Archivio | dicembre 4, 2008

Aids, scoperto il segreto che rende resistenti al virus alcuni malati

ROMA (4 dicembre) – Alcuni sieropositivi riescono a resistere al virus dell’Aids senza dover ricorrere alla terapia antiretrovirali: scienziati americani ora sono riusciti a scoprire il perché. Un passo importante per arrivare a nuove terapie. Sono due le molecole responsabili della “salvezza”: una proteina «trapano» che buca le cellule già infettate e una proteina «killer» che penetra in esse e le uccide.

La scoperta, di Stephen Migueles e Mark Connors, del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID), è stata resa nota sulla rivista Immunity. Finora si sapeva che questi fortunati che controllano il virus e dunque non arrivano all’Aids conclamato se non dopo molti più anni del paziente medio, godono di un tipo di una famiglia di cellule immunitarie, i linfociti T CD8, con una potenza killer senza eguali nei confronti delle cellule che portano dentro di sé il virus. Restava da capire perché i CD8 di queste persone siano più forti di quelli di altri sieropositivi che invece hanno bisogno degli antiretrovirali, che pure hanno a loro volta, sebbene in numero variabile, una scorta di CD8.

Electron micrograph of CD8 T cells

Gli scienziati Usa hanno svelato l’arcano, nei sieropositivi resistenti i CD8 hanno una scorta enorme di due proteine: la perforina, che trapana le cellule infette, e il ganzima B che penetra dentro di essere attraverso il foro e le uccide. I C8 dei pazienti normali producono invece poca perforina. Un vaccino funzionante potrebbe dunque essere costituito da un preparato che stimoli la produzione di perforina e ganzima B nel corpo dei sieropositivi.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=37064&sez=HOME_SCIENZA


Brunetta: «I giovani a volte sono pecoroni Come categoria non esistono».

https://i2.wp.com/www.corriere.it/Media/Foto/2008/06/15/brunetta.jpg

Caro dott. Brunetta, lei ha bisogno di un T.S.O.. Urgente.

mauro

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No allo slogan degli studenti “questa crisi non la paghiamo”

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Renato Brunetta ROMA (4 dicembre) – Un’altra uscita destinata a scatenare un putiferio di reazioni. Durante una lectio tenuta oggi all’Università Luiss, il ministro della Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, ha detto «Non mi piace lo slogan “questa crisi non la paghiamo” e non mi piacciono  le generalizzazioni: non esistono i giovani come categoria. I giovani sono a volte anche molto pecoroni».

Il ministro ha sottolineato che nella crisi in atto ci sono «gradi di responsabilità diversa e la politica ha una responsabilità molto alta perchè ha dato regole sbagliate al mercato. Ma non mi piace lo slogan “questa crisi non la paghiamo”», riferendosi al motto adottato dagli studenti nelle proteste contro la riforma della scuola e dell’università. Pur ribadendo di non amare le generalizzazioni sui giovani, Brunetta ha sottolineato che «in Italia gli ascensori sociali funzionano poco e la probabilità che un figlio continui a fare lo stesso mestiere del padre è molto alta, molto più che in altri paesi europei, e questo non va bene».

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=37062&sez=HOME_SCUOLA

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ALCUNI COMMENTI..


basta guardare la foto…..

poveraccio….si era riposato qualche giorno, oggi di nuovo riemerge dall’acqua alta e tiene una lectio!!!!! alla Luiss!!!!! (l’Università della Confindustria della sciura Marcegaglia…..)…e comunque sta sempre peggio, basta guardare la foto………

commento inviato il 04-12-2008 alle 19:32 da carlo pacini

ahahahahahahahaha…..

il piccolo brunetta non perde occasione per essere alla pari di” testa d’asfalto”berlusca una fonte di “snippate”, ma perche non sta zitto cosi almeno neanche ci ricordiamo che esiste??!!…e si ricordi chi e’, cioe’ un ex portaborse di craxi!!!!!

commento inviato il 04-12-2008 alle 19:28 da claudio dal costa rica

parla lui

Senti da quale pulpito, parla uno dei (snip) del cavaliernano e poi taccia di pecoroni i giovani.Ma per favore scenda dal piedistallo, anzi no se no non la vediamo più.

commento inviato il 04-12-2008 alle 19:19 da Fabrizio

L’avevo detto io …

Come avevo già scritto nel commentare le decine di articoli su Brunetta: “aspettate e vedrete che fine farà questo ridicolo personaggio”.

E infatti … finita la squallidissima pagliacciata dei fannulloni, Brunetta ha esaurito anche il suo scarno repertorio comico con quella celebre battuta: “Io sono socialista e certe situazioni le conosco molto bene”!

Peccato!
Bei tempi quando il nostro Lorello Cuccarino era al culmine del successo e noi tutti gli gridavamo:

A Brunè, facce ride!

commento inviato il 04-12-2008 alle 19:02 da Santana

in spagna..

quando vivevo li il60%,rivoleva franco!!!!non sono snippate come diceva un amico mio straniero..a roma per affari,chiese al tassista tutto bene.no rispose er tassista ka ce vogliono du dittatori unu au nord e uno ka abascia,stavame meglie prime.pensatecii so d’accordo nu ladre sule e meglie e dumila ke c’e frecane

commento inviato il 04-12-2008 alle 18:56 da debeaumont

https://i1.wp.com/risodegliangeli.corriere.it/20080812-brunetta-desantis-2.gif

Zimbabwe, allarme colera: «Il mondo ci aiuti!»

in corso contatti con le organizzazioni internazionali. Pesano il malfunzionamento di molti ospedali e l'insufficiente somministrazione d'acqua potabile  (Ansa/Epa)

Già 565 vittime accertate e 12 mila malati: dichiarato lo stato di emergenza. Più aiuti dalla Croce Rossa

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HARARE – Di fronte alla velocità con cui si sta diffondendo l’epidemia di colera nello Zimbabwe che – stando ai dati forniti dall’Ufficio per gli affari umanitari dell’Onu – ha fatto già 566 vittime mentre si contano circa 12mila malati, il governo del Paese africano ha proclamato lo stato di emergenza nazionale. Il ministero della Salute di Harare ha confermato che sono in corso contatti con le organizzazioni internazionali per elaborare un piano di aiuto su vasta scala. «L’appello d’emergenza ci aiuterà a contenere il numero dei malati e delle vittime, dovute all’attuale situazione socio-economica» del Paese, ha dichiarato il ministro della Salute, David Parirenyatwa.

COLLASSO DELLA RETE FOGNARIA E CARENZA D’ACQUA POTABILE – A rendere particolarmente drammatica la situazione è il mancato funzionamento della maggior parte degli ospedali e la insufficiente somministrazione di acqua potabile. L’epidemia, cominciata all’inizio dell’anno, da settembre si è estesa a nove delle dieci province del Paese e le zone più critiche sono quelle dei distretti della capitale Harare, Budiriro (l’epicentro) e Glen View. Ma è emergenza anche a Beitbridge, città di frontiera con il Sudafrica. Le cause sono il collasso della rete fognaria di Harare e all’inefficienza del sistema di distribuzione di acqua potabile.

CROCE ROSSA – Il Comitato internazionale della Croce rossa (Cicr) ha annunciato un aumento degli aiuti nel Paese africano, con l’arrivo di 13 tonnellate di soccorsi medici. Il numero di casi di colera segnalati è cresciuto del 176% rispetto alla settimana scorsa e nuovi programmi dovranno essere elaborati di fronte alle dimensioni dell’epidemia, ha detto a Ginevra la portavoce dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha) Elisabeth Byrs.

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(Reuters)

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(Reuters)

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4 dicembre 2008

fonte: http://www.corriere.it/esteri/08_dicembre_04/zimbabwe_colera_emergenza_nazionale_72940e44-c1e7-11dd-9cf5-00144f02aabc.shtml

foto:  Reuters (clicca per vedere altre immagini)

SVIZZERA – La minaccia del terrorismo è un pretesto per limitare le libertà

https://i2.wp.com/www.glaettli.ch/images/friedensrichter_slice_15.gif

Intervista a Balthasar Glättli

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di Silvia Cattori*

Tutte le versioni di questo articolo:

 français

17 ottobre 2008 – Depuis
Berne (Suisse)

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La Confederazione, al pari di altri Paesi europei, non ha mai subito alcun attentato di matrice islamica. Eppure tutti si allineano alle direttive degli Stati Uniti ed enfatizzano una presunta minaccia terroristica per entrare in guerra e autorizzare i servizi segreti a sorvegliare più intensamente e in maniera sistematica i propri cittadini. Balthasar Glättli, 36 anni, parlamentare di Zurigo, racconta in quest’intervista come ha scoperto di essere sorvegliato e schedato dai servizi segreti e invita ogni concittadino a verificare di non esserlo.

Dopo lo scandalo delle schedature, che nel 1989 aveva rivelato come 900.000 tra singoli cittadini e organizzazioni fossero sorvegliati dalla polizia federale e da quelle cantonali, si profila una scandalo analogo.

Benché la legge non consenta alcuna sorveglianza sulle attività politiche, gli svizzeri ogni tanto scoprono che il tal giornalista o il tal parlamentare compare sugli schedari dei servizi segreti. E scoprono pure che in queste investigazioni illegali sono coinvolte società private.

A sette anni dagli attentati del 2001, la guerra dichiarata dagli Stati Uniti al terrorismo continua ad avere anche in Svizzera conseguenze disastrose sui diritti fondamentali dei cittadini.

La schedatura generalizzata dei cittadini si estende ormai a tutti i Paesi sedicenti democratici. Basta opporsi alla guerra contro i musulmani scatenata dall’asse Tel Aviv-Washington per essere sospettati dai servizi segreti di connivenza con il terrorismo e vedere la propria vita privata sconvolta da pedimenti e da intercettazioni della posta elettronica e delle telefonate.

Noi pensiamo che tutti coloro che non hanno niente da rimproverarsi e che si vedono umiliati da questi controlli devono denunciarlo pubblicamente, affinché questo immonda struttura poliziesca crolli.

Balthasar Glättli, 36 anni, parlamentare di Zurigo, racconta in quest’intervista come ha scoperto di essere sorvegliato e schedato dai servizi segreti e invita ogni concittadino a verificare di non esserlo.

Silvia Cattori : Come ha scoperto di essere sorvegliato dai servizi segreti ? [1]

Balthasar Glättli : A fine marzo 2008, insieme ad altre associazioni e persone che lavorano nei nostri uffici [2], abbiamo controllato se i nostri nomi figuravano nella bancadati del Servizio d’Analisi e Prevenzione, perché avevamo avuto il sospetto di essere schedati. Così abbiamo inviato una richiesta al signor Thür, che è “L’incaricato federale alla protezione dei dati e alla trasparenza”.

Il 17 luglio 2008 ci è stato risposto che la mia associazione non c’era nell’elenco degli schedati, ma io personalmente sì [3], e c’ero sin dal 2005, quando avevo chiesto al municipio di Zurigo l’autorizzazione a manifestare a sostegno del popolo palestinese. Tengo a precisare che la manifestazione si svolse senza incidenti.

Silvia Cattori : E manifestare per la Palestina è un motivo sufficiente per essere schedati dalla polizia ?

Balthasar Glättli : La legge federale istitutiva delle Misure a tutela della sicurezza interna (Mesures visant au maintien de la sûreté intérieure, LMSI), del luglio 1998, dice chiaramente che nessuno può essere sottoposto a sorveglianza né schedato a causa del proprio impegno politico [4]. Salvo che in un caso: quando l’esercizio dei diritti politici dissimula azioni estremiste o terroriste.

Silvia Cattori : Se ho ben capito è la sua attività di difesa dei diritti dei palestinesi che è all’origine della sua sorveglianza e della sua schedatura.

Balthasar Glättli : Sì, è l’unica ipotesi che posso fare, sulla base delle poche informazioni in mio possesso. La legge non mi consente di dare un’occhiata alla scheda poliziesca che mi riguarda: ho ricevuto solo un estratto dal citato signor Thür, cui ho accennato, che si limita a confermare che sono sorvegliato e schedato.

Silvia Cattori : Ma questa schedatura rivela che la polizia perseguita i cittadini per delitto di opinione ! Non è una grande novità per la Svizzera?

Balthasar Glättli : Lo è. Secondo l’organizzazione Diritti Fondamentali [5] io sono il primo svizzero a beneficiare di una tale trattamento.

Silvia Cattori : Per verificare se si è sorvegliati basta inoltrare una domanda?

Balthasar Glättli : Sì, basta inviarla all’Incaricato Federale. Si noti che questo funzionario non ha il potere di consultare la bancadati delle schedature, può solo verificare, a richiesta di un cittadino, se il nome di questo cittadino vi figura e, se è il caso, può leggere la scheda e scoprire quando e in quali circostanze la polizia ha iniziato a sorvegliare questa persona.

Ma l’Incaricato Federale deve rispondere a questa persona con una lettera standard che si limita a dire che il Servizio d’Analisi e Prevenzione ha agito in conformità alla legge, nulla più.

Se l’Incaricato scopre che la polizia non ha raccolto le informazioni nel rispetto della legge, deve chiedere all’Ufficio Federale di correggerle.

Soltanto nel caso in cui l’interessato si è visto rifiutare, a causa di questa schedatura, un posto nell’amministrazione federale [6], l’Incaricato può, a titolo eccezionale, dargli un estratto della scheda.

Benché questa eccezione non sia il mio caso, l’Incaricato mi ha inviato comunque l’estratto e quindi ho potuto avere conferma di essere schedato da oltre tre anni.

Silvia Cattori : È perché l’Incaricato si è trovato dinanzi alla schedatura di un uomo politico che ha scelto di dirle più del dovuto? Per rendere le schedature politiche di dominio pubblico?

Balthasar Glättli : L’Incaricato Federale è indipendente sia dalla politica sia dalla pubblica amministrazione. Dunque penso che il signor Thür abbia deciso di assumersi le proprie responsabilità di avvocato del popolo e non della pubblica amministrazione. Del resto il suo ruolo è proprio questo.

Silvia Cattori : L’articolo di legge che permete di spiare persone sospettate della «preparazione o esecuzione di atti rilevanti di terrorismo» non si presta a questo genere di abusi ?

Balthasar Glättli : Il rischio di abusi esiste, alimentato dal modo di agire della sicurezza interna. Tali abusi possono essere ridotti rispettando tre condizioni: 1) consentire a tutti di controllare il contenuto della propria scheda; 2) conferire adeguati competenze e poteri alla Commissione parlamentare di controllo; 3) dotare l’Incaricato Federale di poteri e di personale di controllo. Sono tre esigenze espresso già quando scoppiò il primo scandalo delle schedature, ma che sono state ignorate.

Silvia Cattori : Dal momento che altri politici, oltre a lei, sono stati posti sotto sorveglianza [7], significa che la Svizzera è entrata in un sistema di controllo poliziesco peggiore di quello che aveva conosciuto tra il 1960 e il 1990 ? Questo peggioramento non lascia supporre disfunzioni democratiche a diversi livelli?

Balthasar Glättli : Sì. Lo scandalo delle schedature del 1990 ha rivelato l’esistenza di una vera e propria polizia politica, non soltanto a livello federale, ma anche a livello cantonale, come a Zurigo, per esempio, dove ci fu un’inchiesta sull’attività della polizia politica comunale. In seguito una Commissione di Gestione (CdG) locale fu incarica di controllare l’attività della polizia federale e i dati da questa raccolti.

Silvia Cattori : È vero che la polizia ha scehdato 110.000 sospetti ?

Balthasar Glättli : La cifra non è ufficiale, ma credo che potrebbe rivelarsi superiore.

Silvia Cattori : Che cosa conta di fare adesso ?

Balthasar Glättli : Voglio vedere tutto il contenuto della mia scheda ed esigerò dall’Ufficio Federale la cancellazione di tutto ciò che è stato indebitamente raccolto sul mio conto.

È una vicenda incredibile: mi hanno messo sotto sorveglianza; dunque mi sospettano di avere legami con il terrorismo, mentre non sono che un semplice militante, un iscritto al partito ecologico Verde, che svolge azione politica alla luce del sole. Il mio caso dimostra che la polizia federale sta passando il limite, che questa polizia non accetta di deguarsi alle regole chiaramente stabilite dalla legge.

Silvia Cattori : Pensa di incoraggiare tutti coloro la cui opinione o la cui attività è suscettibile di interessare la polizia, a conoscere la loro situazione in tema di schedature ? Ci sono forze politiche, associazioni con le quale pensate di agire per esigere dalle autorità che pongano un termini a queste attività illegali?

Balthasar Glättli : Sì, la nostra associazione intende divulgare questa faccenda delle schedature per spingere i cittadini a informarsi se sono sorvegliati o se sono oggetto di schedature abusive. È imperativo che il maggior numero di persone possibile chieda all’Incaricato Federale, il signor Thür, di verificare se sono schedate.

Siamo ovviamente consapevoli che oggi, con gli archivi elettronici, è più difficile verificare come stanno le cose rispetto al precedente scandalo delle schedature. Per questo esigeremo dal Consiglio Federale che adotti tutte le precauzioni affinché la polizia politica non possa modificare il contenuto delle schede.

È altresì imperativo che tutte queste informazioni raccolte illegalmente siano sottratte al Servizio d’Analisi e di Prevenzione e consegnate agli archivi federali. Ciò per assicurare che questo servizio di polizia non vi abbia più accesso e non possa in alcun caso cancellare le tracce di tutta questa attività illegale. Secondo la legge, i dati e i dossieri divenuti inutili o destinati a essere distrutti devono essere depositati negli archivi della Confederazione [8], in modo che la polizia non li possa modificare.

Chiediamo inoltre che tutte le schede siano esaminate e che, dopo un certo tempo, possano diventare accessibili non soltanto a coloro che fanno ricerche scientifiche ma anche agli stessi schedati.

Silvia Cattori : Che cosa si aspetta dalle autorità locali e federali ?

Balthasar Glättli : […] Spero che le nostre iniziative conducano a un cambiamento di politica da parte di Berna. Per il momento, per quanto posso giudicare dalle dichiarazioni di Urs von Daeniken, capo della Divisione principale del Servizio d’Analisi e di Prevenzione, le cose non sembrano andare nel verso giusto. A un giornalista del Sonntag Blick che gli chiedeva perché mi avesse posto sotto sorveglianza e schedato soltanto per aver chiesto l’autorizzazione a una manifestazione pacifica, ha risposto: «Abbiamo avuto le nostre buone ragioni per schedarlo». La stampa locale ha ripreso le dichiarazioni di Daeniken (che le ha in sostanza confermate), secondo cui il problema non sono le schedature ma i limitati mezzi di controllo di cui dispone la polizia per «proteggere gli svizzeri dal terrorismo». […]

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Silvia Cattori

giornalista svizzera.

Articoli di questo autore

Traduzione di Gian Carlo Scotuzzi (01.09.2008):
http://www.giancarloscotuzzi.org/svizzera010908.html

Per approfondire si veda l’analisi sociologica :
« Jean-Claude Paye : Sorveglianza di regime », di Silvia Cattori, silviacattori.net, 15 febbraio 2008.

[1] Si tratta del Servizio d’Analisi e Prevenzione (SAP), duramente criticato nel 2006, quando gli svizzeri hanno scoperto che aveva infiltrato e fatto sorvegliare il Centro Islamico di Ginevra, diretto da Hani Ramadan, intellettuale elvetico di religione musulmana. I metodi illegali del SAP nella sorveglianza di Ramadan e i motivi di questa infiltrazione abusiva non sono stati ancora chiariti.

[2] Balthasar Glättli dirige l’associazione Solidarietà Senza Frontiere. È membro del parlamento della città di Zurigo, partito Verde.

[3] Vedi la risposta del PFPDT al signor Glättli.

[4] L’articolo di legge che regola i limiti della schedatura (situazione al 1 ° agosto 2008),

L’intera legislazione .

[5] Vedi :
http://www.droitsfondamentaux.ch/2008/aktuell23072008.shtml

[6] L’articolo 18 definisce il diritto d’essere informati. Nel caso di Glättli l’Incaricato federale alla protezione dei dati e alla trasparenza (PFPDT) si è basato sul paragrafo 18.3 che prevede una risposta sommaria in casi eccezionali (e non sull’art 18.1 che non prevede di fare alcun cenno sul contenuto delle indagini all’indagato).

[7] L’arresto del giornalista della Wochen Zeitung (WoZ) a Berna, durante una manifestazione di protesta contro il Forum Economico Mondiale (WEF) il 19 gennaio 2008, da un agente segreto che aveva seguito il giornalista nei giorni procedenti, ha consentito di svelare in parte le vere attività della politica federale. La scoperta, dopo qualche mese, che sei deputati socialisti erano spiati a Basilea, ha accentuato lo scandalo.

8] Vedi: l’Ordinanza sul sistema per il trattamento dei dati relativi alla protezione dello Stato, articolo 20.


fonte:  http://www.voltairenet.org/it

 Voltairenet.org

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Pedofilia online, 5 arresti e 36 indagati: fra i fermati uno specialista della Procura

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Vasta operazione con perquisizioni in quattordici regioni,
arrestato anche un addetto degli uffici giudiziari di Catania

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SIRACUSA – Cinque arresti e altre 36 persone indagate: è il bilancio di un’operazione contro la pedofilia online e il turismo sessuale eseguita in quattordici regioni italiane dal Nucleo investigativo telematico della Procura distrettuale di Siracusa. Quarantuno le perquisizioni, con la collaborazione di 150 agenti delle forze dell’ordine tra carabinieri, Guardia di finanza e polizia postale. Fra gli arrestati c’è anche uno specialista addetto alla gestione informatica della Procura distrettuale di Catania. Le regioni in cui sono state eseguite le perquisizioni sono: Emilia Romagna, Lazio, Veneto, Lombardia, Sicilia, Piemonte, Puglia, Campania, Calabria, Toscana, Umbria, Marche, Liguria e Abruzzo.

L’inchiesta, denominata “Anime bianche”, avviata lo scorso anno dopo una segnalazione di Telefono arcobaleno, ha fatto luce su un vasto traffico di video pedofili la cui individuazione ha permesso di risalire a 41 italiani che diffondevano su internet materiale illegale. Il reato ipotizzato è associazione per delinquere per la divulgazione di materiale pedopornografico.

Fra gli arrestati c’è anche uno specialista informatico della Procura distrettuale di Catania: è accusato di aver diffuso in rete oltre 800 video pedofili, alcuni dei quali sarebbero riconducibili ai circuiti del turismo sessuale.

Due persone sono state invece arrestate a Reggio Emilia: un commerciante di 33 anni e un operaio di 46. Nelle loro abitazioni, gli investigatori hanno sequestrato un ingente quantitativo di materiale pedopornografico. Identico materiale è stato trovato nella casa di un altro arrestato, un impiegato di 59 anni dell’Aquila. A Roma un pensionato di 60 anni è stato invece arrestato in flagranza di reato perché sorpreso a divulgare materiale pedopornografico.

Gli indagati hanno un’età media di 45 anni e appartengono a tutte le categorie: operai, professionisti, militari, fotografi, impiegati statali, imprenditori e commercianti. L’inchiesta riguarda anche centinaia di residenti dell’Est Europa, e per questo investigatori di quei Paesi saranno a Siracusa nei prossimi giorni per un incontro con il procuratore capo, Ugo Rossi.

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4 dicembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/cronaca/pedofilia-online/informatico-procura/informatico-procura.html?rss

Cambiati i numeri della guerra in Iraq: “Così Bush ha sbianchettato la Storia”

Natalia Bush Miss SedereGeorge Bush, mister..?

La denuncia di due ricercatori americani del “Cline center for democracy”
L’amministrazione Usa ha modificato l’elenco dei Paesi alleati

Via via sono stati aggiunti e tolti cambiando documenti ufficiali
“Abbiamo dimostrato una serie di correzioni, ma quante altre ce ne sono?”

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di MARCO PASQUA

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"Così Bush ha sbianchettato la Storia" Cambiati i numeri della guerra in IraqIl presidente Usa, George Bush

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ROMA – Date aggiustate, nomi cancellati, cifre “sbianchettate”. E’ una vera e propria operazione di correzione della storia, quella che ha interessato il sito ufficiale della Casa Bianca. E’ su queste pagine web che l’amministrazione Bush ha fatto modificare, a suo piacimento, alcuni comunicati stampa già andati in rete. Sono tutti relativi alla guerra in Iraq ed elencano i Paesi che hanno appoggiato l’America, inclusa l’Italia.

La denuncia è di due ricercatori americani del “Cline center for democracy” dell’università dell’Illinois, che hanno studiato, comunicato per comunicato, tutti i messaggi che George W. Bush ha veicolato ai media e, quindi, agli americani. Messaggi corretti, per ragioni di opportunità politica, anche a distanza di anni. “Siamo di fronte alla riscrittura della storia”, denunciano Scott Althaus, professore dell’università di Illinois, e Kalev Leetaru, coordinatore presso il Cline center for democracy.

L’analisi ha dimostrato tutte le modifiche che hanno interessato cinque documenti ufficiali, con indicato il numero dei Paesi aderenti alla cosiddetta “coalizione dei volenterosi”: vale a dire le nazioni che, nel 2003, si schierarono con l’America nell’invasione dell’Iraq. Per dimostrare che alcuni di questi documenti sono stati sottoposti a successive modifiche, i due studiosi si sono serviti, tra le altre cose, delle pagine conservate nel più grande archivio mondiale dei siti web: è quello offerto dall'”Internet archive” (www. archive. org), un’organizzazione no-profit fondata nel 1996 a San Francisco.

A differenza delle copie cache di Google, che forniscono solo una versione recente di una data pagina, questo archivio mondiale mantiene una copia originale di ogni singola pagina che ha registrato. A novembre vi erano conservate 85 miliardi di pagine, tutte con l’indicazione del giorno in cui sono state catturate. E qui non c’è correzione che tenga, visto che la versione “fotografata” e salvata è necessariamente quella originale. Utilizzando questo importante strumento di raffronto, i ricercatori hanno scoperto l’operazione che ha interessato alcuni di questi comunicati stampa. A distanza di anni, solo tre di questi cinque documenti, con l’elenco dei Paesi a favore della guerra in Iraq, possono essere ancora consultati tramite il sito della Casa Bianca. Gli altri due sono stati cancellati tra il 2003 e il 2006. Quando si è cambiato il testo, non si è provveduto a correggere la data di pubblicazione del comunicato, per far sembrare il tutto più naturale possibile. “La nostra ricerca dimostra che ci sono stati aggiornamenti e cancellazioni sistematiche delle informazioni pubbliche, tra il 2003 e almeno il 2005”, spiegano i curatori della ricerca, dal titolo “Modificando la storia, la soluzione americana”.

L’esempio più lampante
è quello di uno dei primissimi comunicati stampa, attraverso il quale Bush rendeva noto l’elenco dei Paesi che lo sostenevano nell’invasione dell’Iraq (http://www. whitehouse. gov/infocus/iraq/news/20030327-10. html). Si tratta di un documento del 27 marzo 2003: vi compaiono 49 nazioni.

Ma c’è un particolare: “Si tratta di un falso storico”, denunciano i due ricercatori. In quel periodo, infatti, gli Stati che appoggiavano l’America erano 45. “Sembra che la Casa Bianca abbia sistematicamente voluto cancellare parte del suo passato. Quel che è grave, è che tutto è avvenuto in segreto. Nel caso di questa lista della ‘coalizione dei volentorosi’ siamo riusciti a dimostrare tutti i cambiamenti”, spiegano Althaus e Leetaru, che non escludono altri “sbianchettamenti”. Analizzare tutti i comunicati stampa che documentano questi delicati mesi per l’amministrazione Bush non è semplice. E’ un gioco di date, nomi che si aggiungono salvo poi sparire dopo pochi mesi.

Un altro esempio è offerto da un comunicato datato 21 marzo 2003: stavolta nella lista ci sono 46 nazioni, inclusa l’America. Il mese seguente, però, questa lista viene corretta: una “manina” aggiunge l’Angola e l’Ucraina, portando il totale a 48. La data del comunicato stampa resta invariata (21 marzo), e nessuno spiega che quel testo è stato cambiato. Quella lista resta visibile per più di due anni, salvo poi sparire del tutto. Ma attenzione: resta il link, sparisce solo il contenuto della pagina (http://www. whitehouse. gov/news/releases/2003/03/20030321-4. html).

L’elenco, intanto, cresce di un’altra unità, su un altro comunicato: accade il 13 aprile 2003, quando si aggiunge lo stato di Tonga. Ma anche questo sparisce, salvo poi ricomparire nel novembre 2004 con una importante modifica (http://web. archive. org/web/20041103233844/http://www. whitehouse. gov/infocus/iraq/news/text/20030327-10. html). Il correttore stavolta ha eliminato il Costa Rica: lo Stato, infatti, aveva fatto notare di non essere mai stato a favore della guerra in Iraq, chiedendo di essere rimosso dalla “coalizione dei volenterosi”.

Ovviamente non si fa alcun riferimento
al suo inserimento erroneo: lo si cancella, e si fa credere che quel comunicato risalga al 13 aprile 2003. A oggi – si evince dalla ricerca – non c’è un singolo documento nell’archivio ufficiale della Casa bianca che faccia riferimento al dato reale, e storicamente vero, di 46 Paesi pro-guerra in Iraq (45, escludendo l’America). Solo Archive. org conserva il comunicato con questo dato (http://web. archive. org/web/20030407164355/http://www. whitehouse. gov/news/releases/2003/03/print/20030321-4. html).

A chi fa notare che ci troviamo di fronte a modifiche “poco rilevanti”, avvenute molti anni fa, i due studiosi replicano: “Se si è spesa così tanta energia per cambiare un dato, possiamo solo immaginarci cosa sia potuto accadere a documenti più sensibili pubblicati sul sito della Casa Bianca. In ogni caso, il risultato è sempre lo stesso: si altera un dato storico, contenuto in documenti ufficiali”. Tra l’altro, viene fatto notare, questi continui cambiamenti della lista hanno avuto anche effetti su Wikipedia: “La confusione creata, ha fatto sì anche anche l’enciclopedia degli utenti, adesso, proponga una versione rivista della storia”, riportando comunicati “sbianchettati” che vengono considerati storicamente corretti.

Il sito della ricerca: http://www. clinecenter. uiuc. edu/airbrushing_history/

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4 dicembre 2008

Uganda, 800 bambini soldato salvati da un prete

di Andrea D’Orazio

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Sono stati strappati alla loro terra, alle loro famiglie, quando avevano appena cinque, sei anni al massimo. Rubati, come fossero oggetti, nei villaggi del nord-est dell’Uganda, poi trascinati nelle foreste, addestrati dai guerriglieri all’uso delle armi, alla disciplina marziale e all’omicidio, lontani da una vita che era già poco serena. Sono scomparsi per anni, fino quando la loro terra, nel cuore dell’Africa, non se li è ripresi per ricominciare a pulsare, a produrre frutti che poi diventavano semi, e semi che diventavano vita. A traghettarli, dall’inferno della guerra alla pace della comunità, non sono state le autorità ugandesi ma un uomo solo, un prete, presidente della Commissione per la Giustizia, la Pace e i diritti umani della diocesi di Arua, ai confini con la Repubblica democratica del Congo. Si chiama Emmanuel Maria Vura, ma nel suo villaggio, isolato a centinaia e centinaia di chilometri dalla capitale Kampala, tutti lo chiamano padre Natalino. Nel 2002, alla ripresa degli scontri tra i ribelli dell’Esercito di Resistenza del Signore (Lra) e l’esercito governativo dell’Uganda, Natalino (nella foto, a sinistra) ha deciso di cominciare la sua pericolosa missione: rischiando più volte la vita si è spinto nella foresta, fino alle roccaforti dell’Lra per liberare i bambini soldato che i guerriglieri avevano sequestrato durante le loro razzie nei villaggi del nord. Una missione che sembrava impossibile.

Un uomo solo contro i seguaci di Joseph Kony, il feroce capo dell’Esercito di resistenza, ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità, responsabile di oltre 20 anni di guerra, devastazioni, centinaia di morti ed esecuzioni sommarie, nonché del rapimento di almeno 20mila bambini catturati per diventare killer o schiavi sessuali, prima in Uganda – fino al 2006, fino alla fine ufficiale di una guerra mai completamente sedata – poi in Congo, da qualche mese nuova frontiera di scontri con altri soldati e altre etnie.

Eppure, padre Natalino è riuscito a poco a poco ad avvicinare alcuni generali, e a conquistare, anno dopo anno, spedizione dopo spedizione, decine e decine di bambini soldato. Nel 2002 erano 80, oggi sono arrivati a 800. «Trattavo direttamente con alcuni guerriglieri», ha spiegato a l’Unità il prete: «a volte attraverso la mediazione di un loro ex ufficiale. Per raggiungerli, per entrare nei loro campi a volte ero costretto a percorrere dei lunghi sentieri a carponi, per non vedere e poi riconoscere il tragitto. Per liberare i ragazzi non usavo denaro ma parole: cercavo di farli ragionare». Ma la libertà era solo il primo passo, e forse neanche il più complicato. Dopo, ai bambini diventati ormai adolescenti o appena maggiorenni, toccava rituffarsi nella vita normale dei villaggi: come reduci in famiglia, se padre e madre erano stati graziati dai guerriglieri, oppure, nella maggior parte dei casi, come orfani nella comunità, nella diocesi. Era dunque necessaria una catarsi: dimenticare orrore, sangue e violenze sessuali per tornare a studiare e lavorare. La terra da arare, allora, poteva diventare la leva del riscatto. Ma per farlo, per riconquistare il cuore ammalato dei ragazzi e addolcire la forza della natura, occorrevano strumenti tecnici e personale adeguato, mezzi e competenze, sementi, macchine e formazione professionale: in due parole, uomini e denaro. Stavolta, un prete, da solo, non poteva bastare. Né tanto meno potevano essere utili finanziamenti e donazioni da bruciare subito, come paglia al fuoco. Per sfidare l’indifferenza dello Stato e la normalità della miseria serviva un progetto serio e articolato, serviva spargere la voce e trovare qualcuno disposto ad aiutare i bambini di Arua, a credere in loro investendo finanziamenti mirati e a lungo termine.

E l’aiuto è arrivato, nel 2005, dall’Italia. Ad ascoltare e sostenere concretamente Natalino è stata la Fata Assicurazioni, la Compagnia del Gruppo Generali specializzata nel settore agricolo ed ambientale, già impegnata in attività di carattere umanitario. Da allora in avanti, accanto alla missione del prete, che continua ancora a salvare gli orfani dalla foresta, è nata una vera e propria società agricola, una cooperativa che sfama e offre lavoro a migliaia di persone, e coltiva oltre 3560 ettari di terreno.

A spiegare meglio ciò che Emmanuel Vura chiama «l’anima di Arua» è stato il prete stesso durante una conferenza stampa organizzata mercoledì da Fata Assicurazioni, con il patrocinio del Senato della Repubblica, per la presentazione dei risultati del «Progetto Uganda». «L’idea – ha ricordato padre Natalino –, nata dalla sensibilità morale, sociale e culturale della popolazione del West Nile in Uganda, è quella di recuperare gli ex giovani combattenti ugandesi» coinvolgendoli, assieme alle loro famiglie, in attività agricole finalizzate «a migliorare il loro livello di vita e riscattarli dalla fame, e dai traumi causati dalla lunga guerra che ha devastato il Paese». Il progetto, «un’opportunità per cambiare la mia gente» – ha sottolineato Vura – è stato lanciato in dieci villaggi dei cinque distretti della diocesi. Sono stati organizzati 45 gruppi di circa 30 famiglie ciascuno, e ogni gruppo ha ricevuto corsi di formazione per il miglioramento delle pratiche agricole, per la gestione delle piccole attività, per la cura dei traumi psicologici da guerra. La comunità ha ricevuto sementi in abbondanza e strumenti agricoli tradizionali, con i quali coltivare arachidi, mais, fagioli, pomodori, riso, manioca a tonnellate. «Il 75 per cento dei raccolti – ha specificato padre Natalino – è stato consumato direttamente dai membri delle famiglie, il 20 per cento è stato venduto, il resto conservato per la semina». Gli introiti in denaro sono stati utilizzati per soddisfare i bisogni primari: il ripristino dei pozzi (sei in totale), il vestiario, medicinali, sapone, coperte, accessori e tasse scolastiche. E anche per acquistare un bene preziosissimo in Uganda: la bicicletta, unico mezzo per raggiungere i villaggi della zona rurale, distanti tra loro chilometri e chilometri.

«Altra conquista fondamentale – ha ricordato padre Natalino – sono stati i computer: il gruppo Fata ce ne ha donati 24, per pianificare le attività lavorative e supportare l’istruzione dei ragazzi». E sono solo i primi passi di un cammino che i responsabili della compagnia assicurativa si sono impegnati a proseguire. Anche perché, come ha sottolineato Vura, i problemi della comunità sono ancora tanti e impellenti, dall’insufficienza dell’acqua potabile, «che costringe la gente a dissetarsi usando l’acqua sporca del fiume Nilo», alla scarsità degli allevamenti.

L’incontro con padre Natalino ha dato anche occasione di conoscere il libro Uganda Contro, un lavoro di due fotografi toscani, Silvano Monchi e Antonio Manta, che su commissione del gruppo Fata, e con l’aiuto di una giovane scrittrice, Ivana Ciapponi, sono andati nella diocesi di Arua per catturarne il respiro del tempo. Ne è uscita fuori una testimonianza «contro i soprusi, contro le violenze, contro la povertà», un volume di immagini in bianco e nero, che raccontano la vita quotidiana degli ugandesi, dal lavoro dei campi allo studio dei ragazzi nelle scuole – molte delle quali nascono ancora sotto gli alberi – ma anche immagini di dolore: i volti e i corpi dei prigionieri nel carcere del villaggio, le donne ricoverate in ospedali che spesso non hanno neanche i letti per la degenza dei malati.,e poi ancora loro, i bambini e i soldati, i protagonisti, vittime e carnefici, degli ultimi 30 anni di storia dell’Uganda.

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03 Dic 2008
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BAMBINI SOLDATO: CON PROGETTO “FATA” 400 LIBERI IN NORD UGANDA

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(AGI) – Roma, 3 dic. – Si e’ tenuta nella sala Capitolare del Convento di Santa Maria sopra Minerva, al Senato, la conferenza stampa organizzata da Fata Assicurazioni (Gruppo Generali) con il Patrocinio del Senato per la presentazione dei risultati del ‘Progetto Uganda’, sostenuto dalla compagnia e portato avanti dal 2005 con Padre Emanuel Maria Vura, presidente della commissione Giustizia e pace della diocesi di Arua. Scopo del progetto, il reintegro degli ex bambini-soldato ugandesi coinvolgendoli, assieme alle famiglie e alle comunita’, in attivita’ agricole finalizzate a migliorare il livello di vita e riscattarli da fame, traumi e poverta’ causati dai quasi 30 anni di guerra che hanno devastato il Paese. Obiettivo del progetto e’ quello di realizzare in cinque distretti impianti agricoli dotati dei macchinari e dei mezzi necessari.
Padre Vura, grazie al sostegno di Fata Assicurazioni, ha recuperato oltre 400 bambini-soldato, contattando le varie bande di guerriglieri, ed e’ riuscito a organizzare l’attivita’ agricola in dieci villaggi, dando da lavorare e da mangiare a circa 1.500 persone, e portando a coltivazione oltre 650 ettari di terreno. Inoltre, l’intervento ha incrementato le coltivazioni e fornito sementi, strumenti e macchine agricole, insieme a computer e mezzi di trasporto. Insieme al progetto e’ stato presentato il libro-documento ‘Uganda Contro’ che raccoglie le immagini di due fotografi, Silvano Monchi e Antonio Manta, inviati da Fata Assicurazioni in Uganda a ottobre 2007. Sostanziale contributo a quest’opera e’ stato fornito anche da una giovane scrittrice, Ivana Ciapponi, gia’ autrice del libro ‘I bambini primo bersaglio – Il dramma del Nord Uganda’.
L’intera regione settentrionale dell’Uganda, inclusa la diocesi di Arua (regione settentrionale del Nilo) e’ stata caratterizzata da sommovimenti politici fin dal 1979. Le due fazioni in lotta – ribelli da una parte e governo ugandese dall’altra- hanno reclutato, spesso con la forza, giovani da inviare in guerra, molti dei quali orfani, scolari o semplicemente ragazzi presi dalle strade. Negli ultimi anni, a seguito di alcuni importanti trattati di pace, molti combattenti sono rientrati nei vari distretti della diocesi di Arua e hanno avviato accordi con l’autorita’ religiosa per essere aiutati nel reintegro della vita socio-economica.
Giuseppe Perissinotto, Presidente di Fata Assicurazioni, ha commentato: “Oggi, l’80% della popolazione dell’Uganda lavora in agricoltura, l’unica risorsa da cui e’ possibile trarre alimentazione e una speranza di reddito per il futuro. Per questa ragione, Fata Assicurazioni ha deciso di sostenere e promuovere il progetto ed e’ in prima linea negli aiuti al popolo ugandese”.
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AGI Mondo ONG
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Rondine - Cittadella della Pace

‘UGANDA CONTRO’: UN FOTOGRAFO RACCONTA LA ‘SUA AFRICA’ A RONDINE – 15 gen

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Immagini crude, feroci, commoventi che raccontano un paese ancora in preda alla guerra civile e segnato da malattie e miseria: sono contenute nel libro-documento ‘Uganda contro‘, realizzato per conto di Fata Assicurazioni (Gruppo Generali) dai fotografi Silvano Monchi e Antonio Manta, con testi della scrittrice Ivana Capponi.

Proprio Silvano Monchi, nato a Figline Valdarno nel 1948 e già autori di volumi fotografici dedicati al sociale (‘Uomini e pietra’, ‘Saharawi, prigionieri nel deserto), incontrerà studenti, soci, amici e sostenitori dell’Associazione Rondine martedì 15 gennaio alle ore 21.00 presso lo Studentato Internazionale a Rondine. Dopo la proiezione di un video sul paese africano, Monchi parlerà della sua esperienza legata al ‘Progetto Uganda’, sempre sostenuto da Fata e portato avanti dal 2005 da padre Emmanuel Maria Vura, detto don Natalino, nella sua diocesi di Arua, nel nord del paese. Lo scopo è il reintegro nel tessuto sociale di ex bambini soldato ed ex combattenti (la guerra civile ugandese, iniziata nel 1986 dai ribelli dell’Lra, non è ancora del tutto terminata nonostante un accordo di pace nel 2006) principalmente attraverso attività agricole realizzate fianco a fianco con le vittime del conflitto.

Alcune immagini di Silvano Monchi tratte dal libro ‘Uganda contro’
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Sacconi: «L’Italia rischia di andare a finire come l’Argentina». Ma poi corregge il tiro

In serata smentisce: «al riparo da ogni pericolo». Il Debito preoccupa Tremonti

Il ministro del Welfare a «Economix»: «Nessun dissidio con Tremonti. Sono preoccupato per il rischio di “default”»

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Maurizio Sacconi (Lapresse)
Maurizio Sacconi (Lapresse)

ROMA – Rischiamo di finire come l’Argentina. È una fosca previsione quella fatta dal ministro del Welfare Maurizio Sacconi durante la registrazione della puntata di Economix: «Come Tremonti sono anche io vincolato dal debito pubblico e sono anche io preoccupato per il rischio di “default” del Paese. E c’è qualcosa di peggiore della recessione, che è la bancarotta dello Stato, un’ipotesi improbabile ma comunque possibile». Sacconi ha sottolineato come «non possiamo permetterci neanche lontanamente che vada deserta un’asta pubblica di titoli di Stato. Ci sarebbe una carenza di liquidità per pagare pensione e stipendi e faremmo come l’Argentina».

«NESSUN RISCHIO BANCAROTTA» – In serata il ministro ha corretto il tiro: «Sono costretto a intervenire dalla disinvoltura con cui alcuni hanno interpretato una considerazione più volte ripetuta circa la necessità di tenere alto il livello di guardia sul debito pubblico, attribuendomi addirittura un presunto rischio bancarotta. Non ho mai detto né lasciato intendere che vi può essere un rischio di tale natura». Sacconi sottolinea di aver affermato «che il debito pubblico costituisce per la sua dimensione un vincolo ineludibile per le politiche di spesa. La robusta politica di controllo della finanza pubblica, che abbiamo realizzato con la manovra di giugno, ci mette quindi al riparo da ogni pericolo ed è all’interno di essa che abbiamo definito il pacchetto di misure per sostenere la crescita e proteggere il disagio sociale».

TREMONTI PREOCCUPATO – Tremonti nel primo pomeriggio aveva invece ricordato che il debito italiano è il «terzo del mondo» e spiegato che i pericoli più che dalla finanza pubblica vengono dal mercato. Il responsabile della politica economica del governo no aveva usato toni allarmistici e anzi aveva ricordato che la crisi ha mostrato come pericoloso sia anche il debito privato, che vede esposti altri Paesi e non l’Italia.

PATTO NON SI TOCCA – Il patto di stabilità europeo è «un muro invalicabile». Lo avrebbe detto, secondo quanto riportano alcuni partecipanti, il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, replicando alle domande dei senatori del Pdl durante un incontro su Finanziaria e decreto anti-crisi nella serata di mercoledì. Di fronte alle sollecitazioni dei senatori su questo punto e sui possibili ricaschi sul patto interno, Tremonti ha ribadito che il rapporto deficit-Pil al 3% non può essere sforato. E riguardo a una sua possibile flessibilità ha evidenziato che questo «è tutto da discutere a livello europeo» così come «anche una sua ricaduta» sul Patto di Stabilità Interno.

COMPETITIVITA’ TITOLI DI STATO – «Un’ulteriore criticità – aveva detto Tremonti nel pomeriggio – è che, ferma la magnitudine del nostro debito, in futuro lo scenario sarà più competitivo con le crescenti emissioni di altri Paesi». In pratica, sostiene il ministro dell’economia, l’Italia deve riuscire a rispettare i limiti imposti dal Patto di stabilità per evitare difficoltà nella collocazione dei titoli di Stato italiani e nello spread (ovvero nel differenziale dei tassi d’interesse riconosciuti agli acquirenti) con gli altri Paesi.

LA REPLICA DELL’OPPOSIZIONE – I parlamentari del Pd, in particolare, hanno messo in evidenza le parole di Sacconi. «Tremonti chiarisca», ha chiesto il Senatore Tiziano Treu. «I pessimisti sono al Governo, che non riesce a mettere in campo provvedimenti coraggiosi», gli ha fatto eco il compagno di partito Giorgio Tonini. «Sacconi – ha aggiunto il portavoce del Pd, Andrea Orlando – di fatto smentisce le affermazioni di Tremonti secondo il quale la finanza pubblica era stata messa al sicuro con la manovra finanziaria di luglio. Per fortuna che per il governo i pessimisti eravamo noi».

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3 dicembre 2008

fonte: http://www.corriere.it/economia/08_dicembre_03/sacconi_misure_crisi_rischio_bancarotta_ec42eeb2-c16b-11dd-9466-00144f02aabc.shtml

G8, chiesti 6 mesi per Canterini

Vincenzo Canterini quando comandava il reparto Mobile di Roma impiegato al G8 del 2001 a Genova

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Nel tribunale di Genova, chiesta una nuova condanna a sei mesi per Vincenzo Canterini, comandante del reparto Mobile della polizia di Roma che, durante il G8 del 2001, fece la prima irruzione nella scuola Diaz; Canterini avrebbe utilizzato uno spray urticante contro alcuni manifestanti.

Secondo l’accusa, l’episodio sarebbe accaduto il 21 luglio, a mezzogiorno, all’incrocio tra corso Buenos Ayres e via Casaregis; dicono i Pm: ha spruzzato il contenuto di uno spray urticante negli occhi di un avvocato torinese, Gianluca Vitali, che protestava per un lancio di lacrimogeni ad altezza d’uomo, e ad altri due manifestanti; la tesi di Canterini: «Ho intimato a quelle persone di togliersi da lì, anche perché quella situazione era pericolosa per la loro stessa incolumità. Non hanno rispettato l’ordine, non aveva senso caricarli o allontanarli di forza, ho solo agitato quella bomboletta per convincerli».

Secondo il Pm, si tratta di «una pena simbolica, che non verrà mai scontata, ma che è la stigmatizzazione di quanto è successo».

Proprio Canterini, fra l’altro, è l’unico dei funzionari di polizia a essere stato condannato (a quattro anni di carcere, in fondo alla pagina l’elenco completo delle condanne) per l’irruzione alla Diaz.

Assolto il giovane accusato del lancio di una molotov

Sempre in mattinata, il giudice monocratico Luisa Carta ha assolto – perché «il fatto non sussiste» – Alban Laval, il francese di 28 anni accusato di avere lanciato una bottiglia molotov il 20 luglio 2001, nei giorni del G8 di Genova, immediatamente prima di una carica della polizia all’incrocio fra corso Buenos Aires e corso Torino. Il giudice ha anche disposto la trasmissione degli atti alla Procura.

Il 27 novembre scorso, il pubblico ministero Vittorio Ranieri Miniati chiese l’assoluzione di Laval e la trasmissione degli atti alla Procura perché venissero accertate eventuali ipotesi di reato nei confronti dei due poliziotti che lo arrestarono; secondo il Pm, potrebbero configurarsi i reati di falsa testimonianza e calunnia. La stessa richiesta era stata fatta anche dalla difesa del giovane.

Laval, assistito dall’avvocato Claudio Novaro del foro di Torino, era accusato di resistenza aggravata e di detenzione e porto di arma da guerra.

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3 dicembre 2008

fonte: http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/genova/2008/12/03/1101923712210-g8-assolto-giovane-accusato-lancio-una-molotov.shtml