine punture di insetti e parassiti che ogni notte mi assalgono lasciando piaghe su tutto il mio corpo.

Vittorio Arrigoni,

sequestrato

nel carcere israeliano di Ramle.
21 Novembre 2008
Ore 18.00

(ricevuto da Marele via mail: grazie!)



Intanto anche Vittorio Agnoletto ha emesso un comunicato stampa:

Israele ha sequestrato a Gaza un pacifista italiano

pubblicato il 21 11 2008

«Un pacifista italiano, Vittorio Arrigoni, è stato arrestato martedì scorso dalla marina militare israeliana mentre si trovava a sette miglia dalla costa, al largo della Striscia di Gaza, su un peschereccio insieme a una quindicina di pescatori palestinesi. Arrigoni aveva deciso, insieme ad altri due attivisti internazionali per i diritti umani, uno scozzese e uno statunitense, di accompagnare i palestinesi mentre si procuravano il cibo. La marina israeliana ha requisito il peschereccio e arrestato tutti i presenti nonostante stessero pescando in un’area di mare nella quale gli accordi internazionali riconoscono il diritto alla pesca per i palestinesi. Detenuto senza aver commesso alcun reato, è stato fermato per essere espulso dal governo israeliano in quanto “persona non gradita”; attualmente si trova in carcere a Ramla a circa 30 chilometri da Tel Aviv. L’Italia si attivi subito per la liberazione di un suo cittadino detenuto illegalmente da un altro Paese – dichiara Vittorio Agnoletto, eurodeputato di Rifondazione comunista/Sinistra europea, che questa mattina ha contattato telefonicamente il pacifista italiano – . Vittorio Arrigoni mi ha comunicato che da stamane ha iniziato uno sciopero della fame. Inconcepibile che una persona venga sequestrata dalle autorità di uno Stato, in attesa di un’espulsione immotivata, visto che Arrigoni non ha nemmeno mai messo piede in Israele: infatti è arrivato direttamente a Gaza a settembre, con una nave di pacifisti. Il governo italiano non può tacere di fronte a quanto accaduto nelle acque palestinesi. Oggi presenterò un’interrogazione parlamentare alla Commissione europea, affinché chieda a Israele di rispettare le convenzioni internazionali, e in particolare gli accordi di Oslo sul conflitto arabo-israeliano, che sanciscono l’autogoverno palestinese nell’area di Gaza e la possibilità dei pescatori palestinesi di pescare in un’area di mare fino a 20 miglia dalla costa oltre che il transito sicuro delle persone in quell’area. Israele gode con l’Europa di un rapporto di partnership particolare: non può calpestare in questo modo i diritti di un cittadino europeo, senza che le istituzioni europee muovano un dito».

Vittorio Agnoletto, eurodeputato di
Rifondazione comunista/Sinistra europea, membro della Commissione
Diritti umani del Parlamento europeo

DONNE: DOMANI MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA MASCHILE

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DONNE: DOMANI MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA MASCHILE

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21/11/2008 – 17.32

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(IRIS) – ROMA, 21 NOV – Domani, sabato 22 novembre, alle ore 14 da piazza della Repubblica partirà il corteo della Manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne. Il manifesto di Sommosse, Rete Nazionale di femministe e lesbiche, ricorda che “la violenza maschile è la prima causa di morte e di invalidità permanente delle donne in Italia come nel resto del mondo. La violenza fa parte delle nostre vite quotidiane e si esprime attraverso la negazione dei nostri diritti, la violazione dei nostri corpi, il silenzio”.

Un anno fa, erano scese in piazza oltre 150mila donne, femministe e lesbiche “per dire no alla violenza maschile”.Domani “saremo di nuovo in piazza come femministe e lesbiche per ribadire con la stessa forza, radicalità e autonomia che la violenza maschile non ha classe né confini, nasce in famiglia, all’interno delle mura domestiche, e non è un problema di ordine pubblico ma un problema di ordine culturale e politico”. E al disegno di legge della ministra delle Pari Opportunità Mara Carfagna, “che criminalizza le prostitute e impone regole di condotta per tutte, che ci vuole dividere in buone e cattive, in sante e puttane, in vittime e colpevoli, noi rispondiamo che siamo tutte indecorosamente libere”.

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fonte:http://www.irispress.it/Iris/page.asp?VisImg=S&Art=10670&Cat=1&I=null&IdTipo=0&TitoloBlocco=Italia

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Roma | 21 novembre 2008

Istat, il 6,6% delle donne italiane ha subito violenza prima dei 16 anni

Le giovanissime che non ne parlano sono il 53%

Le giovanissime che non ne parlano sono il 53%
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Un milione e 400 mila italiane, pari al 6,6% delle donne fra i 16 e i 70 anni hanno subito violenza fisica e sessuale prima dei 16 anni. I parenti sono responsabili del 23,8% di queste violenze, quasi quanto gli sconosciuti, pari al 24,8%. In testa parenti di vari gradi (12,2%); seguono, in particolare, gli zii (7%), i padri (1,6%), i nonni (1,4%).

E’ quanto sottolinea, alla vigilia della Giornata internazionale contro la violenza alle donne che si celebra il 25 novembre, un’elaborazione dei dati dell’Istat sull’ultima indagine relativa alla violenza alle donne che ricorda il drammatico dato: sono oltre 14 milioni le donne italiane oggetto di violenza fisica, sessuale, psicologica nel corso della vita.
Circa 6.271.000, il 30,5% di esse, hanno subito la violenza da un partner; 2.077.000 sono state oggetto dello stalking (letteralmente: perseguitare) da parte di un ex partner.

Le violenze ad opera di parenti sono anche le piu’ gravi
Fra coloro che hanno subito violenze dal padre, l’80,4% erano di tipo grave; cio’ vale anche per i fratelli (73,2%). Se il patrigno e il padre adottivo e’ autore dell’1,4% delle violenze,
nel caso di violenze ripetute si arriva al 100%. Percentuale che e’ del 96,2% fra i padri e del 82,6% fra i nonni. La quota delle giovanissime che non parla con nessuno della violenza subita e’ elevata, pari al 53%, dato maggiore rispetto a quelle che hanno subito violenza dopo i 16 anni.

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fonte: http://www.rainews24.it/Notizia.asp?NewsId=88539

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http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/6/6a/Manuela_Palermi_-_Roma_Pride_2008.JPG/200px-Manuela_Palermi_-_Roma_Pride_2008.JPG

VIOLENZA DONNE: PALERMI (PDCI) ADERISCE A MANIFESTAZIONE DOMANI A ROMA

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(ASCA) – Roma, 21 nov – Domani, sabato 22 novembre, Manuela Palermi, direttore di ”rinascita”, il settimanale del Pdci, sara’ presente alla manifestazione che si terra’ a Roma contro la violenza sulla donne. La manifestazione fa parte delle mobilitazioni in occasione della giornata internazionale contro la violenza. ”Un appuntamento importante – afferma Manuela Palermi – perche’ oggi, nel XXI* secolo le donne seguitano ad essere oggetto di violenze inaudite in ogni parte del mondo, ma un appuntamento importante anche per l’attacco che stanno subendo nel nostro Paese le liberta’ ed i diritti delle donne, mettendone in discussione in ogni momento la propria autodeterminazione”.
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red-njb

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Agenzia, Asca, Stampa, Informazione, Giornalismo, Italia, Quotidiana, Notizie, Attualità, Attualita', Cronaca,  Economia, Sport, Spettacolo, politica, Esteri, Società, Societa', Borsa, Cambi, Lotto, Finanza

fonte: http://www.asca.it/moddettnews.php?idnews=792463&canale=ORA&articolo=VIOLENZA%20DONNE:%20PALERMI%20(PDCI)%20ADERISCE%20A%20MANIFESTAZIONE%20DOMANI%20A%20ROMA

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Nazaret, anche lesbiche e trans alla conferenza sul femminismo

«È la prima volta che veniamo a parlare di queste cose tra gli arabo-israeliani»

Al sedicesimo summit nazionale nella città della Galilea anche le 400 rappresentanti del mondo omosessuale

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Dal corrispondente del Corriere  Francesco Battistini
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GERUSALEMME – Sono quattrocento. Ebree e arabe. Sefardite e askenazite. Laiche e religiose. Hanno scelto Nazaret perché è due volte un luogo simbolico: è dove la tradizione cristiana colloca l’Annunciazione; è dove la tradizione fondamentalista del mondo arabo opprime la donna. «È la prima volta che veniamo a parlare di queste cose tra gli arabo-israeliani». Hanno scelto la città di Gesù anche perché, se le cose vanno come si prevede, la provocazione sarà grande: alla sedicesima Conferenza nazionale del femminismo, convocata per sabato nella città della Galilea, parteciperanno pure le rappresentanti del mondo lesbico e transgender.

«ANCHE SENZA INVITO UFFICIALE SARANNO BENVENUTE» – «Noi non le abbiamo invitate ufficialmente – è cauta Dorit Abramovitz, l’organizzatrice -, ma è chiaro che le aspettiamo. E se si presenteranno, saranno le benvenute». L’amore saffico e trans non dovrebbe mancare. L’invito non è stato pubblicizzato soprattutto per una ragione di sicurezza: l’anno scorso, il primo congresso delle lesbiche israeliane e palestinesi, a Haifa, venne duramente contestato sia dagli ebrei ultraortodossi, sia dal Movimento femminile islamico. Immaginarsi che cosa sarebbe successo, se a Nazaret fosse stato annunciato l’arrivo di Nora Greenberg, ex uomo, operata sette anni fa e oggi leader dei diritti transgender in Israele. «Abbiamo deciso di venire a Nazaret un anno fa – racconta Dorit Abramovitz -, perché le cose stanno cambiando velocemente nell’universo femminile e vogliamo testimoniarlo. Stanno crescendo anche le battaglie per il riconoscimento delle minoranze, tre volte discriminate se si tratta di palestinesi: in quanto donne, in quanto arabe, in quanto lesbiche o trans». Perfino l’organizzazione del Gay Pride, in una città laica come Tel Aviv, nel 2007 fu al centro di polemiche e proteste.

NESSUNA REAZIONE DAL MONDO CATTOLICO – Nessuna reazione per ora dal mondo cattolico. Anche perché, al congresso di Nazareth, non si parlerà solo di minoranze: sarà presentata una ricerca in quattro lingue, sponsorizzata dai Verdi tedeschi, sulla condizione femminile in quest’area. Dorit non ama citare le icone mediatiche, che siano la candidata premier Tzipi Livni, la speaker della Knesset, Dalia Itzik o la presidente della Corte suprema, Dorit Beinish: «È chiaro che sono felice, se vedo donne in posizioni di leadership. Ma quanto incide il loro successo, realmente, sulla vita di tutte le altre? Se non useranno il loro ruolo per favorire la causa femminista, la condizione femminile non cambierà». Nel 1990, in Israele, esistevano 14 organizzazioni a difesa della donna: ora ce ne sono 69. E temi come le molestie sessuali sono entrati nel dibattito politico: Israele è l’unico Paese dove un sexgate ha costretto un capo di Stato, Moshe Katsav, a lasciare la poltrona.

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21 novembre 2008

fonte:  http://www.corriere.it/esteri/08_novembre_21/trans_lesbiche_battisini_62ecaccc-b7d7-11dd-8fa8-00144f02aabc.shtml


AFRICA – Samia, in nome del padre

SU D DI REPUBBLICA

Ha un sogno, non soltanto politico. Per l’Africa, oltre che per il Ghana. La figlia di Kwame Nkrumah, eroe dell’indipendenza, è candidata alle prossime elezioni. Nell’anno e nel segno di Obama

Samia, in nome del padre Foto: Samuele Pellecchia/Prospekt

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di EMILIO MANFREDI FOTO di SAMUELE PELLECCHIA

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La baracca è piena di gente. Gli sguardi sono tesi e fissi sul televisore. All’improvviso, un grido corale. Intenso e liberatorio. Poi gli abbracci e la bandiera agitata con forza. Rosso, oro, verde, con la stella nera al centro. The Black Stars, i giocatori della nazionale ghanese di calcio, hanno appena battuto quelli del Lesotho: altro passo utile per raggiungere la fase finale della prossima Coppa del mondo. Sudafrica 2010: la prima volta nel continente. Aleuwboah esce da quello che qui tutti chiamano bar, in realtà un rettangolo di terra battuta coperto dal tetto in lamiera. Corre verso la strada principale: l’unica traccia di asfalto nel villaggio di Nvelenu, a meno di 50 chilometri dalla frontiera con la Costa d’Avorio. Si ferma a respirare. Punta il poster appeso al palo di legno. Si avvicina. Appoggia le labbra sul viso di “Samia Yaba Nkrumah”, come si legge sotto il volto della donna sorridente. “È la figlia di Kwame Nkrumah, il primo presidente del Ghana”, urla l’uomo. “Senza di lui, senza di loro, non ci sarebbe il Ghana. Non ci sarebbe la nostra nazionale”.

GUARDA IL REPORTAGE FOTOGRAFICO

UNA DONNA SORRIDENTE
La stessa donna sorridente del poster passeggia sulla spiaggia di Accra. Il telefono in una mano, le scarpe con il tacco nell’altra. Si ferma a guardare l’oceano. Samia Yaba Nkrumah, splendida 48enne, è tornata a scoprire la terra in cui è nata, dove ha vissuto “per troppo poco tempo”. Vent’anni fa. Ha deciso di fermarsi. Ispirata dalla memoria e forse anche dai sogni del padre: Kwame Nkrumah, l’uomo che il 6 marzo del 1957 emancipò la sua nazione – prima in tutto il continente – dal dominio coloniale. Il simbolo che diede forza all’ideale di un’Africa unita. Un sogno che durò meno di dieci anni. “Fu la Cia a volere il colpo di Stato militare con cui mio padre venne deposto, nel febbraio del 1966”, ricorda Samia. All’epoca lei aveva sei anni. “Quello stesso giorno lasciammo il Paese e raggiungemmo Il Cairo, la città di mia madre Fathia. Poi ci spostammo ancora. Da allora mio padre non l’ho più rivisto: visse in Guinea, in esilio, fino alla morte, avvenuta nel 1972. Noi invece tornammo in Ghana, nel 1975”. Con la madre e i fratelli Gamal e Sekou. Seguirono anni da adolescente ad Accra, per Samia. Poi, altre partenze: destinazione Europa, e ancora Egitto; gli studi, dedicati ad Africa e Medio Oriente. Il lavoro, da giornalista. Finché, conosciuto Michele, suo attuale marito, Samia si è stabilita a Roma. E oggi l’unica figlia femmina di Nkrumah (oltre agli altri due figli maschi avuti da Fathia, c’è Francis, dalla moglie precedente, oggi un anziano medico) intende riprenderne l’eredità politica. Candidandosi a un seggio parlamentare nella regione rurale di Jomoro, dove nacque il padre. “È il momento giusto per dare un contributo al mio Paese e un seguito alla visione politica di Nkrumah. Le sue idee sono ancora valide, e io voglio fare la mia parte”.

NEL VILLAGGIO DIMENTICATO
Ralousus Ackah se ne sta seduto nel suo piccolo negozio di ricariche per cellulari, una delle poche attività commerciali del villaggio di Ellonyin. “Ho aperto quando arrivarono i ripetitori”, spiega l’uomo, appoggiato alla parete fatta di assi di legno. “Guadagno abbastanza per sopravvivere, ma…”. Indica i figli seduti accanto a lui e aggiunge, nel suo inglese stentato: “Loro non hanno nulla da fare: qui non c’è lavoro e noi non abbiamo i soldi per mandarli a scuola”. Ralousus ricorda. “Quando Kwame Nkrumah dichiarò l’indipendenza del Ghana ero un bambino, ma fu grazie a lui se la nostra gente ritrovò la speranza e ricevette un’educazione”. Il vento spira forte e mulinelli di polvere si alzano tra gli abitanti del villaggio, incuriositi dalla nostra presenza. Molti di loro sono scalzi, parlano quasi soltanto nel dialetto locale. “Samia Nkrumah viene a candidarsi dove suo padre è cresciuto”, incalza l’uomo. “E io vi dico che la voterò. Per suo padre. Perché faccia come lui, restituendo ai nostri figli quello che noi abbiamo perso: il diritto allo studio”.

L’auto percorre gli ampi viali della capitale, Accra. Yesman guida e Samia guarda fuori dal finestrino, con occhi attenti. Ogni giorno questa donna sembra scoprire qualcosa di nuovo, riannodando i fili della memoria. Ma ciò che più le interessa è conoscere quei piccoli villaggi abitati da contadini e pescatori, stretti tra le campagne e l’oceano, nella regione dove ha deciso di candidarsi. “Mi chiedono perché ho scelto una zona così remota”, racconta, districandosi tra decine di telefonate. “Ma è proprio questo il mio modo di fare politica: meno chiacchiere, più fatti. Perché la gente si aspetta di vedere i propri candidati sul terreno”. Jomoro come palestra politica, dunque? “Voglio conoscere e capire il mio Paese, innanzitutto. E iniziare dalle mie origini mi aiuterà”. Samia ha già fatto sue le idee del padre. Anche se, in tutto questo tempo, il Ghana è cambiato. Molto. Deformato da anni di dittatura militare e riforme economiche improvvisate, stretto nella morsa della guerra fredda prima e dello sviluppo ordinato dalle agenzie internazionali poi. “Ma ora dobbiamo avere una priorità: l’alfabetizzazione. Non possiamo parlare ai cittadini di riforme, di Unione Africana addirittura, se non garantiamo un’educazione di qualità ai giovani”, aggiunge prima di partecipare a un incontro con i membri del Cpp (Convention People’s Party), il partito a cui ha aderito. Quello fondato da suo padre.

DO YOU SPEAK NZIMA?
I divani sono allineati lungo la strada che conduce a Beyin, cittadina doganale a ridosso della frontiera ivoriana. L’uomo seduto nella poltrona arancione si chiama Obaa Boatema e costruisce salotti economici: un’attività familiare ereditata dal padre, che impagliava le sedie nella piazza del villaggio. Obaa osserva la candidata sorridere da un cartellone elettorale e le restituisce un ghigno scettico. “Dimentichiamo per un attimo il cognome”, attacca. “Lei è mai stata in questa regione? Parla nzima, la nostra lingua? Come pensa di poter aiutare la mia gente?”. La campagna politica di Samia divide. E fa discutere. “Non si può presentare come la figlia dell’eroe dell’indipendenza, salutare, chiedere voti e poi andarsene”. Intorno a Obaa si sono radunate altre persone. Qualcuno sostiene che Samia Yaba Nkrumah, in realtà, ambisca alla presidenza della Repubblica. “Anche il padre, in fondo, non ha fatto nulla per noi”, grida un vecchio sdentato. “Siamo i più poveri di tutto il Ghana. E questa regione rimane un luogo dimenticato da tutti”.

MARTIN LUTHER KING
La luce del sole filtra dalle finestre, illuminando la sala in cui Samia si muove lentamente. Siamo nel mausoleo dedicato a Kwame Nkrumah, nel centro di Accra. Incuriosita, si sofferma su un’immagine: suo padre ritratto con Martin Luther King, nel giorno dell’indipendenza. “C’era anche l’allora vicepresidente americano Nixon”, sorride ricordando i racconti ascoltati in casa. “A un certo punto si avvicina a King e gli domanda: “Com’è sentirsi liberi?”. L’altro lo guarda serio e gli risponde: “Che ne so? Io vengo dall’Alabama””. Tempi lontanissimi, visti da questa fine del 2008 nel nome di Obama. “Una vittoria importantissima e simbolica”, si illumina Samia. “Il trionfo della politica del dialogo”. Valori a cui Samia dice di credere molto, nonostante le critiche dei suoi detrattori. “Non parlo nzima, è vero. Ma ho vissuto in tanti luoghi diversi e credo che la comunicazione valga molto più di una lingua. E, per promuovere l’approccio panafricano, occorre combattere la divisione su base micro-identitaria”. Cita una frase di Nkrumah, rivolto ai leader africani: “”L’indipendenza per il solo Ghana non ha senso”. Perché il panafricanismo è un ideale più grande, abbraccia tutti gli africani. Anzi, i neri di tutto il mondo. Il progetto di mio padre era profondamente culturale. Ora tocca a me portarlo avanti”. Pausa. Poi aggiunge un’altra riflessione su Obama. “Per i neri di tutto il mondo la sua elezione è un’apertura per il futuro. Un meticcio alla guida della più potente nazione del mondo fa cambiare colore, metaforicamente, alla questione razziale”.

TIFOSI

Dominique sembra posseduto. Si agita nella sua camicia gialla e ripete ossessivamente: “Doctor Nkrumah. Doctor Nkrumah”. Il passaggio della figlia del suo eroe nel villaggio è un sogno che si sta per realizzare. “Samia farà come suo padre. E il Ghana tornerà a essere protagonista”. Poi, di colpo, ferma le parole. Il rumore di un fuoristrada si avvicina. Dominique corre verso l’inizio del villaggio, urlando. “Kwame Nkrumah, Kwame Nkrumah”. Compare l’automobile. Dal tettuccio aperto spunta Samia. Sul vestito porta l’immagine del padre. E il motto del Ghana: “Libertà e giustizia”. Alza le braccia e saluta il primo abitante che le corre incontro, agitandosi dentro una camicia gialla. Dietro di lui, tra le case, urla di gioia, abbracci e bandiere. Un tifo così, da queste parti, si era visto solo per la nazionale di calcio.
(Foto agenzia Prospekt)

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21 novembre 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/esteri/samia-obama/samia-obama/samia-obama.html?rss


Voci e storie dei ricercatori in fuga, ‘Non ho più fiducia nella mia Italia’ / Il contadino con 110 e lode: «Escluso dal concorso-truffa»

In duemila hanno raccontato la loro esperienza sulla “bacheca”
messa a disposizione da Repubblica.it. Via da un Paese che non dà occasioni

Una buona preparazione universitaria, poi il vuoto quasi assoluto
Si “scappa” per avere spazio, ma tornare è quasi impossibile

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di ROBERTO CALABRO’

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Voci e storie dei ricercatori in fuga 'Non ho più fiducia nella mia Italia'Un’assemblea all’Università romana della Sapienza

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Sono tanti i cervelli italiani in fuga. Ricercatori, dottorandi, laureati che frequentano master e specializzazioni post-laurea. Più che i numeri sono le storie a raccontare questo esodo che, di anno in anno, assume dimensioni sempre più consistenti. Nel suo articolo di due giorni fa per il nostro giornale, il premio Nobel per la Medicina, Renato Dulbecco, scriveva: “Chi vuol fare ricerca se ne va, oggi come ieri, per gli stessi motivi. Perché non c’è sbocco di carriere, perché non ci sono stipendi adeguati, né ci sono fondi per le ricerche e le porte degli (ottimi) centri di ricerca sono sbarrate perché manca, oltre ai finanziamenti, l’organizzazione per accogliere nuovi gruppi e sviluppare nuove idee”.

Una diagnosi terribile e impietosa, confermata dai duemila messaggi che i ricercatori italiani hanno lasciato sul nostro forum. Cervelli in fuga dall’Italia che hanno utilizzato la “bacheca” messa a disposizione da “Repubblica” per raccontare le loro storie, per esprimere lo sdegno e la rabbia nei confronti di un paese non ha saputo valorizzarli. E che li ha persi, forse per sempre.

Fuggono i ricercatori italiani per le strutture inesistenti, soprattutto nel campo delle scienze e della tecnologia, per i fondi che mancano, per gli stipendi ridicoli, per un sistema di selezione che scoraggia i migliori e premia i raccomandati. Fuggono e se ne rammaricano, perché la preparazione di base della nostra università è ottima. Però, poi manca tutto il resto.

Le storie, le testimonianze, i racconti arrivati al nostro sito descrivono tutto questo e mettono in mostra i sentimenti che albergano nei cuori di chi è dovuto emigrare. La delusione e la rabbia, su tutti. Un esempio è quello di Delia Boccia che definisce il suo lavoro all’estero un “esilio coatto”, otto anni a Londra, uno a Ginevra: “In Italia non torno e non tanto per quei 1000 euro al mese, che mortificano più il frigorifero che l’orgoglio, ma perché l’Italia é un paese che non si merita più né la mia forza, né la mia passione, e tanto meno la ricchezza delle cose che faccio. Perché se fino a qualche anno fa era l’Italia a non credere in me, adesso sono io che non credo più all’Italia”.

Sono in tanti a raccontare la frustrazione di anni spesi nei dipartimenti delle università italiane a lavorare alacremente per poi vedere sforzi e studi vanificati da concorsi pilotati, con i nomi dei “predestinati” che si conoscono in partenza. O di dottorati al termine dei quali non c’è alcuna prospettiva di futuro e di carriera. E, allora, si lasciano amici e familiari e si parte in cerca di una chance. Come ricorda Sara Pinzi che scrive: “Ho un contratto di ricerca in un’università in Spagna, che mi permette pagare i contributi, l’affitto e crescere un bimbo piccolo. Qui in Spagna mi hanno dato qualcosa che in Italia non ho avuto: un opportunità”.

Non tutti si definiscono “cervelli in fuga”. Rico Barsacchi è tra questi: “La mia non é stata una fuga: è stata la voglia di fare ricerca all’estero e di vivere fuori dall’Italia per un po’ di tempo”. Però, una volta sperimentate le possibilità offerte dalle università straniere, è difficile tornare indietro. “Se non torno è perché le condizioni di lavoro che ho qua (Max Planck Institute a Dresda) sono semplicemente introvabili in Italia: qui mi sono fatto una famiglia, ho due figli e guadagno relativamente bene”, continua il ricercatore.

E poi c’è chi all’estero è andato per caso ed è rimasto per scelta. Prendi Laura Parducci che da 14 anni vive e lavora in Svezia, prima ad Umeå, oggi ad Uppsala vicino Stoccolma: “Qui si avanti se si é competente e volenteroso e i giudizi, gli avanzamenti di carriera, gli ottenimenti di fondi per la ricerca sono quasi sempre dati in maniera imparziale da terze parti non interessate ed esterne. Perché mai tornare in Italia? Cosa offrirebbe questo paese ad una donna ricercatrice della mia età, con tre figli?”

Sono tanti ad evidenziare le differenze enormi tra il sistema universitario degli altri paesi europei e il nostro. Non solo in termini di meritocrazia, ma anche di efficienza, di strutture, di metodi. Lorenzo Basso, un neolaureato che conduce il suo dottorato di ricerca a Southampton, non nasconde la sorpresa: “Faccio un colloquio telefonico (via Skype) e quattro ore dopo mi viene dato il posto! Impensabile in Italia”.

Chi si trova all’estero da tanto tempo vede trasformarsi la rabbia e lo sdegno iniziali in soddisfazione per avercela fatta con i propri mezzi, grazie alle proprie capacità, senza dover sottostare al barone di turno o dover ricorrere al sistema delle raccomandazioni.

Non è soltanto il fattore economico a spingere a fermarsi, ma anche il clima di collaborazione tra colleghi, l’organizzazione delle università, le opportunità che vengono offerte. C’è uno stimolo continuo a crescere, a dare il meglio di sé.

La nostalgia di casa, comunque, è forte. Il sole, il mare, i colori e i sapori dell’Italia rimangono sempre nel cuore. Alcuni non resistono e tornano. E c’è anche chi vorrebbe tornare e non ce la fa. E’ il caso di Mario Pagano, un giovane medico napoletano che, dopo un’esperienza a New York, da quattro anni lavora all’Università di Cambridge: “Io e mia moglie vorremmo tanto tornare in Italia, ma non ci riusciamo”. O di Gianluca Calcagni che lamenta: “Dal 2005 lavoro all’estero come ricercatore in fisica. Prima in Giappone, poi Regno Unito, ora Stati Uniti. Da allora sto cercando di rientrare ma é quasi impossibile. Mentre ogni anno all’estero ci sono centinaia di bandi di concorso, in Italia si contano sulle dita di una mano”.

E per i tanti che vorrebbero tornare, ce ne sono altrettanti, giovani e meno giovani, sul punto di andarsene. Come Roberto Orti, un chimico, che scrive: “Io non sono ancora andato ma sto preparando le valigie e partirò a breve per il Nord della Francia per raggiungere là la persona con la quale sono anni che tento invano di mettere su una famiglia qui in Italia. Lei è ricercatrice in Storia dell’Arte ed io laureato in chimica, ma in Italia questo non basta per avere degli stipendi decenti e un futuro dignitoso”. Un altro cervello in fuga. Ahinoi, uno dei tanti.

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21 novembre 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/scuola_e_universita/servizi/ricercatori-iniziativa/ricercatori-in-fuga/ricercatori-in-fuga.html

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Il caso ad Agraria. Dal sogno del dottorato al lavoro nei campi

L’accusa: ha vinto il figlio del prof usando i lavori di papà

DALL’INVIATO DEL CORRIERE

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PALERMO — Da laureato voleva fare il ricercatore, puntando poi al concorso per associato, ma ogni volta veniva superato dal figlio del professore, dal coetaneo «eccellente» che adesso accusa di avere copiato i lavori inseriti nel curriculum. Con tanto di denuncia alla magistratura. E processo già incardinato dalla procura della Repubblica per il 26 marzo 2009. Perché Francesco Ferrotti, 36 anni e due figli, dopo cinque anni di carriera universitaria da precario ad Agraria, ha sbattuto la porta in faccia al cattedratico e al figlio, mollando l’insegnamento per andare in campagna, nelle terre del padre, fra Palermo e Monreale, dove fa l’agricoltore con 110 e lode. Sembrerebbe una delle tante piccole grandi storie dell’odiosa e diffusa parentopoli, ma stavolta il caso è finito in tribunale.

Francesco Ferrotti 36 anni e due figli, ha abbandonato la carriera universitaria da precario per andare a lavorare in campagna, fra Palermo e Monreale. Ora fa l'agricoltore  (a destra, sul trattore) con una laurea da 110 e lode
Francesco Ferrotti 36 anni e due figli, ha abbandonato la carriera universitaria da precario per andare a lavorare in campagna, fra Palermo e Monreale. Ora fa l’agricoltore (a destra, sul trattore) con una laurea da 110 e lode

Saltando da Palermo, teatro dello scandalo, a Reggio Calabria perché oltre Stretto si è svolto l’ultimo concorso per un posto da associato vinto da Mauro Sarno, il sempre vittorioso concorrente di Ferrotti, protetto secondo l’accusa dal padre, il professore Riccardo Sarno, e indicato come autore di un clamoroso plagio. Nel suo esposto alla base degli addebiti che sfociano nel processo di marzo, Ferrotti sorvola sulle frustrazioni di una vita e va al sodo indicando i «falsi» del curriculum presentato da Sarno figlio a Reggio. Il primo titolo è quello di una ricerca pubblicata in inglese nel 1996 sugli effetti dei fertilizzanti ( «Effect of organic fertilization ») attribuita a «M. Sarno». Come la ricerca del 1998 sul « The nitrate case study ». Ma Ferrotti tosto com’è ha trovato i lavori originali scoprendo che a scriverli è stato «R. Sarno». «Col computer non c’è bisogno nemmeno del bianchetto…», commenta caustico salendo sul trattore il mancato professore. Forse non si sarebbe mai accorto di questo scambio di iniziali fra padre e figlio se nel curriculum del suo ex collega non avesse trovato perfino un lavoro firmato anche «Ferrotti F.». Una ricerca a più mani del 2001 sulla «Metodologia laser ». Roba dimenticata da Ferrotti che stavolta indossa i panni del «pentito»: «Un giorno mi chiesero di siglare una relazione mai fatta.

Acconsentii. Ingenuo. Senza la forza di chiedere cos’era quell’andazzo. Anni dopo verifico e scopro che il saggio non è nemmeno originale, ma copiato da quello di quattro ricercatori di Pisa, Riccardo Pini, Michele Raffaelli, Alessandro Barbini e Andrea Peruzzi…». Sorprendente il confronto fra i due testi. Stesso incipit, stessi capoversi, solo i titoli diversi. E Ferrotti chiama i quattro, invocando: «Denunciate, denunciateci». Senza ottenere risposta. Poi contatta la società editrice che aveva pubblicato gli atti. «Rivelo tutto e non succede niente ». Stessa cosa con la Società italiana di agronomia che aveva organizzato il convegno raccogliendo gli atti. «Nulla. Tutti muti. Mi sono dovuto autodenunciare per fare emergere l’imbroglio». È tempo di avvocati per Mauro Sarno che al secondo piano di Agraria, nell’ufficio di fronte a quello del padre, evita ogni commento lasciando la parola all’avvocato Alessandro Campo: «Affermiamo l’assenza di responsabilità penale. Altrimenti avremmo chiesto il patteggiamento. Sarà il giudice a stabilire». Magra soddisfazione per Riccardo Sarno, il cattedratico che aveva sperato di sistemare senza clamori il ragazzo con l’escamotage di Reggio Calabria. Come spesso succede, figli e nipoti si presentano in altra sede, conquistano il titolo di «idonei» e poi vengono chiamati dalla facoltà di partenza. «Tutto legittimo», giura Sarno padre, una furia contro Ferrotti: «Ci vuole male. Ma capisco che qualsiasi cosa dica lo sputtanamento è assicurato. La verità è che voleva costringermi a favorirlo. E adesso consuma la sua vendetta».

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Felice Cavallaro

21 nov 2008

fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_novembre_21/condatino_110_lode_escluso_c6171ef0-b79a-11dd-a50b-00144f02aabc.shtml

Oh, Palestina…

https://i2.wp.com/img168.imageshack.us/img168/2121/paleki0.jpg

Pubblico l’ultimo aggiornamento ricevuto via mail da Marte sulle condizioni di Vik:

ULTIMO AGGIORNAMENTO 20/11/2008, 15.50:

Siamo riusciti a metterci in contatto con Vittorio sul numero di telefono che gli è stato fornito.

E’ provato, ma sta bene.

Oggi c’è stato l’interrogatorio con il giudice: una farsa, dimostrata dal fatto che l’interrogante non sapeva dove si trovi Gaza.

Vik ha provato, senza successo, di mettersi in contatto con Andrew e Darlene.

L’idea è quella di iniziare uno sciopero della fame fino a quando le barche dei pescatori non verranno resistuite ai legittimi proprietari.

Le barche sono infatti sotto sequestro, e l’intenzione immagino sia quella di distruggerle/non restituirle.”

gr


Nel frattempo, oggi (stando alla notizia riportata dal Free Gaza e da Infopal), i tre attivisti hanno iniziato uno sciopero della fame.

Oltre alle lettere della mamma di Vik e del tenore Joe Fallisi (che potete leggere qui da Marte, nel post “Lettere” appunto, o su Infopal), anche il parlamentare irlandese Aengus Ó Snodaigh TD ha espresso la sua protesta all’ambasciata israeliana (il testo è qui)

Il Free Gaza Movement lancia una campagna per la raccolta fondi per le spese legali (ulteriori dettagli e le modalità di donazione ciccando nel loro sito; per i non anglofoni, si può fare così:

1) donazione tramite PayPal dal sito ISM: (http://www.palsolidarity.org/main)

2) trasferimento di denaro diretto sul conto corrente palestinese dell’ISM:

ARAB BANK P.L.C
RAMALLAH AL_BALAD BR
PALESTINE
SWIFT CODE; ARABPS22090
ACCOUNT #673589

3) per chi volesse effettuare una donazione deducibile: intestate l’assegno di $50 o più ad ISM, specificando nella causale “spese legali”, inviatelo a

NorCalISM
405 Vista Heights Rd.
El Cerrito, CA 94530

ed  inviate una mail a palreports@gmail.com specificando l’ammontare donato e la conferma che la donazione ha questo preciso scopo, in modo che il Free Gaza possa assicurarsi che i fondi vengano direttamente assegnati ai legali dei pescatori palestinesi e degli attivisti internazionali

free gaza movement

Intanto si prepara la Manifestazione Nazionale di Roma “Vita, terra, libertà per il popolo palestinese” il testo dell’appello, che se volete potete sottoscrivere, è su Forum Palestina

Io ho aderito, invitandoli con questa mail ad aggiungere alle – sacrosante – rivendicazioni, anche la richiesta di immediata scarcerazione degli attivisti internazionali e la restituzione dei pescherecci ai legittimi proprietari, nonché al rispetto del trattato di Oslo. Se volete fare altrettanto, mandate una mail a annodellapalestina@libero.it

Restiamo umani… e se volete leggere l’intera avventura (fino a prima del rapimento, ovviamente) dalla viva penna di Vik, la trovate nel suo sito:

http://guerrillaradio.iobloggo.com/

L’Autorità Palestinese pubblicizza sui giornali israeliani piano di pace approvato dai leader arabi

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Gerusalemme, 20 novembre 2008 – Con una mossa senza precedenti e in vista delle elezioni politiche in Israele, il 10 febbraio prossimo, l’Autorita’ palestinese si è rivolta direttamente all’opinione pubblica israeliana pubblicando su tre quotidiani del paese a piena pagina il piano di pace ispirato dall’Arabia Saudita e approvato dai leader arabi nel 2002 a Beirut e nel 2007 a Riad.

L’iniziativa palestinese e’ giunta in un momento di forte tensione militare tra Israele e Hamas e di preoccupazione a Amman per la possibilita’ di una vasta operazione militare contro la striscia di Gaza per porre fine ai tiri di razzi.

Per scongiurare questa eventualita’ – soprattutto, a giudizio di analisti israeliani, nel timore delle sue avverse ripercussioni sulla stabilita’ stessa della monarchia – re Abdallah di Giordania ha incontrato martedi’ scorso in segreto a Amman il premier e il ministro della difesa israeliani, Ehud Olmert e Ehud Barak, e oggi il presidente palestinese Abu Mazen (Mahmud Abbas).

In Giordania, dove la maggioranza della popolazione e’ di origine palestinese, il re deve fare i conti con una forte opposizione di matrice integralista islamica, ostile a Israele.

L’iniziativa pubblicitaria palestinese e’ insolita e sicuramente molti lettori dei tre maggiori quotidiani, Yedioth Ahronoth, Haaretz e Maariv, saranno stati sorpresi stamani nel trovare un inserto pubblicitario su tutta una pagina nella quale, incorniciata dalle bandiere degli stati arabi, e con al centro quelle israeliane e palestinesi, e’ tradotta in ebraico l’iniziativa di pace araba. In fondo alla pagina compaiono i simboli della Lega Araba e dell’Organizzazione della Conferenza Islamica.

Il piano offre a Israele la normalizzazione dei rapporti con tutti gli stati arabi in cambio del ritiro da tutti i territori occupati nel conflitto del 1967, della costituzione di uno stato palestinese e di una soluzione ‘’equa e concordata’’ della questione dei profughi palestinesi. Una proposta, questa, che e’ stata duramente criticata ieri da Hamas, che sostiene il diritto al ritorno di tutti i profughi.

Israele ha espresso giudizi cautamente positivi sul piano di pace pur dissentendo su alcuni punti e non lo ha formalmente adottato. L’iniziativa, ha detto l’esponente dell’Olp Yasser Abed Rabbo, ha il fine di esporre all’opinione pubblica israeliana il piano di pace araba nella sua versione integrale.

Il capo della diplomazia israeliana, signora Tzipi Livni, ha detto che il piano arabo ‘’e’ positivo perche’ esorta a agire per vie pacifiche e perche’ chiede al mondo arabo di stabilire una pace piena con Israele una volta che questo avra’ onorato i suoi impegni ai sensi dell’ iniziativa araba’’.

’’Ma il mondo arabo – ha aggiunto – comprende ora anche cio’ che dico: un piano di pace non si puo’ deporre su un tavolo dicendo ‘prendere o lasciare’ ‘’. Esso, ha affermato, non puo’ prendere il posto dei negoziati di pace diretti e bilaterali con i palestinesi e di quelli per ora indiretti con la Siria e in futuro eventualmente col Libano.

In merito agli incontri con re Abdallah la signora Livni ha detto che ‘’Israele agisce secondo i suoi interessi strategici e ha rapporti strategicamente importanti con la Giordania e l’ Egitto di cui sicuramente tiene conto, ma in fine dei conti la nostra responsabilita’ primaria e’ quella che abbiamo con i cittadini israeliani’’.

A conclusione dell’ incontro con Abu Mazen, re Abdallah, secondo l’ agenzia di stampa Petra, ha detto che Israele non potra’ avere la sicurezza che chiede agendo militarmente ma solo arrivando a un accordo che porti alla costituzione al suo fianco di uno stato palestinese.

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2008/11/20/134100-pubblicizza_giornali_israeliani.shtml

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