Archivio | dicembre 3, 2008

L’inferno degli schiavi polacchi tra i pomodori della Puglia

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In migliaia sfruttati e violentati per pochi spiccioli. Esce ”Uomini e caporali”, di Alessandro Leogrande. Dalla sentenza di Bari nel primo processo europeo contro i caporali la radiografia di un fenomeno terribile, ma tollerato

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CAPODARCO DI FERMO – Il 22 febbraio del 2008 il giudice Lovecchio del tribunale di Bari emette la sentenza di primo grado del primo processo penale in Europa contro un’associazione transnazionale di “caporali”. Vengono condannati a 10 anni di reclusione 5 capicellula, per aver ridotto centinaia di braccianti in stato di schiavitù sui campi di pomodori della Capitanata, in Puglia. Vari loro complici, e sottoposti, subiscono pene tra 4 e 5 anni.

E’ un evento storico nella lotta a questa forma di criminalità, nuova eppure molto antica, maturato oltretutto in un contesto legislativo molto fragile. Ma, in Italia, se ne interessa solo la stampa locale pugliese; su quella nazionale la vicenda compare in genere su trafiletti, come una notizia giudiziaria di routine. Non fa così la stampa polacca, che la segue con grande rilievo da oltre due anni dato che i braccianti schiavizzati erano in maggioranza polacchi, e dato soprattutto che da quelle campagne risultano scomparse quasi 100 persone partite dal paese neocomunitario nella speranza di guadagnare un po’ di soldi con la raccolta dell'”oro rosso”.

La storia degli schiavi polacchi e delle condizioni selvagge in cui sono tenuti, una storia emersa tra la fine del 2004 e la metà del 2006, viene ora ricostruita da Alessandro Leogrande nel libro “Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nella campagne del sud”, appena uscito per la collana “Strade blu” di Mondadori. Scrittore e giornalista, 31 anni, vicedirettore del mensile “Lo straniero”, Leogrande è pugliese e discendente di una famiglia proprietaria di una masseria con 240 ettari di terreno a Gioia del Colle (BA). E’ anche questo coinvolgimento “familiare” con l’evoluzione dell’agricoltura nella sua regione che lo ha spinto a compiere lunghe ricerche di archivio, in particolare attorno all’eccidio di 6 braccianti avvenuto l’1 luglio del 1920 da parte dei proprietari terrieri delle Murge tra Gioia e Castellaneta, nota come la strage di Marzagaglia, seguita dalla rappresaglia del giorno dopo in cui vennero uccisi tre possidenti. Il nonno di Leogrande gli confida che il suo bisnonno e il suo trisavolo, che di lì a poco avrebbe acquistato la proprietà, non parteciparono all’uccisione, “per non correre rischi”, ma “mandarono un uomo armato di fucile, a pagamento” per sparare su una turba di 50 straccioni che chiedevano di essere pagati.

Il “patto di sangue” tra proprietari per sopprimere le velleità dei contadini, che dopo la guerra provavano ad alzare la testa, diventa così il filo rosso dell’inchiesta di Leogrande. “Facendo luce sul passato mi sono ritrovato nel presente”, scrive nell’ultimo capitolo, “e allo stesso tempo barcamenandomi nel presente ho ritrovato più volte le tracce scomposte di quel passato sepolto”. “Uomini e caporali” dimostra dunque che dopo un secolo nulla è cambiato: che continua a esistere quella “umanità derelitta” fatta di “uomini e donne che si rotolano nella polvere per raccogliere un pomodoro” e che alla fine della giornata contano “quei pochi spiccioli, dicendosi vivi”.

Ma se in Puglia e in tutto il sud lo sfruttamento dei braccianti attuato dai proprietari terrieri tramite i loro intermediari, i caporali appunto, è sempre esistito e continua a esistere, ciò che è successo con i polacchi rappresenta uno spaventoso salto di qualità. Consueto il trattamento economico promesso (3,5 euro per ogni “cassone” da 280 chili riempito di pomodori), ma la differenza con le altre vicende di sfruttamento scoperte fino ad allora è che nemmeno quei soldi vengono quasi mai dati, e che di fatto i braccianti sono tenuti come veri schiavi e di fatto prigionieri in condizioni più che disumane, sottoposti a crudeltà quotidiane spinte in vari casi fino all’omicidio.

Eppure qualcuno riesce a scappare. Come i tre studenti polacchi che dopo un lungo cammino escono da quelle terre “fuori dal tempo e dal mondo” e denunciano i propri aguzzini. Non ci vuole molto a capire che se la loro storia fosse rimasta nella stazione dei carabinieri del paesino raggiunto dai tre avrebbe fatto la fine di tante altre denunce, bloccate da quella tacita accettazione dello sfruttamento dei braccianti da sempre condivisa dalle comunità locali. Di quella “illegalità che non crea alcuna apprensione o allarme sociale”. Ma per qualche motivo la storia viene presa in mano dalla Direzione distrettuale antimafia e le indagini affidate ai Ros, fino ad arrivare in un tempo relativamente breve al processo e alla sentenza.

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fonte: http://socialistivaldarno.myblog.it/archive/2008/11/19/l-inferno-degli-schiavi-polacchi-tra-i-pomodori-della-puglia.html

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IBS

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Titolo Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud
Autore Leogrande Alessandro
Prezzo
Sconto 20%
€ 13,20
(Prezzo di copertina € 16,50 Risparmio € 3,30)
Prezzi in altre valute
Dati 2008, 252 p., brossura
Editore Mondadori (collana Strade blu)
Disponibile per la spedizione in 1 giorno lavorativo

DISABILI – Lavoro negato per 768 mila

Sono i disabili iscritti al collocamento, 61% al Sud. Solo un’azienda su 4 si preoccupa dell’integrazione

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(Fotogramma)
(Fotogramma)

Lavorare. E trarre soddisfazione dal proprio lavoro. Per i disabili si tratta di due obiettivi particolarmente importanti, ma difficilmente realizzabili. Eppure c’è una legge che tutela i loro diritti, la numero 68 del marzo 1999 che ha sostituito regolamenti, leggine e circolari vecchie di 20 anni. La normativa, oltre all’assunzione a pieno titolo in aziende pubbliche e private, prevede che l’inserimento del disabile nel lavoro miri a «valorizzare le abilità residue e le potenzialità inespresse ». Ma, nella pratica, le cose vanno molto diversamente. Il primo ostacolo è la confusione nel definire la condizione di disabile sia a livello italiano, che europeo. Con statistiche e numeri discordi, vecchi di anni, non aggiornati.

I dati più recenti sono quelli dell’Istat del luglio 2005, basati su rilevamenti dell’anno precedente: dicono che i disabili in Italia sono 2,8 milioni, il 4,8% della popolazione. Però secondo il rapporto Eurostat (l’ufficio di statistica dell’Ue) sulla popolazione europea tra i 16 e 64 anni, quindi in età di una possibile occupazione, in Italia le persone disabili o affette da gravi malattie a lunga durata che ne limitano le capacità lavorative, sono il 6,6% della popolazione. Oltre 4 milioni. Una differenza non da poco. «Se poi— dice Carlo Gulminelli, vicepresidente dell’onlus bolognese Asphici —ci addentriamo nella classificazione delle disabilità per l’inserimento nel posto di lavoro più idoneo, ci troviamo di fronte ad una vera e propria Babele di suddivisioni e tipologie». Secondo gli esperti, comunque, i disabili non temporanei in Italia sono «almeno tre milioni». E per loro trovare lavoro è difficile, soprattutto nel Sud e nelle Isole.

Nel 2007, secondo quanto si legge nella Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 68 presentata dal ministero del Lavoro, i disabili iscritti agli elenchi provinciali del collocamento erano 768 mila. «Il numero—spiega Francesco Garofalo, dirigente del ministero — comprende anche quelli che lo fanno per percepire l’assegno di invalidità. Comunque 481 mila sono gli iscritti nel Sud e Isole ». Una forbice che si allarga quando si parla di avviamento al lavoro: 31 mila in tutta Italia. E, di questi, solo seimila al Sud. La situazione non migliora una volta trovata l’occupazione. E non aiutano nuove tecnologie e web. Nel rapporto «Ict accessibile e disabilità», realizzato dalla School of management del Politecnico di Milano su un campione di 1.060 aziende, si scopre che solo un’azienda su 4 si preoccupa della completa integrazione del disabile. Le altre tre aziende hanno il solo obiettivo di adempiere all’assunzione di legge.

Senza mettere in atto politiche di inserimento, compreso l’utilizzo dell’informatica che in molti casi potrebbe rivelarsi un valido sussidio. Perché, spiega il professor Andrea Rangone, responsabile della ricerca, «le imprese tendono ad assumere persone con disabilità che non necessitano di usare strumenti hitech, con un approccio che possiamo definire di “dissoluzione” del problema». Dunque assunti, ma sottoimpiegati. Lontani da quanto sta scritto nella 68 che enfatizza il passaggio del disabile «da obbligo a risorsa attiva». La legge lascia ai Cpi, centri per l’impiego, il compito di redigere le graduatorie e avviare i lavoratori disabili in azienda. Con l’obiettivo di accelerare i tempi di assunzione, seguendo il disabile nell’iter di collocamento. A Milano e provincia alla fine dello scorso anno gli iscritti alle liste erano 21 mila e 2.500 sono stati avviati al lavoro. «Fino a qualche anno fa — spiega Claudio Messori, il responsabile servizi occupazione disabili del Cpi — le aziende chiedevano la semplice consultazione degli elenchi, adesso abbiamo messo in atto Match, un sistema informativo che confronta domanda e offerta, tenendo conto della tipologia di richiesta delle aziende e competenze del disabile».

Compreso l’accompagnamento ai colloqui di lavoro e il monitoraggio nei primi mesi di attività. Ma a proposito di Cpi, nella relazione al Parlamento si dice che nel 2005 «a livello nazionale, quasi il 70% dei Cpi risulta accessibile ad un’utenza disabile, con punte virtuose nel Nord Ovest dove circa 15 strutture su 100 presentano problemi di accessibilità… la situazione più critica resta al Sud e nelle Isole, dove la presenza di ostacoli all’accesso continua ad affliggere oltre il 60% dei Cpi». Ovvero al Sud le difficoltà nel trovare lavoro per i disabili cominciano, in sei casi su 10, con l’impossibilità di accedere al Cpi. Tutti temi, questi, che oggi saranno al centro di incontri e dibattiti nell’ambito della Giornata internazionale dei diritti delle persone con disabilità. L’evento, promosso dall’Onu, ha lo scopo proprio di sostenere la dignità e la piena integrazione di tutti i disabili.

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Umberto Torelli
03 dicembre 2008

fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_dicembre_03/lavoro_negato_umberto_torelli_cfc56798-c106-11dd-9466-00144f02aabc.shtml

ENERGIA, AMBIENTE – Tremonti si corregge “No a taglio bonus retroattivo”

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La scure sugli incentivi per solare e nuove caldaie partirà dal 2009. Veltroni: “Clamoroso errore strategico”

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di VALERIO GUALERZI

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ROMA – Sparisce la parte più odiosa del provvedimento, ma non la filosofia di fondo che l’ha ispirato. Sul taglio degli sgravi fiscali a sostegno dell’efficienza energetica inserito dal governo nel decreto anticrisi, il ministro del Tesoro Giulio Tremonti ha annunciato una correzione. Il Parlamento, ha spiegato durante un’audizione alla Camera, toglierà la “retroattività” dalla norma che introduce modifiche al bonus fiscale del 55%.

Il testo uscito da Palazzo Chigi la scorsa settimana rende infatti discrezionale e non più certa la detraibilità di oltre la metà della spesa sostenuta per installare caldaie meno energivore, infissi isolanti, impianti solari per il riscaldamento dell’acqua e altri interventi di efficienza. Il decreto prevede (prevedeva) in particolare che per i lavori effettuati dopo il 31 dicembre 2007 i contribuenti debbano inviare all’Agenzia delle entrate, esclusivamente in via telematica, “un’apposita istanza per consentire il monitoraggio della spesa e la verifica del rispetto dei limiti di spesa complessivi”. Il Tesoro si riserva inoltre la possibilità di non rispondere alle domande, precisando che decorsi i 30 giorni senza esplicita comunicazione di accoglimento “l’assenso si intende non fornito” e il cittadino non potrà usufruire della detrazione.

Tremonti ha ammesso che “la retroattività non ci può essere e il Parlamento la correggerà”, ma ha poi aggiunto: “Per il futuro voglio ribadire un criterio: i crediti di imposta non sono e non possono essere un bancomat. Troppe volte sono stati utilizzati come bancomat”. Confermando quindi che per gli anni futuri, diversamente da quanto previsto anche in Finanziaria, la copertura non sarà illimitata ma di soli 185 milioni nel 2009 per il 2010 e di 314 nel 2010 per il 2011.

“Togliere la retroattività non basta, il decreto va cancellato del tutto perché così com’è introduce per il futuro una devastante incertezza sul mercato”, dice Edoardo Zanchini di Legambiente. Secondo stime dell’Enea nel solo biennio 2007-2008 le detrazioni hanno sfiorato infatti quota 1,8 miliardi e gli stanziamenti previsti da Tremonti per gli anni a venire basterebbero a mala pena per coprire le domande di una regione come il Trentino Alto Adige.

Contro queste misure era tornato a protestare stamane anche il segretario del Pd Walter Veltroni, definendo tra l’altro il provvedimento “un’ingiustizia nei confronti di tutti quei cittadini italiani che avevano giustamente scelto l’impiego di fonti di energia rinnovabili”. “La retroattività della norma per tutto il 2008 – aggiungeva Veltroni – produce un serio danno economico a centinaia di migliaia di nostri concittadini”.

Il segretario dei democratici allargava poi la sua critica all’intero impianto del provvedimento. “Il taglio alle detrazioni del 55% per gli interventi edilizi a favore dell’efficienza energetica e sull’impiego delle fonti rinnovabili, oltre ad essere di fatto un aumento della tassazione a carico dei cittadini, rappresenta un clamoroso errore strategico che può provocare danni devastanti”, spiegava.

Tra questi citava le ripercussioni negative “su un comparto come quello dell’edilizia fondamentale per il sostegno al lavoro e ai consumi”. “Migliaia di piccole e medie imprese nell’edilizia e nell’artigianato e molti produttori di materiali e apparecchiature per l’edilizia – ricordava Veltroni – si sono attivati per utilizzare il mercato che si stava aprendo. Con questa decisione si mettono a rischio decine di migliaia di posti di lavoro”.

Tra i più colpiti dall’allergia del governo per l’efficienza energetica (la norma inserita nel decreto anticrisi non è certo la prima ad andare in questa direzione) ci sono soprattutto i produttori di impianti di solare termico, i pannelli solari collegati ai grossi serbatoi per rifornire le abitazioni di acqua calda per uso sanitario. Un settore che dà lavoro a diverse migliaia di persone tra produttori e indotto. “Siamo stati subissati di telefonate di protesta e oltre il 90% degli interventi preventivati per i prossimi mesi sono stati disdettati”, lamenta Sergio D’Alessandris, il presidente dell’associazione di categoria Assosolterm. “Per molte piccole aziende fiorite o cresciute in questi anni – ricorda – a questo punto si mette davvero male, in tanti temono il fallimento anche perché in previsione di un mercato che avrebbe continuato a crescere hanno investito e si sono allargate per tenere testa alla domanda in espansione”.

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3 dicembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2006/11/sezioni/ambiente/efficienza-energetica/tremonti-cambia/tremonti-cambia.html?rss

Pietro Citati: “Addio al consumismo, riscopriamo le cose”

VOI CHE NE PENSATE?

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Tutto cominciò, credo, verso l’inizio degli anni Cinquanta. Allora, un noto specialista americano in pubblicità venne incaricato di studiare il comportamento delle massaie nei nuovi supermarket. In un angolo, nascose una macchina da presa che avrebbe registrato i movimenti delle palpebre delle massaie mentre si aggiravano tra i reparti. Dal ritmo dei battiti egli poteva desumere la tensione interna di ognuna di loro: tenendo conto che la media si aggira attorno ai trentadue battiti al minuto. Quando una massaia metteva piede nel supermarket, veniva inquadrata dall’obiettivo, che la seguiva passo dopo passo. Il numero dei battiti scendeva rapidissimamente, fino a raggiungere la media di quattordici al minuto: una media subumana, coem quella dei pesci; tutte le signore precipitavano in una forma di trance ipnoide. Molte erano così ipnotizzate, che a volte incontravano vecchi amici e conoscenti senza riconoscerli e salutarli. Alcune procedevano con gli occhi sbarrati. Altre si aggiravano tra i banchi come automi, pescando a caso dagli scaffali, o inciampando negli ostacoli senza vederli: spesso non scorgevano la macchina da presa, sebbene fosse a mezzo metro. Quando avevano riempito il carrello, si avviavano verso la cassa. In quel momento, il numero dei battiti cominciava a risalire. Appena trillava il campanello del registratore e la voce del cassiere chiedeva il denaro, il ritmo delle palpebre raggiungeva all’improvviso, i quarantacinque battiti al minuto. In questi quasi sessant’anni gli americani e gli europei hanno vissuto in una condizione di trance ipnoide, come le massaie del 1952.

Abbiamo consumato, sempre più velocemente, sempre più istericamente, senza che nessuna necessità ci costringesse a comprare. Conosco un bambino di otto anni: ama piantare sul terrazzo di casa i peperoni e i pomodori e vederli crescere. Ma, a Natale, padre, madre, nonni, nonne, zii, cugini e cugine gli regalano trenini elettrici, automobili modernissime, aerei teleguidati, animali mostruosi, che il bambino guarda con disgusto per qualche minuto e poi butta via. Non vedo perché uomini adulti debbano possedere otto telefonini, quaranta paia di scarpe, tre macchine velocissime, due televisori portatili, uno yacht con i rubinetti d’oro: né perché da qualche anno le contadine toscane comprino due cucine complete, una delle quali serve da salotto; né perché cinquanta milioni di persone visitino le Gallerie Vaticane o l’Ermitage, senza capire niente di quello che intravedono nel delirio; né perché, dopo sei mesi, una ricca signora milanese cambi il suo frigorifero bianco con un frigorifero rosa.

Negli ultimi anni il cosiddetto consumismo ha fatto crescere rapidamente l’imbecillità degli italiani. Un mio amico, che per molti mesi insegna Dante, Chaucer, Pindaro e Virgilio in un’università americana, è ritornato ieri a Roma. Mi ha detto che, in soli quattro mesi, la sciocchezza italiana è aumentata del trenta per cento, almeno nelle persone che occupano ruoli pubblici e appaiono in televisione. Quando li ha lasciati, erano individui quasi normali; dicevano sciocchezze pressapoco come le diciamo lui ed io. Ora aprono la bocca solo per pronunciare grandiose idiozie: ciò è divertentissimo per lui e per me, ma meno utile oer il funzionamento dello Stato.

Mi ha ricordato due casi, che mi erano sfuggiti. Gli studenti dell’Onda, cioè il cuore e il fiore del nostro futuro, hanno appena preparato un piano sull’università: dove sostengono che l’elemento decisivo per la sua e la nostra salvezza è che gli studenti possano andare gratis al cinema. Lella e Fausto Bertinotti hanno assistito al trionfo di Vladimir Luxuria, già deputato-deputata di Rifondazione comunista, in una trasmissione fondamentalissima come l’Isola dei Famosi. Marito e moglie si sono commossi e hanno pianto, lasciando una piccola pozza salata di lacrime sul tappeto persiano. “Luxuria – ha detto Lella Bertinotti al marito – è una personalità di grande spessore. Si è messa alla prova ed ha vinto. Non ha sbagliato una risposta. Se l’è meritata, una affermazione così. Potrebbe essere il nostro Obama”.

Non so nulla di economia; e mi conforto leggendo su Il Sole.Ventiquattro ore un intelligente articolo di Roberto Perotti, dove sostiene che quasi tutti gli economisti italiani ed europei ignoravano le tecniche finanziarie diffuse negli Stati Uniti. E non sono un profeta. Non saprei nemmeno lontanamente prevedere se le misure dei Governi modereranno la recessione di questi mesi. O se, invece, piomberemo in una crisi peggiore di quella del 1929.

Credo che la crisi americana distruggerà due modi di pensare diffusissimi. In primo luogo, la fede nel progresso ininterrotto. Per quasi quarant’anni banchieri, industriali, politici, economisti, saggisti di terz’ordine hanno immaginato che la storia moderna sia dominata dal progresso ininterrotto, come un jet che sfonda l’infinito. Ogni anno il Prodotto Interno Lordo aumentava, la scienza faceva scoperte, la fratellanza universale cresceva, l’intelligenza si liberava dal peso dell’empio passato, ed i bambini giocavano con la carta, dove qualcuno aveva scritto cifre irreali, come in una partita di Monopoli. Un noto scrittore italiano ha detto: “Noi, genitori progressisti”; una razza certamente superiore alla quale mi duaole di non appartenere.

Come quasi tutti gli storici sanno, nella storia non c’è nemmeno un’ombra, o un barlume, di progresso ininterrotto. Quando sembra sul punto di giungere alla meta, la storia si ferma, bivacca per qualche tempo in un bosco o in una palude, si addormenta, produce catastrofi, rieprcorre la strada che ha già percorso, procede a zig-zag. Credo che avesse ragione Leopardi, quando nel maggio 1833 scriveva a una sua amica fiorentina. ‘Quanto a me, cara signora, voi sapete bene che lo stato progressivo della società non mi riguarda per niente. Il mio stato, se non retrogrado, è eminentemente stazionario’.

Quindi entrerà in crisi il cosiddetto consumismo. Non sarà più possibile consumare consumare consumare: comprare una Bentley quando basta una bicicletta. Mi auguro che gli uomini ritrovino un giusto rapporto con le cose, che abbiamo comprato, ingoiato, sciupato, gettato con incredibile leggerezza per tanti anni. Oggi, sono troppe. Si accumulano da tutte le parti, l’automobile e la lavatrice, il quadro e il tappeto, cinquecento cravatte e quaranta paia di scarpe nell’armadio. Siamo ricoperti dagli oggetti: nascosti dagli oggetti; stanchi di quello che produciamo. Abbiamo smarrito la sensazione di come è fatta una cosa. Del suo peso, del suo spessore, dei suoi colori, delle sue ombre, e del valore simbolico che può avere nella nostra vita. Non le amiamo più. Non possiamo amarle visto che oggi sono diventate infinitamente sostituibili.

Tutti gli oggetti del mondo hanno diritto alla nostra attenzione ed al nostro rispetto. Non ci sono cose sostituibili, Tutto ciò che esiste, sebbene fabbricato in serie, è unico. Anche una vecchia giacca, o una vecchia automobile, o una lavatrice che cade a pezzi chiedono il nostro riguardo. Dobbiamo recuperare le virtù della civiltà contadina, ritrovando la parsimonia, la sobrietà e quasi l’avarizia all’inizio del ventunesimo secolo. Non c’è da possedere nulla, perchè il possesso è una qualità che apparteneva ai tempi di Balzac, non a quelli moderni. Vorrei essere Virgilio, , o Orazio, o Arioato, o Manzoni nelle loro case di campagna. Amavano poche cose, le accarezzavano con la mente e la mano, contemplavano un grappolo d’uva, un albero o un tramonto, abituandosi alla precisione, che noi abbiamo perduto.

Certo, la Cina continuerà a consumare. Aumenterà ogni anno il Pil del dodici per cento, moltiplicherà le fabbriche, i porti, gli aeroporti, si coprirà di gioielli e vestiti acquistati a Parigi, mentre le ciminiere e le automobili sporcheranno il cielo di un nero incancellabile, e i tibetani verrano offesi e uccisi. Preferisco l’Europa: gli olivi e i cipressi delle colline toscane, le campagne francesi dove le cuspidi delle cattedrali forano il cielo rosa, le foreste di rododendri della Scozia; o gli agilissimi, delicatissimi grattacieli di Manhattan, con i vetri che riflettono l’Hotel Plaza.

Non mi importa nulla se conosceremo la decadenza, se non cambieremo frigorifero ogni settimana, se saremo più poveri e consumeremo meno; e se i nostri regimi politici sembrano ai Cinesi lievemente anacronistici. Mi importa soltanto che gli Stati Uniti e l’Europa continuino a capire il mondo, ad accoglierlo ed a trasformarlo, conservando quel prodigioso dono di metamorfosi che ha permesso a tanti popoli, tanti dèi, tanti libri di penetrare nelle nostre terre.

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Pietro Citati, Addio al consumismo riscopriamo le cose. “La Repubblica”, 03/12/’08

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Origini del consumismo

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di Andrea Bertaglio

Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri” (Alexis de Tocqueville, 1835).
Sarebbe molto più facile uscire dall’ondata di depressione a cui stiamo assistendo se non avessimo paura di ammettere che la nostra società di consumi ci rende infelici (Bruce E. Levine, 2007).

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Il consumismo è la manifestazione del bisogno cronico di acquistare continuamente nuovi beni e nuovi servizi, con scarso riguardo all’effettiva necessità che si ha di essi, alla loro durata, alla loro origine o alle conseguenze ambientali della loro produzione e smaltimento. Il consumismo è dovuto ad ingenti somme spese in pubblicità con lo scopo di creare sia il desiderio di seguire una moda, un trend, sia il conseguente sistema di auto-compiacimento che ne deriva. Il materialismo è uno dei risultati finali del consumismo.

Fino a qui niente di nuovo. Siamo ormai abituati a non vedere il consumismo interferire nelle nostre scelte o nella nostra vita sociale, rimpiazzando i bisogni dettati dal buon senso, sostituendo la necessità di una famiglia stabile, di una vita in comunità e di sane relazioni umane con un artificiale ed insaziabile ricerca di denaro necessario a comprare sempre più cose, per lo più inutili, che siamo stati portati a desiderare. Cose progettate per non durare, o per passare di moda in tempi sempre più brevi.
Ma che cosa ci ha portati a tutto questo? Come siamo arrivati a fare quasi tutti lavori che odiamo per comprare cose che non ci servono, a volte per impressionare persone di cui nella maggior parte dei casi non ci importa nulla? Dove ha avuto origine questo meccanismo perverso?

Oltre allo sviluppo dell’industrializzazione e del capitalismo, una delle principali ragioni della diffusione del consumismo di massa è sicuramente attribuibile agli sforzi di Edward Bernays, un nipote americano di Sigmund Freud, il quale ha utilizzato alcune teorie sviluppate dallo zio sugli esseri umani per riuscire a controllare e manipolare le masse in tempo di pace e di democrazia (o presunta tale). Appurato il fatto che le masse possono essere manipolate, Bernays ha pensato bene di utilizzare queste “tecniche” per generare e poi incentivare nell’America degli anni venti il costante bisogno di “beni” di consumo. Di ritorno da una conferenza di pace tenutasi a Parigi nel 1926, infatti, Bernays si rese conto che se la propaganda era riuscita ad ottenere tali livelli di consenso in tempo di guerra in Europa, sicuramente poteva farlo anche in America in tempo di pace.

Egli fu il primo a mostrare alle corporations americane come creare nella gente il bisogno di cose di cui non avevano bisogno, semplicemente facendo in modo di associare le merci di consumo di massa ai loro desideri inconsci, soddisfacendo o facendo credere di soddisfare i loro più reconditi ed egoistici desideri, così da renderli “felici” e, quindi, mansueti. Da ciò nacque ovviamente anche l’idea prettamente politica di controllare le masse americane. Per questo quando gli USA entrarono in guerra contro la Germania (e l’Austria di Freud, il quale anni dopo e poco prima di un’altra guerra mondiale, con l’avvento del nazismo e l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, si rifiutò di trasferirsi per le sue origini ebree negli Stati Uniti, posto che il padre della psicoanalisi riteneva troppo volgare e dozzinale, riparando così a Londra), Bernays, a quel tempo agente di stampa, fu chiamato a promuovere sia in patria che all’estero l’idea (che ormai ci siamo più che abituati a sentire) che gli USA avrebbero esportato oltre oceano la democrazia (1).

Insomma, l’inizio dell’era consumistica, oggi più dominante che mai, si può pensare sia iniziata così. Il consumismo può essere considerato come figlio del dispotismo, o, ancor più, come “nipote” della psicoanalisi. Il trarre profitto dalla manipolazione mediatica dell’opinione pubblica è stata studiata a tavolino. Del resto è strana l’idea che da un giorno all’altro si possa essere diventati tutti dei convinti consumisti. Ma, come si è passati dagli stili di vita frugali di un tempo alle smanie consumistiche che oggi schiavizzano così tante persone, è molto probabile che si possa anche percorrere il percorso inverso. Certo la disintossicazione da questa droga, come l’ha definita Serge Latouche, sarà dura da affrontare. La depressione culturale e la miseria prodotta da un sistema studiato per renderci infelici di ciò che abbiamo e farci desiderare ciò che non abbiamo sarà dura a morire (2). Il fatto è che oggi è più che mai necessario uscirne, visto le situazioni limite sia a livello sociale che ambientale in cui ormai ci troviamo.

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(1): “The century of the self”, film documentario del britannico Adam Curtis per la BBC; difficile da trovare in dvd, ma, per chi volesse approfondire l’argomento, presente in un gran numero di video su YouTube.

(2): “La scommessa della decrescita”, di Serge Latouche.

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fonte: http://www.decrescitafelice.it/?p=264

Sabato sit-in delle associazioni gay contro le posizioni del Vaticano

Alle 17 manifestazione di protesta a pochi passi da San Pietro
E oggi un’analoga manifestazione si tiene a Genova

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Sabato sit-in delle associazioni gay contro le posizioni del VaticanoUna manifestazione gay a Roma

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ROMA – Un sit-in in piazza Pio XII, adiacente a San Pietro, al confine tra lo Stato italiano e quello vaticano, alle 17 di sabato 6 dicembre. “Mai più uccisi perché gay”, è lo slogan dell’iniziativa promossa da Arcigay roma, Arcilesbica roma e Certi diritti. Per protestare contro l’iniziativa dell’osservatore permanente del Vaticano presso le Nazioni Unite, Celestino Migliore, che ha chiesto all’Onu di non impegnarsi per la depenalizzazione universale dell’omosessualità – proposta promossa dal governo francese.

“Questa posizione ha turbato fortemente la nostra comunità, e non solo. Tantissimi sono i messaggi di solidarietà che ci stanno arrivando – afferma il presidente di Arcigay Roma, Fabrizio Marrazzo – il Vaticano continua a offendere la vita di milioni di persone criminalizzandone l’orientamento sessuale. Una posizione contraria a qualsiasi concetto evangelico di amore e fratellanza”.

Nel mondo ci sono 88 paesi che condannano con il carcere, la tortura e i lavori forzati le persone in quanto lesbiche, gay e trans. In 7 di questi – Iran, Arabia Saudita, Yemen, Emirati arabi, Sudan, Nigeria, Mauritania- è prevista la pena capitale. “Vogliamo rivolgerci – aggiunge Marrazzo – anche ai fedeli cattolici, offesi, come noi, da parole che negano la vita della persona. A loro chiediamo di riflettere, perché siano al nostro fianco in un momento in cui è importante ribadire con forza che nessun credo religioso può giustificare l’opposizione alla cancellazione di una barbarie che ogni anno produce incarcerazioni e sentenze di morte”.

Un’analoga manifestazione di protesta si tiene oggi a Genova, organizzata sempre dall’Arcigay: dalle 12 alle 14, davanti all’Arcivescovado. Il capoluogo ligure sarà la sede del prossimo Gay Pride.
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3 dicembre 2008

Elio e le Storie tese rifiutano l’Ambrogino: avete respinto Biagi e Saviano

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Chi meglio di loro può capire cos’è demenziale e cosa no? Elio e le su storie tese ci hanno ragionato su un momento, e poi hanno deciso: il comune di Milano ha rifiutato di assegnare l’Ambrogino d’oro ad Enzo Biagi e la cittadinanza onoraria a Roberto Saviano? «Noi rifiutiamo l’attestato di benemerenza di cui Palazzo Marino ci vorrebbe gentilmente onorare». Il colpo di scena, neanche troppo inaspettato e in perfetto stile Elio, arriva cinque giorni prima della cerimonia ufficiale per la consegna degli Ambrogini, prevista, come ogni anno, il 7 dicembre, giorno di Sant’Ambrogio, patrono della città.
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A invito ufficiale, la band ha risposto
al comune con altrettanta ufficilalità, per mezzo lettera raccomandata: «Abbiamo ricevuto il vostro invito alla cerimonia per la consegna dell’attestato di Benemerenza civica in data 7 dicembre 2008 – scrivono Elio e le storie tese -. Desideriamo in primo luogo ringraziare chi ha proposto il nostro nome. Vi comunichiamo altresì che non intendiamo accettare la Benemerenza, poichè siamo in disaccordo con la vostra decisione di non assegnare l’Ambrogino d’Oro a Enzo Biagi e la cittadinanza onoraria a Roberto Saviano, come riportato dai principali organi di stampa». «Come abbiamo fatto in questi vent’anni – aggiungono -, continueremo a rappresentare al meglio Milano, la città in cui siamo nati, viviamo e lavoriamo; che amiamo profondamente e che, proprio per questo, vorremmo vedere meglio trattata e rappresentata dalla sua amministrazione comunale». Parole sensate nella terra dei kaki.

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fonte: http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=73805

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Elio e le Storie Tese – La Terra dei Cachi