Archivio | novembre 23, 2008

“IL DIALOGO TRA RELIGIONI E’ IMPOSSIBILE”. Ovvero: Se Benedetto si fa una Pera…

https://i1.wp.com/claudiocaprara.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/38949/Benedetto%20XVI%20all%27udienza%20del%20mercoled%C3%AC.jpgBenedetto XVI, Il Papa che vede lontano..

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Il buon Benedetto recensore e pubblicista letterario.. Davvero da questo Papa ci si può aspettare di tutto

mauro

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Il dialogo tra le religioni non è possibile. La fede non si può mettere tra parentesi

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Caro Senatore Pera, in questi giorni ho potuto leggere il Suo nuovo libro Perché dobbiamo dirci cristiani. Era per me una lettura affascinante. Con una conoscenza stupenda delle fonti e con una logica cogente Ella analizza l’essenza del liberalismo a partire dai suoi fondamenti, mostrando che all’essenza del liberalismo appartiene il suo radicamento nell’immagine cristiana di Dio: la sua relazione con Dio di cui l’uomo è immagine e da cui abbiamo ricevuto il dono della libertà. Con una logica inconfutabile Ella fa vedere che il liberalismo perde la sua base e distrugge se stesso se abbandona questo suo fondamento. Non meno impressionato sono stato dalla Sua analisi della libertà e dall’analisi della multiculturalità in cui Ella mostra la contraddittorietà interna di questo concetto e quindi la sua impossibilità politica e culturale. Di importanza fondamentale è la Sua analisi di ciò che possono essere l’Europa e una Costituzione europea in cui l’Europa non si trasformi in una realtà cosmopolita, ma trovi, a partire dal suo fondamento cristiano-liberale, la sua propria identità. Particolarmente significativa è per me anche la Sua analisi dei concetti di dialogo interreligioso e interculturale.

Ella spiega con grande chiarezza che un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola non è possibile, mentre urge tanto più il dialogo interculturale che approfondisce le conseguenze culturali della decisione religiosa di fondo. Mentre su quest’ultima un vero dialogo non è possibile senza mettere fra parentesi la propria fede, occorre affrontare nel confronto pubblico le conseguenze culturali delle decisioni religiose di fondo. Qui il dialogo e una mutua correzione e un arricchimento vicendevole sono possibili e necessari. Del contributo circa il significato di tutto questo per la crisi contemporanea dell’etica trovo importante ciò che Ella dice sulla parabola dell’etica liberale. Ella mostra che il liberalismo, senza cessare di essere liberalismoma, al contrario, per essere fedele a se stesso, può collegarsi con una dottrina del bene, in particolare quella cristiana che gli è congenere, offrendo così veramente un contributo al superamento della crisi. Con la sua sobria razionalità, la sua ampia informazione filosofica e la forza della sua argomentazione, il presente libro è, a mio parere, di fondamentale importanza in quest’ora dell’Europa e del mondo. Spero che trovi larga accoglienza e aiuti a dare al dibattito politico, al di là dei problemi urgenti, quella profondità senza la quale non possiamo superare la sfida del nostro momento storico. Grato per la Sua opera Le auguro di cuore la benedizione di Dio.

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Benedetto XVI
23 novembre 2008

fonte: http://www.corriere.it/cultura/08_novembre_23/lettera_papa_benedetto_f01cee2c-b93f-11dd-bb2c-00144f02aabc.shtml


Abbandonare rifiuti ingombranti? Sarà reato in tutte le regioni

https://i0.wp.com/www.viveresenigallia.it/upload/2008_04/4697_discarica8.jpg

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di Michele Menichella

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Linea dura sui rifiuti. Le sanzioni penali (arresto compreso) previste per chi abbandona, deposita o scarica rifiuti ingombranti in Campania saranno allargate all’intero territorio nazionale. Scongiurando così le perplessità sulla legittimità costituzionale delle sanzioni «federaliste».

A prevedere l’inasprimento del terzo decreto legge sui rifiuti in Campania (il n. 127 del 2008) sta pensando la Camera dei deputati: alla commissione ambiente, dove si sta discutendo la conversione in legge delle misure urgenti varate dal Governo, è stato depositato (dal relatore di maggioranza Agostino Ghiglia, Pdl) un emendamento che prevede di estendere in tutta Italia il divieto di abbandonare rifiuti per strada. La versione originaria del testo, attualmente in vigore, penalizza invece, con multe e arresti, solo la Campania e le Regioni coinvolte dall’emergenza. L’intervento dovrebbe incontrare anche il favore dell’opposizione, favorevole al divieto di abbandono su tutto il territorio nazionale, all’inasprimento delle sanzioni e al sequestro dei mezzi di trasporto.

E se restano ancora da chiarire tali norme, poiché alcuni distinguo sono stati avanzati anche dalla Lega Nord, non sembra facile incassare una veloce approvazione dell’articolo 9 del decreto legge che mira a estendere gli incentivi dei cosiddetti «Cip6» alla realizzazione di altri termovalorizzatori in Campania.
Netta contrarietà alla concessione degli incentivi è stata ribadita dagli esponenti del Pd e della Lega ma anche l’Udc con Mauro Libé ha manifestato forti perplessità sull’argomento ricordando che «non si tratta di incentivi statali, ma di tasse pagate dai cittadini, ai quali difficilmente le forze politiche riusciranno a spiegare questa ulteriore estensione».
Ma per il sottosegretario Guido Bertolaso sarà difficile realizzare gli impianti senza concedere incentivi, visto che in passato per l’inceneritore di Acerra sono andate deserte tutte le gare che non prevedevano agevolazioni.

L’appuntamento per varare in prima lettura il Dl è per martedì prossimo in Commissione Ambiente della Camera. Dopo di che sono previste tappe forzate per l’Aula di Montecitorio e per il Senato. Il termine per la conversione in legge del Dl scade il 5 gennaio 2009, ma le festività natalizie frenano molto i lavori parlamentari e la conseguente conferma del provvedimento.

Ed è stata, intanto, emanata dal presidente del Consiglio l’attesa ordinanza che detta procedure inerenti alla raccolta differenziata in Campania e definisce le misure sperimentali di incentivazione per il conferimento di imballaggi usati e di rifiuti di imballaggio. L’ordinanza 3715 («Gazzetta Ufficiale» 273 del 21 novembre scorso) consente ai campani, alle associazioni del volontariato riconosciute dalla Protezione Civile e ad alle comunità religiose della Campania di effettuare dal 1° dicembre prossimo il conferimento differenziato di alluminio, acciaio, plastica, carta e vetro presso le 33 piattaforme convenzionate con il Conai ed i consorzi di filiera.

L’ordinanza prevede anche che i Comuni campani, la struttura del sottosegretario Bertolaso e l’Anci individueranno apposite aree da attrezzare per il conferimento degli imballaggi della grande distribuzione.
Da segnalare, infine, che dall’entrata in vigore del decreto legge 172/2008 sono state arrestate in tutta la provincia di Napoli 80 persone per aver trasportato e abbandonato per strada rifiuti ingombranti.

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23 Novembre 2008

fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Norme%20e%20Tributi/2008/11/abbandono-rifiuti-reato.shtml?uuid=2a0fbb86-b964-11dd-850a-4c92bd65492a&DocRulesView=Libero

POLITICA – Se Casini studia da Prodi

Mani libere nelle alleanze. Gioco di sponda con parte del Pd. Il sogno di guidare un nuovo centrosinistra. E annuncia: “Dopo le europee nel partito cambia tutto”

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di Marco Damilano

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Pier Ferdinando Casini
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All’ultima riunione dei big del partito ha annunciato una piccola rivoluzione: “Nelle prossime settimane cambieremo tutti i nostri segretari regionali. Con un unico criterio: la novità. Non devono appartenere alla nostra storia passata. Anche a livello locale dobbiamo tirare su una nuova classe dirigente”. Il repulisti di Pier Ferdinando Casini è stato benedetto dai notabili che compongono la cabina di regia dell’Udc: un organismo informale che da qualche tempo si riunisce ogni mercoledì mattina, composto da personaggi che certo nuovi non sono ma che tutti (o quasi) sono accomunati dal non aver partecipato alle precedenti vicende del partitino centrista. Oltre a Casini e al segretario Lorenzo Cesa, a Rocco Buttiglione, Francesco D’Onofrio e Michele Vietti, ci sono due transfughi di Forza Italia, il dc di lungo corso Angelo Sanza e l’eterno liberal, prima di sinistra, poi di destra, ora di centro, Ferdinando Adornato, l’attivissimo Bruno Tabacci, l’inquieto Savino Pezzotta e il sopravvissuto Ciriaco De Mita che coccola l’ex delfino di Arnaldo Forlani con i suoi ragionamenti.

Sono gli uomini che dirigono l’operazione Udc 2: cambiare pelle al partito centrista che per quattordici anni, da quando cioè Casini andò a bussare alle porte di Silvio Berlusconi dopo la fine della Dc, è stato una specie di corrente esterna di Forza Italia, soprattutto a livello locale: chi non trovava posto tra gli azzurri si rifugiava nello scudocrociato. È andata così fino alle ultime elezioni, quando il Cavaliere ha espulso Pier dalla coalizione di centrodestra dopo il suo rifiuto di entrare nel Pdl. In quel momento è finito l’Udc prima maniera ed è partita la seconda fase: la più spericolata. Quella che può terminare con un disastro o con un trionfo, con la scomparsa degli ultimi eredi della Balena bianca dalla scena politica o con Casini a Palazzo Chigi.

Lo scenario è stato evocato da un ex amico di Pier, il sottosegretario Carlo Giovanardi, uscito dall’Udc per accasarsi da Berlusconi: “Casini sarà il prossimo candidato del centrosinistra, appoggiato da Massimo D’Alema. Ricoprirà la funzione che ebbe Prodi nel 1996 e nel 2006: con ottime prospettive, quindi”, ha previsto il deputato modenese in un’intervista al ‘Quotidiano Nazionale’. E già: in quelle due elezioni il Professore di Bologna, alla guida di una coalizione di centrosinistra, sconfisse Berlusconi.

Antonio Tabacci
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Musica per le orecchie dell’ex presidente della Camera: l’ennesimo segnale che dopo mesi di assalti berlusconiani al fortino centrista il clima sta cambiando. L’ultimo sgarbo, per esempio, è stato riassorbito come se nulla fosse. Una campagna acquisti ordita dai berlusconiani per sfilare qualche parlamentare all’Udc. Nella lista degli avvicinabili c’erano signori delle preferenze come il calabrese Mauro Tassone e il casertano Domenico Zinzi. Nessuno di loro, però, amava traslocare in compagnia. E così, alla fine, nel Pdl sbarcherà solo l’attuale portavoce dell’Udc, il deputato Francesco Pionati, l’ex mezzobusto del Tg1 metà uomo metà pastone. Un cambio di maglia che rischia di impensierire soprattutto il già fitto drappello di comunicatori del Pdl che si azzuffano per trenta secondi nei tg della sera, Cicchitto, Bocchino, Gasparri, Capezzone, Bonaiuti. Casini non ha fatto una piega. Anzi, la fuoriuscita di Pionati è la prova che si fa sul serio. Molto di più l’aveva impensierito lo strappo dell’Abruzzo. Qui, nella regione dove si vota tra pochi giorni per scegliere il successore di Ottaviano Del Turco, l’Udc aveva chiuso l’accordo con il Pdl. Da Roma, però, è arrivato il contrordine: Berlusconi in persona ha stracciato il patto già firmato dai vertici locali e ha espulso i centristi dalla coalizione. Non solo: ha fatto ponti d’oro ai centristi che abbandonavano l’Udc. Un gesto di arroganza che rischia di trasformarsi in un boomerang per il premier: i sondaggi più freschi danno il centrodestra in vantaggio di pochi punti sul centrosinistra. E l’Udc che corre da solo rimonta, ingrossando le sue liste di ex assessori e consiglieri regionali forzisti passati con Casini.

Un anticipo della futura strategia che Pier detta così: “La linea di Berlusconi nei nostri confronti per ora è stata questa: o entrate nel Pdl o non facciamo alleanze con voi. È una costrizione che spinge l’Udc a fare alleanze con altri. Se resistiamo e Berlusconi rinsavirà, come credo, noi dell’Udc potremmo tornare ad allearci con il Pdl. Ma anche con altri”. Il Pd, certamente.

Un gioco a trecentosessanta gradi, al centro e in periferia. Mani libere e alleanze con chi ci sta, come solo il Psi di Craxi riusciva a fare negli anni Ottanta. In Piemonte le grandi manovre in vista delle amministrative della prossima primavera e soprattutto delle regionali del 2010 sono già cominciate: la scorsa settimana Vietti ha incontrato il rutelliano torinese Gianni Vernetti e il dialogo tra l’Udc e il sindaco Sergio Chiamparino è in pieno svolgimento. In Puglia, dove la gestione del partito è affidata a Sanza e l’Udc pesa circa l’otto per cento, si voterà per il Comune di Bari e in tutte le province e qui i centristi hanno trovato gli interlocutori ideali: gli uomini di Massimo D’Alema e di Enrico Letta, l’ala del Pd più interessata a trovare un’intesa con Casini. E nel gioco di riposizionamento si moltiplicano le sorprese: due settimane fa, per esempio, alcuni notabili dell’Udc pugliese, vogliosi di tornare nel Pdl e sensibili alle sirene del ministro berlusconiano Raffaele Fitto, invitano il siciliano Calogero Mannino a un’iniziativa, sicuri di trovare conforto nella loro linea. E invece, manco per sogno, anche il vecchio Lillo condivide in pieno le indicazioni di Casini, mani libere e nessuna alleanza privilegiata con il Pdl, i congiurati restano a bocca asciutta.

I siciliani si incontrano a Roma, lontani da occhi indiscreti. All’ultimo pranzo, in un ristorante a due passi dal Pantheon martedì 18 novembre, oltre a Mannino c’erano l’ex presidente della regione Totò Cuffaro e il segretario regionale Francesco Saverio Romano. Quarto commensale, unico non siciliano del tavolo, l’ex senatore Ugo Bergamo, attualmente componente del Consiglio superiore della magistratura: una presenza di certo non casuale. Perfino in Sicilia il partito si è spostato su una linea autonomista rispetto a Forza Italia: con il governatore Raffaele Lombardo a fare da mediatore.

Sull’Udc 2 Casini tiene unito il partito in vista delle prossime sfide elettorali: le amministrative e le europee. Ma il disegno è molto più ambizioso, quello che Bruno Tabacci definisce operazione White, la creazione di un nuovo partito di centro più grande dell’attuale Udc, alleato con il Pd in un nuovo centrosinistra: un Partito democratico che assomiglia più ai Red di D’Alema che all’attuale formazione guidata da Veltroni, però. Per forza: condizione indispensabile perché il progetto riesca è che alcuni settori del Pd dichiarino che il progetto è fallito e abbandonino la nave veltroniana. Le anime in pena non mancano. Un’anima in pena è l’ex segretario dell’Udc Marco Follini, che ormai non perde occasione per attaccare Veltroni e che negli ultimi tempi ha ricucito l’antico rapporto con Casini, dopo anni di incomunicabilità totale. Un altro leader in evidente sofferenza è Francesco Rutelli: per ora la lealtà nei confronti di Veltroni resta confermata, ma intanto non fa altro che frequentare cenacoli democristiani, nell’ultima settimana è stato avvistato perfino a un convegno organizzato da Publio Fiori e Bartolo Ciccardini, due simpatici reperti archeologici. E può vantare di essere stato il primo a parlare di alleanze di “nuovo conio” con l’Udc. Tentati dall’abbandono potrebbero essere i parlamentari teo-dem, Paola Binetti e Luigi Bobba, che con l’Udc e una bella parte del Pdl si sono già dichiarati disponibili a votare nelle prossime settimane i testi di legge più restrittivi sul testamento biologico, quelli che impediscono di interrompere alimentazione e idratazione come nel caso di Eluana Englaro. In dissenso dal resto del Pd. E infine, almeno nei piani di Tabacci, c’è l’approccio con la corrente di Enrico Letta, con cui Casini ha fatto tandem durante la vittoriosa campagna elettorale in Trentino: più un sogno che un progetto politico, almeno per ora. Con un timing obbligato: il momento delle scelte verrà dopo le europee, quando tutto, prevede Casini, si rimetterà in movimento. Prima è troppo presto: “Dobbiamo evitare di cadere nella trappola di Berlusconi che ci vorrebbe spingere a sinistra”. Resistere al centro, come predicavano i padri democristiani, dunque. E cambiare pelle, modernizzarsi, aprirsi ai mondi più lontani. Sarà un caso, ma tra i collaboratori dell’ex presidente della Camera è entrato di recente Stefano Anastasia, un passato nel partito radicale e tra i giovani del Pci. A dimostrazione che nella squadra di Pier c’è posto per tutti, non solo per papa-boys e ex dorotei. Anche l’altro bolognese, Romano Prodi, si preparava a vincere così. n

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20 novembre 2008
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DOSSIER – Sostenibilità: la scelta libertaria

Antidoti ad un modello incapace di fornire soluzioni positive per il futuro

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Globalizzazione e ambiente
Idee per capire, vivere e opporsi al nuovo modello di profitto

dossier 8

a cura di
Adriano Paolella e Zelinda Carloni


by Catherine Salbashian

Premessa
Il continuo peggioramento delle condizioni ambientali del pianeta palesa, senza ombra di dubbio, che in questo momento l’umanità non è in condizione di avviare una politica atta ad invertire le tendenze in atto.
Nonostante vi sia una diffusa consapevolezza ed una approfondita conoscenza scientifica delle modalità con cui l’uomo altera l’ambiente e su come queste variazioni comportino effetti negativi, immediati e duraturi, alla sua salute, nonostante vi siano tutte le strumentazioni tecniche necessarie per modificare le cause, non è attivata un’azione complessiva che possa ridurre i fenomeni di degrado riscontrati.
Da diversi decenni il termine sostenibilità è divenuto parte del linguaggio, indicando con esso la ricerca e la pratica di soluzioni in grado di non peggiorare ulteriormente le condizioni del pianeta. In tale maniera, per quanto le definizioni del termine possano sembrare aleatorie, comunque è stata dichiarata la possibilità che vi siano scelte concretamente perseguibili.
Potendo oggi fare un bilancio di quanto fatto in questa direzione negli ultimi trenta anni da molte decine di paesi, e da quasi tutte le organizzazioni internazionali in cui si affronta il problema della sostenibilità, si può concludere che il modello praticato è stato capace di peggiorare in maniera significativa la già grave situazione.
E questo nonostante la rarefazione nel tempo del termine sostenibilità, nonostante la grande confusione terminologica volutamente creata dagli operatori per mistificare le proprie azioni e presentarle come ambientalmente qualificate. I successi raggiunti sono parziali, specifici, locali e contribuiscono a dimostrare tanto che altri percorsi sono perseguibili quanto che pur avendone le capacità non sono diffusamente perseguiti.
La grande confusione che interessa le modalità con cui viene attribuito l’aggettivo “sostenibile” o “ambientale” ai progetti, alle merci, ai manufatti evidenzia come la cultura di questo modello abbia una cattiva coscienza. La cattiva coscienza di sapere perfettamente che un percorso di sostenibilità cambia profondamente la struttura culturale, sociale e produttiva di una società e di non volerla assolutamente cambiare anche a rischio della salute di tutta la popolazione planetaria.
La sostenibilità non è compatibile con questo modello, è alternativa. Perché parla un linguaggio diverso. Se si vuole adoperarsi per essa in primo luogo non è possibile parlare di crescita, vanno ridotte le quantità, vanno ridistribuite le ricchezze per permettere un miglioramento del benessere dei molti, vanno eliminati gli sprechi che sono la ragione della rincorsa all’arricchimento, va eliminata l’accumulazione, va aumentata l’autonomia e la consapevolezza delle comunità.
Per bloccare il continuo peggioramento delle condizioni del pianeta, non sono sufficienti gli stentati passi fatti dai governi, è necessario avviare un processo diffuso di riqualificazione e conservazione ambientale che limiti gli interessi di quelli che sono i motori primi di questo modello, che riduca i profitti, che modifichi la cultura allineata alla difesa di piccoli vantaggi di una società dannosa per l’ambiente e nociva per gli uomini.
Per fare questo si ritiene che si debbano acquisire comportamenti individuali e collettivi che consentano di uscire dalla trappola letale del quotidiano, dalla schiavitù delle merci, dall’asservimento ad abitudini incongrue, dall’autoritarismo delle decisioni, dal decisionismo dei poteri economici.
Ciò si può attuare solo nell’ambito della cultura libertaria.
Di seguito si tracciano delle piccole riflessioni volte ad individuare quanto di insostenibile vi sia nel modello praticato, quanto sia importante fare chiarezza su comportamenti apparentemente sostenibili e quanto siano facilmente praticabili altre forme di vita sociale sul pianeta



Abbattimento
Una pratica edilizia in crescente diffusione prevede l’abbattimento di edifici, anche quando in buone condizioni, e la loro sostituzione con edifici nuovi.
Attraverso di essa si riescono a dare forme contemporanee al costruito, si aumenta il valore immobiliare degli edifici, si incrementano le cubature, si trae profitto. Se a livello economico è un affare, a livello ambientale è un onere gravoso.
L’edificazione abbisogna di energia per la produzione e trasporto dei materiali e per la costruzione dei manufatti; tale energia è immagazzinata dall’edificio. Nel momento in cui esso viene abbattuto tale energia è persa. Ad essa si aggiunge l’energia per l’abbattimento, quella per lo smaltimento e quella per la costruzione del nuovo edificio. Una pratica profondamente insostenibile che ha effetti deleteri anche sociali: i nuovi residenti sono raramente gli stessi che abitavano precedentemente le abitazioni (l’aumento di valore immobiliare richiede prezzi affitto e vendita superiori), e nel caso fossero gli stessi si troverebbero a vivere in un contesto diverso da quello da loro conosciuto.
Vi sono molte maniere per intervenire al fine di aumentare la qualità degli edifici, l’abbattimento non è tra questi.

Abitare
La cultura contemporanea ha destrutturato il senso di questa parola parcellizzando le attività che compongono una giornata: una zona dove si dorme, una dove si lavora, dove ci si diverte etc.: l’unitarietà dell’abitare si è persa nello svolgimento di azioni produttive o commerciali (acquisto e consumo).
I territori sono ignoti, non vi è legame con essi non vi è conoscenza dell’ambiente e della società, neanche quella conoscenza semplice ma efficace che aveva la cultura tradizionale.
I luoghi vengono precostituiti dagli interessi economici (vedi centri commerciali, ipermercati, multisale etc) e sono uniformati all’immagine commerciale della contemporaneità. In essi gli individui hanno solo la funzione di acquirenti di merci ma non possono contribuire alla loro definizione e uso.
In tale maniera non si abitano più i luoghi perché non vi è più relazione con essi.
Partecipazione attiva alla definizione degli spazi insediativi, promozione della critica ai centri commerciali, agli ipermercati, alle catene di produzione e distribuzione che uniformano l’alimentazione, l’arredamento, lo spazio fisico.

Adattamenti climatici
La consapevolezza che le mutazioni climatiche in atto determinano profonde trasformazioni al sistema naturale ha evidenziato la necessità di adattarne l’uso al modificarsi delle condizioni.
La presa d’atto dei mutamenti e della causa antropica che li determina dovrebbe implicare la revisione dei modi di uso e non l’individuazione di sistemi per consentire la medesima produttività. La forzatura delle logiche dei sistemi naturali è accompagnata da una condizione di disequilibrio del sistema e quindi ad un incremento del rischio di collasso.
Gli adattamenti, vale a dire gli interventi atti a ridurre gli effetti dei mutamenti climatici, possono essere qualificanti se comportano un ripensamento sugli errori commessi e se non si sostituiscono all’azione di rimozione delle cause che hanno determinato le modificazioni climatiche.

Adattare gli spazi
Gli abitanti adattano lo spazio delle loro abitazioni e avrebbero diritto di adattare alla loro modalità di vita gli spazi dei loro insediamenti.
Attualmente gli abitanti subiscono l’organizzazione urbana definita dalla speculazione edilizia e, in rari casi, dalla pianificazione in cui non è prevista l’azione attiva e diretta del cittadino.
Riprendere quella delega che la società industrializzata prima e quella dei consumi poi ha dato ai tecnici, recuperando la possibilità di intervenire da parte del cittadino e della comunità, senza apportare danno all’ambiente e fastidi alle persone, appare un aspetto qualificante della cultura di una società.

Ambiente (natura e società)
Le condizioni dell’ambiente dipendono strettamente dall’organizzazione sociale delle comunità che in esso vivono. Le comunità di raccoglitori e cacciatori hanno un rapporto molto leggero con gli ecosistemi, non ne portano a collasso la produttività, mantengono ridotto il numero della popolazione, non accumulano.
Una società che esalti la proprietà privata o dello stato ben difficilmente riuscirà a garantire un uso comune dei beni e un rapporto di non sfruttamento degli ecosistemi.
Una società globale mercantile, autoritaria, artificiale, alienata come quella definita dal modello economico maggiormente praticato, si accinge a ricomporre con la natura un rapporto di sua invenzione ricostruendone brani, promuovendone l’immagine, ma rendendola ovunque dipendente dall’azione umana e valutandola solo in termini di economia.

Ambulanti
Il mezzo più ecologico per permettere la distribuzione delle merci: un limitato numero di merci, in un mezzo di trasporto raggiunge una popolazione ferma Lo spostamento è di due tonnellate. Il modello dei centri commerciali si basa sugli spostamenti degli individui ovvero di circa una tonnellata di mezzo pro capite (oltre lo spostamento delle merci nel centro commerciale) è evidente come sia una modalità fortemente energivora oltre che socialmente selettiva (chi non ha macchina, chi non vuole muoversi, chi non può muoversi è escluso).
Agevolare il piccolo commercio ambulante è carattere ambientalmente qualificante.

Artigianato
Il lavoro artigianale permette la consapevole gestione del processo produttivo da parte dell’individuo. È inoltre la modalità con cui all’interno delle comunità si mantiene una capacità tecnica che permette la costruzione e manutenzione dei manufatti in modo autonomo.
L’artigianato si differenzia in relazione ai luoghi e quindi alle risorse e culture locali adattando le trasformazioni ai caratteri locali.
La diffusione dell’artigianato permette la riduzione della penetrazione delle merci globali.

Autoproduzione energetica
I mega-impianti di produzione energetica, sia pure da fonti rinnovabili, concentrano la produzione, e quindi il profitto, ed espropriano la comunità locale della gestione di un aspetto fondamentale della propria esistenza. Permettono il monopolio, la definizione dei prezzi ma principalmente implicano un’enorme spreco di energia nella distribuzione e sovrapproduzione (che esiste anche se reimmessa in rete).
Avviare impianti locali, anche individuali, (mini-idro, mini eolico, biomasse, solare termico etc) rende possibile la riduzione degli impatti ambientali, il controllo degli impianti, la gestione diretta dei costi e dei consumi da parte delle comunità.

Autoproduzione alimentare
Produrre direttamente il proprio cibo o rivolgersi a chi lo produce localmente riduce il mercato dell’alimentazione industrializzata, rende possibile l’autonomia alimentare di territori e comunità, aumenta la possibilità di controllare direttamente la qualità dei prodotti, crea occupazione.
Costituisce un forte legame tra comunità e luoghi e aiuta a comprendere la centralità dell’equilibrio tra uso e conservazione delle potenzialità naturali.
Sostenere l’autoproduzione agricola, partecipare ed utilizzare circuiti commerciali autogestiti.

Autocostruzione
La capacità di costruire ed adattare gli spazi in cui abitare è propria dell’uomo. Delegare totalmente questa pratica a soggetti terzi, non partecipare alla costruzione e manutenzione del proprio ambiente è limitativo delle potenzialità e inibitivo della qualità della vita.
Gli individui possono contribuire direttamente o indirettamente alla definizione dello spazio fisico in cui vivono, consapevoli della necessità di operare in modalità tali da ridurre gli effetti negativi ed alleggerire il peso ambientale della trasformazione e dell’uso della stessa.
Partecipare a processi di autocostruzione, autocostruirsi la casa o meglio recuperare in autocostruzione manufatti esistenti.

Automobili
Ogni giorno gran parte dei cittadini del mondo è tartassata da una incalzante pubblicità sugli autoveicoli privati su gomma.
Se non ci fosse questa pubblicità costante quasi certamente si venderebbero molte meno auto, la nostra società non sarebbe automobile-centrica, non avremmo problemi di inquinamento urbano etc. etc.
Nel modello attuale la mobilità individuale su gomma appare per molti territori indispensabile e insostituibile (si pensi agli insediamenti di case individuali diffuse su gran parte del territorio). Ma non è così. Si possono organizzare molte altre modalità di trasporto a partire da quello individuale a motore (moto di piccola cilindrata) bicicletta o altro che possono risolvere percorrenze di minore entità o ricorrere ad auto pluriutilizzate, comunque di cilindrata e dimensioni più piccole.
Si può fare adesso, senza troppo sacrificio, senza cambiare le regole che sussistono: chi non si muove in questa direzione, chi possiede per scelta autoveicoli di grande cilindrata, di grande dimensione, di recente costruzione è portatore di fatto di una cultura autoritaria, inquinante, socialmente dannosa.

Carne e combustibili
È un dato noto che in ogni passaggio della catena alimentare gran parte dell’energia non si trasferisce al successivo anello: ad esempio ogni manzo produce cinquanta chilogrammi di proteine consumando settecento cinquanta chilogrammi di proteine vegetali.
In sintesi per produrre carne nelle quantità attualmente consumate si utilizzano una quantità di alimenti vegetali che da soli sono di gran lunga superiori alle necessità alimentari di tutti gli abitanti dell’intero pianeta.
L’aumento dei consumi di carne ha quindi implicato, oltre alla modificazione dell’assetto agroforestale e sociale di interi paesi, lo sperpero di potenzialità nutritive enormi.
La produzioni di combustibili vegetali, da poco avviata, percorre la stessa strada: oltre ad aumentare il prezzo dei cereali su tutti i mercati, mettendo in difficoltà i consumatori più poveri ed avvantaggiando i produttori più ricchi, implica l’uso di alimenti per la combustione perdendo in questa trasformazione una enorme quantità di energia.
Usare la produzione agricola per scopi alimentari, ridurre la catena proteica, è la garanzia di utilizzare al massimo le potenzialità del sistema naturale e dell’energia in esso presente.

Casa fuori città
Modello insediativo che prevede la residenza in ambito poco insediato con una casa di dimensioni superiori alle necessarie, giardino, e tutte quelle strutture che le possibilità economiche rendono realizzabili, ed il lavoro nella “city”. Uno spreco ambientale spaventoso, in termini di consumo di risorse, e di consumi energetici per gli spostamenti. Per respirare buona aria si percorrono in auto decine di migliaia di chilometri, inquinando, divenendo diretta causa dell’alterazione dell’atmosfera che è causa dell’allontamento dal centro urbano.
Spesso non è una scelta (le abitazioni costano meno quanto più sono lontane dal centro) ma se fosse una scelta sarebbe ambientalmente e socialmente nociva.
Si dovrebbe operare nel luogo e nella comunità dove si risiede e divenire stanziali.

Causa-effetto
Il modello economico e sociale praticato interviene sugli effetti; in questa maniera, non attuando critiche né modificando i comportamenti consolidati aggiunge merci ed amplia il mercato; intervenire sulle cause comporterebbe al contrario la modificazione delle pratiche comuni e la riduzione delle merci.
Ogni azione efficace volta alla sostenibilità opera sulle cause e nel caso, contemporaneamente, per la riduzione degli effetti.

Comunità
Ricomporre le relazioni dirette tra individui e risorse locali è il mezzo per riequilibrare il rapporto tra popolazione e ambiente. Gli individui non hanno consapevolezza degli effetti negativi che i loro comportamenti producono in altri luoghi; né comprendono l’importanza della corretta gestione delle risorse presenti nel loro territorio.
Per ricomporre le relazioni si possono sostenere le economie locali, non succubi del mercato globale, in cui vi è spazio per le capacità tecniche e creative degli individui.
Il luogo sociale in cui ciò può avvenire sono le comunità di individui, intendendo con questo comunità geografiche o ageografiche, autogestite, caratterizzate culturalmente ma non chiuse, autonome economicamente e socialmente ovvero che gestiscono direttamente, concordemente, sostenibilmente le risorse e l’ambiente.


Comunità aperte e identità
Il modello economico contemporaneo, per permettere la diffusione di merci uniformate, ha destrutturato la cultura delle comunità locali.
La cultura locale è strettamente connessa ai luoghi, nel senso che scaturisce dallo stretto rapporto che esiste tra individuo e ambiente in cui si colloca.
L’allontanarsi da questo rapporto aumenta l’impatto ambientale della comunità nel luogo dove essa è insediata.
Il mantenimento di una cultura locale è garanzia dell’identità delle comunità e delle relazioni tra esse e l’ambiente.
Ciò non implica la ricreazione di comunità chiuse né la riorganizzazione di quelle limitazioni sociali che ne caratterizzano la presenza. Implica esclusivamente l’opportunità di ritrovare un equilibrio locale, di uscire dal mercato e dalle sue imposizioni culturali, di conservare una identità; e tutto ciò è possibile in un continuo e positivo, ma paritetico, scambio con l’esterno.

Concorrenza/libero mercato
È un disastro ambientale scaturito da una iperproduzione che tenta di ridurre i costi e di occupare fasce di mercato togliendole ad altri produttori. In tale maniera si producono merci non necessarie (quali sono gran parte di quelle della società dei consumi) che non danno piacere (quali gran parte di quelle della società dei consumi) in quantità tante volte superiori a quelle del mercato (già gonfiato) in ragione di quanti sono i produttori.
Questa condizione è aberrante nel mercato globale ma potrebbe non esserlo a livello locale dove gli operatori producono principalmente per la comunità nella quale risiedono in ragione delle sue richieste (limitando in tale maniere gli sprechi di energia per la fabbricazione, distribuzione e smaltimento).

Consumatori
La differenza tra un individuo ed un consumatore è definita dal livello di criticità mostrata nei confronti delle promozioni commerciali e dalla quantità di merci acquisite.
Nella società contemporanea non essere consumatori è molto difficile ma il cambiamento dei comportamenti è la prima garanzia per la limitazione del mercato globale e la riduzione del “peso ambientale” della nostra presenza nel pianeta.

Consumo
Nella società dei consumi le merci non si consumano: si riducono a rifiuti senza usarle completamente. La società è quindi dei rifiuti, dell’allontanamento rapido delle merci, nella disaffezione sentimentale nei confronti degli strumenti utilizzati. Gli oggetti sono tutti diversi ma tutti indifferenti per chi li usa, e vengono sostituiti rapidamente senza lasciare memoria ma solo una profonda traccia fisica (la quantità dei rifiuti).
Ridurre gli acquisti, ridurre le merci, mantenere gli oggetti, riutilizzarli, “consumarli”, ripararli è indispensabile per rallentare una produttività che non porta benessere.

Consumo di suoli
Insediamenti e infrastrutture si espandono occupando terreni. La aree sottratte perdono ogni potenzialità ecologica, non sono biologicamente produttive. Le aree insediate sono deserti portati all’interno di sistemi naturali di ben altre capacità, ambiti di difficile recupero naturalistico, che permangono nel tempo e partecipano attivamente all’innalzamento delle temperature e tale condizione diviene ancora più grave in quanto esse si collocano nei territori di maggiore produttività agricola (le medesime che garantiscono condizioni ottimali per gli insediamenti).
Le grandi quantità di suolo consumate dovrebbero aprire una riflessione sulla necessità di contenere gli insediamenti non tanto trovando soluzioni nell’altezza degli edifici, quanto recuperando gli spazi non utilizzati o sottoutilizzati, composti da seconde e terze case, troppo ingenti superfici pro capite, capannoni abbandonati e iper-dimensionati, derivati da utilizzazioni strumentali del costruito (investimenti e redditi), permessi dal modello economico (costi ridotti, speculazioni) e sostenuti dalla cultura (le grandi dimensioni) che sono la principale causa dell’espansione del costruito.

Crescita
L’obiettivo della crescita è sostanziale per questo modello economico e culturale. Il benessere dei paesi e delle aziende si misura in quantità di prodotto e nella capacità di aumentarlo anno dopo anno.
Ma gli stessi criteri governano le vite dei singoli. L’appagamento individuale avviene quando la condizione successiva è quantitativamente superiore a quella precedente; quando vi è la possibilità economica si sostituiscono alle condizioni materiali altre di maggiori quantità (la casa di maggiore superficie, l’automobile di maggiore cilindrata, il computer di maggiore potenza etc).
Ebbene l’illimitata crescita materiale, nonostante tutti gli sforzi tecnologici che si possano fare, non è praticabile in ragione del fatto che le risorse sono, al contrario, limitate.
Oltre alla evidente inutilità della crescita quantitativa è opportuno considerare che non è possibile perseguire l’obiettivo crescita; vi è un limite che, per quanto lontano si voglia porre (ma si ritiene essere molto ma molto prossimo), è esistente ed il suo raggiungimento implica il blocco della crescita.
È dunque fondamentale modificare l’atteggiamento culturale reimpostando non solo la vita degli individui ma anche quella della produzione che dovrebbe ritrovare i suoi vantaggi nella qualità della produzione e non nella quantità, nella continuità temporale delle attività, nel mantenimento di quantità connessa alle reali necessità della comunità a cui quei prodotti si rivolgono.

Distribuzione
La mobilità delle merci è uno dei caratteri del modello di mercato globale.
Le produzioni concentrate sostituiscono le produzioni locali potendo contare su di un costo minore reso possibile dall’incremento delle quantità e dalla localizzazione delle unità produttive in territori in cui i controlli ambientali sono ridotti ed il costo della manodopera è basso.
I costi ambientali e sociali connessi sono enormi per il consumo di energia e le emissioni relative all’iperproduzione ed al trasporto, nonché per la destrutturazione del tessuto produttivo locale. Questa condizione diviene ancora più grave quando si realizza nel settore agroalimentare.
Mangiare cibi prodotti in territori prossimi, oltre ad evitare gli spostamenti delle merci e ridurre i consumi energetici, sostiene economicamente la comunità locale.

Efficienza (Aumento della)
Termine definito in ambito industriale in base alla domanda da parte delle società di ridurre gli effetti negativi della produzione ed in relazione alla crisi del petrolio degli anni settanta e della conseguente necessità di ridurre i consumi energetici.
L’efficienza prevede che le merci siano sostituite da altre in un continuo miglioramento di efficienza (richiesta anche dai regolamenti volontari sulla qualità dei prodotti). In tale maniera “nuove” merci sostituiscono “vecchie” merci, con la stessa funzione ed ancora funzionanti.
L’uso strumentale di tale concetto ha permesso l’aumento di nuovi ambiti di mercato (le persone comprano più volte lo stesso prodotto a livelli di efficienza sempre superiori) richiedendo però una enorme quantità di energia e producendo al pari una enorme quantità di scarti e di rifiuti.
Dato che l’aumento dell’efficienza viene quantificato sull’unità di prodotto, il vantaggio della maggiore efficienza raggiunto con il miglioramento del prodotto è riassorbito e sopravanzato dallo svantaggio ottenuto dall’aumento della quantità dei prodotti.
Non cadere nella trappola dell’efficienza, né nell’esprimere i giudizi sulle merci né nel loro acquisto; mantenere le merci il più a lungo possibile verificando l’effettiva funzionalità in ragione delle proprie esigenze. La maggiore efficienza è la riduzione.

Equilibrio
La quasi totalità degli insediamenti non è in equilibrio con l’ambiente in cui si collocano; consumano una quantità di energia superiore a quella disponibile localmente, emettono inquinanti per tipo e quantità superiore alle capacità di recupero degli ecosistemi.
L’insieme degli insediamenti e delle attività planetarie consuma risorse e produce emissioni in quantità superiori alla capacità di carico del pianeta.
La situazione complessiva è quindi disequilibrata sia localmente sia globalmente.
Il futuro dei sistemi naturali è compromesso ma lo è anche quello dei sistemi umani che nella natura e di natura vivono. Il rischio di collasso aumenta nel tempo con il mantenimento dei caratteri del modello economico e sociale praticato e l’esponenziale crescita.
Rimettere in equilibrio gli insediamenti con le risorse a partire dalla scala locale, collegando i consumi alle reali risorse disponibili, diversificandoli in ragione delle caratteristiche dei luoghi e quindi della loro produttività appare un elemento indispensabile per ipotizzare un futuro qualificato.

Fonti rinnovabili
L’uso di energia da fonti rinnovabili va accompagnato dalla dismissione di equivalenti fonti non rinnovabili e dalla significativa riduzione dei consumi.

Globale
Globale è il meccanismo inventato e sostenuto dai maggiori operatori economici per aumentare gli scambi, concentrare la produzione e la gestione del mercato, fare crescere esponenzialmente i profitti.
Globale è sostenuto da intellettuali che, ignorando la condizione del precedente capoverso, lo ritengono essere il modello di crescita culturale e sociale del pianeta.
Globale è il non luogo dove l’individuo non ha peso, dove l’individuo, uniformato, è il ruolo che esso svolge, dove la comunità non esiste, dove vi è un governo economico che detta le regole sociali.
Non acquisire prodotti globali, non utilizzare soluzioni globali, porre attenzione alle capacità produttive locali, ai caratteri sociali delle merci, alle comunità.

Illuminazione
Il pianeta è troppo illuminato artificialmente; la notte è svanita.
Ridurre l’illuminazione, rabbuiare.

Industriale
Sistema produttivo che necessita di una profonda revisione ambientale e sociale. A partire dalla definizione della necessità delle merci, dal rapporto geografico tra luoghi di produzione e di uso, dalla riduzione della mobilità delle merci.
L’industria è una modalità produttiva a cui non è necessario rinunciare a condizione che le sue finalità siano riportate da quelle economiche a quelle sociali ed ambientali.

Industrializzazione
Obiettivo dell’industrializzazione non è produrre merci ma generare profitti: le merci sono eccedenti, i processi produttivi inquinanti e socialmente destrutturati, la qualità dei prodotti ridotta, la durata predefinita limitata. L’industrializzazione è il principale fondamento del mercato globale e produce rifiuti chiamandoli merce.
L’industrializzazione della società ha portato alla adesione a modalità di organizzazione della vita secondo i criteri dell’industria: divisioni per fasi, parcellizzazione dei contributi individuali, e quindi inconsapevolezza del prodotto finale, controlli di qualità autoreferenziati e settoriali.
Deindustrializziamo la mente e utilizziamo i prodotti industriali che servono e garantiscono le qualità ambientali e sociali desiderate senza essere succubi della cultura industriale.

Infrastrutture
Se si vuole aumentare la mobilità delle merci e delle persone, privilegiando gli spostamenti privati, non vi è dubbio che servano infrastrutture.
Dato che non vi è un limite stabilito alla soddisfazione né per quanto attiene ai tempi di percorrenza, né per quanto attiene la quantità di spostamenti, risulta evidente che, perseguendo questo modello, le infrastrutture non saranno mai sufficienti.
Ad un continuo aumento delle infrastrutture corrisponderà una sempre maggiore dipendenza dalle stesse. Ad esempio, la costruzione di strade faciliterà l’uso del vettore che le usa e quindi comporterà un continuo aumento della viabilità su gomma (privata e delle merci), delle emissioni, dei consumi energetici, dell’alterazione dell’ambiente, dei danni alla salute dei cittadini e favorirà la parcellizzazione degli insediamenti e la concentrazione della produzione, ambedue facilitate dalla semplicità del trasporto degli individui e delle merci.
L’attuale esagerata mobilità è l’esito del mercato dei suoli ed immobiliare (che rendono necessario l’allontanamento dalle città consolidate delle persone a minore reddito) e dello spostamento delle merci (che, essendosi concentrata la produzione, necessita di trasportare i prodotti nelle località dove appunto la concentrazione ha fatto fallire gli operatori locali).
Opporsi ad alcuni tipi di infrastrutture (in particolare quelle stradali ed aeroportuali, oltre che degenerazioni di quelle ferroviarie ad Alta Velocità) vuol dire opporsi al modello economico, produttivo ed insediativo limitandone lo sviluppo.

Innovazione/nuovo
Il nuovo ha assunto un valore positivo assoluto. Nella promozione delle merci corrisponde ad un giudizio favorevole indipendentemente dalla reale qualità del prodotto. La considerazione positiva del nuovo si applica indistintamente a tutte le azioni e i prodotti della società contemporanea con tale intensità che l’innovazione è divenuto un tema di interesse prioritario.
L’innovazione utile è quella che migliora la qualità ambientale e sociale delle azioni, dei processi, dei prodotti valutando non gli effetti della singola azione ma della totalità delle stesse.
È opportuno affrontare il tema dell’innovazione con tutta la criticità possibile al fine di verificare i reali vantaggi che il nuovo comporta senza entusiasmarsi della novità fine a se stessa, ben consapevoli che proprio dietro questo entusiasmo indotto si nascondono i problemi che la novità stessa comporta.

Lentezza
Fare di meno, rallentare può aiutare ad aumentare la consapevolezza di quanto si fa.
Probabilmente aumenta la possibilità che i processi decisionali siano partecipati, sicuramente riduce il consumo di risorse e la quantità di emissioni.

Lusso

La società dei consumi già conduce alla acquisizione di merci inutili i cui effetti negativi nell’ambiente sono ulteriormente gravi in quanto non necessari.
Il lusso è un’aggravante a questa già insopportabile condizione. Il lusso è volgare. In quanto inutile. Il lusso è volgare in quanto comporta effetti ambientalmente negativi che degradano gli ecosistemi e pesano come macigni sulla salute delle persone. Il lusso è volgare perché dimostra, con ignominia per chi lo pratica, come il mercato riesce a recuperare profitti da chiunque: se i ricchi non avessero il lusso come farebbero a spendere i loro soldi?

Mercato
Il mercato dei piccoli produttori, degli artigiani, delle capacità tecniche locali.
Il costo ridotto dei prodotti industrializzati può avere un prezzo altissimo in termini sociali ed ambientali.
Il mercato pesa quanto gli individui possono spendere fin dalla loro nascita e crea prodotti in condizione di prendere tutto quanto questi posseggano dandogli secondo le loro disponibilità merci indispensabili, necessarie, inutili, sovradimensionate, superflue.
Le aziende globali hanno compreso che forse non riusciranno mai a vendere una automobile o un elettrodomestico a tutti gli abitanti del pianeta e quindi operano per commercializzare beni primari (acqua, semi etc) ampliando così i mercati dei prodotti e dei processi industrializzati e monopolistici anche ai poveri.
Cercare di stare per quanto possibile fuori dal mercato.

Mobilità
È uno dei settori che contribuisce maggiormente all’alterazione del clima del pianeta e condiziona la salute dei cittadini.
La mobilità presentata come un elemento fondamentale della libertà individuale è al contrario il maggiore limite alla stessa.
La crescita della mobilità porta alla configurazione di insediamenti a bassa densità ed all’aumento della distanza tra luogo di residenza, di lavoro, di relazione, di vacanza.
La “libertà” diventa un dovere: non è possibile usare i servizi senza muoversi. Vi è l’obbligo alla mobilità.
Incominciare a muoversi meno quando si può scegliere (vacanze), a muoversi poco nel lavoro (riducendo gli spostamenti accorpando impegni), a trovare soluzioni abitative collegate al luogo delle relazioni e del lavoro.

Monouso
Una delle massime aberrazioni delle contemporaneità. Ingiustificata e incomprensibile. Quale vantaggio si ha individualmente con un prodotto monouso? La possibilità di non lavare le stoviglie, i tovaglioli ? E per i rasoi? Per gli accendini? Semplifica l’azione? Ma quale complessità è ricaricare un accendino? E che fatica è andare al mercato con un proprio sacco di tela?
È invece proprio la ricerca della disaffezione all’oggetto e la riduzione della sua identità specifica che è alla base della società dei consumi. Tutti gli oggetti debbono essere equivalenti in modo da potere essere buttati e ricomprati, casomai uguali a se stessi, in maniera da incrementare il mercato
L’enorme costo in termini ambientali ed economici dello smaltimento di tali materiali non giustifica i debolissimi vantaggi derivanti dal loro uso.
Non usare prodotti monouso.

Norme
Non sempre le norme aiutano a ridurre il peso ambientale dell’uomo. Anzi spesso motivate dalle logiche della produzione definiscono comportamenti che sono esattamente contrari agli obiettivi di qualità ambientale.
Sono anni che si opera per la riduzione degli imballaggi eppure ci sono ferree norme per cui nei bar lo zucchero è in bustine, i panini in plastica, i prodotti dei supermercati iperimballati; sempre per rimanere nello stesso tema, per poco non è passata una norma europea che prevedeva la sostituzione del bicchiere per l’acqua con una confezione monouso.
Sono le norme che facilitano la diffusione dei prodotti mono-uso non caricandoli dei costi ambientali e sociali degli smaltimenti; sono le norme che agevolano l’industrializzazione definendo procedure per il controllo della qualità e tipologie di prodotto impraticabili da artigiani; sono le norme che definiscono finanziamenti per coltivazioni atipiche, per agevolazioni ai carburanti aerei, per sovvenzioni ai trasporti privati, agli impianti di risalita, etc.
Le norme nella società di mercato non le fanno i cittadini né i loro rappresentanti ma i grandi interessi le cui richieste sono sempre meno attenuate dal buonismo che l’ampliamento del mercato di venti anni addietro (Est Europa, liberalizzazioni, privatizzazioni acqua, energia) aveva prodotto.
Guardare con attenzione critica le norme.

OGM
Creati con la giustificazione di rispondere alle emergenze alimentari, rispondono in realtà all’esigenza da parte delle aziende produttrici di aumentare la produttività per ettaro e di penetrare all’interno del mercato dei semi che attualmente è per gran parte gestito direttamente dagli agricoltori.
L’aumento della produttività per ettaro, come noto, non migliora le condizioni dell’alimentazione del pianeta in quanto, come già mostrato dai continui aumenti della produttività dal dopoguerra fino al decennio trascorso, il problema dell’alimentazione è connesso alla distribuzione della produzione (molti paesi producono eccedenze che buttano), alla concorrenza (molti paesi regolano con i loro produttori il prezzo delle risorse agroalimentari), alla struttura sociale in relazione all’uso dei terreni e quindi della produttività locale (le grandi urbanizzazioni rendono le popolazioni dipendenti alimentarmente).
Gli OGM non sono utili, possono essere fastidiosi per l’ambiente, sono nocivi per le comunità locali e per la biodiversità naturale.

Plastica

Non vi sono materiali demonizzabili ma vi sono materiali la cui utilizzazione è molto critica dal punto di vista ambientale e sociale e la plastica è uno di questi.
La plastica è derivata dal petrolio che è sicuramente la risorsa il cui controllo ha condotto al numero maggiore di conflitti armati negli ultimi decenni; è risorsa in via di esaurimento, fortemente inquinante. È dunque una risorsa ambientalmente e socialmente molto negativa.
La plastica è diffusissima per le sue caratteristiche che rendono semplice la produzione e la vendita, per i costi di produzione ridotti che permettono la realizzazione di profitti giganteschi, per i sistemi produttivi, semplici ed accessibili.
Di plastica si abusa: in edilizia, nell’arredamento, nell’oggettistica, nelle strumentazioni. Ovunque vi è plastica in un numero elevatissimo di composizioni diverse, con additivi di tutti i tipi, tanto e tanti che a posteriore non è possibile riconosce il cocktail di sostanze in essa presenti. Questo comporta un problema imponente nelle fasi di utilizzazione (rilascio di sostanze inquinanti, rischi di emissioni nocive al fuoco o in altre condizioni di uso) e di smaltimento.
La plastica inoltre permette gran parte di quella produzione usa e getta che aumenta esponenzialmente la quantità di rifiuti difficilmente riciclabili.
Ridurre la presenza della plastica, come di tutti i materiali inquinanti, ai solo usi specifici e indispensabili porta alla liberazione da una sudditanza, alla ripresa di soluzioni tecniche locali, alla eliminazione di una grande quota di rifiuti.

Popolazione
Il numero degli individui sulla terra è in continuo aumento. L’aumento della popolazione altera i rapporti con le risorse. Già oggi in molte zone del pianeta gli abitanti sono molto superiori alle potenzialità dei luoghi e complessivamente si intravedono i limiti della produttività alimentare dei territori coltivabili.
La densità aumenta, lo spazio individuale diminuisce, gli spazi naturali divengono sfridi marginali sia in termini di quantità che di qualità, i comportamenti sono sempre più regolamentati, la produzione industrializzata.
Una demagogia diffusa invita alla riproduzione, senza motivo viste le quantità esistenti, ed altera i rapporti tra scelte individuali, piacere, benessere e consapevolezza collettiva. Si possono individuare alcuni ambiti di promozione dell’incremento numerico della specie: il modello economico che ampia il mercato, le religioni che incrementano gli adepti, gli stati che si fanno grandi con il numero degli abitanti.
Interessi, dogmi, paure ma nulla di tutto ciò è collegato con il bene individuale e comune.

Qualità/quantità
Da anni si tende a ridurre la strategia della sostenibilità all’aumento dell’efficienza delle azioni che vengono attuate. Il ragionamento attuato è che se una automobile contemporanea inquina significativamente meno di una automobile di quaranta anni fa le condizioni del pianeta migliorano.
Ma una automobile di quaranta anni fa faceva molti meno chilometri l’anno di una contemporanea, aveva una vita molto più lunga (e quindi usava al massimo l’energia immagazzinata per la costruzione), e faceva parte di un parco automobili che era una esigua frazione di quello attuale.
L’aumento della qualità delle merci è condizione necessaria ma non sufficiente alla risoluzione dei nostri problemi. Ad essa va affiancata una significativa riduzione delle quantità.

Ricerca
La massima parte della ricerca è condotta da soggetti privati che hanno un interesse specifico nella definizione di nuove merci. Dalla medicina, alle attrezzature militari (che sono tra i settori che impegnano i maggiori fondi di ricerca) passando alla cosmesi, ai trasporti, alla chimica fino all’edilizia i soggetti che posseggono maggiori disponibilità economiche investono in ricerca, non rispondendo ad acclarate necessità ma agli specifici interessi del finanziatore.
Gli esiti della ricerca non sono risposte alle esigenze della popolazione – anche in ragione del fatto che la ricerca si sviluppa secondo gli stessi criteri economici che regolano l’attuale modello e ne definiscono tutti i limiti – ma risultati che rispondono al massimo del mercato ottenibile dal soggetto promotore.
Questa ricerca è solo in minima parte socialmente e ambientalmente utile. Se la ricerca è tesa a risolvere problemi allora non può non considerare che la soluzione di molti di essi si trova non nell’inventare merci ma nel modificare sistemi sociali. La ricerca auspicata è connessa alla società e ne pratica gli interessi, sviluppandosi non sullo specifico tematismo ma sull’interazione tra questo e le modalità con cui la società stessa opera.

Risorse
Nonostante il termine, “risorse” indica una visione dell’ambiente volta alla sua trasformazione o utilizzazione, in quanto l’osserva dal punto di vista utilitaristico per la specie umana: è possibile un uso delle risorse che non comprometta e degradi l’ambiente.
Il modello contemporaneo le usa fino a quando producono convenienza economica e quindi molto oltre il limite di uso finalizzato al mantenimento delle potenzialità delle risorse stesse.
Ciò è favorito dalla mancanza di controllo da parte delle comunità locali del proprio territorio e delle sue risorse e dalla gestione imprenditoriale delle stesse.
La gestione delle risorse nel mondo contemporaneo è molto delicata. Esse sono in continua riduzione, in uno stato di alterazione, insufficienti a garantire i consumi dei benestanti e la sopravvivenza di una popolazione mondiale in continua crescita.
Mettere in diretta relazione le risorse con le comunità locali, avviandone una gestione comune, definendo i consumi in relazione alle disponibilità appare non solo un mezzo per mantenere le diversità culturali ed ambientali ma anche di permetterne un uso congruo alle disponibilità.

Risparmio economico
I soldi accumulati hanno un impatto ambientale minore di quello derivante dall’accumulo di merci. Mentre l’economia antecedente alla società dei consumi era basata sul risparmio, quella contemporanea lo è sull’impegno di tutte le disponibilità degli individui nell’acquisto di merci, anche facendo impegnare il futuro ed anche quando le merci non servono.
Le merci da un lato sono lo strumento per prelevare ricchezze, dall’altro per accumularne: ambedue gli usi sono spaventosamente dispendiosi per l’ambiente.

Riuso/ Recupero
Per permettere il mantenimento della quota di mercato inutile e sovradimensionata rispetto alla necessità questo modello ha sostenuto, attraverso la comunicazione commerciale, tecnica e scientifica, la preminenza del nuovo sull’usato.
Oggetti e materiali usati hanno assunto un valore minore, di ripiego; sono rapidamente considerati obsoleti e tendenzialmente diventano rifiuti. Questa è una incredibile perdita di ricchezza e di energia e la creazione di un problema, quello dello smaltimento, altrimenti molto più limitato.
Dagli arredi degli appartamenti, al vestiario, passando per le automobili e le attrezzature, gli oggetti rispondono ad un immagine astratta, stimolata dal mercato.
Riusare, recuperare vuol dire adattare il proprio progetto all’esistente, vuol dire comporre il futuro con il presente, con tutte le approssimazioni che questo comporta, ma vuol dire anche impossessarsi di nuovo del progetto senza risolverlo nell’esclusivo acquisto di merci.

Settori
L’apprendimento, le competenze, l’organizzazione del lavoro, la cultura contemporanea: tutto è settoriale.
Informazione, conoscenza e capacità di intervenire però non sono connesse perché l’intervento di riqualificazione ambientale necessario è intersettoriale, spesso non necessita di dettagli conoscitivi, ma di una grande consapevolezza e del coraggio di modificare comportamenti e decisioni anche con soluzioni semplici.
Gran parte di questa cultura settoriale informata, approfondita, dettagliata è inutile per il benessere della comunità in quanto non sostiene un’ azione coerente.
La visione e l’intervento nel sistema ambientale e sociale è interesettoriale e spesso non necessita di approfondite basi scientifiche.

Smaltimento
La quantità di rifiuti da smaltire dovrebbe essere minima.
Gli oggetti dovrebbero essere usati, recuperati, riusati, recuperati, riusati fino ad essere riciclati. La loro quantità dovrebbe essere ridotta alle reali necessità (e quindi molto, ma molto, al di sotto della metà delle quantità attualmente in gioco) e solo una loro parte minima dovrebbe essere un rifiuto e solo questa parte dovrebbe essere smaltita.

Soluzioni tecniche
Scegliere soluzioni tecniche semplici direttamente gestibili, riparabili da parte di tecnici presenti nel territorio, evitare di essere obbligati a rivolgersi alla stessa casa produttrice per manutenzioni e riparazioni, utilizzare soluzioni che fanno risparmiare energia e materiali, che non garantiscano esclusivamente l’efficienza nel funzionamento, utilizzare strumentazioni che non sostituiscano semplici azioni umane (strizzare un limone, alzare una serranda, accendere una luce).

Sostenibilità
Le alterazioni dell’ambiente sono state constatate diffusamente almeno dall’inizio degli anni settanta, le politiche internazionali, comunitarie e spesso quelle nazionali hanno indicato quale prioritaria la loro soluzione da almeno venti anni, il termine sostenibilità appare costantemente a supporto di trasformazioni ma le condizioni dell’ambiente sono esponenzialmente peggiorate.
Le condizioni ambientali e sociali del pianeta quindi non consentono di constatare che il modello attualmente praticato abbia la capacità di risolvere i problemi riscontrati.
Le azioni sostenibili sono quelle che conservano e riqualificano l’ambiente, riducono gli sprechi ed i consumi di risorse, riducono gli scarti.
Il resto è giustificazione delle cattive coscienze.

Specializzazione dei territori
I territori del pianeta sono utilizzati per la produzione di alimenti, gestiti dalle grandi compagnie di produzione o distribuzione agroalimentari in maniera specializzata. In un luogo si producono gamberetti, in un altro mais.
La monocoltura asservisce le comunità locali ad un mercato che esse non controllano, ne limitano le autonomie alimentari, le impoveriscono tecnicamente e culturalmente, trovando esse ragioni di esistenza solo nella configurazione del processo distributivo globale.
Il rifiuto della specializzazione è garanzia di autonomia delle comunità locali. Le multicolture, il mantenimento di capacità tecniche e delle specificità delle produzioni, non solo aiutano la società ma conservano la diversità biologica e la qualità dell’ambiente.

Supermercati-ipermercati centri commerciali
Lo strumento per la vendita dell’inutile a basso costo. In alcuni casi i prodotti sono così scadenti (mobili, strumenti ed anche alimenti) che dovrebbero pagare i clienti per il costo dello smaltimento di rifiuti piuttosto che farsi pagare per il costo delle merci.
La concentrazione delle vendite è connessa alla concentrazione della distribuzione e produzione. Sono strumenti per concentrare la ricchezza ed aumentare il potere dei singoli nei confronti della comunità in cui si collocano le loro attività.
Anch’essa destruttura il tessuto sociale locale rendendolo dipendente da macroinvestimenti di operatori.
Il vero risparmio non è comprare tanti prodotti scadenti ma comprare di meno, comprare da chi si conosce, da chi ha competenza tecnica nel produrre quella merce, da chi opera in prossimità.

Sviluppo
L’unico sviluppo possibile è culturale, non è connesso con la quantità né con le merci.

Tecnologia
La tecnologia è individuata come il mezzo per risolvere i problemi ambientali; quasi un deus ex machina si attende la nuova apparecchiatura, il nuovo materiale, il nuovo combustibile che ci cambierà la vita e ripristinerà condizioni di qualità nel pianeta.
Questa aspettativa è sostenuta da chi vuole che nulla sia modificato nell’attuale modello globale: che si continui a consumare alla stessa maniera, che si concentrino i produttori, che si ingrandiscano le metropoli, che si riduca l’autonomia sociale e culturale delle comunità. L’assioma su cui si basa è che questo modello è imperfetto (si sostiene in cattiva fede “come tutti i possibili”) ma l’innovazione tecnologica ci permetterà di proseguire migliorando le prestazioni.
Non solo è una impostazione sbagliata ma pericolosa per l’intera umanità. La tecnologia può aiutare solo se utilizzata nel quadro di una profonda rivisitazione dei comportamenti: una riduzione dei consumi, una attenzione ambientale nelle attività, una riduzione della mobilità e dell’incremento demografico.
Se la tecnologia non si pone in relazione a questo quadro è solo tesa a produrre nuove merci per lo stesso mercato che è causa della profonda alterazione ambientale e sociale del pianeta e dei suoi abitanti.

Turismo
Il turismo ambientalmente e socialmente corretto è quello svolto con mezzi a basso impatto, con tempi lunghi, con spostamenti ridotti, senza partecipare alla destrutturazione delle comunità locali, senza divenire ambasciatori di una cultura globale scegliendo servizi e offerte omogenee e universali.
Il turismo sostenibile è quello dei piccoli spostamenti, dei tempi lunghi di permanenza, di mobilità preferibilmente non a motore.

Urbanizzazioni
I grandi insediamenti sono dipendenti dal territori esterni, dai produttori, in essi non si ricostruiscono comunità autonome, gli abitanti sono in balia delle grandi aziende distributive, non controllano i sistemi di produzione o l’origine dei materiali.
Le metropoli sono strutture insediative autoritarie in cui i cittadini sono schiacciati e succubi non gestendo direttamente né produzione, né alimentazione, né distribuzione non avendo a disposizione un proprio territorio.
Le grandi urbanizzazioni contemporanee sono la rappresentazione del modello di concentrazione di ricchezze e di potere, della diseguale distribuzione del benessere, della dipendenza delle comunità insediate, dell’espropriazione del diritto dei singoli di abitare la terra.
Ogni azione che tende a facilitare il rafforzamento di questi ambiti riduce la possibilità di autonomia delle popolazioni. Limitare gli insediamenti, ricollegarli ai luoghi, per aumentarne l’autonomia e la riconoscibilità.

Uso libero
Sperimentazione attuata negli anni settanta in cui i singoli mettono a disposizione gratuitamente beni diversi, da oggetti di uso ad una quantità del proprio lavoro, per le necessità di altri.
È la maniera per ridistribuire le eccedenze, senza profitto, di consolidare le relazioni sociali, di recuperare l’energia impegnata senza beneficenza, né lucro.

Velocità
La qualità è spesso misurata dalla velocità di esperire attività, dalla rapidità con cui si definisce una pratica a quella in cui si costruiscono le case, si effettuano gli spostamenti, si acquisiscono servizi.
La velocità delle azioni comporta la riduzione del tempo con cui vengono attuate, l’aumento dei profitti (facendo più cose se ne possono vendere di più), la riduzione dei costi di produzione (aumentano i margini sull’unità prodotta).
Il tempo liberato viene occupato da altre attività con l’esito finale di un aumento esponenziale dell’energia impegnata (umana e non), con l’aumento delle emissioni e dei materiali utilizzati e quindi con insostenibili effetti negativi nell’ambiente e sulle società.
Dare il giusto tempo alle azioni a partire da quelle quotidiane per recuperare la consapevolezza ed il piacere delle stesse, per non essere inghiottiti dalla continua ricerca del fare.

Conclusioni
Da molto tempo è noto quanto il comportamento degli individui possa migliorare le condizioni dell’ambiente. Acquisti orientati nei confronti di merci di maggiore qualità ecologica, riduzione dei consumi energetici attraverso una gestione oculata degli impianti e degli elettrodomestici, riduzione delle emissioni con l’uso di vettori alternativi e innovativi, sostituzione a livello privato dell’energia da fonti fossili con quelle rinnovabili.
Ma l’attenzione di moltissime persone nei confronti di comportamenti ambientalmente e socialmente qualificati è contrastata dall’economicità delle merci a minore qualità ambientale (prodotti di qualità minore spesso scaturenti da processi dequalificati) e dalla promozioni di merci fortemente inquinanti.
Quante lampadine a incandescenza dobbiamo sostituire per recuperare la differenza di energia esistente tra la costruzione e l’uso di un autoveicolo di piccola cilindrata ed un SUV? Quanti classi di Euro (siamo a Euro 4) dobbiamo percorrere per recuperare l’incremento medio di cilindrate che i produttori hanno attuato nell’ultimo ventennio?
L’eventuale differenza di qualità del caffè prodotto da una macchinetta normale e da una caffettiera tipo bar a cialde motiva lo sperpero di energia per costruire e gestire i due strumenti e l’incremento di rifiuti che il sistema cialde comporta (anche se fossero “riciclabili”, “biodegradabili”, “ecocompatibili”, “naturali”, etc).
Questi prodotti non hanno l’obiettivo di ridurre il peso ambientale della nostra specie. Si muovono autonomamente dagli interessi dell’umanità, su regole e criteri propri: aumentare i profitti dei produttori, ampliare il mercato, inventare merci rivolte a specifiche categorie di consumatori.
Vi è l’interesse della produzione nel predisporre oggetti di grande dimensione, perché attraverso di essi riescono a motivare i costi elevati a parità di funzione, e oggetti che complicano la funzione perché ne sostengono l’utilità. Questo tipo di oggetti, grandi, complessi, a breve durata, sono esaltati dai produttori rispetto ad altre merci (con la stessa funzione ma semplici e correttamente dimensionati) e su questi scatenano tutta la comunicazione e le motivazioni emozionali sostengono le vendite.
La popolazione mondiale è sottoposta ad un continuo bombardamento di comunicazioni commerciali, accattivanti, gustose che propongono soluzioni affascinanti a problemi inesistenti, progettate da specialisti, realizzate da tecnici di grande capacità; così facendo riescono a indirizzare i desideri a riportarli nell’ambito del mercato ed in questa maniera a esaudirli.
Gli individui sono stravolti da questa messe di piacere: rispondono per gran parte impegnando più di quello che posseggono, lavorando oltre misura per poter accedere alla soddisfazione degli acquisti. È un dato che gran parte dei grandi centri commerciali sono strapieni proprio il sabato e la domenica, giornate in cui l’acquisto ha sostituito altre forme di diletto per gran parte degli abitanti non poveri del pianeta.
I comportamenti ecologici quindi sono molto impegnativi per la difficoltà di essere praticati in un modello che facilita comportamenti opposti, di trovare le merci a basso impatto, di contattare e gestire artigiani e autoproduttori, per la difficoltà a trovare la collaborazione di altri nel percorso avviato, per la distanza enorme che separa questi comportamenti da quelli maggiormente diffusi.
La produzione immette sul mercato prodotti che sempre più artificializzano la nostra esistenza, sempre più concentrano i profitti, sostengono monopoli, espropriano la cultura delle comunità, definiscono e impongono nuove modalità di vita. Il fine commerciale ha strutturato la società, ha definito una nuova modalità di vita, ha modificato le relazioni ed i comportamenti sotto gli occhi di tutti i governi, sprecando un patrimonio creativo e culturale immenso.
Ed allora diviene una battaglia non avere i supplementi gratuiti dei quotidiani (tanta carta quanta pubblicità, vera ragione di stampare il giornale), una battaglia non avere la doppia confezione in plastica al supermercato, una scelta politica andare a fare la spesa con un borsa non monouso o avere una macchina vecchia.
Non usare la carta di credito è visto come un atto da “individuo in via di sviluppo” (ma già paghiamo un pezzo di carta chiamato denaro, perché pagare anche un pezzo di plastica?). Un comportamento ecologico diviene “anacronistico”, da tradizionalista, da chi vuole “un passato che non può tornare”.
Non è così. Chi pensa in termini ambientali non pensa al passato né al futuro, pensa al presente ed alla capacità delle comunità e degli individui di essere capaci di scegliere indipendentemente dalle pressioni del commercio.
In questo la coerenza dell’individuo è fondamentale. Non ammantata di “eroismo”, né di “integralismo” è l’unico mezzo che permette di difendersi da una aggressione interessata che mina la capacità critica. La coerenza è contagiosa.
Alle scelte individuali va però affiancata una pratica tesa a smascherare le malefatte ed elogiare le azioni congrue svolte dagli altri, visto che molti, per incapacità di critica o per interesse, perseguono obiettivi dannosi per tutti.
A partire dall’evidenziare le seppur involontarie connivenze di coloro che praticano comportamenti che sostengono un modello dannoso per gran parte dell’umanità e non in condizione di migliorare le condizioni dell’ambiente. Fino ad arrivare alle scelte delle nazioni, così frequentemente tese a sostenere gli interessi economici anche a scapito degli interessi comuni.
Con serenità, senza astio, ma con consapevolezza che c’è spazio per concretizzare una spinta critica e libertaria già diffusamente presente nel pianeta.
Il discernimento per individuare azioni sostenibili è la verifica della loro capacità almeno di:

  • Ridurre i consumi;
  • Ridurre l’incremento demografico;
  • Ridurre il consumo dei suoli derivato dall’infrastrutturazione e dall’espansione urbana;
  • Riqualificare e conservare la naturalità;
  • Mantenere la diversità naturale e culturale;
  • Recuperare, riusare, riciclare i manufatti e le merci;
  • Sostenere tutte le forme di produzione e scambio poste al di fuori del mercato globale;
  • Sostenere la deindustrializzazione globale, dando spazio all’artigianato, alla produzione locale;
  • Sostenere l’equilibrio insediamento-risorse a livello locale, chiudendo i cicli e perseguendo l’autonomia economica delle comunità;
  • Sostenere le identità delle comunità geografiche ed ageografiche, le culture locali, le lingue, le capacità tecniche. No tradizionalismo ma comunità aperte e identificabili in quanto strettamente connesse ai luoghi;
  • Sostenere mobilità e produzione energetica alternative, non centralizzate, non monopolistiche, non sovradimensionate, necessarie, da fonti rinnovabili.

Tutto quanto non riesce a contribuire a ciò non può essere considerato sostenibile.
Ma queste azioni non sono compatibili con l’attuale struttura economica e sociale in quanto riducono le quantità, modificano le qualità, distribuiscono le ricchezze, smaterializzano i beni, rendono partecipi gli individui delle dinamiche sociali che li riguardano, concretizzano il senso critico in azione, sviluppano la consapevolezza di ciascuno e la solidarietà tra gli individui, promuovono la partecipazione diretta alla gestione della società.
Al contrario si adattano precisamente ai caratteri di una società libertaria.

Adriano Paolella
Zelinda Carloni

Il cosiddetto “modello di sviluppo” diffusamente praticato non è, e non può essere, sostenibile perché fondato sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali.
Il criterio che guida questo modello non attribuisce all’ambiente alcun tipo di valore che non sia quello di ridurlo a merce, quindi a materia od oggetto di transazione, luogo di discarica e di accumulo dei rifiuti e delle emissioni.
Il modello diffusamente praticato non è e non può essere sostenibile perché interpreta il pianeta ed i suoi abitanti come parte di sistemi, economici, religiosi, produttivi, alienando nella loro autoreferenzialità le ragioni del benessere degli individui e della qualità della vita e dei luoghi in cui essa si svolge.
Non esiste modo di praticare la sostenibilità senza che l’ambiente e le culture umane divengano interlocutori indispensabili alle dinamiche da tracciare: l’attuale modello al contrario antepone a qualunque altra considerazione l’interesse economico, la logica del profitto, e detta, suggerito da questa logica, il modello culturale che gli permetta di essere.
Ed è per questo che per perseguire la sostenibilità bisogna abbandonare l’attuale modello, modificando i comportamenti individuali e collettivi, opponendosi alla colonizzazione culturale del mercato, destrutturando gli interessi che lo promuovono e lo alimentano, praticando scelte libertarie
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Adriano Paolella e Zelinda Carloni


Sostenibilità: la scelta libertaria
Testi di Adriano Paolella e Zelinda Carloni

Supplemento al n. 337 (estate 2008) della rivista anarchica mensile “A”.
Direttrice responsabile Fausta Bizzozzero
Registrazione al tribunale di Milano n. 72 in data 24.2.1971.

Grafica, ricerca iconografica e impaginazione: Erre&Pi (Milano).
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GAZA – I media internazionali indesiderati, ma non dai palestinesi

L’ASSOCIAZIONE STAMPA ESTERA SCRIVE AL PREMIER OLMERT: IL GOVERNO DEVE RIAPRIRE I VALICHI

Da due settimane Israele impedisce l’accesso ai reporter di tutto il mondo

23/11/2008

di Francesca Paci

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“Shalom, sono una giornalista straniera, è possibile entrare a Gaza stamattina?”. La risposta del militare israeliano è la stessa da due settimane: “No, il valico di Erez è chiuso”. Dal 5 novembre la stampa internazionale è bandita dalla Striscia di Gaza: ufficialmente Israele impedisce l’accesso ai reporter per “ragioni di sicurezza”. E impone il silenzio. Per quanto tempo? Nessuno lo sa.

La misura non piace affatto agli interessanti per i quali più che a un cordone di sicurezza assomiglia a un bavaglio. Mercoledì i responsabili di numerosi media con base a Gerusalemme hanno spedito una lettera al premier israeliano Olmert criticando la decisione del governo e chiedendo la riapertura del valico (tra i firmatari Tom Curley, Chief Executive e presidente dell’Associated Press; David Schlesinger, direttore della Reuters; Bill Keller, editor del New York Times; David Westin, presidente della ABC; Helen Boaden, direttore delle news della BBC; diversi corrispondenti della CNN, della tv Canadese CTV, del network tedesco ZDF e della agenzia France Presse).

“Siamo seriamente preoccupati per il prolungato bando della stampa internazionale dalla Striscia di Gaza, un bando che non ha precedenti” riporta la lettera. “Vorremmo rassicurazioni circa la riapertura immediata del valico secondo lo spirito di collaborazione di lunga data tra Israele e i media di tutto il mondo”. L’Associazione della Stampa Estera locale, che rappresenta i reporter stranieri al lavoro in Israele e nei Territori palestinesi, si è incaricata di recapitare la protesta all’ufficio del premier e sta consultando gli avvocati per avviare un’azione legale.

Israele, che si è ritirata definitivamente da Gaza nell’estate del 2005, ha praticamente sigillato la maggior parte degli accessi di merci e persone a Gaza dal 4 novembre scorso, quando il cessate-il-fuoco di 5 mesi con Hamas, che controlla la Striscia, ha cominciato a scricchiolare. Da allora, secondo l’esercito israeliano, sono stati uccisi almeno 15 palestinesi e sono stati lanciati da Gaza circa 140 razzi qassam. Sebbene in passato Israele abbia spesso impedito l’accesso a Gaza a cibo e benzina in risposta ai razzi, i giornalisti sono sempre entrati senza grandi difficoltà. Oggi le “ragioni di sicurezza” addotte da Israele per giustificare il bando non spiegano come mai, in situazioni assai più difficili, i reporter sono stati fatti passare.

Secondo Mark Regev, uno dei portavoce di Olmert, “non si tratta di una decisione politica e nel momento esatto in cui la situazione della sicurezza permetterà il normale funzionamento dei valichi i giornalisti potranno entrare”. Ma l’argomentazione del portavoce del ministero della Difesa Shlomo Dror suona parecchio diversa. A suo parere il problema non sarebbero solo gli scontri al confine, ma la copertura mediatica internazionale non troppo favorevole a Israele: “Quando si tratta di Gaza la nostra immagine risulta sempre negativa. Quando i giornalisti entrano a Gaza la cosa si ritorce contro di noi e quando non entrano si ritorce contro di noi lo stesso”. Un’affermazione preoccupante, replica Dalia Corner, membro in pensione della Corte Suprema, oggi legale dei giornalisti israeliani e capo dell’Israeli Press Council: l’insoddisfazione per la copertura mediatica non può giustificare legalmente il bando dei giornalisti. La risposta da Erez però è sempre la stessa: “Siamo spiacenti, il valico è chiuso”.

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23/11/2008

fonte: http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/hrubrica.asp?ID_blog=18


Giappone, molto lavoro e pochi bimbi. Gli industriali: “Più vacanze per fare sesso”

https://i0.wp.com/www.sofa23.net/biginjapan/wp-content/uploads/2008/04/jp51.jpgVetrina di negozio giapponese

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Allarme natalità, le aziende spinte a dare più tempo per la famiglia ai propri dipendenti

Ma continua a far furore una bibita energetica con lo slogan: “Pronti a lottare 24 ore al giorno per la vostra ditta!”

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di RENATA PISU

"Più vacanze per fare sesso"
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L’ALLARME era già stato lanciato un anno fa: le coppie giapponesi non fanno abbastanza l’amore, una coppia su quattro in età fertile, stando a uno studio condotto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2007 non aveva avuto neanche un rapporto sessuale in tutto l’anno. Che fare? Come invogliare i coniugi a procreare? Quali incentivi escogitare?

Articoli sui giornali a non finire, tavole rotonde, lamenti sulla prossima estinzione dei giapponesi che nel 2100, andando avanti di questo passo, rimarrebbero soltanto in 60 milioni, la metà quindi della popolazione odierna. Così ieri è scesa in campo la Nippon Keindaren, la Confindustria del Sol Levante, che ha invitato tutte le sue consociate, 1632 aziende, a promuovere le “settimane della famiglia”, vacanze a rotazione per gli impiegati in modo che possano trascorrere più tempo a casa, con le mogli e i figli, magari facendo anche sesso.

Già, perché in Giappone si lavora troppo, e si è scoperto che chi lavora non fa l’amore. La Family Planning Association ha infatti svolto un sondaggio su 3000 persone sposate sotto i 49 anni, rilevando che tutte hanno pochissimi rapporti sessuali a causa “della scarsa energia residua al termine di una dura giornata di lavoro”.

Che gli industriali siano seriamente preoccupati per il calo delle nascite e che di conseguenza esortino i lavoratori a concedersi, di tanto in tanto, un dolce farniente, è un fatto rivoluzionario nel paese dove si vive per lavorare, e di overdose da lavoro, di karoshi in giapponese, si può anche morire. Si stima che le morti per karoshi siano oltre diecimila ogni anno e tra le cause principali di questa malattia sociale rientrano il lavoro notturno e festivo, il pendolarismo, e soprattutto le ore di straordinari per le quali la legge nipponica non prevede nessun tetto.

Ma, oltre alla soluzione estrema, la morte, l’eccessivo lavoro genera in Giappone una condizione costante di stress che non predispone di certo a effusioni procreative. “Andare a casa prima potrebbe giovare” sostiene Kunio Kitamura, presidente della Family Planning Association “ma i lavoratori ai quali è stato inculcato lo spirito di autosacrificio, temono di essere considerati dei fannulloni se non sono gli ultimi a staccare, se non accettano di fare gli straordinari”.

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https://i0.wp.com/www.trendhunter.com/images/phpthumbnails/3577_1_230.jpegRent a Sex Doll in Japan

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Ora però, dopo l’appello della Confindustria giapponese a tutte le sue consociate per una riduzione dell’orario di lavoro, qualcosa sta cambiando. Per esempio, tutte le sere alle otto, dagli altoparlanti della sede di Tokyo della Nippon Oil, risuonano le note della canzone “When you wish upon a star”, tratta dal “Pinocchio” di Disney, per ricordare a tutti che “a casa ci sono gli affetti che ti aspettano”, e da un mese è stato dato il via alla campagna “Otto modi per tornare a casa prima e evitare gli straordinari”.

Iniziative del genere sono state adottate anche dal Gruppo tessile Toray e dall’ANA, la All Nippon Airways, ma la maggior parte delle aziende ancora non ha preso posizione e ancora continua a far furore una bibita energetica che viene pubblicizzata con lo slogan “Pronti a lottare 24 ore al giorno per la vostra ditta!”. Nonostante la lodevole iniziativa della Confindustria nipponica, il Giappone continua a presentarsi come paese delle mille contraddizioni: infatti si può morire per superlavoro ma si può anche ottenere un congedo pagato per una delusione d’amore, e se i giapponesi sono pochi inclini al sesso a fine procreativo, l’industria del sesso a pagamento vanta fatturati altissimi. Le “settimane della famiglia” forse potranno davvero servire a rimettere le cose a posto.

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23 nov 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/esteri/giappone-bimbi-vacanze/giappone-bimbi-vacanze/giappone-bimbi-vacanze.html?rss

Antitrust: Multate tredici società telefoniche

Addebitate chiamate satellitari internazionali, e a numeri speciali, non effettuate consapevolmente

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ROMA
Bollette da capogiro perchè senza saperlo la connessione Internet
si spostava su collegamenti a prefissi internazionali satellitari. È accaduto a centinaia di consumatori che hanno denunciato il caso all’Antitrust. E oggi il Garante risponde con una multa a Telecom e altre dodici società coinvolte di 2,4 milioni di euro complessivi (di cui 325.000 euro solo per Telecom Italia). La società in questione ribadisce «la propria estraneità» a questo tipo di frodi e annuncia il ricorso al Tar contro la multa dell’Antitrust. Le associazioni dei consumatori invece plaudono alla decisione del Garante ma evidenziano che mancano i risarcimenti per i cittadini raggirati.

Le tredici società multate dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato per «pratiche commerciali scorrette» sono: Telecom Italia, Elsacom, Csinfo, Eutelia, Karupa, Teleunit, Voiceplus, Drin Tv, AbcTrade, Telegest Italia, Aurora Uno, Ot&t, Ivory Network Limited. Il procedimento era stato avviato – spiega l’Antitrust – dopo le centinaia di segnalazioni con le quali i consumatori lamentavano addebiti nella bolletta telefonica relativi a chiamate o connessioni verso numerazioni ’satellitari internazionalì e ’speciali di altri gestorì mai effettuate. Colpevole del caro-bolletta in realtà era quasi sempre l’automatica installazione di ’dialers’, una sorta di virus che altera i parametri della connessione ad Internet impostati sul computer dell’utente, agendo sul numero telefonico del collegamento e sostituendolo con un numero a pagamento maggiorato su prefissi internazionali satellitari o speciali. L’Antitrust bacchetta dunque tutto il gruppo di aziende della filiera, anche Telecom, che «pur non avendo una diretta ed immediata responsabilità civile e contrattuale nei confronti dei consumatori nella determinazione del danno rilevante, ha posto in essere comportamenti contrari alla diligenza professionale».

Telecom, in altri termini, pur sapendo ciò che accadeva sul web «non ha svolto alcuna adeguata attività di sensibilizzazione ed informazione degli utenti finali. Ha anzi sollecitato i pagamenti – fa notare l’Antitrust – senza operare alcuna distinzione, minacciando il ricorso all’esecuzione coattiva o giungendo al distacco delle linee». Telecom replica: «Le numerazioni sono utilizzate dai Centri Servizi e pertanto Telecom Italia non può vigilare sul corretto uso di tali numerazioni». Inoltre la società telefonica sottolinea anche che «non esistono in rete strumenti tecnici che consentano di distinguere il traffico regolare da quello generato dall’installazione sul computer del cliente, durante la navigazione in Internet, dei cosiddetti dialer».

Ricorda infine la sua campagna informativa «finalizzata a sensibilizzare i propri clienti sui rischi connessi all’utilizzo di determinate numerazioni». Ora la parola passa ai giudici amministrativi. Plaudono le organizzazioni dei consumatori definendo la decisione dell’Autorità «una grande vittoria». Ma Adusbef e Federconsumatori chiedono: «Chi risarcirà i danni inferti a milioni di consumatori ai quali le stesse aziende, pur con diverse responsabilità, hanno effettuato addebiti indebiti per chiamate satellitari mai effettuate, per centinaia di euro ciascuno, per un controvalore stimabile in almeno 900 milioni di euro?».

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22/11/2008

fonte: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/200811articoli/38433girata.asp