Archivio | dicembre 21, 2008

Natale in Palestina – Il diritto di essere un bambino / I sogni dei bambini palestinesi

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Storia di una donna palestinese, madre di cinque figli, nel campo di Beit Jibrin

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Scritto per Promiseland.it da Caterina Donattini

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Amal è madre di cinque figli. Due femmine e tre maschi. Amal è madre di un sesto figlio morto prima d’esser nato: successe durante la prima Intifada, nella sua casa irruppero i gas lacrimogeni israeliani e nulla poterono le pareti del suo ventre di fronte alla guerra. Fu così che al quinto mese di gravidanza i gas lacrimogeni la fecero abortire, là a Betlemme, vicino a dove si dice sia nato il bambino Gesù.

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Amal è palestinese e vive a Beit Jibrin, uno dei tre campi rifugiati di Betlemme. Ero con lei giovedì 30 ottobre, di sera, quando le forze armate israeliane hanno accerchiato il campo rifugiati. Io e una delle sue figlie siamo andate tra i vicoli del campo, nell’umido della pioggia, tra il fumo e gli spari, per rintracciare il fratello minore e trascinarlo a casa. Era in un angolo, di fianco ad un mucchio di pietre, insieme a tanti altri ragazzini come lui, convinti di poter sfidare quei soldati che venivano armati a ricordare l’occupazione ad un popolo oppresso. Quando siamo rientrati la madre lo ha coperto di improperi. Nel campo rifugiati ci sono collaborazionisti: “Guarda i tuoi fratelli! Vuoi finire anche tu in prigione? Cretino!”. Amal ha tre figli maschi: uno di 18 anni, adesso in prigione; uno di 27, uscito di prigione l’anno scorso; e poi Moeyyed, 15 anni, ancora sano e salvo, a casa.

La preoccupazione di Amal non era infondata. Il pomeriggio seguente l’Autorità Palestinese ha bussato alla sua porta: “Tuo figlio Moeyyed è ricercato, insieme a lui altri quattro quindicenni nel campo”. Sono stati tutti interrogati e poi rilasciati il giorno dopo. Il 3 novembre 2008 alle 3 del mattino si odono colpi violenti alla porta di casa. Amal accorre terrorizzata e apre la porta: un fucile la spinge da un lato mentre altri 7 fucili spianati entrano in casa; 8 soldati israeliani a volto coperto nel cuore della notte, nuovamente, nel suo salotto. Tutta la famiglia viene riunita in una stanza, i soldati frugano ovunque, rovesciano gli scaffali, aprono gli armadi. Poi uno ldi loro chiede: “Chi è Moeyyed?” Dopo un lungo silenzio Amal lo indica: è lui, quel suo figlio quindicenne in calzini e maglietta, con gli occhi ancora segnati dal sonno. “Vi scongiuro, cosa ha fatto, è un bambino, non portatemelo via!”

Oggi non si sa nulla di Moeyyed. Per 12 giorni verrà interrogato a bastonate.
La legge israeliana prevede che Moeyyed possa essere interrogato e detenuto per 12 giorni senza conoscere l’accusa contro di lui, senza consultare un avvocato e senza che i suoi genitori sappiano dove si trovi e possano visitarlo.
La prassi israeliana prevede comunemente l’arresto di minorenni.

L’Ong a sostegno dei detenuti palestinesi, Addameer, riporta che il 30 ottobre soldati israeliani sono entrati in una scuola superiore del campo rifugiati di Aroub nella zona di Hebron picchiando, ammanettando, incappucciando ed infine arrestando 10 ragazzini, tutti sotto i 16 anni. A volte la loro colpa è quella di lanciare pietre contro i carri armati israeliani, ma spesso il loro arresto serve ad ottenere indicazioni su persone coinvolte nella resistenza, ultimamente anche con la collaborazione dell’Autorità Palestinese. I bambini infatti hanno minore resistenza durante gli interrogatori. Il semplice fatto di far parte di un partito costituisce nei territori occupati un motivo sufficiente per rimanere in prigione fino a due anni.

La Convenzione Internazionale sui Diritti dei Bambini ribadisce il diritto all’assistenza legale e chiede di evitare la detenzione dei bambini.
Nonostante questo i diritti dei bambini palestinesi sono costantemente violati.
Secondo uno studio dell’Unrwa condotto nel 2004 in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, quasi la metà dei bambini residenti in questi territori (48%) ha subito violenza diretta o indiretta.

Il 93% dei bambini dichiara di sentirsi vulnerabile ed esposto a subire violenze. Il 59% degli adolescenti tra i 13 e i 17 anni ha dichiarato di ritenere i propri genitori incapaci di proteggerli. Dall’inizio del 2000 fino al 2005 più di 756 bambini palestinesi sono stati uccisi, 2500 bambini sono stati imprigionati. Secondo Defence for Children International “circa il 95% dei bambini arrestati e/o detenuti sono stati soggetti ad abuso fisico e/o psicologico, spesso risultante in chiare forme di tortura”. Anche il Comitato Internazionale contro la Tortura si è detto preoccupato per le denuncie di “tortura e maltrattamenti subiti dai minori palestinesi detenuti”.

Nella legislazione israeliana la definizione di bambino cambia a seconda che si tratti di un soggetto palestinese o israeliano: nel primo caso si è bambini fino ai 16 anni, nel secondo fino ai 18. Questa madre palestinese che piange con gli occhi di una donna cui troppi figli sono stati strappati, rivendica ogni giorno da quando le hanno portato via Moeyyed il diritto di chiamarlo “bambino”.

http://it.peacereporter.net

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News Inserita da Daria Mazzali Promiseland.it Redazione Italia

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fonte: http://www.promiseland.it/view.php?id=2638

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https://i1.wp.com/www.ilgridodeipoveri.org/gdp/images/11312_a26433.jpgDisegno di un bambino palestinese

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Fa male? A me molto.. Ma è inutile nascondersi dietro un dito. Questo è il vero Gesù Bambino, simbolo di tutti i bambini del mondo massacrati dai tanti, troppi Erode della terra. Buon Natale.

mauro

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I SOGNI DEI BAMBINI PALESTINESI

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Si svegliano urlando, con le lenzuola avvolte intorno alle gambe, o, terrorizzati, tremano sotto le coperte: le notti dei bimbi palestinesi sono sconvolte dalla repressione israeliana della rivolta iniziata 10 mesi fa.

I loro sonni non sono disturbati da streghe e mostri, ma da elicotteri israeliani, mitragliatrici, soldati in assetto da guerra e carrarmati.

Quelli non direttamente esposti ai combattimenti, hanno visto le immagini grafiche del sangue attraverso la televisione.

Un ragazzo palestinese sogna di restare decapitato da un missile israeliano mentre torna a casa da scuola, zainetto in spalla.

Una bambina 11enne sogna di far esplodere le bombe strette intorno al suo corpo di fronte al primo ministro israeliano Sharon ed al suo predecessore, Barak: I due muoiono dilaniati, mentre lei, miracolosamente, sopravvive.

Lo psicologo clinico palestinese dottor Shafiq Masalha ha collezionato circa 300 sogni, stabilendo che il 78% dei bambini palestinesi fanno sogni che hanno a che fare con la politica, mentre il 15% sogna di morire come martire.

Il dottor Masalha ha dato a 150 bambini di diversi campi profughi della Cisgiordania, libri da colorare e matite con cui documentare I loro sogni, attraverso il racconto scritto e attraverso il disegno.

Ha poi decifrato I quaderni pieni di figure, colorati di rosso e nero, rappresentanti la potenza israeliana contrapposta al coraggio palestinese.

Molti di essi si dipingono come eroi, coloro che riusciranno a mettere fine all’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza.

Una bambina 11enne ha sognato di trovare un missile israeliano inesploso e di averlo usato per colpire un insediamento di coloni. “Molti israeliani sono morti nell’attacco. Vedendo il missile che io avevo trovato, la polizia imparo’ a costruirne e, ogni notte, con essi, colpivano gli insediamenti, finche’ I coloni scapparono”, scrive la bimba.

Masalha ha detto che molti disegni terminavano con la frase: “Vorremmo essere come tutti gli altri bambini”.

Lo psicologo sostiene che la miseria causata dall’assedio israeliano e la morte di quasi 570 palestinesi, dozzine di essi adolescenti, spaventano I bambini dei Territori occupati.

La televisione contribuisce a dilatare il trauma. Il dottor Iyyad al Sarraj del Centro di Salute mentale di Gaza, ha messo in guardia le autorita’ circa la pericolosita’, per la salute mentale dei bambini, della messa in onda di scene devastanti in ore non consone.

Il campo profughi di Aida, presso Betlemme, e’ la casa di centinaia di bambini palestinesi le cui notti sono terrorizzate dalle scene di violenza vissute durante il giorno, nel quotidiano confronto con le forze d’occupazione.

La loro scuola e’ nei pressi di un sito che conserva le spoglie della matriarca biblica Rachele, ed e’ percio’ presidiato da militari israeliani. I colpi sparati dai militari colpiscono spesso le pareti della scuola.

L’assistente sociale Iman Saleh aiuta I bambini traumatizzati a controllare le loro paure ed insegna loro tecniche di sopravvivenza quali stendersi sul pavimento allorche’ la scuola e’ presa di mira, o canzoni che li distraggano dal suono delle pallottole.

Molte mamme si rivolgono a lei preoccupate del fatto che I loro figli bagnano il letto, non si impegnano abbastanza nello studio, ingaggiano lotte libere a scuola o a casa. Le loro vite sono immerse nella rivolta.

“Prima dell’Intifada, la loro vita era quasi normale”, sostiene Iman. “Ora vogliono solo giocare a palestinesi contro soldati”. Alcuni bambini giocano a lanciare pietre, altri, armati con attrezzi piu’ professionali, quali fionde simboleggianti armi automatiche, fingono di essere soldati.

Il dottor Sarraj ritiene che I bambini che assistono alle scene di violenza attraverso la TV non sono psicologicamente rovinati, ma turbati e fortemente spaventati.

Quelli le cui case sono state demolite dai bulldozers israeliani, che hanno visto gente morire o che hanno avuto lutti in famiglia sono realmente sottoposti a traumi pericolosi.

Essi esprimono il trauma attraverso un mutamento del comportamento che si evince da una forma di violenza contro se stessi. Molti sono preoccupati per il loro rendimento scolastico, non riescono a concentrarsi sullo studio e, come sintomo cardinale, soffrono di enuresi notturna.

Sarraj, che guida otto centri di igiene mentale a Gaza, ritiene che, se non si corre prontamente ai ripari, questa situazione influenzera’ la societa’ palestinese di domani.

I BAMBINI CRESCONO IN UNA PENTOLA A PRESSIONE

Il dottor Sarraj sostiene che la societa’ palestinese e’ come una pentola a pressione per I bambini, che crescono con una intensa coscienza politica, specie dall’inizio dell’Intifada.

Il blocco militare israeliano ha rafforzato I legami all’interno delle comunita’.

“Non abbiamo un’adolescenza innocente”, dice Sarraj, aggiungendo che I bambini “sono molto politicizzati e molto influenzati dalla situazione a cui sono esposti”.

Al campo profughi di Aida, la 13enne Shatha Yusef vuole diventare ingegnere agricolo per “impedire la confisca delle terre da parte di Israele”. Suo fratello Sarey, di nove anni, vuole diventare un combattente degli Hezbollah. I sogni di entrambi sono disturbati. Shatha sogna spesso che un bimbo di Gaza ucciso all’inizio della rivolta le chiede aiuto.

Suo fratello sogna il corpo del suo amico Mota’z coperto di pallottole pendente da una trave. Saray ha visto effettivamente il corpo del suo compagno di giochi ucciso dagli israeliani alcuni mesi fa, in televisione, sepolto come un giovane eroe palestinese.

A volte esprime il desiderio di diventare martire come Mota’z, altre di diventare soldato “per proteggere le case palestinesi dalle demolizioni dei soldati israeliani. Mio padre mi ha detto che I martiri vanno in paradiso, cosi’ io gli ho detto che, quando avro’ 17 anni, andro’ fuori a tirare pietre”.

Sarraj afferma che I bambini palestinesi ritengono il martirio per la causa del loro popolo come “l’ideale piu’ alto”. “E’ una forma di glorificazione ammessa dalla societa’. Finche’ vi e’ l’occupazione israeliana, finche’ vi sono gli insediamenti vi saranno anche giovani pronti a morire e a diventare bombe umane”.

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fonte: http://www.arabcomint.com/i_sogni_dei_bambini_palestinesi.htm

LA LETTERA – Il Natale Nero di Alitalia

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Egregio direttore, mi chiamo Paolo e sono un Comandante Alitalia. Ho 42 anni e sono padre di 3 figli. La prego, non me ne voglia ma ho scelto volutamente di rimanere “anonimo” con un motivo ben preciso: come lei ben sa, nel nostro paese la libertà di espressione e di parola è ormai solo un’utopia.

La strada che si sta percorrendo in Italia ha una strategia ben precisa atta a contenere il più possibile ogni forma di protesta legittima da parte dei cittadini a far valere i propri diritti nell’ambito del sociale, anche attraverso forme di repressione. I mezzi informatici sono strumenti potenti ma facilmente intercettabili ed io in un momento come questo ho paura di tutto.nel seguito della mia lettera capirà sicuramente il senso di questa mia scelta. Le scrivo per esprimerle il disagio, lo stato d’animo e la forte preoccupazione di tutti i lavoratori di Alitalia in questo drammatico periodo.

Non è nel mio stile fare differenze tra i lavoratori ma credo che la mia storia pur essendo diversa da quella di altre categorie, possa avere un forte legame con i percorsi di vita degli altri lavoratori.

Ho raggiunto alla mia età un livello professionale elevato. Sono in Alitalia da 18 anni e Comandante da circa 10. Una posizione raggiunta con notevoli sacrifici. Una vita dedicata a questa professione ed una dedizione praticamente totale.

Ho iniziato da molto giovane ed il percorso è stato complicatissimo. Anni ed anni di studi, di durissime selezioni e di notti in bianco passate sui libri lontano dalla famiglia. E’ un mestiere molto complesso ed i retroscena purtroppo sono poco noti. La responsabilità che riveste il ruolo di comandante è enorme sia in termini di legge, sia nei confronti dell’esercente, che verso le vite umane che gli vengono affidate.

Tutto ciò significa che l’etica ed il livello professionale che ci viene richiesto è elevatissimo. Dobbiamo essere costantemente aggiornati sui cambiamenti delle normative, abbiamo l’obbligo di essere periodicamente addestrati e controllati secondo gli standard di sicurezza previsti dalla normativa mondiale. Se il livello professionale richiesto non viene raggiunto, si perdono le funzioni di pilota o di comandante e si viene destinati ad altre mansioni.
Poco si conosce della nostra vita privata che spesso viene dipinta come agiata e piena di privilegi.

Posso assicurarle che non è così… 20 giorni al mese trascorsi lontano dalla propria famiglia senza distinzioni tra sabati, domeniche, Natale, Capodanno, e feste comandate. Lontano dai propri figli che non puoi seguire nella loro vita quotidiana: la scuola, i compiti, il catechismo, le varie attività… I problemi della loro crescita, l’educazione, l’adolescenza… Torni a casa dopo una settimana e li trovi cresciuti, cambiati… parole nuove. Gesti nuovi.

E tu che non c’eri, rimpiangi quei giorni passati al telefono mentre avresti voluto essere presente ai gesti dei tuoi figli. Ti senti in colpa ma continui a ripetere a te stesso all’infinito che è giusto così perché la certezza del futuro dei tuoi figli dipende solo da te e dalla tua professione.

E per fortuna che a casa c’è tua moglie, una donna splendida… la colonna portante della famiglia che educa i tuoi figli.
Professione. Certezze. Futuro.
Ma quale certezze?? Ma quale futuro??

Da qualche giorno ho ricevuto la lettera di cassa integrazione ed il mondo mi è crollato addosso. Dopo 3 mesi di angoscia tutto è finito nel giro di pochi secondi.

Professione, sogni, progetti futuri, serenità famigliare, sorriso. Nessuna prospettiva per il mio futuro con le certificazioni professionali che scadranno tra 90 giorni. E dopo il buio profondo. A casa senza più lavoro. Umiliato nel profondo dell’animo, come uomo e come professionista. Vergognosi, inaccettabili e lesivi della dignità umana, sono stati i metodi di esclusione da quella che sarà la futura presunta compagnia di bandiera. Gravissime le discriminazioni fatte durante questo processo che hanno portato a non considerare abilitazioni e certificazioni professionali, ad escludere lavoratori con legge 104, madri in part-time o con esonero notturno oppure a mettere in cassa integrazione entrambi i coniugi facenti parte della stessa azienda con figli a carico!!!!
Vuole sapere come hanno fatto a comunicare le lettere di cassa integrazione agli operai di Fiumicino? Li è andati a prendere la security direttamente sul posto di lavoro, li ha radunati tutti in una enorme sala, gli ha requisito i tesserini aziendali e li ha accompagnati fuori dall’aeroporto. E mentre si consumava questa tragedia, il nostro premier brindava con gli autori di questo massacro…

Non voglio entrare in merito a questa sporca operazione, forse senza precedenti. Non voglio parlare né di sindacati, né di governo e nemmeno di contratti. Non mi importa nulla di tutto ciò. Il mio è un drammatico grido disperato di rabbia e di dolore che si alza a nome di tutti gli onesti lavoratori di Alitalia che hanno dedicato una vita a questa azienda ai quali è stato tolto il sorriso…

Un dramma sociale senza precedenti per tutte le nostre famiglie. Ed intorno a noi un’assordante silenzio. Forse voluto… Lo stato d’animo dei nostri equipaggi che stanno volando in questo periodo è preoccupante, non voglio spingermi oltre… E per favore che nessuno si azzardi a dire che la responsabilità è dei lavoratori perché questa è una vile menzogna. Chi conosce la vera storia di Alitalia sa benissimo di cosa sto parlando! Capisce ora perché voglio restare anonimo? Ho paura del futuro e non riesco a vivere il presente.

E quando ieri il più piccolo dei miei bimbi mi ha chiesto perché i suoi amichetti dell’asilo avevano già fatto la letterina a Babbo Natale e noi no, non ho saputo rispondere perché l’emozione ha avuto il sopravvento su di me e sono scappato in camera mia a piangere davanti alle spensierate fotografie di quando Papà andava fiero di portarli in volo con lui.

Spero che esista una giustizia divina e che un giorno qualcuno paghi caro per questo dramma sociale che ha colpito solo chi chiede di lavorare onestamente… Una cosa è certa, se un giorno tornerò a fare il mio lavoro non mi dimenticherò mai di questa sofferenza e nulla sarà più come prima.

Ci sono violenze che nessuna parola di pace potrà mai placare.

A nome di tutti coloro che hanno perso il lavoro.

Paolo

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21 dicembre 2008

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=39263&sez=HOME_MAIL


Fmi: «Il 2009 sarà più nero del previsto: possibili tagli alle stime già a gennaio»

Damiano: il governo pensi alla crisi, non al presidenzialismo
Bonaiuti: l’esecutivo è intervenuto, dal Pd nessuna proposta

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La sede del Fondo monetario internazionale ROMA (21 dicembre) – La crisi internazionale preoccupa sempre più. E dal Fondo Monetario Internazionale arriva un nuovo allarme. In un’intervista alla Bbc Radio, il direttore generale Dominique Strauss-Kahn prevede un 2009 «duro» e annuncia che potrebbero essere tagliate le stime di crescita globale già a gennaio.

Strauss Kahn si mostra «particolarmente preoccupato per il fatto che le nostre stime, già particolarmente negative, potrebbero peggiorare ulteriormente se non verranno implementati adeguati stimoli nelle politiche di bilancio dei diversi Stati».

Damiano: il governo pensi alla crisi, non al presidenzialismo.
«Non è tempo di dibattiti sul presidenzialismo ma di incisive iniziative di governo per fronteggiare la crisi – dice Cesare Damiano, vice ministro del Lavoro del governo ombra – Si dia seguito alle promesse che vengono ripetutamente formulate o dal presidente del Consiglio o dai suoi ministri e che riguardano temi importanti, come le risorse per ammortizzatori sociali universali o le misure contro la crescente disoccupazione. Purtroppo il tempo ci dà ragione. Le stravaganze del ministro Sacconi sulla detassazione degli straordinari in tempo di crisi e sull’appoggio in Europa ai sostenitori della settimana lavorativa a 65 ore, si risolvono nel loro contrario: cioè nella proposta della settimana lavorativa di 4 giorni proposta da Berlusconi. Forse sarebbe il caso che presidente e ministro si parlassero prima e che il governo tutto si attrezzasse per affrontare rapidamente i problemi concreti di milioni di famiglie».

Bonaiuti: il governo è intervenuto, dal Pd nessuna proposta. «Il governo – ribatte Paolo Bonaiuti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio- è stato il primo in Europa ad affrontare la crisi difendendo i risparmiatori, che non hanno perso nemmeno un euro dei loro depositi, e rimettendo in moto il credito alle piccole e medie imprese che producono e danno lavoro. Il governo ha aiutato i più poveri, con una carta acquisti da 480 euro l’anno, ha sostenuto gli anziani e le famiglie. Dalla sinistra non è venuta neppure una proposta concreta. Ma di che stanno parlando?».

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=39264&sez=HOME_ECONOMIA


Bossi sul presidenzialismo: «Prima il federalismo, poi vediamo» / Silvio e la voglia di presidenzialismo

«È un’idea che ha sempre avuto Berlusconi. Noi non abbiamo mai pensato al presidenzialismo. Ora pensiamo al federalismo, poi vediamo…». Così il ministro delle Riforme, Umberto Bossi, durante il brindisi che segue il concerto di Natale al Senato, risponde ai giornalisti dopo la conferenza stampa di sabato, di Silvio Berlusconi.

Il presidente del Consiglio, infatti, a margine della conferenza, ha parlato del suo desiderio che l’Italia diventi una Repubblica presidenziale e, su questo tema, ha manifestato apertura affinché «non si sia divisi» tra maggioranza e opposizione. «La riforma presidenziale – ha ricordato – è una cosa su cui avevamo lavorato nel ‘94, era inserita nel programma. Comunque è una cosa che tutti quelli che sono del settore sanno che è auspicabile. Ma questa – ha sottolineato il premier – è una cosa che si deve fare solo non divisi, c’è bisogno che ci sia il 100 per cento».

Berlusconi è tornato anche a parlare dei pochi poteri che il premier ha a Costituzione vigente. «C’è – ha spiegato – una carenza di potere del presidente del Consiglio che è negativa, bisogna che abbia almeno i poteri che hanno gli altri presidenti: dovrebbe almeno poter dimissionare un suo ministro».

Ma la replica critica del Carroccio non si è fatta attendere. Così anche quella dell’Udc: «Con il presidenzialismo cade definitivamente la ‘bozza Violante’ di riforma costituzionale che nella passata legislatura aveva trovato convergenze tra gli schieramenti. Il presidenzialismo richiederebbe una riforma costituzionale diversa da quella immaginata, a partire dal Senato federale, dalla abolizione del bicameralismo perfetto oltre ai compiti della Camere». Lo sostiene Maurizio Ronconi (Udc) secondo cui, dopo le parole del premier «si riparte da zero con il sospetto che l’obiettivo sia quello di fermare tutto ad iniziare dal federalismo fiscale che non è estraneo ad una compatibile riforma costituzionale».

A supporto del premier, interviene invece il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri che sottolinea come «il presidenzialismo è una bandiera del centrodestra» ed «è un nostro obiettivo e riteniamo che i tempi siano maturi anche in Italia per una democrazia forte e stabile».

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21 dicembre 2008

fonte: http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=74468

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Silvio e la voglia di presidenzialismo

Il premier: è la formula costituzionale migliore per il governo di questo Paese

di AUGUSTO MINZOLINI
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ROMA
Forse Silvio Berlusconi non si è mai sentito così forte
come in questo momento. La crisi economica che imperversa sul Paese non ha scalfito i suoi indici di gradimento che viaggiano – a sentire lui – intorno al 72%.

E la «tangentopoli rossa» sta dilaniando il Pd di Walter Veltroni, cioè il principale partito d’opposizione. In queste condizioni il premier, che ha regalato per Natale ai nipotini un pupazzo con le sue sembianze nel costume di Superman, rilancia e si disegna un ruolo per il futuro, quello di Presidente della Repubblica eletto dal popolo. Insomma, sogna il passaggio in Italia dal regime parlamentare a quello presidenzialista, come gli Usa di Obama e la Francia di Sarkozy. Dall’altro, si mostra magnanimo con l’opposizione, ma, anche estremamente determinato sull’azione di governo: nel primo Consiglio dei ministri di gennaio, infatti, il governo approverà la riforma della giustizia.

Il Cavaliere non sembra porsi né limiti, né confini al punto da candidarsi a guidare il Paese, magari in un altro ruolo, da qui a un decennio. «Io credo – ha osservato ieri – che il presidenzialismo sia la formula istituzionale migliore dal punto di vista della governabilità. L’attuale architettura istituzionale non conferisce al premier i poteri necessari per essere incisivo. Non può cambiare i suoi ministri. Ha un solo strumento, quello del decreto legge, che deve comunque passare al vaglio del Capo dello Stato. Una democrazia bipolare trarrebbe un grande vantaggio dal presidenzialismo. Non è un argomento che affronteremo a breve. Neanche nel prossimo anno. Ma spero che nel corso della legislatura si possa aprire con l’opposizione un confronto su una riforma che ritengo fondamentale. Una riforma che si può fare solo con il concorso di tutti, con un consenso del 100%. Scelta questa linea, si può discutere di tutto, anche del semipresidenzialismo che piace a Massimo D’Alema».

L’uscita, improvvisa, è importante non solo per comprendere il ruolo che Berlusconi prefigura per sé in futuro, ma soprattutto perché ne descrive lo stato d’animo. E il premier la getta lì – e questo dimostra che la stia pensando davvero – tenendo conto di tutte le cautele del caso: è una riforma che andrà in porto, sempre che si faccia, solo nella parte finale della legislatura, soprattutto per non mettere in allarme l’attuale inquilino del Colle; dall’altra, il Cavaliere la considera possibile solo con il concorso dell’opposizione.

E arriviamo alla debolezza dell’opposizione, cioè al motivo per cui il premier si sente estremamente forte. Berlusconi ha capito che il suo interlocutore è debole ed è a capo di un partito diviso. E’ il motivo che lo porta a non infierire. Rifiuta l’espressione tangentopoli rossa («è una brutta parola»). Si mostra garantista nelle inchieste che riguardano le amministrazioni di centro-sinistra («credo nei tre gradi di giudizio e spero che gli imputati dimostrino la loro estraneità alle accuse»). Addirittura fa di tutto per dimostrare che non ha approfittato delle difficoltà dell’avversario: «C’erano le condizioni per sciogliere il Comune di Napoli e andare alle elezioni ma non l’abbiamo fatto. Detto questo, la Iervolino dovrebbe dimettersi». E anche se non sposa esplicitamente la tesi, non nega i sospetti sulle finalità politiche della tangentopoli rossa, cioè che potrebbe trattarsi di un tentativo della parte più politicizzata della magistratura di fissare il Pd su posizioni giustizialiste accanto a Di Pietro. «Lo dice lei – è la sua battuta – si dia una risposta». Del resto, che una parte della magistratura si muova secondo logiche politiche è una delle convinzioni più radicate in Berlusconi. «Quando nel Pd ci sarà chi avrà il coraggio di dire che su questo punto Berlusconi ha ragione – chiosa il portavoce Paolo Bonaiuti – avverrà una rivoluzione culturale nel partito, come quando Fantozzi gridò che la corazzata Potiomkin era “una cagata pazzesca”».

Ecco perché, alla fine, per la ripresa di un dialogo costruttivo con l’opposizione il premier pone solo una condizione: «Il Pd deve rompere l’alleanza con il campione del giustizialismo, Antonio Di Pietro». Un passo imprescindibile, visti i punti fondamentali della riforma della giustizia che il Cavaliere ha in mente: divisione dei giudici e dei pm in due ordini distinti (un modo diverso per definire la separazione delle carriere), con il pubblico ministero ridotto al rango di avvocato dell’accusa; e ancora, maggiori poteri nelle indagini alla polizia giudiziaria, cioè ad un corpo di polizia che dipende dal potere esecutivo; per non parlare del disegno di legge sulle intercettazioni, che il premier vuole modificare in modo da restringere l’uso di questo strumento investigativo solo per i reati più gravi (mafia e terrorismo). Uno schema contro il quale Di Pietro lancerà tuoni e fulmini. Ecco perché Veltroni deve decidere da che parte stare e, se non lo farà lui, il premier spera sempre che dentro il Pd i garantisti facciano sentire la loro voce. «Ieri – ha fatto notare – sulla mozione di Follini che chiedeva la fine dell’alleanza con Di Pietro D’Alema non ha votato contro, ma si è astenuto. Spero che qualcosa cambi là dentro».

Inutile dire che Berlusconi ci crede poco, ma in questo momento non gli costa nulla tentare. «In fondo, l’alleanza con Di Pietro – insinua – a Veltroni ha fatto perdere solo voti. In Abruzzo per loro è stata una catastrofe». E se nel Pd non succederà nulla, se Veltroni continuerà a seguire Di Pietro, il Cavaliere non avrà problemi: è abbastanza forte da poter fare tutto con la sua maggioranza. «Io lancio il presidenzialismo – chiosa – perché è la conseguenza logica della filosofia per cui questo governo piace alla gente: il decisionismo».

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21 dicembre 2008

fonte: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200812articoli/39396girata.asp

Svezia, scontri e tensione a Malmoe esplode il quartiere degli immigrati

Da giorni la zona di Rosengaard è teatro di violenti incidenti

All’origine lo sgombero di una moschea occupata da gruppi di giovani

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Svezia,  scontri e tensione a Malmoe esplode il quartiere degli immigrati MALMOE (Svezia) – Tensione altissima a Malmoe, in Svezia, dove la polizia pattuglia in maniera massiccia le strade di Rosengaard, un quartiere abitato in prevalenza da immigrati e teatro da qualche giorno di incidenti e scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. All’origine del malcontento, lo sgombero di una moschea che era stata occupata da gruppi di giovani.

Nel quartiere si susseguono scaramucce e lanci di sassi si registrano ancora nel quartiere, dopo gli incendi di auto e cassonetti e il fitto lancio di bottiglie molotov che aveva caratterizzato la notte tra venerdì e sabato, quando la polizia aveva arrestato diversi manifestanti. Per prevenire nuovi gravi incidenti, nella zona di Rosengaard sono stati schierati oltre 200 agenti in assetto antisommossa.

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21 dicembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/12/sezioni/esteri/svezia-incidenti/svezia-incidenti/svezia-incidenti.html?rss

Iran, chiuso centro diritti umani del premio Nobel Shirin Ebadi

A Teheran la polizia ha fatto irruzione nella sede dell’organizzazione dell’avvocato impegnato da anni in difesa delle donne, dell’infanzia e dei dissidenti

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Iran, chiuso centro diritti umani del premio Nobel Shirin Ebadi

Shirin Ebadi

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TEHERAN – La polizia iraniana ha fatto irruzione e chiuso d’autorità il quartier generale del Centro dei Difensori dei Diritti Umani, organizzazione non governativa guidata dall’avvocato Shirin Ebadi, la pacifista e femminista insignita nel 2003 del premio Nobel per la Pace per il suo impegno a favore delle donne, dell’infanzia e dei dissidenti.

Lo ha denunciato la vice di Ebadi, Narges Mohammadi, secondo cui all’operazione hanno preso parte agenti in uniforme di ordinanza ma anche altri in borghese, probabilmente appartenenti dunque ai corpi speciali. “Hanno messo i sigilli al nostro ufficio e ci hanno intimato di sgomberarlo senza opporre resistenza. C’è anche la signora Ebadi”, ha precisato.

“Non abbiamo altra scelta che andarcene”. Durante l’incursione è stato fatto l’inventario dei beni di proprietà dell’associazione. “Non ci hanno mostrato l’ordine di perquisizione emesso dalla magistratura, ce ne hanno soltanto comunicato il numero di protocollo”, ha accusato la militante.

Secondo Mohammadi, diverse decine di poliziotti di rinforzo si erano radunati davanti all’edificio, situato nella parte nord-occidentale della capitale iraniana. Proprio oggi il gruppo umanitario avrebbe dovuto celebrare nella sua sede una cerimonia per commemorare, a posteriori, il sessantesimo anniversario della fondazione, caduto il 10 dicembre scorso; quello stesso giorno Ebadi, 61 anni, prima donna di fede musulmana a ricevere il Nobel per la Pace, si trovava a Ginevra, presso il Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, dove ha pronunciato un discorso con cui ha lanciato un appello per il riconoscimento di un ruolo più ampio alle Ong nelle attività dell’organismo Onu e di altri enti ufficiali analoghi.

Fondato dalla battagliera avvocatessa insieme a quattro colleghi lo stesso anno in cui le fu conferito il Nobel, il Centro dei Difensori dei Diritti Umani è considerato la principale entità per la tutela delle libertà civili esistente nella Repubblica Islamica. Ha difeso sistematicamente innumerevoli oppositori, prigionieri politici, dirigenti dei movimenti studenteschi e personalità perseguitate per la loro lotta a favore della libertà di coscienza. Di recente si è distinto in particolare per l’appello, rivolto al regime degli ayatollah, affinché siano bloccate le continue esecuzioni di condannati per reati di minore gravità. Il mese scorso, durante un raduno dell’organizzazione, Ebadi attaccò il nuovo codice penale iraniano, sottolineandone il mantenimento delle discriminazioni a danno delle donne e l’interpretazione a suo dire “scorretta” dei principi dell’Islam.

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21 dicembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/12/sezioni/esteri/iran-diritti/iran-diritti/iran-diritti.html?rss

M.O.: ancora razzi da Gaza, Israele prepara un’offensiva

Due giorni fa Hamas ha ufficialmente posto fine alla tregua

Continui attacchi sul Negev. Livni e Barak: “L’esercito si prepari”

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ancora razzi da Gaza Israele prepara un'offensiva

Casa israeliana colpita dai razzi Qassam

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TEL AVIV – Si fa sempre più tesa la situazione al confine tra Gaza e Israele. Due giorni dopo la dichiarazione con cui Hamas ha posto fine alla tregua entrata in vigore a giugno, Israele si prepara a rispondere con una massiccia offensiva ai continui lanci di razzi Qassam contro le comunità israeliane nei pressi del confine. Stamattina altri cinque razzi sono caduti sul Negev occidentale e una persona è rimasta ferita lievemente dalle schegge, mentre un jet israeliano ha colpito con un missile un lanciarazzi pronto a fare fuoco, senza fare vittime.

Se il ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni si impegna a porre fine al dominio di Hamas a Gaza, il titolare della Difesa Ehud Barak afferma: “Non possiamo accettare la situazione che si è venuta a creare. Ho ordinato all’esercito e agli apparati della sicurezza di prepararsi e di farsi trovare pronti” per ogni scenario. Anche il premier dimissionario, Ehud Olmert, ha dichiarato che “un governo responsabile non corre in guerra, ma neanche scappa” di fronte a un eventuale conflitto. “Gli scenari sono chiari”, ha proseguito Olmert, “i piani sono chiari, la determinazione è chiara, così come lo sono le implicazioni di ciascuna mossa”.

Fonti militari hanno riferito al quotidiano Haaretz che Israele dovrà “assumere una linea aggressiva”. “Abbiamo dato ad Hamas la possibilità di cessare gradualmente i lanci di razzi, ma questo non ha funzionato. Questo livello di violenza, con dieci lanci di razzi al giorno, è inaccettabile”. Altre fonti hanno detto al Jerusalem Post che sono pronti “i piani operativi” per ogni tipo di soluzione, e che l’esercito israeliano potrebbe anche “riconquistare la striscia di Gaza”, abbandonata da Israele nell’estate del 2005, e finita sotto il controllo di Hamas nel giugno 2007.

Solo nella giornata di ieri i miliziani palestinesi hanno sparato 13 razzi e 20 colpi di mortaio. L’aviazione israeliana ha condotto una serie di operazioni nella Striscia per fermare questi attacchi, e ieri nel primo raid aereo dalla fine della tregua è rimasto ucciso un miliziano delle Brigate dei Martiri di al Aqsa, il braccio armato di Fatah.

Gran parte di questi attacchi verso il sud di Israele sono stati rivendicati dalla Jihad islamica e da altri gruppi armati minori, ma Hamas, che ha il pieno controllo di Gaza, ha minacciato che potrebbe compiere nuovi attentati suicidi in territorio israeliano. “La resistenza deve continuare in ogni modo e con ogni mezzo, fino a quando continuerà l’occupazione”, ha detto ad Haaretz il portavoce del gruppo a Gaza, Ayman Taha. “Gli attacchi con i razzi sono affidati al nostro braccio militare (le Brigate Ezzedin al Qassam, ndr). Decideranno loro come reagire”.

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21 dicembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/esteri/medio-oriente-43/gaza-21dic/gaza-21dic.html?rss