Archivio | febbraio 2, 2009

POLIZIA ALLA CARICA – Il libro di Carlo Bonini sugli agenti della Celere provoca le proteste dei reparti

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E riapre il dibattito irrisolto dopo il G8 sulla violenza degli agenti

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di Gianluca Di Feo e Giorgio D’Imporzano

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L’Italia? “Non è uno Stivale, è un anfibio di celerino”. È l’orgoglio degli ultimi, quelli che con il loro corpo devono controllare la protesta: agenti mandati nelle piazze con scudo e manganello. Ma quelli che devono fermare l’onda della violenza rischiano di esserne contagiati. È un problema che riguarda tutte le polizie del mondo, esploso nel nostro Paese con la barbarie del G8. Un problema che nessuno finora ha voluto affrontare. Ora un libro, documentato come un’inchiesta e scritto con l’energia di un romanzo, permette di entrare dentro quei caschi e vivere la tensione di chi si prepara a rispondere alla forza con la forza. ‘Acab’, acronimo di all the cops are bastards, del giornalista di ‘Repubblica’ Carlo Bonini, racconta la vita quotidiana di alcuni uomini del reparto celere: dal vicequestore Michelangelo Fournier ad altri agenti anomini, tutti coinvolti negli episodi peggiori del G8 di Genova e tutti rimasti poi ad affrontare gli assalti degli ultras, picchiatori professionisti sotto spoglie calcistiche.

È un libro molto duro. Perché mostra anche come quegli uomini in uniforme siano abbandonati a loro stessi dalle istituzioni, lasciati a covare il loro rancore e il loro odio. Dirigenti e agenti dichiaratamente di destra estrema, che hanno dimostrato di non riuscire a controllare la reazione, vengono concentrati nei reparti chiave per gestire la serenità del diritto di manifestazione. Le loro caserme sono decorate con slogan del Ventennio, la loro chat ‘Doppia vela’ è la declinazione telematica della legge del taglione: e non si tratta di un sito qualunque, ma di uno spazio intranet creato dal Viminale a cui si accede solo dalle questure.

Tutto questo continua ad accadere anni dopo quella ‘macelleria messicana’ della scuola Diaz, denunciata proprio da Fournier, vicequestore di destra con idee politiche note a tutti i suoi agenti e apertamente condivise: “Noi sappiamo come la pensa”. Otto anni dopo, nulla è cambiato? Alla vigilia di un altro vertice dei Grandi, con sempre più fabbriche chiuse che alimentano ondate di disoccupazione e una massa di immigrati che non hanno nulla da perdere, il tema del controllo della protesta torna all’improvviso di enorme attualità. Da ambo i lati della barricata. L’uscita di ‘Acab’ e la contemporanea emergenza per la rivolta di Lampedusa hanno avuto un effetto detonante. Nelle caserme il libro e il silenzio del vertice sui suoi contenuti sono stati accolti con irritazione. In almeno due casi i celerini hanno detto no. La scorsa settimana a Roma l’ordine di prepararsi per un intervento ha ricevuto come risposta una selva di certificati di malattia: la missione è stata poi annullata. Ma a Firenze la questione si è manifestata con chiarezza: alla richiesta di partire per Lampedusa, in 27 si sono dati malati e l’aereo è partito prima di trovare dei rimpiazzi. Per l’infimo stipendio degli agenti, quella spedizione avrebbe significato un extra rilevante. Perché dire signornò? “È sintomatico del clima che stanno vivendo gli uomini”, la replica. Ossia, per parafrasare un passaggio del libro di Bonini, sono stufi di essere “O incudine o martello”.

Per cambiare la situazione, il Viminale un mese fa ha inaugurato una scuola di ‘ordine pubblico’. Oltre a tecniche operative, dovrebbe insegnare ad agire usando “meno fumogeni e più etica”, come ha dichiarato il direttore, Oscar Fiorolli. Etica? “Significa piena consapevolezza di improntare la propria attività a un’idea di servizio pubblico”. Al nuovo G8 mancano cinque mesi: basteranno per cambiare mentalità a centinaia di uomini lasciati per anni soli a respirare violenza? Non è l’unica misura. Il capo della polizia Antonio Manganelli il 21 gennaio ha diramato una lunga circolare che definisce le regole per la gestione dell’ordine pubblico, sottolineando “il ruolo che le forze di polizia assumono a garanzia del rispetto delle regole democratiche e della tutela dei ‘beni pubblici essenziali'”. Anche in questo documento, si parla di “nuova etica di polizia… che tenga conto di improntare la propria azione a un corretto livello di visibilità, di tolleranza e di proporzionato rigore”.

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Il libro di Bonini racconta una storia diversa. Descrive agenti nati dal popolo che condividono il razzismo delle periferie romane abbandonate alla delinquenza straniera, quel “padroni in casa propria” che anima la voglia di farsi giustizia da soli. E ancora una volta porta a chiedersi: ma lo slogan “polizia democratica” ha ancora un senso? Per Donatella Della Porta, professore dell’Università di Firenze che assieme a Herbert Reiter ha realizzato i migliori studi ‘laici’ sulla questione, il problema resta il ‘peccato originale’: “La tradizione militare della polizia italiana mantiene il tabù dei controlli interni ed esterni. C’è un tipo di cultura che tende a privilegiare l’efficacia rispetto ai valori democratici”. I saggi di Della Porta e Reiter hanno ottenuto più eco all’estero che in Italia: oltre alla mancanza di controllo, sottolineano anche i deficit nella selezione e nell’addestramento. Con una critica ai sindacati di polizia: “All’inizio hanno dato una forte spinta alla democratizzazione, poi il proliferare di sigle autonome – senza rapporti con i movimenti sindacali nazionali – e il loro inserimento nei meccanismi di potere – incarichi, posti, carriera e persino licenziamenti – hanno alimentato una gestione clientelare che ha diminuito la trasparenza”. Il sindacato più antico e più di sinistra, il Siulp non ci sta: “Premesso che anche la polizia è figlia della società in cui vive”, spiega il segretario generale Felice Romano, “non è assolutamente vero che nei reparti mobili ci sia una maggioranza di agenti di destra, tanto è vero che anche in quelle caserme il Siulp sta guadagnando iscritti. C’è semmai una forte condivisione delle difficoltà oggettive in cui operano i poliziotti, che svolgono un lavoro duro, malpagato, senza gli aiuti promessi da questo governo che della sicurezza ha fatto il tema dominante della propria campagna eletttorale”.

Per Romano, Genova è uno spartiacque: “Da allora tutto è cambiato, non la filosofia, ma il modo di intendere l’ordine pubblico, che allora si scontrò con una nuova piazza e un nuovo modo di protestare. La nuova scuola, ad esempio, voluta dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza e fortemente caldeggiata dal Siulp dove tutti i poliziotti imparano, in un corso di qualche settimana con lezioni tenute anche da sociologi e psicologi, che ogni servizio di ordine pubblico è una cosa a se stante ma che ci deve essere una linea comune di comportamento”. La parola chiave è mediazione: “Se si arriva allo scontro significa che qualcosa si è inceppato”. Nel momento in cui il capo della polizia ordina di filmare tutti i cortei, non si potrebbe almeno rendere identificabili gli agenti con un numero sul casco? “Sono contrario”, replica il leader del Siulp: “I poliziotti sono cittadini come gli altri e i manifestanti non sono riconoscibili. Significherebbe partire dal concetto che gli agenti sono pericolosi e devono essere identificabili”.

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I due volti di ‘ACAB’

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Michelangelo è l’unico con un’identità precisa: Michelangelo Fournier, dirigente della Celere di Roma, chiamato a comandare l’unità di punta per il G8: “Settanta uomini, i migliori dicevano”. Poi ci sono ‘Drago’ e ‘Lo sciatto’, agenti pagati per incassare mazzate, sparare lacrimogeni e manganellare, figli di quella periferia da cui nascono gli ultras che ogni domenica si coalizzano per farli a pezzi. Nelle 200 pagine di ‘Acab, All cops are bastards’ (Einaudi euro 16,50), canzone skin diventata l’urlo dei picchiatori da curva, Carlo Bonini entra nelle loro vite, dai giorni folli di Genova fino alla guerriglia scatenata in nome di Gabriele Sandri, il tifoso laziale ucciso da un poliziotto ad Arezzo. È un libro senza filtri, che fa respirare l’atmosfera di odio convogliata negli stadi. Che rende ancora più compatti i sospetti sulla volontà di trasformare il vertice di Genova in uno scontro. Che apre uno squarcio sulla solidarietà delle fratellanze d’armi, che si trasforma in pericolo per la democrazia quando diventa omertà dei “servitori dello Stato”. Come uscirne? “Cominciando a chiamare le cose con il loro nome”. Replica Fournier: “Al processo per il G8 l’ho fatto e per questo mi hanno annientato”.

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30 gennaio 2009
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Somalia, peacekeeper sparano sulla folla: Decine di morti a Mogadiscio

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I soldati dell’Unione Africana hanno aperto il fuoco dopo l’esplosione di una mina anticarro

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MOGADISCIO (2 febbraio) – I peacekeeper dell’Unione Africana hanno sparato sulla folla, oggi a Mogadiscio, dopo che una mina anticarro era esplosa al passaggio di un loro convoglio. Le vittime sarebbero almeno 16, ma il vicesindaco di Mogadiscio ha parlato di 39 morti e decine di feriti.

Abdifatah Ibrahim, il vicesindaco, ha detto che i soldati della missione di pace panafricana dell’Ua hanno sparato all’impazzata sulla folla e hanno ammazzato almeno 36 persone. Secondo la stessa fonte, l’esplosione dell’ordigno collocato sulla strada ha ucciso tre civili e ferito un soldato ugandese. «Io ho contato 23 morti – ha raccontato il vicesindaco – e 16 altri civili uccisi erano stati portati via prima che io arrivassi. Tutti, tranne tre, sono morti dopo che i soldati dell’Ua hanno aperto il fuoco a casaccio».

La missione delle forze di pace panafricane che operano in Somalia avrebbe dovuto concludersi alla fine del 2008. Una settimana prima però, il Consiglio per la Pace e la Sicurezza dell’Unione Africana hanno votato il prolungamento del mandato per altri due mesi. In Somalia attualmente vi sono 3.400 peecekeeper, di nazionalità ugandese e burundese.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=44824&sez=HOME_NELMONDO


La ricetta di Maroni: “Basta bontà saremo cattivi contro i clandestini” / Immigrati, Pisanu a Berlusconi: “Non subisca gli slogan leghisti”

Il titolare del Viminale: “Vengono perchè è facile arrivare.

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Nessuno li caccia. Abbiamo deciso di cambiare musica”

Turco (Pd): “Ha perso la testa, incita all’odio verso gli inermi”

"Basta bontà saremo cattivi contro i clandestini"Roberto Maroni

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AVELLINO – “Per contrastare l’immigrazione clandestina non bisogna essere buonisti ma cattivi, determinati, per affermare il rigore della legge”. Il ministro degli Interni Roberto Maroni, intervenendo ad Avellino alla manifestazione “Governincontra”, replica così all’ex ministro dell’Interno Beppe Pisanu che oggi, sul Corriere della Sera, ha accusato la Lega “di fare discorsi da osteria padana”. Invitando Berlusconi a non “subire gli slogan del Carroccio”

Maroni, però, non ci sta e annuncia la linea dura. “Questi vengono perchè è facile arrivare e nessuno li caccia. Ma proprio per questo abbiamo deciso di cambiare musica” dice il ministro. E a chi lo accusa di sentimenti xenofobi e di voler uccidere la politica delle braccia aperte il ministro torna a replicare: “Braccia aperte sì ma a chi a diritto a stare. A chi viene per spacciare droga, trafficare in esseri umani o peggio, le porte saranno chiuse”. E sul tema della sicurezza Maroni lancia un appello affinchè si mettano da parte le polemiche: “Ci vuole un cambio di atteggiamento e smetterla di contrapporci. E’ interesse di tutti destra e sinistra, affrontare il tema della sicurezza come un obiettivo comune”.

Ma dal Pd arrriva un duro attacco
al ministro: “Maroni ha perso la testa e rischia così di incitare all’odio anche nei confronti degli inermi. Usa delle parole che sarebbero inqualificabili se dette da qualunque persona, figuriamoci se affermate dal ministro dell’Interno”. Lapidaria la replica: “Polemiche che mi entrano da un orecchio e mi escono dall’altro”.

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2 febbraio 2009
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TUTTO BENE, PISANU.. , MA E’ STUCCHEVOLE, CONSENTIMELO, CONTINUARE CON LA CANZONE DEL BERLUSCONI ‘PRIGIONIERO’ DELLA LEGA.  mauro

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L’ex ministro dell’interno: “Non si può affrontare il fenomeno con l’orecchio teso alle voci delle osterie della Bassa padana. Ho la sensazione che la tolleranza zero servisse a giustificare l`intolleranza”

Beppe Pisanu, Forza Italia (Foto Ansa)Roma, 2 febbraio 2009 – “L’immigrazione è un fenomeno che orienterà i processi economici e sociali dell’Europa per un secolo; non lo si può affrontare con l’orecchio teso alle voci delle osterie della Bassa padana. Il sonno della ragione genera mostri. Comportamenti aberranti da una parte. Dall’altra misure rivolte a tranquillizzare l’opinione pubblica e a giustificare slogan elettorali”. Lo afferma, in un colloquio con il ‘Corriere della Sera, Beppe Pisanu, presidente dell’Antimafia ed ex ministro dell’Interno.

L’esponente del Pdl sottolinea di voler evitare polemiche personali, tanto meno con il successore, ma osserva: “Purtroppo si è formata una subcultura impressionante, che rende difficile il lavoro anche a chi, come Maroni, vuole affrontare i problemi in modo razionale. Si sono create condizioni in cui ci si ritrova come l`apprendista stregone che non riesce a dominare i fantasmi da lui stesso evocati. Quando ero al Viminale – racconta Pisanu – spuntò un piano, preparato da un illuminato ministro tra l`altro non della Lega, in cui si parlava di cannonate al peperoncino da sparare contro gli scafisti e missili a testata elastica per fermare le eliche delle barche. Dissi che, se me l`avessero portato, quel piano sarebbe volato dalla finestra insieme con il portatore”.

Pisanu spiega di aver avuto spesso “la sensazione che la tolleranza zero servisse a giustificare l`intolleranza.
L`intolleranza verso l`estraneo, verso chi la pensa diversamente, appartiene ad altre culture o ha altre convinzioni religiose”.

Secondo l’ex ministro il tema dell’immigrazione è importante quanto quello della recessione “ma il Parlamento non vi ha mai dedicato una seduta; si è limitato a piccoli provvedimenti qua e là, sempre sulla spinta di fatti che avevano scosso l`opinione pubblica e sempre sul versante della repressione. In questo clima di intolleranza un atteggiamento razionale, intelligente, umano ù penso ad esempio al cardinale Tettamanziùviene additato come eversivo. E qui la responsabilità politica della Lega non può essere nascosta”.

Quanto all’uso dei militari, Pisanu per la sicurezza osserva: “Noi abbiamo ottimi militari, che sanno e vogliono fare i militari. Possono essere utili per presidiare obiettivi fissi, zone sensibili. Ma le funzioni di ordine pubblico non le sanno e non le vogliono fare. In tutto il mondo la tendenza è opposta: nella gestione della sicurezza e della pace sociale la professionalità è sempre più elevata”.

”Se lo conosco, e credo di conoscerlo, – osserva infine il presidente dell’Antimafia – Berlusconi la pensa come me. Un po` per la sua carica di umanità, un po` per la sua apertura naturale ai problemi del lavoro. Ricordo quando sostenni in sede europea che la miglior arma contro l`immigrazione clandestina sono gli immigrati regolari, e occorrono accordi con i Paesi poveri per scambiare posti di lavoro da noi con maggiori controlli da loro. Berlusconi mi incoraggiò su questa linea. Lui è un uomo senza pregiudizi. Purtroppo subisce il peso condizionante della Lega”.

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2009/02/02/148514-immigrati_pisanu_berlusconi.shtml

Scioperi e proteste in mezza Europa. Sarà l’inverno dello scontento?

Disagio che rischia di essere contagioso

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ROMA
Perché i cittadini di mezza Europa manifestano nelle strade?

Tutto ha avuto origine con il «credit crunch», il crollo del mercato del credito. Il domino della crisi finanziaria si abbatte ora sull’economia reale: le imprese sono in difficoltà, cala il livello dei consumi e i lavoratori rischiano il licenziamento. Le proteste nelle strade nascono da questo malessere diffuso.

Quali paesi finora sono stati maggiormente coinvolti?
I primi episodi di contestazione contro i governi, accusati di fare troppo poco per salvare le economie nazionali dalla recessione, si sono verificati in Grecia e in Islanda. Ma negli ultimi giorni hanno srotolato i loro striscioni anche gli operai inglesi, contrari alla presenza di lavoratori italiani nel Lincolnshire, subito appoggiati dai sindacati di tutta la Gran Bretagna. Giovedì 29 gennaio anche la Francia è stata paralizzata da uno sciopero generale che ha coinvolto oltre un milione di persone: i mezzi pubblici sono rimasti nelle rimesse, un terzo degli insegnanti non si è presentato in aula, e hanno incrociato le braccia anche i lavoratori delle poste, degli ospedali e di molte aziende private.

Perché lo sciopero francese ha avuto così tanto successo?
Il tasso di disoccupazione, in Francia, è ai livelli più alti da quindici anni, i consumi sono crollati e le otto sigle sindacali si sono unite per contestare il piano anti-crisi varato da Sarkozy. «26 miliardi di euro non basteranno mai per rilanciare la Francia» tuonavano gli slogan dei lavoratori che hanno invaso i boulevard parigini.

Qual è stata la prima scintilla della contestazione?
Il primo episodio risale al 7 dicembre con l’uccisione, ad Atene, di Alexis Grigoropoulos, un quindicenne colpito dal proiettile di un poliziotto durante una manifestazione. Nei giorni successivi l’ondata di proteste ha invaso tutta la Grecia e ben presto, l’indignazione per la morte del ragazzo, si è saldata con i malumori causati dalla crisi economica.

La Grecia ha subito maggiormente l’impatto della crisi?
Sì, perché è uno dei paesi strutturalmente più esposti alle conseguenze del «credit crunch»: la sua economia, infatti, si fonda prevalentemente sui servizi e sul turismo, i primi settori colpiti dalla crisi. L’agenzia di rating Standard &Poor’s, la scorsa settimana, ha fatto suonare l’ennesimo campanello d’allarme spiegando che la recessione ha «evidenziato un’ulteriore perdita di competitività del paese».

Ma come influisce la recessione sulla vita quotidiana dei greci?
La recessione ha investito in modo drammatico la Grecia. I giovani, che hanno visto crollare il tasso di occupazione del 30% in poche settimane, si sono messi alla testa delle proteste. La loro laurea si è trasformata in un pezzo di carta senza valore, e gli under-30 sono stati costretti ad accettare lavori non qualificati. Questa settimana, il loro esempio, è stato seguito anche dal mondo dell’agricoltura. Atene è stata letteralmente invasa da 9 mila trattori e gli agricoltori hanno chiesto al governo di stanziare 500 milioni di aiuti per far fronte all’emergenza.

In quali altri paesi il malcontento ha causato manifestazioni?
Soprattutto nei paesi dell’Est, come la Bulgaria e le repubbliche baltiche, che negli anni scorsi hanno conosciuto un vero e proprio boom economico. Sono stati i primi a crollare. In Lettonia la situazione è diventata insostenibile perché ai disagi della recessione si è sommato anche l’aumento delle tasse. Recentemente il presidente del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strass-Kahn, ha annunciato che Lettonia, Ungheria, Bielorussia e Ucraina sono i paesi più esposti ai danni della recessione.

Cos’è successo di così grave e preoccupante in Lettonia?
Durante il boom degli anni scorsi il paese è cresciuto a ritmi impressionanti, meglio di qualunque altro paese europeo. Lo scorso anno, però, l’economia ha perso di colpo il 2% e le previsioni dicono che perderà un altro 5% nel 2009. Negli ultimi sei mesi il tasso di disoccupazione è raddoppiato fino all’8%, mentre quello giovanile è schizzato addirittura al 24%.

Qual è stata la miccia che ha innescato la protesta dei lettoni?
Nel dna della Lettonia non c’è una tradizione di contestazioni violente. Eppure la scorsa settimana, a Riga, un corteo di oltre 10 mila persone si è trasformato in una rissa a base di alcol e pestaggi che si è conclusa con il ferimento di 25 persone e con 106 arresti. A dare il la alla protesta è stata la risposta di un ministro, intervistato durante un programma televisivo. «Quali soluzioni state studiando per fronteggiare la crisi?» gli ha chiesto il giornalista. «Mah, niente di speciale» ha risposto il politico. La frase ha fatto infuriare la gente, che l’ha adottata come slogan durante le manifestazioni.

Cosa chiedono le persone che sono scese in piazza?
Che il governo se ne vada, e che lasci il posto a un nuovo esecutivo. Ma il primo ministro ha già dato la sua risposta: «Non dipende da noi, ma dalle scelte avventate fatte dai nostri predecessori».

Ma è giusto incolpare i governi dell’attuale situazione?
Le autorità ce la stanno mettendo tutta, ma con scarsi successi. Sembrano piloti alla guida di un’auto impazzita: mettono mano a tutte le leve, nella convinzione che prima o poi l’economia riprenderà a funzionare come prima. Nel frattempo, però, decine di milioni di euro si stanno vaporizzando nel nulla. La confusione dei manifestanti non è altro che lo specchio della confusione dimostrata da molti governi europei.

Le proteste hanno già avuto conseguenze politiche?
Il primo a soccombere è stato l’esecutivo islandese, crollato la scorsa settimana dopo che 8 mila persone sono scese in piazza indossando, simbolicamente, una maschera a gas. Le elezioni si terranno fra un paio di mesi e per il momento il paese è guidato da un governo d’emergenza.

Dove ci porterà tutta questa confusione?
Torneranno i dubbi sull’apertura dei mercati e sulla validità della moneta unica, si ricomincerà a parlare di protezionismo. I primi segnali ci sono già: tra gli operai inglesi sta riprendendo forza la propaganda dei partiti nazionalisti e in altri paesi, come l’Italia, è tornata a farsi sentire la voce degli euroscettici.

Cosa potrebbe accadere? Ci saranno ripercussioni sulla Ue?
Qualche Cassandra prevede che le economie più deboli potrebbero essere cacciate fuori dall’Eurozona. Ma anche chi non è così catastrofista teme che le economie più forti potranno esigere un prezzo sempre più alto per continuare a trascinare il fardello dei paesi più deboli.

Che prezzo potrebbero esigere le economie più forti?
In primis potrebbero imporre alle economie deboli l’obbligo di tagliare i loro deficit spaventosi. Per il momento il primo ministro del Lussemburgo ha chiesto che sia l’Eurozona nel suo complesso a prendersi carico dei debiti dei paesi più deboli. In cambio i governi di questi paesi dovrebbero accettare che i loro bilanci vengano discussi a Bruxelles. Ma le profonde sforbiciate nei bilanci potrebbero alimentare altri disordini e aggravare ulteriormente la situazione.

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Due mesi di rabbia in mezza Europa

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2 febbraio 2009

fonte: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/200902articoli/40598girata.asp

Hamas: “Tregua di un anno ma Israele riapra i valichi” / Gaza, raid aereo israeliano, un morto

Frattini: “Non manderemo i carabinieri al confine con l’Egitto finché la Striscia non tornerà sotto controllo dell’Anp”

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"Tregua di un anno ma Israele riapra i valichi"Palestinesi si accalcano per ottenere gli aiuti dell’Onu

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GAZA – Piccola svolta, con molte condizioni, nel conflitto aperto nella Striscia di Gaza tra i fondamentalisti di Hamas e Israele, dopo la rottura della tregua con il nuovo lancio di razzi dal territorio palestinese e la rappresaglia israeliana con il bombardamento della Striscia.

“Siamo d’accordo, in linea di principio, su una tregua di un anno”, ha detto oggi il portavoce di Hamas, Fawzi Barhoum. “Gli egiziani avevano proposto un anno e mezzo ma noi abbiamo chiuso totalmente la porta a questa idea. Ma che si tratti di un anno o di un anno e mezzo, deve essere chiaro che ciò avverrà solo a condizione dell’apertura di tutti i valichi di transito, compreso quello di Rafah, e la revoca del blocco”, ha aggiunto il portavoce di Hamas.

Dall’Italia arriva intanto una marcia indietro circa la disponibilità – dichiarata la settimana scorsa dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – a partecipare alla missione europea di pattugliamento dei valichi di confine. Finché Hamas sarà al potere a Gaza, ha detto il ministro degli Esteri Franco Frattini, l’Italia non manderà i suoi carabinieri al confine tra la Striscia e l’Egitto: “Non possiamo mandare i nostri carabinieri – ha spiegato Frattini – a presidiare la frontiera se c’è da una parte il legittimo governo egiziano e dall’altra una forza, quella di Hamas, che è iscritta nella lista europea delle organizzazioni terroristiche”. Frattini è però ottimista che oggi, all’incontro organizzato in Egitto, Hamas possa accettare questa condizione: “Occorre esprimere con chiarezza – ha spiegato – la convinzione che mai Hamas potrà trarre un dividendo politico da quanto ha fatto. L’Egitto non aprirà le frontiere di Gaza se dall’altra parte non ci saranno le forze dell’Autorità nazionale palestinese. E se la Comunità internazionale riuscirà a confermarlo con convinzione arriveremo, forse oggi, ad una accettazione da parte di Hamas di una tregua duratura e di un controllo del territorio di Gaza da parte delle forze di sicurezza della Anp che è quello che occorre come pre-condizione anche per l’Europa per contribuire al controllo delle frontiere”. Attualmente sono quattro i carabinieri impegnati al valico di Rafah nel quadro della missione Eubam varata nel 2005 dall’Unione Europea, che impiega altri 18 osservatori internazionali.

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2 febbraio 2009

fonte: http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/esteri/medio-oriente-50/gaza-hamas-tregua/gaza-hamas-tregua.html

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In precedenza un altro palestinese era morto colpito dai militari di Tel Aviv

Gaza, raid aereo israeliano, un morto

Colpita da un missile un’auto nei pressi del valico di Rafah, ci sono anche 4 feriti

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Macerie a  Gaza (Ap)
Macerie a Gaza (Ap)

GAZA (CISGIORDANIA) – Ancora un raid. Dopo la sparatoria al confine e il lancio di razzi contro Israele da Gaza, c’è stata l’attesa risposta dello stato ebraico. Un palestinese è stato ucciso e altri quattro sono stati feriti nel corso di un raid aereo israeliano a Rafah nel sud della Striscia di Gaza. Lo riferiscono fonti mediche palestinesi. Obiettivo dell’azione un auto a bordo della quale si trovavano membri del «Comitato popolare di resistenza», una piccola formazione di militanti palestinesi. In precedenza un altro palestinese era stato colpito a morte in Cisgiordania da soldati israeliani. Tsahal, vale a dire l’esercito israeliano, ha riferito che i militari hanno risposto al fuoco aperto dai compagni della vittima.
Secondo radio Gerusalemme è possibile che l’attacco a Rafah sia collegato al lancio di un colpo di mortaio da Gaza verso il Neghev, avvenuto poco prima.

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2 febbraio 2009

fonte: http://www.corriere.it/esteri/09_febbraio_02/gaza_attacco_israeliano_09e6cc2e-f112-11dd-b48f-00144f02aabc.shtml

Da Obama via libera ai rapimenti Cia

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ECCOCI SERVITI DI BARBA E CAPELLI..

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«È l’unico strumento che ci è rimasto». Ma l’«italiano» Abu Omar chiede il risarcimento

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WASHINGTON John Brennan era il candidato designato da Barack Obama per guidare la Cia. Lo hanno subito «impallinato » ricordando che era un sostenitore delle «extraordinary rendition», ossia il trasferimento di dozzine di terroristi — veri o presunti — in Paesi amici dove spesso sono stati torturati. E Brennan ha dovuto rinunciare all’importante poltrona, affidata poi a Leon Panetta. Ma il presidente non ha abbandonato la politica delle «rendition » e ne ha autorizzato il proseguimento. «Dobbiamo preservare certi strumenti — ha spiegato un funzionario —. Sappiamo che ha causato controversie in certi ambienti e tempeste politiche in Europa. Ma se condotto secondo certi parametri, è accettabile». E i consulenti legali della Cia sono già al lavoro per fissare eventuali paletti. Alcuni li ha suggeriti Tom Malinowski di Human Rights Watch: 1) Ottenere garanzie che i prigionieri non saranno torturati una volta trasferiti nel Paese designato. 2) Esigere un regolare processo e una detenzione normale.

A sorpresa, Malinowski ha osservato che «in determinate circostanze» le «rendition » hanno legittimità. Un parere opposto a quello espresso dalle medesime associazioni per i diritti umani quando alla Casa Bianca c’era Bush. Sotto la precedente ammini-strazione, il programma ha avuto un’impennata con decine di sospetti fatti sparire. Tra loro l’estremista Abu Omar, rapito a Milano nel febbraio 2003 da un commando Cia, poi finito in una prigione egiziana. Proprio ieri l’ex imam di Milano ha inviato una lettera a Obama per chiedergli un risarcimento per la detenzione e le torture che dice di aver subito. «Io sono tra le vittime della guerra americana infernale condotta da George W. Bush contro l’Islam e i musulmani », ha scritto. Risarcendolo, ha aggiunto, Obama «alimenterà speranze» sulla nuova amministrazione Usa. Abu Omar fu rinchiuso in uno dei tanti «Hotel California », le carceri dove sai quando entri ma non quando esci. Centri di detenzione — dal Marocco all’Europa dell’Est — che Obama ha deciso di rimpiazzare con qualcosa di più agile e temporaneo. Tra gli ordini impartiti alla Cia c’è la possibilità di trattenere i sospetti in luoghi speciali «per poco tempo e su base transitoria». Sull’efficacia delle «rendition» e del ricorso alla tortura il giudizio degli 007 non è compatto.

C’è chi sostiene che abbiano rappresentato la risposta adeguata e chi ne sottolinea l’inutilità. Per i primi, la Cia ha ricavato notizie vitali. Per i secondi l’intelligence, affidando i prigionieri ad altri, ne ha perso il controllo. Inoltre le informazioni fornite dagli interrogati non erano verificabili e non potevano essere usate in un tribunale perché macchiate dalla tortura. Anche la clausola delle garanzie dell’alleato sul rispetto del prigioniero è considerata una «foglia di fico». Ma, andando oltre il dibattito, è chiaro che la nuova amministrazione ha deciso di mantenere la pressione sui terroristi usando le «black operations », le operazioni clandestine. Dunque catturare i terroristi quando è possibile farlo senza limiti territoriali, incalzarli con una serie di raid nei loro rifugi con i letali aerei senza pilota. In questo le differenze tra Bush e Obama sono solo formali. E del resto vale ricordare che le «rendition» non sono nate dopo l’11 settembre. Le prime vennero organizzate negli anni ’80 sotto Reagan, ma c’era un aspetto non secondario: il terrorista, portato negli Usa, subiva poi un regolare processo. Il programma è poi continuato con Bill Clinton che, dopo l’attacco alle Twin Towers nel 1993, ha concesso carta bianca agli 007. Loro, come si dice in gergo, si sono tolti i guanti e hanno iniziato a catturare gli estremisti per poi trasportarli con jet speciali in Stati amici. Uno su tutti, Talat Fuad Kassem. Il 13 settembre 1995 la Cia lo intercetta in Croazia, poi lo consegna agli egiziani. Nessuno ne ha più sentito parlare.

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Guido Olimpio
02 febbraio 2009

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fonte: http://www.corriere.it/esteri/09_febbraio_02/obama_blitz_cia_guido_olimpio_e5df41d2-f0f6-11dd-b48f-00144f02aabc.shtml

extraordinary rendition modello Bush

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FISCO – Modello Unico, arriva la versione pocket per quattro milioni di contribuenti

La dichiarazione dei redditi semplificata è di 4 facciate al posto di 8, e con 24 pagine di istruzione al posto di 100

E’ diretta a chi ha entrate di tipo comune

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Unico, arriva la versione pocket per quattro milioni di contribuenti


ROMA – Quest’anno chi presenta il modello Unico può contare su una versione semplificata: quattro facciate al posto di otto e istruzioni ridotte da 100 a 24 pagine. L’Agenzia delle Entrate lo ha battezzato ‘Unico mini’, definendolo come una versione “pocket” e “user friendly” del modello Unico persone fisiche. E’ stato studiato dalle Entrate per i circa quattro milioni di contribuenti italiani con i redditi più comuni.

La semplificazione comincia dai dati anagrafici, che nel modello Unico ordinario richiedono una pagina intera, e nella versione ‘mini’ sono condensati in un solo rigo, dove il contribuente si limiterà a indicare nome, cognome, codice fiscale e domicilio fiscale.

dai contribuenti residenti in Italia che hanno percepito uno Il nuovo modello potrà essere utilizzato o più tipi di redditi tra: redditi di terreni e di fabbricati, di lavoro dipendente o assimilati, di pensione, derivanti da attività commerciali e di lavoro autonomo non esercitate abitualmente e che intendono fruire delle detrazioni e deduzioni per gli oneri sostenuti e delle detrazioni per carichi di famiglia e lavoro.

La versione ‘mini’ non può invece essere presentata dai titolari di partita Iva, da chi deve presentare la dichiarazione per conto di altri (ad esempio eredi o tutori) e da coloro che devono presentare una dichiarazione correttiva nei termini o integrativa.

Tutte le agevolazioni introdotte per il 2008 trovano naturalmente spazio in Unico mini. In particolare, il nuovo modello accoglie – con un’apposita colonna in cui indicare il reddito complessivo dei singoli familiari – il bonus straordinario per le famiglie e la tassazione con imposta sostitutiva del 10% da applicare alle prestazioni di lavoro straordinario e assimilate, nel caso in cui la scelta venga effettuata in sede di dichiarazione.

Invariati nella struttura i quadri RA e RB (redditi dei terreni e dei fabbricati), dai quali vengono però tenuti fuori i casi più particolari: mancata coltivazione del terreno, immobili inagibili, canoni di affitto in regime vincolistico o non percepiti per morosità. Semplificati anche i quadri RC (redditi di lavoro dipendente e assimilati) e RP (oneri e spese). Ridotti, infine, i righi del quadro RN (determinazione dell’Irpef).

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2 febbraio 2009
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