Archive | gennaio 2009

Nel web dilaga il dibattito sulla protesta dei lavoratori inglesi

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dal corrispondente Leonardo Maisano

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Londra- Il punto lo ha centrato Abidemi Bello da Lagos . “Se gli inglesi dicono british job to british people”, le decine di migliaia di lavoratori inglesi impegnati nell’industria petrolifera nigeriana dovrebbero fare i bagagli e andarsene. “Nigerian job to Nigerian people”.

Più di 4.000 navigatori hanno già inviato i propri commenti al sito della Bbc sulle proteste accese dall’assegnazione di una commessa all’impresa italiana Irem e ai suoi lavoratori nella raffineria di Lindsey nel nord Lincolnshire. “Io credo che uno Stato debba dare opportunità agli stranieri di crearsi una vita diversa”, scrivono Maria Rita e Chiara da Reggio Calabria, la città italiana che sembra dare il maggior contributo al dibattito della Bbc. “Abbiamo avvertito i nostri politici per decenni sui rischi di svendere le nostre potenzialità agli stranieri. Ora i polli stanno arrostendosi !!! Supporto totale ai nostri lavoratori. Dateci dentro ragazzi “. Baz, ha una visione da stadio del conflitto esploso in Lincolnshire. E non è affatto il solo.

Le voci dalla Gran Bretagna sono tante e sono diverse. Si passa dai toni più brutalmente xenofobi, al semplice sostegno per i dimostranti, al “no” verso ogni forma di autarchico protezionismo. Molti commenti anche sul sito del Sole 24 Ore, che per primo in Italia ha raccontato la storia ai lettori italiani.

La contestazione ha scatenato un dibattito che ormai dilaga e il web è ancora una volta incredibile contenitore di contento e di dissenso, barometro di un fenomeno sociale che rischia di paralizzare il Regno Unito e di allargarsi molto oltre il Regno Unito. I commenti dei lettori riempiono i siti dei giornali locali ( per primo il Grimsby Telegraph distribuito nel Lincolnshire ) e anche quelli nazionali, ma è la Bbc, ancora una volta, a dare più spazio al dibattito. Un confronto che, come la protesta, sembra destinato a proseguire per molto tempo ancora.

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31 gennaio 2009

fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2009/01/lavoratori-inglesi-proteste-italiani.shtml?uuid=c4a9a46a-ef9a-11dd-86aa-83e615b1ab5a&DocRulesView=Libero

Immigrati in corteo a Roma: «Il diritto di soggiorno è un diritto di tutti»

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ROMA (31 gennaio) – Un migliaio di persone, soprattutto immigrati e studenti, hanno manifestato a Roma contro il razzismo e il pacchetto sicurezza del governo, in un corteo partito da piazza di Porta Maggiore che ha marciato sino a piazza dell’Esquilino.

In testa al corteo sono partiti alcuni carri che hanno trasmesso musica ad alto volume e striscioni: “Contro razzismo, guerra e terrorismo. Il diritto di soggiorno è un diritto di tutti i cittadini immigrati” e “No ai lager né a Lampedusa, né in Libia né in nessun altro posto”.

Il portavoce dell’associazione Dhuumcatu, Batchu, tra gli organizzatori dell’iniziativa, ha spiegato: «Stiamo manifestando contro una legge insicurezza. Con questa legge, se un datore di lavoro sfrutta un immigrato, se qualcuno lo massacra di botte, questi non ha titolo di denunciarlo perchè non ha il permesso di soggiorno; se sta male nessuno lo cura perchè non ha il permesso di soggiorno. Questa è discriminazione bella a buona». Lungo il corteo anche varie associazioni di donne con cartelli con su scritto: “La violenza sulle donne non dipende dal passaporto. La fanno gli uomini”.

Insulti al Papa. «Abbiamo voluto mandare un segnale davanti ad una delle più grandi basiliche di Roma per ricordare che Cristo non andava in giro con le scarpe di Prada, come fa questo Papa». Un messaggio concluso con un pesante insulto di natura sessuale al pontefice, è statao lanciato sotto la basilica di santa Maria Maggior. I manifestanti hanno detto che è stata una iniziativa isolata di una sola persona.

Petardi contro Casapound. Momenti di tensione quando  uno spezzone del corteo si è fermato all’angolo di Napoleone III, presidiato da due mezzi della polizia: a poche decine di metri dalla sede di Casapound verso la quale alcuni manifestanti hanno lanciato petardi. Le forze dell’ordine, in assetto anti sommossa, si sono chierati per allontanare i manifestanti.

“Assassini” ai poliziotti. Con riferimento all’omicidio di un senegalese da parte di un agente a Civitavecchia durante il corteo alcuni immigrati hanno gridato assassini ai poliziotti. «Quest’omicidio è il frutto dei continui attacchi della politica agli immigrati – le fa eco il portavoce dell’associazione Dhuumcatcu, Batchu, tra gli organizzatori della manifestazione – che creano un clima di impunità per i gesti contro di loro».
La manifestazione è terminata a piazza dell’Esquilino dove si è tenuto un concerto.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=44571&sez=HOME_INITALIA


Veltroni: “Con la green economy un milione di posti di lavoro” / Green economy, L’Italia non c’è

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Il segretario del Pd illustra le linee della rivoluzione verde in vista della conferenza programmatica di aprile

E attacca: “Di fronte alla crisi il governo è assolutamente inerte. Disastrosa l’assenza di Silvio Berlusconi”

La replica di Bonaiuti: “Il governo c’è ed agisce”

"Con la green economy un milione di posti di lavoro"Walter Veltroni

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ROMA – Un milione di posti di lavoro da realizzare in un arco decennale grazie alla green economy. Walter Veltroni ha tracciato le linee della “rivoluzione verde” per l’Italia del Pd a conclusione del primo appuntamento in vista della Conferenza programmatica di aprile. “Sarà un piano decennale serio e moderno per un milione di posti di lavoro, o prodotti o salvati, con scarsi costi e molti benefici”, aggiunge il segretario del Pd, che ricorda come l’unica leva, l’unico traino, l’unica forma di crescita virtuosa del Pil è la rivoluzione ambientale”.

Secondo Veltroni non solo è necessaria una rivoluzione verde “per trasferire il mondo alle generazioni future, ma bisogna fare di più” nel settore automobilistico, dell’edilizia, fino ad arrivare “alla rottamazione del petrolio che è una scelta economica e politica”. Nel piano decennale, osserva Veltroni, ci sarà “la rottamazione dei vecchi meccanismi” perché “abbiamo il know-how per fare questa scelta e oltre che liberarsi del petrolio rispettare i parametri di Kyoto”.

“Scegliendo per l’Italia la via della green economy si sostiene e si rilancia l’economia; si rispettano gli impegni presi a livello europeo; entro tre mesi il Governo faccia finalmente conoscere quali sono i piani d’azione per il rispetto degli obiettivi ’20-20-20′, come hanno fatto Francia, Gran Bretagna e Germania; si coinvolgono, fra nuovi lavori e riqualificazione di quelli esistenti un milione di posti di lavoro nei prossimi cinque anni”, ha detto Veltroni intervenendo al convegno “Un nuovo new deal ecologico”, organizzato dagli Ecologisti democratici, nella sede di Largo del Nazareno.

Sulla crisi economica, Veltroni attacca il governo, che definisce “assolutamente inerte”. Per il segretario del Pd “c’è una distanza dalle condizioni di vita della società. Quando Berlusconi dice che un calo del Pil del 2% non è un problema è perché non gli importa di sapere che una flessione del 2% del Pil significa 600mila posti di lavoro in meno”. “Piange il cuore – continua – vedere il governo di questo paese in questo stato. Ci vorrebbe un De Gasperi o un Ciampi, un presidente del Consiglio che sappia unire il paese”. Berlusconi, invece, è completamente assente, continua Veltroni. “Un’assenza persino fisica: si occupa di tutt’altro, fa campagna elettorale in Sardegna. E’ come se la crisi non lo riguardasse”. Non si fa attendere la replica di Paolo Bonaiuti: “Il governo c’è, è presente, prende misure per sostenere l’economia d’accordo con gli altri paesi europei”, dice il portavoce di Berlusconi, aggiungendo che gli attacchi della sinistra sono solo fumo, non proposte concrete.

Nel suo piano “verde” il segretario del Pd ha parlato anche di ecoincentivi alle auto ma vincolati a un piano di “ricerca e innovazione per basso consumo e basse emissioni oltre a incentivare il trasporto pubblico”. Per quanto riguarda le infrastrutture Veltroni indica “la soluzione di un fondo a rotazione per finanziare i migliori progetti cantierabili subito e non al 2011”. Si guarda poi “a raddoppiare le fonti di energia rinnovabili nei prossimi dieci anni e a un progetto di strategia nazionale in questo settore” finanziato con soldi pubblici. Tra le altre proposte per un “New Deal ecologico” c’è la riqualificazione energetica degli edifici, rendendo permanenti le agevolazioni fiscali del 55% per gli interventi di efficienza; il trasporto pubblico, favorendo gli investimenti pubblici per il rinnovo del parco mezzi con autobus a metano; ecoincentivi per elettrdomestici a basso consumo e alta efficienza energetica; misure per favorire la ricerca e l’innovazione tecnologica; incentivi per il riciclo dei rifiuti e per l’industria ad essi collegata.

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31 gennaio 2009
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IL PUNTO

Green economy, L’Italia non c’è

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di ANTONIO CIANCIULLO

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E’ dura per tutti. L’Italia però ha un problema in più: la costruzione di un grande progetto nazionale per ridare fiato economico al paese, sostenere la tecnologia made in Italy, rilanciare l’innovazione ambientale come chiave del nuovo sviluppo non è una premessa ovvia, il pre requisito su cui costruire la battaglia politica, ma un impegno di parte, che va e viene seguendo le sorti dei governi.

Poche settimane fa il presidente del Consiglio aveva profetizzato: “E’ assurdo parlare di clima quando c’è la crisi. E’ come se uno con la polmonite pensasse a farsi una messa in piega. Non è l’ora dei Don Chisciotte: abbiamo tempo”. Ora però gli americani hanno eletto un Don Chisciotte alla Casa Bianca. Il governo laburista della Gran Bretagna ha assunto l’impegno di tagliare i gas serra dell’80 per cento entro il 2050 e l’opposizione di David Cameron rilancia proponendo di dare 6.500 sterline a ogni famiglia inglese per l’innovazione energetica. Il governo conservatore francese ha presentato una legge per tagliare le emissioni serra del 75 per cento entro il 2050. Il governo tedesco a guida moderata ha investito nel 2008 3,3 miliardi di euro per le politiche a difesa del clima.

Con la proposta del new deal ecologico
il Partito Democratico si è allineato a una posizione che è ormai largamente dominante nei paesi leader del mondo. Ha disegnato uno scenario in cui il lavoro che manca può arrivare assieme alla difesa dell’ambiente, l’industria può ripartire da bisogni largamente condivisi come viaggiare in città più comodi e più veloci, le case possono diventare più sane spostando i profitti dalla speculazione alla battaglia per la qualità. In quasi tutti gli altri paesi sviluppati il confronto avviene sul come raggiungere questi obiettivi. In Italia già definirli è una fatica. Qui sta il problema.

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31 gennaio 2009
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Brasile, i Pac contro Battisti: “Infame definirci pentiti”

Dopo le parole dell’ex terrorista la reazione degli ex Proletari armati per il comunismo
“Per quei fatti abbiamo pagato, non barattando la nostra libertà con quella degli altri”

Ma 500 intellettuali brasiliani si schierano con lui

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Brasile, i Pac contro Battisti "Infame definirci pentiti"
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ROMA – “Per i drammatici fatti che ci videro coinvolti 30 anni fa venimmo condannati e abbiamo pagato, non barattando la nostra libertà con quella degli altri. Troviamo infamante che Cesare Battisti ci qualifichi come collaboratori di giustizia o pentiti”. E’ durissima la replica degli ex Proletari armati per il comunismo Sebastiano Masala e Giuseppe Memeo, insieme alla moglie di Gabriele Grimaldi (morto nel 2006), Pia Ferrari. Ieri, l’ex terrorista li aveva indicati come responsabili degli omicidi per i quali è stato condannato in Italia. E oggi i suoi ex compagni fanno sentire la loro voce. Con una dichiarazione non sottoscritta da Sante Fatone, che diventò collaboratore di giustizia.

“Pensiamo che l’atteggiamento complessivo di Cesare Battisti non aiuti, a distanza di anni, il dibattito per il superamento di quella tragica storia che tanti lutti e sofferenze ha provocato – affermano gli ex Pac – Il silenzio più delle parole si addice per il rispetto delle vittime e per chi non ha mai smesso di soffrire”.

Dura anche la reazione dell’avvocato Giovanni Beretta che fu difensore di Giuseppe Memeo e Gabriele Grimaldi: “Battisti accusa gli altri, ma si dimentica delle persone che ha ucciso lui. A partire dall’omicidio dell’agente Campagna. Fu lui a impugnare la pistola e a sparagli, in un momento in cui il gruppo stava solo studiando le sue abitudini per decidere il da farsi”. Lapidaria Laura Grimaldi, madre di Gabriele: “Spero solo che il signor Cesare Battisti sia estradato”. Senza dubbi Armando Spataro, procuratore aggiunto dei Milano e pm all’epoca del processo ai Pac: “E’ un assassino della peggiore specie”.

Chi invece si schiera a favore
dell’ex terrorista sono circa 500 intellettuali brasiliani che criticano l’Italia per il suo “revanscismo punitivo nei confronti degli anni Settanta”. In un manifesto sottoscritto dal gruppo di intellettuali si afferma che “con una decisione coraggiosa e coerente con i suoi principi democratici e progressisti, il governo brasiliano (…) ha concesso l’asilo politico a Battisti. Noi sosteniamo la decisione del governo brasiliano per il caso Battisti in quanto sosteniamo una soluzione politica e giuridica per le questioni attinenti agli anni Settanta in Italia”. “Il revanscismo punitivo verso gli anni Settanta rivoluzionari in Italia non è democratico e costituisce una marcia indietro politica”. Tra i firmatari nomi noti come quelli dell’architetto Oscar Niemeyer e del drammaturgo Augusto Boal.

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31 gennaio 2009
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La denuncia dei magistrati: «Politica, difficile rapporto»

APERTURA DELL’ANNO GIUDIZIARIO nelle corti d’appello italiane

Santacroce, Roma: «Situazione allarmante». Grechi, Milano: numero impressionante di cause civili pendenti

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Il presidente della corte d'appello di Milano Giuseppe Grechi (Fotogramma)
Il presidente della corte d’appello di Milano Giuseppe Grechi (Fotogramma)

MILANO – L’apertura dell’anno giudiziario, in tutte le corti d’appello italiane, offre oggi l’occasione di riflettere sui «mali» della giustizia del nostro Paese. Occhi puntati in particolare su Milano e Roma. Il presidente della corte d’appello di Milano, Giuseppe Grechi, nella sua relazione inaugurale ha sottolineato come in Italia si facciano troppi processi: «L’Italia detiene, con largo margine, il primo posto assoluto in Europa per «numero di affari penali relativi a infrazioni qualificate come gravi, pendenti dinnanzi ai tribunali di primo grado». «Quanto al numero di reati per abitanti – ha sottolineato l’alto magistrato -, siamo secondi solo alla Bosnia Erzegovina». «Sono poche invece in Italia, rispetto agli altri Paesi, le infrazioni minori per le quali non viene innescato il complesso meccanismo del processo penale – ha concluso Grechi -. È evidente che non siamo al cospetto della malvagità di un popolo ma di una politica di “pan-penalizzazione” che si dimostra da sempre di fatto incontenibile, anche perché non sa affidare a organi amministrativi efficienti l’accertamento e la sanzione delle infrazioni meno gravi».

CAUSE CIVILI PENDENTI – Il «dato più impressionante», per Grechi, è l’entità del contenzioso civile: «Per limitarci al primo grado di giudizio, abbiamo un “debito pubblico” di cause civili pendenti che è quasi il doppio della Germania, più del triplo della Francia, più del quadruplo della Spagna». E in fatto di capacità di smaltimento degli affari civili l’Italia è in fondo alla classifica europea, seguita solo da Andorra e Georgia; quanto alla durata delle cause siamo al sest’ultimo posto (precedendo solo Bosnia Erzegovina, Cipro, Andorra, Croazia e Slovenia).

IL CASO ENGLARO Sul caso di Eluana Englaro, Grechi ha sottolineato che la corte d’appello civile di Milano che è stata chiamata a decidere «non ha invaso territori altrui». «La Costituzione è fondata sulla separazione dei poteri, per cui un potere non può interferire nelle decisioni di un altro». Quindi, né il potere esecutivo né quello legislativo possono annullare le sentenze definitive.

INGERENZE DELLA POLITICA– «La situazione è di estrema drammaticità», ha detto Giorgio Santacroce, presidente della corte d’appello di Roma. «In tutte le nazioni esistono contrasti tra magistratura e politica», ha ricordato Santacroce, «ma da noi la situazione si rivela più grave e sconfortante perché questi contrasti sono vissuti e usati quasi sempre per scatenare sterili polemiche, o servono ad alimentare campagna di vera e propria delegittimazione del ruolo della magistratura nella sua interezza». E ancora: «La crisi della giustizia è grave e allarmante, come mai in passato. Ma il giudice italiano non può continuare a vivere il suo rapporto con la politica in modo perennemente teso e conflittuale».

PROCESSI TROPPO LUNGHI – Santacroce ha anche puntato il dito sull’eccessiva lentezza dei processi in Italia. Per Santacroce occorre una vera e propria «rivoluzione culturale, l’affermazione di un’etica pubblica fondata su una ritrovata legalità, anziché sull’idea fuorviante che l’illegalità degli altri sia sufficiente a giustificare la propria». Ha quindi auspicato «maggiore snellezza e celerità ai processi civili e penali»: «Rendere prontamente giustizia è indispensabile nell’interesse dei cittadini che aspettano un segno tangibile di giustizia».

AURIEMMA: «ATTACCHI DALLA TV» – Ancora sulle ingerenze della politica, durissimo l’intervento del presidente dell’ Associazione nazionale magistrati del distretto Roma-Lazio, Paolo Auriemma, per il quale assistiamo a «una continua erosione della credibilità della magistratura con attacchi sempre più virulenti anche nel merito, con l’insistenza martellante degli imbonimenti televisivi di parzialità preconcette, formulate contro i giudici da rappresentanti anche elevati della classe politica». Auriemma ha parlato in sintesi «di una campagna di delegittimazione dei giudici che ha visto spesso in azione esponenti di rilievo» della politica.

LO SCONTRO TRA PROCURE – A Salerno era inevitabile, nella cerimonia di apertura dell’anno giudiziario, un riferimento alla «bufera» che ha travolto la procura nelle scorse settimane, con la sospensione da funzioni e stipendio del capo dei pm Luigi Apicella dopo lo scontro con i colleghi di Catanzaro, in seguito al caso De Magistris. Molto cauto il presidente facente funzione della Corte di Appello di Salerno, Matteo Casale: «L’estrema vicinanza degli accadimenti, la doverosa riservatezza, la non perfetta conoscenza degli atti giudiziari, il dovuto rispetto agli organi istituzionali ed a quelli giudiziari mi impongono di tenere il massimo riserbo». Casale ha ribadito la preoccupazione per quanto accaduto e che «la vicenda e la forte risonanza mediatica poteva incidere sulla già altalenante credibilità del Paese nelle istituzioni giudiziaria». «Posso soltanto affermare con fermezza – ha aggiunto – che la capacità di recupero che caratterizza da sempre gli operatori giudiziari ha consentito di mantenere alta la serenità di giudizio in tutto l’ambiente distrettuale». Alla stessa vicenda il presidente della Corte di Appello di Catanzaro, Pietro Antonio Sirena, ha dedicato una pagina della sua relazione, dicendo di aver «reso edotto il Csm della situazione che andava maturando, già qualche tempo prima che questa precipitasse» e rallegrandosi perché «si è avuto un tempestivo intervento degli organi disciplinari e dello stesso nostro organo di autogoverno».

PALERMO SENZA FONDI E PERSONALE – «Non siamo alla bancarotta ma siamo messi abbastanza male», ha riferito il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, a margine dell’apertura dell’anno giudiziario nel capoluogo siciliano. «Paghiamo i trasferimenti di tasca nostra – denuncia il pm – i rimborsi sono fermi, dobbiamo economizzare sulla carta, stampanti, toner, pc e fax e non ci sono fondi per gli straordinari». Il magistrato ha quindi ricordato come subito dopo le stragi di Falcone e Borsellino, anche nel pomeriggio, gli uffici giudiziari fossero pieni di personale. «Adesso i magistrati nel pomeriggio sono soli e non c’è personale».

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31 gennaio 2009

fonte: http://www.corriere.it/cronache/09_gennaio_31/apertura_anno_giudiziario_corti_appello_roma_milano_3fb516f0-ef76-11dd-b57d-00144f02aabc.shtml

Vicenza: occupata la base Usa, il movimento ‘No Dal Molin’ torna a protestare

Sono tornati alla carica. Il tempo passa, ma non fa cambiare la convinzione che quella base là non s’ha da fare. Così gli attivisti del movimento ‘No Dal Molin’ sono entrati sabato mattina  nei terreni dell’aeroporto vicentino dove deve sorgere la
nuova base militare Usa, occupandoli.

Alcune centinaia di persone hanno  protestato, per l’ennesima volta, contro l’avvio dei lavori nel Dal Molin, dove da alcuni giorni sono tornate in azione le ruspe per abbattere le vecchie strutture dell’aeroporto e preparare l’area per la Camp Ederle 2. I dimostranti, controllati dalle forze dell’ordine, sono penetrati da un varco nella recinzione, e hanno occupato pacificamente la parte civile dell’aeroporto.

L’occupazione segue l’incontro avvenuto venerdì’ tra il sindaco di Vicenza Achille Variati e il commissario governativo per il Dal Molin, Paolo Costa. Un appuntamento durante il quale il sindaco ha rinnovato le preoccupazioni di Vicenza sotto l’aspetto ambientale e l’insoddisfazione rispetto all’esito della conferenza dei servizi che doveva valutare la relazione paesaggistica sul Dal Molin.  «Il problema ambientale resta – ha spiegato Variati – e come primo cittadino ho il dovere di pretendere una risposta: sarebbe gravissimo se al Dal Molin cominciassero i lavori senza aver fornito alla città risposte alle numerose e argomentate preoccupazioni ambientali». Il sindaco ha poi espresso a Costa la richiesta dei capigruppo consiliari di fare un sopralluogo al Dal Molin e di poter avere il commissario in consiglio comunale: in entrambi i casi il rappresentante del governo si è detto disponibile. Variati ha infine sottolineato l’andamento di un sondaggio rispetto a quanto la nuova base possa essere utile alla città che ha raccolto 57.765 opinioni. Il 74% dice no (il 52% perchè dannosa alla città; il 22% perchè è una base di guerra); il 2 % è favorevole perchè porta il benessere, mentre il 24% la approva purché ci sia un ritorno economico.

Ma, come da sondaggio, sono pochi quelli che preferiscono il silenzio alla protesta. Gli altri continuano a manifestare.

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31 gennaio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/80892/vicenza_occupata_la_base_usa_il_movimento_no_dal_molin_torna_a_protestare

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Vicenza, sopralluogo sulle aree Dal Molin dopo l’intervento Ue

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di GABRIELE FALLICA

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E ora tutti sulle aree Dal Molin. Il sindaco di Vicenza Achille Variati, i rappresentanti della Regione Veneto e della Soprintendenza. Appuntamento sabato mattina poco fuori città per rendersi conto di persona, un sopralluogo dello stato dell’arte e confrontarlo con il progetto della nuova base Usa prima della conferenza di servizi chiamata ad esprimersi sui lavori. Un sopralluogo voluto dal primo cittadino perché «una cosa è guardare le carte, una cosa è rendersi conto con i propri occhi della delicatezza dell’area».

Anche perché sul progetto, o meglio sui lavori che poi verranno effettivamente realizzati, ancora c’è un bel margine di indeterminatezza. Tanto che è legittima la domanda: esiste o no un progetto definitivo delle Ederle 2?

Alla Commissione Europea «non risulta sia stata rilasciata l’autorizzazione per questo progetto». A dare una prima risposta (ne arriveranno di certo delle altre) è Giancarlo Albera, uno dei portavoce dei comitati cittadini che in un certo senso si oppongono all’ “ampliamento” (come viene definito in tanti documenti ufficiali) della base.

Albera ci mostra il testo di una interrogazione alla Commissione Europea firmata da Roberto Musacchio, Luisa Morgantini, Umberto Guidoni, Vittorio Agnoletto, Giusto Catania e Vincenzo Aita. Gli eurodeputati chiedono testualmente “se la Commissione non ravvisi nelle scelte della Regione Veneto una lacunosa violazione delle direttive 85/337/CEE, 97/11/CE e, soprattutto, 2003/4/CE per aver mancato alla dovuta informazione al pubblico e non intenda quindi intervenire sul Governo Italiano affinché il ministero della Difesa revochi ogni autorizzazione sino all’acquisizione positiva della VIA prevista dalle normative comunitarie?”

La risposta della Commissione è datata 17 dicembre 2008: «La Commissione non ha motivo di ritenere che, per tale progetto, l’Italia non abbia intenzione di applicare correttamente la normativa ambientale comunitaria e in particolare la direttiva VIA. In base a tale direttiva, prima del rilascio dell’autorizzazione, è necessario svolgere una valutazione dell’impatto sull’ambiente dei progetti per i quali si prevede un notevole impatto ambientale, in particolare per la loro natura, le loro dimensioni o la loro ubicazione. Anche qualora occorresse applicare la direttiva VIA, alla Commissione non risulta sia stata rilasciata l’autorizzazione per questo progetto. Non si può quindi ravvisare una violazione della direttiva VIA. La Commissione non ritiene pertanto necessario adottare provvedimenti per affrontare la questione con le autorità italiane».

Albera afferma inoltre che ad essere stato assolutamente trascurato è «l’aspetto ambientale di cui non si è parlato nel merito. A giustificazione si è detto che non c’è un progetto definitivo. A fine novembre si è parlato di un progetto definitivo ma in realtà si trattava di una relazione paesaggistica che non è sufficiente».

Dei “progetti” finora realizzati uno è “architettonico definitivo” ma non fa riferimento a fondazioni e interrati. A preoccupare, però, è proprio quanto accadrà nel sottosuolo.

L’attenzione dei comitati ricade proprio sulla questione ambientale per evitare problemi in futuro: “intendiamo la VIA – spiega Albera – come prevenzione rispetto a problematiche future”.

I comitati hanno anche presentato di recente una petizione europea che è stata accolta. In essa venivano indicate le direttive che secondo loro sono state violate: quelle dell’informazione e della partecipazione dei cittadini che sono stati tenuti all’oscuro di quanto accadeva. Partecipazione di fatto negata (il referendum dello scorso ottobre) ma realizzata in modo autogestito con la consultazione popolare cui hanno partecipato oltre 24.000 vicentini.

Il sindaco di Vicenza, Achille Variati, – in accordo con i comitati – inoltre ha sollevato in Regione Veneto, 12 tesi per la stesura del progetto definitivo della base: integrazione all’attuale progetto con l’ipotetica uscita a nord verso la futura tangenziale, dato che per ora tutte le entrate e le uscite sono previste solo su Viale Ferrarin; una valutazione sull’incidenza che la pista “rototraslata” può avere sul fiume Bacchiglione (nella foto una recente esondazione del Bacchiglione); una relazione storica sull’evoluzione del sito negli ultimi 50 anni; un rilievo dal punto di vista geomorfologico e paesaggistico sullo stato di fatto della fascia di rispetto di 150 metri del Bacchiglione; la previsione di tutto ciò che avverrà nel sottosuolo, con particolare riferimento all’architettura delle fondazioni per il loro impatto sull’equilibrio idrogeologico; uno studio adeguato sull’incidenza delle costruzioni sul livello della falda; i rapporti idraulici fra Dal Molin e Bacchiglione, nonché l’impatto sulla vegetazione; il ruolo che rivestirà la centrale di generazione di energia; maggiori dettagli circa la grande area di parcheggio prospettata; la simulazione delle misure di mitigazione; un rapporto sull’inquinamento luminoso; l’analisi su una possibile zona archeologica vicino al fiume.

Proprio per dare maggiore informazione ai cittadini vicentini e a tutti gli interessati alla questione “Dal Molin” si è sviluppato il progetto documentaristico “Goodluck Vicenza”. Si tratta di un film su dvd realizzato montando i filmati di Giulio Todescan, di Annamaria Macripò, di Mirco Corato e di Daniel Bertacche. Loro, in momenti diversi e in modo autonomo, hanno filmato la “storia” della Ederle 2 per poi riunire tutto il materiale in un solo film.

Il periodo trattato va dal 2006, quando la questione “Dal Molin” diventa di dominio pubblico, fino all’estate del 2008. Nel documentario, il cui scopo principale è quello di informare, ci sono anche le interviste a giuristi, esperti, urbanisti, docenti universitari, politici locali.

“Tre gli aspetti principali del film – spiega Giulio Todescan -: l’impianto non è per difesa nazionale; impatto ambientale molto forte; la cittadinanza tenuta all’oscuro di tutto”.

Il dvd è realizzato con il metodo delle Produzioni dal Basso per cui ogni persona che vorrà acquistarlo sarà il produttore della propria copia. La prenotazione avviene registrandosi al sito web www.produzionidalbasso. È prevista una prima tiratura di 500 copie.

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20 dicembre 2008

fonte: http://www.unita.it/news/74442/vicenza_sopralluogo_sulle_aree_dal_molin_dopo_lintervento_ue

L’azienda non versa i contributi, maternità negata a una precaria

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di Tullia Fabiani

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La maternità, si dice, è un diritto. Ma quando ci si misura con un lavoro precario, si scopre mancante. Francesca Moccia, psicologa, lavoratrice a progetto in un call center, lo ha scoperto quando è nata la sua bambina: agosto 2008. Poco tempo dopo presenta domanda all’Inps per ottenere l’indennità prevista dalla legge, ma le viene respinta. «Mi viene detto che i contributi versati dall’azienda da gennaio a giugno risultano “non abbinati per debito”; in altre parole l’azienda ha pagato all’Inps solo una parte del dovuto».

In questo caso si tratta quindi di una vera e propria omissione dei versamenti, che impedisce alla lavoratrice di avere quanto le spetta. «So che l’azienda ha circa 5 anni di tempo per versare i contributi – racconta in una lettera Moccia – io però ho tempo solo un anno per prendere l’indennità, quindi se l’azienda nel frattempo non paga i contributi io perdo la maternità. Tutto ciò è assolutamente una vergogna, anzi una presa in giro».

A pagare dunque le omissioni,
ma anche i ritardi delle registrazioni con cui l’Inps archivia i contributi versati, sono soprattutto le donne. «Prima di tutto perché ormai il lavoro atipico è soprattutto femminile, parliamo di circa il 53 per cento – spiega Maria Di Serio, della segreteria nazionale Nidil-Cgil, poi chiaramente sono le indennità di maternità a essere quello più a rischio, in caso di contributi mancanti».
Va aggiunto che una situazione del genere non si verificherebbe nel caso di lavoro subordinato. «In quei casi, ai lavoratori subordinati l’Inps paga comunque l’indennità, anche se l’azienda non ha versato i contributi. Poi sarà l’ente di previdenza a rifarsi sull’azienda. C’è un articolo del codice civile che lo prevede e noi da tempo ci battiamo affinché la stessa tutela venga estesa ai lavoratori atipici», dichiara Giuseppe Benincasa, del dipartimento previdenza.

Intanto però Francesca, come tante altre donne nelle sue condizioni, si trova a vivere un’ingiustizia, con l’impressione che «nessuno faccia niente». Un consiglio arriva dal sindacato: «Il lavoratore può scrivere una lettera all’Inps, chiedendo la copertura contributiva dovuta da parte dell’azienda – spiega Di Serio – e così riaprire i termini previsti per la richiesta di indennità». Poi restano le vie legali. E per i lavoratori di call center sono le strade più battute.

«Purtroppo solo dopo le circolari
dell’ex ministro del lavoro Cesare Damiano, e l’invio di ispettori, i call center hanno cambiato atteggiamento verso i precari – osserva Di Serio – ma ora in mancanza di linee guida che mirino al controllo di come si lavora in quei posti, e se i precari vengono utilizzati come lavoratori dipendenti, ecco si è tornati indietro. Sempre meno diritti».

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30 gennaio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/80868/lazienda_non_versa_i_contributi_maternit_negata_a_una_precaria

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La «mappa» del precariato secondo il Censis

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Circa dodici lavoratori su 100 in Italia sono “precari”. Appartengono cioè a quella sfera del lavoro flessibile che negli ultimi anni è cresciuta del 3,6%, secondo gli ultimi dati disponibili del Censis, contenuti nell’ultimo Rapporto annuale.

Il precariato che supplisce «alle difficoltà di accesso al mercato del lavoro» è soprattutto “rosa”, giovane e diffuso nel Meridione. Un precario su due è infatti una donna (il 52,2% del totale). È più diffuso tra i giovani, anche se non manca (è il 9% del totale di chi si trova in questa situazione lavorativa) una fetta generazionale più grande, tra i 34 ed i 44 anni. Ed è sopratutto caratteristico del Meridione dove raggiunge quasi il 15% del totale degli occupati.

Analizzando i dati del Censis nel complesso in Italia il precariato rappresenta l’11,9% degli occupati: un dato in aumento che ha visto il fenomeno crescere del 3,6% nel periodo 2004-2007, sottolinea il Rapporto spiegando che «la flessibilità non solo è ancora una dimensione importante del nostro mercato del lavoro ma, per come stanno cambiando la cultura e le aspettative di fondo delle persone nei confronti del lavoro e delle incertezze che le accompagnano, comincia ad essere percepita come il male minore».

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28 dicembre 2008

fonte: http://www.unita.it/news/74619/la_mappa_del_precariato_secondo_il_censis

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Precari, quando l’ansia finisce sui libri

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di Bruno Ugolini

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È un bel romanzo dei nostri tempi, ma è anche un documento importante. Descrive, con attenzione e partecipazione, altalenanti esperienze di lavoro. La protagonista, Francesca, è una delle tante figure del mondo intellettuale precario. Ossessionate dai ritmi di una rincorsa infinita. Con due lauree (Storia dell’Arte Medievale e Conservazione dei Beni Culturali)inutilizzate. Il titolo del libro è “Ansia da prestazione”. Il sottotitolo ironico recita “Il lavoro somministrato senza ricetta medica”. L’autrice è Alessandra Delogu Santangela (Editore Aletti). Ha raccontato se stessa anche se ha usato altri nomi.

Ha rivissuto sedici anni con dodici prestazioni occasionali, due borse di studio, otto collaborazioni coordinate e continuative, una collaborazione a progetto e tre assunzioni a tempo determinato. È, insomma, l’autobiografia di una flessibile, amara ed ironica. Scrive a premessa: “Alcuni ex sessantottini, riposto l’eskimo e diventati per magia riformisti, ti ripetono che la società è in continua trasformazione e chi non sa adattarsi ai cambiamenti in corso è destinato a rimanere fuori dal nuovo, moderno, libero, competitivo mercato del lavoro”.

La moderna società del lavoro in cui Francesca precipita è fatta di ripetute sorprese. Come quando va al colloquio convinta di poter diventare collaboratrice di una casa editrice e si vede offrire una specie di “porta a porta” per la vendita di enciclopedie. O come quando le offrono di partecipare a sfilate per parrucchieri oppure di diventare la segretaria molto particolare di un preside. Poi diventa venditrice di oggetti preziosi per una galleria d’arte e la redattrice di un sito web. Esperienze di lavoro instabili. Fino al passaggio ad un posto pubblico, sia pure con contratto a tempo determinato. Pare una conquista rassicurante: “Il momento comunque più indimenticabile di quel primo giorno fu la consegna del cartellino. Per i comuni mortali un’anonima tesserina magnetica in tutto simile a un bancomat, per il variegato universo dei precari il simbolo dello scalino più alto nella piramide del lavoro a termine, il sogno proibito che improvvisamente si materializza”.

Certo anche qui esperienze umilianti, come il rito della “colazione”, con una durata diseguale: “Una variabile che tracciava un solco netto tra personale assunto a tempo indeterminato e personale precario”. Francesca però “Non poteva e non oveva lamentarsi… L’epoca del lavoro- hobby, piacevolissimo, estremamente gratificante, ma sottopagato e privo totalmente di tutele, era ormai ben lontana dai suoi pensieri… Rinnovo dopo rinnovo, prima o poi l’assunzione a tempo indeterminato sarebbe arrivata…A quasi quarant’anni non era più possibile scorgere orizzonti diversi”. E invece alla fine anche qui cala la ghigliottina: Francesca deve lasciare. L’ansia da prestazione ricomincia….

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12 gennaio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/75062/precari_quando_lansia_finisce_sui_libri