Archivio | dicembre 17, 2008

La Parietti furiosa: “Quante reazioni snob.. Va a finire che mi candido sul serio”

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“Sono impegnata in politica da quando avevo quattordici anni: ho fatto le battaglie per l’aborto, picchettaggi e comizi da quando stavo al liceo e facevo parte della quarta internazionale…”

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Roma, 17 dicembre 2008 – L’aveva buttata lì stile provocazione: mi candido al Pd, lo salvo dalla crisi. Ma poi Alba Parietti, viste le acide battutine che la sua boutade ha provocato, ora giura che vuol fare sul serio.

“Queste reazioni snob contro la ‘soubrette’ mi lasciano perplessa e mi offendono. E mi convincono ancora di più a trasformare quella che era una provocazione in un proposito molto serio”.

“Possono fare tutte le battute che vogliono ma mi devono spiegare al di là della criminalizzazione delle mie tette rifatte da dove nasce il loro sdegno”, sottolinea la conduttrice.

“Tutto questo -ricorda la Parietti- è partito da un sondaggio su un campione di mille persone in cui oltre 70 per cento dichiara di volermi in politica. Non è stata una mia iniziativa ma un sondaggio di Klaus Davi che io ho commentato. Non è che mi sono autocandidata. Il fatto di dire potrei candidarmi alle prossime primarie è una reazione a questo momento in cui mi sento profondamente delusa dalla capacità di comunicare e dalle scelte della sinistra”.

“Mi devono portare un altro esempio di una persona che ha avuto la mia coerenza, pagandandola sempre in prima persona. Ho appoggiato la battaglia per l’uso dei preservartivi con i cartoni di Lupo Alberto mentre lavoravo nella Rai democristiana a ‘Domenica In’. Ho sostenuto la sinistra e tutte le battaglie della sinistra senza mai essere dalla sinistra sostenuta e tantomeno protetta, anzi. Ed è una cosa che ho pagato sia a sinistra che a destra. Non ho mai avuto padrini, nè raccomandazioni. Ho rinunciato per un eccesso di inutile coerenza a prendere 9 miliardi per passare alla Mediaset di Berlusconi. Sono impegnata in politica da quando avevo quattordici anni: ho fatto le battaglie per l’aborto, picchettaggi e comizi da quando stavo al liceo e facevo parte della quarta internazionale. E a Torino se lo ricordano bene”.

“Quindi -aggiunge – possono fare tutte le battute che vogliono ma mi devono spiegare al di là della criminalizzazione delle mie tette rifatte da dove nasce il loro sdegno. Sono un’ottima comunicatrice, questo credo sia innegabile, al contrario di molte persone che fanno politica che non hanno nè faccia nè capacità di arrivare al cuore della gente, insomma nessun talento mediatico. Non ho mai avuto paura di dire quello che pensavo e soprattuto io non ho mai agito nel mio interesse personale altrimenti la mia carriera sarebbe stata molto più facile”.

“Questo tipo di reazione -prosegue- mi convince ancora di più a trasformare quella che era una provocazione in un proposito molto serio. Comincio a crederci, forse a questo punto lo farò. A me quello che interessa non è fare il candidato premier di qualche partito ma fare l’interesse di chi non ha voce. Chi ha ironizzato si faccia delle domande sul risultato del sondaggio che mi è stato sottoposto e soprattutto sugli ultimi risultati decisamente più sconfortanti della sinistra”, conclude.

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2008/12/17/139610-alba_furiosa_quante_reazioni_snob.shtml

LA LETTERA – Per papà un Natale da cassaintegrato. Ma noi felici lo stesso

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LO STATO HA FALLITO

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di girl3 (Medie Inferiori ) scritto il 13.12.08

Per papà un Natale da cassintegrato e noi con l'albero felici lo stesso

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E’ buio, quando papà rientra a casa. Ha un’aria strana, forse è stanco o infreddolito. Si avvicina, ci dà un bacio sulla fronte come al solito e va in cucina da mamma. Io e mio fratello continuiamo ad addobbare l’albero, mio fratello un po’ si stufa, perché dice che è sempre lo stesso da molti anni. Mamma allora, per accontentarlo, ha comprato cinque decorazioni nuove in quei negozietti da 50 centesimi, ma a lui non bastano, è un periodo nero, non gli va mai bene niente, non gli vanno bene i vestiti che ci hanno regalato delle amiche di mamma dei loro figli più grandi di noi, non gli va bene mangiare verdure per secondo, non gli va bene non avere il telefonino o la play station di ultima generazione, insomma è incontentabile! Mamma dice che è l’età e bisogna capirlo.

Finalmente abbiamo terminato e, anche se è sempre lo stesso, il mio albero è bellissimo. Distrattamente guardo in cucina e vedo papà che si mantiene la fronte, ma anche mamma ha un’aria strana, direi preoccupata. Allora furtivamente ascolto cosa stanno dicendo, ora capisco : papà sarà in cassa integrazione dalla prossima settimana, perché, a causa della crisi economica, non c’è richiesta di lavoro. Mamma allora gli si avvicina, gli accarezza i capelli e gli dice di non preoccuparsi, che rinunceremo ai regali, tireremo la cinghia, ma andremo avanti. Potrebbe anche trovare lavoro come donna delle pulizie, in fondo, in questo periodo sono tante le persone che vogliono avere la casa “linta e pinta” ma che non hanno voglia o il tempo per farlo.

Ma papà non sembra consolarsi, dice di essere un fallito, perché non è riuscito a dare tranquillità e sicurezza alla sua famiglia. Si sente un fallito, perché ha caricato mamma di mille preoccupazioni e, nonostante gli sforzi, con quel misero stipendio di operaio, che portava in casa, non si riusciva ad arrivare a fine mese. Si sente un fallito perché non riesce a dare ai suoi figli un futuro sereno: non può portarci al cinema o al ristorante, ma neanche comprarci dei vestiti nuovi o una fetta di carne in più al posto delle solite verdure. Mamma allora si siede accanto a lui, lo guarda negli occhi e gli dice determinata e lucida: “E’ LO STATO CHE HA FALLITO” non tu, lo Stato che non riesce a dare benessere ai suoi cittadini e sta producendo sempre più “nuovi poveri”.

Papà allora la guarda e le chiede se c’è speranza che le cose cambino e mamma gli risponde che a Natale tutto può succedere, i desideri possono avverarsi. Corro in cucina, li abbraccio forte e mi rendo conto di aver avuto dalla vita il regalo più bello: la mia famiglia, povera ma dignitosa, ed è una ricchezza che nessuno potrà mai togliermi.

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fonte: http://scuola.repubblica.it/contributo/lo-stato-ha-fallito/4514/?id_contrib=50

Islanda: noi, popolo di ipotecati

Sono fallite tre banche e un intero Paese. Ma è un terremoto o una truffa? Passerà la nottata?

Case residenziali di Höfn, piccolo paese nel sud-estCase residenziali di Höfn, piccolo paese nel sud-est

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Li chiamano già «i vecchi tempi». Negli anni migliori c’erano più Range Rover qui che in tutta la Scandinavia. E per i compleanni dei vichinghi – come avevano ribattezzato gli yuppie delle grandi banche – il regalo preferito era Elton John che intonava happy birthday. Fino a due mesi fa l’unico problema era il rumore dei jet privati in decollo dall’aeroporto cittadino. L’unica preoccupazione una casa più grande, un Suv più potente, il prossimo week end a Parigi. Ora che le gru sono ferme, le casse vuote e c’è la coda per scappare in Europa, verrebbe da dire che se la sono cercata. Se non fosse che il freddo, l’aria e la neve bianca di Reykjavik sembrano una garanzia di innocenza. Come il sorriso di Gudny Magnusdottir che ha trentadue anni, cinque figli, è senza lavoro e si è messa in coda anche lei. Invece di lamentarsi va ogni mattina all’ufficio di collocamento, e mentre aspetta il suo turno offre a tutti biscotti alla cannella, cioccolata calda e musica natalizia con lo stereo che ha portato da casa: «Mi hanno licenziata, sono piena di debiti e il prossimo mese dovrò restituire la Skoda Oktavia che ho comprato l’altr’anno». Prende il thermos, versa una tazza anche a noi: «È un momento difficile, ma la mia vita è bella, e non ho paura di niente».

La vita è bella in Islanda. Anche in quest’inverno con quattro ore di luce e un buco da novanta miliardi di euro. Il 6 ottobre scorso il primo ministro Geir Haarde compare in televisione per annunciare che la festa è finita. Peccato: è stato bello spingersi fino a Copenaghen per issare la bandiera dell’isola sui Magasin du nord e l’Hotel d’Angleterre, le due perle commerciali degli ex colonizzatori danesi. Ed è stato bello pensare che i tycoon dei ghiacci potessero mangiarsi i consumatori inglesi della catena di giocattoli Hamleys, dei grandi magazzini Oasis, o addirittura dei supermercati Woolworth: «Per noi è sempre stato vitale muoverci, conoscere nuovi paesi e conquistare nuovi mercati» ci dice lo scrittore Einar Már Gudmundsson. «Basti pensare che nella nostra lingua stupido si dice heimskur, letteralmente “chi resta a casa”».

Peccato: sembrava un viaggio e invece erano debiti, fuffa, illusioni, un volo finanziario che si schianta tra le pernacchie del mondo. La festa è finita, le Range Rover sono ribattezzate game over, gli ultimi bar di lusso «fanno molto 2007» e Ólöf Sigfúsdóttir, antropologa dell’Accademia di Reykjavik, sintetizza con durezza il pensiero di tanti: «Per arricchirsi i nostri banchieri hanno ipotecato il popolo». Non resta che tornare a terra: cent’anni fa erano pareti di legno, tetti di torba e menù di patate. Oggi sono una montagna di debiti che travolgono i trecentomila abitanti dell’isola: «Ho comprato casa un anno fa» ci dice la giornalista Kolfinna Baldvinsdóttir in un italiano impeccabile. «Metà l’ho pagata in contanti, metà con un mutuo. Ad agosto dovevo alla banca dodici milioni di corone, tre mesi dopo sono diventati ventotto». C’è chi la chiama tempesta perfetta, chi terremoto finanziario, Kolfinna preferisce parlare di truffa legalizzata: «Dov’erano le autorità di controllo? Che faceva il nostro governo? Perché non hanno fermato il delirio dei banchieri?». Nell’agosto 2007 Jon Heidar, trasportatore ventinovenne, si compra un furgone con un mutuo di un milione e duecentomila corone: «Un anno dopo si sono ripresi il furgone, ho perso il lavoro, ma il mio debito è cresciuto a un milione e settecentomila corone». Un incubo: la corona perde terreno, ma i debiti sono in euro, dollari e yen. E così più paghi e più devi, più aumenta il valore del mutuo e meno vale il bene per cui ti sei indebitato. Il regista Jon Gustafsson racconta di un amico che sta per vendere casa pur di liberarsi delle ipoteche sul suo Toyota Land Cruiser: «Sono stati anni folli. Io ho studiato in Canada, e quando sono rientrato nel 2005 non ci potevo credere: in città si parlava solo di cilindrate, metri quadri e investimenti azionari». Sarà vero che la vita è bella in Islanda?

Qualcosa non andava già prima. E Björk, il geniale folletto che da Reykjavik ha conquistato le platee più esigenti del mondo, il 28 giugno fa un concerto a cui assiste un islandese su dieci: lo chiama Náttúra perché vuole protestare contro la costruzione di due megaimpianti di produzione di alluminio, e ricordare che c’è anche uno sviluppo diverso, con meno profitto, meno inquinamento, più qualità e più rispetto per l’ambiente dell’isola. Oggi a Io donna dice che la crisi è una chance: «Noi islandesi siamo pochi, e quando finiamo contro il muro ci finiamo tutti assieme. Ma siamo molto determinati, e sappiamo riprenderci in fretta. Spero che useremo questo momento durissimo per mostrare a tutti che si può lavorare diversamente ». Fa male la caduta, ma quel volo andava comunque fermato… «L’Islanda» continua Björk «è stata una colonia danese per oltre seicento anni. Dopo l’indipendenza del 1944 siamo cresciuti in fretta e con troppa ingordigia. Ora è il momento di essere umili e di tornare alle cose più autenticamente islandesi». Molto naturali, supertecnologiche.

Come le coltivazioni molecolari di Orf, azienda leader nella produzione di proteine che dalla crisi di questi mesi ha tutto da guadagnare: «Finalmente anche noi potremo assumere i migliori» ci dice il Ceo Björn Orvar. «Negli ultimi cinque anni i ragazzi più promettenti correvano tutti in banca». O come il Suv di Rósa Halldórsdóttir che invece di arrancare come i gemelli di città tra un caffè e una lezione di yoga corre sulle piste innevate che dal porticciolo di Höfn puntano al Vatnajokull, il ghiacciaio più esteso d’Europa. Qui la vita d’Islanda è bella davvero, a ogni curva tocca spalancare la bocca come bambini incantati, e a ogni sosta incontriamo tipi che farebbero felice Björk: pescatori contenti perché il paese ha di nuovo bisogno di loro («il crollo delle banche è la vendetta del pesce» ci dice un omome che ha appena venduto mille tonnellate d’aringhe), contadini che immaginano lussuose spa e alberghi di nicchia dove oggi l’ultima lingua del ghiacciaio incontra la prima sorgente d’acqua termale («ci vogliono due milioni di euro, ma vedrà che li troviamo»). In compagnia del suo Mitsubishi e dei suoi tre cani siberiani, Rósa Halldórsdóttir perlustra il deserto ghiacciato, mette in rete voci di terra e di mare, promuove progetti per il mercato dell’alimentazione e del turismo. Chissà se intendeva questo Björk quando ci ha detto: «Sento che possiamo cambiare. Se ci crediamo tutti ce la facciamo di sicuro».

A cambiare pensa anche Kristin Petursdottir, che a Reykjavik è diventata una star perché guida Audur, uno dei pochi istituti finanziari sopravvissuti al ciclone: «In realtà lavoravo in una delle grandi banche che sono fallite ad ottobre, ma due anni fa mi sono detta che non era per me: come donna non potevo accettare tanta opacità, tanta voglia di bonus e quell’ossessione per i profitti di trimestre in trimestre». Come donna? «Oh, sì. Sono convinta che c’è un modo femminile di stare sul mercato: ai nostri clienti consigliamo di investire in aziende con un futuro, ci siamo sempre tenuti alla larga dai prodotti di pura speculazione». Chissà se intendeva questo Björk dicendo che «quest’emergenza è una notte piena di luci di speranza». Ma intanto sarà notte un bel po’, e bisogna decidere con chi è meglio passarla. La piccola folla che si raduna ogni sabato davanti al Parlamento non ne vuole sapere di tenersi i leader che hanno sfasciato il paese. A guidarli è Hördur Torfason, celebre chansonnier che ha alle spalle trent’anni di scontri per i diritti dei gay d’Islanda. Gli chiediamo se è più dura ora o quando fece il suo clamoroso outing nell’agosto del ‘75. Ci risponde che allora erano una minoranza, oggi sono in piazza per tutti. La folla arriva, ascolta, applaude, si disperde in silenzio nei bar del centro. Lo slogan più gettonato è splendidamente laconico: «Noi protestiamo tutti». Il freddo, l’aria e la neve di Reykjavik sembrano una garanzia che tutti finiranno per rimettersi in piedi.

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Raffaele Oriani
da Io donna

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16 dicembre 2008 – ultima modifica: 17 dicembre 2008

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fonte: http://www.corriere.it/esteri/08_dicembre_16/islanda_io_donna_d938bc66-cb89-11dd-839f-00144f02aabc.shtml


AUSTRALIA – Gli aborigeni piegano il colosso delle miniere: il fiume non sarà deviato

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Sydney | 17 dicembre 2008 – Avevano ragione loro, gli aborigeni. La giustizia australiana lo ha riconosciuto alla fine di una dura battaglia legale con la Xstrata, società mineraria anglo-svizzera, che voleva deviare il corso di un fiume per espandere le estrazioni in una miniera di zinco nel Territorio del Nord.

La Corte federale di Sydney, scrive la Bbc, ha deciso che il governo australiano deve fermare questa operazione. La sentenza è stata accolta con un boato di gioia dai capi aborigeni che hanno combattuto una lunga battaglia per capovolgere la decisione del governo di consentire la deviazione del fiume McArthur.

Il contenzioso promosso dagli aborigeni è stato sostenuto anche da gruppi di ambientalisti perché con questa deviazione, sostenevano, durante il periodo delle piogge si sarebbero verificate infiltrazioni di sostanze tossiche che avrebbero inquinato il fiume. Cinque chilometri di fiume però sono già stati deviati e ora gli aborigeni chiedono che torni al corso originale.

“Vogliamo il nostro fiume come era. Non sappiamo come faranno, ma loro l’hanno deviato e loro lo devono riportare dove era”, ha dichiarato Archie Harvey, rappresentante dei proprietari aborigeni. Ai quali la sentenza della Corte federale non basta:Kim Hill, direttore del Consiglio degli aborigeni della Regione ha già fatto sapere che chiederà un risarcimento.

Provate per la disfatta legale di Xstrata, le compagnie del settore minerario australiano lanciano l’allarme: questa sentenza rischia di trasformarsi i un precedente con effetti devastanti per lo sfruttamento del sottosuolo del paese. Per restare in tema, un boomerang.

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fonte: http://www.rainews24.it/Notizia.asp?NewsId=89595

Letterina a Babbo Natale inchioda pedofilo negli Usa: arrestato

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WASHINGTON (17 dicembre) – Arrestato per una “soffiata” di Babbo Natale: una vicenda tanto insolita da essere vera. Andres Enrique Cantu, un 55enne originario del Texas, è stato arrestato con l’accusa di molestie sessuali su due sorelline di 9 e 10 anni, tra l’altro appartenenti alla stessa famiglia.

L’uomo è stato scoperto perché a rivelare i suoi abusi è stata una delle due bambine, che nella letterina diretta a Babbo Natale gli chiedeva di far smettere all’uomo di “toccare” lei e la sorellina.

Cantu è stato arrestato dalla polizia locale a McAllen: secondo le accuse, avrebbe abusato di una delle bambine dall’agosto del 2004 fino ad oggi, e avrebbe violentato l’altra per tutto lo scorso anno. L’uomo è già comparso di fronte a un tribunale del Texas per rispondere delle accuse: rischia una condanna minima di 50 anni di reclusione.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=38738&sez=HOME_NELMONDO


Via libera dall’Europarlamento al pacchetto su CO2 e rinnovabili

Approvata a larghissima maggioranza a Strasburgo la direttiva 20-20-20: 610 sì, 60 no e 29 astensioni

Manca solo la ratifica formale del Consiglio europeo

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Ambientalista sollecita un accordo globale sul clima

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STRASBURGO – Il Parlamento Europeo ha approvato il pacchetto clima-energia dell’Unione Europea su cui è stato raggiunto l’accordo dei Ventisette al summit della scorsa settimana. I sì sono stati 610, 60 i no e 29 le astensioni. Ora, affinché le direttive contenute nel cosiddetto 20-20-20 diventino operative, manca solo la ratifica formale del Consiglio europeo. Passaggio che avverrà sicuramente entro la fine dell’anno, così da associare definitivamente l’importante provvedimento alla presidenza di turno francese, in scadenza il 31 dicembre. L’approvazione da parte dell’Europarlamento non era del tutto scontata, soprattutto con una maggioranza così netta. Rispetto ai singoli Stati e al Consiglio europeo, l’assemblea era schierata infatti su posizioni decisamente più avanzate in tema ambientale e l’annacquato compromesso raggiunto la settimana scorsa poteva non essere ritenuto sufficiente nella lotta ai cambiamenti climatici.

Non a caso una coalizione di associazioni ambientaliste europee, tra le quali Wwf e Greenpeace, la scorsa settimana avevano rivolto un appello al Parlamento europeo affinché bocciasse la direttiva in quanto eccessivamente timida e inadeguata alla gravità del riscaldamento globale. Più pragmatica invece Legambiente, che anche oggi torna a salutare il voto di Strasburgo con un commento in chiaroscuro. “La strada imboccata dall’Europa – afferma l’associazione – è quella giusta anche se si poteva fare di più. L’accordo raggiunto sul pacchetto 20-20-20 fa ben sperare per la riuscita di un impegno globale a Copenaghen ma gli obiettivi sono ancora lontani e bisogna andare oltre le buone intenzioni. A cominciare dall’Italia che si deve decidere a diminuire le emissioni”.

Il piano, come è noto, mira, attraverso misure vincolanti per gli Stati membri e le loro industrie, a ridurre nel 2020 le emissioni di gas serra dell’Unione Europea del 20% rispetto al 1990. Prevede anche di portare al 20% il ricorso alle energie rinnovabili nei consumi dell’Ue e di aumentare del 20% l’efficienza energetica. Obiettivi che l’accordo finale raggiunto dal Vertice Ue e ratificato oggi dall’Europarlamento conferma, ma con l’introduzione di forti concessioni alle rivendicazioni di singoli Stati (Germania, Polonia e Italia soprattutto) e di diverse lobby industriali (auto, acciaio, cemento, elettricità) nelle modalità su cui raggiungerli. Concessioni che secondo i critici del compromesso sono tali da mettere a repentaglio il raggiungimento stesso degli obiettivi fissati.
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17 dicembre 2008
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Eluana, è scontro frontale tra giustizia e ministero / Appello per le dimissioni di Sacconi

APPELLO PER LE DIMISSIONI FORZATE ED IMMEDIATE DEL MINISTRO SACCONI

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Un ministro della Repubblica che va contro l’ordinamento dello Stato disattendendo le sentenze di legge di un organo sovrano dello Stato stesso (ed in tal modo infrangendo il giuramento fatto nelle mani del Presidente della Repubblica) va IMMEDIATAMENTE  RIMOSSO nonché fatto oggetto di indagini della Magistratura per pesanti, e reiterate, minacce di ritorsione nei confronti di strutture e di cittadini che alle leggi giustamente si uniformano ponendo in atto strategie intimidatorie in puro stile ‘mafioso’.

L’esercitare i poteri di un ministero NON E’ un fatto privato, ed esula completamente da convinzioni e fedi personali del ministro in questione, posto com’è OGNI MINISTERO al servizio ed al bene ‘esclusivo’ dello Stato stesso, cioè del Popolo che dello Stato è sovrano e delle leggi che lo  Stato stesso si è dotato.

mauro

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Il giudice Lamanna ha chiarito che il decreto sulla sospensione dell’alimentazione è già esecutivo

Ma Sacconi ribadisce: “Se la fanno morire conseguenze immaginabili per la clinica”

La casa di cura di Udine aveva sospeso l’iter in attesa di chiarimenti legali

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Eluana, è scontro frontale  tra giustizia e ministeroEluana Englaro

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UDINE – La clinica di Udine dove Eluana Englaro dovrebbe essere trasferita nelle prossime ore non rischia alcuna sanzione nel caso decida di sospendere l’alimentazione e l’idratazione artificiale, contavvenendo alla disposizione annunciata ieri dal ministro del Welfare Maurizio Sacconi. E’ quanto si evince dalla precisazione fornita oggi dal giudice della prima sezione civile della corte d’appello di Milano, Filippo Lamanna, il magistrato estensore del decreto con cui, lo scorso luglio, Beppino Englaro era stato autorizzato a interrompere l’assistenza nei confronti della figlia in coma da quasi 17 anni.

“Il decreto – ha chiarito Lamanna – non ha bisogno di alcuna ulteriore certificazione di esecutività perché la legge dice che tutte le volte che un provvedimento giudiziario non è più soggetto a impugnazione diventa definitivamente esecutivo”.

Sacconi non si dà per vinto, e aprendo uno scontro senza precedenti con l’ordine giudiziario ha ribadito che andrà dritto per la sua strada, ovvero quella di sanzionare duramente la clinica di Udine in caso di applicazione dell’ordinanza confermata dalla Cassazione. “Certi comportamenti difformi da quei principi – ha minacciato il ministro – determinerebbero inadempienze con conseguenze immaginabili”.

In mezzo a questo muro contro muro si trova la clinica friulana dove Eluana era attesa già nelle prossime ore. La dirigenza della casa di cura aveva ribadito stamane la disponibilità ad accogliere la paziente per mettere in pratica l’ordinanza, ma aveva precisato di voler prima verificare la regolarità giuridica di tale comportamento. “Abbiamo sospeso temporaneamente l’iter, in attesa che i legali che tutelano Eluana Englaro e la sua famiglia dimostrino che l’incursione del ministro Maurizio Sacconi non intacca la validità del decreto della Corte d’appello di Milano e della corte di Cassazione”, aveva spiegato Claudio Riccobon, riferendosi all’atto di indirizzo che il ministero del Welfare ha inviato a tutte le Regioni.

Nel documento di ieri, Sacconi sottolinea che interrompere nutrizione e idratazione delle persone in stato vegetativo persistente non è legale per le strutture pubbliche e private del servizio sanitario nazionale.

Riccobon ha confermato che “ora la questione è legale, o meglio giuridica. Noi confermiamo la nostra disponibilità ma in un percorso chiaro dal punto di vista legale. Saranno i legali della famiglia a decidere quando. Noi siamo pronti”. L’amministratore ha anche aggiunto che “non appena il provvedimento si rivelerà inefficace in termini di impedimento di esecuzione del decreto – come i legali della famiglia Englaro sostengono – Eluana sarà subito trasferita a Udine”.

La cautela della dirigenza della clinica è condivisa dai legali della famiglia Englaro. “Si darà corso alla sentenza senza mettere a repentaglio nessuno, siamo tutti ragionevoli, non vogliamo far correre rischi a nessuno e in questo senso la dichiarazione della clinica di Udine è chiara”, ha detto l’avvocato Vittorio Angiolini, intervenendo su Radio Uno. L’atto di Sacconi, ha aggiunto, “va reso pubblico” perché “è stato solo annunciato ed è un deterrente intimidatorio”. “In un Paese normale si discute sui casi su cui non c’è una sentenza definitiva che altrimenti – ha detto Angiolini – va applicata”.

Estremamente amareggiato per il provvedimento deciso a sorpresa ieri pomeriggio dal ministro Sacconi Carlo Alberto Defanti, il neurologo che ha in cura da anni Eluana Englaro. “Mi aspettavo manifestazioni di
piazza, presidi, ma non un atto così subdolo e sottile – ha commentato – hanno individuato l’anello debole di tutta la catena, la clinica, attuando una minaccia concreta che potrebbe far presumere il venir meno del finanziamento”. “Sembra di essere tornati indietro ai tempi di Montesquieu – ha detto ancora il neurologo – è come non essere più in uno Stato di diritto”.

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17 dicembre 2008

L’Europarlamento boccia la settimana lavorativa fino a 65 ore

STRASBURGO (17 dicembre) – Il parlamento di Strasburgo ha respinto la proposta di portare la settimana di lavoro nell’Unione europea fino a 65 ore. La votazione è stata accolta da un applauso degli eurodeputati. L’orario settimanale resta quindi di 48 ore e concede tre anni agli Stati Ue per derogarvi arrivando alle 65 ore settimanali.

Il relatore, lo spagnolo Alejandro Cercas (Pse), è stato abbracciato da molti colleghi subito dopo le votazioni sugli emendamenti. «Questa è un trionfo per tutti i gruppi del parlamento europeo ed è l’occasione per il Consiglio di cogliere questa opportunità per rendere la nostra agenda più vicina a quella dei cittadini europei», ha affermato Cercas subito dopo il voto.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=38764&sez=HOME_ECONOMIA

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Napoli, bufera sulla giunta Jervolino: Arrestati due assessori e due ex e un colonnello della Finanza, coinvolti magistrati e due parlamentari

Anche magistrati nel comitato d’affari, ma su di loro indaga la procura di Roma

In totale sono 13 le persone coinvolte nell’inchiesta. Tra di loro anche gli onorevoli Bocchino (Pdl) e Lusetti (Pd)

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L'imprenditore Alfredo Romeo (Pressphoto)
L’imprenditore Alfredo Romeo (Pressphoto)

NAPOLI – Operazione della Dia che segna un duro colpo al Comune di Napoli: due assessori sono stati arrestati. In carcere è finito l’imprenditore Alfredo Romeo, coinvolto nell’indagine sulla delibera «Global service», approvata dal Comune di Napoli. Altre 12 persone sono invece agli arresti domiciliari: tra essi due assessori della giunta comunale di Napoli, due ex loro colleghi e un ex provveditore alle opere pubbliche. L’operazione è stata condotta dalla Dia e dai Carabinieri di Caserta, che hanno eseguito le ordinanze cautelari firmate dal Gip di Napoli, che ha accolto le richieste della Direzione distrettuale antimafia napoletana, guidata dal procuratore Franco Roberti. I provvedimenti riguardano l’indagine sulla delibera «global service» approvata dal comune di Napoli per la manutenzione delle strade e del patrimonio pubblico oltre che per la gestione di mense scolastiche.

QUATTRO GLI ASSESSORI COINVOLTI – Sono quattro gli assessori del Comune di Napoli, già dimissionari oppure attualmente in carica, coinvolti nell’indagine. I quattro esponenti politici sono stati raggiunti mercoledì mattina da un provvedimento di custodia cautelare ai domiciliari. Enrico Cardillo è l’ex assessore al Bilancio (dimessosi il 28 novembre scorso, ndr) mentre Giuseppe Gambale era l’ex assessore alle Scuole. Ferdinando Di Mezza e Felice Laudadio, invece, sono ancora nella giunta Iervolino rispettivamente con le deleghe al Patrimonio e all’Edilizia.

I NOMI DEGLI ARRESTATI – Questi i nomi dei altri destinatari delle ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip del tribunale di Napoli nell’ambito dell’inchiesta sul global service, coordinata dal procuratore Giovandomenico Lepore, dal procuratore aggiunto e coordinatore della Dda Franco Roberti e dai pm Raffaello Falcone, Enzo D’Onofrio, Pierpaolo Filippelli. Alfredo Romeo, imprenditore napoletano, titolare della Romeo Service, unico per il quale è stata disposta la custodia cautelare in carcere. Agli arresti domiciliari sono Paola Grattani, sua collaboratrice; Guido Russo, ex funzionario dell’Arpa di fatto collaboratore di Romeo; l’ex assessore comunale all’istruzione ed ex parlamentare Giuseppe Gambale; l’ex assessore al bilancio del comune Enrico Cardillo; gli assessori comunali in carica Ferdinando Di Mezza (sue le deleghe al patrimonio e alla manutenzione degli immobili) e Felice Laudadio (edilizia); l’ex provveditore alle opere pubbliche della Campania Mario Mautone; il colonnello della guardia di finanza già in forza alla Dia Vincenzo Mazzucco. Destinatari di ordinanze sono inoltre Vincenzo Salzano e Luigi Piscitelli.

COINVOLTI ANCHE I DUE PARLAMENTARI BOCCHINO E LUSETTICi sono anche due parlamentari in carica tra le persone coinvolte nell’inchiesta della Dda di Napoli. Sono Italo Bocchino (Pdl) e Renzo Lusetti (Pd). Per entrambi l’accusa è associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d’asta. Sarebbe, inoltre, stata chiesta l’autorizzazione a procedere alla Camera dei deputati anche per poter utilizzare alcune intercettazioni telefoniche che vedrebbero il coinvolgimento di Bocchino e Lusetti.

COINVOLTI ANCHE MAGISTRATI – «C’è anche qualche magistrato» coinvolto nell’inchiesta, ma di questo stralcio si occupa «l’ordine giudiziario di Roma» ha spiegato successivamente il procuratore aggiunto di Napoli, Franco Roberti. Dall’inchiesta sugli appalti emerge, secondo l’accusa, un «comitato» composto da politici, funzionari e qualche magistrato che avrebbe aiutato Romeo. Il Procuratore capo della Repubblica di Napoli Giandomenico Lepore ha confermato che il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, non è indagato ma che invece ci sono indagati anche alla Provincia di Napoli. Lepore ha confermato che alcuni consiglieri comunali sono stati sentiti dai magistrati come persone informate sui fatti, ma ha smentito che tra i consiglieri vi siano degli indagati.
Lepore ha poi spiegato che alcune richieste «non sono state accolte dal Gip». In particolare alcune richieste di carcerazione dei pm napoletani sono state infatti trasformate in custodia cautelare ai domiciliari.

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17 dicembre 2008

fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_dicembre_17/napoli_assessori_arresti_33234354-cc07-11dd-bd86-00144f02aabc.shtml

GENOVA – Addio vecchi “Baroni”, linea verde del rettore

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17 dicembre 2008| FRANCESCO MARGIOCCO

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Parola d’ordine: svecchiare. Messa alle strette dai suoi problemi di bilancio, un buco di circa 17 milioni di euro, e dalla legge Finanziaria, che riduce drasticamente i fondi ministeriali agli atenei, l’Università di Genova annuncia il suo new deal. Anticipare – di due anni – l’età della pensione dei suoi professori. Liberando posti per i giovani. «È una misura contenuta nelle mie linee programmatiche – spiega il rettore, Giacomo Deferrari – approvata unanimemente dagli organi di governo dell’università. A gennaio diventerà ufficiale».

Non è la prima volta che l’ateneo ci prova. In passato Sergio Maria Carbone, avvocato e ordinario di diritto internazionale, aveva suggerito di introdurre la regola del «volontario prepensionamento dei docenti con maggiore anzianità di servizio». Ma la sua proposta era caduta nel vuoto. Ora il rettore torna alla carica. Con cautela: «Stiamo valutando l’opportunità – spiega con qualche giro di parole – di tagliare il cosiddetto “biennio Amato”, cioè la norma che consente ai dipendenti pubblici che hanno raggiunto l’età pensionabile di rimanere in servizio per altri due anni». A quella norma, però, i docenti sono molto affezionati. Soprattutto a Genova.

Nel già vetusto panorama delle università italiane, quella genovese vanta un primato. Ha i docenti più vecchi del paese: l’età media dei suoi professori ordinari, il gradino più alto della carriera, è di 60,3 anni (58,7 in Italia). Mentre i ricercatori, il gradino più basso, hanno in media 47,5 anni (44,7 nel resto del paese). «Mi rendo conto che andare in pensione prima, specialmente per chi ama il proprio mestiere, è doloroso. Ma temo – dice Deferrari – che sia inevitabile».

Dietro a questa scelta dolorosa ma inevitabile c’è la legge Finanziaria del governo Berlusconi. Che riconosce a ciascun ateneo la facoltà di prepensionare i propri docenti, valutando ogni singolo caso (chi può fermarsi fino a 72-75 anni e chi invece no) oppure prepensionando in blocco. Secondo il Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario, Cnvsu, una sorta di ufficio studi ministeriale, «sarebbe meglio valutare caso per caso, perché – spiegano dal Cnvsu – alcuni professori sono una risorsa che è un peccato perdere. Altri no». L’Università di Genova sembra invece propendere per l’anticipo uguale per tutti. «Ma – assicura Deferrrari – i professori prepensionati potranno comunque continuare ad insegnare, a fare ricerca a votare e ad essere eletti negli organi di rappresentanza».

Un modo per indorare la pillola. Ma la rinuncia al “biennio Amato”, così chiamato perché introdotto dalla riforma Amato delle pensioni, non si discute. «Entro il 2011 – spiega Deferrari – dobbiamo raggiungere la soglia del 90 per cento». Il riferimento è al Fondo di finanziamento ordinario, Ffo, che ogni anno il ministero stanzia per gli atenei. Una cifra, su scala nazionale, di quasi sette miliardi di euro, pari a circa il 63% delle entrate universitarie (il resto proviene dalle tasse studentesche, 17% circa, e da finanziamenti esterni, pubblici e privati). Questo Ffo, che per Genova è di 188 milioni l’anno circa, serve a coprire gli stipendi del personale docente e tecnico-amministrativo. Ma in alcuni casi non basta. Stando alla legge, le uscite in stipendi non dovrebbero superare il 90 per cento del Fondo. Stando ai fatti, alcune Università, come Trieste, Pisa o Firenze, oltrepassano il 100 per cento. Genova, in confronto, sta bene: 98,6 per cento. C’è un altro problema. La Finanziaria per il 2009 ha drasticamente ridotto l’Ffo, che a partire dal 2010 subirà tagli crescenti. «Il nostro bilancio è terribile – ammette Deferrari – e non possiamo stare fermi a guardare. Serve una controffensiva».

Tra le contromisure annunciate dall’Università di Genova, che ieri in consiglio d’amministrazione ha approvato il bilancio preventivo per il 2009, c’è la vendita di alcuni immobili inutilizzati, per un valore complessivo di otto milioni di euro. Anche grazie a quel denaro, il rettore vuole portare a termine il restauro dell’Albergo dei poveri, enorme e malconcio palazzo secentesco che oggi occupa le facoltà di Scienze politiche e, in parte, di Giurisprudenza. «Tra pochi giorni, entro il 2008, il restauro dell’Albergo (fermo da due anni, ndr.) riprenderà. In un futuro vicino diventerà un grande campus, con Giurisprudenza, Scienze politiche e Lingue. E con tante residenze per gli studenti». Un po’ meno brillante, almeno sulla carta, appare il futuro della ricerca genovese. I fondi destinati alla ricerca per il 2009 ammontano a 18,5 milioni, Circa tre milioni in meno rispetto a quest’anno. «Ma non tengono ancora conto – avvisa il rettore – dei progetti di ricerca nazionali ai quali stiamo partecipando, e di un altro fondo di cui disponiamo. La ricerca è una priorità assoluta».

E i precari? Protagonisti negli ultimi mesi di una battaglia sindacale senza precedenti per il rinnovo del loro contratto, i co.co.co che lavorano negli uffici dell’ateneo si sentono dimenticati. «Potrebbero rinnovarci il contratto – dice Milad Amini, bibliotecario co.co.co – . Temo che non lo faranno». Ma il rettore assicura che «verrà trovata una soluzione. Almeno per una parte di loro».

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fonte: http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/genova/2008/12/17/1101953142326-addio-vecchi-baroni-linea-verde-rettore.shtml