Archivio | dicembre 29, 2008

Gaza, l’inferno nella scuola: quei sogni spezzati degli studenti

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LA STORIA

Otto morti dopo il raid al “Training Center” dell’Onu

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dall’ inviato di Repubblica FRANCESCA CAFERRI

Gaza, l'inferno nella scuola quei sogni spezzati degli studenti
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DIVENTARE falegname, aiuto farmacista, tecnico dell’elettricità. Avevano sogni forse piccoli ma reali, gli otto ragazzi che sono morti sabato durante uno dei primi raid israeliani su Gaza.

Come migliaia di coetanei erano a scuola, un istituto professionale gestito dalle Nazioni Unite, quando sono cadute le prime bombe. Terrorizzati, sono fuggiti dall’edificio, solo per essere colpiti nel cortile, che dista 200 metri dall’edificio dove ha sede il governo di Hamas, obiettivo dell’attacco. Altri venti loro compagni sono stati feriti: alcuni sono in gravi condizioni.

La storia dei ragazzi del Gaza Training Center è diventata uno dei simboli della tragedia che si vive nella Striscia. “Avevano tutti 17 o 18 anni – racconta Sami Mshasha, funzionario dell’Unrwa, l’agenzia Onu che si occupa dei palestinesi e che gestisce l’istituto – erano lì per imparare un mestiere, per non restare in strada. La fine che hanno fatto è orribile”.

Quando la bomba ha colpito la scuola molti studenti sono riusciti a ripararsi: per quelli più vicini al palazzo del governo però non c’è stato scampo: “Le nostre guardie hanno cercato di tirarli fuori, ma era impossibile – prosegue il funzionario – è stato difficile anche far arrivare le ambulanze in quel caos. C’erano genitori che urlavano, altri che arrivavano di corsa a cercare i loro ragazzi. Abbiamo chiesto ufficialmente che il governo israeliano apra un’inchiesta, perché questo per noi dimostra che l’operazione non è stata affatto chirurgica come dicono. Ma oggi non possiamo evitare di farci delle domande: forse avremmo dovuto tenere le scuole chiuse quel giorno. C’era molta tensione. Magari abbiamo sbagliato noi. Ed ora è troppo tardi”.

I dubbi di Mshasha sono condivisi da molti, nella Striscia: quando gli attacchi israeliani sono cominciati, sabato mattina, molte scuole erano nel pieno delle lezioni. In quelle con il doppio turno la prima rotazione stava terminando e la seconda iniziando. Per questo le bombe hanno sorpreso tanti bambini fuori casa o nelle aule, e tanti genitori in strada mentre correvano per andare a prendere i figli. Sul quotidiano Haaretz Hamira Hass, la giornalista israeliana che meglio conosce Gaza, ha raccontato ieri le storie di padri e madri stretti fra l’angoscia per i bombardamenti e quella per il destino dei figli. “Sono arrivato alla scuola di mia figlia e mi sono trovato di fronte centinaia di ragazzine che scappavano urlando. Ero il primo adulto che arrivava lì. Si sono strette intorno a me piangendo”, le dice un genitore, Abu Muhammad. La maestra, Umm Salah, racconta come abbia dovuto portare soccorso ai bambini della sua classe feriti dai vetri rotti. Solo dopo è potuta correre alla ricerca dei suoi figli: “Alcuni dei miei alunni hanno iniziato a piangere. Altri sono rimasti in silenzio, paralizzati”.

Uno dei figli dell’insegnante era in strada quando la madre l’ha trovato. Il maggiore si era già rifugiato a casa, accolto da una nonna terrorizzata. “Ho pensato di accendere la tv per calmarli, ma poi ho visto le immagini. L’ho spenta e li ho mandati a fare i compiti”.
Mshasha teme che ricordi come questi segneranno in maniera indelebile gli allievi non soltanto dell’istituto professionale Unrwa, ma anche delle altre scuole. “Negli ultimi mesi abbiamo riscontrato un tasso di attenzione molto minore. I ragazzi arrivavano a scuola affamati, perché a casa non c’era nulla da mangiare. O depressi, perché non vedevano futuro e capivano che anche i genitori non possono far nulla per loro.
Abbiamo riattivato le mense, e creato servizi di assistenza psicologica. Ma di fronte a una strage così, o di fronte alla morte dei tuoi compagni di banco con che spirito potranno tornare?”.

Una domanda che riguarda migliaia di allievi. L’Unrwa gestisce il principale sistema educativo di Gaza: 200mila studenti, 9000 insegnanti e 240 edifici scolastici su cui si basa di fatto l’accesso all’istruzione di un’intera generazione di bambini e ragazzi palestinesi. “Spero che torneranno. Anche perché non hanno altro”, conclude il funzionario.

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29 dicembre 2008
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Congo, Onu: ribelli ugandesi dell’Lra hanno ucciso 189 persone

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KINSHASA (Reuters) – La scorsa settimana i ribelli ugandesi dell’Esercito di Resistenza del Signore (Lra) hanno ucciso 189 persone in tre giorni di incursioni nei villaggi della Repubblica democratica del Congo.

Lo ha detto oggi un’agenzia delle Nazioni Unite, citando funzionari locali.

L’agenzia umanitaria dell’Onu, l’Ocha, ha riferito che le uccisioni sarebbero state compiute tra il 25 e il 27 dicembre nei villaggi di Faradje, Doruma e Gurba da parte dei ribelli dell’Lra che stavano fuggendo da un’offensiva multinazionale guidata dall’Uganda e in corso da due settimane.

“Secondo funzionari locali, il 25 dicembre i ribelli hanno ucciso 40 persone a Faradje. Il 26 e il 27 dicembre hanno attaccato il villaggio di Doruma e quello vicino di Gurba, uccidendo 89 persone a Doruma e 60 a Gurba”, ha fatto sapere l’Ocha in una nota.

Almeno 20 bambini e un numero non precisato di adulti sono stati rapiti nel corso degli attacchi, sempre secondo l’Ocha.

Uganda, Congo e Sudan meridionale hanno lanciato un attacco congiunto contro le roccaforti dell’Lra nella parte nord-orientale del Congo il 14 dicembre dopo che il leader dei guerriglieri, Joseph Kony, non è stato in grado di firmare un accordo di pace per porre fine alla sua ribellione contro il governo dell’Uganda.

Nonostante le incursioni alle roccaforti dei ribelli e le prime rivendicazioni di successo, l’offensiva non è riuscita finora a localizzare Kony, i cui ribelli sono tristemente famosi perché rapiscono le donne e i bambini e costringono questi ultimi a combattere.

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29 dicembre 2008

fonte: http://www.borsaitaliana.reuters.it/news/newsArticle.aspx?type=topNews&storyID=2008-12-29T140703Z_01_MIE4BS0CO_RTROPTT_0_OITTP-CONGO-MORTI.XML

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Vendola contro Berlusconi: «Basta rifiuti dalla Campania»

Richi Vendola BARI (29 dicembre) – «Questa volta a Berlusconi dico no, la Puglia non accoglierà altre 40.000 tonnellate di rifiuti dalla Campania». Lo ha detto il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, nella conferenza stampa di fine d’anno, rendendo nota la richiesta appena giunta dal governo.
«È una richiesta inaccoglibile – ha detto Vendola – perché cozza con quello che ho sentito in televisione: ho sentito rivendicare dal presidente del Consiglio, da diversi esponenti del governo, dal ministro Tremonti il miracolo della soluzione del problema della monnezza in Campania da parte del presidente del Consiglio. Siccome il problema della monnezza Berlusconi lo ha risolto, non capisco perchè ci debbano chiedere di accogliere altre 40.000 tonnellate di rifiuti».

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=40020&sez=HOME_INITALIA


La strage di bambini afghani in un video

https://i2.wp.com/www.rawa.org/images/child_khost.jpgUno dei tanti bambini vittime della ferocia umana

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CONDANNA DELLA UE: «ATTO VILE E CRIMINALE»

Un filmato diffuso dall’esercito americano mostra l’arrivo dell’auto carica di esplosivo e gli studenti in fila

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KABUL – Alcuni studenti camminano in fila indiana, lungo il muro di un checkpoint americano a Khost. Si vede un’auto, che procede a zigzag tra sacchi di sabbia posti a barriera della strada. Poi l’esplosione. Un video, diffuso dall’esercito Usa, mostra gli ultimi istanti di vita dei 14 studenti tra gli 8 e i 10 anni morti nell’attentato kamikaze messo in atto il 28 dicembre nella provincia orientale di Khost, in Afghanistan. L’auto imbottita di esplosivo è esplosa vicino a un college, dove i ragazzi erano andati a ritirare i risultati degli esami di fine anno. Venti i morti, di cui 14 bambini, e 58 feriti.

CONDANNA DELLA UE – L’Unione europea, attraverso due comunicati della presidenza di turno francese, ha condannato «con la massima fermezza» l’attentato in Afghanistan e un altro attacco compiuto lo stesso giorno in Pakistan. Il bilancio del secondo, messo in atto con un’autobomba davanti a una scuola della città di Bunir, vicino alla valle di Swat, è di 41 morti e 15 feriti. Nella scuola si stava votando per un’elezione supplettiva. La Ue esprime «condoglianze alle famiglie e agli amici delle vittime e la propria vicinanza ai feriti», nonché la propria solidarietà alle autorità di Afghanistan e Pakistan. Nella nota sull’attentato di Khost, la presidenza francese aggiunge: «Questo atto vile e criminale ricorda ancora una volta che i civili afghani, e in queste circostanze in particolare i bambini, sono le prime vittime della violenza barbarica che sta colpendo il loro Paese».

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VIDEO: l’attentato kamikaze a Khost

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29 dicembre 2008

fonte: http://www.corriere.it/esteri/08_dicembre_29/afghanistan_esplosione_college_video_esercito_usa_e685f36e-d5ae-11dd-9a1d-00144f02aabc.shtml

Gaza, Israele: obiettivo è Hamas. Più di 300 i morti / Fermiamo la guerra. Subito

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Dodici minuti. Tanto è bastato al ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni per spiegare su Al Jazeera, la più famosa tv satelittare araba, le ragioni dell’attacco alla Striscia di Gaza. «L’unico motivo dell’attacco – dice – è dovuto al fatto che Hamas non vuole convivere in pace con noi». Quanto alle centinaia di civili uccisi, tra cui donne e bambini, non può fare altro che esprimere il suo «dolore», ma la guerra è contro Hamas, e va combattuta con ogni mezzo. Le stesse parole usate dal vicepremier Haim Ramon: «Lo scopo dell’operazione è di rovesciare Hamas». Identico a quello che lunedì mattina aveva già detto il ministro della Difesa Ehud Barak spiegando che Israele si prefigge di «assestare un duro colpo a Hamas». «Aspiriamo alla pace con i palestinesi – dice – ma siamo anche intenzionati a ingaggiare una guerra senza quartiere contro Hamas». Barak ha suscitato le proteste dei parlamentari arabi quando ha affermato che finora a Gaza sono stati uccisi «circa 300 terroristi». «E i bambini? Quanti bambini palestinesi sono morti?», ha chiesto con insistenza il parlamentare Taleb a-Sana prima di essere espulso dall’aula.

Sei, di bambini, sono morti solo nella notte di domenica, quando i raid israeliani hanno continuato a piovere sui Territori. Bombe su Gaza City, sul campo profughi di Jabalya, sulla costa, su Rafah dove si ammassano gli sfollati della guerra nel tentativo di varcare il confine e riparare nel vicino Egitto. Colonne di ambulanze, auto e blindati sono ferme lì ma il valico continua ad essere chiuso, nonostante gli appelli dei leader di Hamas e di Hezbollah libanese al governo del Cairo che invece ha inviato circa 3mila soldati di rinforzo per proteggere i cancelli. Una situazione di forte tensione che domenica sera ha innescato una delle tante sparatorie con l’uccisione di due militari egiziani, un ufficiale e un sottoufficiale.

Per alleviare la sofferenza dei civili– e migliorare l’immagine internazionale – il governo di Tel Aviv lunedì mattina ha autorizzato  l’ingresso nella Striscia di Gaza di un’ottantina di camion carichi di generi di prima necessità per la popolazione locale. I camion sono transitati dal valico Kerem Shalom mentre i valichi di Karni e Nahal Oz nel nord sono rimasti chiusi. La fascia di confine a nord della Striscia è infatti interessata dal transito delle truppe di terra per l’attacco finale ed è stata chiusa integralmente come «zona militare».

Il conto dei morti dei primi due giorni e due notti di pioggia di bombe non sono ancora finiti. Un’organizzazione umanitaria palestinese sostiene che i raid hanno fatto una cinquantina di vittime tra i minori di 18 anni. Ma secondo l’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, i morti civili accertati al momento sarebbero in tutto una cinquantina.
Proprio nel villaggio di confine con l’Egitto, Rafah, (nella foto qui) le bombe hanno ucciso tre fratelli: un bambino piccolo e due adolescenti. Secondo le fonti militari israeliane erano dirette a un comandante di Hamas.

Sicuramente fra le vittime dell’ultima ondata di bombe ci sono cinque sorelline fra i quattro e i 15 anni, la cui casa è stata colpita da una scheggia quando è stata bombardata la vicina moschea a due piani nel campo profughi di Jabaliya. Le cinque vittime erano figlie di un uomo chiamato Anouar Balousha.

A Gaza City l’aviazione israeliana ha bombardato la sede del ministero dell’Interno di Hamas e l’università, ultimo simbolo di una attività culturale a Gaza. Testimoni hanno visto il fumo alzarsi al di sopra dell’ateneo e hanno riferito che le bombe lanciate dagli aerei sono state sei. Distrutta anche una casa adiacente all’abitazione del premier di Hamas Ismail Haniyeh. E secondo Hamas nell’offensiva aerea sarebbe rimasto ferito anche caporale israeliano Ghilad Shalit, tenuto prigioniero dal giugno del 2006, un prigioniero prezioso per i miliziani che a lungo hanno messo la sua liberazione sul tavolo della trattativa per arrivare alla fine dell’assedio alla Striscia e alla liberazione di alcune centinaia di miliziani detenuti nelle carceri israeliane. Il ferimento del giovane caporale israeliano divenuto per Israele il simbolo della guerra con Hamas è stato confermato dalla radio israeliana che ha citato però media egiziani.

L’offensiva aerea israeliana contro il territorio governato da Hamas, scattata al termine della tregua unilaterale denunciata da Hamas lo scorso 19 dicembre e dopo che non è stato possibile arrivare ad alcun nuovo accordo nelle trattative condotte con la mediazione egiziana, ha fatto finora almeno 310 morti e 1.420 feriti, secondo un nuovo bilancio diffuso dal capo dei servizi d’emergenza di Gaza, Muauiya Hussanein. Secondo il funzionario palestinese, la maggior parte delle vittime è costituita da miliziani di Hamas, anche se molte di esse sono civili, fra cui numerosi bambini.

La rappresaglia di Hamas ha colpito Askelon, città israeliana di confine con la Striscia, dove lunedì un israeliano è stato ucciso e altri sette sono rimasti feriti da un missile Grad che ha colpito un edificio in costruzione, secondo quanto riferito dal sindaco, Benny Vaknin. In Cisgiordania quattro israeliani sono stati accoltellati da un palestinese che si era infiltrato nell’insediamento di Kiryat Sefer. Le forze di sicurezza israeliane hanno aperto il fuoco contro l’aggressore, che è rimasto a sua volta ferito gravemente.

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29 dicembre 2008

fonte: http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=74625

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Israel attacks Gaza strip


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Fermiamo la guerra. Subito

27 dicembre 2008 da Ramallah
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di Paolo Ferrero e Fabio Amato

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La notizia dell’inizio dell’attacco israeliano a Gaza ci arriva mentre salutiamo Mustafà Barghouti, l’ultimo in ordine di tempo di una serie di incontri con i leaders di tutte le forze della sinistra palestinese. Ci aveva appena raccontato della drammatica situazione che aveva visto poche settimane prima, quando era riuscito ad aggirare il blocco della striscia, arrivando via mare, da Larnaca, a Gaza.

Una situazione disumana, con condizioni di vita sempre più misere. Più di un milione di persone senza cibo, medicinali, elettricità, acqua. Questa è la Gaza che viene bombardata indiscriminatamente dall’ esercito israeliano. Questa è la Gaza che subisce una rappresaglia di violenza inaudita, sproporzionata e completamente ingiustificata, per la rottura del cessate il fuoco e l’irresponsabile lancio di missili qassam da parte di Hamas. Mesi di privazioni iniziate con la vittoria del movimento islamico nelle elezioni parlamentari del 2006 e che hanno visto solo peggiorare giorno dopo giorno la situazione. Due anni di blocco e assedio.
Le tv arabe rimandano in tutti i territori e in tutto il mondo le immagini di quella che è stata annunciata dall’esercito israeliano e accreditata dai suoi più accondiscendenti alleati – a partire dagli USA e dal governo italiano – come un operazione chirurgica. Al contrario, un massacro. Centinaia di corpi, di donne e uomini, di bambini, ricoperti di sangue, trasportati negli ospedali in cui manca di tutto. Sono queste immagini a scatenare la rabbia dei ragazzi di Qalandia, Ramallah, di Hebron, come di Jenin, che subito riempiono le strade o sfidano i soldati israeliani con il lancio di pietre e fionde. Li abbiamo visti al Check point di Qalandia, accucciati dietro ad un terrapieni a tirare pietre mentre i soldati israeliani semplicemente sparavano con il fucile. E non sparavano lacrimogeni.
Nessuno si aspettava un attacco cosi repentino. Si stava ancora cercando di far ripartire canali politico negoziali quando il giorno di Natale abbiamo incontrato Abu Mazen ci aveva preannunciato la sua visita odierna in Arabia Saudita per tentare la ripresa di un canale diplomatico, sia con Israele che con Hamas. L’attacco degli aerei israeliani è stato sferrato mentre Abu Mazen era in volo, a segnare ancora di più quell’impotenza dell’autorità nazionale palestinese che uscirà da questa vicenda ancora più indebolita.
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Perché in realtà la situazione è, paradossalmente, ancora più grave di quella che si possa immaginare guardando le immagine delle centinaia di morti di Gaza. Il problema vero è che oggi in Palestina non ci troviamo di fronte ad un processo di pace interrotto o che procede a rilento. Ci troviamo di fronte alla costruzione concreta di un regime di apartheid, che strutturalmente rende impossibile la realizzazione di quanto stabilito dagli accordi e cioè la costruzione di due stati per due popoli. La costruzione dell’apartheid non è dichiarata ma praticata e la costruzione del muro – meglio sarebbe dire dei muri – costituisce la sua affermazione concreta. Oggi in medio oriente non abbiamo un territorio palestinese e uno israeliano ma bensì un territorio israeliano che si espande progressivamente con nuovi insediamenti di “coloni” che vengono difesi dalla polizia e dall’esercito israeliano e uniti da strade che sono utilizzabili solo da auto con targa israeliana. Parallelamente i chek point rendono gli spostamenti dei palestinesi dei calvari interminabili, senza contare che i varchi nel muro, possono essere chiusi in ogni momento. I diritti dei palestinesi semplicemente non esistono perché possono essere sospesi in ogni momento, in ogni luogo, per qualsiasi motivo, dalle forze dell’ordine.
Come ci ha detto un pastore luterano incontrato a Betlemme, la Palestina sembra ad una fetta di gruviera, dove Israele ha il formaggio e i palestinesi i buchi. Questa condizione che caratterizza la situazione degli ultimi anni è oggi aggravata da due elementi.
Da un lato la campagna elettorale israeliana. Per paura che le forze della destra aumentino i consensi, le forze di governo hanno nei fatti cominciato la campagna elettorale attaccando Gaza. Mettere i palestinesi in una condizione ancora peggiore è il vero motivo su cui si giocheranno – in nome della sicurezza – due mesi di campagna elettorale.
In secondo luogo il cambio della leadership statunitense, con i fratelli mussulmani di cui fa parte Hamas – e con l’appoggio dell’Iran – che hanno tutta l’intenzione di accreditarsi come vero interlocutore con cui dover scendere a patti da parte degli USA.
E’ quindi tutto il processo di pace e la possibilità di costruire due stati per due popoli che viene bombardato a Gaza.
Per questo è necessario che un aiuto immediato venga dall’esterno. Occorre lavorare da subito e mobilitarsi per richiedere la fine dell’aggressione a Gaza e la fine dell’operazione militare che negli annunci dell’esercito israeliano dovrebbe durare vari giorni ed estendersi ulteriormente. Dobbiamo chiedere che il governo italiano e l’Europa chiedano con nettezza la fine incondizionata dell’aggressione da parte israeliana. Si riunisca d urgenza il consiglio generale delle Nazioni Unite. Occorre chiedere che queste non si accodino, come da troppo tempo succede, a quanto sosterranno gli Stati Uniti, o – peggio ancora, – si producano in vuote dichiarazioni di buon senso a cui non seguirà nulla.

Il silenzio sul boicottaggio continuo, quotidiano degli accordi di pace, diventa complicità e questa complicità deve essere d enunciata per poter essere fermata.
I ragazzi palestinesi sono scesi in piazza oggi spontaneamente rischiando la vita. Domani (oggi per chi legge) è stato proclamato uno sciopero generale dei territori. Facciamo sentire la nostra voce anche noi, che non rischiamo nulla, per denunciare l’aggressione e per chiedere la fine immediata di ogni azione militare. Perché è con la politica e non con i missili che si può costruire la pace in medio oriente.
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SUCCEDE A MILANO – L’uomo agli arresti sulla panchina

La decisione del giudice: domiciliari al parco. Dove ha trascorso anche la notte di Natale

Fermato per furto, i genitori del 35enne non l’hanno voluto a casa. La vicenda a Limbiate

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La panchina dove il 35enne era ai domiciliari
La panchina dove il 35enne era ai domiciliari

MILANO — Quando s’è ritrovato ammanettato nella caserma dei carabinieri di Desio, per colpa di un furto in appartamento, l’ennesimo furto in un appartamento, era convinto di finire una volta per tutte al fresco. Ecco, è finito al gelo: un giudice del Tribunale di Milano l’ha condannato agli arresti domiciliari su una panchina. Sì, una panchina. Il padre e il fratello di questo ladruncolo di 35 anni — esasperati per i suoi continui, piccoli ma costanti problemi con la giustizia — si sono fermamente rifiutati di riaccoglierlo in casa. E allora il magistrato non ha avuto scelta: «Mi dispiace, lei sarà sottoposto a regime di soggiorno obbligato su una panchina del parco pubblico di via Trieste, a Limbiate».

E nel giro di poche ore, l’uomo s’è ritrovato su una panchina di legno nel parco pubblico di questa cittadina in provincia di Milano. A riparare il 35enne dal clima polare delle notti più fredde dell’anno, soltanto una coperta e qualche scatola di cartone. Oppure, come misera alternativa, una casetta di legno senza porte né finestre. E un tubo di cemento che i bambini usavano per giocare. E dentro il quale lo sfortunato ladro si rifugiava per ripararsi dalla pioggia e per non correre il serio rischio di morire congelato.

Il 35enne ha trascorso così gli ultimi giorni. Compreso il giorno di Natale. Da parte della sua famiglia, non c’è stata marcia indietro. Niente di niente. «Non siamo degli orchi… noi siamo dispiaciuti, sinceramente dispiaciuti — hanno raccontato il padre e il figlio ai carabinieri —, ma non ce la sentiamo più di tenerlo in casa. Da tempo, siamo ai ferri corti, è inutile che ci giriamo intorno. Gli avevamo chiesto tante volte di smettere di rubare e di cercare un lavoro onesto, ma ogni volta dopo aver giurato che avrebbe cambiato radicalmente vita lui che cosa ti faceva? Il solito: lui finiva di nuovo in carcere…».

Stavolta, anziché la prigione, ecco il parco. «Ah, sì che me lo ricordo, e come non potrei… Lo vedevo tutte le sere quando uscivo a passeggiare con il mio cane — racconta una pensionata — e più che paura mi faceva tenerezza. Avrebbe potuto essere mio nipote e, senta, glielo confesso, qualche volta gli ho portato anche qualcosa da mangiare, qualche maglione, una coperta».

Più di una volta, i carabinieri di Desio, quando sono andati ad accertare che il 35enne non si fosse allontanato dal soggiorno obbligato, l’hanno trovato raggomitolato in una coperta e semicongelato nella sua improvvisata abitazione. Per sette interminabili giorni il giovane ha vissuto così, sfidando i rigori del clima. Fino a ieri. Ieri un’amica si è impietosita. E ha accettato di accoglierlo nella sua casa, offrendogli il conforto di un bagno caldo e un piatto di minestra bollente. In fondo, gli è andata bene. Nell’ottobre di un anno fa, un signore era anche lui agli arresti domiciliari a una panchina. Si era allontanato. E l’avevano arrestato. Per evasione.

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Marco Mologni
29 dicembre 2008

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fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_dicembre_29/marco_mologno_panchina_62c281b4-d581-11dd-9a1d-00144f02aabc.shtml

BRUNETTA SATANICO – “Se il Papa è contro il precariato assuma i lavoratori in nero”

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Il ministro della Funzione pubblica commenta le parole di Benedetto XVI e lo invita a passare ai fatti

Sul fondo di solidarietà di Tettamanzi: “Sono soldi che la Chiesa riceve dallo Stato”

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Roma, 29 dicembre 2008 – Intervista di Raffaello Masci su “La Stampa”

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Ministro Brunetta, la Chiesa ha aperto un fondo di solidarietà da un milione di euro. Ma, secondo lei, poteva fare di più. Una tirata d’orecchi?

“Io non sono credente. Ho però un grandissimo rispetto per la funzione che la Chiesa svolge a vantaggio dei giovani, degli anziani, dei diversamente abili. E apprezzo anche molto questa iniziativa di istituire un fondo di solidarietà. Mi limito a rilevare che qualcosa in più si poteva fare, dato che quei soldi la Chiesa li riceve comunque dallo Stato. Ognuno, secondo me, dovrebbe tornare a fare il proprio mestiere e la Chiesa il suo lo fa molto bene, ma qualche volta sembra voler investire un po’ troppo su operazioni di mera immagine”.

Inedito: un ministro italiano che se la prende con la Chiesa.

“Dico solo l’ovvio, e cioè che non è possibile che lo Stato possa essere il bersaglio di qualunque critica, come se fosse il ricettacolo di tutti i mali, e nessuno possa mai dire alcunché della Chiesa. Adottiamo un criterio di reciprocità, che è poi quello evangelico della pagliuzza e della trave. O no?”.

Alla Chiesa non deve essere piaciuta molto la sua proposta di legge sulle famiglie di fatto. A che punto è?

“La proposta non è sulle famiglie di fatto ma sui diritti e doveri dei conviventi. Comunque: ha ricevuto oltre 80 firme in Parlamento, tra cui molte di esponenti dell’opposizione. Come finirà non lo so, perché non dipende più da me”.

Passiamo ad altro. Come ripartiranno i consumi se – stando ai dati della Cgil – gli stipendi sono fermi da un anno?

“Secondo la Cgil gli aumenti sarebbero stati azzerati dall’inflazione. Quindi vuol dire che il potere d’acquisto se non è cresciuto non è neppure diminuito. Senza dire che il fenomeno riguarda solo i dipendenti del privato, perché per quelli pubblici un aumento c’è stato. Con questo non voglio dire che il problema non esista, sia chiaro. Anzi, dico che c’è e che ne è responsabile soprattutto la Cgil che, tra i due livelli di contrattazione, nazionale e locale, ha sempre puntato sul primo, quando è del tutto evidente che solo il potenziamento del secondo livello può incrementare produttività e salari”.

Sempre la Cgil, ma anche il Pd, propongono un taglio serio della pressione. Le sembra una via praticabile?

“Un taglio delle tasse minimo, avrebbe un costo di almeno 10 miliardi. Questi soldi oggi non ci sono, e se ci fossero sarebbero comunque spesi male. Ciò che deve cambiare è la modalità di erogazione salariale. Serve insomma quel nuovo modello contrattuale a cui la Cgil si oppone”.

I soldi non ci sono. Ma altri paesi (gli Usa, ma anche Francia e Inghilterra) stanno pensando a maxi-investimenti in deficit, qui, invece, sembra far premio solo l’input del ministro del Tesoro: conti in riga e basta.

“Il problema non è il deficit, perché in questa situazione, se sforassimo i parametri di Maastricht di qualche decimo non ce lo impedirebbero l’Europa e la burocrazia di Bruxelles, ma i mercati. Con un debito pari al 105% del Pil che costa in interessi 70 miliardi l’anno, che credibilità avremmo se esasperassimo questo fenomeno. Inoltre incontreremmo difficoltà a ricollocare questo debito sul mercato e dovremmo aumentare i rendimenti. La pezza, dunque, sarebbe peggiore dello strappo”

Ma esiste o no una sorta di superpotere del ministro del Tesoro e una conseguente insofferenza di molti suoi colleghi?

“Tremonti ricorda semplicemente una regola sgradevole, ma pur sempre regola, che è quella che ho appena illustrato: i mercati, cioè, non ci consentono leggerezze di sorta. Quanto alle insofferenze di alcuni ministri, queste non sono contro Tremonti, ma semmai contro la burocrazia cieca e sorda della Ragioneria, che agisce in maniera piatta, senza alcuna capacità selettiva”.

Si dice che recuperare risorse sia difficile. Ma non si parla più né di abolizione delle province né di tagli alla politica.

“Risorse possono essere recuperate soprattutto dai settori protetti, cioè la pubblica amministrazione e le public utilities (le aziende che gestiscono acqua, gas, luce). La macchina dello Stato vale in Italia quanto il manufatturiero. Ci vuole un piano industriale per il suo rilancio, e in due anni si potrà recuperare il 30-40%. Lo stesso vale per le public utilities. Poi, nella seconda parte della legislatura, quando sarà passato anche il federalismo, si potrà affrontare tutta la filiera degli enti locali. Per il resto, so che togliere soldi ai parlamentari è molto popolare. Ma posso dire una cosa? Il costo annuo del Senato è pari alla liquidazione ottenuta da un giovane banchiere romano”.

Lei è diventato molto popolare conducendo una battaglia contro l’assenteismo. Però non ha osato toccare gli statali in divisa. Nelle amministrazioni militari i tornelli ci sono, ma solo per i civili.

“Lo so, e vale anche per le forze dell’ordine e i magistrati. Ci sono settori che avrebbero bisogno di importanti riforme che non ricadono nelle mie competenze. Ad altri spetta metterci mano». Benedetto XVI ha fatto bene a denunciare che il precariato toglie dignità al lavoro. Io purtroppo posso testimoniarlo in prima persona. Adesso, però, mi aspetto che il Santo Padre dia personalmente il buon esempio assumendo tutti quelli che lavorano in nero per il Vaticano”.

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2008/12/29/141394-papa_contro_precariato.shtml

USA – C’è la crisi, sempre più chiese in vendita

https://i0.wp.com/davelafferty.com/wp-content/uploads/2008/06/popes1.jpg

Offerte in calo, sacerdoti e vescovi non sono più in grado di ripagare i mutui

Il fenomeno attira l’attenzione del Nytimes e del Wsj. Spesso finiscono nelle mani delle banche

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Uno scorcio della Seabreeze Church, nell'area metropolitana di Los Angeles
Uno scorcio della Seabreeze Church, nell’area metropolitana di Los Angeles

WASHINGTON – «Chiesa in vendita». «Chiesa all’asta». Cartelli come questo appaiono sempre più spesso sui sagrati americani. La crisi finanziaria ha messo nei guai anche numerose chiese: secondo il New York Times, centinaia di esse in tutta l’America hanno dichiarato bancarotta e chiuso i battenti. In genere, le chiese in vendita o alla asta appartengono a religioni minori, ma vi sono vistose eccezioni. Per i preti e per migliaia di fedeli, Natale e Capodanno non potevano essere peggiori.

OFFERTE DIMEZZATEIn America, le innumerevoli religioni protestanti – quella cattolica è molto più centralizzata – permettono spesso ai loro preti di acquistare edifici da convertire in chiese tramite grossi mutui bancari. Il fenomeno è diffuso soprattutto tra gli evangelici. Un loro prete, a esempio, nel 2004 acquistò con un mutuo di 5 milioni di dollari la vasta sede di un circolo di tennis in California, e la trasformò nella Chiesa di Seabreeze (Brezza marina) con relativa scuola. Il prete, Bevan Unrau, contava di ricevere dai numerosissimi fedeli 30 mila dollari alla settimana. Ma oggi, a causa della crisi finanziaria, ne riceve la metà, e non sa più che cosa fare.

VENDITE ALL’ASTAIl caso più clamoroso è quello della Chiesa anglicana di Sant’Andrea a Easton nel Maryland, vicino a Washington, una ex chiesa cattolica. Il vescovo Joel Johnson la acquistò nel 2005, all’apice del boom immobiliare, con un prestito privato di 100 mila dollari e un mutuo di 850 mila della Banca Talbot, nella speranza che la locale ampia comunità episcopale, dilaniata da lotte interne, la frequentasse. Speranza mal riposta. Anziché aumentare, il numero dei fedeli è diminuito, e non potendo fare fronte alle spese, il vescovo è stato costretto a mettere la Chiesa all’asta. Chi la ha comprata? La Banca Talbot, ovviamente, per 700 mila dollari, un affarone. Qualcosa di analogo è successo alla Chiesa della verità a Des Moines nello Iowa: la banca che aveva concesso il mutuo se ne è riappropriata, e ora il suo pastore officia solo la domenica al Club dei boy scouts.

«L’ERRORE E’ STATO DELLE BANCHE»Più fortunata è stata la Chiesa battista di Sant’Agnese a Houston nel Texas, lo stato del presidente Bush: la banca si è ripreso l’edificio, ma glielo affitta mensilmente. Secondo il Wall Street Journal, un altro giornale che si è interessato del problema, casi come questi si moltiplicheranno nel 2009: le offerte dei federi colti nella stretta creditizia, scrive, stanno calando in fretta. Dan Mikes, il vicepresidente della Banca del West, una sussidiaria della BNP Parbas francese, ha dichiarato al New York Times che spesso la colpa è stata delle banche: «Hanno concesso mutui troppo onerosi, puntando su una crescita economica senza fine del Paese».

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Ennio Caretto
28 dicembre 2008

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fonte: http://www.corriere.it/esteri/08_dicembre_28/usa_crisi_economica_chiese_in_vendita_1e6db6a6-d4fe-11dd-b87c-00144f02aabc.shtml

Adozioni ormai impossibili: trova casa un bimbo su cinque

https://i2.wp.com/host.uniroma3.it/master/peacekeeping/esperienzecampo/fratini/l%27orfanatrofio%20di%20kabul.jpgBimbi dell’orfanatrofio di Kabul

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L’INCHIESTA. In Italia le domande dei genitori sono in aumento

Le pratiche sono bloccate nei tribunali dall’eccesso di burocrazia

Le associazioni protestano: le leggi vanno cambiate

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di MARIA NOVELLA DE LUCA

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Adozioni ormai impossibili trova casa un bimbo su cinque
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Nelle cancellerie dei tribunali per i minori la fila si allunga e la montagna cresce. Pratica su pratica, storia su storia, documenti su documenti. Quindicimila domande di adozione nel 2005, sedicimila nel 2006 ventimila, un numero enorme nel 2007, ancora di più nel 2008, l’anno che sta per chiudersi. Ventimila richieste, poco più di quattromila i piccoli adottati. La statistica è di uno a cinque, per gli altri ciò che resta è attesa, desiderio, sogno mancato: pochi ce la fanno, i più rinunciano, sconfitti da un intrico di lentezze burocratiche, attese infinite, Paesi che d’un tratto chiudono le frontiere, enti inaffidabili, accordi bilaterali inesistenti, politica estera pigra, leggi da riscrivere.

Nell’Italia delle “nuove famiglie”,
dove i figli arrivano da un altrove a volte lontano e a volte vicinissimo,occuparsi di adozioni sia nazionali che internazionali vuol dire fare un viaggio in un paradosso, dove il bisogno e l’offerta d’amore sembrano non potersi incontrare, un incredibile serbatoio affettivo viene buttato via, e il nostro Paese da questo osservatorio appare come una nazione bloccata, non “competitiva all’esterno e ferma all’interno. Soltanto un bimbo su cinque, nel 2007, ha trovato genitori, amore e casa, e soltanto una coppia su cinque è riuscita ad abbracciare un nuovo figlio. Per ventidue bambine cinesi che all’inizio del 2009 entreranno, felicemente, nel nostro Paese, ci sono 600 minori bielorussi bloccati nei loro internat. Può accadere infatti, ed è già accaduto con la Romania, che nel percorso a ostacoli dell’adozione quel bimbo già conosciuto e di certo già amato, d’un tratto diventi ostaggio di giochi politici, di prove di forza tra Paesi, e il suo destino resti impigliato nel futuro “senza”, nell’avvenire spesso opaco di chi cresce senza mamma e papà.

Eppure in gran parte del mondo gli orfanotrofi sono pieni, i numeri dell’infanzia abbandonata crescono, e anche in Italia esiste un congruo numero di minori in istituto dichiarati “non adottabili” in base alle norme attuali, ma che di certo avrebbero bisogno di una famiglia. Ventiseimila bambini e ragazzi, secondo le statistiche dell’Istituto degli Innocenti di Firenze,massimo organo di osservazione dell’infanzia in Italia. Per la gran parte di loro però il futuro ha il colore grigio dell’incertezza: la legge sulle adozioni privilegia come principio il “legame di sangue” con la famiglia di origine, per quanto dissestata essa sia. Così a volte, accusano molte associazioni che chiedono la revisione della legge, bastano le sporadiche visite di un parente, e i tempi distratti della giustizia, perché un minore resti sine die in una casa famiglia, senza che possa essere dichiarato lo stato di abbandono che porta all’adottabilità. Ricordando però che in questo numero,forse sottostimato, ci sono anche i “figli” che nessuno vuole: bimbi portatori di handicap, ragazzi e ragazze più grandi con storie pesanti, amare, difficili.

E il futuro sarà peggiore: aumenteranno le domande, diminuiranno i bambini. Milena Santerini è ordinario di Pedagogia generale all’università Cattolica di Milano e responsabile delle adozioni in Asia per la Comunità di Sant’Egidio. “Il blocco c’è, è inutile negarlo, e i fattori che lo hanno determinato sono molteplici. Da una parte c’è l’enorme aumento delle domande, che corre in parallelo alla crescita del problema dell’infertilità nel nostro Paese, ma è anche lo specchio di una maggiore apertura culturale verso l’adozione internazionale Dall’altra, invece, c’è una tendenza dei Paesi da cui finora sono arrivati i bambini, l’Europa dell’Est, il Sudamerica e l’Asia a chiudere le proprie frontiere”. “In alcuni casi – chiarisce Santerini – perché effettivamente le condizioni di quei Paesi sono migliorate, penso alla Thailandia, all’India, dove le adozioni nazionali sono diventate una realtà. In altri casi perché, per ragioni di immagine, gli Stati cercano di nascondere quali siano le reali condizioni dell’infanzia ostacolando l’adozione”. Oppure, ed è la situazione dell’Africa, a fronte di milioni di bambini affamati, non esistono i “canali” perché l’adozione si compia: tribunali per i minori, leggi, strutture. “Infatti – conclude Santerini – non credo sia utile adesso allargare i margini per poter presentare le domande di adozione, come ad esempio portare a 50 anni i limiti di età: si allargherebbe soltanto l’insoddisfazione delle coppie”.

A questo si aggiunge, come spiega Melita Cavallo, giudice minorile ed ex presidente della commissione adozioni internazionali, “una mancanza di politica estera che sostenga gli enti nel loro lavoro, con il risultato che altri Paesi più forti e più ricchi riescono a fare molte più adozioni”. “L’Italia — aggiunge senza mezzi termini— non fa abbastanza, né in termini di progetti di solidarietà, né per sveltire le procedure italiane. Oggi, ad esempio, il percorso sia nazionale che internazionale è unico, con il risultato che i tribunali scoppiano di domande. I due iter invece dovrebbero essere differenziati, in modo che le pratiche non si sovrappongano, e si dovrebbe puntare a una maggiore professionalità dei servizi sociali. Per quanto riguarda i minori nei nostri istituti, è vero, ci sarebbero forse più bambini che potrebbero essere dati in adozione, ma il problema non è la legge, che è una buona legge perché cerca di recuperare fino in fondo il legame con i genitori biologici, tenendo conto che spesso le situazioni di disagio derivano dalla povertà. Il punto è l’applicazione della legge, spesso disattesa, e quindi i ragazzi restano lì, in attesa di una sentenza…”

Ed è appunto di questo tempo “non tempo”, del limbo della vita in istituto, che si è tornato a parlare con forza oggi in Italia, mentre tutto il meccanismo dell’adozione, in virtù di ombre e luci (le luci di Paesi dove le condizioni vita sono migliorate, e le ombre invece di Stati che speculano sull’infanzia abbandonata), sembra essere arrivato ad un punto di crisi profonda. “Nel 2007 – dice Raffaella Bregliosco dell’Istituto degli Innocenti – le adozioni internazionali sono state 3.420, ma gli enti segnacriteri lano un blocco più o meno da tutti i Paesi del mondo. Sono invece 981 i bambini nati nel nostro Paese diventati figli di coppie italiane, secondo le ultime statistiche. Un numero più o meno costante, mentre sono le domande che continuano a crescere, fino alle ventimila nel 2007”. Bilancio che risulterà ancora più alto quando si farà il conteggio delle pratiche del 2008. Un dato a cui il sottosegretario Carlo Giovanardi, presidente della Commissione adozioni internazionali, risponde ricordando che, seppure lievemente, anche l’esercito “dei bimbi arrivati aumenta, che l’Italia nei Paesi in cui si adotta è in concorrenza con nazioni forti come la Francia o la Germania, e che qui ci muoviamo sugli stretti parametri della convenzione dell’Aja, cercando cioè di evitare ogni abuso nell’accertamento dello stato di abbandono dei minori da adottare”.

“I tuoi figli non sono figli tuoi/sono i figli e le figlie della vita stessa… Sono vicini a te ma non sono cosa tua… Tu sei l’arco che lancia i figli verso il domani…”. Così scriveva Kahlil Gibran, poeta e pensatore arabo, con parole spesso utilizzate per descrivere il senso più alto dell’adozione, cioè dare una famiglia a un bambino. “Quello che chiediamo – dice Gabriele Felice di “Nuove Frontiere”, onlus attivissima che ha iniziato a raccogliere firme di parlamentari affinché vengano rivisti i parametri della legge – è il ripensamento dei segnacriteri che portano al mantenimento o al decadimento della patria potestà”. Un tema delicatissimo che però inizia a trovare qualche apertura. Francesco Paolo Occhiogrosso, presidente del tribunale dei minori di Bari, è autore della formula dell’adozione “mite”, ossia la trasformazione di quegli affidi familiari dove non esiste alcun margine reale di rientro in famiglia (e sono oltre il 50%) in adozioni “speciali”, in cui i ragazzi hanno dei nuovi genitori pur mantenendo legami con il nucleo d’origine.

“Per superare veramente il problema dell’istituto, sarebbe necessaria una giurisdizione più ampia della Cassazione sul diritto di sangue: spesso accade invece che i tribunali minorili dichiarino l’adottabilità del minore e la Suprema Corte la revochi, riportando così il bambino in istituto, o peggio in una famiglia d’origine non adatta ad allevarlo”. Sulla stessa linea lo psicologo Marco Chistolini, una lunga esperienza tra adozioni e affidi. “In Italia c’è sicuramente un numero di domande assai più ampio dei bimbi disponibili. Eppure ci sono minori che potrebbero essere adottati, e invece restano in affidi familiari sine die o in istituto. Esiste infatti a tutti i livelli, sia da parte degli operatori che dei giudici, un eccessivo garantismo sul concetto del legame di sangue. Togliere una patria potestà, così come lavorare sulla famiglia d’origine, richiede impegno, volontà, mezzi: tutte strutture di cui la giustizia minorile è drammaticamente carente”.

Così, nell’attesa, ragazzi e bambini restano lì, senza sapere cosa li attende, senza sapere se mai, anche a loro, spetterà il diritto ad avere una famiglia.

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29 dicembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/12/sezioni/cronaca/adozioni/adozioni/adozioni.html?rss

Gaza, quasi 300 morti. Arrivano i tank. “Bombardata anche l’Università”

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Colpiti 240 obiettivi militari di rilievo. Ma il movimento oltranzista non demorde. Oggi impiegati per la prima volta i più potenti Grad oltre ai Qassam. E dal Libano Nasrallah chiede alle milizie Hezbollah di prepararsi a un attacco israeliano

Abu Mazen e Mubarak chiedono ad Hamas il ripristino della tregua

Appello del Papa: “Imploro la fine di questa violenza”. Manifestazioni in tutta Europa

Gaza, quasi 300 morti. Arrivano i tank "Bombardata anche l'Università" GAZA – Difficile contare i morti, nel secondo giorno dei massicci raid aerei lanciati da Israele contro Gaza, in risposta ai razzi lanciati da Hamas nei giorni precedenti. Fonti mediche parlano di 292 morti e di centinaia di feriti. Il portavoce di Hamas, Fawzi Barhoum, accusa Israele di Olocausto e parla di “400 morti e oltre mille feriti da ieri, calcolando anche la gente sotto le macerie”. In serata -accusa Hamas- gli aerei israeliani hanno lanciato bombe anche sull’Università: sarebbe il primo obiettivo civile. Nessuna conferma da Tel Aviv.

Nel corso dell’operazione lanciata ieri, denominata ‘Piombo fuso’, gli aerei israeliani hanno colpito 240 obiettivi tra i quali caserme, depositi di munizioni, zone di lancio di razzi e decine di tunnel al confine con l’Egitto utilizzati per introdurre nella Striscia di Gaza armi, ma anche generi di consumo per la popolazione.

Non è chiaro se ai raid aerei seguirà anche un attacco da terra. Il governo israeliano ha autorizzato il richiamo di 6.500 riservisti delle forze combattenti e della difesa civile e ha mostrato alle telecamere delle reti Tv di tutto il mondo i movimenti di carri armati a ridosso del confine con Gaza.

Il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, ha avvertito che “le forze armate andranno avanti e a fondo quanto sarà necessario”. “Siamo pronti a tutto” ha aggiunto, secondo quanto riferito dal suo portavoce, “se necessario anche a dispiegare truppe di terra per difendere i nostri cittadini”. Aprendo una riunione e del suo governo, il premier Ehud Olmert ha detto: “L’operazione militare lanciata ieri ha lo scopo di restituire una vita normale agli abitanti del sud di Israele che da anni subiscono gli attacchi incessanti da parte di terroristi armati di mortai e razzi”.

In effetti Hamas, colpita duramente, non ha certo invocato la tregua. Non si sono neanche ancora arrestati i lanci di razzi da Gaza: nel complesso oggi se ne sono contati 150. Oltre ai Qassam sono stati impiegati i più potenti Grad dotati di una gittata di oltre 40 chilometri che hanno colpito, senza causare vittime, la periferia di Ashdod, il secondo porto israeliano a 30 chilometri da Gaza. Anche Beer Sheva (la principale città del Neghev, 200 mila abitanti) si trova adesso alla portata dei razzi palestinesi. Per ragioni cautelative, nelle località israeliane che si trovano a meno di 20 chilometri da Gaza le scuole resteranno chiuse a oltranza.

Il portavoce di Hamas, Barhoum, ha annunciato con un comunicato letto in tv “operazioni decisive e forti nella profondità israeliana per colpire anche con le operazioni di martirio”. E ha attaccato anche l’Egitto e il presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen: il paese confinante è accusato da Hamas quasi di connivenza, dal momento che poche ore prima che venisse sferrato l’attacco su Gaza il ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni è andata in Egitto per un colloquio con il presidente Mubarak.

Nelle ultime ore l’Egitto ha inviato circa 3000 soldati e poliziotti al valico di Rafah, unico punto di comunicazione con la Striscia di Gaza, per impedire che i palestinesi sfondino le frontiere, come successe il 23 gennaio scorso, quando 750.000 abitanti di Gaza, esasperati dal prolungarsi del blocco israeliano, sfondarono le barriere, anche con le ruspe. Rimasero in Egitto per circa tre giorni per procurarsi merci di qualsiasi genere, dagli alimenti agli elettrodomestici, ai mobili a capi di abbigliamento.

L’Egitto permette invece il passaggio dal valico di Rafah solo per le persone che hanno bisogno di essere curate negli ospedali. Ma la tensione è alta: un poliziotto egiziano è stato ucciso da colpi sparati da miliziani di Hamas.

Il presidente palestinese, Abu Mazen, e il ministro degli esteri egiziano Ahmed Abul Gheit sono molto risentiti dall’ostilità mostrata nei loro confronti da Hamas, ma cercano ancora qualche strada per convincere i dirigenti del movimento integralista a recedere dal loro oltranzismo e ad accettare un accordo per continuare la tregua interrotta, a loro dire senza ragione, il 19 dicembre e fermare così lo spargimento di sangue nella Striscia di Gaza. “Abbiamo parlato con Hamas – ha detto Abu Mazen, che si trova al Cairo – e li abbiamo supplicati di non porre fine al cessate il fuoco, di lasciare il vigore la tregua, così da evitare quello che invece è successo”.

Il conflitto potrebbe al contrario
estendersi anche in Libano. Il leader delle milizie sciite di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha chiesto alle sue truppe di prepararsi a un possibile attacco israeliano. Nasrallah ha accusato Israele di aver posizionato gli otto razzi trovati giovedì nel sud del Paese e puntati proprio sullo Stato ebraico, per “giustificare un attacco”. “Ho chiesto ai miliziani, in particolare a Sud, di essere pronti e vigili perché abbiamo di fronte un nemico infido”, ha concluso Nasrallah, che ha convocato per domani un “imponente raduno nella periferia meridionale di Beirut in segno di “solidarietà con Gaza e in segno di lutto per i martiri” palestinesi.

Un accorato appello
perché si ponga fine alle violenze e venga ripristinata la tregua è arrivato oggi dal Papa: “Imploro la fine di quella violenza, che è da condannare in ogni sua manifestazione e il ripristino della tregua nella Striscia di Gaza; chiedo un sussulto di umanità e di saggezza in tutti quelli che hanno responsabilità nella situazione, domando alla comunità internazionale di non lasciare nulla di intentato per aiutare israeliani e palestinesi ad uscire da questo vicolo cieco e a non rassegnarsi…alla logica perversa dello scontro e della violenza”. La cessazione delle operazioni militari nella Strisca di Gaza è stata chiesta anche dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

In tutta Europa si sono tenute manifestazioni di solidarietà nei confronti del popolo palestinese. A Londra, Parigi, Madrid, Roma, Copenaghen, Istanbul, ci sono stati sit-in di protesta ai quali hanno partecipato centinaia di persone. A Parigi ce n’erano quasi 1500: tra i cartelli si leggeva la scritta “Shoah a Gaza”. Anche a Londra i manifestanti parlavano di “Olocausto”.

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28 dicembre 2008

fonte:  http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/esteri/medio-oriente-43/secondo-giorno-raid/secondo-giorno-raid.html?rss

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Cadaveri e feriti insieme in corsia
l’inferno degli ospedali al collasso

Fra le vittime donne e bambini, al pronto soccorso manca il plasma
In crisi anche gli obitori che non sanno come raccogliere il gran numero di morti

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dall’inviato di Repubblica MARCO ANSALDO

Cadaveri e feriti insieme in corsia l'inferno degli ospedali al collasso GERUSALEMME – L’immagine che più colpisce, del massacro di Gaza, è quella di un’anziana donna palestinese, forse una madre, che si aggira con le scarpe inzuppate di sangue sul selciato dove giacciono scomposti decine di uomini morti. Rivolta con pazienza ogni corpo, fino a trovare quello del figlio.

All’ospedale di Al Shifa non c’è tempo per lo stupore. Mucchi di gente dilaniata, chi ancora sanguinante chi di certo senza più vita, sono lasciati nell’androne in attesa di sistemazione: i feriti in coda in sala operatoria, i cadaveri verso il fondo.

Ma l’obitorio è già pieno, e le barelle sfornano di continuo nuovi arrivi: prima 50, poi 90, e si sale ancora, 120, 150, alla fine più di 200 morti. Il problema, dopo solo un’ora, è dove metterli tutti quanti.

Al pronto soccorso, invece, manca il plasma. I chirurghi non sanno come operare. Le vittime non sono solo poliziotti, comunque la gran parte dei colpiti nell’attacco portato alle strutture di sicurezza di Hamas, mentre era in corso una cerimonia per la consegna dei diplomi alle reclute. Ma anche donne giovani. E bambini. Una piccola sui dieci anni, colpita all’addome, giace su una barella con gli occhi semichiusi: è morta. “Non la conosciamo”, dice un dottore allargando le braccia.

Dagli schermi di un televisore si vedono i militanti della Jihad islamica ordinare “a tutti i combattenti di rispondere al massacro israeliano”. E dal canale di Al Jazeera si odono i leader di Hamas sostenere di essere, ora, ancora più forti: “Daremo al nemico una lezione che non dimenticherà mai”, dicono con i pugni alzati.

Radio Gaza grida vendetta. Tutto intorno, però, l’aria è sconvolta dall’urlo delle sirene. Una dietro l’altra, le ambulanze riversano la mattanza continua nel corridoio: morti e feriti, spesso insieme. A volte sono semplici vetture a trasportare altre vittime che, fra pianti e imprecazioni, vengono sistemate alla meno peggio sulle barelle. Una stuoia che funge da barella di fortuna, intrisa di sangue, è stata liberata dal suo fardello, pronta ad accorrere verso un’altra macchina che arriva frenando davanti alla porta.

Alla morgue sistemata in fondo alla corsia c’è chi non riesce a dare un nome ai cadaveri. I brandelli di corpi rimasti non permettono qualche volta un’identificazione veloce. Medici e assistenti, la tuta verde indosso, la mascherina sterilizzata davanti alla bocca, un altoparlante in mano, chiedono ai parenti assiepati sull’androne di procedere al riconoscimento dei loro cari, e di portarseli via.

Mezzogiorno. L’ora della risposta palestinese. Un razzo sparato dalla Striscia di Gaza uccide una donna nel villaggio israeliano di Netivot. La notizia coglie Gaza indifferente. Nessuno festeggia, e tantomeno fa proclami. Una signora commenta: “Un morto loro, contro duecento nostri”. E fa una smorfia, come a dire: non si lamenteranno mica in Israele, dopo il massacro che hanno fatto qui.

Fuori, i vetri delle case sono tutti in frantumi. Una costruzione alta, che ospita un organismo di sostegno ai prigionieri di Hamas, appare sventrata. A fatica i caterpillar alzano le pietre dai cumuli di macerie. Sotto, i soccorritori trovano i corpi di altre cinque persone.

Una telefonata arriva dalla vicina Khan Younis. L’aviazione israeliana ha colpito anche qui, nel campo profughi: ci sono due morti, e soprattutto una trentina di feriti. “Ci dispiace, qui non c’è più posto”.
Sono ancora tante le immagini di questa giornata tremenda. Uomini che come zombie, il volto nero di fuliggine, camminano quasi in trance verso le ambulanze. Una donna giovane, bella, ferita al volto, trasportata del tutto incosciente dentro l’ospedale. Un poliziotto ferito e riverso sulla strada in mezzo a una decina di cadaveri, che agita la mano all’indirizzo dei soccorritori recitando una preghiera.

All’ospedale Al Shifa accorrono
i responsabili sanitari di Hamas. Si lamentano: “I nostri mezzi sono troppo modesti per far fronte a questo massacro”. Una donna sembra impazzita: “Mi hanno detto che i miei due figli sono morti – grida – ma nessuno è in grado di confermarlo”. Un giovane uomo rompe in lacrime: “Mio fratello era ancora vivo mentre lo portavano qui, e mi parlava, ma nessuno ha potuto occuparsene ed è morto”.

Nel pomeriggio si tengono già i primi funerali delle vittime. Il problema, ora, è dove seppellirli, così tanti. Alla tv, gli Stati Uniti, Mosca, l’Egitto, le Nazioni Unite, l’Europa, uno dopo l’altro chiedono la fine dell’attacco. Ma poco prima del tramonto, il rombo dei jet squassa nuovamente l’aria, mentre nuovi incendi scoppiano qua e là appena gli aerei lasciano dietro di sé il tonfo sordo delle esplosioni.

Al buio, i minareti delle moschee di tutta la Striscia sfidano l’aria spessa di Gaza diffondendo in segno di lutto i versetti del Corano. Donne in lacrime continuano ad affollare, all’Al Shifa, le camere della sala operatoria. L’odore penetrante del cloroformio sembra oltrepassare gli schermi delle tv, entrando nelle case di tutta la Palestina. Stasera, anche il canto del muezzin, di solito lieve, sembra un lacerante lamento funebre.

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28 dicembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/esteri/medio-oriente-43/scarpe-sangue/scarpe-sangue.html

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La strage in diretta sui blog
“In ospedale serve sangue”

Dal cuore di Gaza l’accusa via web: “Hanno colpito anche obiettivi civili”

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di MARCO PASQUA

La strage in diretta sui blog "In ospedale serve sangue"
“Ero nella mia casa, vicino al porto di Gaza, e stavo facendo colazione con pane e marmellata, quando i razzi hanno iniziato a colpire, intorno alle 11. Sei o sette potenti esplosioni, non lontano dal mio palazzo, che ha vibrato. Fumo e polvere ovunque. I razzi sono caduti mentre i bambini tornavano da scuola. Quando sono uscita da casa, una bambina di 5 anni, terrorizzata, si è lanciata tra le mie braccia”.

Inizia così il racconto dell’australiana Sharon Lock,
che documenta quello che sta accadendo nella striscia di Gaza. “Tales to tell” (Storie da raccontare) è il blog della volontaria del movimento pacifista “Free Gaza”, che dallo scorso mese di agosto si trova in questa striscia di territorio, per contestare, tra le altre cose, il blocco imposto dagli israeliani ai pescatori palestinesi nelle acque antistanti Gaza.

“Durante gli attacchi -scrive la Lock– Eva, un’altra volontaria, ha visto un razzo colpire la strada, a 150 metri di distanza da dove una folla si era radunata cercando di estrarre i cadaveri. La strada era coperta di macerie, rendendo difficoltosi i soccorsi”.

L’ospedale Al-Shifa è saturo di persone ferite, spaventate, ma è anche un centro di raccolta di “pezzi di quello che una volta erano essere umani”. “I razzi hanno colpito molte stazioni di polizia, dove era in corso la formazione delle reclute. Ma tra i morti ci sono anche civili e bambini”. Nel post è stata inserita una foto che documenta la distruzione della stazione di polizia Omar Mukthar, e mostra cinque persone intente a trascinare via un uomo, che è rimasto colpito durante l’attacco. Ma c’è anche uno scatto dell’ingresso di un ospedale, con la folla accalcata e le ambulanze che a malapena riescono a guadagnarsi un passaggio.

Il pezzo si conclude con un appello alla mobilitazione: “Chiamate le radio, i media, informate i vostri parlamentari: questi razzi stanno uccidendo dei civili. Non colpiscono solo Hamas. I poliziotti feriti o uccisi sono dipendenti del governo, che si occupano di problemi di viabilità e piccoli crimini. Donne e bambini sono morti. Una stazione di polizia che è stata colpita era attaccata ad una scuola”.

Sul sito di riferimento del movimento Free Gaza
vengono riportate le testimonianze di altri volontari. Sono, ancora una volta, racconti di guerra. “L’obitorio dell’ospedale Al Shifa non ha più spazio per altri cadaveri – racconta il professor Haidar Eid, dell’università Al Aqsa di Gaza – Per questo i cadaveri vengono ammassati in vari punti del nosocomio”. La volontaria canadese Eva Bartlett riferisce che gli ospedali hanno dovuto far uscire i pazienti meno gravi, per dare spazio a quelli più seri: “C’è una grande carenza di sangue”, racconta.

“La mia casa è stata pesantemente danneggiata – racconta la libanese Natalie Abu Eid, dell’International Solidarity Movement – Un bambino, che si trovava in casa con noi al momento degli attacchi, è svenuto. Un altro è rimasto sdraiato in terra per un’ora, a tremare. Di fronte alla nostra abitazione abbiamo trovato i corpi di due bambine, sotto un’auto: erano completamente bruciate. Stavano tornando da scuola”.

“I missili hanno colpito un’area giochi per bambini e un mercato, a Diere Balah – dice, citata da Free Gaza Movement, la polacca Ewa Jasiewicz – Abbiamo visto la gente ferita, e i morti. Gli ospedali non hanno più medicine per curare i feriti”.

Aggiornamenti continui anche sul blog “Una finestra sulla Palestina”,
che racconta di come centinaia di palestinesi si siano riversati per le strade, in seguito alle esplosioni: “Fonti mediche palestinesi hanno descritto i pezzi di corpi che venivano portati in ospedale – scrive il sito – Tutte le persone con ferite lievi sono state rimandate a casa, e non hanno potuto ricevere alcuna cura”.

Laila El-Haddad è una giornalista palestinese, che si divide tra la striscia di Gaza e la Carolina del Nord, dove si trova adesso, ed è l’autrice del blog “Una madre da Gaza”. I suoi genitori vivono tutt’ora a Gaza, e Laila racconta come abbia vissuto le ore in cui il mondo è stato informato degli attacchi. “Ricevo una telefonata da altri miei parenti in Libano – scrive sul blog – Loro non possono telefonare a Gaza, e mi chiedono di fare da tramite. Riesco a parlare con mio padre, al cellulare. E’ appena tornato dall’ospedale, dove ha donato del sangue. Mio padre è un chirurgo in pensione, e si è offerto di dare una mano al personale dell’ospedale. Mi ha raccontato che quando i razzi hanno colpito Gaza, loro si trovavano al mercato. Lui ha pregato, mentre la terra vibrava e il fumo li investiva”. Secondo quanto riferito da Laila, gli israeliani hanno colpito “50 diversi obiettivi, con 60 aerei diversi, colpendo 200 persone. Come in un gioco”. Il titolo del suo ultimo post, pubblicato oggi, è “Le piogge di morte su Gaza”.

E nella Striscia palestinese c’è un italiano: è Vittorio Arrigoni, anche lui volontario del Free Gaza Movement, arrestato dai militari israeliani, lo scorso mese di novembre, con l’accusa di non aver rispettato i limiti di navigazione imposti da Israele nelle acque di Gaza. Anche il suo ultimo post racconta gli attacchi odierni: “Siamo sotto le bombe a Gaza, e molte sono cadute a poche centinaia di metri da casa mia. E amici miei, ci sono rimasti sotto. Una strage senza precedenti. Terroristi? Hanno spianato il porto, dinnanzi a casa mia e raso al suolo le centrali di polizia”.

Parlando delle vittime dei bombardamenti: “Li ho conosciuti, questi ragazzi, li ho salutati tutti i giorni recandomi al porto per pescare coi pescatori palestinesi, o la sera per recarmi nei caffè del centro. Diversi li conoscevo per nome. Un nome, una storia, una famiglia. Sono giovani, diciotto ventanni, per lo più che se ne fottono di Fatah e Hamas, che si sono arruolati nella polizia per poter aver assicurato un lavoro in una Gaza che sotto assedio ha l’80 per cento di popolazione disoccupata. Queste divise ammazzate oggi (senza contare le decine di civili che si trovavano a passare per caso, molti bambini stavano tornando a casa da scuola), sono i nostri poliziotti di quartiere. Se ne stavano tutti i giorni dell’anno a presidiare la stessa piazza, la stessa strada, li ho presi in giro solo ieri notte per come erano imbaccuccati per ripararsi dal freddo, dinnanzi a casa mia. Non hanno mai sparato un colpo verso Israele, né mai lo avrebbero fatto, non è nella loro mansione. Si occupano della sicurezza interna, e qui al porto siamo ben distanti dai confini israeliani. Ho una videocamera con me ma sono un pessimo cameraman, perché non riesco a riprendere i corpi maciullati e i volti in lacrime. Non ce la faccio. Non riesco perché sto piangendo anche io. Ambulanze e sirene in ogni dove, in cielo continuano a sfrecciare i caccia israeliani con il loro carico di terrore e morte. Devo correre, all’ospedale Al Shifa necessitano di sangue”.

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27 dicembre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/esteri/medio-oriente-43/blog/blog.html