Archivio | febbraio 1, 2009

Un verbale di perquisizione nello zaino con dinamite donato a Don Gallo dalle F.S.

GENOVA – Nello zaino c’era il verbale di una perquisizione fatta a Panama. Caccia all’identità del perquisito. Il Prefetto Cancellieri: «Episodio gravissimo». Fatti brillare i 64 candelotti (uno conservato per le perizie) trovati nel bagaglio non ritirato e donati dalle Fs alla comunità di don Andrea Gallo. Convocato il comitato sicurezza

https://i1.wp.com/ilsecoloxix.ilsole24ore.com/genova/foto_trattate/2009/02/01/san-ben9658-399--158x237.jpgDon Gallo con l’uomo che ha trovato gli esplosivi

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01 febbraio 2009| ma. zin.

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Ha un nome il proprietario della dinamite (o, quantomeno, di chi era in rapporto con lui) scoperta nello zaino donato alla comunità di San Benedetto di don Gallo con altri bagagli lasciati in deposito e non ritirati dopo un anno dai legittimi proprietari, dai depositi delle Ferrovie genovesi. Il particolare emerge oggi dalle indagini: nello zaino c’era un verbale di perquisizione di polizia redatto a Panama.

Il prefetto di Genova Anna Maria Cancellieri definisce «episodio inquietante» il ritrovamento dello zainetto pieno di esplosivo ed ha convocato per domani, in tarda mattinata, un comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza straordinario per fare il punto sulla vicenda.

Il Questore Salvatore Presenti ha detto, stupito dalla mancanza di controlli di sicurezza, che le Ferrovie dovrebbero dotarsi “almeno” di uno scanner per il controllo radiografico dei bagagli.

Le indagini, come detto rivelano intanto particolari che supportano il giudizio del Prefetto: nel bagaglio c’era appunto un verbale della Polizia di Panama relativo a uan perquisizione domiciliare senza esito, per la ricerca appunto di esplosivi.

Difficile pensare che l’eslposivo avvia viaggiato da Panama a Genova, piuttosto potrebbe essere stato reperito in Italia e il misterioso “trasportatore” potrebbe essere o un malavitoso o qualche elemento legato a movimenti terroristici irridentisti.

Interesse degli investigatori è cercare di verificare possibili collegamenti con movimenti quali l’Eta o con episodi del G8 del 2001 quando nelle indagini successive agli attentati anarcoinsurrezionalisti alle caserme di carabinieri e polizia, venne indagato un giovane spagnolo. Uno studente che aveva soggiornato a Genova nell’ambito di un progetto Erasmus e che era risultato in contatto con esponenti di movimenti irridentisti o terroristici europei. Ma tutto è da verificare e sono ipotesi. Compresa quella di un utilizzo o destinazione dei candelotti per qualche attentato della malavita visto che l’esplosivo aveva anche il detonatore. La tipologia dell’esplosivo – da cava – è uno di quelli utilizzati in attentati estorsivi nel ponente e in attentati, sempre nel ponente savonese, negli anni settanta e ottanta da bande malavitose legate alla ‘ndrangheta calabrese.

Tutte ipotesi investigative – «si lavora a 360°» dice il Questore – alla luce e rilettura di episodi e vicende del recente – e meno – passato delle cronache genovesi e liguri.

IL VERBALE DI PANAMA E L’IDENTITA’ DEL PROPRIETARIO

Le indagini hanno accertato che nello zaino c’era anche un verbale in spagnolo, pare redatto dalla polizia di Panama. L’atto giudiziario è relativo a una perquisizione domiciliare motivata con la ricerca di armi e o droga, risultata però negativa nei confronti della persona perquisita la cui identità è al vaglio degli inquirenti.

Lo stesso zaino era chiuso con un lucchetto, ma uno degli occhielli a cui era fermato sarebbe stato rotto, come se la borsa fosse già stata aperta. Sulla carta e cellophane trasparente che avvolgevano l’esplosivo c’era una scritta – in taliano – riportante la dicitura «esplosivo».

Il detonatore ed una scatoletta utile ai collegamenti si trovavano invece all’interno di un rotolo di carta igienica, per attutire i colpi, dentro un secondo pacchetto ben confezionato.

PREFETTO CANCELLIERI: EPISODIO AGGHIACCIANTE
LUNEDI’ COMITATO PER LA SICUREZZA

Al Comitato saranno invitati a partecipare anche i vertici delle Ferrovie di Genova, ha spiegato il prefetto, ai quali sarà chiesto di dotarsi di sistemi di controllo per gli oggetti lasciati in deposito come già esistono in altre grandi città. «Quanto avvenuto è agghiacciante – osserva Cancellieri – dobbiamo dotarci di misure per evitare che episodi di questo tipo possano ripetersi».

LA DISTRUZIONE

Sono stati già fatti “brillare” dagli artificieri della polizia di Genova, in una cava dell’Emilia, i 64 candelotti (gelatina esplosiva da cava tipo 2B) trovati ieri in uno zainetto regalato dalle Ferrovie alla comunità di don Andrea Gallo, insieme con altri bagagli non ritirati nei depositi delle stazioni del capoluogo ligure.

«Indaghiamo a 360 gradi, sia negli ambienti della criminalità comune sia negli ambienti eversivi», ha spiegato il questore di Genova, Salvatore Presenti, che ieri sera ha ricevuto la telefonata allarmata del sacerdote, fondatore della comunità di San Benedetto al Porto.

Nell’aprire i bagagli ricevuti dalle Ferrovie, infatti, i collaboratori di don Gallo hanno trovato in uno zainetto blu i 64 candelotti, per un peso complessivo di dodici chilogrammi, suddivisi in quattro involucri sigillati con nastro adesivo; non erano innescati, ma accanto a essi sembra ci fossero anche detonatori.

L’esplosivo, anche se non innescato, era comunque pericoloso, poiché aveva incominciato a trasudare dalle confezioni.

Intanto, la richiesta alle Ferrovie di dotarsi di uno scanner per esaminare il contenuto di valigie e zainetti lasciati nei depositi bagagli delle stazioni sarà esaminata domani nella riunione del comitato provinciale per l’Ordine e la Sicurezza pubblica, convocata dal prefetto di Genova, Anna Maria Cancellieri: sarà proprio il questore a proporre l’iniziativa, per migliorare il livello di sicurezza del servizio. Attualmente – fa notare Presenti – non esistono controlli efficaci al momento del deposito e non vengono neppure richiesti i documenti di chi lascia gli oggetti.

Sembra che lo zainetto con l’esplosivo fosse stato abbandonato parecchi mesi fa, forse un anno; con la collaborazione delle Ferrovie si cercherà di risalire al giorno esatto in cui è stato affidato al deposito bagagli. Per il momento, comunque, sembra esclusa l’ipotesi che si tratti di un bagaglio lasciato su un treno, poiché questi vengono aperti e controllati, prima di finire in deposito.

Sullo zainetto e su campioni della gelatina, conservati prima della distruzione del resto del materiale, sono in corso accertamenti di polizia Scientifica.

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fonte: http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/genova/2009/02/01/1202057715150-fatto-brillare-zainetto-dentro-dinamite.shtml

Oristano, cade la “repubblica di Malu Entu”. Il giudice sequestra l’isola Mal di Ventre

Gli uomini della guardia forestale e della capitaneria di porto hanno sgomberato l’autoproclamato stato indipendente

Il “presidente” Meloni non molla e rioccupa: “E’ terra nostra”

Salvatore Meloni davanti alla residenza presidenziale

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CAGLIARI – Dopo cinque mesi la “repubblica di Malu Entu” è caduta. Gli uomini della Guardia forestale e della Capitaneria di porto sono sbarcati sull’isola di Mal di Ventre, al largo di Oristano, mettendo fine all’autoproclamato stato indipendente, guidato da Salvatore Meloni. Sgomberate le tende e le attrezzature da campeggio. Compreso un pannello solare e un generatore eolico.

Meloni e altre cinque attivisti del Partidu Indipendentista Sardu sono stati accusati di aver trasformato in area abitativa una zona sulla quale ci sono stretti vincoli ambientali. L’accusa è per tutti di aver realizzato nell’isoletta lavori e rifugi senza essere in possesso di alcuna autorizzazione, di aver danneggiato l’ambiente tagliando arbusti e cespugli per accendere fuochi e anche di aver smaltito illecitamente i rifiuti solidi urbani prodotti durante il loro soggiorno.

E’ questo, dunque, il presupposto di un sequestro motivato con la necessità di evitare che il protrarsi dell’occupazione produca danni irrreparabili al delicatissimo ambiente naturale dell’isola oltre a quelli che secondo l’accusa sono già stati provocati dagli occupanti.

Ma la storia non sembra essere finita. Subito dopo l’intervento dei militari, Meloni è tornata sull’isola per rioccuparla simbolicamente. Mentre uno dei suoi fedelissimi si è incatenato davanti al tribunale di Oristano. Meloni, infatti, rivendica la proprietà per usucapione. Anche se, in realtà, il proprietario dell’isolotto è Rex John Miller, un signore inglese che acquistò Mal di Ventre diversi decenni fa con la speranza di poter edificare. E che adesso, vista l’impossibilità di farlo, sarebbe anche disposto a venderla alla Regione. A una cifra che l’amministrazione giudica troppo elevata. Ed è in questa situazione che si inserisce Meloni con il suo sbarco di fine agosto sull’isola.

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1 febbraio 2009

fonte: http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/cronaca/malu-entu/malu-entu/malu-entu.html?rss

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Il «presidente» Meloni scrive al Cavaliere

Protesta formale al premier per i controlli delle forze dell’ordine a Mal di Ventre

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CABRAS. Via Lungomare numero 1, sede del governo della Repubblica di Mal di Ventre. Di certo non si tratta del numero 10 di Downing Street e sicuramente nella tendina-igloo blu e arancio non si rischia di trovare Gordon Brown. Eppure, via Lungomare è la residenza di un altro capo di stato, l’autoproclamato presidente della Repubblica di Malu Entu, l’indipendentista sardo Salvatore Meloni. L’autotrasportatore terralbese ha occupato gli 81 ettari dell’isola situata a quattro miglia dalle coste dell’Oristanese con l’intenzione di creare uno stato autonomo con la sua bandiera, le sue leggi, le sue acque territoriali e, ovviamente, il suo presidente. Lui. Non è uno scherzo e tanto meno una bravata, Salvatore Meloni ci crede davvero. Tanto da incaricare il legale Maria Vitalia Anedda di sostenere la tesi secondo la quale sarebbe possibile entrare in possesso dell’isola per usucapione.

Alla faccia di Rex Miller, il signorotto inglese attuale proprietario dell’isola. Non solo. Meloni ha inviato il suo progetto di stato indipendente sia alle Nazioni Unite sia alla Presidenza del Consiglio della Repubblica Italiana. Poi ha comprato la tenda, l’ha caricata su un piccolo gommone arancione (prima imbarcazione della neonata Marina di Malu Entu) e ha preso possesso fisicamente della sua Repubblica nuova di zecca, portandosi appresso il futuro stato maggiore. Tutti alloggiati nella tenda-igloo. Ieri Salvatore Meloni ha atteso i giornalisti sotto un albero spelacchiato, seduto su una sedia di plastica, a capo di un tavolo da giardino in attesa di consumare la prima conferenza stampa sul suolo della nuova repubblica. All’appuntamento sono stati invitati molti giornalisti. Tutti stranieri, ovviamente. A Malu Entu il ministero dell’Informazione è ancora in fase embrionale e la carta stampata della nuova repubblica ancora non esiste. Peccato che un problema allo scafo non abbia permesso alla gran parte degli accreditati di raggiungere l’isola-stato. Si sarebbero trovati davanti uno scenario ambientale da sogno e un presidente impanato con il latte solare. Il sole picchia duro nella nuova repubblica.

«Questi sono i miei colori di guerra – ha esordito scherzando sulla scottatura solare, Meloni -. Stamattina ho ricevuto la visita della Digos e ho chiesto loro se fossero venuti per arrestarmi o multarmi. La risposta è stata un secco no. Non possono. Ho occupato pacificamente un territorio privato che ho proclamato Repubblica per suonare la sveglia a tutti i sardi».
Gli «emissari del Governo italiano» non hanno chiesto i documenti, nè a lui nè agli altri indipendentisti accampati assieme con lui, e lui non ha chiesto loro i passaporti. Meloni non ha però gradito e ha già spedito una nota di protesta al primo ministro italiano Silvio Berlusconi.
«Le presento formale protesta – ha scritto Meloni al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi – per gli atti intimidatori avvenuti il 26 agosto all’imbrunire, quando alla nostra Repubblica Malu Entu si è avvicinata una motovedetta della Guardia costiera che, con intento di farci impressione, ci girava intorno di fronte alla nostra residenza. Oggi 27 agosto alle ore 8,20 un elicottero della Polizia ha sorvolato in circolo sopra le nostre teste. Non permetteremo che avvengano questi atti intimidatori nei nostri confronti. Copia di questa protesta sarà inoltrata al Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon».

Impossibile arginare Salvatore Meloni,
il nuovo capo di stato parla a raffica: «La carta di San Francisco richiama il principio di autodeterminazione dei popoli e a Malu Entu si è trasferito il mio popolo, dando vita a una Repubblica indipendente. Del resto questi sono tempi che hanno permesso il riconoscimento dell’indipendenza di stati come il Quebec, la Groenlandia, la Lapponia e l’Ossezia. Questo è il momento in cui la Sardegna deve giocare le sue carte».

Da buon giocatore, Salvatore Meloni ha servito la prima mano. A qualcuno potrebbe sembrare un bluff ma, nonostante il fresco statuto repubblicano, il presidente Meloni è convinto di avere in pugno una scala reale. Meloni non ha intenzione di mollare: se la causa per la usucapione dell’isola non dovesse avere successo, è già pronto a lanciare una colletta per acquistarla dal suo attuale proprietario che da anni tenta di venderla a chiunque sia in grado di offrire una cifra a sei zeri.

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28 agosto 2008

fonte: http://lanuovasardegna.gelocal.it/dettaglio/Il-%C2%ABpresidente%C2%BB-Meloni-scrive-al-Cavaliere/1506130?edizione=EdRegionale

Nell’inferno dei bambini fantasma: “Volevano un mio rene, ho detto no”

COME PUO’ UN GIORNALISTA SCOPRIRE CERTE COSE E GLI ORGANI DI POLIZIA IGNORARLE? FORSE PERCHE’ I FIGLI DI P… CHE ABUSANO DI QUESTI RAGAZZINI SONO DEI V.I.P.? PER NON PARLARE DI QUELLI CHE ‘SPARISCONO’. E I MEDIA NAZIONALI? STRANAMENTE ‘ASSENTI’, SALVO ECCEZIONI.. GIA’, DIMENTICAVO, QUESTE NON SONO ‘NOTIZIE’.

mauro

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Milano, tra i ragazzini stranieri che si prostituiscono dopo l’allarme sul traffico d’organi

Il racconto di Igor, dodici anni: “Mi hanno offerto duemila euro, ma io avevo paura”

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dall’inviato di Repubblica FRANCESCO VIVIANO

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Nell'inferno dei bambini fantasma "Volevano un mio rene, ho detto no"Un ragazzino con un cliente in via Trebbia a Milano

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SORISOLE (Bergamo) – “Duecento euro al mese? Padre, voi siete matto. Io duecento euro li guadagno in una notte”. Igor, 12 anni, moldavo, da un anno in Italia, fa avanti e indietro, dalle stradine di Milano intorno a via Trebbia, nei pressi di piazzale Trento, dove si prostituisce, ai centri di accoglienza per minori extracomunitari non accompagnati della Lombardia.

L’ultimo del quale è stato ospite è quello di Sorisole alle porte di Bergamo, il centro Don Milani diretto da don Fausto Resmini, sacerdote, da anni impegnato nell’impossibile recupero di questi ragazzi senza patria e senza famiglia che finiscono in mano a bande di sfruttatori. E come tutti gli altri che sono passati dal centro di Sorisole, anche Igor, dopo un breve incontro con don Fausto, si fa una doccia, consuma un pasto e poi via, torna a Milano dal suo datore di lavoro, un romeno che gestisce un vero e proprio racket di minori.

Igor è, come altri suoi coetanei, molto richiesto da una clientela infame. Gente insospettabile, di tutte le categorie. Di molti di questi bambini stranieri spesso non si sa più nulla. “Alcuni miei compagni che erano fuggiti con me – racconta Igor – non li vedo più da tempo. A me avevano offerto 2000 euro per un rene, ma io ho rifiutato, ho paura. So di qualcuno, invece, che avrebbe accettato. Uno è stato portato via una coppia di persone che sembravano per bene: in cambio di un rene gli hanno promesso un futuro, una casa, e lui è andato”.

Così Igor torna in pista, al lavoro. In strada ci scende solo quando è a corto di clienti, quasi sempre il contatto avviene direttamente tra loro ed il suo sfruttatore che fissa gli appuntamenti e la tariffa, mai sotto i 50 euro. “Io non posso fare nulla – dice rassegnato don Fausto – questi ragazzini è come se avessero 18 anni, ragionano da grandi, hanno le idee molto chiare e pur essendo consapevoli di essere in mano a sfruttatori, continuano a cercarli nella speranza che prima o poi possano sganciarsi dal giro e lavorare in proprio. Ancora più triste è il fatto che anche i loro familiari, in Romania, in Moldavia, pur sapendo che vita fanno, li incoraggiano a rimanere in Italia. Sono stato testimone di molte conversazioni telefoniche tra questi ragazzi e le loro madri. E quando dico loro che qui potrebbero studiare, ottenere il permesso di soggiorno, un lavoro ed anche un piccolo mensile di 150-200 euro al mese, mi ridono in faccia e vanno via subito. Sono ragazzini molto decisi che hanno soltanto due obiettivi da raggiungere: soldi e vestiti griffati”.

Rintracciare Igor e quelli del suo giro non è stato semplice ma alla fine, dopo giorni di attesa, un contatto ci dirotta verso via Trebbia dove poco dopo le 2 di notte cominciano a girare ragazzini, adulti, omosessuali e trans. Un popolo di disperati. Individuiamo Igor quando il ragazzino scende da una Fiat Punto con a bordo una coppia con la quale si era allontanato qualche ora prima. “Anche se sei un poliziotto non puoi fare nulla perché io sono minorenne, al massimo puoi portarmi in un centro di accoglienza per minori, perché io ho 12 anni”.

Quando spieghiamo che non siamo poliziotti, Igor comincia a parlare. “Io prendo 50 euro, per fare “maniglia” (masturbazione, ndr) per altro un po’ di più”. Poi racconta la sua storia, simile a quella di centinaia di bambini clandestini che poi diventano fantasmi. “Sono arrivato un anno fa dalla Moldavia, con altri amici della mia stessa età. Avevamo un contatto, altri amici che erano arrivati a Milano prima di noi e che ci hanno affidati a un romeno. L’accordo è che lavoriamo per lui per qualche tempo, poi ci mettiamo in proprio e così cominciamo a guadagnare e ad inviare soldi anche a casa”.

Igor è ancora “sotto padrone”. L’uomo che gestisce il racket preleva tutti gli incassi e gli dà soltanto da dormire e da mangiare. “Ma sono sicuro che molto presto mi lascerà andare e farò per conto mio, così come hanno già fatto altri ragazzi arrivati qui prima di me”. In quella via del sesso a pagamento, ma anche in piazza Trento, piazzale Lotto e nei pressi del mercato ortofrutticolo e del pesce, non c’è concorrenza tra questi disperati. “Ognuno ha i suoi clienti che hanno gusti diversi e quindi – racconta Igor – non c’è nessun problema tra noi. Anzi ci proteggiamo a vicenda. Chi resta in strada prende sempre il numero di targa del cliente che va via con uno di noi, perché non si sa mai quel che può accadere…”.

E che tra questi disgraziati ci sia tanta solidarietà lo testimonia il capannello che piano piano comincia a formarsi attorno a noi. Qualcuno minaccia: “Non vi azzardate a fare fotografie perché vi massacriamo”.
Poi, una volta rassicurati, anche loro iniziano a raccontare. “Molti dei nostri connazionali, ragazzi come me – afferma uno che dall’aspetto dimostra 13-14 anni e che dice di essere marocchino e di chiamarsi Hamed – spacciano, rubano e fanno anche rapine. Noi, invece, abbiamo scelto di fare questo lavoro, non diamo fastidio a nessuno, accontentiamo i clienti che ci pagano anche bene. A volte con un solo cliente, quando vuole cose particolari, riusciamo a guadagnare quanto guadagneremmo con cinque o sei incontri”. Poi cominciano ad allargarsi un po’ e fanno a gara per rivelare i nomi di clienti importanti. “Avete presente quel tizio che si vede in televisione e che fa…. Bene quello viene sempre. Ma ce ne sono tanti altri che neanche vi immaginate…”.

Poi il nostro contatto, sottovoce, ci consiglia di andare via: “Tra poco arriveranno altri, alcuni sono scoppiati, schizzati proprio e potrebbe accadere qualcosa di spiacevole”. Lasciamo quel mercato di bambini fantasma. Qualcuno tenta di ribellarsi e, come testimonia una telefonata intercettata dal nucleo investigativo telematico di Siracusa, sul cellulare di un pedofilo, chiede aiuto: “Mamma dì a Fanel – dice un bambino alla madre chiedendo di fare intervenire il fratello che vive in Romania – che venga in Italia ad aiutarmi. Non ne posso più, Pepe (lo sfruttatore ndr) mi picchia tutte le sere e mi prende tutti i soldi che guadagno. Fa qualcosa mamma…”

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1 febbraio 2009

fonte: http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/cronaca/amroni-traffico-organi/ragazzo-racconta/ragazzo-racconta.html?rss

CLANDESTINI – I prigionieri di Tripoli (che sognavano Lampedusa)

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Reportage > Libia. Frontiera Sahara, i campi di detenzione per immigrati del deserto
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Inch’allah, piccolo Adam

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di Gabriele Del Grande

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EBHA- “Con noi c’era un bambino di quattro anni con la madre, durante tutto il viaggio mi sono domandato: come si può mandare una madre e un bambino cosi’ piccolo, con altre cento persone stipate come animali, in un camion di quelli per la frutta, dove non c’è aria,  non c’e spazio per muoversi, dove le persone urinano e defecano davanti a tutti perché non c’e’ altra possibilità?
Abbiamo viaggiato dalle 16:00 alle 13:00 del giorno dopo. Durante il giorno ogni volta che l’autista faceva una sosta per mangiare noi rimanevamo chiusi dentro il rimorchio, sotto il sole. Mancava l’aria, e tutti erano in preda al panico perché non si respirava, volevamo scendere. Guardare il bambino ci dava coraggio. Quando il camion si fermava lo prendevamo e lo mettevamo vicino al finestrino.
Si chiamava Adam. Il camion si è fermato tre volte nel deserto, per far mangiare gli autisti e per la preghiera… Verso l’una siamo arrivati a Kufrah… Quando sono sceso ho rubato il burro con il pane che tenevano appeso fuori dal container. Non avevamo mangiato per tutto il viaggio, eravamo 110 persone, compreso Adam di quattro anni e sua madre.”.
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Menghistu non è l’unico a essere stato chiuso dentro un container e deportato. In Libia è la prassi. I container servono a smistare nei vari campi di detenzione i migranti arrestati sulle rotte per Lampedusa. Ne esistono di tre tipi.
Il più piccolo è un pick-up furgonato. Quello medio è l’equivalente di un camioncino. E quello più grande è un vero e proprio container, blu, con tre feritoie per lato, trainato da un auto rimorchio.
Quando un rifugiato eritreo, nella primavera del 2006, me ne parlò per la prima volta, stentai a crederlo. L’immagine di centinaia di uomini, donne e bambini rinchiusi dentro una scatola di ferro per essere concentrati in campi di detenzione e da lì deportati, mi rievocava i fantasmi della seconda guerra mondiale. Mi sembrava troppo. Ma l’immagine del container ritornava, come un marchio di autenticità, in tutte le storie di rifugiati transitati dalla Libia che avevo intervistato dopo di lui. Finché quei camion ho avuto modo di vederli con i miei occhi.
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A Sebha ce n’è uno per ogni tipo. Siamo alle porte del grande deserto libico, nella capitale della storica regione del Fezzan. Da qui, fino al secolo scorso passavano le carovane che attraversavano il Sahara. Oggi alle carovane si sono sostituiti gli immigrati. Il colonnello Zarruq è il direttore del nuovo centro di detenzione della città. È stato inaugurato lo scorso 20 agosto.
I tre capannoni si intravedono oltre il muro di cinta. Ognuno ha quattro camerate, in tutto il centro possono essere detenute fino a 1.000 persone. Nel parcheggio sterrato, è parcheggiato un camion con uno dei container utilizzati per lo smistamento degli immigrati detenuti. Con una pacca sulle spalle, il direttore mi invita a salire sulla motrice. Un Iveco Trakker 420, a sei ruote. Mi indica il tachimetro: 41.377 km. Nuovo di pacca. È rientrato ieri sera da Qatrun, a quattro ore di deserto da qui. A bordo c’erano 100 prigionieri, arrestati alla frontiera con il Niger.
Entriamo nel container, dalle scale posteriori. L’ambiente è claustrofobico anche senza nessuno. Difficile immaginarsi cosa possa diventare con 100 o 200 persone ammassate una sull’altra in questa scatola di ferro. I raggi del sole filtrati dalla polvere illuminano le taniche di plastica vuote, a terra, sotto le panche di ferro. Su una c’è scritto Gambia.
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L’acqua è il bagaglio essenziale per i migranti che attraversano il deserto. Ognuno prima di partire si porta dietro una o due taniche. Le riveste di juta per proteggerle dal sole e ci scrive su il proprio nome per riconoscerle una volta appese ai lati dei camion.
Nelle traversate del Sahara la vita è appesa a un filo. Se il motore va in panne, se il camion si insabbia, o l’autista decide di abbandonare i passeggeri, è finita. Nel raggio di centinaia di chilometri non c’è altro che sabbia. Muoiono a decine ogni mese, ma le notizie filtrano difficilmente. Sulla stampa internazionale abbiamo censito almeno 1.621 vittime in tutto il Sahara. Ma stando alle testimonianze dei sopravvissuti, ogni viaggio conta i suoi morti. E ogni viaggio conta i suoi attacchi da parte di bande armate in Niger e Algeria.
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Tra i cento migranti arrivati a Sebha nel container di ieri c’è anche una famiglia di Sikasso, in Mali. Padre, madre e bambino. Arrestati tre giorni prima, a Ghat, alla frontiera con l’Algeria. Li incontriamo nell’ufficio del direttore. Il piccolino ha otto anni, faceva la terza elementare. Il padre lo stringe affettuosamente tra le forti braccia, mentre racconta in arabo, al nostro interprete, che lui in Europa non ci voleva andare. Che era venuto a Sebha perché aveva già lavorato qui nel 2002, con una compagnia tedesca.
Hanno con sé i passaporti, ma senza il visto libico. Nel campo sono chiusi in celle separate. Il bimbo sta con la madre. I loro nomi compaiono sulle liste dei prossimi aerei pronti a partire. Nei primi undici mesi dell’anno, soltanto da Sebha, hanno deportato più di 9.000 persone, soprattutto nigeriani, maliani, nigerini, ghanesi, senegalesi e burkinabé. Solo a novembre i rimpatri sono stati 1.120. Zarruq mi mostra l’elenco dei voli: 467 nigeriani deportati il 2 settembre, 420 maliani a metà novembre. Le ambasciate mandano qui i loro funzionari per identificare i propri cittadini, e poi si provvede al rimpatrio.
Kabbiun e Ajouas hanno già incontrato l’ambasciata nigeriana. I piedi di Kabbiun sono scalzi. Lo hanno arrestato a Ghat, le scarpe le ha lasciate in mezzo al deserto. Ajouas invece viveva a Tripoli da sei anni. Nessuno di loro ha visto un giudice o un avvocato. Avviene tutto senza convalida e senza nessuna possibilità di presentare ricorso e tantomeno di chiedere asilo politico.
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È il caso di Patrick. Viene dalla Repubblica democratica del Congo, recentemente tornata alle cronache per la crisi nella regione del Kivu. È stato arrestato un mese fa a Tripoli, mentre cercava lavoro alla giornata sotto i cavalcavia di Suq Thalatha. Possiamo parlare liberamente in francese, perché l’interprete non lo conosce. Mi porge un foglio spiegazzato dalla tasca. È il suo certificato di richiedente asilo politico. Rilasciato dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Acnur) a Tripoli, il nove ottobre 2007. Qua dentro è carta straccia. Come gli altri detenuti, Patrick non ha diritto di telefonare a nessuno, nemmeno all’Acnur. Se non trova prima i soldi per corrompere qualche poliziotto, anche lui, prima o poi, sarà deportato. E come lui i suoi compagni di cella.
Sono camerate di otto metri per otto. I detenuti sono buttati per terra su stuoini e cartoni. La luce entra dalle vetrate in cima alle alte pareti. Ogni camerata è riempita con 60-70 persone. Stanno chiusi tutto il giorno, escono solo per i pasti, in un locale adibito a mensa, accanto a un piccolo chiosco dove i detenuti possono comprare bibite, dolci o medicine, sempre all’interno del muro di cinta.
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Le compagnie aeree che si occupano delle deportazioni sono libiche: Ifriqiya e Buraq Air. I soldi pure, garantisce il direttore. Ma è difficile credergli. Dopotutto il rapporto della Commissione europea del dicembre 2004 parlava già allora di 47 voli di rimpatrio finanziati dall’Italia. Zarruq scuote il capo. Dice che da Roma hanno avuto soltanto due fuoristrada per il pattugliamento, con il progetto Across Sahara. E il nuovo centro di detenzione? Ha finanziato tutto la Libia, insiste. Ammette però che l’Italia si era impegnata a costruire un nuovo centro, e che la a sha‘abiyah, la municipalità, aveva anche predisposto un terreno. Ma poi non se ne è fatto niente. Intanto però il vecchio campo è stato restaurato e ampliato, grazie anche ai lavori forzati degli immigrati detenuti.
Questo Zarruq non me lo può dire, ma sono voci che corrono tra i rimpatriati, dall’altro lato della frontiera, a Agadez, in Niger. A
d ogni modo, insiste, oggi tutti i rimpatri avvengono in aereo, anche quelli verso il Niger: Sono passati i tempi dei cosiddetti “rimpatri volontari”, quando, nel 2004, oltre 18.000 nigerini e non solo vennero caricati sui camion e abbandonati alla frontiera in pieno deserto, con le decine di vittime che ne seguirono a causa degli incidenti.
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Ma Zarruq non ha intenzione di parlare di questo. E nemmeno il luogo tenente Ghrera. È lui il responsabile delle pattuglie nel Sahara. L’Italia e l’Europa si sono impegnate a finanziare alla Libia un sistema di controllo elettronico delle frontiere terrestri, firmato FinMeccanica. Lui alla sola idea sorride. Lavora nel deserto da 35 anni. Conosce bene il terreno. Per darci un’idea ci accompagna a Zellaf, 20 km a sud di Sebha.
Ancora non siamo nel grande Sahara. Eppure davanti a noi non si vede che sabbia.
I due fuoristrada, dopo una corsa a cento km all’ora sulle dune, fermano i motori. Ghrera e l’altro autista, ‘Ali, si lavano le mani nella sabbia. E si inginocchiano verso est. Dopo la preghiera, si riavvicinano. Controllare le rotte nel Sahara è impossibile, dice. Sono 5.000 km di deserto. Un’area troppo vasta e un terreno troppo accidentato Gli 89 autisti – quasi tutti libici – arrestati nei primi undici mesi del 2008 sono un’inezia rispetto alle migliaia di persone che attraversano il Sahara ogni anno. Alle missioni di pattugliamento partecipano gruppi di 10 fuoristrada. Stanno fuori per cinque giorni, ci spiega. Poi sorride. Ha trovato una bottiglia vuota di Gin, per terra. L’alcol in Libia è illegale. E infatti sulla bottiglia c’è scritto fabriqué au Niger, prodotto in Niger. Ghrera lancia la bottiglia nella sabbia, poco lontano. Non dice niente. I traffici non riguardano solo gli immigrati. Ci sono l’alcol, le sigarette, la droga, le armi.
Prima di riaccendere il motore ribadisce il concetto: anche con il doppio delle pattuglie, il deserto rimane una porta aperta.
Il centro di detenzione di Sebha non è l’unico campo di detenzione al sud. Ce ne sono almeno altri cinque. Quelli di Shati, Qatrun, Ghat e Brak, nel sud ovest del paese, fanno capo a Sebha, nel senso che gli immigrati arrestati in queste località vengono poi smistati a Sebha dentro i container. L’altro campo si trova 800 km a sud est, a Kufrah, e lì vengono detenuti i rifugiati eritrei e etiopi in arrivo dal Sudan. È il carcere che gode della peggiore fama, tra gli stessi libici.
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Mohamed Tarnish è il presidente dell’Organizzazione per i diritti umani, una ong libica finanziata dalla Fondazione di Saif al Islam Gheddafi, il primogenito del colonnello.
Ci incontriamo al Caffè Sarayah, a due passi dalla Piazza Verde, a Tripoli. La sua organizzazione, sotto la guida del suo predecessore, Jum‘a Atigha, ha ottenuto il rilascio di circa 1.000 prigionieri politici e si è battuta per il miglioramento delle condizioni delle carceri libiche. Da un paio d’anni hanno accesso anche ai centri di detenzione degli immigrati. Ne hanno visitati sette. Ha la bocca cucita, davanti a noi c’è un funzionario dell’agenzia per la stampa estera del governo libico. Ma riesce comunque a farci capire che il centro di Kufrah è il peggiore. Le condizioni del vecchio fabbricato, il sovraffollamento, la scadenza del cibo e l’assenza di assistenza sanitaria.
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Per capire il significato delle allusioni di Tarnish, rileggo le interviste fatte ai rifugiati eritrei ed etiopi nel 2007.“Dormivamo in 78 in una cella di sei metri per otto” – “Dormivamo per terra, la testa accanto ai piedi dei vicini” – “Ci tenevano alla fame. Un piatto di riso lo potevamo dividere anche in otto persone” – “Di notte mi portavano in cortile. Mi chiedevano di fare le flessioni. Quando non ce la facevo più mi riempivano di calci e maledivano me e la mia religione cristiana” – “Usavamo un solo bagno in 60, nella cella c’era un odore perenne di scarico. Era impossibile lavarsi” – “C’erano pidocchi e pulci dappertutto, nel materasso, nei vestiti, nei capelli” – “I poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti”.
È il ritratto di un girone infernale. Ma anche di un luogo di affari. Sì perché da un paio d’anni la polizia è solita vendere i detenuti agli stessi intermediari che poi li porteranno sul Mediterraneo. Il prezzo di un uomo si aggira sui 30 dinari, circa 18 euro.
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Non sono stato autorizzato a visitare il centro di Kufrah e non ho potuto verificare di persona. Tuttavia il fatto che le versioni dei tanti rifugiati con cui ho parlato coincidano nel disegnare un luogo di abusi, violenze e torture, mi fa pensare che sia tutto vero.
Nel 2004 la Commissione europea riferiva che l’Italia stava finanziando il centro di detenzione di Kufrah. Nel 2007 il governo Prodi smentiva la notizia, dicendo che si trattava di un centro di assistenza sanitaria. Poco importa. Dal 2003, Italia e Unione Europea finanziano operazioni di contrasto dell’immigrazione in Libia. La domanda è la seguente: perché fingono tutti di non sapere?
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Nel 2005, il prefetto Mario Mori, ex direttore del Sisde, informava il Copaco: “I clandestini [in Libia, ndr.] vengono accalappiati come cani… e liberati in centri… dove i sorveglianti per entrare devono mettere i fazzoletti intorno alla bocca per gli odori nauseabondi”.
Ma i funzionari della polizia italiana sapevano già tutto. Già perché dal 2004 alcuni agenti fanno attività di formazione in Libia. E alcuni funzionari del ministero dell’Interno, hanno visitato in più occasioni i centri di detenzione libici, Kufrah compreso, limitandosi a non rilasciare dichiarazioni.
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E l’ipocrita Unione Europea? Il rapporto della Commissione europea del 2004, definisce le condizioni dei campi di detenzione libici “difficili” ma in fin dei conti “accettabili alla luce del contesto generale”.
Tre anni dopo, nel maggio 2007, una delegazione di Frontex visitò il sud della Libia, compreso il carcere di Kufrah, per gettare le basi di una futura cooperazione. Indovinate cosa scrisse? “Abbiamo apprezzato tanto la diversità quanto la vastità del deserto”.
Sulle condizioni del centro di detenzione però preferì sorvolare. Una dimenticanza?
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9 gennaio 2009
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Nettuno, immigrato picchiato e bruciato: “E’ un’aggressione razzista premeditata”

L’uomo, un indiano di 35 anni, era solito dormire nell’atrio della stazione. Alcune persone l’hanno pestato e gli hanno dato fuoco. Adesso è ricoverato

Veltroni: “Questi episodi sono frutto di un clima di odio creato ad arte”. Alemanno: “Non possono esserci alibi per ritorsioni xenofobe”

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ANZIO (Roma) – C’è il razzismo dietro l’aggressione a un immigrato indiano di 35 anni che è stato picchiato e dato alle fiamme, alle 4 di questa notte, nell’atrio della stazione ferroviaria di Nettuno, in provincia di Roma. L’uomo, che è ricoverato in gravissime condizioni all’ospedale sant’Eugenio di Roma, era solito dormire nell’atrio della stazione. Gli aggressori sono arrivati portandosi dietro una bottiglia di liquido infiammabile: prima hanno selvaggiamente picchiato l’uomo che stava dormendo poi lo hanno cosparso di benzina e hanno appiccato il fuoco.

Secondo quanto si è appreso da fonti investigative, il raid è stato compiuto da due o più persone. Il gesto, sottolinea un investigatore, ha una matrice razzista ed è stato premeditato e studiato nei minimi particolari.

Quando sono arrivati i carabinieri hanno trovato l’indiano ancora con gli abiti in fiamme, le gambe già completamente ustionate. L’uomo è riuscito a dire pochissime parole poi ha perso i sensi per il dolore. Portato d’urgenza all’ospedale di Anzio è stato trasferito per le gravissime ustioni subite al Sant’Eugenio di Roma nel reparto ustionati.

Il sindaco di Nettuno Alessio Chiavetta
(Pd) parla di “gesto gravissimo” ed esprime la condanna “di tutta la città”. L’associazione multiculturale Soweto e altre organizzazioni della zona hanno subito convocato, via sms e con il passaparola, un sit-in davanti al Municipio.

Per il leader del Pd Walter Veltroni,
“episodi di intolleranza criminale come questo sono il frutto di predicazioni xenofobe, di un clima creato ad arte di odio e di paura”. “Quello che è successo a Nettuno è gravissimo e suscita in me, come nella stragrande maggioranza degli italiani, rabbia e indignazione. Esprimiamo solidarietà al giovane indiano selvaggiamente picchiato e bruciato e chiediamo che i responsabili di questo crimine siano assicurati al più presto alla giustizia”, aggiunge il segretario del Partito democratico.

“Rabbia e dolore” anche in una nota diffusa dal sindaco di Roma Gianni Alemanno. “Se qualcuno pensa che i recenti fatti di violenza, che hanno visto come presunti colpevoli delle persone immigrate, possano essere un alibi per ritorsioni xenofobe, si sbaglia di grosso. A nessuno è consentito farsi giustizia con le proprie mani e tanto meno strumentalizzare politicamente il dolore delle donne che sono state violentate nei giorni scorsi”, afferma il primo cittadino della capitale.
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1 febbraio 2009
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GAZA – Olmert: la risposta israeliana al lancio di razzi sarà smisurata

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Miliziani palestinesi hanno aperto il fuoco contro una pattuglia israeliana che perlustrava la linea di confine con la striscia di Gaza all’altezza dell’ex valico di Kissufim. I soldati israeliani hanno risposto al fuoco. Lo riferiscono fonti locali.
In precedenza da Gaza erano stati sparati quattro razzi in direzione della stessa zona. Finora non si ha notizia di vittime.

Il primo ministro israeliano, Ehud Olmert, ha detto oggi che Israele reagira’ al lancio di razzi palestinesi di questa mattina “in modo smisurato”, nonostante il cessate il fuoco unilaterale proclamato lo scorso 18 gennaio.

“Abbiamo detto che in caso di lancio di razzi contro il sud del paese, ci sarebbe stata una risposta smisurata”, ha affermato il premier israeliano in apertura del consueto Consiglio dei ministri domenicale.

Il ministro israeliano delle Infrastrutture, Benyamin Ben Eliezer, che fa parte del gabinetto di sicurezza israeliano, ha affermato alla radio militare che Israele deve “reagire immediatamente e in modo duro” senza tenere conto delle possibili conseguenze sulle elezioni legislative del prossimo 10 febbraio. “Abbiamo fissato un prezzo per ciascuno dei razzi lanciati da Hamas e dobbiamo fare in modo che Hamas paghi”, ha aggiunto Ben Eliezer.

Proseguono gli incontri diplomatici
L’inviato americano per il Medio Oriente, George Mitchell, e’ arrivato  a Riad, in Arabia Saudita, ultima tappa del suo primo viaggio nella regione. Lo ha reso noto l’agenzia ufficiale saudita Spa. Mitchell e’ arrivato dalla Giordania dove con re Abdallah II ha avuto colloqui sulla situazione della Striscia di Gaza e sul rilancio del processo di pace.

Una delegazione di alto livello di Hamas e’ arrivata a Teheran nell’ambito di un’iniziativa regionale per consolidare il sostegno nei confronti del movimento integralista palestinese dopo ventidue giorni di offensiva militare israeliana a Gaza.

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1 febbraio 2009

fonte: http://www.rainews24.it/Notizia.asp?NewsId=104131

Le banche sono al tappeto ma i banchieri sono ricchi / Una bad bank per nascondere il marcio della finanza

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di Fabio Pavesi

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È stata come una gigantesca caccia all’oro. Ma come tutte le avventure epiche ha visto ben pochi protagonisti tornarsene a casa con le mani piene: per gli altri solo un pugno di mosche. Ancor più grave. Il moderno Eldorado – scatenato da un pugno di grandi banchieri – ha finito per mettere a repentaglio la stabilità finanziaria del mondo intero che sta subendo le ripercussioni sul fronte economico della più grave crisi del credito mai vista finora.

Già perché, in estrema sintesi, quel tragico avvitamento delle più grandi banche mondiali su se stesse ha un movente preciso: fare più utili possibili, tali da far felici gli azionisti e ricchi i suoi manager. Ma come tirare verso l’alto (creare valore si diceva) il più possibile la redditività dei grandi colossi finanziari? Semplice. Nella stagione d’oro dei tassi ai minimi storici e dell’abbondante liquidità bastava usare il minor capitale possibile, prendere risorse a debito il più possibile e con queste comprare quante più attività ad alto rendimento si poteva. Non bastava commerciare in azioni o bond governativi: gli utili si facevano con i prodotti sofisticati della finanza strutturata. Cdo, Abs, Credit default swap e qualsiasi invenzione di giovani matematici pagati a peso d’oro dalle grandi banche. Poi quella merce ce la si scambiava in un circuito chiuso tra banche. Ogni scambio segnava un incremento di valore che gonfiava a dismisura gli attivi degli istituti. Insomma una bolla colossale esplosa quando quelle attività non hanno avuto più mercato: nessun mercato, nessun valore e quindi attivi sgonfiati. Ma sul piatto, a fianco della carta straccia, restavano debiti reali da ripagare in moneta sonante. E da qui la raffica di interventi da parte dei Governi per salvare dal crack le banche.

Banche-zombie
Esagerazioni? Affatto. Basta il caso Lehman a dare il segno tangibile dell’ubriacatura collettiva. Il Tribunale americano che segue il fallimento ha finalmente dato un valore agli attivi in bonis. La cifra? Solo 115 miliardi su oltre 600 dichiarati dalla banca fino a cinque giorni prima del fallimento. Il che vuol dire che l’80% delle attività di Lehman era fittizio, aveva cioè solo un valore figurativo. Se ci sia stato dolo spetterà alla magistratura americana stabilirlo, sta di fatto che i continui salvataggi pubblici mostrano che tutti (o quasi) erano nelle condizioni di Lehman. E allora non devono stupire le dichiarazioni di Nouriel Roubini che ha definito le grandi banche di matrice anglosassone degli “zombie”. Morti che camminano, perché tutti tecnicamente falliti senza l’aiuto dei Governi. Con volumi di svalutazioni per l’intero sistema, stimati dallo stesso Roubini, per 3.600 miliardi di dollari a fronte di capitale per 1.400 miliardi, come non parlare di default sistemico?

Alla fine restano gli zombie che dovranno prima o poi separare le attività morte da quelle sane per sopravvivere. Nel frattempo molti degli spericolati protagonisti dell’Eldorado sono ancora lì a capo delle loro banche ormai nazionalizzate. E se non sono più lì, sono a casa pieni di denaro. Charles Prince l’ex ceo di Citigroup, che ha lasciato la banca a fine 2007, ha incamerato in un biennio la bellezza di 44 milioni di dollari. Peccato che l’anno scorso la banca abbia in colpo solo spazzato via i 24 miliardi di dollari di utile netto accumulato tra il 2006 e il 2007. Un esempio di creazione di valore. Per Prince innanzitutto.

fabio.pavesi@ilsole24ore.com

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LE BANCHE I MANAGER
Banca
e var. titolo da inizio 2008
Manager
e carica
Periodo
e importo compensi
Lehman Brothers -99,93%
(fallita in settembre)
Richard Fuld
ex Ceo
2006-2007 157 milioni
Bear Stearns non più quotata
(Acquistata
da JP Morgan)
James Cayne
ex Ceo
2005-2007 159 milioni
Merrill Lynch non più quotata
(Assorbita
da Bank of America)
Stan
O’Neil

ex Ceo
2006-2007 243 milioni
Citigroup -85,70% Charles Prince
ex Ceo
2006-2007 44,2 milioni
Goldman Sachs -59,22% Lloyd Blankfein
Ceo
2007 54 milioni
Morgan Stanley -56,69% John J. Mack
Ceo
2007 61,3 milioni
Ubs -65,84% Marcel Ospel
ex Ceo
2005-2007 52,5 milioni
Deutsche Bank -75,22% Josef Ackermann
Ceo
2005-2007 39,2 milioni

Fonte: elaborazione Analisi Mercati Finanziari, Il Sole 24 Ore

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fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2009/01/banche-ko-banchieri-ricchi.shtml?uuid=3bada3a4-ef82-11dd-86aa-83e615b1ab5a&DocRulesView=Libero

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Una bad bank per nascondere il marcio della finanza

di Michele Altamura – 31/01/2009

Fonte: etleboro.blogspot.com [scheda fonte]

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https://i2.wp.com/sites.etleboro.com/thumbnails/news/17947_Soros-George.jpg

Al centro del dibattito del World Economic Forum di Davos ritorna la crisi globale finanziaria, definita ben più lunga e pericolosa della grande depressione. Tra le proposte avanzate, quella che ha attirato maggiormente l’attenzione è sicuramente la “bad bank”, ossia degli entità bancarie che dovrebbero eliminare dalle banche gli “elementi tossici”. Si tratta di costruire un sistema bancario “parallelo” da mettere in quarantena per dare il tempo ai mercati di metabolizzare la crisi. (Foto: George Soros, sostenitore della bad bank)

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La riunione del World Economic Forum di Davos sta scorrendo con l’assenza di funzionari americani dell’amministrazione di Obama, che in questo momento sta cercando di mettere insieme un piano di salvataggio da 835 miliardi di dollari. E’ un vero peccato, tuttavia, che non ci siano, in quanto la tavola rotonda ha intenzione di creare una commissione che analizzerà le 36 ore successive al crollo di banca statunitense Lehman Brothers a settembre. La volatilità del mercato che ne è derivata, nonostante l’intervento dei Governi ha dimostrato che le misure adottate non sono state poi abbastanza, tale che si fanno sempre più strada delle misure alternative. La proposta che ha attirato maggiormente l’attenzione è quella di creare delle “bad bank“, ossia degli entità bancarie che dovrebbero eliminare dalle banche gli “elementi tossici”. La Svizzera è stata la prima ad avanzare tale ipotesi, con la creazione, da parte della Banca nazionale svizzera (BNS) di una banca-veicolo in cui mettere uno stock di titoli ed attività “di rifiuto” per 60 miliardi di franchi svizzeri. Allo stesso modo, l’amministrazione Obama sta seriamente prendendo in considerazione la creazione di una banca controllata dallo Stato per rimuovere le attività “tossiche” dai conti delle istituzioni finanziarie degli Stati Uniti. Richard Parsons, il nuovo Presidente del CdA di Citigroup ha infatti incontrato con il Presidente degli Stati Uniti mercoledì, discutendo proprio la possibilità di istituire una banca che potrebbero assumere migliaia di miliardi di dollari di attività bancarie pericolose, o che comunque nessuno vuole.

La “bad bank” potrebbe essere gestita dalla Commissione Federale di garanzia dei depositi bancari (FDIC), come ente governativo che da anni gestisce i fallimenti bancari. Lo staff di Obama ha sostenuto che questa sarebbe una misura obbligata per “ripristinare la fiducia nei mercati finanziari e rivitalizzare il sistema del credito richiesto al Governo “, eliminando dalle banche le loro attività tossiche e passare poi alla ricapitalizzazione. “Liberando i bilanci delle banche delle attività che potrebbero ammortizzare continuamente, è possibile ricreare la fiducia degli investitori privati che reinvestiranno capitale, come accaduto con successo in Svezia nel 1990 “, spiega Sheila Bair, Presidente della FDIC. Con l’acquisizione di beni tossici mediante uno scorporo, si potrebbe anche rinegoziare i mutui a rischio sui quali sono stati acquistati e rivenduti dei prodotti strutturati, ed evitare, al tempo stesso, un ulteriore deterioramento delle loro nuove voci. La FDIC potrebbe inoltre finanziare l’acquisto delle attività tossiche non solo con il denaro, ma anche mediante l’emissione di obbligazioni garantite dal fondo di emergenza creato dall’Amministrazione Bush per sostenere il mercato finanziario, il TARP. Le attività potrebbero essere mantenute fino a quando l’economia non migliora e si trovano le condizioni di liquidità nel mercato. In alternativa, la “bad bank” potrebbe finanziarsi chiedendo alle banche di dismettere alcune attività e smobilizzare capitale. È stata presa in considerazione anche altre possibilità, come iniettare direttamente capitale nelle banche da parte degli azionisti, soluzione che non piace alle fondazioni in quanto sarebbe “un ulteriore rinvio della definizione della crisi“. Allo stesso modo, come è stato fatto già per Citibank o Bank of America, lo Stato potrebbe dare una garanzia, raccogliendo le perdite delle banche per una certa quantità di beni tossici.

Occorre considerare però che le perdite nel sistema del credito potrebbero superare un totale di 2.000 miliardi di dollari, considerando inoltre che le banche hanno accertato meno della metà delle proprie perdite, e dunque potrebbe toccare una somma di 3.000 o 4.000 miliardi di dollari. Ricordiamo che lo scorso anno il Senato ha votato la costituzione di un Fondo per salvare il settore finanziario, il TARP (Troubled Assets Relief Program), pari circa a 700 miliardi di dollari. Circa 350 miliardi sono stati già utilizzati – o sprecati – per la ricapitalizzazione delle banche, mentre la seconda metà dei fondi disponibili, 50 miliardi di dollari potrebbero essere utilizzati per aiutare i proprietari di evitare il sequestro delle loro case, mentre il resto è per le banche. Il nuovo Segretario del Tesoro, Tim Geithner, dovrà determinare il modo di utilizzare il resto del denaro e, soprattutto, convincere il Congresso a liberare risorse supplementari, che intanto chiede una maggiore trasparenza nella gestione del Fondo. D’altro canto, pur escludendo del tutto una possibile nazionalizzazione del settore bancario, lo stato Americano dovrà comunque andare in soccorso di AIG, Fannie Mae e Freddie Mac, mentre detiene già il 6% di Bank of America e il 7,8% di Citigroup, tale che la parziale nazionalizzazione è inevitabile.

Ad ogni modo, il piano di salvataggio delle Banche in un certo senso è già fallito, tale che ormai si sta cercando di costruire un sistema bancario “parallelo” da mettere in quarantena per dare il tempo ai mercati di metabolizzare la crisi. In realtà, è come fare un condono degli errori del passato, omettendo ogni condanna del caso, e lasciando che il mercato finanziario continui a funzionare come ha sempre fatto. Sarebbe dunque questo il miracolo finanziario promesso da Obama? Un’opera di ingegneria finanziaria che va a nascondere le malefatte del passato, sopravvivere nel presente.

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fonte: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=24127


Sciopero anti-italiani, Brown: “Atteggiamento indifendibile”

Il premier inglese contro i lavoratori in rivolta contro l’appalto alla ditta italiana

“Non si torna indietro dalle regole che permettono ad imprese straniere di lavorare da noi”

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Sciopero anti-italiani, Brown "Atteggiamento indifendibile"Gordon Brown

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DAVOS – Gli scioperi selvaggi sono “indifendibili”: così il primo ministro britannico Gordon Brown al programma della bbc “political show”, mentre centinaia di lavoratori nel Regno Unito incrociano le braccia per protestare contro la presenza degli operai italiani della siracusana Irem, nel cantiere della raffineria Lindsey oil della Total, nel Lincolnshire.

Brown ha detto alla Bbc che comprende le preoccupazioni dei lavoratori ma gli scioperi selvaggi “non sono la cosa giusta da fare”: il premier britannico parlava dal forum mondiale di Davos dove ieri è stato lanciano un “allarme protezionismo” in relazione alle conseguenze della crisi economica globale.

Il governo ha annunciato colloqui
con le parti sociali per cercare di risolvere la situazione. E il ministro delle attività produttive Peter Mandelson sempre da Davos ha detto che il protezionismo potrebbe trasformare la recessione in depressione, accennando al rischio di dannosissime ritorsioni. “Sarebbe un enorme errore fare un passo indietro rispetto a una strategia che, nelle regole, consente alle compagnie britanniche di operare in Europa e a quelle europee di operare da noi”.

“Ho sempre compreso le preoccupazioni della gente. Si guardano attorno e dicono ma perché quei lavori non li possiamo avere noi, sono lavori che possiamo fare” ha detto Brown alla Bbc. Ma invece degli scioperi selvaggi, “quello che dobbiamo fare, col tempo, come ho sempre detto, è che laddove ci sono lavori nel Paese abbiamo bisogno di gente specializzata sviluppata in questo paese”. In altri termini, creare specializzazioni ad hoc come quelle degli operai della Irem, necessarie per concludere – nei 4 mesi indicati dalla commessa – il delicato lavoro di costruzione loro affidato.

Per Brown la vicenda degli scioperi anti italiani è divenuta una patata bollente sia nei rapporti con l’Italia e gli alleati europei, sia soprattutto di fronte al Paese: da un lato non può difendere il protezionismo, dall’altro il premier che coniò lo slogan “british jobs for british people”, mentre la crisi picchia durissimo in Gran Bretagna non può non tutelare i lavoratori. Un sondaggio di pochi giorni fa dava il Labour indietro di 15 punti rispetto ai conservatori di David Cameron.

Brown ha detto alla Bbc che per aumentare la specializzazione intende creare corsi di training, in modo da essere “pronti per gli eventi in modo più efficace che in passato”. E ha aggiunto: “nessuno governo nella storia sta facendo di più per cercare modi per aiutare la gente disoccupata a ritrovare un lavoro il prima possibile”.

Il premier ha anche aggiunto che anche nell’atmosfera di stagnazione attuale, “ogni mese cambiano di mano” circa due milioni di lavori, e ci sono circa 500mila posti di lavoro non occupati. Potranno tornare, domani, al lavoro gli italiani (e i portoghesi) della Irem? i sindacati britannici a muso duro insistono che il problema non è il protezionismo nè il razzismo: “nessuno dice che paesi diversi non possono vincere in vari contratti” afferma Paul Kenny, segretario generale del sindacato Gmb. Insomma la Irem poteva benissimo vincere l’appalto come ha fatto, ma avrebbe dovuto impiegare manodopera locale. E kenny rivolta la frittata: “nessuna compagnia dovrebbe discriminare un lavoratore in base a dove è nato. Non si può dire “solo gli italiani possono fare questo lavoro” come è successo in questo caso”. Ma la Irem aveva stipulato di poter utilizzare la sua manodopera: specializzata.

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1 febbraio 2009

fonte: http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/esteri/gb-raffinerie-italiani/brown-contro-scioperi/brown-contro-scioperi.html?rss

Nell’ultimo secolo scomparso il 60% di lagune e paludi

Rapporto del Wwf in occasione della Giornata mondiale delle “zone umide”

Il 90% solo in Europa. In Italia dei 3 milioni di ettari originari, nel 1991 ne restavano 300mila

http://www.portoselvaggio.net/images/img_palude/Palude%20del%20Capitano%20-%20Spunnulata%20Grande%20foto%201%20(ldb).jpgPalude del Capitano, Spunnulata Grande

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Paludi, lagune, acquitrini, specchi d’acqua grandi o temporanei, torbiere, delta fluviali. Sono le cosiddette “zone umide” e valgono un patrimonio – non solo in termini ambientali – che si sta dilapidando anno dopo anno. Nel loro insieme, svolgono importanti servizi per un valore di milioni di dollari. Sono infatti fonte e serbatoi d’acqua, depurano da fonti inquinanti, riciclano nutrienti e catturano sedimenti, aiutano a prevenire le inondazioni, proteggono le coste. Si comportano insomma come delle “spugne”, assorbono, rilasciano, regolano le acque. In occasione della giornata mondiale dedicata a queste aree, che si celebra il 2 febbraio, il Wwf ha reso noti i dati di un dossier che lancia un nuovo drammatico allarme.

LA LORO DISTRUZIONELe zone umide stanno infatti scomparendo dal pianeta. Nell’ultimo secolo circa il 60% del patrimonio mondiale è andato distrutto e ben il 90% nella sola Europa. Le cause sono tante: il 26% sono state prosciugate per far posto alle coltivazioni o per dare spazio allo sviluppo urbano. Inquinamento, costruzione di dighe, prelievo non regolamentato da sorgenti e falde, lo sfruttamento delle risorse, ha fatto il resto. Anche di recente, autunno 2008, in occasione dell’International Wetlands Conference promossa dall’ONU, 700 0 scienziati di 28 nazioni, hanno lanciato un appello urgente per la tutela delle zone umide. Lo stesso che è già parte di un’importante accordo internazionale sulla conservazione di questi ambienti, siglato nel 1971 a Ramsar, in Iran, la Convenzione Internazionale sulle Zone Umide, più nota proprio come Convenzione di Ramsar. Sono 158 i paesi che vi hanno aderito, 1820 le aree messe sotto protezione per una superficie complessiva di 168 milioni di ettari. La missione della convenzione è quella di conservare attivamente questi ambienti e le risorse ad essi legati.

Fenicotteri rosa ad Orbetello
Fenicotteri rosa ad Orbetello

LA LORO FUNZIONE – Nonostante occupino soltanto il 6% della superficie del pianeta, le zone umide immagazzinano il 35% del carbonio terrestre globale. Quelle che contengono torba rappresentano il più efficiente “magazzino” di carbonio tra tutti gli ecosistemi terrestri. Ne trattengono il doppio di quello presente nell’intera biomassa forestale del mondo e anche per molto tempo, al contrario delle foreste. La loro distruzione comporterebbe conseguenze gravissime. Secondo le stime attuali infatti, sarebbero circa 771 miliardi di tonnellate di gas serra (soprattutto CO2 e metano) che verrebbero rilasciate da questi ambienti se fossero bonificati, una quantità insomma pari a quella attualmente in atmosfera. Ricoprono inoltre un ruolo fondamentale nell’attenuare gli impatti da eventi climatici estremi e catastrofi naturali, come gli tsunami.

IN ITALIA L’Italia ha perso in 2000 anni una superficie immensa di zone umide. Dei circa 3 milioni di ettari originari, all’inizio del XX secolo ne restavano 1.300.000 ettari fino a precipitare ai 300.000 ettari nel 1991. Oggi ne sopravvivono appena lo 0,2%, tra aree interne e marittime. Le cause storiche e in molti casi ancora attuali sono il prelievo incontrollato dell’acqua, l’inquinamento sia industriale che organico, la canalizzazione e altri interventi sugli habitat fluviali, la caccia – oltre all’impatto diretto, sono migliaia le tonnellate di pallini di piombo che finiscono sul terreno o negli stagni e quindi entrano a far parte delle catene alimentari – la pesca eccessiva o di frodo, l’immissione di specie esotiche a danno di quelle indigene. Poco meno del 50% delle specie di uccelli presenti, considerando sia i nidificanti che gli svernanti e le specie di passo durante le migrazioni, sono legate a zone umide, sia interne che costiere e marine. Le aree umide italiane ospitano ogni inverno oltre 1 milione di uccelli acquatici migratori provenienti dall’Europa settentrionale e dell’ex Unione Sovietica In Italia, sono presenti 50 Zone Ramsar, per una superficie complessiva di oltre 59.00 ettari.

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30 gennaio 2009(ultima modifica: 31 gennaio 2009)

fonte: http://www.corriere.it/cronache/09_gennaio_30/zone_umide_dati_faa7f5ba-eef2-11dd-ba39-00144f02aabc.shtml

Italia. Un’analisi del Diritto, dalla parte degli immigrati

https://i0.wp.com/etnie.org/cdc/wp-content/uploads/2007/06/rds039326.jpg

Un Diritto speciale per gli stranieri

“Nel nostro Paese sta proliferando una normativa sulla condizione di straniero in deroga ai principi costituzionali e sopranazionali. In altre parole, siamo di fronte ad una fitta rete di norme frammentate che stanno creando una branca di diritto speciale, imperniata sulle categorie dell’emergenza e della specialità.”.
Il monito viene da Marzia Barbera, docente di diritto del lavoro e di diritto antidiscriminatorio presso l’Universita’ di Brescia, che cita esempi concreti. E ammonisce, “se esaminiamo le tracce lasciate da questa legislazione ci accorgiamo che esistono tutta una serie di disposizioni, emanate o in corso di emanazione, che disciplinano ogni fase, ogni momento della vita dello straniero e della straniera, con precisione minuziosa, in modo da rendere la loro esistenza diversa dalla nostra”…

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di Lisa Castaldo
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“Nel nostro Paese si sta creando una branca di diritto speciale relativa alla condizione di straniero, in deroga ai principi costituzionali e sopranazionali. Una serie di norme molto frammentate, tutte imperniate sull’emergenza che tuttavia potrebbero assumere un carattere di stabilità.”.
Marzia Barbera, professoressa ordinaria di diritto del lavoro presso l’Università di Brescia e docente di diritto antidiscriminatorio, non usa mezze parole intervenendo a Roma, il 26 gennaio, al convegno per la presentazione del volume edito da Ediesse “Logiche del mercato e tutele anticiscriminatorie”.

E spiega, “tutte le ultime iniziative in tema di immigrazione e di diritto di circolazione degli stranieri, comunitari e non comunitari, sono imperniate unfatti sulle categorie dell’emergenza e del diritto speciale. Le idee di base che sorreggono questi provvedimenti sono due. La prima è che di fronte a situazioni di carattere eccezionale, che minacciano la sicurezza l’ordine e la stabilità nazionale, le normali procedure decisionali devono essere sospese e le garanzie istituite a tutela dei diritti delle persone devono subire deroghe e restrizioni. La seconda, è che la categoria di straniero irregolare determina di per sé, senza altre giustificazioni, un’applicazione differenziata della legge, e in particolare di quella penale, nonché l’affievolirsi o il venir meno di diritti civili e sociali che sono riconosciuti alla generalità dei cittadini.”.

Esempi concreti. “Ci sono molti esempi di carattere generale che esulano anche dall’ambito strettamente lavoristico, anche se poi queste norme hanno delle conseguenze specifiche sulla condizione dei lavoratori stranieri”. Citando quindi, in particolare, il provvedimento con il quale è stato istituito un commissario straordinario per l’emergenza Rom, e le disposizioni del pacchetto di sicurezza, Barbera fa notare (nel primo caso) lo strumento giuridico utilizzato: il Governo ha dichiarato lo stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità Rom in Campania, Lombardia e Lazio, “ritenendo che in queste regioni ricorrano i presupposti per l’applicazione della Legge n. 225/1992.

Ma esaminando il disposto di questa legge, si scopre che essa è dedicata all’istituzione del Servizio Nazionale di protezione civile. In particolare l’articolo 2 definisce lo stato di emergenza, e chiarisce in quali casi possa essere dichiarato. Ebbene, le disposizioni a cui fa riferimento il decreto del Presidente del Consiglio sono: calamità naturali, catastrofi o altri eventi che per intensità ed estensione debbano essere fronteggiati con mezzi e poteri straordinari.”. Secondo Marzia barbera, “ è la prima volta che la presenza di persone di una certa etnia sul territorio nazionale, cittadini e stranieri, viene classificata come una calamità naturale, come una catastrofe, con una conseguenza molto importante: la possibilità di non applicare le leggi ordinarie.”.

Quanto alle norme del pacchetto sicurezza, le più conosciute e più discusse sono quelle che hanno stabilito che la condizione di “soggetto presente in maniera illegale sul territorio nazionale” (in altre parole, i clandestini), e’ da considerarsi come un’aggravante specifica alla commissione del reato.
La condizione soggettiva dello straniero presente sul territorio non può essere assimilata a quella di un latitante o di un recidivo, “anche perché l’accertamento della condizione di irregolare non dipende solo dal comportamento della persona, ma anche dal comportamento discrezionale dell’autorità di pubblica sicurezza che rilascia o meno del titolo di soggiorno. In questo caso, la circostanza oggettiva di essere straniero aggrava la commissione del reato anche se è del tutto estranea alla forma del reato, alla volontà di delinquere e alla effettiva pericolosità.”.

Si sta dunque creando una branca di diritto speciale. “Questa fitta rete di norme sta dunque creando una branca di diritto speciale imperniata sulle categorie dell’emergenza e della specialità.
Si aggiunga a questo che “i provvedimenti che il Parlamento ha adottato, o si appresta ad adottare, contengono disposizioni che generalizzano alcuni provvedimenti che erano stati adottati, nel corso degli ultimi due anni, a livello territoriale. Per esempio, alcuni sindaci avevano stabilito l’impossibilità per lo straniero irregolarmente presente sul territorio di contrarre matrimonio, di mandare i figli a scuola, come era accaduto nel comune di Milano.

Il motivo per cui questa normativa così frammentata deve essere analizzata con molta attenzione sta, da un lato, nel fatto che sta creando un disordine giuridico rispetto ai principi costituzionali e al diritto sovranazionale che regolano queste materie. Non solo: le norme che vengono sperimentate a livello locale rischiano poi di diventare delle categorie giuridiche non più di carattere transitorio ma stabile.
C’è un favore verso questa forma di federalismo normativo, che è stato codificato con la recente modifica dell’art. 54 del Testo Unico sugli Enti locali, modifica che ha previsto la possibilità per i sindaci di emanare provvedimenti urgenti extra ordinem per gravi pericoli che minaccino l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana, cosa che prima era possibile soltanto per casi di grave pericolo per l’incolumità dei cittadini. Inoltre è stata introdotta anche la possibilità che il prefetto si sostituisca ai sindaci che non si avvalgono di questa possibilità.”.

L’elenco è lungo.
Secondo l’analisi condotta dalla docente, “esaminando le tracce lasciate da questa legislazione ci accorgiamo che esistono tutta una serie di disposizioni, emanate o in corso di emanazione, che disciplinano ogni fase, ogni momento della vita dello straniero, con precisione minuziosa, in modo da rendere la loro vita diversa dalla nostra. Per esempio nella Manovra Economico Finanziaria ne troviamo alcune.

Assegno sociale: a decorrere dal 1° gennaio 2009 l’assegno sociale verrà corrisposto solo a chi abbia avuto residenza legale continuativa per almeno 10 anni. Il che comporta una violazione di una serie molto lunga di norme tra le quali ricordo la Convenzione di Ginevra del 1950.

Il datore di lavoro straniero che si avvale dell’assunzione attraverso i flussi, deve confermare – diversamente dal datore di lavoro italiano – la sua intenzione di assumere pena la perdita della possibilità di fare l’assunzione.

Fisco: è previsto un piano di controllo specifico congiunto tra INPS e Agenzia delle Entrate per il corretto adempimento degli obblighi fiscali da parte dei soggetti residenti da meno di 5 anni. Questo è un chiaro esempio di norma apparentemente neutra che finisce con lo svantaggiare gli stranieri.

Piano casa: finalizzato ad accrescere l’offerta abitativa prevede che vi spossano accedere gli immigrati regolari residenti da almeno 10 anni sul territorio nazionale o da 5 su territorio regionale.

Matrimonio: è previsto l’obbligo di esibizione del permesso di soggiorno per contrarre matrimonio e per tutti gli atti di stato civile, compresi il riconoscimento della prole. Questi sono diritti fondamentali della persona, secondo quanto stabilisce anche l’art. 8 della Convenzione del 1950 di Ginevra.
Inoltre è stata introdotta l’acquisizione della cittadinanza italiana solo dopo due anni dalla celebrazione del matrimonio.

Iscrizione anagrafica: è prevista la verifica delle condizioni igienico sanitarie dell’immobile e dell’idoneità dello stesso ai fini dell’iscrizione all’anagrafe che, fino ad oggi, è stato un diritto soggettivo perfetto che rispondeva anche ad interessi pubblici di garantire la reperibilità di una persona.

Ricongiungimento familiare: è stato innalzato il livello di reddito per risiedere in Italia e per richiedere il ricongiungimento dei familiari, con esame del DNA per accertare i legami familiari a spese del ricorrente.

Trasferimento di denaro: è stato introdotto l’obbligo di richiedere copia del documento di idoneità e del permesso di soggiorno con obbligo di comunicare alla pubblica sicurezza nel caso in cui non sia disponibile. E’ un chiaro esempio di norma inutile, perché basterà chiedere che il trasferimento di denaro venga fatto da qualcuno che è in regola.
Si rende più precario il godimento di diritti fondamentali. “Queste norme sono preoccupanti, da un lato, perché stigmatizzano lo straniero, che è la prima forma di discriminazione. Ma sono preoccupanti anche per il messaggio che lanciano all’opinione pubblica perché innescano un meccanismo che si autoalimenta. Nascono da pregiudizi xenofobi e razzisti, che così si rafforzano”.

La questione è delicata. “E’ fuori dubbio che molte di queste misure legislative in materia di sicurezza hanno il sostegno dell’opinione pubblica. Anche Stefano Rodotà ha riconosciuto che, in questo momento c’è, anche in larghi settori dello schieramento politico dell’opposizione, uno storicismo che induce a pensare e ad agire facendo appello a questi sentimenti, e di questo bisognerebbe prendere atto realisticamente.
Per questo si fatica a registrare una presa di posizione forte e vigorosa come quella che servirebbe per contrastare questo tipo di provvedimenti che letti separatamente non danno l’idea che si ricava da una lettura congiunta che dimostra la costruzione di un diritto speciale degli stranieri.”

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30 gennaio 2009

fonte: http://www.women.articolo21.com/it/notizia.php?id=1225