Archivio | febbraio 6, 2009

Dalla piccola Kabul di Patrasso il viaggio dei dannati verso l’Italia

Reportage tra i giovani afgani che si imbarcano nascosti nei tir

In migliaia aspettano in una baraccopoli di cartone tra fame, malattie e scontri

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dall’inviato di Repubblica Attilio Bolzoni

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Dalla piccola Kabul di Patrasso il viaggio dei dannati verso l'Italia
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PATRASSO – Le baracche di cartone sono molli, si gonfiano con il vento. Per fermare la pioggia le avvolgono nella plastica, chiudono gli spifferi con materassi sventrati, coperte, rami e tavole fradice raccolte sulla spiaggia dopo l’ultima mareggiata. Una attaccata all’altra e una dentro l’altra, ce ne sono più di centocinquanta.
Ieri – 5 febbraio dell’anno 2009 – ci vivevano in mille. Tutti afgani. E tutti maschi. Bambini soli. Come Ramazan, che ha appena otto anni. E uomini. Il più vecchio è Hamid, viene dalla provincia di Helmand, di anni ne ha venticinque. Non ci sono donne, nemmeno una. Non ci sono mogli né madri né sorelle in quello che loro chiamano “il campo” ma che è una delle porte dell’inferno. In mezzo al fango e ai fumi del pattume che brucia, sulla strada per Corinto c’è la piccola Kabul di Grecia.

Da qui partono loro, i dannati che ogni giorno e ogni notte tentano di approdare in Italia nascosti nei cassoni dei camion, silenziosamente e continuamente. Lontani dal clamore dei grandi sbarchi di Lampedusa, lontani dalle piste dei deserti magrebini o dalle rotte mediterranee. Da qui prendono il mare dopo una fuga lunga già 8 mila chilometri. Qui è Patrasso, l’inizio o la fine del loro viaggio, l’inizio o la fine di un’altra vita.
Quei mille del campo e gli altri tremila o quattromila che vagano sul lungomare o che dormono nelle case abbandonate ai margini della città, dall’alba al tramonto si riversano al porto per infilarsi in qualche buco e sperare di vedere le luci di Ancona, di Brindisi, di Venezia o di Trieste. Sono sporchi, cenciosi, stravolti dalla fatica e dalla paura. Guardano la rete metallica che circondano la stazione marittima, si aggrappano alle sbarre, si fanno sanguinare le mani con il filo spinato e poi saltano. E corrono, corrono con il cuore che batte forte sino ai Tir posteggiati con il muso rivolto alla pancia delle navi. Aprono i portelloni, spariscono fra i containers e gli imballaggi, con le cinghie si legano agli assi degli autotreni e dei rimorchi.

A volte finiscono stritolati dalle ruote quando sono ancora in Grecia, nel porto. A volte muoiono in Italia. Come è morto Zaeher, a Mestre, il 10 dicembre del 2008. Aveva quattordici anni. Come è morto Khaled, a Forlì, il 22 giugno del 2008. Aveva sedici anni. Sotto le ruote dei camion che li hanno portati via. Dalla miseria. Dalla guerra. Da un’altra morte. Si addormentano e scivolano giù. Partono all’inizio dell’estate da Herat o da Ghazni e d’inverno sono in Europa. Sui binari dello scalo veneziano di Santa Marta l’altro mese i poliziotti ne hanno trovati sette. Camminavano in fila indiana. Erano vestiti come quando avevano lasciato casa, a giugno. Uno straccio per maglietta, i pantaloni corti. Di anni il più piccolo ne aveva 9, il più grande 14. Sei mesi ci avevano messo anche loro. Una lunga marcia. Per attraversare con la neve fino alle ginocchia i valichi iraniani, raggiungere Van e Ankara e poi Istanbul dissanguati dai passeurs turchi o dai mafiosi curdi. E scendere fino a Smirne per trovare un gommone e puntare sull’isola di Mytilene: la Grecia, l’Europa. Poi sono arrivati qui, a Patrasso. Arrivano tutti a Patrasso, sulla strada che costeggia il mare. Una curva larga, il cartello per Atene – 214 chilometri – i barconi sfasciati sulla scogliera e, in fondo, eccolo là “il campo”. Alberi anneriti da un incendio che un mese fa si è mangiato sessanta o settanta scatole di cartapesta, rifiuti che prendono le forme di alture, due palazzi in costruzione che sono il bivacco di chi ancora non ha trovato riparo, divani sfondati, i fuochi per riscaldarsi.

È oltre il fosso melmoso che c’è la piccola Kabul di Patrasso. Solo i più fortunati si sono presi una baracca. Solo chi è arrivato prima degli altri o chi è più forte degli altri. La metà sono pashtun, l’altra metà hazara. C’è anche qualche tagico, di uzbechi soltanto due. Il capo di questa comunità è Khalid, il capello lungo e nero come il carbone, quattro volte ha provato a scavalcare l’Adriatico e quattro volte l’hanno riportato indietro. Tutti chiedono di Khalid al “campo”, tutti salutano Khalid, tutti si inchinano quando passa fra due ali di folla. Lui ricorda l’epidemia di scabbia dell’anno scorso, gli incendi, i malati che nessuno a Patrasso vuole curare, i bimbi soli “di otto, dieci e undici anni” che riescono a oltrepassare un pezzo di Asia e stremati riescono a trovare Patrasso, tutti con un sogno: l’asilo politico. Ma intanto restano in Grecia per mesi, per anni.

Khalid parla delle violenze poliziesche. Ogni giorno. “Ci picchiano per niente, noi pensavano che la Grecia fosse Europa, un paese civile. Ma la Grecia non è Europa”, racconta mentre ci fa incontrare Manzur con il braccio rotto da un manganello, Jamail con l’indice mozzato in uno scontro, Hussein che ha il volto sfigurato dai cazzotti. Loro provano a saltare dentro il porto, i poliziotti li rincorrono e quando poi li prendono – capita – sono legnate. Una battaglia che non finisce mai. Sette volte al giorno si inseguono. Sette sono i traghetti che ogni giorno salpano per l’Italia. Di tanto in tanto la polizia fa una retata, duecento ne hanno fermati alla fine dell’estate. Li hanno trasportati ad Atene e poi espulsi in Turchia. Ma loro tornano, tornano sempre.

I vicoli della baraccopoli sono fetidi,
rivoli di fogna che si perdono davanti a un piccolo bazar. Vendono il pane afgano lungo e sottile, sigarette americane, pettini, felpe. Di fronte c’è un casotto più grande, questo è di lamiera, le scarpe incrostate e bucate tutte allineate fuori, un tappeto lercio appena dentro. “È la nostra moschea”, dice Kharim che comincia a fare il conto di quante volte ha provato a fuggire. Dentro i cassoni di un Tir, nel bagagliaio di un’auto, anche lui con quelle cinghie. L’hanno sempre preso in Italia. E rispedito a Patrasso. Con lui, negli ultimi tre mesi del 2008, la polizia di frontiera di Ancona e Bari e Venezia ne ha rimandati in Grecia 1861. Molti, moltissimi erano minorenni.

La vita della piccola Kabul scorre ogni giorno uguale.
C’è anche il barbiere. C’è un calzolaio. C’è una tenda di “Medici senza Frontiere”. In un pertugio un ragazzino arrostisce qualcosa sulla brace, il loro shami tikki. Un paio d’ore prima della partenza delle navi il popolo in fuga lascia il campo e si disperde per le vie di Patrasso. Calano a ondate sulla Agiou Andreous e all’incrocio con l’Agiou Nikolau, si disperdono intorno ai cafe e alle locande del porto. E poi cominciano a scavalcare le reti alte due metri e mezzo, con il filo spinato arrotolato sopra per quattro chilometri. Se riescono a passare i controlli, un giorno e una notte resteranno immobili dentro o sotto i camion. Con l’aria che manca, in piedi per ventiquattro ore, pigiati in un cassone o sdraiati là sotto. Qualcuno muore soffocato. Qualcuno passa e fugge via. Anche dall’Italia. Verso nord, verso la meta finale: Oslo e Stoccolma. Uno di loro, trovato dai poliziotti ad Ancona ha chiesto: “Quale è la strada per la Svezia?”.

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6 febbraio 2009
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VIOLENZA SULLE DONNE – Congo, l’inferno nel nostro corpo

Reportage esclusivo di «Io Donna» dallo Stato africano dove si combatte da dieci anni

La donna è un campo di battaglia. Lo stupro una strategia di guerra

vittime di stupro sostenute dall’associazione Ifrade. «Sono ormai inutile» ci dice Janette Mapengo, la seconda da sinistra (foto Alfredo Falvo)

Bukavu (Congo): vittime di stupro sostenute dall’associazione Ifrade. «Sono ormai inutile» ci dice Janette Mapengo, la seconda da sinistra (foto Alfredo Falvo)

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«Devo proteggermi» sussurra l’uomo in camice bianco. «Ho imparato a essere insensibile per poter curare pazienti che perdono urina e materia fecale dopo che lo stupro di gruppo le ha lacerate. Donne torturate con bastoni, coltelli, baionette esplose dentro i loro corpi rimasti senza vagina, vescica, retto. Ragazze alle quali devo dire: mademoiselle, lei non ha più un apparato genitale, non diventerà mai una donna». Dieci anni fa, una giovane violentata a cento metri da qui si è trascinata da lui. Da allora, nel suo ospedale Panzi a Bukavu, il ginecologo Denis Mukwege ha operato 25 mila vittime di stupri efferati e ne ha medicato altrettante nei villaggi, condannato a leggere nei loro corpi gli scempi di questo cruciale lembo d’Africa, l’est della Repubblica Democratica del Congo.

Si combatte dal 1998 nel Nord e nel Sud del Kivu, fuori dalle città di Goma e Bukavu, sulle rive di un lago beffardamente incantevole a ridosso della frontiera con il Ruanda. Cinque milioni di morti dal ’98 al 2002, nel conflitto più sanguinoso del globo dopo la seconda guerra mondiale. Poi i ribelli impazziti, i villaggi cancellati, la missione dell’Onu Monuc – la più imponente, con 17 mila caschi blu – capace solo di contare i morti dopo battaglie sbrigativamente attribuite a faide etniche e che invece mirano al controllo di immense e maledette ricchezze minerarie: oro, tantalio, diamanti. Lo stupro, qui, è l’arma affilata di una guerra che da tempo ha perduto la linea del fronte. La strategia primordiale di tutte le sigle paramilitari che annidano plotoni assassini nel cuore di tenebra della foresta equatoriale. Stuprano i ribelli del Cndp del generale Nkunda, appena messo fuori gioco dai suoi storici alleati ruandesi, e forse – mentre scriviamo – già ammazzato o spedito in un esilio dorato. Stuprano le milizie della Fdlr, gli hutu responsabili del genocidio ruandese del ’94 fuggiti in Congo. Stuprano i Mai Mai, combattenti filogovernativi, allucinati da riti tribali. E stupra l’esercito regolare.

Nei corpi e nelle parole di queste donne lo scempio vissuto. Nella foto sopra Alfonsine Naombi, 27 anni, nel campo per sfollati di Buhimba (foto Alfredo Falvo)

Nei corpi e nelle parole di queste donne lo scempio vissuto. Nella foto sopra Alfonsine Naombi, 27 anni, nel campo per sfollati di Buhimba (foto Alfredo Falvo)

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Violenza sistematica, compiuta davanti a figli e mariti: annientare le donne è un metodo veloce e sicuro per riuscire a mutilare intere comunità, spaccandole in un’invincibile vergogna. Il presidente congolese Joseph Kabila ha appena autorizzato l’esercito ruandese a entrare in Congo per sgominare gli hutu della Fdlr, come promessa di pace per il Kivu, ma la sua gente non si aspetta che altri morti, altri inferni. «Perché chiamare qui i ruandesi a risolvere un loro problema? » si chiede Mathilde Muhindo, che si è dimessa dal Parlamento disgustata dall’immobilismo di Kinshasa e da sempre assiste le vittime di stupro nel Centro Olame della diocesi di Bukavu. «Perché il governo è sceso a patti con Bosco Ntaganda, l’antagonista di Nkunda, ricercato dalla Corte dell’Aja per crimini contro l’umanità? È triste che nella nostra terra chiunque sia autorizzato a fare ciò che vuole, esattamente come i militari sul corpo delle donne».

Corpi sfioriti come quello di Elise Mukumbila, maschera di rughe e livore: nelle credenze tribali, forzare un’anziana porta ricchezza, così i Mai Mai hanno abusato di Elise per mesi, nella foresta a nord di Goma, lasciandole l’Hiv. La incontro a Goma, nel piccolo centro di Univie Sida, associazione locale che convince le donne sieropositive del fatto che la vita può, deve continuare. E corpi di bambine come Valentine, orfana dodicenne, perché violare una vergine rende immortali. Lei ha perso la parola dopo i ripetuti stupri di gruppo, ha la gonna fradicia di urina per una fistola mai curata: la sorella maggiore vuole nascondere la tragedia agli altri sfollati nel campo di Buhimba, poco lontano da Goma, dicendo a tutti che il sorriso vuoto della bimba non è che una pazzia senza nome. A Bukavu Janette Mapengo, 31 anni, mi si avvicina zoppicando. Gli otto hutu che l’hanno violentata nella sua capanna costringevano il marito a guardare, per poi seccarlo con una pallottola in fronte ed esplodere su Janette altri tre colpi, appena lei ha osato urlare.

Solange, 18 anni, con David nato dalla violenza, nel campo per sfollati di Mukunga (foto Alfredo Falvo)

Solange, 18 anni, con David nato dalla violenza, nel campo per sfollati di Mukunga (foto Alfredo Falvo)

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Alza la gonna scolorita mostrando l’arto di plastica: all’ospedale Panzi le è stata amputata la gamba destra maciullata dagli spari. Janette piange piano: «Sono inutile». Françoise Mukeina ha 43 anni, undici figli, occhi color miele: «Cento hutu ci hanno prese in otto dal villaggio, a Shabunda, tenendoci schiave nella foresta per due anni, nutrite con gli avanzi, violentate a turno ogni giorno, marchiate col fuoco. Quando mi hanno mandato a fare legna sono fuggita. Ho dolori che non finiscono mai ma ringrazio Dio: io sono viva, le altre no». Solo nel Sud Kivu, da gennaio a settembre 2008, l’agenzia dell’Onu Unfpa ha censito 11.600 donne che hanno chiesto cure dopo la violenza carnale: per il 95 per cento di loro, gli autori erano miliziani. Nel Nord Kivu si stimano 30 mila vittime di stupro dal 98, ma quelle che tacciono per vergogna sarebbero molte di più.

«È un femminicidio: gli stupri aumentano, sembrano contagiosi» esplode Fanny Mukendi di Action Aid, organizzazione internazionale che tra Bukavu e Goma finanzia i gruppi locali più attivi nel ricomporre i brandelli di esistenza di queste donne. «Sono povere, sfollate dopo gli attacchi dei ribelli: la violenza è il colpo di grazia. Hanno bisogno di un sostegno psicologico e di entrate economiche: con noi fabbricano sapone, panieri, preparano dolci da vendere al mercato. Nulla di spettacolare, ma le aiuta ad accettarsi di nuovo». A Goma, Action Aid ha fondato un movimento femminile che a novembre, durante l’assedio di Nkunda, ha riempito lo stadio al grido “stop aux viols”. E per Fanny, «ogni donna del mondo dovrebbe essere solidale con loro». Pensava soprattutto all’est del Congo, l’Onu, quando l’anno scorso si è decisa a inserire lo stupro di guerra tra i crimini contro l’umanità, perseguibile dai tribunali internazionali.

Dativa Twisenge, 22 anni, aggredita due volte (foto Alfredo Falvo)

Dativa Twisenge, 22 anni, aggredita due volte (foto Alfredo Falvo)

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Ma per ora, qui, domina l’impunità: «Con i militari si può solo segnalare l’esercito di appartenenza» spiega Julienne Mushagaluja, avvocatessa del gruppo Afejuco a Bukavu, che raccoglie testimonianze di vittime in vista di un appuntamento importante: «Sta per arrivare un inviato della Corte dell’Aja» rivela. «Dovrà capire se esistono prove sufficienti a denunciare per stupro i signori della guerra». Delle 58 condanne eseguite a Bukavu nel 2008 (su 353 denunce), solo 9 riguardavano militari, ma rispondevano anche di altri delitti. «Se a soffrire fossero gli uomini e non le donne» dice sommesso il dottor Mukwege «la comunità internazionale avrebbe già trovato una soluzione». Nel campo di Buhimba, durante il consueto acquazzone pomeridiano, siedo in una capanna buia sopra la terra nera del vulcano Nyiragongo, con un gruppo di donne e i loro neonati. I figli della violenza. In Congo l’aborto è illegale, per quello clandestino ci vogliono soldi, e non è il caso di Dativa Twisenge, 22 anni, scheletrica, bella, che disprezza il suo piccolo Oliver: «Che me ne faccio? Voglio solo morire. Due stupri sono troppi» mi gela. «Due anni fa in casa mia, a Masisi, con mia madre: a lei hanno spezzato le gambe. L’anno scorso qui vicino: tre militari del governo mi montavano come una cagna e intanto mi bastonavano la schiena: non ho fatto che urlare “uccidetemi!”». Agnès è un raggio di luce: 33 anni, sei figli, l’ultimo nato dallo stupro. Rapita vicino al campo con altre nove, legata e bendata dall’alba al tramonto, gettata tra i banani come spazzatura. Non riesco a non chiederle cosa prova per questo neonato paffuto, che per sempre le ricorderà la tortura. Lei sgrana gli occhi allungati: «Devi capire, è il mio bambino. L’ho chiamato Chance affinché, almeno lui, abbia la fortuna di conoscere un mondo migliore».

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Emanuela Zuccalà
06 febbraio 2009

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fonte: http://www.corriere.it/esteri/09_febbraio_06/congo_stupro_strategia_di_guerra_0a571f3a-f458-11dd-952a-00144f02aabc.shtml

FISCO – Il Modello Unico slitta a fine settembre

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di Nicoletta Cottone

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Il decreto legge «milleproroghe» riscrive il calendario di Unico. Dal 31 luglio l’invio slitta al 30 settembre 2009. A conferma che l’individuazione di regole stabili in materia tributaria resta un’impresa impossibile. O quasi. Anche quando il cammino sembra aver raggiunto buoni risultati arriva il comma di turno a mischiare nuovamente le carte (al Fisco) e le idee (ai contribuenti).

La novità è contenuta nel «milleproroghe» che ha avuto nella notte fra mercoledì e giovedì il via libera in commissione Affari costituzionali al Senato e che martedì approderà all’esame dell’Aula. Il decreto scade il 1° marzo e non è escluso che il Governo decida di blindarlo con la fiducia.
Dopo il mini-Unico per dipendenti e pensionati (con uno sforzo di semplicità condensato in quattro fogli e 24 pagine di istruzioni), l’Irap versione federalista, e da ultimo, ieri sera, l’annuncio che con Unico Società di capitali «il cerchio si chiude» e che tutti modelli sono pronti per l’utilizzo, ecco che un emendamento notturno presentato da Lucio Malan, relatore del decreto legge «milleproroghe»», riscrive il calendario.

Le scadenze del 31 luglio per persone fisiche, società di persone, società di capitali, enti commerciali e non passano di nuovo al 30 settembre 2009. Istruzioni delle dichiarazioni da aggiornare, ma a questo punto forse vale la pena di attendere l’approvazione definitiva del decreto «milleproroghe», così da poter finalmente comunicare ai contribuenti che il cerchio si è veramente chiuso.

Un emendamento che trova la sua ratio anche nel maggior tempo che le associazioni di categoria dei contribuenti hanno chiesto a più voci per aggiornare gli studi di settore – legati a doppio filo a Unico – agli effetti reali della crisi economica. Aggiornamento promesso dal Fisco per il 31 marzo.
L’emendamento, nei fatti, modifica il Dpr 322/98 e il Dm Finanze 164/99 sugli adempimenti fiscali. Sposta, come detto, al 30 settembre 2009 il termine per la presentazione telematica delle dichiarazioni delle persone fisiche, società di persone e dell’Irap. Per la dichiarazione dei soggetti Ires la modifica del «milleproproghe» sposta i termini dal settimo al nono mese successivo a quello di chiusura del periodo d’imposta. In sostanza, per le imprese con esercizio solare il termine di invio di Unico si allinea al 30 settembre 2009.

Per i sostituti d’imposta, invece, il termine di presentazione del 770 semplificato slitta dal 31 marzo al 31 luglio, uniformandosi alla stessa scadenza del 770 ordinario.

Tra le modifiche apportate al Dpr 322 ce ne sono, poi, alcune necessarie a recepire l’uscita da Unico 2009 della dichiarazione Irap. Al 30 settembre slitta l’invio della dichiarazione annuale Iva.

Da riscrivere, o quanto meno ritoccare, anche il calendario dell’assistenza fiscale. L’emendamento concede a Caf e sostituti d’imposta che prestano assistenza fiscale cinque giorni in più per trasmettere i modelli 730. Il termine, infatti, secondo l’emendamento approvato passa dal 25 al 30 giugno. Eccezion fatta per il 2009 in quanto i Caf e i sostituti potranno inviare al Fisco i dati dell’assistenza prestata entro il 15 luglio. Per i conguagli dei sostituti e dei Caf viene precisato che il riferimento alle operazioni va effettuato in relazione o al rateo di pensione o alla retribuzione di competenza del mese di luglio e non più, semplicemente, al mese di luglio.

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6 febbraio 2009

fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Norme%20e%20Tributi/2009/02/unico-slitta-settembre.shtml?uuid=b4882e50-f420-11dd-abee-65a3c57bba01&DocRulesView=Libero

TRUFFE – «Angelucci, regali a tutti i politici. Chiesto aiuto anche alla Turco» / Travaglio: “So’ creature”

L’ipotesi di una truffa da 170 milioni. La difesa: mai usati giornali per fini personali

Biglietti per partite e crociere. Il patron: accuse infondate

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Giampaolo Angelucci (Arcieri)
Giampaolo Angelucci (Arcieri)

ROMA — Contatti con politici e ministri , regali e biglietti omaggio per l’Olimpico, delibere pilotate, pressioni per fermare le indagini della procura di Velletri. «Leggendo l’ordinanza — osserva l’avvocato Paola Parise, che difende uno degli indagati —, sembrano oggetto di interesse investigativo non i rapporti economici tra soggetti pubblici e privati, ma quelli di natura personale e di frequentazione». Il risultato, però, per gli Angelucci non è stato di poco conto, se è vero quello che scrive il gip Roberto Nespeca nell’ordinanza: «L’attività investigativa ha accertato come il San Raffaele di Velletri sia riuscito a far determinare le tariffe sanitarie 2007 a proprio vantaggio, a scapito delle altre case di cura e della sanità pubblica e, di fatto, a compromettere l’attuazione del piano di rientro nei confronti del governo, che comporta come ulteriore conseguenza un ulteriore aggravio della finanza della Regione Lazio». Ma la giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera, che ha già avviato l’esame delle carte, sarebbe orientata a dire no alla richiesta di arresti domiciliari per Antonio Angelucci. Quale sia il grado di impatto della Tosinvest, è noto anche all’esterno del gruppo.

«Del resto professo’— commenta il 1˚ settembre 2007 la dirigente regionale Agnese D’Alessio con Agostino Messineo, direttore della Asl Rm H, entrambi indagati— Angelucci col suo yacht munito di elicottero, i figli voglio di’, hanno portato tutta questa estate alle Eolie… sono andati a fare il giro sulle Eolie … gratis con l’elicottero… tutti i funzionari della Regione Lazio… si sono sentiti tutti del jet-set». Ed è un benefit bipartisan, come quello delle vacanze, anche il biglietto per l’Olimpico di Roma. Alla distribuzione pensa la portavoce del gruppo Tosinvest, Daniela Ropstow, con cui Giampaolo Angelucci il 26 ottobre 2007 si lamenta: «Dagli ‘na ridimensionata, Danie’. Non è che questi ci possono manda’ i parenti». Il motivo del malumore di Angelucci jr. è che buona parte dei biglietti finisce ai dirigenti Tosinvest mentre dovrebbero avere altre destinazioni. Ma è sugli atti della Regione predisposti dai dirigenti del San Raffaele che è più pesante il gip. «Il sodalizio criminoso — scrive Nespeca — partecipa direttamente al processo decisionale relativamente alle vicende che riguardano la clinica, alle delibere in materia di tetti di spesa e di ripartizione dei fondi ». Un aiuto sostanzioso proviene da Mauro Casanatta, president dell’Aiop, l’Associazione delle cliniche private che, secondo il gip, è «asservita» agli interessi Tosinvest.

La bufera al San Raffaele scoppia quando si scopre che c’è un’inchiesta: «È scattata un’indagine su tutte le nostre strutture, tiettela per te ‘sta cosa», dice Claudio Ciccarelli, direttore operativo del San Raffaele, a un certo Franco Pianozza il 7 luglio 2007. E dopo il 6 settembre, data del sequestro delle cartelle cliniche da parte del Nas, diretto dal capitano Marco Datti, il gruppo cerca di prendere le contromisure. Giampaolo Angelucci, non si sa come, riesce a leggere il verbale; il padre annuncia di voler protestare e chiedere aiuto al ministro della Salute Livia Turco, annunciando di volerle mostrare i verbali dei Nas per farle chiamare il comando generale dei carabinieri «e chiedere cosa sta succedendo». Emerge, tra l’altro, che la Asl Rm H, ai Castelli Romani, «preavverte» la clinica dei controlli. Una «gola profonda» sarebbe Agostino Messineo, il direttore del Servizio di prevenzione: considera «una pazzia» ogni verifica sulla Tosinvest. «Dopo aver letto l’ordinanza del giudice posso dire con serenità che le accuse nei miei confronti sono assolutamente prive di fondamento», ha sottolineato Antonio Angelucci. «Le aziende che ho creato hanno sempre operato correttamente e in modo rigoroso. Per La talpa controllare la regolarità delle operazioni e degli atti ammini-strativi è stata da tempo istituita una Commissione di professori universitari che ha accertato come nessuna irregolarità sia stata rilevata anche nella casa di cura di Velletri». E ancora: «Non ho mai utilizzato testate giornalistiche per fini personali anche perché sono gestite da giornalisti autonomi, liberi e del tutto indipendenti».

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Lavinia Di Gianvito
06 febbraio 2009

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fonte: http://www.corriere.it/cronache/09_febbraio_06/angelucci_regali_di_gianvito_4bd46732-f41d-11dd-952a-00144f02aabc.shtml

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So’ creature

di Marco Travaglio

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Quando qualche politico molto intelligente scelse gli Angelucci come editori dell’Unità, redazione e direzione si ribellarono. Anche il sottoscritto si permise di ricordare che la famiglia era «nota alle cronache sanitarie e giudiziarie per le sue cliniche convenzionate e per i processi per corruzione». Nonché per essere già editrice di Libero e del Riformista.
Risultato: l’intera famiglia Angelucci chiese 2,9 milioni di danni all’Unità e al sottoscritto. Citazione firmata dai maggiorenni: Antonio (classe 1944), Andrea e Alessandro (1970), Matteo (1995) e Luca (1996); e pure dai minori: Simone (2001), Andreas (2003), Silvana e Vittoria (2004). Sostenevano, i seniores e gli juniores dall’asilo nido, di essere stati sanguinosamente offesi dall’Unità che li aveva accomunati a Giampaolo, arrestato nel 2005 per presunte tangenti a Raffaele Fitto (ora ministro, appena rinviato a giudizio per un altro scandalo): «Stando a tali ingiustificate affermazioni, padre, fratelli o nipoti dovrebbero sopportare l’onta di un procedimento giudiziario».

Ora purtroppo i giudici di Velletri han di nuovo arrestato Giampaolo (che prudentemente non s’era associato alla causa) e chiesto la cattura del vecchio Antonio, che però con agile balzo ha avuto l’accortezza di rifugiarsi alla Camera col Pdl e dunque è intoccabile. C’è da sperare che, come sempre fa, Montecitorio respinga la richiesta di arrestarlo: non sia mai che debba disertare l’udienza dell’8 aprile per un fastidioso impedimento ai polsi, lasciando soli a rappresentare la famiglia quei poveri ragazzini col biberon, sul passeggino.

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6 febbraio 2009

fonte: http://www.unita.it/rubriche/Travaglio

immagine di testa tratta da Dylan Dog, Sergio Bonelli Editore

Malaria, Gates libera zanzare in sala: «Pungono anche i ricchi»

La sfida durante una conferenza in California. Tra i progetti della Fondazione gli insetti in grado di vaccinare

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Bill Gates ama gli effetti a sorpresa e soltanto lui poteva promuovere la lotta alla malaria liberando zanzare durante una conferenza in California. Il geniale miliardario, fondatore del gigante Microsoft, mentre spiegava la sua sfida ai «mali dimenticati », che mietono milioni di vittime ogni anno tra i poveri del globo, ha perso (forse volutamente) il «controllo» delle decine di zanzare (gli insetti vettori della malaria) portate da Gates come testimonial di uno dei mali da combattere. L’effetto a sorpresa ha colpito soprattutto i ricchi in prima fila. Tra gli altri l’ex vice-presidente Al Gore e il fondatore di eBay Pierre Omidyar.

«Non c’è ragione per cui solo i poveri debbano provarne la puntura e ammalarsi di malaria », ha commentato Gates. Dall’anno scorso ha abbandonato il timone della Microsoft per dedicare «anima e idee», insieme alla moglie Melinda, alla sua Fondazione filantropica: la Bill&Melinda Gates Foundation. Battuti i virus dei software, i nuovi nemici sono malaria, polio, tubercolosi multiresistente, Aids, morbillo, mortalità neonatale. A guidare il suo Global Health Program ha chiamato, dal 2006, il gastroenterologo e infettivologo Tadataka («Tachi » per gli amici) Yamada. E gli ha affidato tanti dollari da gestire: circa 10 miliardi ogni 5 anni. In media un miliardo e 700 milioni all’anno. Yamada, 63 anni, è a Roma per perorare la sfida della salute globale: l’Italia è presidente di turno del G8. Dovrebbe incontrare Gianni Letta. Al Corriere affida l’appello di Bill Gates ai potenti. Pungente come le zanzare liberate tra il pubblico in California: «Nell’agenda non può mancare la salute. Vanno ribaditi i 50 miliardi di dollari per la cooperazione previsti per il quinquennio 2005-2010 e aumentare gli stanziamenti dei singoli Paesi. Tutti l’hanno già fatto, tranne Italia e Giappone. Investire nella cooperazione serve anche a rilanciare l’economia in crisi».

Quali le sfide? «Eradicare la polio entro 5 anni, dimezzare i casi di malaria entro il 2015 e azzerarli entro il 2050, sconfiggere l’Aids in 20 anni. Purtroppo per la tubercolosi multiresistente occorreranno decenni». Come mai? «Perché almeno due miliardi degli abitanti del pianeta ne sono infettati ma in modo latente. Ed è diventata resistente agli antibiotici disponibili. Con il progetto Aeras sono allo studio nuovi medicinali e cinque vaccini in fase due di sperimentazione ». E la polio? «Abbiamo stanziato 650 milioni di dollari (oltre 250 dalla fondazione Gates) con Rotary, Oms, Germania e Gran Bretagna. I Paesi dove c’è ancora sono Nigeria, India, Pakistan e Afghanistan. Mille e 800 nuovi casi all’anno. Si può eradicare in 5 anni». Più difficile la malaria? «Certo. Un milione i bambini che ne muoiono ogni anno. Grazie a insetticidi e zanzariere siamo riusciti a ridurre la mortalità del 50% in 12 Paesi africani. Il vaccino della Glaxo protegge al 60%. Il progetto prevede nuovi vaccini. Uno rivoluzionario: trasformare le zanzare in vaccino. Creando insetti con l’antigene della malaria che, quando pungono, trasmettono malattia e antidoto ». Prevenzione massiccia per ora contro l’Aids, in attesa di un vaccino efficace: «Gel protettivi e preservativi sono la priorità nei Paesi in via di sviluppo per fermare l’Hiv». Tachi Yamada snocciola i numeri dei successi della sfida contro i mali dei «poveri»: 20 milioni i bambini al di sotto dei 5 anni che morivano nel 1960, la metà nel 2005, 9 nel 2008. E’ solo l’inizio. E la Bill&Melinda Gates Foundation finanzia anche le idee: 100 mila dollari di premio alle migliori. Due ogni anno. Finora un 10% dei vincitori sono scienziati di Paesi in via di sviluppo.

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Mario Pappagallo
06 febbraio 2009

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fonte: http://www.corriere.it/cronache/09_febbraio_06/Malaria_Gates_libera_zanzare_in_sala_pungono_anche_i_ricchi_Mario_Pappagallo_1fcdcfba-f428-11dd-952a-00144f02aabc.shtml

INTERNET – L’obbedienza non è più una virtù

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Don Milani. L’obbedienza non è più una virtù

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Il Senato ha approvato il filtraggio dei siti con l’emendamento D’Alia, senatore UDC e compagno di banco di Cuffaro. Se, in futuro, un blogger dovesse invitare a disobbedire a una legge che ritiene ingiusta, i provider dovranno bloccarlo. Di leggi ingiuste ne sfornano una al giorno. C’è solo l’imbarazzo della scelta. La prima è stata il Lodo Alfano e l’ultima la denuncia da parte dei medici dei clandestini che si fanno curare. La legge D’Alia può obbligare i provider a oscurare un sito ovunque questo si trovi, anche se all’estero. In pratica schierano i server alle frontiere invece che gli eserciti.
Di fronte a queste leggi l’unica risposta è la disobbedienza civile.
Loro non molleranno mai (ma gli conviene?).Noi neppure.

«Art. 50-bis. Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet
1. Quando si procede per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che alcuno compia detta attività di apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet, il Ministro dell’interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.
2. Il Ministro dell’interno si avvale, per gli accertamenti finalizzati all’adozione del decreto di cui al comma 1, della polizia postale e delle comunicazioni. Avverso il provvedimento di interruzione è ammesso ricorso all’autorità giudiziaria. Il provvedimento di cui al comma 1 è revocato in ogni momento quando vengano meno i presupposti indicati nel medesimo comma.
3.I fornitori dei servizi di connettività alla rete internet, per l’effetto del decreto di cui al comma 1, devono provvedere ad eseguire l’attività di filtraggio imposta entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000, alla cui irrogazione provvede il Ministro dell’interno con proprio provvedimento.
4. Entro 60 giorni dalla pubblicazione della presente legge il Ministro dell’interno, con proprio decreto, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico e con quello della pubblica amministrazione e innovazione,
individua e definisce i requisiti tecnici degli strumenti di filtraggio di cui al comma 1, con le relative soluzioni tecnologiche.
5. Al quarto comma dell’articolo 266 del codice penale, il numero 1) è così sostituito: “col mezzo della stampa, in via telematica sulla rete
internet, o con altro mezzo di propaganda”.”

Caro Beppe,
è da qualche tempo che ad ogni notizia che mi informa dell’ultima iniziativa legislativa del governo, mi ritrovo a chiedermi se sia giusto rispettare leggi ingiuste. Leggi promulgate per difendere i diritti di pochi e ledere le vite di molti.
Di questi tempi, e con questi pensieri per la testa, trovo di grande attualità le parole di Don Milani che a distanza di più di quarant’anni credo meriterebbero di tornare a scuotere le coscienze di tutti. L’obbedienza non è più una virtù. Nel 1965 venne messa in discussione l’uso della forza come sola strategia per tutelare la Patria. Oggi abbiamo bisogno di suscitare nuovi obiettori di coscienza in grado di criticare con giudizio e argomentazioni solide le leggi ingiuste che ci vengono imposte.Filippo
“[…]Non voglio in questa lettera riferirmi al Vangelo. È troppo facile dimostrare che Gesù era contrario alla violenza e che per sé non accettò nemmeno la legittima difesa.
Mi riferirò piuttosto alla Costituzione.
Articolo 11. “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli…”.
Articolo 52. “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”.
Misuriamo con questo metro le guerre cui è stato chiamato il popolo italiano in un secolo di storia. Se vedremo che la storia del nostro esercito è tutta intessuta di offese alle Patrie degli altri dovrete chiarirci se in quei casi i soldati dovevano obbedire o obiettare quel che dettava la loro coscienza. E poi dovrete spiegarci chi difese più la Patria e l’onore della Patria: quelli che obiettarono o quelli che obbedendo resero odiosa la nostra Patria a tutto il mondo civile? Basta coi discorsi altisonanti e generici. Scendete nel pratico. Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L’obbedienza a ogni costo? E se l’ordine era il bombardamento dei civili, un’azione di rappresaglia su un villaggio inerme, l’esecuzione sommaria dei partigiani, l’uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la tortura, l’esecuzione d’ostaggi, i processi sommari per semplici sospetti, le decimazioni (scegliere a sorte qualche soldato della Patria e fucilarlo per incutere terrore negli altri soldati della Patria), una guerra di evidenti aggressioni, l’ordine d’un ufficiale ribelle al popolo sovrano, le repressioni di manifestazioni popolari? […]” Don Milani

Ps: Chi volesse dare dei suggerimenti al senatore D’Alia per migliorare il suo emendamento può inviargli una mail a: dalia_g@posta.senato.it

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6 febbraio 2009

fonte: http://www.beppegrillo.it/2009/02/caro_beppee_da.html

PACHA MAMA – Terra Madre, i paradisi del pianeta che rischiamo di perdere

https://i0.wp.com/www.pacha-mama.it/images/INDIGENA307500.jpg

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di Roberto Arduini

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Un percorso fotografico che si sviluppa in Africa, nelle Americhe, in Asia, Europa, Oceania, attraversando zone polari e foreste, praterie e deserti, montagne, oceani e mari, per fornire una testimonianza forte delle condizioni di vita di animali protetti e a rischio di estinzione, di habitat spesso minacciati dallo sfruttamento indiscriminato del territorio, di popoli e gruppi umani ai limiti della sopravvivenza. È la mostra “Madre Terra”, curata da Guglielmo Pepe, direttore del National Geographic Italia, in corso dal 7 febbraio al 29 marzo presso lo spazio Fontana del Palazzo delle Esposizioni di Roma. Si tratta della seconda rassegna fotografica dedicata alla salvaguardia del Pianeta, dopo l’esposizione organizzata lo scorso anno in occasione del decennale dell’edizione italiana del mensile.

Centouno scatti, tra i migliori realizzati da cinquantotto fotoreporter che collaborano con la testata: dall’iraniana Jodi Cobb, che attualmente vive e lavora a Washington dove insegna regolarmente in corsi e seminari, al fotografo naturalista di origine olandese Frans Lanting; da Steve McCurry, uno dei grandi nomi del fotoreportage internazionale, a Nicholas Reynard, il fotografo francese morto qualche anno fa in un incidente aereo nel Rio Negro, in Amazzonia; dal genovese Alberto Novelli, specializzato nel reportage di viaggio, a Gordon Wiltsie che ha trascorso gran parte della sua vita professionale a documentare la gente e l’ambiente di Nepal, Tibet, Bhutan e India del nord.

Grazie alle fotografie, per la maggior parte inedite per la rivista, i visitatori possono percorrere un itinerario ideale che li porta a scoprire i territori degli orsi grizzly dell’Alaska e quelli del panda gigante, le foreste equatoriali e le Alpi italiane, le praterie nordamericane e quelle australiane, i deserti nordafricani e i mari tropicali, il Mediterraneo e gli Oceani, le tigri in India e gli elefanti in Africa. La galleria fotografica documenta le aggressioni dello sviluppo urbano, i problemi di conservazione di zone protette ma sempre a rischio e le condizioni di vita, le abitudini, le sofferenze e le speranze degli esseri umani nelle più diverse zone del Pianeta.

Ecco tutti i fotoreporter presenti in mostra:
William Albert Allard, James P. Blair, Sisse Brimberg, Jodi Cobb, Bill Curtsinger, David Doubilet, Nicole Duplaix, David Edwards, Peter Essick, John Eastcott and Yva Momatiuk, Melissa Farlow, Alessandro Gandolfi, Annie Griffith Belt, David Alan Harvey, Fritz Hoffman, Ralph Lee Hopkins, Chris Johns, Lynn Johnson, Ed Kashi, Mattias Klum, Foto di Norbert Rosing Tim Laman, Frans Lanting, Gerd Ludwig, Pascal Maitre, Steve McCurry, David McLain, Gideon Mendel, George F. Mobley, Albert Moldway, Michael Nichols, Paul Nicklen, Flip Nicklin, Alberto Novelli, Richard Olsenius, Randy Olson, Carsten Peter, Steve Raymer, Nicolas Reynard, Reza, Norbert Rosing, Susie Post Rust, Sandro Santioli, Joel Sartore, Brian J. Skerry, James L. Stanfield, George Steinmetz, Maria Stenzel, Brent Stirton, Paul Sutherland, Medford Taylor, Roy Toft, Tomasz Tomaszewski, Stefano Unterthiner, Alex Webb, Gordon Wiltsie, Steve Winter, Cary Wolinsky, Michael S. Yamashita.

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5 febbraio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/81167/terra_madre_i_paradisi_del_pianeta_che_rischiamo_di_perdere

l’immagine di testa non fa parte della mostra, è tratta dal sito http://www.pacha-mama.it

Si finge prete e abusa di minori

IN MANETTE Angelo Chiriatti, noto come padre Pietro

Arrestato 53enne:avrebbe accolto nel suo finto oratorio diversi ragazzini e li avrebbe violentati

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Sul sito della finta comunità dei «Missionari di nostra Signora della cava» la foto del falso sacerdote all'udienza di Giovanni Paolo II (Fotogramma)
Sul sito della finta comunità dei «Missionari di nostra Signora della cava» la foto del falso sacerdote all’udienza di Giovanni Paolo II (Fotogramma)

BARI – Un uomo di 53 anni, Angelo Chiriatti, finto sacerdote, è stato arrestato dalla polizia con l’accusa di aver abusato sessualmente di cinque (due di 14 anni, uno di 10 anni, uno di 13, e uno di 16 anni). L’arresto è stato eseguito da agenti della Squadra mobile della questura di Bari sulla base di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dalla magistratura barese. L’uomo è accusato di violenza sessuale e di sostituzione di persona. I reati sono stati compiuti – secondo l’accusa – in comuni del Barese e del Brindisino.

LO CHIAMAVANO «PADRE PIETRO» – L’arrestato è Angelo Chiriatti, 53enne leccese: fino al momento dell’arresto si è fatto chiamare “padre Pietro Maria”, sostenendo di essere il fondatore della comunità dei «Missionari di nostra Signora della cava». L’uomo, che già in passato ha avuto problemi con la giustizia, ha continuato a professarsi sacerdote di rito cattolico, ma sia secondo la Curia sia secondo le indagini della polizia non è in realtà un religioso. Sul sito di Chiriatti dedicato alla comunità dei «missionari di Nostra Signora della Cava» ci sono addirittura le foto del finto sacerdote in udienza da Papa Giovanni Paolo II, e poi scatti di dipinti e sculture di “padre Pietro”, e anche la copertina di un libro scritto dal finto prete.

LE VIOLENZE IN UN FINTO ORATORIO – Dalle indagini coordinate dalla squadra mobile di Bari, diretta da Luigi Liguori, è emerso che l’uomo durante le vacanze estive avrebbe accolto nel suo finto oratorio, che si trova tra le province di Bari e Brindisi, diversi minorenni (bambini e ragazzini) dei quali avrebbe abusato sessualmente e ai quali avrebbe fatto compiere reciprocamente atti sessuali. Il provvedimento restrittivo in carcere è stato firmato dal gip del tribunale di Bari Giulia Romanazzi su richiesta del pm inquirente Lydia Deiure.

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6 febbraio 2009

fonte: http://www.corriere.it/cronache/09_febbraio_06/finto_sacerdote_abusi_bari_8bbb5c42-f432-11dd-952a-00144f02aabc.shtml

Fotovoltaico organico, a Roma parte la fase pre-industriale

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di Luca Salvioli

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Parte la fase pre-industriale del fotovoltaico organico. Il lancio è avvenuto a Roma, nel Laboratorio di ricerca e sviluppo tecnologico del Polo solare organico della Regione Lazio. E’ lì, all’interno del Tecnopolo Tiburtino, che entro fine 2010 verranno realizzate, con la nuova tecnologia, celle solari su vetro per 10mila metri quadrati.

Di cosa si tratta? Il fotovoltaico è oggetto di un notevole sforzo dei laboratori di ricerca. Il presente è costituito perlopiù dai tradizionali pannelli mono o policristallini spesso circa 100 micron. A fianco si sviluppa il segmento del film sottile. Permette costi inferiori e una migliore integrazione architettonica (è flessibile), anche se deve dimostrare la stessa affidabilità. Per il momento a livello commerciale esiste solo quello inorganico, che arriva ad uno spessore, a seconda del materiale (silicio amorfo, diseleniuro di indio e rame o tellururo di cadmio), di meno di un micron. «Siamo pronti con il fotovoltaico organico», spiega Franco Giannini, direttore del Dipartimento di Elettronica dell’università di Roma Tor Vergata e condirettore, insieme ad Aldo Di Carlo, del Polo solare. Con lo sviluppo tecnologico diminuisce lo spessore, il costo, ma anche l’efficienza. In genere si va dal 10-12% del pannello tradizionale all’8% del film sottile inorganico fino a circa il 4% dell’organico.

I vantaggi dell’organico.
L’idea nasce in Svizzera, ma è stata sviluppata nei laboratori di ricerca laziali. A differenza delle celle di silicio, in questo caso la luce viene convertita in corrente elettrica grazie all’azione combinata di un colorante di origine organica (gli antociani) e un film sottile di nanoparticelle di biossido di Titanio (lo stesso materiale utilizzato come sbiancante nei dentifrici). La cella è composta da una base in vetro o plastica e «uno strato di biossido di Titano sul quale vengono depositati gli altociani e un elettrolita», continua Giannini. Sulla carta i vantaggi principali, rispetto all’inorganico, sono diversi. «Innanzitutto lo scambio di cariche non avviene attraverso un’unica superficie – dice Giannini – con le nanoparticelle la reazione è su tre dimensioni». C’è poi l’aspetto dei costi: «Un impianto che oggi costa 20mila euro potrà crollare a 200 euro». I materiali, infine, sono più leggeri e dovrebbero favorire l’integrazione architettonica. La tecnologia sfrutta la luce diffusa, in quanto le celle trasparenti possono essere integrate sui vetri delle costruzioni e sfruttarla sia in esterno che in interno.

Pubblico&Privato. I Laboratori sono il frutto della collaborazione tra l’Università Roma Tor Vergata e la Regione Lazio, che ha finanziato l’attività di ricerca due anni e mezzo fa con 6 milioni di euro. Lo spin-off Universitario Dyers farà da supporto alla fase di ingegnerizzazione del prodotto. Per l’industrializzazione effettiva, che avverrà dopo il 2010, si è già creato un consorzio all’interno del quale confluiscono l’università Tor Vergata di Roma, quelle di Ferrara e Torino a fianco di alcune aziende che si sono aggiudicate l’esclusiva della produzione e commercializzazione: Erg Renew, Permasteelisa e l’affiliata italiana dell’australiana Dyesol. L’assessore all’Ambiente e Cooperazione tra i Popoli della Regione Lazio, Filiberto Zaratti, ha spiegato il duplice risultato del Polo d’eccellenza: «Il primo è quello di aver dato un primo impulso al settore dell’industria delle rinnovabili nella nostra Regione, mentre il secondo è quello di voler aiutare il sistema paese a superare il gap tecnologico e di ricerca che possiede in questo campo. Ora la scommessa, in un periodo di crisi come questo, è quella di dare uno sbocco industriale a queste tecnologie sostenibile che sono a disposizione delle aziende».

I nodi da risolvere. Sulla strada della commercializzazione vanno ancora affrontate alcune questioni. «L’unico vero problema che dovremo risolvere in questa fase è legato all’elettrolita utilizzato – conclude Giannini -. Quello attuale è corrosivo, quindi richiede elettrodi fatti di materiali molto resistenti». Inoltre «dobbiamo capire meglio i meccanismi con cui avvengono alcuni fenomeni nanoscopici».

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lucasalvioli.nova100.ilsole24ore.com

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fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Economia%20e%20Lavoro/risparmio-energetico/frontiere/fotovoltaico-organico-dyers-erg-permasteelisa-dyesol-tor-vergata.shtml?uuid=0cf4363c-f454-11dd-abee-65a3c57bba01&DocRulesView=Libero

Clandestini, la Puglia impone il segreto ai medici

La Regione: «No a emendamento che dà la possibilità agli operatori sanitari di denunciare gli stranieri»

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BARI
La Puglia dice no all’emendamento
che dà la possibilità agli operatori sanitari di denunciare all’autorità giudiziarie gli immigrati clandestini. La Regione è infatti pronta a mettere a punto un decreto per imporre il “segreto” nelle strutture pubbliche. «Nel frattempo, inviteremo i medici di famiglia a «non applicare» l’emendamento al Ddl sulla sicurezza che, anche se deve avere ancora il via libera della Camera, rischia di essere già attuato da qualche medico troppo zelante».

Ad annunciarlo è l’assessore alla Sanità della Puglia, Alberto Tedesco, pronto a convocare, «tra lunedì e martedì», il comitato regionale della medicina generale. «Dopo la riunione del comitato – spiega Tedesco – metteremo a punto un decreto regionale “ad hoc”. Nel frattempo, inviteremo i medici di famiglia a non applicare il provvedimento». Oltre ai medici di famiglia, saranno coinvolti anche gli specialisti. Ma non solo. «Una volta approvato il decreto – conclude Tedesco – invieremo una circolare a tutte le aziende sanitarie per imporre il segreto nelle strutture pubbliche».

Pronti all’obiezione di coscienza
se la Camera dovesse approvare l’emendamento passato al Senato che sopprime il comma 5 dell’art. 35 del Decreto Legislativo 286/98. Lo ha dichiarato Filippo Anelli, vicepresidente dell’Ordine dei Medici di Bari e segretario generale della Fimmg Puglia. «Un emendamento in palese contrasto con il Codice Deontologico», ha continuato Anelli, «che all’art. 3 prevede: dovere del medico è la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell’Uomo e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della libertà e della dignità della persona umana, senza distinzioni di età, di sesso, di etnia, di religione, di nazionalità, di condizione sociale, di ideologia, in tempo di pace e in tempo di guerra, quali che siano le condizioni istituzionali o sociali nelle quali opera».

Ogni medico, ha sottolineato, «è chiamato dunque a svolgere la propria opera per curare la persona umana. L’esercizio della medicina, così come riportato dall’art. 4 del codice deontologico, è fondato sulla libertà e sull’indipendenza della professione che costituiscono diritto inalienabile del medico». Proprio in nome di quella libertà, ha spiegato, «tutti i medici hanno giurato all’inizio della propria professione con la formula del Giuramento di Ippocrate di prestare la propria opera con diligenza, perizia e prudenza secondo scienza e coscienza e osservando le norme deontologiche che regolano l’esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della professione». «All’assessore Tedesco assicuriamo che manterremo i nostri impegni assunti nei confronti della Regione rispettando le leggi per la cura di chiunque sia presente sul nostro territorio pugliese», ha precisato Anelli.

«La Regione, invece, dia precise disposizioni ad Asl e distretti per consentire la continuità dell’assistenza agli extracomunitari, visto che l’accesso alla medicina generale e alle strutture specialistiche avviene attraverso il rilascio del codice STP che identifica lo straniero temporaneamente presente in Italia». Sarà l’Ordine dei Medici a rappresentare l’intera categoria e a stabilire i comportamenti dei medici coerenti con le norme contenute nel Codice Deontologico. «La difesa della professione», ha concluso Anelli, «la libertà e l’autonomia della stessa sono prerogative di tutti i medici e rappresentano un bene prezioso, oltre che un diritto al quale non può essere attribuito alcun colore di parte».

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6 febbraio 2009
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