Archivio | novembre 27, 2008

Bolzaneto, una verità in 500 pagine

https://i0.wp.com/www.altrenotizie.org/alt/images/news/bolzaneto.jpg

.

I comportamenti riconosciuti come abuso, umiliatori e vessatori della personalità c’erano stati, ma il codice italiano non prevede la tortura come reato e non è stato possibile giudicare diversamente da come consentiva e consente il codice penale italiano. E’ questo il concetto cardine, oltre a quelli sulle singole responsabilità e ruolo delle figure apicali o di subordinazione dei vari agenti, carabinieri, poliziotti penitenziari, meici, condannati o assolti per il caso Bolzaneto. Significativo il passaggio della sentenza sul tema: «(…) Le condotte inumane e degradanti ( che avrebbero potuto senza dubbio ricomprendersi nella nozione di “tortura” adottata nelle convenzioni internazionali ) compiute in danno delle parti offese transitate nella caserma della P.S. di Ge-Bolzaneto durante i giorni del G8, condotte che questo Collegio ritiene pienamente provate, come meglio si dirà in seguito (…)». I giudici poi sottolineano un aspetto importante che, giuridicamente con la citazione della Costituzione e dei dettati del codice, rappresenta una risposta tecnica alle accuse di avere espresso una sentenza politica.

Scrivono infatti i giudici: «come in qualsiasi altro procedimento penale, anche in questo processo, quantunque celebrato in un’atmosfera caratterizzata da forti contrapposizioni politico-ideologiche sia sui mezzi di informazione che nell’opinione pubblica, sono stati portati a giudizio non situazioni ambientali o orientamenti ideologici, bensì, ovviamente, singoli imputati per specifiche e ben individuate condotte criminose loro attribuite nei rispettivi capi di imputazione, che costituiscono la via maestra da cui il giudicante non deve mai deviare»,

LA TORTURA E L’UMILIAZIONE DELLA PERSONALITA’
I giudici: «Condotte inumane e degradanti: episodi provati»

Cosa scrivono i giudici genovesi sul tema ? «Quanto al secondo corno del problema, premesso che la mancanza, nel nostro sistema penale, di uno specifico reato di “tortura” ha costretto l’ufficio del PM a circoscrivere le condotte inumane e degradanti ( che avrebbero potuto senza dubbio ricomprendersi nella nozione di “tortura” adottata nelle convenzioni internazionali ) compiute in danno delle parti offese transitate nella caserma della P.S. di Ge-Bolzaneto durante i giorni del G8, condotte che questo Collegio ritiene pienamente provate, come meglio si dirà in seguito, in virtù delle risultanze dibattimentali, nell’ambito, certamente non del tutto adeguato, della fattispecie dell’abuso di ufficio, contestata in rapporto all’art. 40 c.p., vanno posti alcuni punti fermi in ordine ai presupposti e alle regole ermeneutiche che presiedono alla configurazione del delitto di cui all’art. 323 c.p. e all’obbligo giuridico di impedire l’evento, previsto nell’art. 40 c.p. per le figure apicali (…) ma anche in correlazione con i delitti di ingiurie, percosse, lesioni, violenza privata in danno di diverse parti offese addebitati alle figure c.d. “intermedie” ( per es., i comandanti delle squadre di agenti di P.S. che avevano effettuato la vigilanza alle celle in cui si trovavano custoditi gli arrestati e i fermati per identificazione)».
I giudici spiegano poi in termini giurisprudenziali il ragionamento processuale, sulla base delle conferme emerse dall’incrocio delle singole deposizioni, parti lese e di (pochi) alcuni operaotori dell’amministrazione penitenziaria.

IL TRIBUNALE: A GIUDIZIO NON UNO SCONTRO DI IDEOLOGIE, MA FATTI E IMPUTATI
l tribunale spiega poi «i metodi interpretativi testè esposti sono quelli ai quali il Collegio si è informato nella valutazione delle condotte criminose ascritte agli imputati sia “apicali” che “intermedi”, avuto costante riferimento al principio sancito dall’art. 27 della Carta Costituzionale, posto che, come in qualsiasi altro procedimento penale, anche in questo processo, quantunque celebrato in un’atmosfera caratterizzata da forti contrapposizioni politico-ideologiche sia sui mezzi di informazione che nell’opinione pubblica, sono stati portati a giudizio non situazioni ambientali o orientamenti ideologici, bensì, ovviamente, singoli imputati per specifiche e ben individuate condotte criminose loro attribuite nei rispettivi capi di imputazione, che costituiscono la via maestra da cui il giudicante non deve mai deviare, pena la violazione dell’altro cardine del nostro sistema di garanzie processuali rappresentato dall’art. 24 della Costituzione».

LA VICENDA

È stata depositata la motivazione della sentenza del tribunale di Genova per i fatti avvenuti nella caserma di Bolzaneto durante il G8 del 2001. Il documento – 467 pagine – fornisce la spiegazione della decisione di condanna e assoluzione per il dibattimento relativo agli abusi e alle violenze perpetrati nel carcere provvisorio di Bolzaneto, quello attivato e autorizzato sulla base di una previsione dei servizi di informazione e del ministero del giugno 2001, in base ai quali erano prevedibili non meno di 600 arresti nei giorni del g8. Arrestati che le autorità penitenziarie non ritennero idoneo sistemare a Marassi o nelle carceri liguri per problemi logistici e-o di trasferimento forzato e temporaneo di parte dei detenuti già presenti nelle diverse strutture.

Il 14 luglio scorso, al termine di un processo durato molti mesi e dopo oltre 9 ore di camera di consiglio, il tribunale presieduto da Renato De Lucchi pronunciò una sentenza di condanna per 15 persone e 30 assoluzioni, comminando pene variabili fra i 5 mesi e i 5 anni. I reati contestati agli imputati, a vario titolo, erano abuso d’ufficio, violenza privata, falso ideologico, abuso di autorità nei confronti di detenuti o arrestati, violazione dell’ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Tra gli altri fu condannato a 2 anni e 4 mesi di reclusione Alessandro Perugini, ex vicecapo della digos di Genova. La pena più ingente venne inflitta ad Antonio Biagio Gugliotta, ispettore della polizia penitenziaria. I fatti risalgono al luglio 2001 quando nella caserma di Bolzaneto vennero trasferiti – in transito – un gruppo di ragazzi no global arrestati. In quella caserma, secondo l’ accusa, vennero compiuti violenze e soprusi fino alla violazione dei diritti e delle libertà individuali. Per questo vennero rinviate a giudizio 45 persone tra poliziotti, funzionari della questura, medici e poliziotti della penitenziaria.

.

27 nov 2008

fonte: http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/italia_e_mondo/2008/11/27/1101911413903-bolzaneto-verita-500-pagine.shtml

__________________________________________________________________________________________________

C’E’ POCO DA RIDERE..

.

https://i1.wp.com/images-srv.leonardo.it/progettiweb/senzanome/blog/bolzaneto_328.png

.

https://i1.wp.com/www.nandodallachiesa.it/public/images/stories/Bolzaneto_Diaz.JPG

.

https://i1.wp.com/www.socialpress.it/IMG/DA_BOLZANETO_AD_ABU_GHARIB.jpg

Pg Cassazione: polizia ha cultura deviata, annullare condanne autonomi di Milano

la polizia affronta i dimostranti a Corso Buenos Aires (foto Antonio Pezzali - Ap) ROMA (27 novembre) – Annullamento con rinvio, della condanna a 4 anni di reclusione, per 16 giovani della sinistra antagonista milanese. E’ quanto ha chiesto il sostituto procuratore generale della Cassazione per i 16 ragazzi accusati di resistenza aggravata a pubblico ufficiale, danneggiamento, devastazione e incendio. I fatti si riferiscono a una manifestazione antifascista non autorizzata indetta dai Centri sociale, l’11 marzo 2006 a Milano, per protestare contro la manifestazione indetta invece dalla formazione di estrema destra “Fiamma Tricolore”, sempre nello stesso giorno nel capoluogo lombardo.

In particolare il pg Alfredo Montagna ha chiesto di annullare con rinvio il verdetto emesso il 12 novembre 2007 dalla Corte di Appello di Milano. A suo avviso sarebbe provato solo il reato di resistenza aggravata a pubblico ufficiale, mentre gli altri capi d’imputazione «non sarebbero suffragati da prove in quanto le fotografie scattate dalla polizia non ritraggono gli imputati a compiere atti di devastazioni ma li ritraggono solo mentre stanno, per lo più, dietro una barricata su Corso Buenos Aires».

Il sostituto procuratore generale della Cassazione in udienza davanti alla Prima sezione penale della Cassazione ha sottolineato che «La polizia ha una cultura deviata delle indagini perché pensa che identificare una persona che partecipa a una manifestazione consenta, poi, di attribuirle tutti i reati commessi nell’ambito della stessa manifestazione. La Giustizia deve essere amministrata con equità e non con due pesi e due misure: quel che è stato affermato per i poliziotti della Diaz, nel processo di Genova, deve valere anche per il cittadino qualunque e non solo per i colletti bianchi. Se è vero, come è vero nel nostro ordinamento che è personale il principio della responsabilità penale, questo deve valere per tutti mentre ho l’impressione che nel nostro Paese oggi, si stia allargando la tendenza ad una minor tutela dei soggetti più deboli, come possono essere i ragazzi un po’ scapestrati».

Montagna ha aggiunto che «non può passare, alla pubblica opinione, un messaggio sbagliato per cui sui fatti della Diaz i giudici decidono in maniera differente rispetto a quando si trovano a giudicare episodi come quelli di Corso Buenos Aires». Per i fatti avvenuti a Milano, Montagna ha chiesto la conferma delle condanne solo per la resistenza aggravata a pubblico ufficiale – contestazione ammessa dagli stessi difensori degli imputati – mentre ha ritenuto non provate le accuse di devastazione e saccheggiamento.

«Chiaramente, se avessi un figlio che avesse partecipato a quegli scontri – sottolinea il pg – non lo avrei approvato». E’ atteso il verdetto della Prima sezione penale. Per i Supremi giudici il caso è «complicatissimo».

La difesa: condanne da dimezzare Sono almeno da dimezzare le condanne a quattro anni di reclusione : lo ha chiesto l’avvocato Giuliano Spazzali nella sua arringa innanzi alla Prima sezione penale della Cassazione. Il difensore dei giovani non ha contestato la sussistenza del reato di resistenza aggravata a pubblico ufficiale «perché impedire la manifestazione dei neofascisti era l’obiettivo dichiarato dei giovani della sinistra radicale, anche a costo di entrare in rotta di collisione con le forze dell’ordine». «Quello che contesto è che »non ci può essere nessuna equivalenza tra gli atti di resistenza e quelli di danneggiamento per i quali non c’è nessuna prova e nessuna fotografia segnaletica». Spazzali, infine, ha chiesto che a tutti i giovani imputati sia concessa «l’attenuante di aver agito per motivi di particolare valore sociale in quanto intendevano ostacolare il raduno di una formazione politica che si richiama al fascismo che non trova tutela nella nostra Costituzione». Spazzali ha anche ricordato che gli stessi manifestanti di Fiamma Tricolore sono stati condannati dal tribunale di Milano «per aver tentato di ricostituire il Partito fascista e di istigare alla sua ricostituzione».

.

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=36066&sez=HOME_INITALIA


EMERGENZA RIFIUTI: Rischia di allargarsi per ‘Deregulation selvaggia’ / Spacciatori di rifiuti. In mare

Una ricerca di Ambiente Italia rivela quello che si potrebbe fare
ad esempio eliminando correttamente i vecchi elettrodomestici

Il governo ha azzerato il Cobat, uno dei consorzi di smaltimento più virtuosi

.

di ANTONIO CIANCIULLO

.

Emergenza rifiuti, rischia di allargarsi tutta colpa della deregulation selvaggia Rifiuti elettronici, batterie al piombo, gas buca-ozono in libera uscita: una nuova ondata di deregulation rischia di allargare l’emergenza rifiuti. Il sistema è di fronte a un bivio. E’ possibile moltiplicare i posti di lavoro e raggiungere, solo con un corretto smaltimento dei frigoriferi e dei condizionatori, il 3 per cento degli obiettivi di Kyoto. Oppure si può scegliere di affidarsi completamente alle convenienze del mercato, esponendosi alle fluttuazioni che rischiano di paralizzare la raccolta nei momenti di bassa dei prezzi.

Oggi il modello vincente è quello applicato per gli imballaggi: un consorzio di recupero che si assume la responsabilità dei risultati per ogni materiale e lo raccoglie sia quando i prezzi delle materie prime sono alti che quando sono bassi, sia quando i cassonetti si riempiono da soli sia quando c’è da pedalare per raggiungere posti sperduti. Questo sistema – basato sulla concertazione con i Comuni, i produttori, i trasformatori e le ex municipalizzate – potrebbe allargarsi ad altre tipologie, come le pile, o essere minato dalla moltiplicazione di consorzi che rispondano solo a una logica di mercato senza garantire gli obiettivi di protezione ambientale.

“Il governo insiste su un’interpretazione ideologica della liberalizzazione: invece di aumentare l’efficienza punta ad aumentare il numero dei consorzi di recupero”, accusa Ermete Realacci, ministro ombra dell’Ambiente. “Al contrario, dobbiamo incentivare il riciclo dei rifiuti e l’industria collegata: con un incremento del 15 per cento al 2020 si potrebbero far scendere i consumi energetici di 5 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio, pari al 32 per cento dell’obiettivo nazionale di efficienza energetica a quella data”.

Le aree di crisi sono due. Da una parte, denuncia il senatore del Pd Roberto Della Seta, il colpo di mano del governo “che non ha tenuto conto del parere unanime espresso dalla commissione umiliando il ruolo del Parlamento e azzerando il Cobat, uno dei consorzi di smaltimento più virtuosi: recupera il 98 per cento delle batterie a un costo che è il più basso in Europa”.

Dall’altra in ballo c’è un milione di tonnellate di rifiuti: i cosiddetti Raee, cioè le apparecchiature elettriche ed elettroniche. E’ un flusso importante sia sotto il profilo ambientale (ci sono sostanze potenzialmente tossiche e con rilevanti effetti per la distruzione della fascia di ozono e per la crescita dell’effetto serra) che sotto il profilo economico (sono una miniera di materie seconde di grande valore).

Secondo uno studio di Ambiente Italia, “gli elettrodomestici bianchi (che corrispondono alle classi 1 e 2 dei Raee, di competenza del consorzio Ecodom) potenzialmente recuperabili sono 6 milioni di pezzi: 258 mila tonnellate, di cui 89.500 tonnellate di frigoriferi e congelatori e 7.400 tonnellate di condizionatori (prodotti contenenti CFC e HCFC)”. Con una buona gestione si otterrebbe: il recupero di 230 mila tonnellate di materie seconde; un taglio di emissioni equivalente a 3,4 milioni di tonnellate di CO2; un recupero energetico pari a 119.000 tonnellate di petrolio. In sintesi si riuscirebbe – solo attraverso il recupero dei fluidi refrigeranti e il riciclo – a tagliare circa il 3 per cento delle emissioni di CO2 che l’Italia dovrebbe ridurre entro il 2020, mentre il recupero energetico vale all’incirca i consumi di una città di 40 mila abitanti.

“Sono obiettivi raggiungibili migliorando il sistema”, commenta l’ex ministro dell’Ambiente Edo Ronchi, l’ideatore del decreto che ha rilanciato la raccolta differenziata. “Oggi ci sono 17 consorzi che raccolgono i rifiuti elettrici ed elettronici ma nessuno ha l’obbligo di raggiungere una quota minima o di operare su tutto il territorio nazionale. Si tratta di arrivare a una gestione coordinata e capace di affrontare target obbligatori di raccolta, secondo la strada indicata dall’Unione europea”.

.

27 nov 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/cronaca/rifiuti/emergenza-rischio/emergenza-rischio.html?rss

__________________________________________________________________________________________________

Carlo Lucarelli svela misteri e connivenze dietro le navi con i carichi pericolosi

Spacciatori di rifiuti. In mare

.

di Carlo Vulpio 
.
Le parole aiutano, è vero. Ma a volte ingannano. Nel settore dei rifiuti, per esempio, i nomi di quasi tutte le imprese finiscono per «eco». Mentre nel traffico illegale dei rifiuti «eco» è diventato un prefisso, e tutti diciamo «ecomafia». In entrambi i casi, quell’«eco» tranquillizza. Poiché ci consegna un mondo ben diviso in due: l’uno «eco» per male (l’ecomafia), l’altro «eco» per bene (la preoccupazione ambientale inserita nella ragione sociale). E invece questo è l’inganno più sottile e meglio riuscito degli ultimi venticinque anni.

Nel racconto-verità Navi a perdere, scritto con la consueta bravura da Carlo Lucarelli per la collana Verdenero di Edizioni Ambiente (da domani in libreria), di questo si parla. Di come si «smaltiscono» i rifiuti più pericolosi, anche quelli radioattivi, facendo credere che tutto avvenga in maniera «eco» («eco-logica» ed «eco-nomica», dunque: «eco-compatibile»). In realtà, le file di camion carichi di fanghi industriali cancerogeni, che viaggiano di notte e per lo più dal Nord al Sud della penisola (dalla Toscana alla Puglia, per esempio), sversano tutto in discariche «controllate» per modo di dire o addirittura in aperta campagna. E lo fanno senza incontrare sul proprio cammino grandi resistenze (che, se vi fossero, sarebbero rapidamente vinte dalla «moral suasion» dei mitra che scortano quei carichi) o grandi controlli di polizia (che, quando ci sono, vengono vissuti con fastidio dalla Legge che dovrebbe reprimerli, dall’Economia che potrebbe risentirne e dalla Informazione che, per carità, non vorrebbe allarmare). Non ci sono però soltanto i camion. Ci sono anche le navi. Ve le ricordate? Le abbiamo chiamate «navi dei veleni».

Trasportano rifiuti d’ogni genere, persino diossine e scorie radioattive, dal mondo opulento al mondo dei morti di fame. Da Nord a Sud, appunto. Per questo «eco-servizio» il Nord paga il Sud, spesso anche in armi, e il Sud vende al Nord i suoi diamanti e la sua droga, se li ha, oppure vende la sua terra. Meglio, il suo sottosuolo: se ci date le armi, o i soldi per comprarle, le vostre porcherie potete sotterrarle qui da noi. Ha funzionato così per anni, anche in base ad accordi fra Stati, e funziona ancora così, nonostante le indignate condanne pubbliche. Lucarelli mette in fila alcuni fatti realmente accaduti e li fa «parlare». Non fa «dietrologia», ragiona. Non cerca il «giallo» a tutti i costi, si documenta. E poiché la realtà è molto più ricca di retroscena di quanto la «dietrologia» non riesca a produrne, ecco che Lucarelli riesce ad argomentare in maniera impeccabile, rendendola credibilissima, l’ipotesi della morte dei giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (Mogadiscio, 20 marzo 1994) come un duplice assassinio premeditato (e non l’iniziativa di un balordo). Un duplice assassinio commissionato in seguito alla scandalosa scoperta fatta da Ilaria e Miran. Un traffico «armi per rifiuti» tra l’Italia e la Somalia.

Il traffico di rifiuti è un’attività miliardaria. Rende più del traffico di droga. E se si tratta di roba che scotta, per esempio le scorie radioattive o le sostanze più tossiche e nocive, ecco che le navi sono l’ideale. Ne compri qualcuna malandata, la carichi di tutta questa roba, la porti in mezzo al mare, simuli un naufragio, la fai inabissare e oltre ai soldi dello «smaltimento» prendi anche i soldi dell’assicurazione. È difficile fregare i Lloyd’s di Londra, eppure anche loro ci sono cascati. Quando se ne sono accorti, hanno denunciato una truffa di almeno 500 milioni di dollari per aver assicurato ben 25 «navi a perdere». Tutte naufragate in maniera a dir poco sospetta. Tutte colate a picco nel Mediterraneo. La procura di Reggio Calabria, invece, ha sempre sostenuto che le navi cariche di scorie radioattive affondate con questo sistema nel Mare Nostrum erano almeno 40. Mentre Legambiente, che denunciò questa strana battaglia navale fatta di autoaffondamenti, dice che sono 50 e qualcun altro 100. Senza contare le scorie finite sotto il mare grazie a un originale sistema di smaltimento realizzato in barba a ogni convenzione internazionale (la London Dumping Convention del 1972, il Protocollo di Londra del 1996).

Il sistema si chiama Penetrator ed è un siluro d’acciaio pieno di scorie radioattive che una nave porta in alto mare e lascia cadere. Il siluro pesa circa 300 tonnellate e si inabissa alla velocità di 220 chilometri orari, conficcandosi nel fondale marino, dove dovrebbe «resistere» per un milione di anni. Poiché ogni Penetrator è (dovrebbe essere) anche «schedato», grazie a un’antenna fissata sulla coda che trasmette a un satellite il segnale della sua presenza in quel preciso punto del sub fondale, non dovrebbe essere complicato sapere quanti ce ne sono nel Mediterraneo. Invece non si sa. O, se si sa, è segreto. Nemmeno delle «navi a perdere» si sa quante sono. Non risulta che il governo italiano, nonostante sia stato denunciato alla Commissione europea per i Diritti dell’Uomo, abbia mai finanziato una perizia radiometrica sul contenuto delle navi affondate nel Mediterraneo. Bastavano — lo scrivemmo anche noi del «Corriere», nel 1996 — cinque miliardi di lire. Invece, niente. E così nemmeno i magistrati inquirenti hanno potuto fare granché. «Ci spiano — dissero — e ci oppongono chiusure istituzionali». Ma non accadde nulla. Il racconto di Carlo Lucarelli, che nasce da una nave che invece di affondare finì spiaggiata sulla costa calabra, lasciando immaginare cosa era accaduto alle altre 25, 40 o 100 «navi dei veleni» ci obbliga a riflettere e ci stimola a volerne sapere di più. Cosa sappiamo, per esempio, di Natale De Grazia, il capitano di fregata della Capitaneria di porto di Reggio Calabria morto in maniera strana, a 38 anni, quando godeva di ottima salute e proprio mentre indagava con passione su queste «navi a perdere»? Niente, non sappiamo niente. E, invece, sarebbe il caso che qualche magistrato prenda in mano il libro di Lucarelli e vada a leggere cosa disse nel 2004 il presidente Carlo Azeglio Ciampi quando, elogiandone il lavoro straordinario, assegnò a De Grazia la medaglia d’oro alla memoria. De Grazia, disse Ciampi, ha lavorato «nonostante pressioni e atteggiamenti ostili».

.

27 nov 2008

fonte: http://www.corriere.it/cultura/08_novembre_27/spacciatore_rifiuti_mare_vulpio_20c2473a-bc73-11dd-88c4-00144f02aabc.shtml

Finiti i soldi per gli autobus. E i messinesi restano a piedi

IL CRAC Il disastro dell’azienda di trasporti con 340 autisti per 21 veicoli

Dipendenti senza stipendio da agosto, servizio sospeso

.

Una veduta dell'home page del sito Internet dell'Atm di Messina
Una veduta dell’home page del sito Internet dell’Atm di Messina

Se vi dovesse capitare di andare a Messina portatevi la macchina, una moto, una bici o un asino: da dieci giorni infatti, caso unico nel mondo occidentale, la città è in ginocchio. Senza più mezzi pubblici. Paralizzata da uno sciopero dei dipendenti che non prendono lo stipendio dalla fine di agosto. Ultima tappa tragica d’una storia scellerata di gestione allegra di pubblico denaro.

Qualcuno in vena di battute amare potrebbe dire che in fondo, i messinesi, hanno avuto modo di abituarsi, all’abolizione degli autobus e dei tram. Anno dopo anno, sotto il peso sempre più schiacciante di scelte disastrose e montagne di debiti, i mezzi pubblici si erano fatti via via più rari. Fino al record del 5 novembre scorso. Quando la Atm (Azienda trasporti Messina) riuscì a mettere in strada, come ha scritto Francesco Celi sulla Gazzetta del Sud, 16 pullman e 5 vetture tranviarie.

Vi chiederete: solo 21 mezzi per una città che coi suoi 245 mila abitanti è la 13a per popolazione d’Italia e copre un territorio di 211 chilometri quadrati che si estende lungo la costa per 55 chilometri? Esatto: 21. Contro i 205 che quella mattina uscivano dalle rimesse in una città con quasi 30 mila abitanti di meno come Padova.

Eppure, sulla carta, le vetture ci sarebbero. La flotta disponibile, spiega un rapporto del direttore generale dell’Atm Claudio Conte, che ha bellicosamente ribaltato le accuse sui partiti e le giunte comunali destrorse e sinistrorse di questi anni, può contare in teoria su 168 autobus. Ma sono così vecchi che, mentre a Trieste vengono contrattualmente dismessi dopo 7 anni di servizio, questi hanno mediamente undici anni. Peggio: quindici hanno passato la ventina e di questi uno è addirittura arrivato alla veneranda età di 24 anni. Il che equivale, in questo settore, a essere acciaccati come un novantenne con l’asma e l’artrite.

Risultato: i pullman in grado concretamente di uscire la mattina per mettersi al servizio dei messinesi sono in media, stando ai dati ufficiali, 47. Peggio, denuncia la Gazzetta: solo 32. Quanto ai tram, sono una dozzina. Ma la metà è di fatto inutilizzata perché, non avendo i soldi per comprare i ricambi, l’altra metà delle vetture è stata utilizzata per recuperare un pezzo di qua, uno di là… In compenso, non difettano gli autisti. Ce ne sono 340. Cioè, se è vera la denuncia del quotidiano peloritano, undici per ogni bus effettivamente disponibile. Più un’altra settantina che anno dopo anno si è smarcata presentando un certificato medico di «inidoneità definitiva». C’è chi non può guidare perché ha la sciatica, chi perché si stressa, chi perché non sopporta il rumore o lo smog…

Totale dei dipendenti attuali (e meno male che per alcune decine è stata spalancata la porta della pensione): 682. Un po’ sparsi per gli uffici, un po’ nelle officine, un po’ in giro per la città a vigilare sui parcheggi comunali, un po’ sui pullman, accanto agli autisti, a controllare chi non paga il biglietto. Un lavoro prezioso. Ma svolto seguendo «interpretazioni» così personali che l’azienda ha cercato di licenziarne sette perché colta dal dubbio che, invece che vigilare sulla correttezza dei passeggeri, se ne andassero a passeggio. Al punto che un paio, in quasi un anno di controlli, non avevano scovato neppure un «portoghese » senza biglietto. Manco uno. Manco per sbaglio. Tentativo fallito: i sindacati, che all’Atm possono sventagliare la bellezza di 10 sigle diverse, si son messi di traverso. E l’offensiva «brunettiana», diciamo così, si è risolta in un fiasco. In compenso, come avrebbe denunciato il commissario messo alla testa della società per cercare di arginare la catastrofe, crescevano (sulla carta) gli straordinari. Tanto che molti erano arrivati ad accumulare 150 ore al mese. Cinque al giorno, domeniche comprese.

Va da sé che, mese dopo mese, il degrado è stato inarrestabile. E i chilometri percorsi dalla flotta pubblica messinese, che nel 2003 erano complessivamente 7 milioni e 300mila, sono scesi a 4 milioni e mezzo. La metà di quelli coperti dai «cugini» padovani. E intanto, parallelamente, in una spirale perversa dove non è chiaro se una cosa sia causa dell’altra o viceversa, crollavano gli incassi e i finanziamenti comunali e regionali che dovevano ripianare i debiti.

Che le pubbliche casse debbano aiutare le aziende dei trasporti municipali è ovvio: non c’è autobus al mondo che possa servire i cittadini mantenendosi da solo. Ma c’è modo e modo di «mungere » alle mammelle pubbliche. Nel Nord i biglietti pagati coprono mediamente oltre il 35% dei costi, a Padova il 42%, a Messina il 16 e mezzo. Un disastro. Accentuato col passare degli anni. I ricavi dai ticket e dagli abbonamenti arrivavano nel 1999 a tre milioni e 972 mila euro, quelli del 2007 sono precipitati a due milioni e 958: un milione di euro di perdita secca.

Contemporaneamente, raddoppiava il costo del personale: +106%. Tolta l’inflazione, +86%. «Falso!», strillerà qualcuno: è colpa dei 132 ausiliari del traffico delegati a vigilare sul sistema «gratta e sosta» e dei 90 Lsu che il Comune ha passato all’Atm sventrandone il bilancio! Vero, in parte. Ma in realtà si è impennato in questi anni anche il costo pro capite. Salito per ogni dipendente a quasi 38 mila euro. Quattromila in più di quanto costa mediamente ogni impiegato di Buckingham Palace. Prova provata che c’è qualcosa che non quadra. Come non quadra la «rendita » delle strisce blu e dei parcheggi a pagamento: Padova con 27 addetti raccoglie 10 milioni di euro, Messina con 132 ne raccatta 2.577.183. Un quarto. Col quadruplo del personale.

Fatto sta che davanti a questi dati il consiglio comunale, prima in mano alla destra, poi alla sinistra, pare aver preferito chiudere gli occhi per non vedere. E dal 2001 non ha più approvato, come invece vorrebbe la legge visto che il Comune è il padrone, un solo bilancio dell’Atm. Occhio non vede, cuore non sente, portafoglio non paga. E infatti, messi in un angolo i conti, il Municipio ha ridotto i contributi annui alla sua azienda dei trasporti da quasi 14 a meno di 11 milioni di euro l’anno. Peggio: ha imposto che il biglietto per la corsa semplice (votate, elettori, votate…) costasse 50 centesimi. Dai e dai, l’Atm si è ritrovata con 36 milioni di spese annuali e un buco colossale che cresce di anno in anno dato che i contributi di Regione e Comune, parola del direttore generale, «non coprono neanche il costo del personale».

Il sindaco Giuseppe Buzzanca e il governatore Raffaele Lombardo, adesso, stanno cercando di metterci una pezza. E forse i dipendenti, che non prendono lo stipendio da tre mesi, potranno tirare il fiato. Se anche la protesta si placasse, dopo dieci giorni di paralisi, proteste, insulti, blocchi stradali, resterà comunque il tema: quale futuro può avere un Paese dove esistono aziende pubbliche così? E chi ha sbagliato sarà mai chiamato a pagare?

.

Gian Antonio Stella
27 novembre 2008

fonte: http://www.corriere.it/politica/08_novembre_27/stella_a282b052-bc4b-11dd-88c4-00144f02aabc.shtml

Università, cambiato il decreto Gelmini: “Norme anti baroni”

Inizia la discussione in Senato sul testo di legge modificato.
Sorteggio per i concorsi. L’opposizione: “Atenei valorizzati? Ma come?”

.

di SALVO INTRAVAIA

.

"Norme anti baroni"
.

Arrivano le norme “anti-baroni”? Il ministro dell’Università, Mariastella Gelmini, parla di “svolta nel sistema universitario” , l’opposizione frena e definisce il provvedimento “senza coraggio”. Al centro del dibattito parlamentare la conversione in legge del decreto-legge dal titolo “Disposizioni urgenti per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca”. Dopo la contestazione studentesca delle scorse settimane, che ha più volte sottolineato come il decreto non affronta la questione del cosiddetto baronato universitario, questa mattina in commissione Cultura al Senato sono state apportate alcune modifiche al testo del decreto che sarà votato entro l’11 dicembre.

“Per la prima volta
– dichiara il ministro Gelmini – le carriere dei docenti non saranno legate a scatti automatici ma, come previsto dagli emendamenti approvati in commissione, al merito ed alla ricerca effettivamente svolta”. In base alle modifiche apportate in VII commissione i docenti universitari che non si dedicheranno all’attività di ricerca saranno esclusi, a partire dal primo gennaio 2011, dagli scatti biennali” in busta paga e costituiranno un peso per gli atenei di appartenenza: verranno infatti esclusi “dalle ripartizioni dei fondi Prin”, i Progetti di ricerca di rilevanza nazionale. Gli ignavi non potranno neppure fare parte delle commissioni di concorso per il reclutamento dei docenti e dei ricercatori.

In base al decreto e agli emendamenti
“è costituita l’anagrafe dei professori” con l’obbligo per tutti i docenti di pubblicare l’elenco delle loro attività di ricerca scientifica. I rettori, infine, in sede di approvazione del bilancio, dovranno pubblicare una “relazione concernente i risultati delle attività di ricerca, di formazione e di trasferimento tecnologico nonché i finanziamenti ottenuti da soggetti pubblici e privati.

Il decreto-legge dello scorso 10 novembre prevede l’impossibilità per gli atenei con i conti in rosso (spesa per il personale superiore al 90 per cento del totale) di effettuare nuove assunzioni. Mentre per quelli con i conti a posto è possibile derogare dal turn over al 20 per cento e arrivare fino al 50 per cento. Gli atenei virtuosi potranno ottenere più finanziamenti: il 7 per cento del Fondo di finanziamento ordinario sarà assegnato in base alle pagelle redatte dal Cnvsu (il Comitato nazionale valutazione del sistema universitario). Le università, inoltre, potranno coprire i posti docente e ricercatore chiamando studiosi “stabilmente impegnati all’estero”. Nelle commissioni per il reclutamento dei professore e dei ricercatore prevarrà il sorteggio. Quattro prof sorteggiati da una lista nazionale e uno nominato dallo stesso ateneo che bandisce il concorso, per i professori ordinari e associati, e tre componenti (due sorteggiati e uno nominato dalla stessa università per i ricercatori.

Ma l’opposizione attacca su tutti i fronti. Secondo Mariapia Garavaglia, ministro ombra per l’Istruzione “con questo decreto, purtroppo, si perde un’occasione di miglioramento per gli atenei italiani”. E va oltre. “L’esecutivo – continua la senatrice del Pd – è riuscito con abilità mediatica a far prevalere l’idea di decreto innovativo e che, con lo strumento del sorteggio, si metta un forte argine al problema del reclutamento e dei concorsi per l’accesso alla docenza nell’università”. E riguardo al merito “su cui il ministro Gelmini si è speso in continuazione in un profluvio di interviste”. “In che modo – si chiede la Garavaglia – esso viene valorizzato, quando l’Anvur, lo strumento attraverso il quale già adesso si potrebbero dare valutazioni fondate e, appunto, di merito, non è stato attivato dal ministro?”.

.

27 novembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/scuola_e_universita/servizi/universita-2009/decreto-al-voto/decreto-al-voto.html?rss


Terrore a Mumbai: oltre 100 vittime Morto un italiano. Riuscito il blitz al Taj

Polizia nei pressi della stazione di Mumbai (Reuters)

Sette italiani, tra cui una bimba, fra i 200 ostaggi ancora all’Oberoi, dove è in corso un’operazione per liberarli

.

MUMBAI – C’è anche un italiano, Antonio Di Lorenzo, tra i circa 125 morti e 327 feriti degli attacchi terroristici a Mumbai, la capitale economica dell’India colpita mercoledì sera da una serie simultanea di attacchi ad alberghi, stazioni e siti turistici. La Farnesina ha reso noto il decesso del connazionale attraverso un comunicato e il premier Silvio Berlusconi ha espresso il cordoglio suo e del governo alla famiglia di de Lorenzo. Il connazionale, un uomo d’affari di passaggio nella città indiana, è morto all’interno dell’hotel Oberoi, secondo quanto riferito dal console Rugge (audio). Il ministro degli Esteri Frattini ha spiegato che Di Lorenzo è stato ucciso da una granata lanciata dai terroristi. La vittima era un cittadino livornese (nato a Roma ma residente a Livorno dal ’72). Il sindaco Alessandro Cosimi, ha espresso il cordoglio, «suo personale e della città, alla famiglia: al figlio Massimiliano, anch’egli a Mumbai, alla moglie Emilia Piera ed all’altro figlio Gabriele, che invece si trovano a Livorno».

__________________________________________________________________________________________________

Terrore a Mumbai Terrore a Mumbai Terrore a Mumbai Terrore a Mumbai

Terrore a Mumbai Terrore a Mumbai Terrore a Mumbai Terrore a Mumbai

__________________________________________________________________________________________________

I DUBBI SULLA RIVENDICAZIONE – Gli attacchi sono stati rivendicati dai Mujaheddin del Deccan, un gruppo estremista finora sconosciuto, ma secondo il premier indiano Manmohan Singh avrebbe «basi all’estero». Ma sull’identità dei terroristi e il loro disegno, i dubbi sono ancora moltissimi. Secondo un’indagine preliminare delle autorità indiane, i terroristi potrebbero essere di nazionalità pachistana. Ne è convinto anche un alto ufficiale dell’esercito pakistano mentre il ministero della difesa di Islamabad ha detto che il suo Paese non ha giocato alcun ruolo negli attentati. «Abbiamo indizi che i responsabili sarebbero arrivati a Mumbai in barca e che siano cittadini pachistani» ha detto una fonte militare al Times of India. Nel 2008 è comparso nella mappa del terrorismo indiano il gruppo Mujaheddin indiani, che ha rivendicato due serie di attentati, i primi il 13 maggio nel mercato di Jaipur, con un bilancio di 63 morti e 216 feriti, e gli altri il 30 ottobre nello stato dell’Assam, con 76 morti.

BLITZ AL TAJ – In mattinata è scattato il blitz dei commandos dell’esercito e dei corpi antiterrorismo indiani: la polizia è riuscita a riprendere il controllo dell’hotel Taj Mahal e tutti gli ostaggi presenti nella struttura sono stati liberati (anche se nell’albergo, di nuovo in fiamme, si sono sentiti diversi colpi d’arma da fuoco).

BLITZ ALL’OBEROI, INCENDIO AI PIANI ALTI – Nel pomeriggio è scattato invece il secondo blitz all’Oberoi Tridenti, dove sono tenute in ostaggio circa 200 persone (fra cui sette italiani). In prossimità della struttura sono stati sentiti nuovi spari: i colpi d’arma da fuoco provenivano dall’ala nord ovest dell’hotel, dove negli ultimi piani è scoppiato un incendio. Una settantina di ostaggi sono stati rilasciati, tra cui due turchi. Tra gli ostaggi ci sono 15 membri di un equipaggio dell’Air France. Le notizie sono ancora confuse anche se è stato dichiarato che 70 persone sono state evacuate dal complesso alberghiero. È quanto riporta la versione online del quotidiano Times Of India. In serata si sono anche viste fiamme uscire dai piani alti. Il fuoco, che ha avvolto alcune stanze, sembra essere scoppiato al quarto piano.

__________________________________________________________________________________________________

Terrore a Mumbai/2 Terrore a Mumbai/2 Terrore a Mumbai/2 Terrore a Mumbai/2

Terrore a Mumbai/2 Terrore a Mumbai/2 Terrore a Mumbai/2 Terrore a Mumbai/2

__________________________________________________________________________________________________

GLI OSTAGGI ITALIANI – Gli italiani bloccati all’Oberoi sono sette. Tra questi ci sarebbero anche una donna con la figlia di sei mesi (il marito lavora come chef nella struttura), e i coniugi Patrizio Amore, 64 anni, e Carmela Zappalà, 50, genitori di un ispettore di polizia. «Dovevano trascorrere a Mumbai l’ultima parte del loro viaggio in India, cominciato dieci giorni fa. Li ho sentiti al telefono e mi hanno rassicurato sul loro stato di salute», ha detto il poliziotto. Mamma e figlia, invece, secondo alcune voci sarebbero state liberate, ma non c’è conferma ufficiale. «Quaranta italiani – ha detto Frattini – sono rifugiati nel consolato italiano di Mumbai. Siamo di fronte – ha aggiunto il titolare della Farnesina – a un strategia meticolosa che non può che appartenere ad Al Qaeda». Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha fatto sapere di seguire con preoccupazione, attenzione costante e apprensione per la sorte degli italiani coinvolti.

SEQUESTRATI ANCHE 10-20 ISRAELIANI – Sono fra dieci e venti i cittadini israeliani tenuti in ostaggio a Mumbai. Lo ha annunciato l’Ambasciata di Israele a Nuova Delhi. Una precedente notizia diffusa dal quotidiano israeliano Haaretz parlava di otto ostaggi israeliani, tre dei quali, fra cui un rabbino, nella sede dell’organizzazione ebraica ortodossa Chabad Lubavitch. Altri cinque o sei israeliani si troverebbero, sempre secondo il giornale, all’Hotel Oberoi

GLI OBIETTIVI DEGLI ASSALTI – I siti colpiti dagli attacchi terroristici simultanei nella città indiana sono stati almeno dieci. Esplosioni ci sono state all’hotel Taj Mahal, all’hotel Oberoi e alla Nariman House, dove anche un rabbino, Gavriel Holtzberg, è tenuto in ostaggio. Gli attentati hanno preso di mira i due alberghi più lussuosi della città e i locali frequentati dai turisti. La tv ha mostrato le immagini delle fiamme che hanno invaso la hall dell’hotel più famoso della città, il Taj Mahal. Vi sono state anche sparatorie vicino ad alcuni edifici dell’area di Colaba-Nariman Point, dove si trovano gli alberghi e altri luoghi frequentati dai turisti, tra cui molti italiani, come il pub Leopold’s. Esplosioni e spari sono stati avvertiti anche a Mazgaon, la stazione di scambio della metropolitana e nell’area di Crawford market. Un testimone britannico ha riferito mercoledì sera che i terroristi cercavano chiunque avesse un passaporto britannico o statunitense. Il cittadino inglese che si trovava all’hotel Oberoi quando hanno fatto irruzione uomini armati, ha riferito alla televisione Sky News che un italiano è stato lasciato andare dopo che i terroristi erano venuti a conoscenza della sua nazionalità.

__________________________________________________________________________________________________

MULTIMEDIA – Foto, audio e video degli attacchi

__________________________________________________________________________________________________

.
26 novembre 2008 – ultima modifica: 27 novembre 2008

fonte: http://www.corriere.it/esteri/08_novembre_26/strage_mumbai_india_bc9b01a0-bbed-11dd-a610-00144f02aabc.shtml


India, caccia agli stranieri: oltre 80 morti e ostaggi a Mumbai

{B}Caccia allo straniero a Mumbai{/B}Un terrorista in azione

Una serie di attacchi simultanei ha colpito il quartiere turistico della città

All’hotel Oberoi, “stanno bene” l’italiana e la figlia di sei mesi

La Farnesina: “15 nostri connazionali barricati in albergo”
A fuoco l’hotel Taj, quattro terroristi uccisi, nove catturati

.

India, caccia agli stranieri oltre 80 morti e ostaggi a Mumbai

Brucia il Taj Mahal

MUMBAI – Terrore nel cuore della nuova India, a Mumbai, l’antica Bombay. Nel mirino gli stranieri: almeno nove gli attacchi con granate e armi automatiche. Colpiti gli alberghi più belli, la zona turistica, un pub, ma anche la stazione e un’ospedale. L’attacco più grave si è verificato nella sala d’aspetto della stazione dei treni, la Chhatrapati Shivaji: uomini armati di kalashnikov hanno cominciato a sparare e lanciare granate sulla folla. Alla fine di una lunga giornata di sangue quattro terroristi risultano uccisi, nove catturati. Un paio sono asserragliati nel Taj Hotel, l’hotel di lusso per gli stranieri ricchi, il bersaglio simbolo. Secondo la tv indiana Ndtv, ancora 110 persone sono intrappolate dentro il Taj Mahal di Mumbai. Ma non solo: anche l’ospedale Cama e l’hotel Trident non sono ancora sotto il controllo delle autorità. Sono una quindicina gli italiani “ancora asserragliati” negli alberghi, ha detto il capo dell’Unità di crisi della Farnesina, Fabrizio Romano, spiegando che “azioni sono ancora in corso” nella città. La presenza di diversi italiani negli alberghi ancora fuori dal controllo delle autorità indiane è stata confermata anche dal console italiano a Mumbai che ha potuto avere un “contatto” con molti connazionali. “Ho sentito diversi italiani dentro gli alberghi che sono barricati in stanza”, ha detto il console Fabio Rugge a “Porta a Porta” precisando che al momento non possono ancora lasciare le stanze. “Al momento non risulta alcun italiano ucciso”, ha affermato.

LE IMMAGINI I VIDEOLE TESTIMONIANZE

E’ stato un attacco in grande stile, scattato alle 22.30 locali, con una regia sofisticata, probabilmente esterna all’India. Una potenza di fuoco inaspettata. Sul terreno sono rimaste decine di vittime, oltre 80, e 900 feriti. Undici morti tra le forze dell’ordine. Tra le vittime, il capo dell’unità anti-terrorismo di Mumbai, Hemant Karkare. Gli attacchi, secondo il Times of India, sono stati rivendicati dai Mujaheddin del Deccan, gruppo terroristico islamico indiano.

Centinaia di militari – dopo che sia la Marina che l’Esercito sono stati posti in stato di massima allerta – sono stati dispiegati per le vie della città. Un reparto dell’esercito ha fatto irruzione nell’hotel Oberoi, dove erano stati prese in ostaggio quaranta persone. E proprio in quell’albergo alloggia un’italiana con la figlia, una bambina di pochi mesi. La donna è la moglie del cuoco del ristarante italiano. “L’ho sentita, sta bene e la bambina è tranquilla – dice Rugge – Non sappiamo come siano ora le cose, ma riteniamo sia possibile un’irruzione a brevissimo”.

La Farnesina sta verificando se tra le vittime ci siano nostri connazionali, a Mumbai risultano circa 200 italiani. Il ministro Frattini ha seguito per tutta la notte la situazione. Repubblica Tv e Radio Capital si sono messi in contatto con loro. Ascolta le testimonianze. Uno di loro ha parlato di controlli antiterrorismo finti e di metal detector che non hanno mai funzionato.

Al Taj Mahal 15 ostaggi sono stati portati dai terroristi sul tetto. In fiamme i piani alti dell’albergo, il più famoso di Mumbai. E’ probabile che ci sia stato un blitz dell’esercito: sono state udite più di sei esplosioni, dopo è scoppiato l’incendio. Oltre 50 persone sono state salvate, e poi il fuoco domato. Ma degli ostaggi non c’è ancora traccia.

Tre europarlamentari sono riusciti a fuggire dall’hotel Taj. Si tratta della tedesca Erika Mann, che per ore era rimasta nascosta nelle cucine dell’albergo preso d’assalto da un gruppo di terroristi, del polacco Jan Tadeusz Masiel e del britannico Sajjad Karim. Insieme a loro è riuscito ad allontanarsi dall’hotel anche un funzionario, che fa parte della delegazione dell’Europarlamento.

“Volevano chiunque avesse un passaporto britannico o statunitense”, racconta un testimone alla tv indiana. “Hanno lasciato andare quelli che si dichiaravano di altre nazionalità, ad esempio gli italiani”.

I terroristi hanno anche fatto irruzione in un centro di ebrei ultraortodossi Chabad, prendendo in ostaggio un numero imprecisato di ebrei e cittadini israeliani. Lo riferisce il sito online di Stratfor, un’agenzia di intelligence privata statunitense, citando la tv indiana Ibn e aggiungendo che molti componenti dei commando che hanno attaccato Mumbai sono arrivati dal mare. Il sito online della comunità Chabad-Lubavitch, ha espresso “preoccupazione” per la diffusione di notizie secondo cui “una famiglia israeliana sarebbe stata presa in ostaggio e tre dei suoi componenti uccisi”. Mancano inoltre notizie dei due gestori del centro, Gavriel e Rivka Holtzberg.

Secondo Stratfor, al di fuori del Centro sono schierati agenti della polizia e delle forze speciali indiane, mentre l’esercito ha isolato la zona circostante. La Casa degli ebrei Chabad, riferiscono diversi siti online, è molto frequentata da viaggiatori e turisti ebrei e israeliani di passaggio a Mumbai.

.

26 nov 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/esteri/india-attentato/india-attentato/india-attentato.html

__________________________________________________________________________________________________

Le prime testimonianze di chi si trovava sul luogo degli attentati
Un autista ha visto sequestrare 50 coreani. “Cercavano gli stranieri”

“C’era un italiano, l’hanno liberato. Erano tutti giovanissimi e armati”

.

"C'era un italiano, l'hanno liberato Erano tutti giovanissimi e armati"

.
MUMBAI – “C’era un italiano, gli hanno chiesto
‘da dove vieni?’, e alla risposta, ‘dall’Italia’, lo hanno lasciato andare”. E’ questo il racconto di un cittadino britannico che si trovava al ristorante Oberoi quando hanno fatto irruzione gli uomini armati. “Parlavano specificamente di britannici e americani” – ha detto Alex Chamberlain, spiegando che un giovane armato di circa 22 o 23 anni, ha ordinato ai presenti di uscire dal ristorante con le mani in alto. Il testimone ha riferito che l’uomo armato parlava Hindi o Urdu.

E’ questa una delle molte testimonianze di chi si è trovato sul luogo degli attentati. “Immagino che stessero cercando gli stranieri – racconta Rakesh Patel, un cittadino britannico testimone dell’attacco al Cafe Leopold, ristorante dell’Hotel Taj Mahal – perché chiedevano dei passaporti britannici o americani. Avevamo bombe. Sono arrivati dal ristorante. Erano giovani di 20. Avevano anche due fucili”. Secondo l’uomo, ci sarebbero 15 ostaggi, di cui 7 stranieri, nel Taj. “I due giovani sono venuti al ristorante e ci hanno portati al 18/esimo piano, da dove alcuni di noi sono riusciti a fuggire”.

“Il mio albergo è circondato dalla polizia e ci sono uomini armati dentro – dice un altro testimone europeo, Ignasi Guardans – siamo in contatto con alcuni rappresentanti delle forze dell’ordine dentro l’albergo, uno in una stanza e un altro nascosto in cucina. Un altro è ferito, in ospedale”.

Un autista ha raccontato che almeno 50 coreani sono stati fatti entrare a forza nell’hotel Taj, mentre i loro autisti erano fuori ad attenderli. “Eravamo pronti a raccoglierli, quando abbiamo sentito la prima esplosione. La polizia non ci ha fatti passare, mentre i turisti non rispondevano al telefono – ha riferito Deepak Aswar, uno dei conducenti, raccontando di aver visto anche degli europei presi in ostaggio -. “Ero nel ristorante interno all’Oberoi e ho visto una serie di spari e di morti, qualcosa che non avrei mai voluto vedere. Ho cercato di strisciare fino alla cucina, aspettando che finisse tutto”.

Sourav Mishra, un reporter della Reuters, era con amici al Cafe Leopold, quando i terroristi hanno aperto il fuoco, intorno alle 21.30 locali. E’ ricoverato al St. George’s Hospital, con ferite alle spalle. “Ho sentito alcuni spari. Qualcuno mi ha colpito, sono corso fuori e sono caduto, sulla strada. Qualcuno mi ha raccolto”.

.

26 nov 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/esteri/india-attentato/india-racconti/india-racconti.html?rss