Bossi sul presidenzialismo: «Prima il federalismo, poi vediamo» / Silvio e la voglia di presidenzialismo

«È un’idea che ha sempre avuto Berlusconi. Noi non abbiamo mai pensato al presidenzialismo. Ora pensiamo al federalismo, poi vediamo…». Così il ministro delle Riforme, Umberto Bossi, durante il brindisi che segue il concerto di Natale al Senato, risponde ai giornalisti dopo la conferenza stampa di sabato, di Silvio Berlusconi.

Il presidente del Consiglio, infatti, a margine della conferenza, ha parlato del suo desiderio che l’Italia diventi una Repubblica presidenziale e, su questo tema, ha manifestato apertura affinché «non si sia divisi» tra maggioranza e opposizione. «La riforma presidenziale – ha ricordato – è una cosa su cui avevamo lavorato nel ‘94, era inserita nel programma. Comunque è una cosa che tutti quelli che sono del settore sanno che è auspicabile. Ma questa – ha sottolineato il premier – è una cosa che si deve fare solo non divisi, c’è bisogno che ci sia il 100 per cento».

Berlusconi è tornato anche a parlare dei pochi poteri che il premier ha a Costituzione vigente. «C’è – ha spiegato – una carenza di potere del presidente del Consiglio che è negativa, bisogna che abbia almeno i poteri che hanno gli altri presidenti: dovrebbe almeno poter dimissionare un suo ministro».

Ma la replica critica del Carroccio non si è fatta attendere. Così anche quella dell’Udc: «Con il presidenzialismo cade definitivamente la ‘bozza Violante’ di riforma costituzionale che nella passata legislatura aveva trovato convergenze tra gli schieramenti. Il presidenzialismo richiederebbe una riforma costituzionale diversa da quella immaginata, a partire dal Senato federale, dalla abolizione del bicameralismo perfetto oltre ai compiti della Camere». Lo sostiene Maurizio Ronconi (Udc) secondo cui, dopo le parole del premier «si riparte da zero con il sospetto che l’obiettivo sia quello di fermare tutto ad iniziare dal federalismo fiscale che non è estraneo ad una compatibile riforma costituzionale».

A supporto del premier, interviene invece il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri che sottolinea come «il presidenzialismo è una bandiera del centrodestra» ed «è un nostro obiettivo e riteniamo che i tempi siano maturi anche in Italia per una democrazia forte e stabile».

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21 dicembre 2008

fonte: http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=74468

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Silvio e la voglia di presidenzialismo

Il premier: è la formula costituzionale migliore per il governo di questo Paese

di AUGUSTO MINZOLINI
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ROMA
Forse Silvio Berlusconi non si è mai sentito così forte
come in questo momento. La crisi economica che imperversa sul Paese non ha scalfito i suoi indici di gradimento che viaggiano – a sentire lui – intorno al 72%.

E la «tangentopoli rossa» sta dilaniando il Pd di Walter Veltroni, cioè il principale partito d’opposizione. In queste condizioni il premier, che ha regalato per Natale ai nipotini un pupazzo con le sue sembianze nel costume di Superman, rilancia e si disegna un ruolo per il futuro, quello di Presidente della Repubblica eletto dal popolo. Insomma, sogna il passaggio in Italia dal regime parlamentare a quello presidenzialista, come gli Usa di Obama e la Francia di Sarkozy. Dall’altro, si mostra magnanimo con l’opposizione, ma, anche estremamente determinato sull’azione di governo: nel primo Consiglio dei ministri di gennaio, infatti, il governo approverà la riforma della giustizia.

Il Cavaliere non sembra porsi né limiti, né confini al punto da candidarsi a guidare il Paese, magari in un altro ruolo, da qui a un decennio. «Io credo – ha osservato ieri – che il presidenzialismo sia la formula istituzionale migliore dal punto di vista della governabilità. L’attuale architettura istituzionale non conferisce al premier i poteri necessari per essere incisivo. Non può cambiare i suoi ministri. Ha un solo strumento, quello del decreto legge, che deve comunque passare al vaglio del Capo dello Stato. Una democrazia bipolare trarrebbe un grande vantaggio dal presidenzialismo. Non è un argomento che affronteremo a breve. Neanche nel prossimo anno. Ma spero che nel corso della legislatura si possa aprire con l’opposizione un confronto su una riforma che ritengo fondamentale. Una riforma che si può fare solo con il concorso di tutti, con un consenso del 100%. Scelta questa linea, si può discutere di tutto, anche del semipresidenzialismo che piace a Massimo D’Alema».

L’uscita, improvvisa, è importante non solo per comprendere il ruolo che Berlusconi prefigura per sé in futuro, ma soprattutto perché ne descrive lo stato d’animo. E il premier la getta lì – e questo dimostra che la stia pensando davvero – tenendo conto di tutte le cautele del caso: è una riforma che andrà in porto, sempre che si faccia, solo nella parte finale della legislatura, soprattutto per non mettere in allarme l’attuale inquilino del Colle; dall’altra, il Cavaliere la considera possibile solo con il concorso dell’opposizione.

E arriviamo alla debolezza dell’opposizione, cioè al motivo per cui il premier si sente estremamente forte. Berlusconi ha capito che il suo interlocutore è debole ed è a capo di un partito diviso. E’ il motivo che lo porta a non infierire. Rifiuta l’espressione tangentopoli rossa («è una brutta parola»). Si mostra garantista nelle inchieste che riguardano le amministrazioni di centro-sinistra («credo nei tre gradi di giudizio e spero che gli imputati dimostrino la loro estraneità alle accuse»). Addirittura fa di tutto per dimostrare che non ha approfittato delle difficoltà dell’avversario: «C’erano le condizioni per sciogliere il Comune di Napoli e andare alle elezioni ma non l’abbiamo fatto. Detto questo, la Iervolino dovrebbe dimettersi». E anche se non sposa esplicitamente la tesi, non nega i sospetti sulle finalità politiche della tangentopoli rossa, cioè che potrebbe trattarsi di un tentativo della parte più politicizzata della magistratura di fissare il Pd su posizioni giustizialiste accanto a Di Pietro. «Lo dice lei – è la sua battuta – si dia una risposta». Del resto, che una parte della magistratura si muova secondo logiche politiche è una delle convinzioni più radicate in Berlusconi. «Quando nel Pd ci sarà chi avrà il coraggio di dire che su questo punto Berlusconi ha ragione – chiosa il portavoce Paolo Bonaiuti – avverrà una rivoluzione culturale nel partito, come quando Fantozzi gridò che la corazzata Potiomkin era “una cagata pazzesca”».

Ecco perché, alla fine, per la ripresa di un dialogo costruttivo con l’opposizione il premier pone solo una condizione: «Il Pd deve rompere l’alleanza con il campione del giustizialismo, Antonio Di Pietro». Un passo imprescindibile, visti i punti fondamentali della riforma della giustizia che il Cavaliere ha in mente: divisione dei giudici e dei pm in due ordini distinti (un modo diverso per definire la separazione delle carriere), con il pubblico ministero ridotto al rango di avvocato dell’accusa; e ancora, maggiori poteri nelle indagini alla polizia giudiziaria, cioè ad un corpo di polizia che dipende dal potere esecutivo; per non parlare del disegno di legge sulle intercettazioni, che il premier vuole modificare in modo da restringere l’uso di questo strumento investigativo solo per i reati più gravi (mafia e terrorismo). Uno schema contro il quale Di Pietro lancerà tuoni e fulmini. Ecco perché Veltroni deve decidere da che parte stare e, se non lo farà lui, il premier spera sempre che dentro il Pd i garantisti facciano sentire la loro voce. «Ieri – ha fatto notare – sulla mozione di Follini che chiedeva la fine dell’alleanza con Di Pietro D’Alema non ha votato contro, ma si è astenuto. Spero che qualcosa cambi là dentro».

Inutile dire che Berlusconi ci crede poco, ma in questo momento non gli costa nulla tentare. «In fondo, l’alleanza con Di Pietro – insinua – a Veltroni ha fatto perdere solo voti. In Abruzzo per loro è stata una catastrofe». E se nel Pd non succederà nulla, se Veltroni continuerà a seguire Di Pietro, il Cavaliere non avrà problemi: è abbastanza forte da poter fare tutto con la sua maggioranza. «Io lancio il presidenzialismo – chiosa – perché è la conseguenza logica della filosofia per cui questo governo piace alla gente: il decisionismo».

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21 dicembre 2008

fonte: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200812articoli/39396girata.asp

Una risposta a “Bossi sul presidenzialismo: «Prima il federalismo, poi vediamo» / Silvio e la voglia di presidenzialismo”

  1. Franca dice :

    “…il premier, che ha regalato per Natale ai nipotini un pupazzo con le sue sembianze nel costume di Superman…”

    E’ fuori di testa, non ci sono più dubbi…

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