Archivio | gennaio 2009

Nel web dilaga il dibattito sulla protesta dei lavoratori inglesi

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dal corrispondente Leonardo Maisano

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Londra- Il punto lo ha centrato Abidemi Bello da Lagos . “Se gli inglesi dicono british job to british people”, le decine di migliaia di lavoratori inglesi impegnati nell’industria petrolifera nigeriana dovrebbero fare i bagagli e andarsene. “Nigerian job to Nigerian people”.

Più di 4.000 navigatori hanno già inviato i propri commenti al sito della Bbc sulle proteste accese dall’assegnazione di una commessa all’impresa italiana Irem e ai suoi lavoratori nella raffineria di Lindsey nel nord Lincolnshire. “Io credo che uno Stato debba dare opportunità agli stranieri di crearsi una vita diversa”, scrivono Maria Rita e Chiara da Reggio Calabria, la città italiana che sembra dare il maggior contributo al dibattito della Bbc. “Abbiamo avvertito i nostri politici per decenni sui rischi di svendere le nostre potenzialità agli stranieri. Ora i polli stanno arrostendosi !!! Supporto totale ai nostri lavoratori. Dateci dentro ragazzi “. Baz, ha una visione da stadio del conflitto esploso in Lincolnshire. E non è affatto il solo.

Le voci dalla Gran Bretagna sono tante e sono diverse. Si passa dai toni più brutalmente xenofobi, al semplice sostegno per i dimostranti, al “no” verso ogni forma di autarchico protezionismo. Molti commenti anche sul sito del Sole 24 Ore, che per primo in Italia ha raccontato la storia ai lettori italiani.

La contestazione ha scatenato un dibattito che ormai dilaga e il web è ancora una volta incredibile contenitore di contento e di dissenso, barometro di un fenomeno sociale che rischia di paralizzare il Regno Unito e di allargarsi molto oltre il Regno Unito. I commenti dei lettori riempiono i siti dei giornali locali ( per primo il Grimsby Telegraph distribuito nel Lincolnshire ) e anche quelli nazionali, ma è la Bbc, ancora una volta, a dare più spazio al dibattito. Un confronto che, come la protesta, sembra destinato a proseguire per molto tempo ancora.

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31 gennaio 2009

fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2009/01/lavoratori-inglesi-proteste-italiani.shtml?uuid=c4a9a46a-ef9a-11dd-86aa-83e615b1ab5a&DocRulesView=Libero

Immigrati in corteo a Roma: «Il diritto di soggiorno è un diritto di tutti»

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ROMA (31 gennaio) – Un migliaio di persone, soprattutto immigrati e studenti, hanno manifestato a Roma contro il razzismo e il pacchetto sicurezza del governo, in un corteo partito da piazza di Porta Maggiore che ha marciato sino a piazza dell’Esquilino.

In testa al corteo sono partiti alcuni carri che hanno trasmesso musica ad alto volume e striscioni: “Contro razzismo, guerra e terrorismo. Il diritto di soggiorno è un diritto di tutti i cittadini immigrati” e “No ai lager né a Lampedusa, né in Libia né in nessun altro posto”.

Il portavoce dell’associazione Dhuumcatu, Batchu, tra gli organizzatori dell’iniziativa, ha spiegato: «Stiamo manifestando contro una legge insicurezza. Con questa legge, se un datore di lavoro sfrutta un immigrato, se qualcuno lo massacra di botte, questi non ha titolo di denunciarlo perchè non ha il permesso di soggiorno; se sta male nessuno lo cura perchè non ha il permesso di soggiorno. Questa è discriminazione bella a buona». Lungo il corteo anche varie associazioni di donne con cartelli con su scritto: “La violenza sulle donne non dipende dal passaporto. La fanno gli uomini”.

Insulti al Papa. «Abbiamo voluto mandare un segnale davanti ad una delle più grandi basiliche di Roma per ricordare che Cristo non andava in giro con le scarpe di Prada, come fa questo Papa». Un messaggio concluso con un pesante insulto di natura sessuale al pontefice, è statao lanciato sotto la basilica di santa Maria Maggior. I manifestanti hanno detto che è stata una iniziativa isolata di una sola persona.

Petardi contro Casapound. Momenti di tensione quando  uno spezzone del corteo si è fermato all’angolo di Napoleone III, presidiato da due mezzi della polizia: a poche decine di metri dalla sede di Casapound verso la quale alcuni manifestanti hanno lanciato petardi. Le forze dell’ordine, in assetto anti sommossa, si sono chierati per allontanare i manifestanti.

“Assassini” ai poliziotti. Con riferimento all’omicidio di un senegalese da parte di un agente a Civitavecchia durante il corteo alcuni immigrati hanno gridato assassini ai poliziotti. «Quest’omicidio è il frutto dei continui attacchi della politica agli immigrati – le fa eco il portavoce dell’associazione Dhuumcatcu, Batchu, tra gli organizzatori della manifestazione – che creano un clima di impunità per i gesti contro di loro».
La manifestazione è terminata a piazza dell’Esquilino dove si è tenuto un concerto.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=44571&sez=HOME_INITALIA


Veltroni: “Con la green economy un milione di posti di lavoro” / Green economy, L’Italia non c’è

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Il segretario del Pd illustra le linee della rivoluzione verde in vista della conferenza programmatica di aprile

E attacca: “Di fronte alla crisi il governo è assolutamente inerte. Disastrosa l’assenza di Silvio Berlusconi”

La replica di Bonaiuti: “Il governo c’è ed agisce”

"Con la green economy un milione di posti di lavoro"Walter Veltroni

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ROMA – Un milione di posti di lavoro da realizzare in un arco decennale grazie alla green economy. Walter Veltroni ha tracciato le linee della “rivoluzione verde” per l’Italia del Pd a conclusione del primo appuntamento in vista della Conferenza programmatica di aprile. “Sarà un piano decennale serio e moderno per un milione di posti di lavoro, o prodotti o salvati, con scarsi costi e molti benefici”, aggiunge il segretario del Pd, che ricorda come l’unica leva, l’unico traino, l’unica forma di crescita virtuosa del Pil è la rivoluzione ambientale”.

Secondo Veltroni non solo è necessaria una rivoluzione verde “per trasferire il mondo alle generazioni future, ma bisogna fare di più” nel settore automobilistico, dell’edilizia, fino ad arrivare “alla rottamazione del petrolio che è una scelta economica e politica”. Nel piano decennale, osserva Veltroni, ci sarà “la rottamazione dei vecchi meccanismi” perché “abbiamo il know-how per fare questa scelta e oltre che liberarsi del petrolio rispettare i parametri di Kyoto”.

“Scegliendo per l’Italia la via della green economy si sostiene e si rilancia l’economia; si rispettano gli impegni presi a livello europeo; entro tre mesi il Governo faccia finalmente conoscere quali sono i piani d’azione per il rispetto degli obiettivi ’20-20-20′, come hanno fatto Francia, Gran Bretagna e Germania; si coinvolgono, fra nuovi lavori e riqualificazione di quelli esistenti un milione di posti di lavoro nei prossimi cinque anni”, ha detto Veltroni intervenendo al convegno “Un nuovo new deal ecologico”, organizzato dagli Ecologisti democratici, nella sede di Largo del Nazareno.

Sulla crisi economica, Veltroni attacca il governo, che definisce “assolutamente inerte”. Per il segretario del Pd “c’è una distanza dalle condizioni di vita della società. Quando Berlusconi dice che un calo del Pil del 2% non è un problema è perché non gli importa di sapere che una flessione del 2% del Pil significa 600mila posti di lavoro in meno”. “Piange il cuore – continua – vedere il governo di questo paese in questo stato. Ci vorrebbe un De Gasperi o un Ciampi, un presidente del Consiglio che sappia unire il paese”. Berlusconi, invece, è completamente assente, continua Veltroni. “Un’assenza persino fisica: si occupa di tutt’altro, fa campagna elettorale in Sardegna. E’ come se la crisi non lo riguardasse”. Non si fa attendere la replica di Paolo Bonaiuti: “Il governo c’è, è presente, prende misure per sostenere l’economia d’accordo con gli altri paesi europei”, dice il portavoce di Berlusconi, aggiungendo che gli attacchi della sinistra sono solo fumo, non proposte concrete.

Nel suo piano “verde” il segretario del Pd ha parlato anche di ecoincentivi alle auto ma vincolati a un piano di “ricerca e innovazione per basso consumo e basse emissioni oltre a incentivare il trasporto pubblico”. Per quanto riguarda le infrastrutture Veltroni indica “la soluzione di un fondo a rotazione per finanziare i migliori progetti cantierabili subito e non al 2011”. Si guarda poi “a raddoppiare le fonti di energia rinnovabili nei prossimi dieci anni e a un progetto di strategia nazionale in questo settore” finanziato con soldi pubblici. Tra le altre proposte per un “New Deal ecologico” c’è la riqualificazione energetica degli edifici, rendendo permanenti le agevolazioni fiscali del 55% per gli interventi di efficienza; il trasporto pubblico, favorendo gli investimenti pubblici per il rinnovo del parco mezzi con autobus a metano; ecoincentivi per elettrdomestici a basso consumo e alta efficienza energetica; misure per favorire la ricerca e l’innovazione tecnologica; incentivi per il riciclo dei rifiuti e per l’industria ad essi collegata.

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31 gennaio 2009
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IL PUNTO

Green economy, L’Italia non c’è

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di ANTONIO CIANCIULLO

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E’ dura per tutti. L’Italia però ha un problema in più: la costruzione di un grande progetto nazionale per ridare fiato economico al paese, sostenere la tecnologia made in Italy, rilanciare l’innovazione ambientale come chiave del nuovo sviluppo non è una premessa ovvia, il pre requisito su cui costruire la battaglia politica, ma un impegno di parte, che va e viene seguendo le sorti dei governi.

Poche settimane fa il presidente del Consiglio aveva profetizzato: “E’ assurdo parlare di clima quando c’è la crisi. E’ come se uno con la polmonite pensasse a farsi una messa in piega. Non è l’ora dei Don Chisciotte: abbiamo tempo”. Ora però gli americani hanno eletto un Don Chisciotte alla Casa Bianca. Il governo laburista della Gran Bretagna ha assunto l’impegno di tagliare i gas serra dell’80 per cento entro il 2050 e l’opposizione di David Cameron rilancia proponendo di dare 6.500 sterline a ogni famiglia inglese per l’innovazione energetica. Il governo conservatore francese ha presentato una legge per tagliare le emissioni serra del 75 per cento entro il 2050. Il governo tedesco a guida moderata ha investito nel 2008 3,3 miliardi di euro per le politiche a difesa del clima.

Con la proposta del new deal ecologico
il Partito Democratico si è allineato a una posizione che è ormai largamente dominante nei paesi leader del mondo. Ha disegnato uno scenario in cui il lavoro che manca può arrivare assieme alla difesa dell’ambiente, l’industria può ripartire da bisogni largamente condivisi come viaggiare in città più comodi e più veloci, le case possono diventare più sane spostando i profitti dalla speculazione alla battaglia per la qualità. In quasi tutti gli altri paesi sviluppati il confronto avviene sul come raggiungere questi obiettivi. In Italia già definirli è una fatica. Qui sta il problema.

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31 gennaio 2009
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Brasile, i Pac contro Battisti: “Infame definirci pentiti”

Dopo le parole dell’ex terrorista la reazione degli ex Proletari armati per il comunismo
“Per quei fatti abbiamo pagato, non barattando la nostra libertà con quella degli altri”

Ma 500 intellettuali brasiliani si schierano con lui

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Brasile, i Pac contro Battisti "Infame definirci pentiti"
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ROMA – “Per i drammatici fatti che ci videro coinvolti 30 anni fa venimmo condannati e abbiamo pagato, non barattando la nostra libertà con quella degli altri. Troviamo infamante che Cesare Battisti ci qualifichi come collaboratori di giustizia o pentiti”. E’ durissima la replica degli ex Proletari armati per il comunismo Sebastiano Masala e Giuseppe Memeo, insieme alla moglie di Gabriele Grimaldi (morto nel 2006), Pia Ferrari. Ieri, l’ex terrorista li aveva indicati come responsabili degli omicidi per i quali è stato condannato in Italia. E oggi i suoi ex compagni fanno sentire la loro voce. Con una dichiarazione non sottoscritta da Sante Fatone, che diventò collaboratore di giustizia.

“Pensiamo che l’atteggiamento complessivo di Cesare Battisti non aiuti, a distanza di anni, il dibattito per il superamento di quella tragica storia che tanti lutti e sofferenze ha provocato – affermano gli ex Pac – Il silenzio più delle parole si addice per il rispetto delle vittime e per chi non ha mai smesso di soffrire”.

Dura anche la reazione dell’avvocato Giovanni Beretta che fu difensore di Giuseppe Memeo e Gabriele Grimaldi: “Battisti accusa gli altri, ma si dimentica delle persone che ha ucciso lui. A partire dall’omicidio dell’agente Campagna. Fu lui a impugnare la pistola e a sparagli, in un momento in cui il gruppo stava solo studiando le sue abitudini per decidere il da farsi”. Lapidaria Laura Grimaldi, madre di Gabriele: “Spero solo che il signor Cesare Battisti sia estradato”. Senza dubbi Armando Spataro, procuratore aggiunto dei Milano e pm all’epoca del processo ai Pac: “E’ un assassino della peggiore specie”.

Chi invece si schiera a favore
dell’ex terrorista sono circa 500 intellettuali brasiliani che criticano l’Italia per il suo “revanscismo punitivo nei confronti degli anni Settanta”. In un manifesto sottoscritto dal gruppo di intellettuali si afferma che “con una decisione coraggiosa e coerente con i suoi principi democratici e progressisti, il governo brasiliano (…) ha concesso l’asilo politico a Battisti. Noi sosteniamo la decisione del governo brasiliano per il caso Battisti in quanto sosteniamo una soluzione politica e giuridica per le questioni attinenti agli anni Settanta in Italia”. “Il revanscismo punitivo verso gli anni Settanta rivoluzionari in Italia non è democratico e costituisce una marcia indietro politica”. Tra i firmatari nomi noti come quelli dell’architetto Oscar Niemeyer e del drammaturgo Augusto Boal.

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31 gennaio 2009
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La denuncia dei magistrati: «Politica, difficile rapporto»

APERTURA DELL’ANNO GIUDIZIARIO nelle corti d’appello italiane

Santacroce, Roma: «Situazione allarmante». Grechi, Milano: numero impressionante di cause civili pendenti

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Il presidente della corte d'appello di Milano Giuseppe Grechi (Fotogramma)
Il presidente della corte d’appello di Milano Giuseppe Grechi (Fotogramma)

MILANO – L’apertura dell’anno giudiziario, in tutte le corti d’appello italiane, offre oggi l’occasione di riflettere sui «mali» della giustizia del nostro Paese. Occhi puntati in particolare su Milano e Roma. Il presidente della corte d’appello di Milano, Giuseppe Grechi, nella sua relazione inaugurale ha sottolineato come in Italia si facciano troppi processi: «L’Italia detiene, con largo margine, il primo posto assoluto in Europa per «numero di affari penali relativi a infrazioni qualificate come gravi, pendenti dinnanzi ai tribunali di primo grado». «Quanto al numero di reati per abitanti – ha sottolineato l’alto magistrato -, siamo secondi solo alla Bosnia Erzegovina». «Sono poche invece in Italia, rispetto agli altri Paesi, le infrazioni minori per le quali non viene innescato il complesso meccanismo del processo penale – ha concluso Grechi -. È evidente che non siamo al cospetto della malvagità di un popolo ma di una politica di “pan-penalizzazione” che si dimostra da sempre di fatto incontenibile, anche perché non sa affidare a organi amministrativi efficienti l’accertamento e la sanzione delle infrazioni meno gravi».

CAUSE CIVILI PENDENTI – Il «dato più impressionante», per Grechi, è l’entità del contenzioso civile: «Per limitarci al primo grado di giudizio, abbiamo un “debito pubblico” di cause civili pendenti che è quasi il doppio della Germania, più del triplo della Francia, più del quadruplo della Spagna». E in fatto di capacità di smaltimento degli affari civili l’Italia è in fondo alla classifica europea, seguita solo da Andorra e Georgia; quanto alla durata delle cause siamo al sest’ultimo posto (precedendo solo Bosnia Erzegovina, Cipro, Andorra, Croazia e Slovenia).

IL CASO ENGLARO Sul caso di Eluana Englaro, Grechi ha sottolineato che la corte d’appello civile di Milano che è stata chiamata a decidere «non ha invaso territori altrui». «La Costituzione è fondata sulla separazione dei poteri, per cui un potere non può interferire nelle decisioni di un altro». Quindi, né il potere esecutivo né quello legislativo possono annullare le sentenze definitive.

INGERENZE DELLA POLITICA– «La situazione è di estrema drammaticità», ha detto Giorgio Santacroce, presidente della corte d’appello di Roma. «In tutte le nazioni esistono contrasti tra magistratura e politica», ha ricordato Santacroce, «ma da noi la situazione si rivela più grave e sconfortante perché questi contrasti sono vissuti e usati quasi sempre per scatenare sterili polemiche, o servono ad alimentare campagna di vera e propria delegittimazione del ruolo della magistratura nella sua interezza». E ancora: «La crisi della giustizia è grave e allarmante, come mai in passato. Ma il giudice italiano non può continuare a vivere il suo rapporto con la politica in modo perennemente teso e conflittuale».

PROCESSI TROPPO LUNGHI – Santacroce ha anche puntato il dito sull’eccessiva lentezza dei processi in Italia. Per Santacroce occorre una vera e propria «rivoluzione culturale, l’affermazione di un’etica pubblica fondata su una ritrovata legalità, anziché sull’idea fuorviante che l’illegalità degli altri sia sufficiente a giustificare la propria». Ha quindi auspicato «maggiore snellezza e celerità ai processi civili e penali»: «Rendere prontamente giustizia è indispensabile nell’interesse dei cittadini che aspettano un segno tangibile di giustizia».

AURIEMMA: «ATTACCHI DALLA TV» – Ancora sulle ingerenze della politica, durissimo l’intervento del presidente dell’ Associazione nazionale magistrati del distretto Roma-Lazio, Paolo Auriemma, per il quale assistiamo a «una continua erosione della credibilità della magistratura con attacchi sempre più virulenti anche nel merito, con l’insistenza martellante degli imbonimenti televisivi di parzialità preconcette, formulate contro i giudici da rappresentanti anche elevati della classe politica». Auriemma ha parlato in sintesi «di una campagna di delegittimazione dei giudici che ha visto spesso in azione esponenti di rilievo» della politica.

LO SCONTRO TRA PROCURE – A Salerno era inevitabile, nella cerimonia di apertura dell’anno giudiziario, un riferimento alla «bufera» che ha travolto la procura nelle scorse settimane, con la sospensione da funzioni e stipendio del capo dei pm Luigi Apicella dopo lo scontro con i colleghi di Catanzaro, in seguito al caso De Magistris. Molto cauto il presidente facente funzione della Corte di Appello di Salerno, Matteo Casale: «L’estrema vicinanza degli accadimenti, la doverosa riservatezza, la non perfetta conoscenza degli atti giudiziari, il dovuto rispetto agli organi istituzionali ed a quelli giudiziari mi impongono di tenere il massimo riserbo». Casale ha ribadito la preoccupazione per quanto accaduto e che «la vicenda e la forte risonanza mediatica poteva incidere sulla già altalenante credibilità del Paese nelle istituzioni giudiziaria». «Posso soltanto affermare con fermezza – ha aggiunto – che la capacità di recupero che caratterizza da sempre gli operatori giudiziari ha consentito di mantenere alta la serenità di giudizio in tutto l’ambiente distrettuale». Alla stessa vicenda il presidente della Corte di Appello di Catanzaro, Pietro Antonio Sirena, ha dedicato una pagina della sua relazione, dicendo di aver «reso edotto il Csm della situazione che andava maturando, già qualche tempo prima che questa precipitasse» e rallegrandosi perché «si è avuto un tempestivo intervento degli organi disciplinari e dello stesso nostro organo di autogoverno».

PALERMO SENZA FONDI E PERSONALE – «Non siamo alla bancarotta ma siamo messi abbastanza male», ha riferito il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, a margine dell’apertura dell’anno giudiziario nel capoluogo siciliano. «Paghiamo i trasferimenti di tasca nostra – denuncia il pm – i rimborsi sono fermi, dobbiamo economizzare sulla carta, stampanti, toner, pc e fax e non ci sono fondi per gli straordinari». Il magistrato ha quindi ricordato come subito dopo le stragi di Falcone e Borsellino, anche nel pomeriggio, gli uffici giudiziari fossero pieni di personale. «Adesso i magistrati nel pomeriggio sono soli e non c’è personale».

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31 gennaio 2009

fonte: http://www.corriere.it/cronache/09_gennaio_31/apertura_anno_giudiziario_corti_appello_roma_milano_3fb516f0-ef76-11dd-b57d-00144f02aabc.shtml

Vicenza: occupata la base Usa, il movimento ‘No Dal Molin’ torna a protestare

Sono tornati alla carica. Il tempo passa, ma non fa cambiare la convinzione che quella base là non s’ha da fare. Così gli attivisti del movimento ‘No Dal Molin’ sono entrati sabato mattina  nei terreni dell’aeroporto vicentino dove deve sorgere la
nuova base militare Usa, occupandoli.

Alcune centinaia di persone hanno  protestato, per l’ennesima volta, contro l’avvio dei lavori nel Dal Molin, dove da alcuni giorni sono tornate in azione le ruspe per abbattere le vecchie strutture dell’aeroporto e preparare l’area per la Camp Ederle 2. I dimostranti, controllati dalle forze dell’ordine, sono penetrati da un varco nella recinzione, e hanno occupato pacificamente la parte civile dell’aeroporto.

L’occupazione segue l’incontro avvenuto venerdì’ tra il sindaco di Vicenza Achille Variati e il commissario governativo per il Dal Molin, Paolo Costa. Un appuntamento durante il quale il sindaco ha rinnovato le preoccupazioni di Vicenza sotto l’aspetto ambientale e l’insoddisfazione rispetto all’esito della conferenza dei servizi che doveva valutare la relazione paesaggistica sul Dal Molin.  «Il problema ambientale resta – ha spiegato Variati – e come primo cittadino ho il dovere di pretendere una risposta: sarebbe gravissimo se al Dal Molin cominciassero i lavori senza aver fornito alla città risposte alle numerose e argomentate preoccupazioni ambientali». Il sindaco ha poi espresso a Costa la richiesta dei capigruppo consiliari di fare un sopralluogo al Dal Molin e di poter avere il commissario in consiglio comunale: in entrambi i casi il rappresentante del governo si è detto disponibile. Variati ha infine sottolineato l’andamento di un sondaggio rispetto a quanto la nuova base possa essere utile alla città che ha raccolto 57.765 opinioni. Il 74% dice no (il 52% perchè dannosa alla città; il 22% perchè è una base di guerra); il 2 % è favorevole perchè porta il benessere, mentre il 24% la approva purché ci sia un ritorno economico.

Ma, come da sondaggio, sono pochi quelli che preferiscono il silenzio alla protesta. Gli altri continuano a manifestare.

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31 gennaio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/80892/vicenza_occupata_la_base_usa_il_movimento_no_dal_molin_torna_a_protestare

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Vicenza, sopralluogo sulle aree Dal Molin dopo l’intervento Ue

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di GABRIELE FALLICA

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E ora tutti sulle aree Dal Molin. Il sindaco di Vicenza Achille Variati, i rappresentanti della Regione Veneto e della Soprintendenza. Appuntamento sabato mattina poco fuori città per rendersi conto di persona, un sopralluogo dello stato dell’arte e confrontarlo con il progetto della nuova base Usa prima della conferenza di servizi chiamata ad esprimersi sui lavori. Un sopralluogo voluto dal primo cittadino perché «una cosa è guardare le carte, una cosa è rendersi conto con i propri occhi della delicatezza dell’area».

Anche perché sul progetto, o meglio sui lavori che poi verranno effettivamente realizzati, ancora c’è un bel margine di indeterminatezza. Tanto che è legittima la domanda: esiste o no un progetto definitivo delle Ederle 2?

Alla Commissione Europea «non risulta sia stata rilasciata l’autorizzazione per questo progetto». A dare una prima risposta (ne arriveranno di certo delle altre) è Giancarlo Albera, uno dei portavoce dei comitati cittadini che in un certo senso si oppongono all’ “ampliamento” (come viene definito in tanti documenti ufficiali) della base.

Albera ci mostra il testo di una interrogazione alla Commissione Europea firmata da Roberto Musacchio, Luisa Morgantini, Umberto Guidoni, Vittorio Agnoletto, Giusto Catania e Vincenzo Aita. Gli eurodeputati chiedono testualmente “se la Commissione non ravvisi nelle scelte della Regione Veneto una lacunosa violazione delle direttive 85/337/CEE, 97/11/CE e, soprattutto, 2003/4/CE per aver mancato alla dovuta informazione al pubblico e non intenda quindi intervenire sul Governo Italiano affinché il ministero della Difesa revochi ogni autorizzazione sino all’acquisizione positiva della VIA prevista dalle normative comunitarie?”

La risposta della Commissione è datata 17 dicembre 2008: «La Commissione non ha motivo di ritenere che, per tale progetto, l’Italia non abbia intenzione di applicare correttamente la normativa ambientale comunitaria e in particolare la direttiva VIA. In base a tale direttiva, prima del rilascio dell’autorizzazione, è necessario svolgere una valutazione dell’impatto sull’ambiente dei progetti per i quali si prevede un notevole impatto ambientale, in particolare per la loro natura, le loro dimensioni o la loro ubicazione. Anche qualora occorresse applicare la direttiva VIA, alla Commissione non risulta sia stata rilasciata l’autorizzazione per questo progetto. Non si può quindi ravvisare una violazione della direttiva VIA. La Commissione non ritiene pertanto necessario adottare provvedimenti per affrontare la questione con le autorità italiane».

Albera afferma inoltre che ad essere stato assolutamente trascurato è «l’aspetto ambientale di cui non si è parlato nel merito. A giustificazione si è detto che non c’è un progetto definitivo. A fine novembre si è parlato di un progetto definitivo ma in realtà si trattava di una relazione paesaggistica che non è sufficiente».

Dei “progetti” finora realizzati uno è “architettonico definitivo” ma non fa riferimento a fondazioni e interrati. A preoccupare, però, è proprio quanto accadrà nel sottosuolo.

L’attenzione dei comitati ricade proprio sulla questione ambientale per evitare problemi in futuro: “intendiamo la VIA – spiega Albera – come prevenzione rispetto a problematiche future”.

I comitati hanno anche presentato di recente una petizione europea che è stata accolta. In essa venivano indicate le direttive che secondo loro sono state violate: quelle dell’informazione e della partecipazione dei cittadini che sono stati tenuti all’oscuro di quanto accadeva. Partecipazione di fatto negata (il referendum dello scorso ottobre) ma realizzata in modo autogestito con la consultazione popolare cui hanno partecipato oltre 24.000 vicentini.

Il sindaco di Vicenza, Achille Variati, – in accordo con i comitati – inoltre ha sollevato in Regione Veneto, 12 tesi per la stesura del progetto definitivo della base: integrazione all’attuale progetto con l’ipotetica uscita a nord verso la futura tangenziale, dato che per ora tutte le entrate e le uscite sono previste solo su Viale Ferrarin; una valutazione sull’incidenza che la pista “rototraslata” può avere sul fiume Bacchiglione (nella foto una recente esondazione del Bacchiglione); una relazione storica sull’evoluzione del sito negli ultimi 50 anni; un rilievo dal punto di vista geomorfologico e paesaggistico sullo stato di fatto della fascia di rispetto di 150 metri del Bacchiglione; la previsione di tutto ciò che avverrà nel sottosuolo, con particolare riferimento all’architettura delle fondazioni per il loro impatto sull’equilibrio idrogeologico; uno studio adeguato sull’incidenza delle costruzioni sul livello della falda; i rapporti idraulici fra Dal Molin e Bacchiglione, nonché l’impatto sulla vegetazione; il ruolo che rivestirà la centrale di generazione di energia; maggiori dettagli circa la grande area di parcheggio prospettata; la simulazione delle misure di mitigazione; un rapporto sull’inquinamento luminoso; l’analisi su una possibile zona archeologica vicino al fiume.

Proprio per dare maggiore informazione ai cittadini vicentini e a tutti gli interessati alla questione “Dal Molin” si è sviluppato il progetto documentaristico “Goodluck Vicenza”. Si tratta di un film su dvd realizzato montando i filmati di Giulio Todescan, di Annamaria Macripò, di Mirco Corato e di Daniel Bertacche. Loro, in momenti diversi e in modo autonomo, hanno filmato la “storia” della Ederle 2 per poi riunire tutto il materiale in un solo film.

Il periodo trattato va dal 2006, quando la questione “Dal Molin” diventa di dominio pubblico, fino all’estate del 2008. Nel documentario, il cui scopo principale è quello di informare, ci sono anche le interviste a giuristi, esperti, urbanisti, docenti universitari, politici locali.

“Tre gli aspetti principali del film – spiega Giulio Todescan -: l’impianto non è per difesa nazionale; impatto ambientale molto forte; la cittadinanza tenuta all’oscuro di tutto”.

Il dvd è realizzato con il metodo delle Produzioni dal Basso per cui ogni persona che vorrà acquistarlo sarà il produttore della propria copia. La prenotazione avviene registrandosi al sito web www.produzionidalbasso. È prevista una prima tiratura di 500 copie.

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20 dicembre 2008

fonte: http://www.unita.it/news/74442/vicenza_sopralluogo_sulle_aree_dal_molin_dopo_lintervento_ue

L’azienda non versa i contributi, maternità negata a una precaria

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di Tullia Fabiani

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La maternità, si dice, è un diritto. Ma quando ci si misura con un lavoro precario, si scopre mancante. Francesca Moccia, psicologa, lavoratrice a progetto in un call center, lo ha scoperto quando è nata la sua bambina: agosto 2008. Poco tempo dopo presenta domanda all’Inps per ottenere l’indennità prevista dalla legge, ma le viene respinta. «Mi viene detto che i contributi versati dall’azienda da gennaio a giugno risultano “non abbinati per debito”; in altre parole l’azienda ha pagato all’Inps solo una parte del dovuto».

In questo caso si tratta quindi di una vera e propria omissione dei versamenti, che impedisce alla lavoratrice di avere quanto le spetta. «So che l’azienda ha circa 5 anni di tempo per versare i contributi – racconta in una lettera Moccia – io però ho tempo solo un anno per prendere l’indennità, quindi se l’azienda nel frattempo non paga i contributi io perdo la maternità. Tutto ciò è assolutamente una vergogna, anzi una presa in giro».

A pagare dunque le omissioni,
ma anche i ritardi delle registrazioni con cui l’Inps archivia i contributi versati, sono soprattutto le donne. «Prima di tutto perché ormai il lavoro atipico è soprattutto femminile, parliamo di circa il 53 per cento – spiega Maria Di Serio, della segreteria nazionale Nidil-Cgil, poi chiaramente sono le indennità di maternità a essere quello più a rischio, in caso di contributi mancanti».
Va aggiunto che una situazione del genere non si verificherebbe nel caso di lavoro subordinato. «In quei casi, ai lavoratori subordinati l’Inps paga comunque l’indennità, anche se l’azienda non ha versato i contributi. Poi sarà l’ente di previdenza a rifarsi sull’azienda. C’è un articolo del codice civile che lo prevede e noi da tempo ci battiamo affinché la stessa tutela venga estesa ai lavoratori atipici», dichiara Giuseppe Benincasa, del dipartimento previdenza.

Intanto però Francesca, come tante altre donne nelle sue condizioni, si trova a vivere un’ingiustizia, con l’impressione che «nessuno faccia niente». Un consiglio arriva dal sindacato: «Il lavoratore può scrivere una lettera all’Inps, chiedendo la copertura contributiva dovuta da parte dell’azienda – spiega Di Serio – e così riaprire i termini previsti per la richiesta di indennità». Poi restano le vie legali. E per i lavoratori di call center sono le strade più battute.

«Purtroppo solo dopo le circolari
dell’ex ministro del lavoro Cesare Damiano, e l’invio di ispettori, i call center hanno cambiato atteggiamento verso i precari – osserva Di Serio – ma ora in mancanza di linee guida che mirino al controllo di come si lavora in quei posti, e se i precari vengono utilizzati come lavoratori dipendenti, ecco si è tornati indietro. Sempre meno diritti».

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30 gennaio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/80868/lazienda_non_versa_i_contributi_maternit_negata_a_una_precaria

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La «mappa» del precariato secondo il Censis

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Circa dodici lavoratori su 100 in Italia sono “precari”. Appartengono cioè a quella sfera del lavoro flessibile che negli ultimi anni è cresciuta del 3,6%, secondo gli ultimi dati disponibili del Censis, contenuti nell’ultimo Rapporto annuale.

Il precariato che supplisce «alle difficoltà di accesso al mercato del lavoro» è soprattutto “rosa”, giovane e diffuso nel Meridione. Un precario su due è infatti una donna (il 52,2% del totale). È più diffuso tra i giovani, anche se non manca (è il 9% del totale di chi si trova in questa situazione lavorativa) una fetta generazionale più grande, tra i 34 ed i 44 anni. Ed è sopratutto caratteristico del Meridione dove raggiunge quasi il 15% del totale degli occupati.

Analizzando i dati del Censis nel complesso in Italia il precariato rappresenta l’11,9% degli occupati: un dato in aumento che ha visto il fenomeno crescere del 3,6% nel periodo 2004-2007, sottolinea il Rapporto spiegando che «la flessibilità non solo è ancora una dimensione importante del nostro mercato del lavoro ma, per come stanno cambiando la cultura e le aspettative di fondo delle persone nei confronti del lavoro e delle incertezze che le accompagnano, comincia ad essere percepita come il male minore».

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28 dicembre 2008

fonte: http://www.unita.it/news/74619/la_mappa_del_precariato_secondo_il_censis

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Precari, quando l’ansia finisce sui libri

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di Bruno Ugolini

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È un bel romanzo dei nostri tempi, ma è anche un documento importante. Descrive, con attenzione e partecipazione, altalenanti esperienze di lavoro. La protagonista, Francesca, è una delle tante figure del mondo intellettuale precario. Ossessionate dai ritmi di una rincorsa infinita. Con due lauree (Storia dell’Arte Medievale e Conservazione dei Beni Culturali)inutilizzate. Il titolo del libro è “Ansia da prestazione”. Il sottotitolo ironico recita “Il lavoro somministrato senza ricetta medica”. L’autrice è Alessandra Delogu Santangela (Editore Aletti). Ha raccontato se stessa anche se ha usato altri nomi.

Ha rivissuto sedici anni con dodici prestazioni occasionali, due borse di studio, otto collaborazioni coordinate e continuative, una collaborazione a progetto e tre assunzioni a tempo determinato. È, insomma, l’autobiografia di una flessibile, amara ed ironica. Scrive a premessa: “Alcuni ex sessantottini, riposto l’eskimo e diventati per magia riformisti, ti ripetono che la società è in continua trasformazione e chi non sa adattarsi ai cambiamenti in corso è destinato a rimanere fuori dal nuovo, moderno, libero, competitivo mercato del lavoro”.

La moderna società del lavoro in cui Francesca precipita è fatta di ripetute sorprese. Come quando va al colloquio convinta di poter diventare collaboratrice di una casa editrice e si vede offrire una specie di “porta a porta” per la vendita di enciclopedie. O come quando le offrono di partecipare a sfilate per parrucchieri oppure di diventare la segretaria molto particolare di un preside. Poi diventa venditrice di oggetti preziosi per una galleria d’arte e la redattrice di un sito web. Esperienze di lavoro instabili. Fino al passaggio ad un posto pubblico, sia pure con contratto a tempo determinato. Pare una conquista rassicurante: “Il momento comunque più indimenticabile di quel primo giorno fu la consegna del cartellino. Per i comuni mortali un’anonima tesserina magnetica in tutto simile a un bancomat, per il variegato universo dei precari il simbolo dello scalino più alto nella piramide del lavoro a termine, il sogno proibito che improvvisamente si materializza”.

Certo anche qui esperienze umilianti, come il rito della “colazione”, con una durata diseguale: “Una variabile che tracciava un solco netto tra personale assunto a tempo indeterminato e personale precario”. Francesca però “Non poteva e non oveva lamentarsi… L’epoca del lavoro- hobby, piacevolissimo, estremamente gratificante, ma sottopagato e privo totalmente di tutele, era ormai ben lontana dai suoi pensieri… Rinnovo dopo rinnovo, prima o poi l’assunzione a tempo indeterminato sarebbe arrivata…A quasi quarant’anni non era più possibile scorgere orizzonti diversi”. E invece alla fine anche qui cala la ghigliottina: Francesca deve lasciare. L’ansia da prestazione ricomincia….

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12 gennaio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/75062/precari_quando_lansia_finisce_sui_libri

Marcegaglia: “Cambiare il welfare e contratto unico giovani e anziani”

Il presidente di Confindustria apre alla proposta del Pd di aumentare le tutele a tutti: “Ora si dà tutto alle pensioni e nulla a sussidi disoccupazione”

La crisi deve essere l’occasione per un ripensamento del modo di fare impresa e dello stato sociale

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dall’inviata di Repubblica ELENA POLIDORI

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"Cambiare il welfare e contratto unico giovani e anziani"Il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia

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DAVOS – “La crisi economica deve essere una occasione per ripensarci tutti, per supplire alla cronica mancanza di meritocrazia, per far sì che il mercato del lavoro si apra ai giovani e alle donne”, dichiara Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, in un appassionato discorso tenuto a Davos, durante un breakfast tutto dedicato all’Italia. “Bisogna favorire il ricambio generazionale”. Al termine, sorseggiando un caffè, c’è modo di rivolgerle qualche domanda.

Presidente, non c’è una contraddizione tra questa necessità e le reiterate richieste di innalzare l’età pensionabile? Insomma: come si fa a parlare di riforma delle pensioni – l’ultimo, ieri, il ministro Tremonti – con i vecchi sempre inchiodati al lavoro e i giovani ai margini?
“Questo è vero. Ma non è che se la gente va in pensione prima, i giovani automaticamente vanno al lavoro”.

Però se i posti esistenti sono tutti occupati a vita…
“Per questo dico che la crisi deve essere un’occasione di ripensamento per tutti noi. Del modo di fare impresa, per esempio. Ma anche del welfare”.

Restiamo al welfare. Come si risolve il dilemma?

“Dobbiamo rifletterci sopra. Abbiamo un sistema che passa tutto per le pensioni, senza dare un euro per i sussidi di disoccupazione ai giovani e alle donne che fanno figli. E’ mai possibile? Tutto il nostro welfare è pensato per un lavoro a tempo indeterminato, maschile e in aziende che non cambiamo mai”.

Già. Ma allora, come si concilia la voglia di mettere continuamente mano all’età pensionabile quando i giovani restano a spasso e tutti i posti di comando sono presi per sempre? “Per esempio eliminando la divisione tra i lavoratori anziani, di fatto stabili e inamovibili e i giovani precari. Naturalmente non si tratta di rendere i licenziamenti più facili. Né si può mandare a casa chi ha lavorato tutta la vita senza un reddito mensile”.

Qual è la soluzione, allora?

“Una idea è di studiare un contratto unico. Qualcosa del genere la sta pensando il Pd. Si tratta di prevedere meno tutele all’inizio di un percorso lavorativo per poi aumentarle progressivamente. In questa maniera si evita l’attuale, netta segmentazione tra anziani e giovani”.

Basterà a colmare il divario generazionale?
“Io so solo che bisogna cominciare a parlare di queste cose approfittando proprio dell’occasione che ci viene dalla crisi. Non sono l’unica a pensarla così. Sentito cosa ha detto Alessandro Profumo, durante la colazione?”.

Sostiene che andrà in pensione presto, magari anche prima dei 60 anni.
“Ma ha anche aggiunto che bisogna delineare i percorsi di carriera per dare più spazio ai giovani e contemporaneamente utilizzare i lavoratori più anziani in altre posizioni. Ecco, questo è un modo per cominciare a gestire il fattore generazionale”.

Anche Corrado Passera, nella colazione, ha criticato l’attuale sistema delle carriere, tutto basato sull’anzianità.

“Appunto. E allora torniamo alla questione di fondo: in Italia c’è un deficit di meritocrazia. I giovani e le donne, specie quelle con i figli, sono ai margini”.

Lei si è autocitata come raro esempio di donna al potere, durante il suo intervento.

“E ho pure spiegato che ero imbarazzata a farlo, ma è così, purtroppo. Bisogna cambiare questo stato di cose”.

Perciò, nuovo welfare e contratto unico?

“E’ una idea, una strada possibile. In Italia il tasso di occupazione dei giovani è tra i più bassi d’Europa, anche se i giovani talenti ci sono, nonostante le nostre scuole sono quelle che sono, specie al Sud. Perché non vengono sostenuti? Penso sia ora di cambiare le cose. E credo sinceramente che proprio la crisi sia l’occasione giusta per un ripensamento globale”.

Gli economisti prevedono che la recessione costringerà tante persone a ritrovarsi a spasso.
“Appunto per questo dovranno ripensarsi. Dovremo ripensarci. Sono convinta che alla fine, pur trattandosi di un percorso doloroso, soprattutto in Italia ci sarà un grande cambiamento anche di carattere culturale”.

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31 gennaio 2009
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I militari: «Il premier ci svilisce», e si scatena la polemica

di t.f.

Dalla Fortezza Bastiani, da quel deserto dove starebbero più o meno relegati, e più o meno annoiati, arrivano voci. Che non sono echi, poco chiari. Tutt’altro. Scandiscono, con fermezza e rigore, come fosse una marcia, parole decise: amarezza, delusione, preoccupazione.

Certo continuano a fare il loro lavoro di militari, anzi a difenderlo ancora di più. Ma ora cercano di proteggerlo soprattutto dalla politica. Dalla strumentalizzazione. E da chi forse lo conosce meno di quanto dica, e vorrebbe tirarli fuori dal “deserto” cui si trovano. Per questo scrivono in tanti, e criticano le parole di Silvio Berlusconi; osservano con rammarico quello che si sta facendo – o disfacendo – del loro mestiere. E chiedono risposte. Ripensamenti. Provvedimenti.

Il primo a farlo, in modo anomalo tanto da sollevare una bufera politica  – che altro che tempesta nel deserto – è un alto ufficiale italiano, oggi ai vertici della missione Nato in Afghanistan, il generale di divisione Marco Bertolini. Lui, in grigioverde da tempo,  si dice ‘amareggiato’ dalle parole del premier sui militari che farebbero la guardia al deserto dei Tartari. Scrive pubblicamente, con una lettera di poche righe al Corriere: «L’affermazione attribuita al presidente del Consiglio secondo cui l’Esercito farebbe la guardia al deserto dei Tartari, avvilisce i soldati che, come me, operano fuori area, nonché quanti in patria, senza munizioni, senza carburante e senza parti di ricambio per i mezzi si preparano a sostituirci».

E dopo averlo fatto,  si ritrova al centro
delle polemiche tra maggioranza e opposizione. Ma anche sostenuto da moltissimi colleghi, che sul web gli mandano attestati di stima, e appoggiano il suo sfogo. Con molti consensi: «Bravo Marco, ammiro il coraggio che ha sempre avuto e che ha; per il bene del prossimo si butta anche in un torrente ghiacciato (ricordi kosovari)», scrive ad esempio Andrea S. sul forum di ‘Pagine di difesa’, uno dei più frequentati dagli appassionati di cose militari e dove – subito dopo le parole del premier – si è animata una discussione con migliaia di contatti intitolata ‘Anch’io monto di guardia al deserto dei Tartari.

«Non bastava la monnezza, lo spegnimento di incendi, la demolizione di opere abusive, la spalatura della neve, il (per ora abortito, ma non si sa mai) controllo della sicurezza dei cantieri di lavoro. Ecco che quello che avrebbe dovuto essere un esperimento limitato nel tempo e nella quantità, si trasformerà fino a far diventare i pattuglioni una presenza fissa – e massiccia – nelle nostre città. Si va cioò affermando una tendenza pericolosa: tutto ciò che riguarda la sicurezza dei cittadini può essere trasformato in emergenza e quindi tutto può richiedere l’impiego dei militari. Un passaggio funzionale a un ulteriore trasformazione che le forze armate stesse stanno subendo: da strumento a disposizione dell’intero Paese per l’implementazione delle politiche estera e di sicurezza in uno a disposizione di pochi da impiegare in maniera funzionale alla raccolta del consenso popolare», scrive Giovanni Martinelli.

E aggiunge: «Su questo quadro aleggiano quella scarsa preparazione e quella incompetenza dimostrate sia dall’attuale titolare del dicastero della Difesa ma ugualmente diffuse in larga parte del Governo e del Parlamento. Una situazione di grave deficit/arretratezza culturale sui temi della sicurezza e della difesa, efficacemente illustrata dall’affermazione del presidente del Consiglio che, per giustificare l’aumento dei militari nelle città, dichiara: “invece di essere un esercito che sta a fare la guardia nei confronti del deserto dei Tartari sarà utilizzato per combattere l’esercito del male”».

Parole che come quelle di Bertolini, pesano però come un macigno e che nei palazzi della Difesa e delle Forze armate naturalmente non passano inosservate. Il ministro La Russa, a chi gli chiede un commento, spiega di aver «parlato col presidente del Consiglio e spiegato che la guardia in attesa dell’arrivo di un nemico era un concetto che non andava bene neanche quando c’era l’esercito di leva; ancor meno oggi, con tanti impegni internazionali». Ciò premesso, «l’amore da parte del presidente del Consiglio per le Forze armate e la consapevolezza del loro impegno non possono essere messe in discussione», dice il ministro. «Dopo quella frase riferita dai giornali sul ‘Deserto dei Tartari, Berlusconi ha parlato per 5 minuti elogiando le nostre truppe». Il Pdl, invece,definisce comunque le parole del militare inaccettabili.

Ma dall’opposizione arrivano le critiche.
«Concordo pienamente con le dichiarazioni rilasciate dal generale Bertolini in merito al disagio che prova dopo le esternazioni del premier», dice il senatore del Pd e generale Mauro Del Vecchio, in passato proprio comandante della missione Isaf in Afghanistan, di cui il parà Bertolini è oggi capo di stato maggiore. L’on. Rosa Calipari, dello stesso partito, chiede invece le scuse di La Russa «dopo le vibranti proteste scatenate sul web dai militari e la loro solidarietà al generale Bertolini».

L’onorevole Gregorio Fontana, del Pdl, definisce invece «inaccettabile e inopportuno» l’intervento del generale, in quanto fatto «commentando una frase estrapolata da un contesto molto più ampio. Un militare con una responsabilità così importante, prima di entrare nel dibattito politico, avrebbe dovuto informarsi meglio su quello che era il senso delle parole del Presidente del Consiglio. Mi auguro che l’intervento fuori luogo del generale Bertolini, non sia il primo passo per emulare in futuro la carriera dell’onorevole Franco Angioni e del senatore Mauro Del Vecchio, un tempo generali e poi passati in parlamento tra i banchi della sinistra». Ma anche se di un altro corpo, e su altri banchi gli esempi contrari non mancherebbero: Roberto Speciale, ricorda tanto un ex generale della Finanza. O no?

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30 gennaio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/80877/i_militari_il_premier_ci_svilisce_e_si_scatena_la_polemica

PACCHETTO SICUREZZA – Manifestazione in centro, massima allerta a Roma

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*COS’E’, UNA PREPARAZIONE ALLA GUERRA O UNA PROVOCAZIONE DELIBERATA?

(vedi grassetto sottolineato in articolo – mauro)

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di Davide Desario
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ROMA (31 gennaio) – Alta tensione sul corteo per i diritti dei migranti che sfilerà oggi per le strade dei quartieri più multietnici di Roma. Gli organizzatori hanno annunciato alcune centinaia di partecipanti ma la Questura di Roma ne attende molti di più non solo perché, dopo i recenti episodi di Lampedusa, la tematica è particolarmente sentita dagli stranieri della Capitale ma anche perché ad organizzarla è la “Rete contro il pacchetto sicurezza” alla quel sono collegati movimenti dell’area antagonista.

Per questa ragione il Capo di Gabinetto della questura ha previsto un attento servizio d’ordine (circa 300 uomini) per effettuare bonifiche, controlli ai caselli autostradali, alle stazioni ferroviarie alle sedi delle università, sbarramenti e l’utilizzo di un elicottero per le filmare la manifestazione dall’alto*. Massimo controllo, dopo il “caso Di Pietro” a piazza Farnese, agli striscioni e manifesti offensivi. Il percorso.

L’appuntamento è alle 14 in piazza di Porta Maggiore. Da qui partirà il corteo che si snoderà in via di Porta maggiore, via Principe Eugenio, piazza Vittorio Emanuele II, via dello Statuto, Largo Brancaccio, via Merulana, piazza Santa Maria Maggiore, via Gioberti, via Giovanni Giolitti, via Cavour e piazza Vittorio. L’iniziativa dovrebbe concludersi intorno alle 21.

Deviazioni bus. Considerati l’orario e il percorso della manifestazione l’Atac (l’agenzia comunale della Mobilità) ha annunciato che al passaggio del corteo saranno deviate o limitate ben 17 linee di trasporto pubblico: la C3, 3, 5, 14, 16, 19, 70, 71, 75, 84, 105, 117, 360, 571, 590, 649 e 714. Informazioni al numero di Atac Spa 06 57003, operativo tutti i giorni (24 ore su 24) o sul sito Internet http://www.atac.roma.it Bonifiche e divieti di sosta.

Dalle 11 di oggi dovranno essere sgomberati tutti i veicoli in sosta lungo il tragitto della manifestazione. Inoltre dovranno essere rimossi tutti i contenitori dei rifiuti e coperti con gli speciali “cappelli” i cestini in ghisa. Università sorvegliate speciali. Il piano per garantire l’ordine pubblico è stato messo a punto dal capo di Gabinetto delle Questura, Massimo Zanni. La gestione del corteo è stata affidata al dirigente della polizia Maurizio Improta non a caso responsabile dell’ufficio immigrazione della questura di Roma.

Oltre ai consueti obiettivi sensibili
(sedi istituzionali e di partiti politici) e a quelli individuati lungo il percorso della manifestazione, una particolare vigilanza sarà effettuata presso le sedi delle università La Sapienza, Tor vergata, Terza Università. Occhio agli striscioni. Niente cartelli offensivi contro le istituzioni dello Stato Italiano. E’ un’altra delle disposizioni diramate dalla Questura anche alla luce delle polemiche esplose nei giorni scorsi in piazza Farnese alla manifestazione dell’Italia dei Valori: «Venga evitato nel modo più assoluto – sono gli ordini di via San Vitale – che vengano esposti cartelli o striscioni con scritte ostili o offensive contro le istituzioni». Controlli dall’alto. Nel pomeriggio, fino al termine dell’iniziativa, un elicottero della polizia con telecamera in grado di effettuare riprese anche al calar del sole sorvolerà le strade interessate dal corteo.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=44491&sez=HOME_ROMA