Archivio | novembre 26, 2008

Lettera di Vik (Guerrillaradio) a tutti gli amici: dall’assedio all’esilio

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Vik è a casa. Riporto dal blog di LogicoKaos la sua lettera:

Ciao a tutti, fratelli e sorelle,
al di qua e al di là del filo spinato israeliano che imprigiona Gaza nel suo assedio.

Sto meglio, nel tepore della casa dei miei genitori, col mio cane che non smette un secondo di scodinzolarmi attorno, bevendo qualche arham juice, fumando le mie beedies, guardando malinconico fuori dalla finestra un giardino che si ovatta di bianco, qui nevica.

Certamente sono colto dalla famosa “febbre di Gaza”.

Non c’è rimedio se non tornare alla battaglia che ho interrotto,bisogna saper accettare il proprio destino, anche se è generoso di dolore e avaro gioie.

Sono un leone io, più mi bastonano, più mi imprigionano, più rafforzano la mia determinazione verso quello in cui più credo, che in questi ultimi mesi della mia vita è significato libertà per la gente di Gaza, la mia recondita famiglia.

Sono già alla terza doccia quest’oggi, più che dalle postule delle punture d’insetto che infestavano la prigione in cui mi hanno tenuto sequestrato, mi sto ripulendo dal loro odio, qualcosa di veramente inumano.

Sto anche facendo un po’ di allenamento fisico, e di forchetta, riprendendomi i chili persi negli ultimi giorni.

Ovviamente sto scrivendo anche qualche articolo, e rilasciando interviste.
Domani o dopo cercatemi su Il Manifesto.

Sabato dovrei essere a Firenze, per un convegno sulla Palestina, poi credo che volerò a Londra, i media inglesi si sono dimostrati attenti alla nostra causa in difesa dei diritti umani.

I media nostrani, come al solito tutti a presi a non disturbare il loro datore di lavoro unico, (leggasi berlusconi e la sua truppa di pidduistipostfascistimafiosi) che quando si parla di israele pare più servizievole di quando si inginocchiava davanti alla patta di Bush.

stay human,

Vostro Vik dall’esilio

Vittorio Arrigoni
contatti:
guerrillaingaza@gmail.com
+39 3343902658

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In migliaia per l’ultimo saluto a Vito Un lungo applauso, poi il silenzio

LA TRAGEDIA AL LICEO DI RIVOLI
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Due ali di folla hanno accolto il feretro del giovane morto nel crollo a scuola. Sciarpe della Juve sulla bara. La sorella: “Un martire”

Vito Scafidi, il ragazzo morto nel crollo della scuola di Rivoli (foto Prisma)Pianezza (Torino), 26 novembre 2008 – Un lungo applauso e due ali di folla hanno accolto l’arrivo del feretro di Vito Scafidi (nella foto), il giovane morto sabato scorso dopo che è crollato il controsoffitto della sua aula del liceo Darwin di Rivoli, all’arrivo alla chiesa dei Santissimi Pietro e Paolo di Pianezza, la cittadina dove il giovane viveva e dove è stato proclamato il lutto cittadino.

Ad accogliere i genitori del ragazzo, la mamma Cinzia, il papà Fortunato e la sorella Paola, il sindaco di Pianezza Claudio Gagliardi ed il parroco, don Beppe Bania, lo stesso che lo battezzò 17 anni fa. Tra le autorità presenti il sindaco di Torino Sergio Chiamparino e il presidente del Consiglio comunale Beppe Castronovo.

Dopo l’applauso nel piazzale della chiesa, gremito di giovani, è calato il silenzio mentre il feretro su cui vi erano due sciarpe dei ‘drughi’ e degli ‘arditi’, le tifoserie della Juventus, la squadra del cuore di Vito, entrava in chiesa.Erano presenti le corone del Capo dello Stato e della Presidenza del Consiglio, i gonfaloni della Regione, della Provincia e del Comune, e il ‘labaro’ della Juventus e della squadra ‘Bassa val di Susa’, dove Vito giocava.

In chiesa, riferisce SkyTg24, è stata letta una lunga lettera scritta dalla sorella del giovane: “Sei diventato l’angelo custode di tutti gli studenti del mondo, ma sei anche un martire di chi ristruttura i castelli ma lascia cadere a pezzi case e scuole”.

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2008/11/26/135372-migliaia_ultimo_saluto_vito.shtml

ORRENDO! – Liposuzione: il grasso finisce nei biscotti

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Nella sua pagina internet, la fondatrice dell’Irfak, Mieke Smits, spiega che l’azienda «ricicla grasso umano e lo trasforma in alimenti che si esportano verso il terzo mondo»

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Un’azienda olandese avrebbe riciclato il grasso umano derivante dalla liposuzione per produrre biscotti e altri prodotti alimentari da inviare a Paesi in via di sviluppo. E alla notizia-shock (riportata in Italia dall’agenzia Agi) un programma di attualità delle televisione olandese, Netwerk, dedicherà oggi un reportage speciale. Nella sua pagina internet, la fondatrice dell’Irfak, Mieke Smits, spiega che l’azienda «ricicla grasso umano e lo trasforma in alimenti che si esportano verso il terzo mondo» o verso regioni con problemi di alimentazione a causa di guerre.

La signora Smits spiega, per esempio, che uno dei suoi prodotti, sigillato ermeticamente per essere distribuito anche in situazioni estreme, è composto «al 50 per cento di grasso umano, al 50 per cento di zucchero e da un’enorme quantità di vitamine aggiunte». Non solo: per incrementare il numero dei `donatorì, l’azienda ha organizzato una riffa che assegna al vincitore una liposuzione gratis. E in un’intervista concessa a una televisione locale dell’Olanda meridionale, la L1Tv, si vede la signora Smits che mostra una borsa contenente «il grasso del primo vincitore della promozione».

«La gente può iscriversi attraverso una nostra pagina Internet e vincere una liposuzione», una volta ogni sei mesi. la Irfak collabora da due anni con una clinica chirurgico-cosmetica (la ´Van Gerven & Van Iersel’), dove vengono realizzate le liposuzioni sorteggiate. Nella pagina Internet, si legge anche una lettera di tale Dingana, sedicente `beneficiarià etiope, che ringrazia la Irfak per averle consentito di sopravvivere ed aggiunge una riflessione personale: «Quando mi hanno raccontato che il cibo che mi consentiva di andare avanti era fatto di grasso umano ho sorriso: ho pensato che in Occidente la gente aveva mangiato così tanto che mia sorella ed io riuscivamo a vivere con il loro grasso in eccesso».

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fonte: http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/italia_e_mondo/2008/11/26/1101908621285-liposuzione-grasso-finisce-biscotti.shtml

Tremonti: ecco la social card

Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti presenta la social card (Ansa)

di Nicoletta Cottone

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La social card che il Governo sta per varare è un bancomat azzurro e anonimo. Una carta dove saranno caricati i soldi del Governo, 40 euro al mese a regime, 120 euro a dicembre come somma delle tranche da ottobre a dicembre. La può usare chiunque, ha spiegato il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, il titolare della carta o un suo parente che va a fare la spesa. «Abbiamo scelto lo strumento della carta acquisti anonima – ha sottolineato Tremonti – in alternativa rispetto alla distribuzione fisica di denaro perchè su questo supporto si aggiungono altre voci. La prima è lo sconto delle catene commerciali convenzionate con questo programma. La carta serve anche ad accedere alle tariffe sociali dell’Enel». Potrà essere utilizzata per effettuare i propri acquisti in tutti i negozi alimentari abilitati al circuito Mastercard. Il meccanismo della social card a regime costerà 450 milioni di euro l’anno e sarà garantita a circa un milione e 300mila cittadini. Il plafond di risorse a disposizione è superiore: ci sono 170 milioni stanziati dal decreto legge 112/2008, 250 milioni di donazioni dai privati (200 milioni Eni e 50 milioni Enel), 450 milioni nel decreto legge 155/2008 all’esame del Senato e 200 milioni nel collegato Sviluppo (disegno di legge 1195) all’esame del Senato. Trecentomila lettere sono già state inviate, ora si procederà al ritmo di 150mila lettere al giorno.

Ci sarà un’ampia rete di informazione. La social card, che avrà una prima fase di sperimentazione prima di entrare a regime definitivamente, tiene conto delle esperienze che sono state fatte in altri paesi: in particolare si è tenuto conto dell’esperienza britannica e di quella olandese. L’operazione avrà una fase di adattamento, ha spiegato il ministro Tremonti. Al servizio di questa operazione sono le Poste, l’Inps, i Caf e anche altri operatori che operano nella dimensione sociale (comunità come la Caritas, il Sant’Egidio, che gestiscono mense). La rete di informazione sull’uso dello strumento sarà ampliata. «Abbiamo fatto il massimo possibile per essere semplici – ha detto Tremonti – tuttavia sappiano che nei meccanismi dell’Isee ci sono delle complessità».

A chi spetta. La social card viene concessa agli anziani over 65 anni o a bambini di età inferiore ai 3 anni (in questo caso il titolare della carta è il genitore) che siano in possesso di particolari requisiti. Per gli over 65 è necessario essere italiani o residenti in Italia e regolarmente iscritti all’Anagrafe, essere un soggetto la cui imposta netta ai fini Irpef risulti pari a zero nell’anno di imposta antecedente al momento della richiesta della social card, o nel secondo anno di imposta antecedente al momento della richiesta della card. Indispensabile avere trattamenti pensionistici o assistenziali che, cumulati ai relativi redditi propri, siano di importo inferiore a 6mila euro l’anno o di importo inferiore a 8mila euro l’anno, se di età pari o superiore a 70 anni. Per i bambini di età inferiore a 3 anni, necessario un Indicatore della situazione economica equivalente, in corso di validità, inferiore a 6mila euro.

Il caricamento della carta. Per le domande fatte prima del 31 dicembre, la social card sarà inizialmente caricata dal ministero dell’Economia con 120 euro, relativi ai mesi di ottobre, novembre e dicembre 2008. Successivamente, nel corso del 2009, la Carta sarà caricata ogni due mesi con 80 euro (40 euro al mese), sulla base degli stanziamenti via via disponibili. Con la Carta si potranno anche avere sconti nei negozi convenzionati che sostengono il programma Carta Acquisti, si potrà accedere direttamente alla tariffa elettrica agevolata e si potranno ottenere altri benefici e agevolazioni in corso di studio.

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26 nov 2008

fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Norme%20e%20Tributi/2008/11/tremonti-carta-acquisti.shtml?uuid=5e5639a8-bbab-11dd-93ae-55d4d52ebfe0&DocRulesView=Libero

Rushdie-Saviano a casa Nobel

I due scrittori invitati dall’Accademia di Svezia

La rabbia, la solitudine, la furia cieca: è possibile combattere con le parole?

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di CONCHITA SANNINO

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Rushdie-Saviano a casa NobelRoberto Saviano e Salman Rushdie

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STOCCOLMA – “La parola fa paura solo quando supera la linea d’ombra”. Applaudono tutti, qualcuno è commosso. Sono quasi le otto di sera, in una Stoccolma candida e gelida, quando Roberto Saviano parla alla Reale Accademia di Svezia. Sorride e infine stringe la mano e abbraccia Salman Rushdie, “compagno di fatwa”, come lo chiama dietro le quinte, per allentare la tensione prima dei loro discorsi paralleli.

LE IMMAGINI DELLA SERATA

Due scrittori lontani e diversi, eppure accomunati dalle conseguenze delle loro parole. Entrambi invitati, pur non essendo premiati, a parlare di un tema che torna ad appassionare lettori e comunità internazionale. Quello che è andato in scena ieri, a pochi passi dalla città antica e dagli allori di cui è disseminata la sede dell’Accademia, è un appuntamento che sembrava impensabile fino a poco fa. Un’analoga iniziativa di sostegno in favore degli scrittori minacciati dai totalitarismi fu infatti respinta dai “padri” del Nobel nel 1989, quando lo scrittore anglo-indiano Rushdie venne condannato dalla fatwa islamista. Una bocciatura che spinse alcuni giurati a voltare le spalle all’Accademia. Proprio una di quelle voci più coraggiose ed “eretiche”, l’autrice Kerstin Ekman, si è levata di nuovo, invitando l’istituzione a mostrare pubblico sostegno sul tema della letteratura e della testimonianza di impegno civile. Ma erano seguite le iniziali riluttanze del segretario permanente dell’Accademia, Horace Engdahl, secondo cui l’Accademia non poteva occuparsi dei seguiti “giudiziari”, di risvolti prevalentemente “politici” di pur valorosi libri, ritenuti in fondo problemi privati di alcuni scrittori.

Ce n’era abbastanza perché dalle colonne dell’Expressen la signora Ekman tuonasse contro Engdahl: “Ma questo è un problema anche nostro, anche tuo”. Una mobilitazione su cui aveva pesato anche l’appello lanciato su Repubblica da numerosi Nobel: dal turco Orhan Pamuk al tedesco Günter Grass a Dario Fo, e con l’aggiunta di Mikhail Gorbaciov.

Qualche mese dopo, l’Accademia reale di Svezia spediva il suo invito non solo a Roberto Saviano, ma anche a Rushdie, per ripagare un torto vecchio di vent’anni, ma non per questo meno sedimentato. Ed è stato proprio Horace Engdahl, ieri sera, a presentare i due scrittori con un’introduzione molto lusinghiera, che ha sottolineato il valore letterario e civile della parola di Saviano e di Rushdie.

ROBERTO SAVIANO
Quei poteri che temono la letteratura

È davvero emozionante essere qui stasera. Quando mi è giunto l’invito dell’Accademia di Svezia, ho pensato che questa era la vera protezione alle mie parole. È una domanda complessa quella che ci interroga stasera: perché una letteratura mette in crisi potenti organizzazioni criminali, che fatturano 100 miliardi di euro l’anno, che massacrano innocenti. Io penso che una delle risposte sia: perché la letteratura ha il potere di svelare i meccanismi, di rappresentare questi crimini non in maniera tipizzata o stereotipata, come molte volte ha fatto anche il cinema – penso alla ferocia glamour de Il padrino di Scarface. Ma li svela parlando al cuore, allo stomaco e alla testa dei lettori.

Ma c’è una differenza tra quanto accade qui in Occidente e quanto accade nei regimi totalitari rispetto alla stessa parola che appare “scomoda” o pericolosa. Nei regimi oppressivi qualunque parola, o verso contrario a ciò che quel dettame impone, diventa condizione sufficiente per essere messo all’indice. Non è così in Occidente. Dove tu scrittore, o artista puoi fare, dire e pensare ciò che vuoi. A patto però di non superare la linea dell’indifferenza o del moderato ascolto. Quando invece buchi la soglia del rullo compressore, quando superi la soglia dell’ascolto e vai in alto, o in profondità, a quel punto e solo allora diventi un bersaglio. Qualcuno ha detto che dopo Primo Levi, e dopo Se questo è un uomo, nessuno può più dire di non esser stato ad Auschwitz. Non di non esserne venuto a conoscenza, ma di non esserci stato. Ecco ciò che i poteri temono della letteratura, quello criminale e gli altri poteri. Che i lettori sentano quel problema come il loro problema, quelle dinamiche come le loro dinamiche.

Quando i carabinieri ti dicono che la tua vita cambierà per sempre, oppure quando un pentito svela in quale data, a suo parere, cesserai di vivere, la prima sensazione, la prima domanda che ti fai è: che cosa ho fatto?

Inizi a odiare le parole che hai scritto, e pensi che siano le tue parole ad averti tolto la libertà di camminare, di parlare, di vivere.

Penso a una giornalista come la Politkovskaja, che ha dato una dimensione universale alla tragedia cecena, non era più solo un problema locale. Penso a uno scrittore come Salamov che ha raccontato l’inferno dei gulag, e con esso l’intera e universale condizione dell’uomo. Dopo quella letteratura, il mondo si sente rappresentato nella sua dimensione più profonda, e quindi non può prescindere più da quella parola. Allora non c’è più Russia o Cecenia o Mosca o Napoli. La mafia può condannarti, ma quello che ti ferisce sono le accuse della società civile, Dicono che stai speculando sul successo, che hai fatto tutto per visibilità. E che stai rovinando il paese. Sono ferito da quest’ultima affermazione. Perché penso che raccontare sia resistere. E stare vicino alla parte sana del Paese, a quella parte che non si arrende, che combatte le organizzazione criminale che hanno in mano grandi fette dell’economia, non solo nazionale. Qualcuno dice anche che sono ossessionato dal sangue, dalle ingiustizie. Ma chi ha dentro un’idea di bellezza e di giustizia, non può non sentire questa esigenza. Penso a quello che diceva Albert Camus: “Esiste la bellezza ed esiste l’inferno. Vorrei rimanere fedele ad entrambi”.

SALMAN RUSHDIE
C’è anche chi dice: “Te la sei cercata”

Sono nel posto più geograficamente vicino al cuore della letteratura. Ed è molto importante che qui stasera si discuta della libertà della parola e del terrore che la minaccia. Un terrore vasto e diffuso, che non conosce confini. Talvolta, neanche confini di stupidità, di bizzarria.

Con Saviano ci siamo già incontrati una volta a New York. Abbiamo conversato a lungo e ho potuto rendermi conto di quanto la sua situazione fosse anche peggiore di quella che avevo vissuto io all’epoca, circa venti anni fa. Ricordo che non poteva muovere un passo senza avere almeno tre o quattro persone intorno. Quell’immagine rappresentava per me qualcosa di molto vicino e increscioso, purtroppo.

Il terrore minaccia, in questi anni, tutte le espressioni che hanno a che vedere con la manifestazione di un pensiero libero, che sia fuori dal coro, magari fuori dagli incasellamenti del politically correct. Non sono gli Stati a imporre il rispetto, ma anche le Chiese del mondo in passato hanno sempre teso a mettere dei punti fermi. Purtroppo non ci sono frontiere che tengano, per il terrore. Ma dobbiamo dare il minor potere, il minore spazio possibile a questo nemico.
In questo più vasto scenario, esistono singoli casi di scrittori che diventano bersagli di paura, di minacce.

Ma c’è un modo più subdolo di delegittimare e colpire chi ha scritto parole che danno fastidio: è la delegittimazione della tua genuinità. Ci sono quelli che pensano e dicono che non è stato tutto un caso, che te lo sei cercato, che stai facendo tutto quello che fai, o che hai scritto quello che hai scritto, per un vantaggio personale. E non vedono il prezzo che paghi: anche economicamente, per proteggerti. Dal momento in cui fui raggiunto dalla condanna, questa è la ferita più profonda che mi è rimasta: perché mirava alla mia credibilità, all’integrità morale.

Qui ci stiamo chiedendo se gli scrittori hanno diritto a sconvolgere la vita delle persone, con le loro storie. Ma dal primo momento in cui noi veniamo al mondo, chiediamo storie. Non soltanto le grandi storie, ma anche piccoli fatti, o favole, o leggende, o racconti personali o corali. Anche storie imbarazzanti…

Anzi, a pensarci bene, tante storie interessanti sono imbarazzanti. Perché le storie sono le artefici della nostra crescita: sono quelle che ci aiutano a capire chi siamo, chi vogliamo essere davvero, in quale relazione ci poniamo con il mondo. È la stessa ritualità per eccellenza che distingue le storie delle singole famiglie e poi di una comunità.

Che cosa è, in fondo, la religione, da un certo punto di vista, se non la madre di tutte le storie? Ma questo fa paura a quelli che pensano, dentro di loro, che tu non devi raccontare quello che vuoi. Tu racconti quello che ti dico io, dice la mafia. E la libertà di raccontare la storia che uno ha in testa fa di uno scrittore uno scrittore libero e di un Paese un paese libero.
Saviano racconta storie vere, ma fa i nomi e i cognomi. E questo lo costringe a vivere sotto scorta da tempo. Che poi Saviano sia anche un bel ragazzo, dispiace due volte.

Di solito la gente non pensa alle conseguenze. Che sono drammatiche e anche buffe. A parte che vivere con quattro uomini sotto lo stesso tetto genera spesso dubbi, domande. Io ricordo una volta a Parigi: per prendere un caffè, circondato da uomini di scorta, divenni il centro di un andirivieni, una curiosità infinita. Volevo sprofondare.

Tutti a chiedere: chi è, cos’è, che cosa succede? E chi dall’esterno vede il lato della vanità dello scrittore non sa che in quel momento egli vorrebbe solo dire: facciamola finita, portatemi via. Voglio entrare in un cinema.

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26 nov 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/spettacoli_e_cultura/saviano-rushdie/saviano-rushdie/saviano-rushdie.html?rss

RAZZISMO – Varese, pugni e sputi a un immigrato: quattro giovani agli arresti domiciliari / Le ferie di Licu: quando il cinema scopre la realtà

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Aggredito in un locale un cittadino del Bangladesh, davanti a clienti rimasti impassibili. Poi qualcuno ha avvisato il 118

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VARESE – In quattro hanno aggredito, preso a pugni, insultato e minacciato con frasi razziste un cittadino del Bangladesh, immigrato regolarmente in Italia, sputandogli addosso. Motivo dell’aggressione: l’uomo aveva provato a vendere fiori nel locale di Ghirla, piccola frazione di Valganna (Varese), dove i quattro si trovavano in quel momento. Ora i giovani aggressori, tre di Cugliate Fabiasco e uno di Marchirolo, piccoli centri del Varesotto, sono stati individuati dai carabinieri di Marchirolo e del Nucleo operativo e radiomobile di Luino e si trovano agli arresti domiciliari su disposizione del gip di Varese per atti di violenza, lesioni e minacce in concorso, aggravate dai futili motivi e da motivi razziali. Durante l’aggressione il locale non era vuoto e la maggior parte degli avventori, riportano i carabinieri, aveva assistito impassibile all’aggressione.

LA RICOSTRUZIONE – Qualcuno però ha avvisato il 118 e i carabinieri di Marchirolo, che sono accorsi sul posto e hanno soccorso l’uomo, identificando i quattro aggressori. L’aggredito aveva rifiutato il ricovero proposto dai sanitari, ma sia il personale del 118 che i militari avevano riscontrato l’esistenza di lividi sulla testa del malcapitato. I carabinieri hanno poi ricostruito minuziosamente i fatti, raccogliendo le informazioni da alcuni testimoni che hanno rotto «un muro di omertà», consentendo di fare piena luce sull’episodio. La magistratura varesina ha ritenuto i fatti sufficientemente dimostrati, mettendo i quattro agli arresti domiciliari. Uno degli aggressori era già noto alle forze dell’ordine per un episodio a sfondo razzista avvenuto anni fa a Cadegliano Viconago.

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26 nov 2008

fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_novembre_26/immigrato_aggredito_varese_d4730be2-bbb6-11dd-968a-00144f02aabc.shtml

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IMMIGRAZIONE E CULTURA

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Licu è un immigrato regolare del Bangladesh che lavora nella Capitale: nonostante i duri orari di lavoro, non si lamenta e vive da “romano”, tifando la squadra di Totti e sforzandosi di parlare il migliore italiano possibile. D’un tratto però, si trova a dover tornare in Patria per celebrare un matrimonio “combinato”, usanza tipica e radicata nella cultura e nelle tradizioni del suo paese natale…
Il mese di ferie (non pagate) cui si riferisce il titolo è il periodo che serve a Licu per tornare in un Bangladesh devastato dalle alluvioni, e conoscere e sposare Fancy, ragazza a lui del tutto sconosciuta, scelta dalla famiglia per essere la sua promessa sposa.

Più documentario che film, visto che tutto quello che vediamo scorrere sullo schermo è vera vita vissuta dai protagonisti, Le ferie di Licu è un valido strumento per permettere di analizzare, studiare e capire (forse) meglio il fenomeno dell’immigrazione e le problematiche che vi sono sottese. Licu è un immigrato senza particolari problemi: curioso, volenteroso, pronto a fare sacrifici: nonostante la sua tensione verso la completa integrazione però, non rinuncia alle tradizioni del suo paese natale che, anzi vive, in modo entusiasta. Sul piatto il regista Vittorio Moroni mette parecchia carne al fuoco, forse troppa, con un’opera che mostra asetticamente anche parecchi punti oscuri (almeno ad occhi occidentali) della vicenda di Licu e Fancy,in primis la condizione della donna e il suo stato di quasi segregazione. Certo è che l’opera suscita più di una riflessione: dopo aver visto tanti matrimoni combinati per “finzione cinematografica”, stavolta il pubblico si deve confrontare con la, a tratti incomprensibile, realtà dei fatti. Anche questo film, come il precedente Tu devi essere il Lupo, è stato prodotto Da Vittorio Moroni con il coraggioso sistema dell’autofinanziamento.

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Le ferie di Licu: quando il cinema scopre la realtà

Un film sulla comunità bengalese di Roma, era questo l’obiettivo di Vittorio Moroni che, durante la ricerca si è imbattuto in Licu e ha deciso di seguirlo nella sua avventura fino in Bangladesh, dove il giovane protagonista è andato a sposarsi secondo la tradizione del suo paese.

di Tirza Bonifazi Tognazzi

Vittorio Moroni

Data e luogo di nascita: 1971, Sondrio, Italia

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Intervista

Cosa ti ha spinto ad avvicinarti alla comunità bengalese di Roma e quali sono state le difficoltà nel girare questo docufilm?

L’idea iniziale era quella di farci un film, avevo scritto un soggetto che ha ricevuto una segnalazione al Premio Solinas, ma nell’avvicinarmi alla comunità bengalese ho capito che non ne sapevo abbastanza. Così ho iniziato un’indagine filmata che mi ha portato a conoscere Licu. Era il personaggio che stavo cercando, in lui c’erano dei conflitti tra la tradizione e la volontà di integrarsi a Roma. Ho trovato una grandissima disponibilità e apertura, soprattutto da parte di Licu che aveva una gran voglia di conoscere gli italiani. Da una parte era colpito dal fatto che volessi fare un documentario su di lui e dall’altra non aveva un atteggiamento esibizionistico, era molto trasparente, e questo mi ha spinto ad andare avanti con le riprese. Io facevo continuamente delle ipotesi su come avrebbe gestito la sua vita ma queste ipotesi venivano continuamente smentite dalla realtà offrendo al contempo al nostro film nuovi spunti.

Come il matrimonio combinato, ad esempio.

Esattamente. A un certo punto gli è arrivata una busta dalla madre contenente una foto di questa ragazza diciottenne che la sua famiglia aveva scelto per lui come sposa. Pensavo che non avrebbe mai accettato il matrimonio combinato, invece ha accolto la richiesta della madre con grande entusiasmo e si è organizzato per la partenza. A quel punto il film stava prendendo una direzione ben precisa, così a nostra volta lo abbiamo seguito in Bangladesh dove siamo rimasti un mese e una settimana.

Non avere una sceneggiatura ha reso probabilmente tutto molto più “reale”. La telecamera non è mai stata vista come un intruso dalla famiglia degli sposi?

No, in Bangladesh le riprese sono state le più facili, in parte perché loro erano talmente concentrati dall’organizzazione del matrimonio che non prestavano particolare attenzione alla nostra troupe. Ho lavorato utilizzando il teleobiettivo e i radiomicrofoni in modo da stare tecnicamente distante da loro e otticamente più vicino, in questa maniera ho evitato che sentissero ingombrante la mia presenza. In più loro vivevano la telecamera come se fosse una macchina fotografica per cui rimanevano in posa i primi dieci secondi, aspettando che io scattassi la foto, dopodiché finivano per disinteressarsi completamente a me.

Il tuo film è stato anche un modo per fare avvicinare Licu e Fancy in maniera diversa, facendoli sentire protagonisti di una storia “cinematografica”.

Mi sono domandato più volte in che modo abbiamo influenzato la loro storia. Ho cercato di non condizionarli mai, anche quando avrei voluto, però è chiaro che quando c’è una troupe che ti segue ti senti un po’ influenzato dall’occhio che ti guarda. Il film riassume i due anni e otto mesi di vita dei protagonisti in 93 minuti e immaginavo potesse essere uno shock per loro rivedersi. Invece si sono riconosciuti e per certi versi è stato un potenziamento della loro memoria, per altri versi si sono visti come li vedevo io e questo può generare in loro una riflessione sul percorso che hanno fatto.

Sei stato molto fortunato perché sia Licu che Fancy hanno dei volti da cinema.

È vero. Nel caso di Licu l’ho scelto per via delle caratteristiche che c’entravano con la sua voglia di diventare in fretta romano. Come il fatto che dedichi mezz’ora al giorno a farsi il ciuffo alla Elvis, che sia così attento al suo modo di vestire, che parli questo italiano un po’ stentato con l’accento romanesco… mi sembravano tutti elementi belli da vedere al cinema. Mentre per quanto riguarda Fancy è stata solo fortuna. L’ho conosciuta quando l’ha conosciuta anche Licu, e a quel punto eravamo già molto avanti con le riprese. Non solo è una ragazza molto bella ma ha anche un’espressività decisamente interessante e insieme formano una coppia intrigante

Già con il tuo primo film, Tu devi essere il lupo, avevi gestito il lancio in autonomia, attraverso la Myself. Anche questo film segue lo stesso canale di distribuzione. Quali sono i pro e i contro di un’operazione autogestita?

È una necessità data dalla disperazione. Avrei preferito un produttore, ma piuttosto che vedere un film seppellito in un cassetto o uscire in una sala di Roma per soli due giorni ho preferito dedicare un anno della mia vita a distribuirlo e organizzare degli incontri con il pubblico che a mio avviso sono fondamentali per mantenere vivo l’interesse. Certo, ci sono dei rischi, ma un’operazione del genere ti dà tantissime soddisfazioni. In più ci siamo inventati il “Licu Tour”, una specie di tournèe che inizierà quest’estate e finirà a Natale durante la quale porteremo il film in tutte le città di provincia e nei cineforum che ci vorranno ospitare, luoghi dove il pubblico raramente ha la possibilità di vedere i film usciti fuori dai circuiti ufficiali o di incontrare i registi.

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fonte: http://209.85.129.132/search?q=cache:y53QsNoPQ-4J:www.fmairo.net/AreaDownload/DocumentiScaricabili/Le%2520Ferie%2520di%2520Licu.doc+immigrato+bangladesh&hl=it&ct=clnk&cd=3&gl=it&client=firefox-a

Confesercenti: 2 milioni di famiglie arrivano solo alla metà del mese

Secondo un sondaggio promosso dall’associazione di categoria la crisi sarà lunga
Aumentano i tagli alla spesa di ogni giorno, 8 italiani su dieci tirano la cinghia

2 milioni di famiglie arrivano solo alla metà del mese

ROMA – La crisi sarà lunga. Un periodo duro che è già cominciato, secondo le famiglie intervistate nel sondaggio promosso dalla Confesercenti-Swg. Oltre sei milioni di nuclei non arrivano alle terza settimana del mese, mentre per altri 2,2 milioni l’emergenza scatta già dalla seconda settimana. Complessivamente, secondo quanto emerge dal sondaggio, i conti non tornano per il 35% delle famiglie. E gli effetti della crisi si faranno sentire ancora per diverso tempo. E per 14 milioni sarà “lunga anche se moderata” .

Crisi lunga per 14 milioni di famiglie. Per 8,3 milioni di famiglie (il 34% del campione) la fase recessiva durerà da un minimo di un anno fino a due anni. Per altri 6 milioni invece (il 26%) potrebbe superare anche la soglia dei due anni. C’è poi un 12% che ritiene la crisi un problema di 6-12 mesi mentre i più ottimisti (9%) la giudicano superabile entro i sei mesi; mentre un 19% non risponde. A fronte del 58% che teme un peggioramento della crisi, c’è una piccola pattuglia di fiduciosi, il 14%, che al contrario scommette su un miglioramento; per il 28% non cambierà nulla. Rispetto al 2007 raddoppia (dal 16 al 32%) la percentuale di chi guarda con preoccupazione alla sua situazione.

Arrivare a fine mese angoscia il 35% dei nuclei. Se il 62% delle famiglie dichiara di arrivare alla fine del mese con il proprio reddito, la terza settimana diventa, invece, l’angoscioso capolinea per 6,3 milioni (il 26%). Mentre a metà mese il reddito è esaurito per altri 2,2 milioni di famiglie, vale a dire il 9% del campione. Il 3% non risponde.

Otto italiani su dieci tirano cinghia. Se nel 2007, evidenziano i risultati del sondaggio, erano più di due terzi gli italiani che affermavano di aver ridotto le spese, nel 2008 si tocca la percentuale dell’82% degli intervistati. In testa alle rinunce, abbigliamento e calzature con un taglio rispetto al 2007 di quattro punti in più (dal 48% al 52%). Restano costanti i risparmi per beni domestici e alimentari. Invece, si cerca di conservare l’opportunità di andare in vacanza, magari più breve ed economica: i rinunciatari che nel 2007 erano il 32%, scendono nel 2008 al 25%.

Giudizio severo su politica. Le preoccupazioni per la crisi finiscono per far attribuire responsabilità tanto al Governo che all’opposizione. Il 74% del campione giudica ‘poco’ o ‘per niente’ adeguati gli interventi del Governo per fronteggiare la congiuntura negativa. Si contrappone un 22% di giudizi positivi fra i quali quelli che promuovono l’esecutivo a pieni voti, che sono però solo il 2%. Altrettanto severi verso l’opposizione: il 76% non lo giudica positivamente, assoluzione invece dal 18%.

Sostegno a imprese e detassazione. Tra le priorità da mettere subito in agenda, sempre secondo il sondaggio, al primo posto vengono collocate misure a sostegno delle piccole medie imprese “per evitare le chiusure di imprese e la perdita di posti di lavoro”; la pensa così il 30% del campione. Al secondo posto c’è la richiesta di detassare le tredicesime (22%); a ruota seguono la riduzione degli interessi per i mutui ed il taglio delle tasse per le famiglie numerose (14%).

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26 nov 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/economia/crisi-2/confesercenti-duesettimane/confesercenti-duesettimane.html

Gaza: il rap palestinese contro l’assedio

La Black Unit Band ha fatto un video tra mille difficoltà (visibile a fondo post)

«La nostra arma sono i microfoni». Ma ad Hamas non piace: «Troppe influenze americane»

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dal corrispondente del Corriere Francesco Battistini

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La Black Unit Band
La Black Unit Band

GERUSALEMME – «Canto forte, così la gente mi può sentire
abolirò, cambierò, farò leggi
voglio cambiare tutte le regole».
E poi:
«L’assedio va sempre peggio e ci hanno costruito intorno una barriera
Tutti insieme rompiamo questo assedio
Il nemico continua ad assediarci e ha costruito un muro
Tutti insieme rompiamo l’assedio».

RAP – Tre ragazzi in felpa e maglietta, un piccolo studio di registrazione, una canzone rap. È il messaggio in bottiglia, via web, che arriva dalla Striscia di Gaza. Il trio si chiama Black Unit Band, ha scritto una canzone che racconta la vita reclusa d’un milione e mezzo di palestinesi, ha tradotto nell’hip hop la rabbia dell’isolamento e alla fine ha messo tutto su MySpace: «Abbiamo molti fan all’estero, specie in Europa», racconta uno dei tre, Mohammad Wafy. «Condividiamo con loro il nostro lavoro e cantiamo insieme». «È il miglior modo per esprimere le nostre opinioni», aggiunge Khaled Harara, «senza usare le armi. La nostra arma sono i microfoni, non i proiettili o la violenza». E il terzo ragazzo, Mohand Matr: «L’idea d’incidere un rap ci è venuta dai neri americani, che cantano la loro sofferenza».

VIDEO Non è stato facile fare questo video, per la band. Da tre settimane, dicono l’Onu e le organizzazioni umanitarie, laggiù manca ormai di tutto: cibo, carburante, medicinali. E anche lo studio di registrazione del trio, apparecchiature arrivate nei mesi scorsi soprattutto attraverso il contrabbando dall’Egitto, è in difficoltà: la Striscia è quasi sempre senza elettricità e i generatori devono funzionare per cose più importanti delle canzonette. Il gruppo non s’è dato per vinto, però, non ha smesso d’imitare i suoi modelli, Tupal, Eminem, 50Cent, e alla fine ce l’ha fatta: «Ascoltiamo e prendiamo esempio da tutti i rapper che cantano contro il razzismo e affrontano temi sociali».

TEMI SOCIALI – I temi sociali non mancano. Gaza, 360 chilometri quadrati, è una delle aree più densamente popolate al mondo: passata dall’Autorità palestinese ad Hamas, dopo la vittoria elettorale e il «golpe» del giugno 2007, isolata da Stati Uniti ed Europa per le attività terroristiche del movimento islamico al governo, ora stretta d’assedio dall’esercito israeliano per i numerosi razzi che Hamas lancia sulle città del sud, la Striscia è diventata una prigione a cielo aperto. Israele sostiene che i leader di Hamas, in violazione della tregua, stanno preparando attacchi alla sua sicurezza e per questo ha chiuso i valichi. I palestinesi dicono che in realtà è stato l’esercito a rompere la piccola pace, entrando senza motivo nel loro territorio. L’agenzia Onu per i profughi, l’Unrwa, martedì ha spiegato che negli ultimi 21 giorni è stato consentito l’ingresso solo a 60 camion d’aiuti umanitari (in tempi normali, a Gaza ne circolano 4 mila al giorno) e ha definito «l’assedio un fatto gravissimo e senza precedenti nella storia dei diritti umani», anche se dalla Libia è salpata una nave d’aiuti e l’economia dei tunnel consente di far passare qualche merce dall’Egitto. A nessun giornalista straniero è consentito entrare nell’area: anche il nunzio vaticano è stato repinto al valico. In questo isolamento assoluto, il trio prova a far uscire il suo messaggio. Che piace in Occidente, ma molto meno ai fondamentalisti: «Il pubblico un po’ ci ama e un po’ no», ammette Wafy. «Qualcuno sostiene che la nostra è arte occidentale, che ci facciamo influenzare dai modelli americani». E non è vero? «È vero, non lo neghiamo. Ma noi usiamo questo titpo d’arte occidentale, il rap, per aiutare la nostra terra e la nostra gente». Nel blackout su Gaza, anche questo può servire.

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26 nov 2008

fonte: http://www.corriere.it/esteri/08_novembre_26/rap_gaza_26def780-bbab-11dd-abb5-00144f02aabc.shtml

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كما تعودنا دائما اغنية نقطة تفتيش لفرقة

Black Unit Band


Sesso sui minori, lo fanno i 30enni Italia quinta tra i paesi “carnefici”

A Rio de Janeiro il terzo congresso mondiale sullo sfruttamento sessuale
Dal nostro Paese partono centinaia di “predatori”, sempre più giovani

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dall’nviato di Repubblica CARLO CIAVONI

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Sesso sui minori, lo fanno i 30enni Italia quinta tra i paesi "carnefici"Il presidente brasiliano Lula inaugura il congresso

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RIO DE JANEIRO – I numeri che illustrano il fenomeno dello sfruttamento sessuale di bambine, bambini e adolescenti in tutto il mondo fanno davvero paura. E ci presentano un pianeta popolato da mostri, spesso senza volto, nascosti nei computer dei ragazzini, o con la faccia insospettabile di un parente, un amico di famiglia, un vicino di casa abbronzato, di ritorno da un viaggio esotico. Sono 150 milioni le bambine e circa 75 milioni i minorenni sotto i 18 anni che hanno avuto rapporti sessuali forzati o subito violenze sessuali, con o senza sfruttamento commerciale. Ann M. Veneman, direttrice generale dell’Unicef, prima dell’inaugurazione del terzo congresso mondiale contro gli abusi sui minori, ieri ha detto: “Nessun Paese è immune, non esistono spettatori innocenti di fronte a questa tragedia globale del nostro tempo”.

Fortemente voluto dal presidente brasiliano Luiz Inacio Lula Da Silva, questo terzo meeting mondiale sullo sfruttamento sessuale dei minori – dopo quelli di Stoccolma e di Yokohama – sembra avere l’ambizione di ripartire dai dati agghiaccianti sulle proporzioni del fenomeno della pedofilia e della pedopornografia nel mondo (un volume d’affari, secondo l’ONU, di 32 miilardi di dollari) per andare oltre e proporre soluzioni ai governi e al mondo in termini di prevensione. Al meeting partecipano circa 3000 persone e sono rappresentati 125 stati (per l’Italia c’è il ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna) ed avrà come ospiti d’onore il presidente russo Dmitri Medvedev e la regina Silvia di Svezia.

Ecco, dunque, il profilo del fenomeno che emerge dal congresso. Dal punto di vista dello sfruttamento sessuale dei minori, il mondo si divide tra “donatori di vittime” ed “esportatori di carnefici”. Tra i primi vanno annoverati, in ordine sparso, Thailandia, Brasile, Kenia, Venezuela, S. Domingo, Guatemala, Cambogia e diversi altri stati africani, del sud est asiatico e dell’Amerca Latina. Tra i secondi, un ruolo importante è riservato all’Italia, che occupa il quinto posto nella poco onorevole classifica dei paesi “cacciatori di bambini”, dopo Usa, Germania, Francia, Australia. Un esercito di centinaia di migliaia di persone, con un’età drammaticamente in calo rispetto a 10-15 anni fa, che oggi si attesta tra i 25 e i 30 anni, che parte verso “i paradisi del sesso pedofilo” molti dei quali evidentemente ignari del fatto che ormai il reato di abuso sessuale sui minori è punibile dalla legge italiana, anche quando l’buso avviene all’estero.

Le ragioni dell’abbassamento della soglie d’età le spiega Marco Scarpati, presidente di ECPAt Italia, acronino di End Child Prostitution Pornography and Trafficking”, una rete internazionale di organizazioni impegnate nella lotta contro ogni forma di sfruttamento sessuale e commerciale dei minori.”Tutto nasce da un’idea di sessualità costruita su internet – dice Scarpati – dove vige l’esercizio virtuale di una sessualità priva di affetto e rispetto tra persone. Dove, in sostanza, prevale un modello di sesso che non è quasi mai di coppia e spesso ispirato alla violenza, o comunque al puro e semplice soddisfacimento di pulsioni. Ne deriva l’abitudine ad una sessualità irreale, che però quando poi si misura con la realtà, cioè nell’incontro concreto con l’altro sesso, si scontra con l’impossibilità di mettere in pratica i modelli acquisiti nella pratica solo virtuale del sesso. Questo – sostiene Scarpati – spesso induce persone sempre più giovani a scegliere la via del sesso a pagamento con minorenni, più addomesticabili degli adulti, proprio perché piu’deboli e soprattutto poveri”.

Tra i contributi di ECPAT al meeting ci sarà quello di individuare nuove procedure, meno traumatizzanti per i bambini, in occasione di processi a pedofili. “In Italia le leggi per combattere e punire questi reati ci sono e sono anche buone – ha detto ancora Scarpati, autore, tra l’altro, di un saggio sul tema: “Il rumore dell’erba che cresce” – il problema è che si fa fatica ad applcarle. Così come risultano vecchi i metodi di approccio per stabilire la verità durante i dibattimenti nei quali sono coinvolte bambine e bambini, vittime di abusi sessuali”.

L’idea-guida del congresso sembra essere dunque quella di prevenire, oltre che combattere e punire, i responsabili di questo genere di violenza sui minori, capace di lasciare tracce indelebili su chi la subisce, fino ad inibire una normale vita di relazione. I terreni individuati per tentare di arginare il fenomeno sono diversi. In primo luogo – si dirà durante il meeting – nel diffondere nelle scuole, in famiglia, e attraverso i Media un’idea della sessualità legata al rispetto e all’amore tra due persone. Non è educazione sessuale in senso classico, ma qualcosa di più e di diverso, che dovrà accompagnare, con lo sforzo di tutti gli stati, la crescita delle nuove generazioni. C’è poi il versante on line. Qui la prevenzione appare assai più complicata. La rete – dicono i rappresentati del’Unicef – sfugge ad ogni controllo.

Qualche tempo fa, ad esempio, è stato fatto un esperimento per testare la capacità reattiva dei pedofili su internet. Per circa 14 ore è stato messo in circolazione un “filmato-esca” di una bambina di 5 anni sottoposta a inguardabili sevizie sessuali. Bene, solo in quell’arco di tempo, e prima di essere tolto di mezzo, quel film è stato scaricato migliaia di volte. Nel frattempo, qualcosa si sta facendo. ECPAT, assieme all’Università di Tor Vergata e il CNR hanno lanciato un software contro i rischi di adescamento e l’invio-scambio di foto dal contenuto sessuale su Messenger. Si chiama “Virtual parent”, si installa nel pc e fa le veci dei genitori, che possono così controllare la lista dei nuovi contatti e dei file scambiati.

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26 nov 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/esteri/rio-unicef/rio-unicef/rio-unicef.html?rss

In Congo: l’anestesia del terrore

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Nella Repubblica Democratica del Congo è ricominciata la guerra civile. In realtà non era mai finita: si era nascosta nelle pieghe del confine ad Est, lontana da Kinshasa, ma era legata comunque a questa città attraverso un elastico orrore insinuato negli imprevedibili movimenti di truppe. L’ambiguità degli eserciti percorre la capitale insieme ai carri armati bianchi con la scritta UN. La visione di questi carri armati della Monuc dovrebbe essere rassicurante, invece quando li incrociavo a Kinshasa tra la fine del 2005 e la primavera del 2006, pensavo alle voci che avevo sentito alle Journees Philosophiques presso il Philosophat Saint Augustin, a Limete, che avevano come argomento “Justice Internationale & Promotion des Nations”. Qui, il Prof. Charlie Mbadu ed altri intellettuali congolesi, insieme al rettore P. Levesque, discutevano sul caso delle violenze dei militari della MONUC su alcune bambine. Era il 19 Dicembre del 2005.

Kinshasa è una città nella quale è veramente difficile capire quale sia il militare giusto al quale rivolgersi in caso di necessità. La popolazione congolese cerca costantemente di evitare i roulage (gli agenti corrispondenti alla nostra polizia stradale) ai posti di blocco, perché per arrotondare lo stipendio sequestrano le patenti e chiedono un sacco di soldi per la restituzione del documento. Tra loro c’è anche la polizia di stato (in tuta blu metalmeccanico) che non dovrebbe occuparsi del traffico stradale, invece – mitra in spalla – ferma spesso le auto che transitano sull’unica strada che congiunge Masina (un quartiere talmente popoloso da essere soprannominato “Cina”) e il centro di Kinshasa. Blocca i mezzi in transito per gli stessi motivi dei roulage, che si distinguono dai primi perché la loro divisa prevede una camicia gialla.
D’altra parte di militari avevamo avuto bisogno fin dal nostro arrivo all’aeroporto internazionale di N’djili, dove eravamo stati scortati da un agente dell’esercito privato dell’aeroporto, fino al furgoncino che ci aspettava a due passi dall’uscita. Egli urlava a mitra spianato verso il gruppo di questuanti che ci stava stringendo in un cerchio: “Lasciate in pace i passeggeri!”. “LASCIATE IN PACE I PASSEGGERI!” intimò un’ultima volta, avvicinandosi a me per permettermi di salire senza essere derubata. Così, una volta caricata la valigia dietro i sedili, gli dissi “Merci!”, salutandolo militarmente con la mano alla fronte, e mi sorrise in un modo che è impossibile dimenticare. Perché i suoi occhi brillarono improvvisamente, e appena ebbi trascinato dietro di me la porta scorrevole dell’automezzo, un gruppo di giovani in tuta arancione (dipendenti dell’aeroporto) insieme a un gruppo di bambini di strada che ci avevano seguito, battevano dei forti pugni sui vetri e sulle portiere, impedendoci di partire.

La notizia di questa sera durante un tg nazionale, le parole ferme e gravi dell’inviato dell’Onu che denuncia 3.500 stupri avvenuti in questi giorni, mentre i caschi blu stanno a guardare senza intervenire in alcun modo, ma solo “osservando” le più incredibili violenze sulle donne, è veramente sconfortante.

Secondo l’articolo di Massimo Alberizzi sul Corriere della Sera del 7 novembre 2008, “la Monuc non ha mosso un dito” per proteggere gli sfollati che stavano scappando dall’avanzata dei ribelli guidati da Nkunda. Sempre nello stesso articolo di Alberizzi, si dice che l’organizzazione di difesa dei diritti umani Human Right Watch, criticando l’operato dei caschi blu che non hanno organizzato pattuglie per limitare le violenze, ha lanciato un appello insieme ad altre due organizzazioni umanitarie (International Crisis Group e Oxfam) chiedendo ai Ministri della Difesa europei di mobilitare una forza di pace che sia in grado di assicurare la sicurezza dei civili. Questa forza di pace europea dovrebbe essere di sostegno alla Monuc.

Ma ammesso che l’Europa decida di inviare un contingente di sostegno, sarà davvero utile per il popolo del Congo? Metterà in atto una strategia di difesa abbastanza efficace per salvare la vita della popolazione, oppure si farà travolgere dal carosello di interessi che ruota attorno ai terreni ricchi di risorse, per la conquista dei quali si sta perpetuando da anni una carneficina?

Ripenso alle giornate filosofiche. Ripenso al sorriso di un militare congolese in tuta mimetica e kalashnikov, che si è sentito disarmato da un semplice ringraziamento. Mi sento ancora sopraffatta dall’emozione nel ricordare con quale passione gli studenti della R.D.C. hanno cantato l’inno nazionale in apertura del convegno dedicato alla giustizia internazionale, alzandosi in piedi e a piena voce, all’unisono. Patrioti in tempo di guerra. Partigiani della diaspora.
Per le strade di Kin-la-belle, vedo una donna vestita elegantemente, che sta scavando a mani nude nelle fognature a cielo aperto, per risolvere qualche problema della sua città. Vedo i bambini di strada riuniti in bande, di notte, che giocano sui marciapiedi mentre pensano a cosa ruberanno domani per poter mangiare.

Che fare?

Nel Kivu, a Goma, a Kiwanija, la situazione sarà certamente diversa, ma il concetto è sempre lo stesso: i governi, anche quello italiano, dovrebbero fare pressioni affinché gli accordi di pace siano rispettati, e le milizie dovrebbero agire negli interessi della popolazione perseguitata. Invece tutto questo terrore rischia di diventare un anestetico. Il dolore assopisce ogni volontà. Arrivati a questo punto, alla privazione di ogni speranza, la strategia di guerra avrà ottenuto ciò che voleva: deprimere la gente a tal punto da renderla incapace di reagire, in modo da annientarla. E prendere così possesso dei terreni ai quali appartenevano. Per arricchirsi sempre di più.

Le ragazze di Kinshasa ospitate nell’orfanatrofio, avevano i segni della tortura sul viso e sulle gambe e – ancora più profondamente – nell’anima. Ognuna di loro aveva storie dolorose alle spalle. Tutto questo non deve far dimenticare, però, che la gente africana è ospitale, ha il senso della famiglia. Solo che in questa “normalità” del bene, ne è dilagata un’altra, attraverso la guerra civile: la banalità del male. La normalità dell’odio.

C’è molto da fare, poco da capire.

Le donne del Kivu, nel 2003, alla fine della guerra civile, manifestavano con canti e cartelli la loro volontà di pace. Prima di arrivare ad un altro genocidio, dovremmo fare in modo che la loro voce non rimanga inascoltata e che possa essere una testimonianza di quanto la guerra porti solo orrore e dolore, e anestetizzi col terrore più profondo l’innata gioia di vivere che ogni essere umano ha.

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Manuela Calvieri

25 nov 2008

fonte: jasnaja.poljana@cheapnet.it

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fonte: http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o13456