Archivio | novembre 29, 2008

DISINFORMAZIONE DI STATO – Il terrorismo attacca. E Vespa si dà al nudo

http://guana.files.wordpress.com/2008/03/bruno_vespa.jpgE LO PAGHIAMO FIOR DI MILIONI DI EURO

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di Aldo Grasso

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Seratona su Raiuno. Una di quelle da incorniciare, da conservare nelle teche, da presentare nei concorsi internazionali. Questa è tv! Questo è servizio pubblico! Ci sia concesso, per una volta, fare i complimenti a Raiuno, e poi su su fino alla Dirigenza Uscente e a quella Entrante. Il programma, «Porta a porta», condotto dal bravissimo Bruno Vespa, in un mondo squassato dal terrorismo islamico, ha pensato bene di infondere un po’ di sano ottimismo agli italiani con un’offerta di rara leggerezza, non disgiunta dall’eleganza. Nelle situazioni di crisi, Vespa dà il meglio di sé, con quella sua straordinaria capacità di attorniarsi di cervelli, di menti pensanti, di scienziati dell’incanto, di cataloghi viventi di mastoplastica e botulino.

La sera del 27 novembre, verso le 23.30, «Porta a porta» si interroga dal più profondo del cuore su un tema che di certo aiuterà a superare le gravi difficoltà economiche che ci attanagliano: «Gli italiani sono contrari al nudo in tv?». Dare su qualsiasi cosa, compresi i calendari delle dive, giudizi irriconciliabili è l’unica maniera di non barare. Per questo, Vespa ha radunato in una sola volta tanti fini umanisti: Alba Parietti, Lory Del Santo, Sergio Mariotti, in arte Klaus Davi, Silvana Giacobini, Stefano Zecchi, Roberto Gervaso, Eleonora Daniele (scuola Luca Giurato), Giancarlo Magalli, Barbara Chiappini. Che piacere sentirli disquisire, dolcemente incerti se si esprimessero con le parole, con il decolleté o la coscialunga. A un certo punto, il Mariotti si è vantato pubblicamente di aver consigliato Fassino su qualcosa (poi dice che uno si butta a destra!). La serata si è srotolata mostrando cosa fosse proibito ieri e cosa è permesso oggi, con tanto di sondaggi freschi di giornata. Vada alla malora la storia! Ogni stagione è una prova: la natura non cambia e non si rinnova se non per infliggerci serate simili.

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29 novembre 2008

fonte: http://www.corriere.it/spettacoli/08_novembre_29/vespa_nudo_d8bdf098-bde8-11dd-99ec-00144f02aabc.shtml

Le Coriandoline: qui è diventata vera la città pensata dai bambini

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dall’inviato del Venerdì di Repubblica, Michele Margiassi

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Correggio (Reggio Emilia). Normalmente sono gli architetti che fanno le case. Qui invece c’è una casa che ha fatto un architetto. Dovremmo dire, farà, perché Ilaria va ancora alla seconda liceo scientifico, ma, a giudicare dalla determinazione che le brilla negli occhi, possiamo già dare la notizia per certa. “Da quando abito qui ho capito che l’architettura può cambiare la vita della gente. In meglio, voglio dire”. E poi, a dirla tutta, Ilaria è già architetto. Questa luminosa casa con gemme rilucenti incastonate sulla facciata, celeste di fuori me rosa-verde dentro, dove nessuna porta ha lo stesso colore dell’altra, l’ha progettata lei. Quando aveva più o meno cinque anni.

Andava alla scuola materna, una delle dodici di Correggio, nobile cittadina della pianura di Reggio Emilia baciata dalle muse per secoli, dall’eponimo pittore rinascimentale al rocker Ligabue. Alla materna un giorno le fecero giocare un bel gioco: immaginare la casa dei sogni. Era il 1995. La diligente Ilaria e 700 coetanei la descrissero, la disegnarono.

Obbedienti alle maestre, perché a scuola si fa così, ma senza farsi illusioni: “Dicevano: “Poi le costruiremo davvero”, ma io mica mi fidavo tanto degli adulti”. Non fateli così ingenui, i bambini. Sopratutto se frequentano gli asili del Reggiano, notoriamente i più belli del mondo. Ilaria aveva le sue ragioni per non aspettarsi nulla. L’Emilia partecipativa e didattica ama i grandi progetti intelligenti, ama i laboratori creativi e originali, ma di solito tutto questo amore finisce con una mostra, un convegno, un bel libro e un discorso dell’assessore.

Invece no, per una volta no. Sono passati tredici anni, è vero, e sono tanti. Ma le case di Ilaria e dei suoi settecento compagni di scuola sono uscite dai fogli a quadretti. Sono diventate cemento e mattoni. La gente ci abita. Sono case vere, ci puoi entrare, farci la pastasciutta, spimacciare i cuscini, guardare la tivù, perfino lasciarci entrare un giornalista curioso e spiegargli che “se una casa la immagina un bambino, va bene anche per un adulto”.

Ed è così, lo dicono i fatti. Alle Coriandoline, borgo residenziale di dieci villette e dieci appartamenti in condominio tra paese e campagna, abitano venti famiglie, cioè ottanta persone, di cui solo sedici bambini. Ci sono anche coppie senza figli che hanno scelto di comprar casa in questo quartiere che sembra una nursery grande come un paesino, e macchia la pianura Padana di colori sgargianti anche quando c’è nebbia. In fondo, è un quartiere residenziale come un altro, solo che “nessuno ha una casa uguale alla mia”, dice con orgoglio non trattenuto la signora Pina Bartolotta, che abita nella Casa Col Tetto Sugli Alberi, per la felicità della figlia Silvia che aveva quattro anni nel ’98, quando i bambini delle materne occuparono la piazza con decine di casette di cartone dipinte da loro.

Certo, c’è voluto qualcuno che ci credesse. A Correggio c’era e c’è una cooperativa di abitazione, Andria, che costruiva decenti villette a schiera come tutte le decenti villette a schiera del mondo. C’era e c’è un architetto, Luciano Pantaleoni, che voleva qualcosa di meglio. C’era e c’è una pedagogista, Laura Malavasi, a cui nacque Francesco proprio durante il primo laboratorio, e convinse se stessa e gli altri che il gioco poteva diventare sogno, e il sogno mattone.

Da dove cominciare? Da concretissima fantasia. Dalle specifiche progettuali dettate dai bambini. Chiaere come più chiare non si può. Come vorresti la tua casa? “Dura fuori, che se arriva un cattivo si fa male”, “Morbida dentro e calda, “Trasparente per vedere se c’è il sole fuori, “Con un posto segreto”, “Con gli scivoli al posto delle scale”, “Non trafficosa”.

Facile, no? Disegna, progetta, ma se non c’era il tocco di genio di un vecchio bambino di nome Emanuele Luzzati forse non s’arrivava alla fine. Ci pensò lui, il pittore scenografo genovese, a tradurre i desidere in colori e forme, fu lui a dare le pennellate finali sul plastico che adesso troneggia sempre nella sala riunioni ed è di per sé un’opera d’arte. Peccato che Luzzati non sia riuscito a vederla finita, nel 2007, quando il cantiere smobilitò ed i primi inquilini aprirono ancora increduli le porte delle loro casette fatate.

Ed eccole qui, come dovevano essere. Lo scivolo c’è davvero, nella tromba delle scale del condominio azzurro: puoi scendere quattro piani tutti col fondo dei pantaloni, però se si stanco sali con l’ascensore che ha lo specchio come tutti gli ascensori, solo che è deformante e ti fa grasso o magro secondo dove ti sei messo. C’è un serpente di porfido che mangia le automobili all’ingresso del borgo e non le lascia passare dove si fanno i giochi. Ci sono i lampioni con le ali, c’è un periscopio-orecchio in mezzo al giardino che ti aiuta a sentire quel che dice la mamma dal balcone, e ci sono le case, una diversa dall’altra, le finestre senza scuri o tapparelle, ognuna con un atelier luminoso, “la stanza che manca sempre nelle case progettate da adulti prigioniere dalla loro adultità”, e ciascuna casa ha il suo nome ed il suo carattere.

Sulla casa di Francesca c’è la macchina acchiappa-cattivi, trappola per mostri: “E funziona! Vivere qui aiuta a toglierti i brutti pensieri. Certo, è un condominio come un altro, però si litiga un pò meno, ed io conosco i nomi di tutti”. Sua figlia Sara è la prima nata alle Coriandoline: “Penserà che tutte le case del mondo sono fatte così..”. Non potrebbe essere? L’architetto Pantaleoni giura che costruire case creative non costa poi tanto di più di quelle ripetitive ed anonime, ed in effetti queste sono state vendute a prezzi normali di mercato, tra i 160 ed i 280mila euro. L’utopia dell’urbanistica bambina avrà un futuro? “Adesso vediamo come va, abbiamo lanciato il sasso nello stagno”.

Non tutto è andato secondo i progetti, qualcuno ha montato verandine non previste, ha chiuso balconi, ha cambiato infissi, ed alla fine quasi tutti hanno scelto di recintare il proprio giardino invece di lasciare sfumato il confine tra comune e privato, com’era nei piani dei piccoli. Perché la macchina acchiappa-cattivi potrebbe anche non funzionare, ed un mondo ideale puoi sognarlo, ma è molto più difficile da costruire delle Coriandoline.

Miche Smargiassi

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fonte: il Venerdì di Repubblica, 28 nov 2008, pag. 41

fonte immagine: http://www.studiopesci.it/content_it/photogallery-scheda.aspx?id=580

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Cassazione, immigrati regolari possono far entrare figli clandestinamente

ROMA (29 novembre) – Il genitore immigrato, in possesso di regolare lavoro, che fa entrare clandestinamente un figlio non commette reato perché agisce «in stato di necessità» per evitarne «l’abbandono». Lo ha stabilito la Prima sezione penale della Cassazione (Prima sezione penale, sentenza 44048) bocciando il ricorso della Procura di Trieste contro il Tribunale che, nel dicembre 2007, aveva assolto con formula piena un emigrato macedone dall’accusa di favoreggiamento dell’ingresso clandestino.

La «carenza di stato di necessità». L’uomo, Ilco R, 39 anni, con regolare lavoro in Italia, aveva fatto entrare clandestinamente in Italia la figlia dodicenne. Per la moglie e l’altro figlio aveva ottenuto il ricongiungimento. La Procura, in particolare, aveva lamentato la «carenza di stato di necessità», sostenendo che il padre avrebbe dovuto abbandonare il lavoro in Italia e cogliere «le opportunità dell’espansione dell’economia macedone».

Oggi la sentenza di Piazza Cavour: il Pm, si legge, «affida la sua censura a considerazioni meramente
congetturali afferenti improbabili o evanenscenti scelte alternative di Ilco R. la cui valutazione, a fronte dell’argomentazione dell’impugnata sentenza, non può avere ingresso in questa sede».

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=36324&sez=HOME_INITALIA


Nella notte crollano i soffitti di due aule: Strage sfiorata in una scuola elementare / Rischio crollo, evacuato Liceo

Messina, dopo il nubifragio dei giorni scorsi l’acqua si era accumulata sul tetto provocando il crollo dei controsoffitti in cartongesso di due terze. L’istituto era stato ristrutturato un anno fa

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Crolla un soffitto al liceo di Rivoli, i soccorsi (foto Ansa) Messina, 29 novembre 2008 – Sfiorata una tragedia analoga a quella di Rivoli (nella foto i soccorsi)presso la scuola elementare “Tommaseo” di Messina, nei pressi del centralissimo viale Europa. Il nubifragio che fino alla scorsa notte ha imperversato sullo Stretto ha provocato, a causa dell’accumulo di acqua sul tetto, il crollo dei controsoffitti in cartongesso in due aule, la terza A e la terza B e nei bagni del primo piano, invasi dai pesanti calcinacci.

Per fortuna il cedimento si è verificato durante la notte, quando la scuola era vuota. Il primo piano del plesso è stato dichiarato inagibile dai vigili del fuoco.
Le lezioni riprenderanno martedì prossimo, ma in un’altra struttura, con i doppi turni. Il sindaco Giuseppe Buzzanca ha effettuato un sopralluogo e annunciato un’indagine interna.

L’istituto era stato ristrutturato dal Comune appena un anno fa, ma solo all’interno, mentre erano stati rimandati il rifacimento della facciata e il sistema di raccolta e scolo delle acque piovane, che secondo il preside Placido Vitale, che ha più volte sollecitato i lavori, risalirebbe agli anni 30 (AGI)

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2008/11/29/135993-nella_notte_crollano_soffitti_aule.shtml

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LIGURIA – Rischio crollo, evacuato liceo

29 novembre 2008

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A Chiavari gli studenti di quattro classi del liceo Marconi-Delpino sono stati evacuati ieri mattina dalla succursale dell’istituto Assarotti di viale Millo, per timore di cedimento del tetto. Il provvedimento è stato assunto dalla scuola a titolo cautelativo. Il forte vento, unito a infiltrazioni di acqua piovana, ha destato forti preoccupazioni. Si è così deciso di procedere con la massima cautela, essendo ancora ben vivo il ricordo della tragedia di Rivoli, in provincia di Torino, dove a seguito del crollo di un soffitto era morto uno studente.

«Quando ci è stato detto che dovevamo lasciare l’aula, abbiamo pensato che stesse per succedere qualche cosa di grave. Il primo pensiero è andato alle immagini del liceo Darwin di Rivoli viste in tv negli ultimi giorni». È la testimonianza di un alunno del liceo scientifico Marconi-Delpino di Chiavari. Il ragazzo frequenta una delle quattro classi che occupano l’ultimo piano della succursale e ieri mattina, insieme ai compagni e agli insegnanti, ha lasciato in fretta il suo banco per spostarsi nella sede di piazza del Popolo. La decisione di evacuare l’ultimo piano della succursale è stata dettata da ragioni precauzionali: il forte vento e le infiltrazioni d’acqua dal tetto hanno fatto temere per la stabilità dello storico edificio che ospita una parte degli oltre mille studenti iscritti al liceo. La direzione scolastica ha stabilito che fosse più sicuro spostare studenti e insegnanti dell’ultimo piano, quello più vicino al tetto e, di conseguenza, più esposto a un potenziale pericolo, e di metterli al sicuro dall’altra parte della strada. «Superato il primo impatto, abbiamo capito che non stava succedendo nulla di allarmante – ha aggiunto lo studente – Siamo usciti in modo ordinato e ci siamo spostati in sede. Non abbiamo perso ore di lezione perché tutte le classi hanno trovato posto o nei laboratori o in alcune aule libere perché le classi che le occupano abitualmente erano in palestra».

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fonte: http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/levante/2008/11/29/1101915401297-rischi-crollo-evacuato-liceo.shtml

“Vent’anni nel braccio della morte: La mia vita rubata dalla giustizia”

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Intervista a Curtis McCarty, a Roma per la giornata della città contro la pena capitale.

“Ero innocente ma il sistema non voleva riconoscerlo”

Un omicidio che non aveva commesso. Scagionato nel 2007 dalla prova del Dna
“Ho fiducia in Obama, forse con lui potremo cancellare il patibolo”

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di ROBERTO CALABRO’

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"Vent'anni nel braccio della morte La mia vita rubata dalla giustizia"Curtis McCarty
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ROMA – Rinascere a 43 anni. Riprendersi la vita che ti è stata rubata. Pensare ai tanti che, nelle tue stesse condizioni, non ce l’hanno fatta e hanno percorso l’ultimo miglio. Quello fatale. Sono molti i pensieri che si affollano nella mente di un ex condannato a morte che, dopo aver trascorso metà della propria vita in attesa dell’esecuzione, è riuscito a farcela. A dimostrare la propria innocenza e tornare libero.
Curtis McCarty si trova a Roma in occasione della Giornata Mondiale delle Città contro la Pena di Morte, un’iniziativa lanciata dalla Comunità di S. Egidio cinque anni fa e che è arrivata a coinvolgere oggi quasi mille città di 71 paesi diversi.

E’ qui per raccontare la sua storia, assieme ad altri innocenti condannati a morte che, alla fine di un lungo calvario, hanno riacquistato la libertà. La sua testimonianza è un j’accuse nei confronti del sistema giudiziario americano. Dietro agli occhi di un azzurro intenso si cela tutta la sofferenza e la rabbia di un essere umano che ha visto i migliori anni della propria vita sfuggirgli di mano.

“Ero un ragazzino ribelle, non ascoltavo i consigli della mia famiglia e dei leader della mia comunità. Ero un tossicodipendente e iniziai a commettere piccoli crimini sin dall’età di 15 anni. Tutto questo fornì la scusa perfetta alla polizia per arrestarmi per un crimine che non avevo commesso”.

E’ il 1985 quando Curtis viene condannato a morte per l’omicidio di Pamela Willis, una giovane donna di sua conoscenza. “Al momento della condanna mi sono sentito tradito. Cresci credendo in quello che ti viene detto sin da piccolo, che il sistema è dalla parte dei cittadini. Gli Stati Uniti dichiarano di essere una grande democrazia, mostrano un’enorme fiducia nei confronti delle proprie istituzioni, ritengono infallibile il sistema giudiziario. Ma è soltanto una grande montatura. Molto dipende dall’immagine e dalle condizioni economiche di chi affronta un processo: se sei ricco o povero, se sei integrato nel sistema o sei un outsider, se hai la possibilità o meno di rivolgerti a grandi avvocati. In base a tutto questo le possibilità di essere giudicato innocente o colpevole cambiano, e di molto.

Il problema è di fondo. Di fronte a un crimine e a una persona sospettata di averlo commesso, l’atteggiamento degli inquirenti è: “Abbiamo abbastanza prove per condannarlo?”. La domanda, invece, dovrebbe essere: “E’ stato lui?”.

Vivere nel braccio della morte sapendo di essere vittima di un’enorme ingiustizia, gridare al mondo la propria innocenza senza essere ascoltati, è forse il peggiore supplizio che possa capitare a un essere umano. “Per i primi due anni provai una rabbia profonda, che via via si trasformò in frustrazione. Poi capii che dovevo reagire e iniziai a sfruttare tutte le possibilità che mi venivamo concesse per diventare una persona migliore, per istruirmi, per studiare, per fare qualcosa per gli altri. Mi resi conto che il mio caso non era un’eccezione, un’anomalia di un sistema perfetto, ma che anzi era abbastanza comune. Allora iniziai a insegnare a leggere e scrivere ai miei compagni che non sapevano farlo, a studiare legge e a condividere con gli altri ciò che imparavo”.

Nel 2000, quindici anni dopo la condanna di McCarty, si scopre che il perito della polizia la cui testimonianza era stata determinante in tribunale aveva in realtà falsificato le prove. Ad una successiva perizia richiesta dagli avvocati della difesa quelle stesse prove non si trovano più.

Ma la cosa più incredibile è che, nonostante l’evidenza di un giudizio falsato, Curtis rimane in carcere ancora per sette anni: “Sono stati quelli gli anni più duri nel braccio della morte”, ricorda. “Ero innocente, avevamo dimostrato che le prove a mio carico erano fasulle e continuavo a rimanere chiuso lì dentro. Il sistema non poteva ammettere di avere commesso un errore. Di avere condannato deliberatamente un innocente alla pena di morte”.

Per fortuna, grazie all’impegno dell’associazione “Innocence Project” che riesce a far sottoporre McCarty alla prova del DNA, nel 2007 Curtis viene dichiarato innocente e rilasciato. La libertà però non è semplice da assaporare: “Dovevo essere felice e invece mi sentivo furioso. Mi hanno rubato la gioventù, sono diventato adulto nel braccio della morte”. Solo dopo 18 mesi lontano dal carcere dell’Oklahoma in cui ha trascorso la sua gioventù Curtis McCarty inizia a guardare al proprio futuro con un pizzico di serenità: “Continuerò a raccontare la mia esperienza, a testimoniare quello che mi è accaduto, a parlare con le persone cercando di convincerle che il nostro sistema giudiziario va riformato radicalmente”.

Lo sguardo rivolto in avanti coincide con una speranza: “Ho fiducia in Barack Obama. Non so quanto potrà fare, ma forse con lui potremo davvero dire addio alla pena di morte”.

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29 nov 2008
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“Caro e anche pericoloso”. Bocciato il ponte sullo Stretto

Intervista a Remo Calzona, il supertecnico che presiede il comitato per la verifica di fattibilità

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di ANTONELLO CAPORALE

"Caro e anche pericoloso" Bocciato il ponte sullo StrettoUna elaborazione al computer del ponte sullo Stretto di NMessina

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L’UOMO del Ponte si chiama Remo Calzona. Al dipartimento di ingegneria strutturale e geotecnica della Sapienza di Roma tutti lo conoscono. E anche a Reggio Calabria. Decine e decine di sopralluoghi tra Scilla e Cariddi e viaggi in tutto il mondo. Figura illuminata a cui prima l’Anas (1986) poi il governo (2002) hanno affidato la presidenza del comitato tecnico-scientifico per la verifica della fattibilità della grandiosa opera del Ponte sullo Stretto.

“La soluzione progettuale mi appare oggi assai costosa e per nulla immune da crisi strutturali”.

Ahi, casca il Ponte?

“Bellissima domanda alla quale rispondo con Popper (ho rubato al suo pensiero il titolo del mio ultimo lavoro): La ricerca non ha fine”.

L’uomo è fallibile.

“In Danimarca il ponte sullo Storebelt ha patìto il fenomeno del cosiddetto galopping. Il nastro d’asfalto si è andato deformando, tecnicamente è una deformazione ortogonale alla direzione del vento”.

Su e giù, come fosse un grosso serpente.

“Esattamente così. Una deformazione, dovuta al fluido dinamico che impone di bloccare per motivi di sicurezza il passaggio di cose e persone. Ma il ponte si realizza proprio per permettere il transito ininterrotto”.

Se soffia il vento a Scilla, ponte chiuso.

“Anche cento giorni all’anno”.

Lei propone di ridurre l’ampiezza delle campate da 3300 a 2000 metri.

“Ci siamo accorti che la riduzione azzera quel fenomeno”.

Ma nel 2002 era di diverso parere.

“Bellissima considerazione: mi viene in aiuto ancora Popper. La scienza misura i suoi passi sui propri errori”.

I ponti si costruiscono ma ogni tanto cadono.
“Hai voglia se cadono! Nel secolo scorso abbiamo conosciuto il collasso provocato dalla fatica dei materiali”.

Come un asinello che si stanca e stramazza al suolo.

“Carichi ripetuti sulla medesima struttura, fatica sviluppata fino al punto di insostenibilità”.

Crash.

“Con la crisi del ponte di Tacoma, sopra Los Angeles, ci siamo accorti di un altro elemento destabilizzante, chiamato fletter. Sempre causato dal vento”.

Il vento eccita, maledetto lui.

“Eccita”.

Adesso siamo di fronte al galopping.

“Fare un ponte e spendere tanti quattrini per vederlo chiuso che senso ha?”.

Ne ha parlato con la società dello Stretto di Messina?

“Pensi che l’amministratore delegato, l’ingegner Ciucci, mi ha persino diffidato a pubblicare il libro che documenta le mie nuove ragioni”.

E perché?

“E che ne so! Uno gli dice che si può fare un ponte con meno della metà dei soldi e più sicuro e si sente trattato in questo modo”.

Lo deve dire a Gianni Letta.

“Io scrivo e riscrivo. Soprattutto a Letta: guarda che così non va”.

Ma Impregilo, la ditta costruttrice, ha il suo progetto. Chiederà penali.

“Chiamassero me: la metterei in ginocchio”.

Professore: e se tra tre anni, o cinque o dieci lei scova qualche altro errore?

“Bellissima domanda: rispondo ancora con Popper. Lavoriamo sugli errori e sull’esperienza per fornire una soluzione progettuale che riduca il rischio di collasso della struttura entro limiti convenuti”.

Limiti convenuti.

“Io non sono un mago”.
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29 nov 2008

Morire per la ricerca: strage all’Università di Catania

dagli inviati di Repubblica FRANCESCO VIVIANO e ALESSANDRA ZINITI

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Morire nell'aula dei veleni memoriale di un ricercatore
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CATANIA – Lo chiamava “il laboratorio della morte”. A Raffaella, la sua fidanzata, a suo padre Alfredo, lo aveva detto più volte: “Quel laboratorio sarà anche la mia tomba”. Una stanza di 120 metri quadri, tre porte e tre finestre non apribili, due sole cappe di aspirazione antiche e inadeguate e tutte le sostanze killer, le sue “compagne” di studio e lavoro lasciate lì sui banconi, nei secchi, in due frigoriferi arrugginiti: acetato d’etile, cloroformio, acetonitrile, diclorometano, metanolo, benzene, con vapori e fumi nauseabondi e reflui smaltiti a mano.

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Lì dentro il laboratorio di farmacia dell’Università di Catania nel quale sognava di costruire il suo futuro, Emanuele, “Lele” Patanè, negli ultimi due anni aveva visto morire e ammalarsi, uno dietro l’altro, colleghi ricercatori, studenti, professori amministrativi: Maria Concetta Sarvà, giovane ricercatrice, entrata in coma mentre era al lavoro e morta pochi giorni dopo; Agata Annino stroncata da un tumore all’encefalo; Giovanni Gennaro, tecnico di laboratorio, ucciso anche lui da un tumore. E poi quella giovane ricercatrice, al sesto mese di gravidanza, che aveva perso il bambino per mancata ossigenazione. E diagnosi di tumori a raffica: per uno studente, per una docente, per la direttrice della biblioteca, per un collaboratore amministrativo. Fino a quando, nel dicembre 2003, è toccato a lui. Ad Emanuele, 29 anni, un ragazzone forte e sportivo, laureato con 110 e lode, idoneo all’esercizio della professione farmaceutica, dottore di ricerca, stroncato in meno di un anno da un tumore al polmone.

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Il suo diario, adesso, è finito agli atti dell’inchiesta che tre settimane fa ha portato al sequestro e all’immediata chiusura del laboratorio di farmacia dell’Università e alla notifica di avvisi di garanzia per disastro colposo ed inquinamento ambientale all’ex rettore dell’Università ed attuale deputato dell’Mpa Ferdinando Latteri e al preside della facoltà Angelo Vanella, ad altri sette tra docenti e responsabili del laboratorio di farmacia. Da anni, ha già accertato l’indagine, sostanze chimiche e residui tossici utilizzati giornalmente venivano smaltiti attraverso gli scarichi dei lavandini, senza alcuna tutela per chi in quel laboratorio studia e lavora. Adesso, dopo la denuncia dei familiari di Emanuele Patanè, alle ipotesi di reato si è aggiunta anche quella di omicidio colposo plurimo e lesioni. Per i cinque morti e i dodici ammalati che negli ultimi anni in quegli ambienti hanno vissuto.

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“Quello che descrivo è un caso dannoso e ignobile di smaltimento di rifiuti tossici e l’utilizzo di sostanze e reattivi chimici potenzialmente tossici e nocivi in un edificio non idoneo a tale scopo e sprovvisto dei minimi requisiti di sicurezza”. Così Emanuele comincia le cinque pagine datate 27 ottobre 2003, tre mesi prima della sua morte. È stato l’avvocato Santi Terranova a consegnare in Procura il tragico diario ritrovato nel computer del giovane ricercatore. Nei giorni scorsi, dopo aver sentito del sequestro del laboratorio disposto dal procuratore di Catania Vincenzo D’Agata, l’anziano padre di Emanuele, Alfredo Patanè, 70 anni, si è ricordato di quelle pagine lette nel pc del figlio.

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“Quel memoriale Lele lo voleva consegnare ad un avvocato per denunciare quello che accadeva lì dentro, che lì dentro si moriva – racconta – Ma l’avvocato a cui si era rivolto gli aveva detto che ci volevano dei testimoni perché contro i “baroni” dell’Università non l’avrebbe mai spuntata…”. Adesso saranno i sostituti procuratori Carla Santocono e Lucio Setola a valutarne la valenza.

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Emanuele evidentemente si rendeva conto delle condizioni di estremo pericolo in cui lavorava, ma la paura di perdere la sua opportunità di carriera deve averlo fatto continuare. E così particolarmente grande fu la sua amarezza quando il coordinatore del dottorato di ricerca, Giuseppe Ronsisvalle, (“nonché proprietario della facoltà di Farmacia”, scrive) gli negò la borsa di studio, a lui, unico partecipante al concorso, solo perché ormai ammalato di tumore. Meglio conservare la borsa di studio per l’anno successivo per un altro studente. “Io non avevo nessuna raccomandazione – scrive Emanuele – mi chiedo come sia possibile che un concorso pubblico venga gestito in questo modo, senza nessuna trasparenza, legalità, senza nessun organo di controllo”.

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Lele racconta così i suoi due anni trascorsi in quel laboratorio, fino al luglio 2002, quando anche per lui arrivò la terribile diagnosi. “Durante il corso di dottorato, trascorrevo generalmente tra le otto e le nove ore al giorno in laboratorio per tutta l’intera settimana, escluso il sabato. Non c’era un sistema idoneo di aspirazione e filtrazione, c’erano odori e fumi tossici molto fastidiosi e spesso eravamo costretti ad aprire le porte in modo da fare ventilare l’ambiente”. C’erano due cappe di aspirazione antiquate “quindi lavorare lì sotto era lo stesso che lavorare al di fuori di esse”. “Dopo la diagnosi della mia malattia, cioè nel 2002, una di questa cappe è stata sostituita con una nuova. Le sostanze chimiche, i reattivi ed i solventi erano conservati sulle mensole, sui banconi, in un armadio sprovvisto di sistemazione di aspirazione e dentro due frigoriferi per uso domestico tutti arrugginiti. Dopo avere trascorso l’intera giornata in laboratorio avvertivo spesso mal di testa, astenia ed un sapore strano nel palato come se fossi intossicato”.

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Lele aveva annotato uno per uno tutti i suoi colleghi scomparsi e ammalati: “Sono tutti casi dovuti ad una situazione di grave e dannoso inquinamento del dipartimento e sicuramente non sono da imputare ad una fatale coincidenza. La mancata accortezza nello smaltimento dei rifiuti tossici e l’utilizzo di sostanze e reagenti chimici in assenza dei minimi requisiti di sicurezza ha nuociuto e potrà ancora nuocere se non verranno presi solerti provvedimenti”. Ma nessuno, fino alla presentazione dell’esposto da parte dei familiari di Emanuele, si era accorto che quel laboratorio si era trasformato da anni in una fabbrica di morti.

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29 nov 2008