Archivio | febbraio 4, 2009

CRISI – Obama: “Rischiamo la catastrofe”, basta con i “paracadute d’oro”

Il presidente rilancia il piano di risanamento dell’economia Usa e fustiga i supermanager: tetto di 500.000 dollari agli stipendi, trasparenza

"Rischiamo la catastrofe" basta con i "paracadute d'oro"

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WASHINGTON – Barack Obama insiste sull’emergenza economia, e nella conferenza stampa tenuta oggi al fianco del ministro del Tesoro Thimoty Geithner assume toni da fustigatore nei confronti dei manager responsabili del crollo di Wall Street e dei loro trattamenti privilegiati: “Toglieremo l’aria ai paracadute d’oro”, avverte. Il governo “metterà fine alle buonuscite stellari”, i cosiddetti golden parachute, ovvero i bonus milionari concessi agli alti dirigenti che lasciano le società di Wall Street. Perché “quello che fa arrabbiare gli americani, e a buon diritto, è che i dirigenti siano compensati per i loro fallimenti.
Specialmente quando sono pagati usando i soldi dei contribuenti”.

Obama, che aveva definito “una vergogna” i compensi stellari degli alti dirigenti delle società di Wall Street, ha imposto un tetto massimo di 500.000 dollari per i salari concessi dagli istituti che riceveranno fondi federali nell’ambito del piano di soccorso anticrisi. Tutti i bilanci di queste aziende, dice Obama, dovranno essere pubblici. Le compagnie non potranno ricorrere ai “soliti vecchi trucchi”. Oltre al tetto di mezzo milione, “qualsiasi genere di compenso aggiuntivo di cui questi manager godranno – ha detto il presidente – dovrà avere la forma di fondi che non potranno essere toccati finché non saranno rimborsati i contribuenti per il loro aiuto”. Obama ha incluso nelle riforme annunciate oggi la “piena trasparenza” sui “privilegi” e i “lussi” dei vertici delle società che ricevono aiuti federali: “Contribuenti e azionisti dovranno giudicare se sono giustificati”. E aggiunge che, nel quadro delle riforme, si porrà fine alle “enormi liquidazioni di cui abbiamo letto con disgusto sui giornali”.

La situazione, avverte il presidente, è più che mai emergenziale: un mancato intervento in questa fase, ha avvertito il presidente americano, potrà trasformare la “crisi in catastrofe”. “La crisi economica che stiamo sperimentando non è come nessuna di quelle che abbiamo visto in vita nostra. E’ una crisi di calo della fiducia e di aumento del debito”, sottolinea Obama. “Sappiamo che anche se facciamo tutto il possibile ci vorrà” del tempo prima di capovolgere la situazione e far tornare l’economia a girare. “Ma non agire, e non agire ora, trasformerà la crisi in una catastrofe e garantirà una recessione più lunga”. E’ per questo “che il Congresso deve agire senza ritardi. Nessun piano è perfetto”, aggiunge osservando come il piano di stimolo fiscale “è solo la prima parte di ciò di cui abbiamo bisogno per riportare prosperità”. Il riferimento è al piano di stimolo all’economia per 820 miliardi di dollari che, passato alla Camera dei Rappresentanti, va ora al vaglio del Senato dove Obama potrebbe avere difficoltà a raccogliere una maggioranza netta senza dover subire sostanziali emendamenti.

Per rilanciare l’economia c’è bisogno “di un sistema finanziario solido. La mia Amministrazione farà il possibile per il sistema finanziario, dal quale dipende anche la nostra ripresa. E così la prossima settimana il segretario Geithner svelerà una nuova strategia per il rilancio del credito, una strategia che rifletterà le lezioni imparate dagli errori passati gettando allo stesso tempo le basi per il futuro”.

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4 febbraio 2009

fonte: http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/esteri/obama-presidenza-2/crisi-4-febbraio/crisi-4-febbraio.html?rss

Aiuti al settore auto: mille euro per «rottamare» e niente bollo per 3 anni. Cento: “E’ una sòla”

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Annunciati interventi anche per gli elettrodomestici ecologici: – 20% sull’Irpef

Le misura decise nell’incontro tra Berlusconi e i suoi ministri a Palazzo Grazioli. Ma Scajola frena

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ROMA – Bonus da 1.000 euro per chi «rottama» la propria autovettura classificata Euro 0, 1 o 2 (ovvero immatricolata entro il ’99) per passare ad un veicolo Euro 4 o Euro 5. In aggiunta a questo, esenzione dal bollo per tre anni. Non solo: sale da 1.500 a 2.000 euro l’attuale bonus per chi acquista vetture «verdi», cioè alimentate a metano, Gpl, elettriche o a idrogeno. Potrebbero essere queste alcune delle misure previste nella bozza del decreto cosiddetto «salva-auto» che dovrebbe approdare venerdì sul tavolo del Consiglio dei ministri. Del provvedimento si è discusso nel corso di un incontro a Palazzo Grazioli tra il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e i ministri Giulio Tremonti (Economia), Claudio Scajola (Attività produttive), Maurizio Sacconi (Welfare), Stefania Prestigiacomo (Ambiente), Roberto Calderoli (Riforme) e Raffaele Fitto (Affari regionali), oltre al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta.

DETRAZIONE SUGLI ELETTRODOMESTICIIl decreto «salva auto» non si occuperà solo del comparto che gli dà il nome: è infatti in previsione anche una detrazione Irpef del 20% sull’acquisto di mobili ed elettrodomestici. L’agevolazione sarebbe legata alla ristrutturazione dell’abitazione e riguarderebbe anche elettrodomestici «bianchi» (frigoriferi, lavastoviglie, lavatrici, ecc). Lo «sconto» avrebbe un tetto di 10.000 euro e sarebbe valido per gli acquisti fatti entro i primi 9 mesi del 2009.

IL FRENO DI SCAJOLAIl condizionale, tuttavia, è d’obbligo perché le anticipazioni lanciate dall’Ansa vengono ridimensionate dal ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola: «Gli interventi di sostegno al settore automotive e ad altri settori economici sono stati oggi al centro di un incontro tra il Presidente Berlusconi e i ministri competenti, che hanno deciso di procedere per decreto nel Consiglio dei Ministri di venerdi. Le misure sono in queste ore in corso di definizione tenendo conto dei vincoli della finanza pubblica, dell’esigenza di sostenere la domanda interna e il consumo dei cittadini e di ridurre l’inquinamento, come stanno facendo anche altri Paesi europei. Per cui le cifre circolate in queste ore sui singoli provvedimenti sono del tutto prive di fondamento».

L’ECONOMIA – Già in mattinata Silvio Berlusconi, parlando a Canale 5 aveva spiegato che il governo avrebbe varato un pacchetto di aiuti «rilevanti» a favore dei settori auto, componentistica ed elettrodomestici. . «Nei prossimi giorni – aveva sottolineato il capo del governo – prenderemo provvedimenti in alcuni settori strategici come l’auto, della componentistica e anche per chi produce elettrodomestici che consentano un minore consumo di energia», interventi che «ammonteranno ad un totale abbastanza rilevante. I 40 miliardi già stanziati, potranno diventare 80 con i fondi europei, regionali e governativi». Contro la crisi, ha aggiunto, «il governo ha già fatto molto. Ricordo che sono stato il primo a dire agli italiani che i loro risparmi non sarebbero andati perduti. Poi si è mossa l’Europa e sono stato io a convincere Bush e i suoi collaboratori, rimasti inerti davanti al fallimento della Lehmann Brothers, a muoversi e a stanziare oltre 700 miliardi di dollari».

CENTO: «E’ UNA SÒLA» Gli interventi paventati, presentati come interventi a sostegno sia dell’economia sia dell’ambiente, non convincono però i Verdi italiani e l’ex sottosegretario Paolo Cento definisce il progetto dell’esecutivo «una vera e propria sòla», termine che in romanesco sta per fregatura. «Se il decreto salva-auto è la bozza che circola in queste ore – ha spiegato Cento in una nota – ci troviamo di fronte ad un aiuto assistenziale con rottamazione senza alcuna vera svolta ecologica nell’industria dell’auto. Siamo ben lontani dal piano di Obama prevede incentivi per le auto elettriche, la riduzione drastica delle emissioni di Co2 e ricerca ed innovazione sull’idrogeno. L’annuncio di Berlusconi, invece, nasconde solito regalo all’industria dell’auto, senza che sia previsto, peraltro, per le case automobilistiche il vincolo a mantenere inalterati i livelli occupazionali».

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4 febbraio 2009

fonte: http://www.corriere.it/politica/09_febbraio_04/berlusconi_auto_97e749e4-f29e-11dd-8878-00144f02aabc.shtml

Eluana, lo stop del governo. I medici: “Andiamo avanti”

Il ministero: “Clinica non idonea”. Ma La Quiete annuncia: “Applicheremo la sentenza”

Per il neurologo, la progressiva riduzione degli alimenti entro domani, forse venerdì

Il Guardasigilli: “Colmeremo vuoto legislativo”. La Cei: “Italia scivola verso eutanasia”

"Andiamo avanti" Sit-in della comunità Giovanni XXIII davanti alla clinica La Quiete

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ROMA – Tra ventiquattro ore potrebbe iniziare la progressiva riduzione dei nutrienti infusi ad Eluana. “Il protocollo – ha detto Carlo Alberto Defanti, il neurologo che segue la ragazza da 17 anni in coma – è partito nel momento del ricovero e prevede che la quantità di nutrienti venga ridotta dopo tre giorni”. Domani o al massimo venerdì.

Frena il governo. Ma in serata, la dichiarazione del sottosegretario alla salute Eugenia Roccella sospende ogni decisione: “La clinica La Quiete di Udine dove è stata trasferita Eluana non possiede le condizioni per attuare il decreto della Corte di appello di Milano. Non è possibile che consegni a terzi la paziente e inoltre non può offrire cure per cui non è attrezzata”.

Ipotesi decreto sul testamento biologico. Inoltre, secondo quanto si apprende, l’esecutivo starebbe pensando di anticipare per decreto una parte del disegno di legge sul testamento biologico in modo da regolare la materia. Nelle prossime 48 ore sarà presa una decisione finale, ma è chiaro – riferiscono fonti ministeriali – che “al momento si sta monitorando la situazione per poi capire cosa fare”. Il fatto è – aggiungono le stesse fonti – che la vicenda di Eluana Englaro creerebbe un precedente e la legge sul testamento bilogico con il suo percorso naturale alle Camere non vedrebbe la luce prima dell’estate

La replica dei medici: “Andremo avanti”. I medici della clinica replicano però al governo che loro andranno avanti comunque: “Vogliamo attuare la sentenza della Corte d’Appello di Milano”. In una comunicazione recapitata all’assessore regionale alla Salute e alle autorità sanitarie del Friuli, il presidente della Quiete, Ines Domenicali, precisa che la casa di cura intende comunque “dare esecuzione alla sentenza con l’ausilio di personale esterno”.

I vescovi: “E’ eutanasia”. Attorno ad Eluana la polemica non accenna a placarsi. Anche oggi sono tornati a farsi sentire i vescovi: “E’ un momento molto grave e triste per il nostro Paese – ha affermato il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana – che vede uno scivolamento, speriamo in maniera non irreversibile, verso una deriva eutanasica, se la vicenda di Eluana Englaro arriverà alla conclusione che si profila. Ma speriamo non accada”. Già ieri con un comunicato diffuso al termine dei lavori del Consiglio episcopale permanente, la Cei aveva parlato apertamente di eutanasia chiedendo che ogni iniziativa volta a interrompere idratazione e alimentazione ad Eluana Englaro fosse sospesa.

Alfano: “Colmeremo vuoto legislativo”. Un clima di tensione che il ministro della Giustizia vuole risolvere per il futuro con una nuova legge: “Come ministro – ha detto Angelino Alfano – ritengo assolutamente necessario un intervento legislativo finalizzato a regolamentare questa delicata materia. Una proposta di legge, presentata dal senatore Calabrò, costituisce il testo base su cui sta lavorando alacremente in commissione sanità del Senato”.

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4 febbraio 2009

fonte: http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/cronaca/eluana-englaro/eluana-englaro/eluana-englaro.html?rss

Rifiuti Napoli, inchiesta Rompiballe: indagato anche Guido Bertolaso

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NAPOLI (4 febbraio) –  Nell’inchiesta Rompiballe, uno dei più complessi filoni d’ indagine sul disastro rifiuti a Napoli, dopo il rinvio a giudizio degli imputati coinvolti nel blitz della scorsa primavera, risulta indagato anche l’attuale sottosegretario alla Protezione Civile, Guido Bertolaso, ex commissario ai rifiuti. L’accusa è di concorso in truffa per lo smaltimento dei rifiuti.

Sette indagati. Nello stralcio sono presenti anche il prefetto di Napoli Alessandro Pansa e altri cinque indagati, l’ex commissario Corrado Catenacci, l’ex dirigente del commissariato Ciro Turiello, l’ex subcommissario Claudio De Biasio, Enrico Pellegrino e Armando Cattaneo, rispettivamente dirigenti Fibe e Impregilo.

Uno stralcio che ha di fatto intaccato l’unità del fronte degli inquirenti. A firmare lo stralcio, era stato lo scorso 29 luglio il procuratore Giovandomenico Lepore, con un’iniziativa finita dinanzi al Consiglio giudiziario e al Csm. Ecco come i due pm hanno motivato lo scorso ottobre la richiesta di rinvio a giudizio: «Questa è una vicenda che se non fosse stata scoperta avrebbe portato a un nuovo e più grave disastro ambientale».

Le accuse. Stando all’accusa, ci sarebbe stata continuità, un unico filo rosso che ha segnato la vita del commissariato antimmondizia. Dal 2005 al 2008 l’ordine di batteria è stato sempre «tacere e far credere», anzi «agire come se tutto andasse secondo le regole». Con l’obiettivo di evitare le indagini, dribblare l’azione della poliza giudiziaria, fare carriera.

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4 febbraio 2009

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=45177&sez=HOME_INITALIA


Soru a Berlusconi, replica al vetriolo: «Il premier mi fa una pena infinita» / Berlusconi e la licenza d’insulto

Attaccato dal Cavaliere, il candidato del centrosinistra alle regionali in Sardegna ribatte

«Nemmeno a 73 anni il Cavaliere riesce a raggiungere maturità e serietà. MI ricorda Caligola»

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Renato Soru  (Ansa)
Renato Soru (Ansa)

CAGLIARI – «Provo una pena infinita per Berlusconi e per tutti noi che meritiamo un rappresentante migliore nella massima carica del Governo». È una replica al vetriolo quella che Renato Soru riserva al presidente del Consiglio, dopo essere stato apostrofato dallo stesso come «un fallito». Il candidato per il centrosinistra alla carica di governatore della Sardegna ha risposto alle sortite televisive del premier Berlusconi sulle reti Mediaset. «Non ho nessuna paura di lui – ha spiegato Soru – e tantomeno della sua presenza in Sardegna. Mi convinco sempre di più che perderà queste elezioni e che in Sardegna perderà pure la faccia».

«COME CALIGOLA» Poi ancora un affondo del candidato di centrosinistra sul premier: «Mi ricorda Caligola – ha affermato – anche per le modalità con cui sceglie i suoi collaboratori. Verrà ricordato come Caligola e non come Adriano». «Mi fa una pena infinita – ha ribadito l’ex presidente della Sardegna – perché nemmeno all’età di 73 anni, riesce a raggiungere quella maturità, quella serietà e quel minimo di distacco dalle cose. Ma ancora di più mi fa pena perché nemmeno con quella che si chiama la grazia di stato, cioè il suo ruolo istituzionale, riesce a migliorare. Tanti uomini con mille debolezze sono diventati migliori quando hanno avuto responsabilità così importanti. Di lui questo, purtroppo, non si può dire».

«RICORSO CONTRO IL GIORNALE» – Sulle apparizioni in tv del premier Soru cita i dati del Centro Ascolti: «Un’ora e 29 minuti a Berlusconi con lo sfondo del candidato Cappellacci, un minuto e venti a me senza far mai sentire la mia voce». «Il premier – ha continuato Soru – fa un uso sconsiderato dei mezzi d’informazione della sua famiglia». A partire dal quotidiano Il Giornale: «Ha pubblicato delle affermazioni false che abbiamo denunciato – ha ricordato l’ex governatore – abbiamo chiesta una rettifica, che ci è stata rifiutata. Ora presenteremo in tribunale un ricorso, procedura d’urgenza ex articolo 700 per ottenere la procedura d’urgenza per la rettifica alle menzogne pubblicate. Tra queste che a Tiscali si stanno licenziando 250 persone. In realtà a Tiscali non si sta licenziando nessuno: 70 persone hanno usufruito dell’opportunità di esodo incentivato, nemmeno un’ora di cassa integrazione».

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4 febbraio 2009

fonte: http://www.corriere.it/politica/09_febbraio_04/soru_berlusconi_replica_e85e27c2-f2e8-11dd-8878-00144f02aabc.shtml

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Berlusconi e la licenza d’insulto

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di Giorgio Melis

Pubblichiamo per gentile concessione del sito Altravoce, uno dei più informati e autorevoli di Sardegna, l’editoriale del direttore Giorgio Melis.
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È chiaro, i sondaggi gli dicono male. Berlusconi non riesce a portare i sardi dalla sua parte (irrilevante il fantasmatico Cappellacci) e alza i toni, rincara gli attacchi. Ha impunita licenza d’insulto a reti unificate. È stato già querelato da Renato Soru. Ma in concreto risponde: me ne frego, ho lo scudo del lodo Alfano, sono più uguale della legge, anzi la legge è mia e ne la gestisco io. A freddo, tra un passaggio di banalità sugli stupratori e le intercettazioni telefoniche, ha risposto a un domanda contundente del suo intervistatore, il direttore del suo telegiornale Studio aperto, dalla sua tv Italia 1: “Lei si è molto impegnato in Sardegna. Perché non si deve votare per Soru?” Assist perfetto, sicuramente non concordato. Forse è stata telepatia tra il giornalista e il suo editore. Così Berlusconi ha potuto accusare Renato Soru d’essere anche un incantatore di serpenti, un fallito su tutta la linea. La sparata è finita sui siti on line dei quotidiani italiani, con evidenza che non è tanto un omaggio a Berlusconi quanto consacrazione del ruolo nazionale di Soru.

Ma se l’attacco a freddo, premeditato e concordato su una delle sue tv fa parte del controllo assoluto che il premier esercita sui dipendenti, ancor più scandaloso che il Tg1, nell’edizione delle 13.30 abbia ripreso pari gli insulti di Berlusconi senza aver cercato una replica di Soru: peraltro prontamente rilanciata nei siti dei quotidiani. Ecco un altro esempio di cosa sia l’informazione televisiva nazionale. Qualificata al peggio e al massimo nella ricerca del Centro d’ascolto di Radio radicale: nei tre week end elettorali sardi, a Berlusconi è stata dedicata oltre un’ora nei tg nazionali (trainando per inerzia il “fantoccio” Cappellacci), che a Soru hanno dedicato – mai in voce – neanche due minuti: ovvero un trentesimo dello spazio.

Allora, nel merito Soru ha risposto: il fallimento è di Berlusconi come governante d’Italia, che sta andando a picco benché l’abbia guidata per otto anni negli ultimi dieci. Ma ci sta anche la sua “tristezza infinita” per un signore di 73 anni che mente, inventa, insulta e diffama a man salva per cercare di vincere un’elezione regionale. Più che tristezza, squallore. Perché il Caimano è arrogante e insieme patetico nella sua determinazione a voler schiacciare l’unico avversario che gli resiste: dando fondo a tutti i mezzi, i soldi, le guarentigie abusive del suo ruolo di capo del governo, utilizzando senza freni il monopolio delle sue tv private e quelle pubbliche controllate per via politica.

Essendo stato bloccato da un’indisposizione a trascorrere il quarto fine settimana in Sardegna, Berlusconi ha pensato bene di recuperare organizzandosi da casa, con una sua tv, l’ennesima imboscata a Soru. Mentre registrava l’intervista, c’erano alcuni temi leggermente brucianti in campo, sui quali divampano dibattito e polemiche. Gli ultimi sviluppi per la povera Eluana Englaro, sulla quale Berlusconi non dice una parola: come fosse l’unico marziano di passaggio in Italia, mentre i suoi fanno fuoco e fiamme col Vaticano mentre Fini chiede il rispetto della legge e della famiglia. C’era stato un durissimo attacco di Pisanu a Maroni sull’obbligo di essere “cattivi” con i clandestini e relativa replica. Incombe la chiusura degli stabilimenti di Pomigliano d’Arco e di Termini Imerese della Fiat, le violenze a sfondo razzista e sessuale dilagano, il clima sociale diventa esplosivo. Ma dopo giorni di silenzio, Berlusconi dedica il suo tempo specialmente a Soru. Da non crederci, da restare allibiti, più che contristati e costernati, come dice il bersaglio, sul quale si spara a palle incatenate da parte dell’intero governo. Senza che Soru, peraltro, ne risulti intimidito. Al contrario, si direbbe che non solo tenga botta me ne sia come rafforzato.

Non a torto, probabilmente. La settimana scorsa aveva dovuto fronteggiare il “mucchio selvaggio” dei ministri compradores scatenati ad annunciare i loro miracoli ai sardi presunti beoti e creduloni. Con la gustosa soddisfazione, stimolata anche da questo giornale ripreso a livello nazionale, di vedere il leghista Zaia costretto a usare i taxi dopo la dura denuncia di Mannoni, che gli aveva negato le autoblu chieste con piglio da padrone in trasferta nella colonia sarda. Ora è tornato in campo, Berlusconi ma non trasmette affatto un senso di forza e sicurezza. Solo tracotanza e paura, comunque mai autorevolezza. Perché è chiaro a tutti che per lui Renato Soru è diventato un’ossessione, l’incarnazione di una paura manifesta: quella della sconfitta alle urne. Lui stesso ha voluto trasformarle nella resa dei conti contro l’unico personaggio che gli ha sempre tenuto testa, ha ribattuto colpo su colpo, non ha mai chinato la testa né quando i sostenitori del Cavaliere gli hanno assaltato la casa, né quando lui stesso è andato fare il comizio trenta metri sotto, con eccezionale fair play. Soru si spiega benissimo contro il premier ma non si piega. E a quanto pare non si stanno piegando, davanti a quest’offensiva becera e senza precedenti, neanche gli elettori sardi.

Sono i sondaggi che dicono male a far infuriare Berlusconi: indignato che non si faccia la sua volontà elettorale. Incredulo, ossessionato e quasi invidioso, che la stampa nazionale esalti o comunque presti grande attenzione e rispetto a Soru. Nel suo delirio di onnipotenza, non può esistere alcuno che non venga spazzato via se lui lo chiede e lo persegue in prima persona. Come i giocatori al casinò, alza al massimo il rilancio perché sente di non controllare la partita, per ribaltarne l’andamento. Appunto, l’ossessione della sconfitta e dell’uomo che potrebbe incarnarla, sia pure con mezzi così clamorosamente impari rispetto al’avversario.

Dev’essere ben inquieto, il Cavaliere. Reso più preoccupato, oltrechè dai sondaggi, da autorevoli pareri. In un’intervista a ‘Il Riformistà, Francesco Cossiga ha pronosticato nei giorni scorsi la vittoria di Renato Soru: “Non so se diventerà leader nazionale del Pd, però non ho dubbi che prevarrà su Cappellacci”. Soru, ha spiegato il presidente emerito della Repubblica, “sa parlare al sardo”, mentre lo sfidante del Pdl “rischia di essere preso per la proiezione di una figura esterna all’isola, cioè Berlusconi”. Tanto che il senatore a vita dà un consiglio al premier: “Gli suggerirei di diradare le sue visite sull’isola. La Sardegna -rimarca Cossiga- non è l’Abruzzo e nemmeno il Veneto”.

Forse il Cavaliere ha cominciato a capirlo e rilancia, rilancia gli attacchi a Soru: “incantatore di serpenti”. A proposito, chi sono gli incantati e come mai si fanno sedurre da un “fallito”? I sardi, forse lui stesso, tanti italiani che vedono il leader nazionale emergente nel protagonista sardo della sfida a Berlusconi? Ormai la partita è a due, Cappellacci davvero dovrebbe mettersi da parte e aspettare l’esito, chiamandosi fuori come di fatto è. Vedremo se Berlusconi tornerà in Sardegna e in quali numeri si produrrà dopo gli ennesimi insulti, benché davanti ai quali la destra sarda e il suo finto candidato tacciono: non disturbate il manovratore, anche temendo che stia facendo deragliare il tram con le sue sparate-boomerang. Berlusconi non ha mai detto una sola parola contro Bassolino, che pure qualche giudizio pesante e motivato l’avrebbe meritato. Viceversa, parla e straparla, siamo alla persecuzione vera e propria, solo di Soru: la sua ossessione, l’oggetto di una paura che monta e si manifesta così puerilmente. Gli ha scatenato contro lo Stato e il governo, contando anche sui vescovi sardi che hanno fatto dei loro altari un vergognoso tempio per le sue omelie elettorale. Se con tutto questo i sondaggi continuano a dirgli male e comunque a non garantirgli la vittoria, fa bene il Cavaliere a essere preoccupato: è già una sconfitta bruciante, quasi umiliante, a prescindere da quel che diranno le urne.

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4 febbraio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/81124/berlusconi_e_la_licenza_dinsulto

Sicurezza, governo battuto tre volte: freno alla Lega sull’immigrazione

L’esecutivo al Senato va sotto tre volte in altrettanti voti segreti
Approvato emendamento leghista che vieta i domiciliari per gli stupratori

L’esecutivo battuto sul prolungamento della detenzione nei Centri di identificazione

Passa anche una modifica dell’opposizione per ricongiungimenti familiari più facili

Sicurezza, governo battuto tre volte freno alla Lega sull'immigrazione
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ROMA – Il governo è stato battuto per tre volte al Senato sul ddl sicurezza. La maggioranza è andata sotto in tre votazioni per le quali era stato chiesto il voto segreto. Sono passati quindi gli emendamenti presentati dall’opposizione per rendere meno complicati i ricongiungimenti familiari per gli immigrati. Una delle parti dell’articolo originale che è stata abrogata prevedeva che il questore dovesse rilasciare il titolo di soggiorno per i familiari di uno straniero regolare soltanto se questi stessi familiari erano regolarmente soggiornanti in Italia “ininterrottamente da almeno cinque anni”.

Bocciata la detenzione di 18 mesi. Sempre in tema di immigrazione, il Senato ha reintrodotto nel ddl sicurezza la norma della Bossi-Fini che fissa in un massimo di 60 giorni la permanenza degli stranieri irregolari nei Centri di identificazione per un periodo superiore ai 60 giorni. Il testo previsto dal governo estendeva invece la detenzione a 18 mesi.

Sfiorato il quarto blitz. Il governo ha rischiato di essere sconfitto anche su un quarto emendamento presentato dal senatore del Pd Felice Casson che chiedeva di eliminare la previsione della tassa di soggiorno. Su questo punto la votazione è terminata con 129 si, 129 no e tre astenuti, ma il regolamento di Palazzo Madama prevede che, in caso di parità nelle votazioni, prevalga il voto contrario.

“Stop alla Lega”. Soddisfazione per i tre “blitz” messi a segno dall’opposizione è stata espressa dalla capogruppo del Pd Anna Finocchiaro. “E’ un segnale che si può leggere in due direzioni – ha commentato – una presa di distanza dalla Lega e la volontà che c’è in alcuni settori della maggioranza di non subire imposizioni dal Carroccio”. Recrimina invece il leghista Roberto Castelli. “Sono tornati i franchi tiratori di
memoria Dc: noi eravamo 136 in aula, le opposizioni 122. E’ una contabilità semplice da fare. Sono sette franchi tiratori”, ha sottolineato.
L’emendamento sugli stupri. In precedenza l’aula di Palazzo Madama aveva approvato un emendamento presentato dalla Lega al disegno di legge sicurezza in cui si esclude la possibilità di concessione degli arresti domiciliari a chi è stato accusato di stupro. Il voto, a maggioranza e per alzata di mano, ha visto l’astensione dell’Udc, il sostegno della maggioranza, ed anche quello, sia pure con molti dissensi, del Pd. Contrari i radicali. La modifica introdotta prevede anche l’arresto in flagranza per i violentatori e la loro esclusione da benefici quali l’affidamento ai servizi sociali, la semilibertà, i permessi premio e la liberazione anticipata.

I dubbi del Pd. La presidente dei senatori democratici, Anna Finocchiaro, ha ricordato che sui temi della violenza sessuale e della legge Gozzini si sta già legiferando in commissione Giustizia della Camera e che pertanto anticipare ora, in questo contesto, questa misura “non ha senso ed è un modo di legiferare disordinato”. Molti senatori del Pd hanno deciso quindi di non prendere parte al voto per protesta perchè, come ha osservato Maria Fortuna Incostante, “non si possono accettare strumentalizzazioni politiche sul corpo delle donne e sulla loro sofferenza”.

Anna Finocchiaro ha quindi invitato il centrodestra a non confondere quella che è una custodia preventiva “con la certezza della pena che arriva alla fine del processo, perché così facendo si rischia di prendersela solo con quelli che si riesce a mettere in carcere per primi”.

Sì critico dall’Idv. Sì critico all’emendamento anche dall’Italia dei Valori. “Voteremo comunque a favore di questa proposta – ha chiarito il responsabile Giustizia dell’Idv Luigi Li Gotti – perché noi siamo realmente contro la criminalità, ma contro ogni tipo di criminalità. Pertanto vogliamo tutti in galera, non solo gli stupratori, ma anche i colletti bianchi”.

L’Udc si astiene. Si sono invece astenuti, come detto, i senatori dell’Udc. Secondo il capogruppo Giampiero D’Alia l’iniziativa della Lega rappresenta un modo di legiferare “schizofrenico” ed “emotivo”. “Si crea infatti l’assurdità – ha ricordato D’Alia – che si prevede l’arresto in flagranza e la detenzione obbligatoria in carcere per chi ha commesso un reato odioso come la violenza sessuale, ma non per chi ha commesso un omicidio o una strage con finalità terroristiche”.

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4 febbraio 2009
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IL PROCESSO – Thyssen, chi accettò la buona uscita non è ammesso come parte civile

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Respinta la richiesta di oltre 50 operai che firmarono i verbali di conciliazione. Ammessi i lavoratori che non furono direttamente esposti al pericolo, il comune e la provincia di Torino e i sindacati

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Torino, 4 febbraio 2009 – La Corte d’Assise ha respinto la richiesta di costituzione di parte civile degli oltre 50 operai che firmarono i verbali di conciliazione con la ThyssenKrupp per la ‘buona uscità, con i quali rinunciavano a diritti risarcitori ‘presenti e futuri’.

L’ordinanza è stata letta questa mattina dalla Presidente Maria Iannibelli all’apertura della nuova udienza del processo contro sei dirigenti e manager della Thyssen per il rogo del 6 dicembre 2007 nello stabilimento torinese in cui persero la vita 7 operai. Sono invece stati ammessi come parti civili altri operai che non risultano avere firmato il verbale.

Non sono stati ammessi poi tre parenti di altrettante vittime del rogo, in quanto non sono ‘prossimi congiuntì e sotto il profilo giuridico non possono esercitare,a giudizio della Corte, le facoltà di persone offese. La Corte ha poi respinto le richieste della difesa della Thyssen di non ammettere come parti civili i lavoratori che non furono direttamente esposti al pericolo dell’omissione delle cautele antinfortunistiche e dell’incendio, nonchè il Comune di Torino, la Provincia di Torino, i sindacati e l’associazione Medicina Democratica.

Tutti questi soggetti sono quindi ammessi dalla Corte d’Assise come parti civili.

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2009/02/04/149094-thyssen_accetto_buona_uscita.shtml

CRISI – Panasonic chiude 27 impianti e taglia 15 mila posti di lavoro

Il colosso dell’elettronica prevede un rosso di 4,2 miliardi di dollari

Nel terzo trimestre il gruppo ha accusato perdite per 704 milioni di dollari

Mitsubishi si ritira dalla Dakar: “Via da tutti i rally, gestione più cauta delle risorse”

Panasonic chiude 27 impianti e taglia 15 mila posti di lavoroIl logo del gruppo

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TOKYO – Panasonic annuncia il taglio di 15 mila posti di lavoro a livello complessivo e la chiusura di 27 impianti per contrastare gli effetti della crisi in corso. Perdite anche per il costruttore automobilistico
giapponese Mitsubishi Motors, che ha annunciato oggi che si ritirerà totalmente dai rally, compreso Dakar, a causa della crisi economica. “L’improvviso crollo dell’economia mondiale ci obbliga a una maggior parsimonia nell’uso delle nostre risorse”, spiega il gruppo in un comunicato. Mitsubishi ha partecipato 27 volte alla Dakar, vincendone 12 edizioni, delle quali sette consecutive.
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Panasonic, rosso da 4,2 miliardi.
Drastica la revisione annunciata dal colosso dell’elettronica per quel che riguarda le stime sul 2008-09. Il gruppo prevede un rosso di 4,2 miliardi di dollari. Si tratterebbe della prima perdita negli ultimi 6 anni. La proiezione arriva dopo che nel terzo trimestre la società ha accusato perdite per 704 milioni di dollari.
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Gli altri colossi colpiti dalla crisi.
Panasonic è solo l’ultimo colosso dell’elettronica giapponese a cedere, in ordine di tempo, sotto i colpi della crisi internazionale dopo Sony, Hitachi, Toshiba e Nec. Il gruppo di Osaka, che già aveva rivisto al ribasso le stime sugli utili a 30 miliardi di yen (250 milioni di euro), ha reso noto di averle ritoccate ulteriormente, ipotizzando ora un disavanzo al 31 marzo prossimo di ben 380 miliardi di yen (3,2 miliardi di euro), per effetto – spiega una nota – “del continuo peggioramento della domanda sui mercati e alla risalita dello yen verso le principali valute”. All’inizio dell’esercizio in corso, ad aprile 2008, Panasonic vedeva un anno record, con utili per oltre 310 miliardi di yen. Tra gli impianti da chiudere, 13 sono in Giappone, mentre la riduzione dei posti di lavoro avverrà gradualmente entro la conclusione del prossimo esercizio, a marzo 2010.
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Mitsubishi in crisi. La casa automobilistica giapponese ha annunciato che si aspetta di chiudere l’esercizio 2008-2009 con una perdita netta di 60 miliardi di yen (500 milioni di euro). Con l’abbandono da parte della Mitsubishi, il mondo dei rally perde il terzo marchio giapponese. A metà dello scorso dicembre era arrivato l’annuncio del ritiro della Fuji Heavy Industries, produttrice della Subaru, sempre a causa della crisi internazionale dell’auto. Lasciava così il fango e le strade sterrate un marchio importante, vincitore di tre titoli costruttori ed altrettanti piloti in 19 anni. Sempre la contrazione delle vendite, pochi giorni prima aveva portato la Suzuki a prendere la stessa decisione dopo un solo anno di gare.
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4 febbraio 2009
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Ex sindaco (leghista) antiprostitute condannato per stupro

Brescia. Sei anni per l’amministratore leghista di Rovato

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Riconosciuto dalla vittima attraverso una foto sul giornale

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BRESCIA — A finire sulle pagine dei giornali, Roberto Manenti era abituato: in qualità di sindaco leghista era stato protagonista di battaglie infuocate e non prive di inventiva contro clandestinità e prostituzione. Ma è stata proprio una sua foto comparsa su un quotidiano locale a costargli una condanna a sei anni per stupro. Il gup di Verona ha condannato ieri l’ormai ex primo cittadino di Rovato, grosso centro del Bresciano, per una serie di brutali violenze di gruppo ai danni di una giovane lucciola romena, strappata ai suoi aguzzini durante una operazione contro il racket del sesso sul lago di Garda quasi dieci anni fa.

«Non so neanche di che cosa mi stanno accusando, non sono stato nemmeno interrogato dal giudice»: così Manenti ha commentato ieri sera con stupore la sua condanna. Contro di lui ha pesato la denuncia di una prostituta romena che nel ’99, epoca a cui risalgono i fatti, aveva 19 anni. Liberata dalle forze dell’ordine, la ragazza fece i nomi dei suoi sfruttatori, che furono arrestati e raccontò in particolare di alcune violenze di gruppo subite a ripetizione nei mesi precedenti. Nel maggio del 2000 la giovane vede su un quotidiano di Brescia la foto di Manenti, proprio in un articolo in cui si annuncia un giro di vite contro la prostituzione. «È lui uno di quelli che mi stuprava assieme ai miei aguzzini», dice risoluta la ragazza.

Il fascicolo rimane fermo per anni, finché nel 2006 la procura ne chiede l’archiviazione; il gip di Verona sollecita però ulteriori indagini e si arriva così al processo di ieri, per il quale Manenti aveva scelto il rito abbreviato, procedura che dà diritto allo sconto di un terzo sulla eventuale pena. Qui la giudice Monica Sarti ha ritenuto la testimonianza della vittima sufficiente a sostenere la condanna dell’ex sindaco a 6 anni. Manenti, uscito dalla Lega da anni e oggi consigliere di minoranza a Rovato con una lista civica, non sa spiegarsi la sentenza: «Non conosco quella ragazza; la mia faccia, ai tempi, era non solo sui giornali ma anche su tutti i muri perché ero candidato alle europee per la Lega. Chiunque avrebbe potuto prendermi di mira e forse qualcuno me l’ha voluta far pagare per le mie battaglie politiche».

L’ex sindaco aveva anticipato a modo suo la stagione delle ordinanze «creative», proibendo ad esempio ai musulmani di avvicinarsi alle chiese, stabilendo multe per chi esercitava la prostituzione sul territorio comunale di Rovato o intitolando una piazza ai caduti della Rsi. «È una condanna che si spiega solo come vendetta politica verso il personaggio — concorda il suo avvocato, Filippo Cocchetti — e sotto la spinta mediatica dei fatti degli ultimi giorni in materia di violenze sessuali. A carico di Manenti infatti non c’è uno straccio né di prova né di indizio, se non la denuncia della vittima che risale a dieci anni fa».

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Claudio Del Frate
04 febbraio 2009

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fonte: http://www.corriere.it/cronache/09_febbraio_04/sindaco_stupro_7bba8f1a-f294-11dd-8878-00144f02aabc.shtml

Gli operai di Rovigo: “Via gli stranieri se gli inglesi cacciano gli italiani” / Continua lo sciopero anti-italiani

Sulle piattaforme al largo delle coste venete dove lavorano cento tecnici britannici. “Le barricate nel mio Paese? Sono ridicole”

"Via gli stranieri se gli inglesi cacciano gli italiani"Le proteste alla raffineria

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PORTO VIRO (Rovigo) – “It’s a pity. È un peccato, a me piace lavorare con gli italiani, amo l’Italia. Spero che questa storia della raffineria di Grimsby sia solo un incidente”. Brian è appena arrivato dalla piattaforma al largo dell’Adriatico dove cento britannici, con altri duecento colleghi italiani e del resto del mondo, costruiscono gomito a gomito un rigassificatore che darà il metano al 10% del nostro Paese. Non ha voglia di parlare, mentre esce dalla base a terra di Porto Viro, protetta come una caserma, dove lavorano altri cento impiegati, quasi tutti della Exxon Mobil, britannici, americani, norvegesi, italiani.

Sembra impaurito dall’idea che una guerra tra poveri possa d’improvviso mettere a rischio questo laboratorio di convivenza e di cooperazione internazionale in mezzo al mare, che non ha mai visto polemiche tra locali e britannici. Qui a Natale gli inglesi cucinano il tacchino per i colleghi del Polesine. Al largo giocano a ping pong, condividono gli stessi pasti, le stesse partite di calcio su Sky.

Identiche le loro cabine sulla piattaforma larga come due campi di calcio e alta cinquanta metri, per due terzi sott’acqua, a 15 miglia dalla costa, o sulla nave alloggio dove riposano dopo 12 ore di lavoro.
Ma la notizia di quello sciopero di operai britannici contro gli “italians” arriva come un presagio. Il fantasma di una brutta storia che potrebbe materializzarsi anche qui. Perciò in tanti escono a testa bassa, senza una parola, dribblando le domande.

“Non ho letto i giornali, non so nulla”, dice un altro britannico che fila via a testa bassa. “I’m not qualified, non ho titoli per parlare”, mormora un terzo che si dilegua nella nebbia che avvolge la base. Sembrano intuire che tra i locali il clima sta cambiando.

“In Italia gh’è un casìn – protesta a duecento metri Melchiorre Vidali, muratore, che lavora al cantiene navale – a me l’inglese e il francese non mi danno fastidio, ma se ci rifiutano, dobbiamo farlo anche noi”. Anche Luigi Tessarin, titolare dell’hotel di Taglio di Po che ospita una mezza dozzina di tecnici del Regno Unito è preoccupato.

“Gli inglesi vogliono prendersi il loro pane – mormora – ma se fanno così li mandiamo a casa anche noi”. Un avvertimento che ha il sapore della legittima difesa. Non ci sono manifestazioni, né proteste in queste terra invasa dall’acqua dove solo la statale Romea riesce a cucire un paesaggio di capannoni, spettri di stabilimenti in disuso e paesini. Però gli scioperi contro gli italiani creano inquietudine. “Va miga bein – protesta Orazio Milani, avventore del bar Mauro dove alloggiano venti polacchi che ogni mattina alle sei partono per la piattaforma e la sera bevono “una birra e uno sprizzetto e vanno a letto alle dieci, senza mai un problema”. In Inghilterra “sbagliano di grosso, ci vogliono portare indietro” sentenzia Marziano Berto, il barista. “Sono solo ignoranti”, conferma il cliente bevendo il caffè.

Fiutano l’aria anche gli operai della base invitati dall’azienda a non offrire spunti di polemica, soprattutto dopo che la Lega Nord ha minacciato pan per focaccia agli stranieri. Più che mai strette le misure di sicurezza in una base dove è vietato bere alcolici e ci si sottopone a test periodici. “Quello che stiamo facendo è un grande progetto”, si giustifica Adriano Gambetta il comandante della base a terra, genovese, capitano di lungo corso che da un anno comanda le operazioni dalla costa. A fine primavera qui cominceranno a produrre metano dal gas liquido che arriva dal Qatar. Tre navi a settimana verranno vuotate, e scalderanno un decimo delle case degli italiani. Otto miliardi di metri cubi di gas prodotti da Adriatic Lng, (45% di Exxon Mobil, 45% di Qatar Gas, 10% di Edison). Un progetto pilota che coinvolge tecnici di mezzo mondo.

Finita la costruzione, resteranno solo 66 italiani per far funzionare la baracca. “L’unica cosa che mi interessa è finire quest’opera”, spiega un tecnico inglese: “Non voglio storie e non mi chieda come mi chiamo”. Gli scioperi contro gli italiani? “Ridiculous”, protesta un impiegato della Exxon che lavora a terra. “Incomprensibile, così si torna indietro”, aggiunge Bjorne, norvegese che trova l’Italia “un Paese fantastico”. Si lamenta solo del “cattivo tempo” Bill, da Houston, Usa, che per 10 mila dollari al mese più mille per la trasferta ha portato con sé la moglie. Gli scioperi alla raffineria sono solo un incidente? “Proteste sterili, non credo che vedremo mai cose del genere in Italia”, scommette il comandante Gambetta.

Meno ottimista l’ingegnere parigino, appena rientrato dalla piattaforma: “E se fosse il primo segnale di una reazione protezionistica alla recessione mondiale? Sarebbe un guaio”.

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4 febbraio 2009

fonte: http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/esteri/gb-raffinerie-italiani/operai-rovigo/operai-rovigo.html?rss

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Continua lo sciopero anti-italiani
I sindacati rifiutano la quota del 30%

Fumata nera nelle trattative nella raffineria Lindsey della Total: no all’offerta di 60 dei 200 posti a operai britannici. I termini del contratto di appalto con la siciliana Irem sono rimasti riservati

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Proteste contro gli operai italiani in una raffineria inglese (Ap / Lapresse)Londra, 4 febbraio 2009 – Fumata nera nelle trattative tra i sindacati inglesi e la raffineria Lindsey della Total. I rappresentanti dei lavoratori hanno respinto la proposta dell’azienda che avrebbe offerto 60 dei 200 posti ai lavoratori britannici.

Secondo quanto riferisce la Bbc, agli operai inglesi era stata inizialmente prospettata la possibilità di vedersi assegnati il 50% dei posti. All’origine della disputa, scoppiata una settimana fa, la decisione della Total di affidare un appalto da 18 milioni di euro all’italiana Irem che avrebbe quindi deciso di impiegare operai italiani e portoghesi e non locali. Una scelta che ha innescato la protesta dei sindacati britannici che hanno dato vita a uno sciopero a oltranza.

Le manifestazioni di protesta – che si sono allargate ad altre centrali nel nord del Paese – continuano ormai da giorni: il nodo del contendere è la decisione da parte di una ditta subappaltatrice, l’italiana Irem, di utilizzare i propri operai specializzati, italiani e portoghesi, per effettuare i lavori previsti sull’impianto.

I termini del contratto di appalto infatti sono rimasti fino ad ora riservati: secondo le procedure dell’Ue le imprese straniere che utilizzano il proprio personale per progetti a termine in un altro Paese devono far sì che questi abbiano gli stessi diritti dei lavoratori locali, per evitare la possibilità di dumping salariali.

Una tesi contestata nei giorni scorsi da Peter Hain, ex Ministro del lavoro laburista secondo il quale “non è possibile che i lavoratori italiani (della raffineria di Lindsey, ndr) abbiano avuto le stesse condizioni e salario che sarebbero spettati ai britannici, dati i costi di viaggio, alloggio e trasporto sul luogo di lavoro”.

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2009/02/04/149176-continua_sciopero_anti_italiani.shtml