Archivio | febbraio 7, 2009

BERLUSCONI, TENTATIVO DI GOLPE?

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Manifestazioni in molte città: “La costituzione non si tocca!”

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di M.P.

Il vigile urbano preposto al controllo del traffico, sembra distratto. Agita una moneta sul gratta e vinci in mezzo a Via del Corso, indifferente ad Eluana, allo scontro istituzionale, alle centinaia di persone con candele e bandiere accorse per protestare contro il Ddl annunciato dal governo.

Nel giorno di uno dei più gravi scontri istituzionali dal dopoguerra, nelle ore in cui sulla pelle di una famiglia, si gioca un’altra partita, la gente risponde. Mostra di capire. Si indigna e si riversa in strada. A Roma, a Genova e a  Milano. In Lombardia erano quasi diecimila, in un clima commosso. Un presidio trasformatosi in corteo. Da San Babila a Corso Monforte. Dario Fo, Franca Rame e Gino Strada. «Ieri abbiamo capito quali sono le prossime tappe di un golpe. Non so se essere più indignato, più incazzato o più  allibito», ha detto il fondatore di Emergency. Poi Graffiti e cartelli: «Il presidente Napolitano non è solo». A Roma, a due passi dal centro del potere,  migliaia di voci autoconvocate via sms. Gente comune, politici, artisti. Vecchi e bambini. «Chi è morto lo volete vivo, chi è vivo lo volete morto». Le bandiere della Sinistra democratica, quelle del circolo Trastevere del Pd, i socialisti,la Cgil, i circoli Anpi, le femministe, i radicali, gli atei, gli agnostici d’Italia, anche.

Canzoni improvvisate: «La costituzione/ non si to-cca/ la difenderemo con la lotta» poi la stessa in un’altra variante: «La costituzione ce lo ha inse-gna-to/ il Vaticano è un altro stato». Fogli di carta appesi alle transenne presidiate da poliziotti annoiati. «No al golpe»,  «Abbasso le false leggi sul testamento biologico». Inizia a piovere, si aprono contemporaneamente centinaia di ombrelli. Qualcuno Canta Bella Ciao, altri prendono carte e penna, disegnano cartelloni, urlano nei megafoni. «L’Italia è uno stato sovrano/ non è una colonia del Vaticano». In un angolo c’è Mimmo Calopresti. Osserva il fiume umano, dice di essere in piazza a titolo personale. «Ci vuole rispetto per la ragazza e per il padre. È necessario ricordarsi della sofferenza quotidiana di Beppino. Credo che le frasi di Berlusconi sia meglio non commentarle, la politica deve fare un passo indietro. Oggi il rischio più grande è che la partecipazione diventi solo un fatto mediatico, con la deprecabile fila di commenti di sottosegretari e portaborse che aprono bocca e danno fiato a qualunque pensiero li attraversi. È la televisione che filtra le emozioni. Le coscienze, inevitabilmente si inaridiscono e assistiamo a un quotidiano, osceno bar dello sport, che depaupera tutto».

Passa un pulmann di turisti, qualcuno scatta una foto. Nello stesso fazzoletto incontri gli abitanti di una casa in cui da tempo non si parla più lo stesso linguaggio. Di nuovo riuniti. Indignati. Spaventati.  Massimo Fagioli e Piero Sansonetti, Claudio Fava e Paolo Cento: «È un golpe bianco», Enzo Bianco e Grazia Francescato. Un piccolo corteo passa sotto Montecitorio, il grosso dei circa 3.000 convenuti non si sposta. Sotto i baffi, Giovanni Russo Spena non ride. «Berlusconi è un uomo sgradevole. Lo abbiamo appena denunciato. Un esposto redatto per il plateale attentato alla costituzione e al Capo dello stato». Tanta gente comune.  Antonia, 60 anni è vicina alle lacrime. «Bisogna inventare un’altra forma della politica. Questa indifferenza culturale ci piomberà addosso e farà male».
Cristina Comencini la ascolta, poi interviene. Durissima. «Non poteva esserci miglior occasione di questa per scendere in piazza. Siamo pochi? Non mi pare, credevo saremmo stati molti di meno. La manifestazione autoconvocata è un primo segno di reazione. Da parte del Governo c’è il tentativo maldestro di fare una legge su una questione di fondamentale importanza, in tempi velocissimi e in assoluto spregio dei rapporti istituzionali. Grave per la democrazia e per tutti gli spiriti liberi». Fin troppo semplice chiederle dove si nasconda la bestia. Lontano dal cuore. «Nella diffusa idea che la società civile non esista. Credo sia offensivo. Non c’è niente di più illusorio». Poi scivola via. Scende una pioggia cattiva. Uomini e donne continuano ad arrivare. La preghiera laica non si interrompe.

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7 febbraio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/81270/manifestazioni_in_molte_citt_la_costituzione_non_si_tocca

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Manifestazioni di solidarietà
a Napolitano, da Milano a Palermo

Cortei per sostenere il Presidente, ma ci sono state anche iniziative in appoggio alla linea del governo

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Manifestazione a Milano (Emmevì)
Manifestazione a Milano (Emmevì)

MILANO – Il paese diviso sulle scelte relative alla vicenda di Eluana Englaro, e ancor più spaccato sulla contrapposizione tra le istituzioni, ha fatto sentire le sue voci in una serie di manifestazioni, sit-in, cortei e fiaccolate che hanno attraversato la penisola, da Milano a Palermo, passando anche da Udine, di fronte alla clinica ” La Quiete” dove è ricoverata la ragazza.

MIGLIAIA DI FRONTE A PALAZZO CHIGI Migliaia di manifestanti davanti a Palazzo Chigi, e poi un corteo spontaneo per le vie del centro di Roma. Radicali, Verdi, Sinistra Democratica, gridando «Rispetto per Eluana» e «La Costituzione non si tocca la difenderemo con la lotta», hanno sfilato davanti a Montecitorio e al Pantheon, rallentando il traffico. «Una manifestazione anche emotiva di questa portata – ha spiegato Paolo Cento dei Verdi – non poteva essere bloccata solo davanti a una piazza». Passando vicino a Palazzo Grazioli, residenza romana del premier, i manifestanti hanno iniziato a gridare slogan contro il presidente del Consiglio, «Berlusconi sciacallo infame, questo paese non è il tuo reame». Il corteo, con fiaccole e bandiere ha concluso il suo itinerario ritornando davanti alla sede del governo».

CORTEO A MILANO Si è trasformato in un corteo spontaneo il presidio organizzato nel pomeriggio in piazza San Babila a Milano da numerosi esponenti del centrosinistra per protestare contro le decisioni del governo sulla vicenda Eluana e in appoggio al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Secondo i promotori, si sono mosse verso la prefettura diverse migliaia di persone: di certo la partecipazione è stata nutrita, al punto che in molti sono rimasti bloccati in piazza San Babila, non riuscendo a superare il serpentone che si è creato in corso Monforte. Durante la manifestazione, cui hanno preso parte anche Dario Fo, Franca Rame, il fondatore di Emergency Gino Strada ed Umberto Eco, sono stati lanciati slogan come “Democrazia, democrazia”, ‘La Costituzione non si toccà, “Stato laico”.

NAPOLI – Si è svolta, di fronte al Teatro San Carlo di Napoli, una manifestazione organizzata dai Radicali napoletani e dall’associazione Luca Coscioni a sostegno del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in merito alla vicenda Englaro. I manifestanti hanno atteso l’arrivo del Capo dello Stato esponendo striscioni e sventolando bandiere. «Fiero di essere Napolitano», «Beppino siamo con te», «La Costituzione non si tocca» sono alcuni degli slogan presenti sugli striscioni. Presente anche una bandiera italiana.

PALERMO Circa 300 persone si sono radunate davanti alla prefettura di Palermo per partecipare alla manifestazione organizzata dalla Cgil in segno di protesta contro il disegno di legge del governo sul caso di Eluana Englaro. Di segno opposto il sit-in in piazza Politeama dove alcuni cittadini si sono radunati con il passa parola attraverso il social network Facebook per protestare «contro la cultura della morte».

VENETOPresidi, volantinaggi e manifestazioni anche in Veneto sul caso di Eluana Englaro e in difesa del rifiuto del presidente della Repubblica di firmare il decreto del governo, mentre altre ne sono annunciate per i prossimi giorni. Sul fronte opposto si è invece svolta in serata una veglia di preghiera per la vita di Eluana nella chiesa di Borsea (Rovigo). Da Verona, inoltre, i cattolici dell’associazione Famiglia e Civiltà hanno annunciato che domenica saranno presenti a Udine al presidio davanti a Villa La Quiete, dove Eluana è ricoverata.

CATANZARO «Lo Stato laico non si tocca» e «Talebani? No grazie». Sono solo alcune dei cartelli esposti in un sit-in che si è svolto a Catanzaro a sostegno della decisione del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano di non firmare il decreto legge del Governo sul caso Englaro e contro le determinazioni dell’esecutivo Berlusconi di approvare il disegno di legge sulla vicenda. Alla manifestazione silenziosa, in piazza Prefettura, nel cuore del capoluogo, stanno partecipando esponenti della politica, del sindacato e delle istituzioni ma non ci sono simboli o bandiere di partito.

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7 febbraio 2009

fonte: http://www.corriere.it/cronache/09_febbraio_07/manifestazioni_englaro_3fc83320-f54d-11dd-a70d-00144f02aabc.shtml

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ELUANA: MILANO, FOLLA URLA ‘GOLPISTI’ E ‘FUORI CHIESA DA STATO’

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(AGI) – Milano, 7 feb. – Erano migliaia questo pomeriggio le persone che, incuranti dell’acquazzone che si e’ abbattuto su Milano, sono accorse davanti la Prefettura, per gridare il loro no alla condotta del Governo, e alle pressioni della Chiesa sul caso di Eluana Englaro, la donna in coma vegetativo da 17 anni.

“Governo golpista”, e’ stato uno degli slogan gridati dalla gente. Il riferimento va allo scontro fra il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il premier Silvio Berlusconi, sulla volonta’ di quest’ultimo, di fermare la sentenza della Cassazione che ha autorizzato Beppino Englaro a sospendere l’idratazione e l’alimentazione di sua figlia. Ma la folla non ce l’ha solo con il Governo. I padri di famiglia e le signore scese in piazza se la prendono anche con la Chiesa e con le pressioni esercitate nei giorni scorsi dai Cardinali sullo Stato Italiano. Non ultimo il Cardinale Martino che proprio ieri ha detto di essere rimasto deluso dal presidente della Repubblica Napolitano e dalla sua mancata firma al decreto.
Mormorii: “Dove sono finiti i Patti lateranensi?” e infine un urlo ripetuto per quasi un’ora: “Fuori la Chiesa dallo Stato”.

E lo gridavano tutti, la coppia di anziani ultraottantenni a braccetto, la mamma che chiacchiera con la figlia adolescente, la coppia di sposini. Gente comune che ha anche invocato piu’ volte il rispetto della Costituzione mentre mostrava cartelli con il volto di Giorgio Napolitano e la scritta “Con il nostro Presidente”. In corteo mescolati fra la gente anche il medico Gino Strada, l’attore Silvio Orlando e il premio nobel Dario Fo con la moglie Franca Rame.

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fonte: http://www.agi.it/milano/notizie/200902071917-cro-r012538-art.html

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Berlusconi sfida il Colle: una frase

AUTORE DEL L’ARTICOLO

Riccardo Spezia
Nasco a Roma nel 1975 e dopo aver vissuto fino al 1981 a S. Giovanni, mi sposto all’Eur. Oltre a seguire regolarmente la scuola statale, (…)

Sito Web dell’autore: riccardo@paris

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Spesso è una frase che segna un’epoca storica, l’inizio di una fase che viene categorizzata solamente dopo alcuni anni. Si dice che una frase e un discorso “fanno” la Storia. Meglio potremmo dire che ci forniscono, a posteriori, un paletto per orientarci e razionalizzare il flusso continuo degli eventi.

Così il discorso della Ceka del 3 gennaio 1925 segna di fatto l’avvento del fascismo, sebbene Mussolini sia già andato al governo da alcuni anni e le leggi “fascistissime” debbano ancora arrivare. Quanti all’epoca potevano sentire quello che sarebbe arrivato non molto dopo? Non certo l’opposizione divisa e isolata. Non certo il Vaticano che anzi era accondiscendente quando non complice. Ma soprattutto le voci che si levavano erano inascoltate, magari perché “bollate” come “partigiane”, come si direbbe ora, “bolsceviche” come si diceva allora. Piero Gobetti già nel 1922 scriveva delle righe lucidissime a proposito del fascismo, descrizione che potrebbe essere riportata senza modifiche al berluskonismo, che è in piena continuità in questo senso con il primo, appunto “autobiografia della nazione”: Una nazione che […] rinuncia per pigrizia alla lotta politica è una nazione che vale poco.

Una nazione dove le regole sono viste come un attentato alle proprie libertà, ovvero dove il privilegio personale che prevarica tutto e tutti è sentito come un diritto, come una conquista che tutti vorrebbero ottenere. E’ la stessa nazione, 1922 e 2009. Ci si aggiunga poi una società sconquassata da una tanto grande quanto incomprensibile crisi economica, con conseguenti quotidiani attacchi alla dignità del lavoro, sia morali sia fisiche – sono di ieri gli scontri tra la polizia e gli operai FIAT di Pomigliano d’Arco – e un’opposizione liquidata dall’interno e dall’esterno. E i soldati presidiano già le strade e i punti nevralgici delle nostre città.

Così la frase di oggi di Berluskoni assume un valore sinistro:Se non ci fosse la possibilità di ricorrere ai decreti tornerei dal popolo a chiedere il cambiamento della Costituzione e del governo. Sono parole indiscutibilmente dal carattere golpista, da presidente sudamericano.

E cosa ci vuole dire? Ci svela il suo pensiero profondo? Il suo desiderio segreto? Getta la maschera e mette in pratica a tutto campo, senza freni, senza remore quella sua concezione del governo come “dittatura della maggioranza”, dove si interviene per imporre le proprie volontà a tutti quei cittadini che non vogliono? A partire dal Presidente della Repubblica. Si vogliono gettare a terra le lastre granitiche della Costituzione Repubblicana, Antifascista non solo di nome ma nello spirito, nell’equilibrio dei poteri, nel tentativo di costruire uno Stato dove nessuno potesse predominare, dove il vincere le elezioni non corrisponde a “sbancare”, ad accaparrarsi tutto. Dove la “cosa pubblica” non è paragonata ad un gioco e il popolo ad una tifoseria. Dove esiste il rispetto dei limiti propri. Dove le regole sono condivise. E’ il governo di chi non accetta di non poter parlare al telefonino a voce alta sui treni, di chi non accetta che esista una Giustizia valida per tutti, dai ricchi ed i potenti fino ai migranti che cercano una speranza arrivando sulle coste italiane. Sembra scontato, banale, un po’ retorico, e forse gridare “al lupo” serve a poco, ma cosa si può fare quando si ha il sentimento che una pagina nefasta della storia si sta scrivendo? Si spera di sbagliarsi, certo, e intanto si prova iniziando scendendo in piazza per difendere la giustizia, i diritti, la separazione dei poteri che pochi ancora forse ricordano essere alla base di uno stato democratico moderno.

Intanto noi a Parigi forse è meglio che iniziamo a pensare come ospitare il prossimo flusso di esuli.

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fonte: http://www.agoravox.it/Berlusconi-sfida-il-Colle-una.html


SALUTE – Nella babele del San Gallicano. «Non denunceremo mai i clandestini»

di Roberto Rossi

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Quando Bulam, 45 anni, originario del Bangladesh, si presentò all’ambulatorio di via San Gallicano, alcuni mesi fa, accusava dolori diffusi al corpo. E ansia. Ansia da paura. Bulam nonostante risiedesse in Italia da svariati anni era rimasto senza lavoro, senza una casa, senza amicizie e, soprattutto, senza permesso di soggiorno. Che per uno straniero fa la differenza tra la vita e la morte.

Come per Bulam. Uomo fortunato. Nell’ambulatorio del San Gallicano, a Trastevere, nonostante la condizione di semi clandestinità, è stato curato e ha passato più di un mese. Durante il quale i medici della “Struttura complessa di medicina preventiva delle migrazioni, del turismo e di dermatologia tropicale”, centro di eccellenza dell’Inmp (l’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e il contrasto delle malattie della povertà), gli hanno diagnosticato una nefropatia, problemi cardiaci e diabete. Un caso complesso. Dopo trenta giorni di visite, e una colletta per le medicine salvavita, i dolori sono passati. L’ansia invece è rimasta.

Perché se dovesse passare anche alla Camera l’emendamento della Lega al pacchetto sicurezza, approvato giovedì al Senato, che toglie ai medici il divieto di comunicare le generalità degli stranieri assistiti, le cose potrebbero complicarsi per Bulam. Non solo per lui ma anche per i 9mila clandestini, senza casa, rifugiati, zingari, vittime delle tratta, bambini, che ogni anno affollano gli ambulatori di Trastevere e che rappresentano il 90% degli assistiti. Per loro tempi duri e futuro incerto. E «la prospettiva», denuncia Luigi Toma, responsabile della “Struttura”, «di finire in ambulatori clandestini, nelle mani di finti medici. Come il bambino nigeriano di Treviso. Se lo ricorda il caso?». Tra i tanti il più famoso. Il bambino, di soli due mesi di vita, è morto dissanguato, lo scorso luglio, per una circoncisione eseguita in casa. Quando la polizia entrò nell’abitazione dei genitori sequestrò i resti di una confezione di bisturi monouso e alcuni indumenti macchiati di sangue, usati da una connazionale di 34 anni conosciuta i città proprio per praticare circoncisioni, che ora è in carcere accusata di omicidio preterintenzionale e di esercizio abusivo della professione medica.

Un caso. «Uno dei tanti – spiega ancora Toma -. Il fatto è che questi ambulatori, oltre ad essere pericolosi, non hanno gli strumenti necessari per curare determinate patologie, come quelle infettive». Che colpiscono sempre più spesso gli immigrati. Negli ultimi anni in Italia sono ricomparse malattie sopite, come  la tubercolosi. Nel 2006 sono stati segnalati 4387 casi in Italia, di cui 2026 (il 46,2%) in cittadini non italiani. «Si pensa che queste malattie le porti il clandestino. Niente di più sbagliato. Sono malattie da disagio. Gli stranieri le contraggono in Italia. Affollati in venti, trenta, in case di italiani, e in assenza di condizioni igieniche». Anche perché «se veramente affetti da malattie infettive non sarebbero in grado di sopravvivere al viaggio».

Come ci spiega la dottoressa Masomeh Zamyndoost, psicologa e mediatrice culturale. L’unica a parlare Farsi. L’unica in grado di capire le decine di bambini afgani che ogni tanto compaiono al San Gallicano. A Roma è in piedi una vera e propria comunità. Arrivano in Italia soli, senza genitori. Via Iran, Turchia, Grecia. A piedi, in gommone e, infine, stipati nei camion. Quando si ammalano appaiono nella “Struttura” di Trastevere. L’unica dove si parla, appunto, il Farsi. Una della tante lingue nella babele del centro. Di solito ogni medico ne conosce tre. Spesso non bastano. In quel caso si ricorre al disegno. Che il paziente si fa nel corpo per evidenziare il dolore.

«Non facciamo distinzione – sostiene ancora Toma – qui curiamo tutti e continueremo a farlo. Per questo vorrei lanciare un appello. Voglio dire agli immigrati di continuare a rivolgersi al sistema sanitario pubblico perché è l’unico in grado di garantire le cure. Nessun medico ha l’obbligo di denuncia. Nessuno medico vi denuncerà». E’ scritto anche nel corridoio, in arabo, una delle tante lingue parlate nella babele di Trastevere.

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6 febbraio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/81242/nella_babele_del_san_gallicano_non_denunceremo_mai_i_clandestini

Australia, incubo incendi: Decine di morti, centinaia gli sfollati

{B}Australia, l'incubo delle fiamme{/B}

Brucia Victoria, nel Sud Est del continente. I danni superano i 200 milioni di dollari
Temperatura sopra i 45 gradi. “Mai così da 100 anni”. Strage di animali, in cenere migliaia di case

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ROMA – Brucia Victoria, in Australia. Lo stato nel Sud Est del continente messo in ginocchio dagli incendi che hanno già provocato 14 morti e altri 26 sono i dispersi, forse inceneriti nei boschi in fiamme o travolti dalle macerie delle loro case distrutte dal fuoco. Centinaia sono gli sfollati. I danni superano i 200 milioni di dollari.

Da un paio di settimane, il termometro non scende sotto i 45 gradi. E’ la peggiore ondata di caldo da cento anni a questa parte. Oltre alle vittime del fuoco, decine, soprattutto anziani, sono le vittime del caldo che rende l’aria irrespirabile.

Il premier John Brumby ha detto che “le condizioni attuali sono peggiori di quelle che 26 anni anni fa, il mercoledì delle Ceneri del 1983, uccisero negli incendi 75 persone”. L’Australia è colpita tutti gli anni da devastanti incendi boschivi, ma in questa stagione la combinazione di condizioni meteo avverse e la follia di alcuni piromani sta provocando la situazione peggiore a memoria d’uomo. Il numero due della polizia locale, Kieran Walshe, parla di “tragedia assoluta”. Migliaia sono le case distrutte dagli incendi.

Il danno ambientale è incalcolabile. Le fiamme distruggono non solo la vegatazione e i raccolti, ma uccidono migliaia di animali che restano imprigionati tra le fiamme. Gli opossum e i koala che istintivamente si rifugiano tra i rami, muoiono carbonizzati. Anche i canguri non riescono a correre più veloce delle fiamme e coloro che sopravvivono non trovano nulla da mangiare una volta spente le fiamme.

Ustionati e intossicati anche tra i tremila pompieri che da giorni gareggiano contro le fiamme un confronto impossibile. La siccità, il forte vento e il caldo da record non giustificano però l’origine di tanti incendi che le autorità attribuiscono anche alla mano dell’uomo. “In alcuni casi – spiega la polizia locale – le fiamme sono state appiccate con dolo”.

I meteorologi sperano nell’arrivo di venti meridionali freddi ma nel frattempo le fiamme dilagono nel Nuovo Galles del Sud e il fumo copra vaste zone di Sydney, ieri minacciata da due focolai. A Est di Melbourne, le fiamme hanno superato le barriere di contenimento e hanno devastato oltre 160 ettari di verde e le fiamme minacciano le linee elettriche che riforniscono Melbourne.

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7 febbraio 2009

fonte: http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/esteri/australia-incendi/australia-incendi/australia-incendi.html?rss

FIRMA ANCHE TU – Siamo col Presidente della Repubblica / Testo integrale della lettera di Napolitano al Presidente del Consiglio

Siamo col Presidente della Repubblica

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Per la prima volta nella vita di questa Repubblica libera, democratica e garantita dalla Costituzione il potere esecutivo, per iniziativa del presidente del Consiglio, ha deciso di abolire una sentenza legittima, definitiva, non modificabile della giurisdizione italiana al suo più alto livello.

Il Capo dello Stato ha fatto sapere al governo che l’atto sarebbe stato incostituzionale, e ciò per ragioni obiettive, palesi, verificabili nella nostra Costituzione e tipiche di ogni ordinamento democratico. Il governo ha deciso di ignorare l’obiezione. Il presidente della Repubblica, in nome della Costituzione di cui è garante, non ha firmato il decreto del governo. Ciò determina una situazione senza precedenti nella vita giuridica e politica italiana.

Il governo Berlusconi ha deciso di aggravarla annunciando che, in luogo del decreto, presenterà una legge, chiedendo al Parlamento di votarla subito. La legge, anche se approvata, avrà la stessa natura anti-costituzionale del decreto. Tutto ciò su una materia immensamente delicata come la condizione di Eluana Englaro , con una violenta invasione di campo nel dolore di una famiglia e nei diritti civili delle persone coinvolte.

Sentiamo perciò il dovere di essere accanto al presidente della Repubblica, custode e garante della Costituzione. Chiediamo agli italiani di unirsi intorno al Capo dello Stato e alla Costituzione in questo grave momento nella vita della Repubblica.
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Furio Colombo
Umberto Eco
Pietro Ingrao
Umberto Veronesi
Roberto Benigni
Nicoletta Braschi
Nicola Piovani
Andrea Camilleri
Evelina Christillin
Carlo Lucarelli
Ottavia Piccolo
Rita Levi Montalcini
Dario Fo
Franca Rame
Moni Ovadia
Pedrag Matvejevic
Enrique Baròn Crespo
Martin Schultz
Ana Colombo
Giorgio Ruffolo
Claudio Rossoni
Chiara Saraceno
Vittorio Lingiardi
Gianfranco Pasquino
Sergio Givone
Luciano Canfora
Giuseppe Vacca
Ermanno Rea
Salvatore Natoli
Stefano Rodotà
Corrado Vivanti
Vincenzo Consolo
Giovanni De Luna
Margherita Hack
Raffaele Simone
Eugenio Finardi
Samuele Bersani
Giancarlo De Cataldo
Tiziana Pomes
Luca Formenton
Dacia Maraini
Massimo Salvadori
Rosario Villari
Maurizio Mori
Marco Simoni
Mario Riccio
Vincenzo Cerami
Clara Sereni
Citto Maselli
Marco Baliani
Ascanio Celestini
Paolo e Vittorio Taviani
Gino Strada
Federica Musetta – Coordinamento Nazionale Studenti
Luca De Zolt – Rete Studenti Medi

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6 febbraio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/81251/siamo_col_presidente_della_repubblica?section=news&idNotizia=81251&posted=1#commenta

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Testo integrale della lettera al Presidente del Consiglio

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Questo il testo integrale della lettera che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato al Presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi, precedentemente alla approvazione da parte del Consiglio dei ministri di un decreto legge in relazione al caso Englaro.

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“Signor Presidente,
lei certamente comprenderà come io condivida le ansietà sue e del Governo
rispetto ad una vicenda dolorosissima sul piano umano e quanto mai delicata sul piano istituzionale.

Io non posso peraltro, nell’esercizio delle mie funzioni, farmi guidare da altro che un esame obiettivo della rispondenza o meno di un provvedimento legislativo di urgenza alle condizioni specifiche prescritte dalla Costituzione e ai principi da essa sanciti.

I temi della disciplina della fine della vita, del testamento biologico e dei
trattamenti di alimentazione e di idratazione meccanica sono da tempo
all’attenzione dell’opinione pubblica, delle forze politiche e del Parlamento,
specialmente da quando sono stati resi particolarmente acuti dal progresso delle tecniche mediche.

Non è un caso se in ragione della loro complessità, dell’incidenza su diritti
fondamentali della persona costituzionalmente garantiti e della diversità di
posizioni che si sono manifestate, trasversalmente rispetto agli schieramenti
politici, non si sia finora pervenuti a decisioni legislative integrative
dell’ordinamento giuridico vigente.

Già sotto questo profilo il ricorso al decreto legge – piuttosto che un rinnovato impegno del Parlamento ad adottare con legge ordinaria una disciplina organica – appare soluzione inappropriata. Devo inoltre rilevare che rispetto allo sviluppo della discussione parlamentare non è intervenuto nessun fatto nuovo che possa configurarsi come caso straordinario di necessità ed urgenza ai sensi dell’art. 77 della Costituzione se non l’impulso pur comprensibilmente suscitato dalla pubblicità e drammaticità di un singolo caso. Ma il fondamentale principio della distinzione e del reciproco rispetto tra poteri e organi dello Stato non consente di disattendere la soluzione che per esso è stata individuata da una decisione giudiziaria definitiva sulla base dei principi, anche costituzionali, desumibili
dall’ordinamento giuridico vigente.

Decisione definitiva, sotto il profilo dei presupposti di diritto, deve infatti
considerarsi, anche un decreto emesso nel corso di un procedimento di volontaria giurisdizione, non ulteriormente impugnabile, che ha avuto ad oggetto contrapposte posizioni di diritto soggettivo e in relazione al quale la Corte di cassazione ha ritenuto ammissibile pronunciarsi a norma dell’articolo 111 della Costituzione: decreto che ha dato applicazione al principio di diritto fissato da una sentenza della Corte di cassazione e che, al pari di questa, non è stato ritenuto invasivo da parte della Corte costituzionale della sfera di competenza del potere legislativo.

Desta inoltre gravi perplessità l’adozione di una disciplina dichiaratamente
provvisoria e a tempo indeterminato, delle modalità di tutela di diritti della persona costituzionalmente garantiti dal combinato disposto degli articoli 3, 13 e 32 della Costituzione: disciplina altresì circoscritta alle persone che non siano più in grado di manifestare la propria volontà in ordine ad atti costrittivi di disposizione del loro corpo.

Ricordo infine che il potere del Presidente della Repubblica di rifiutare la
sottoscrizione di provvedimenti di urgenza manifestamente privi dei requisiti di straordinaria necessità e urgenza previsti dall’art. 77 della Costituzione o per altro verso manifestamente lesivi di norme e principi costituzionali discende dalla natura della funzione di garanzia istituzionale che la Costituzione assegna al Capo dello Stato ed è confermata da più precedenti consistenti sia in formali dinieghi di emanazione di decreti legge sia in espresse dichiarazioni di principio di miei predecessori (si indicano nel poscritto i più significativi esempi in tal senso).

Confido che una pacata considerazione delle ragioni da me indicate in questa
lettera valga ad evitare un contrasto formale in materia di decretazione di urgenza che finora ci siamo congiuntamente adoperati per evitare”.

Poscritto
1. Con una lettera del 24 giugno 1980, il Presidente Pertini rifiutò l’emanazione di un decreto-legge a lui sottoposto per la firma in materia di verifica delle sottoscrizioni delle richieste di referendum abrogativo;

2. il 3 giugno 1981, sempre il Presidente Pertini, chiamato a sottoscrivere un provvedimento di urgenza, richiese al Presidente del Consiglio di riconsiderare la congruità dell’emanazione per decreto-legge di norme per la disciplina delle prestazioni di cura erogate dal Servizio Sanitario Nazionale. Nel caso specifico, uno degli argomenti addotti dal Capo dello Stato consisteva nel rilievo della contraddizione tra la disciplina del decreto-legge emanando e “un indirizzo giurisprudenziale in via di definizione”;

3. con lettera 10 luglio 1989 al Presidente del Consiglio De Mita, il Presidente Cossiga manifestò la sua riserva in ordine alla presenza dei presupposti costituzionali di necessità e urgenza ai fini dell’emanazione di un decreto-legge in materia di profili professionali del personale dell’ANAS e affermò: “Ritengo, pertanto, che, allo stato, sia opportuno soprassedere all’emanazione del provvedimento, in attesa della conclusione del dibattito parlamentare sull’analogo decreto relativo al personale del Ministero dell’interno”;

4. in quella stessa lettera e successivamente nella lettera al Presidente del Consiglio Andreotti del 6 febbraio 1990, il Presidente Cossiga richiamò all’osservanza delle specifiche condizioni di urgenza e necessità che giustificano il ricorso alla decretazione di urgenza, ritenendo legittimo da parte sua – in caso di non soddisfacente e convincente motivazione del provvedimento – il puro e semplice rifiuto di emanazione del decreto – legge;
5. con un comunicato del 7 marzo 1993, il Presidente Scalfaro, in rapporto all’emanazione di un decreto-legge in materia di finanziamento dei partiti politici invitò il Governo a riconsiderare l’intera questione, ritenendo più appropriata la presentazione alle Camere di un provvedimento in forma diversa da quella del decreto-legge.
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fonte: http://www.unita.it/file/34_06022009_lettera_napolitano_a_governo_su_eluana_UNITA.pdf

Caso Englaro, è scontro istituzionale / La parola ai medici: “Per quelli che muoiono perché ‘non c’è posto’ decreti-lampo non se ne fanno”

«Sono il tutore di Eluana Englaro ma in questo momento parlo da padre a padre, rivolgendomi al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ed al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, per invitare entrambi, ed essi soli, a venire ad Udine per rendersi conto, di persona e privatamente, delle condizioni effettive di mia figlia Eluana, su cui si sono diffuse notizie lontane dalla realtà che rischiano di confondere e deviare ogni commento e convincimento». Beppino Englaro è esausto. Non gli resta che rivolgersi direttamente al Capo dello Stato e al presidente del Consiglio. Il primo lo sa che «chi soffre non è monopolio», l’altro invece è senza freni.

È stato zitto per giorni, ora sproloquia senza freni. Silvio Berlusconi, tutt’a un tratto è diventato il più strenuo difensore della vita di Eluana. Fa perfino il medico, dice che Eluana ha «un bell’aspetto e delle funzioni, come il ciclo mestruale, attive». È evidente che il premier mentre parla pensa ad altro. Altrimenti non si spiega lo strappo senza precedenti che ha compiuto nei confronti del presidente Napolitano. Quello del premier, è convinto il segretario Pd Veltroni, «corrisponde a un disegno politico ben preciso: è un tentativo di esasperazione che prescinde dal merito drammatico di questa vicenda». La vicenda di Eluana, dice ancora Veltroni, «è usata strumentalmente, con una certa dose di cinismo, per mettere in crisi il nostro sistema istituzionale». Insomma, il governo ha preso al volo l’occasione per mettere in pratica «un’idea populista e autoritaria, pericolosissima per la tenuta del paese: o si fa ciò che egli ritiene giusto fare – prosegue Veltroni – o si cambia la Costituzione, magari con il sostegno mediatico. Tutto ciò che diverge dall’opinione del premier è un ostacolo che dà fastidio e che va rimosso. E in questo – conclude – vedo una sottile linea autoritaria».

La strategia di Berlusconi, ormai è chiara: addossare al Capo dello Stato la responsabilità di quanto può accadere a Eluana Englaro. «Immaginavo francamente – ha spiegato il premier durante il suo tour elettorale a Cagliari – si potesse superare da parte del Colle una posizione legata a fatti giuridici, anche non condivisibili, e che noi non condividiamo. E ciò anche in considerazione del fatto che il decreto del governo è stato fatto per salvare una vita umana».

In soli 4 minuti venerdì il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge in materia di idratazione e alimentazione. E ora, nel giro di un weekend si appresta ad approvarlo. Come richiesto da Berlusconi, il presidente del Senato Schifani ha convocato per le 19 di lunedì l’assemblea di palazzo Madama, anticipando la seduta già prevista per martedì 10. In pratica, l’esame del ddl in commissione (in programma per lunedì mattina) durerà al massimo un pomeriggio. Poi, bisognerà votare subito.

Si preannuncia un’altra giornata nera per le istituzioni. Come quella di venerdì, il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge in materia di idratazione e alimentazione, nonostante i rilievi del presidente Napolitano, che già si era rifiutato di firmare il decreto. Berlusconi parla come un dittatore, pronto a stravolgere la Carta: «Se non ci fosse la possibilità di ricorrere ai decreti legge tornerei dal popolo e chiederei il cambiamento della Costituzione. La Costituzione può essere scritta in maniera più chiara». Il presidente del Consiglio giudica «un’innovazione» la lettera del Colle e scandisce che «la decisione sui requisiti di necessità ed urgenza di un decreto legge spetta al governo, non ad un altro organo». Affondo non solo al Colle, ma anche al Parlamento.

Intanto, il governo incassa la solidarietà di monsignor Fisichella, del Vaticano. Benedetto XVI ha voluto riaffermare «con vigore» «l’assoluta e suprema dignità di ogni vita umana», anche «quando è debole e avvolta nel mistero della sofferenza». Di ciò il Papa parla nel messaggio per la 17/esima Giornata Mondiale del Malato, in programma per l’11 febbraio. Nel testo Ratzinger,tuttavia, non fa alcune riferimento esplicito all’eutanasia o alla vicenda di Eluana Englaro.

Silenzio, invece, dalla Cei. Una giornata da cancellare.

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7 febbraio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/81228/caso_englaro_scontro_istituzionale

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La parola ai medici: ogni giorno negli ospedali si prendono decisioni di fine vita

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“Di chi muore perche’ non c’e’ posto in rianimazione non si parla, non ne parlano i giornali e nemmeno gli uomini di Chiesa. Per quelli che muoiono perche’ ‘non c’e’ posto’ decreti-lampo non se ne fanno”. Commenta cosi’ le polemiche sul caso di Eluana Englaro il professor Giuseppe Remuzzi, Direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Bergamo, secondo il quale “fare il medico e’ rianimare, certo ma anche saper sospendere le cure quando sono inutili. Fa parte delle nostre responsabilita’. E’ a tutela di chi non ha piu’ speranza perche’ non debba subire trattamenti inutili. E di tanti che di cure intensive invece hanno bisogno per vivere. Sono quasi sempre giovani o giovanissimi, per loro, vittime di incidenti stradali o della meningite qualche volta nelle rianimazioni dei nostri ospedali non c’e’ posto. Questo si’ che e’ un delitto. E lo sara’ di piu’ se si imporra’ ai medici di impegnare risorse e posti che nelle rianimazioni non bastano mai per trattamenti futili”.

“Ogni giorno nelle rianimazioni dei nostri ospedali i medici prendono decisioni di fine vita. – spiega Remuzzi – Ne parlano con i parenti e tengono conto, quando c’e’, della volonta’ dell’ammalato. Ma i familiari il piu’ delle volte preferiscono non decidere, non se la sentono, troppa responsabilita’. Si affidano alle conoscenze dei medici e al loro buon senso”.

E per quanto riguarda Eluana Englaro dice: “e’ stato giusto al momento dell’incidente stradale, 17 anni fa rianimare Eluana con l’idea di poter recuperare almeno qualcosa della funzione del suo cervello. E’ per questo che prima di sospendere le cure e’ prudente aspettare un anno, proprio per offrire a questi ammalati tutte le possibilita’ anche se estremamente remote di recupero. Dopo e’ tutto inutile”.

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7 febbraio 2009

fonte: http://www.rainews24.it/Notizia.asp?NewsId=105391

ELUANA – La scelta sofferta di Napolitano: “Io devo difendere le istituzioni” / Re Silvio e il complesso del rango: tre anni di fastidio per il Colle

IL RETROSCENA

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di MASSIMO GIANNINI

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La scelta sofferta di Napolitano "Io devo difendere le istituzioni"Giorgio Napolitano

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“L’avevo detto subito a Gianni Letta: non vedo proprio le condizioni per un decreto legge. Non ne hanno tenuto conto. Ma io, Costituzione alla mano, non potevo fare altrimenti”. E’ tardo pomeriggio, e nel suo studio Giorgio Napolitano riflette a voce alta, sul corpo di Eluana trasfigurato in totem simbolico, e ora svilito in vessillo ideologico di un conflitto che non ha precedenti nella storia italiana. Il presidente della Repubblica lo vive con dolore personale, ma anche con la consapevolezza di aver fatto solo il suo dovere istituzionale. “Quel decreto non potevo firmarlo”, ripete. Se non al prezzo di “snaturare le funzioni che la Carta costituzionale mi assegna”.

Non è stata una scelta a cuor leggero. Prima ancora che Capo dello Stato, Napolitano è padre e nonno. Conosce cos’è “il dono dei figli”. Cos’è “la scoperta del sentimento più tenero, quello che si prova per i bambini dei propri figli”. Cos’è “il senso profondo della famiglia”. E dunque sa cosa costa il suo diniego alla firma del provvedimento d’urgenza varato dal governo per impedire la sospensione dell’alimentazione di Eluana. Ma sa anche quanto vale “la natura di garanzia istituzionale” della sua carica. Quanto vale il rispetto dei principi che reggono il nostro Stato di diritto. Quanto vale una corretta dialettica tra l’esecutivo, il giudiziario e il legislativo.

Napolitano aveva capito che il governo avrebbe tentato l’affondo già da giovedì pomeriggio, quando cominciavano a trapelare le prime voci su un possibile decreto d’urgenza. A questo si riferisce il Capo dello Stato, quando dice “l’avevo detto subito a Gianni Letta”. Era stato proprio il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, su incarico di Berlusconi, a telefonare al Quirinale nel pomeriggio di due giorni fa, per sondare l’orientamento del presidente su una “prima bozza” del provvedimento. “Non vedo le condizioni”, era stata la risposta immediata di Napolitano.

Ma il premier non aveva desistito. Poco più tardi gli sherpa di Palazzo Chigi erano tornati alla carica, ipotizzando addirittura una possibile visita di Berlusconi a Napolitano. “Se volete venite pure – era stata la risposta di rito degli uffici del Colle – ma sappiate che il presidente su questo punto è irremovibile: c’è una sentenza della Cassazione, e un decreto legge che stabilisca il contrario costituirebbe una lesione palese dei vincoli costituzionali che legano l’esecutivo al rispetto del principio di intangibilità del giudicato”.

Ma neanche questo era bastato. E così, alle undici di sera, sul Colle era arrivata l’ultima telefonata di Letta, quasi trionfante, che parlando con il segretario generale del Colle Donato Marra sventolava un parere informale del presidente emerito Valerio Onida come “la soluzione definitiva del problema”.

A quel punto Napolitano ha capito che il governo non si sarebbe più fermato, e che sarebbe arrivato fino allo strappo istituzionale. Così, già dalla nottata di giovedì, ha messo al lavoro i suoi tecnici e i suoi collaboratori dell’ufficio legislativo, Salvatore Sechi e Loris D’Ambrosio, per stendere un testo motivato e tirare fuori i precedenti di decreti legge non controfirmati dai suoi predecessori. Così è nata la lettera che ieri mattina il Quirinale ha recapitato a Palazzo Chigi. Una lettera inequivocabile. Che giudica “inappropriato” lo strumento del decreto legge in una materia del genere, ribadisce la mancanza dei requisiti di necessità e di urgenza e il contrasto con gli articoli 3, 13 e 32 della Costituzione, e ricorda i precedenti di Pertini, Cossiga e Scalfaro.

Una lettera indirizzata personalmente al presidente del Consiglio. Una lettera che doveva restare riservata, perché fin dall’inizio del confronto Quirinale e Palazzo Chigi avevano operato all’interno della cosiddetta “moral suasion”, che presuppone una collaborazione leale ma informale tra le due istituzioni. Una lettera che, secondo gli obiettivi di Napolitano, poteva offrire “per tempo” al Cavaliere una “via d’uscita” dignitosa.

Ma Berlusconi ha deciso di rompere gli equilibri, di rendere pubblica la lettera del Capo dello Stato e di andare alla guerra aperta. C’è un dettaglio che la dice lunga sul fairplay del premier e sulla sua volontà di rompere: il Capo dello Stato ha appreso la notizia dell’avvenuta approvazione del decreto solo dalle agenzie di stampa. “Ho fatto il possibile per evitare tutto questo”, riflette ora il presidente. E la chiave di questo suo tentativo di conciliazione preventiva, fa notare, sta nelle ultime tre righe della sua lettera: “Confido che una pacata considerazione delle ragioni da me indicate valga ad evitare un contrasto formale in materia di decretazione d’urgenza, che finora ci siamo congiuntamente adoperati per evitare”.

Questa era la “via d’uscita”. Il premier ha preferito non imboccarla. Così è deflagrato qualcosa di più di un “contrasto formale”. “Ma io non potevo cedere”, è il ragionamento di Napolitano. Ne va della sua funzione costituzionale. E ne va della difesa della democrazia parlamentare. E’ questo, soprattutto, che adesso il Capo dello Stato non riesce a tollerare. Berlusconi che dopo il Consiglio dei ministri dice in conferenza stampa “sono pronto a cambiare la Costituzione sul tema dei decreti legge”. In questa affermazione c’è lo stravolgimento del dettato costituzionale. E c’è anche la violazione di un “patto” che Napolitano e il premier, proprio sulla decretazione d’urgenza, avevano raggiunto nell’autunno scorso.

Era il 7 ottobre 2008, quando il presidente della Repubblica, rispondendo sulla “Stampa” ad un articolo del costituzionalista Michele Ainis che denunciava la trasformazione del Parlamento in votificio, affermava con forza: “Sui decreti legge vigilerò con rigore”.
Un’uscita che fece scalpore, e che spinse Berlusconi a recarsi sul Colle il giorno stesso per un chiarimento. Ora Napolitano ricorda che a fine colloquio il premier uscì raggiante, dettando testualmente alle agenzie: “Sui decreti legge il Capo dello Stato non si troverà mai più di fronte a un fatto compiuto”. Sono passati solo quattro mesi, e il fatto compiuto è arrivato. Il presidente della Repubblica non poteva lasciar passare quello che chiama “l’ennesimo vulnus” al fondamentale principio della “distinzione e del reciproco rispetto tra poteri e organi dello Stato”.

È chiaro che nel rapporto tra i due presidenti molto si è consumato e molto è andato perduto, in questa dissennata battaglia sul corpo di Eluana. “Non voglio portare la responsabilità di lasciar morire quella ragazza”, ha detto ieri il Cavaliere, quasi a voler scaricare quella responsabilità sul Capo dello Stato. E’ l’ultima offesa che ha voluto “dedicargli”. Napolitano non replica. Né ai veleni del Cavaliere, né agli anatemi della Chiesa. Ripete solo una frase: “Mi rammarico molto per quel che ha fatto il governo”. E in quel rammarico c’è tutto. L’amarezza di un uomo, ma anche l’asprezza di un politico che, d’ora in avanti, non farà più sconti a nessuno.

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7 febbraio 2009
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LA STORIA. Nel 2006 lo bollò come “comunista doc”
Poi il fair play ha occultato un’insanabile rivalità

In novembre lo sfogo del premier: “Insulti dalle tv”. E il Presidente: “Non guardarle…”

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di FILIPPO CECCARELLI

Re Silvio e il complesso del rango tre anni di fastidio per il ColleIl premier Silvio Berlusconi e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

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SE C’E’ una cosa che il presidente Berlusconi, pur così disponibile al contatto umano, non sopporta è un atteggiamento di condiscendenza, di degnazione, di superiorità. Da questo punto di vista non c’è persona, non c’è ufficio, né ordine simbolico, né legge fondamentale dello Stato che lo trattengano dal voler regolare i conti, prima o poi, con chi lo tratta, per dirla facile-facile, dall’alto in basso.

Con tale premessa di ordine psicologico e istituzionale, per quanto il genere giornalistico del retroscena sia spesso sospetto, varrà forse la pena di richiamarne uno anche piuttosto recente: 9 dicembre scorso, durante un pranzo al Quirinale ufficialmente convocato per parlare di un Consiglio europeo. Ebbene, richiesto ancora una volta dal Capo dello Stato di fare uno sforzo per riavvicinare le sue posizioni a quelle dell’opposizione, il Cavaliere non trovò di meglio che abbandonarsi a una delle sue classiche tirate, o geremiadi che dir si voglia, comunque a sfondo vittimistico: ma come, ma insomma, ma ti rendi conto, ma come si fa, a me, il mio ruolo, io, il presidente del Consiglio, mi attaccano, mi dileggiano…

Napolitano se lo rimirava in silenzio, impassibile. E lui continuava, passando al clou della lamentazione, la tv: “I loro comici, capisci, mi insultano!”. Al che il padrone di casa, che poi dopo tutto è l’unica vera reggia sul colle più alto della Repubblica l’ha interrotto con una specie di sorriso: “No, guarda, su questo, non vale la pena di prendersela così”. E qui Napolitano, che in gioventù ha fatto l’attore e perciò conosce i tempi delle battute, gli ha gli rifilato uno sguardo freddo e: “Fai come faccio io: non guardare la televisione!”.

La politica vive anche di queste atmosfere (che poi i giornalisti condiscono con qualche temerario particolare). Ma di sicuro, come del resto accaduto nell’ultimo quindicennio con Scalfaro e poi con Ciampi, si può documentare che la concezione che il presidente Berlusconi ha della propria sovranità – per dirla difficile: potestas superiorem non recognescens – è inesorabilmente destinata a scontrarsi con il ruolo e il rango che la Costituzione assegnano a Napolitano. Egli è infatti costituzionalmente inferiore, ma come sintetizzano qui a Roma: “Nun ce vole stà”. E’ un sentimento più forte di lui – ancorché foriero di gravi conseguenze istituzionali.

Di qui, in ogni caso, una lunga e anche articolata storia di conflitti, molto reali, parecchio personali e un po’ anche di Palazzo (sgradevolezze protocollari, udienze rinviate, ricevimenti disertati, precisazioni imposte), controversie ora striscianti e ora destinate a emergere alla luce delle cronache con la sottintesa aggravante che il Cavaliere da sempre desidera di sedersi su quella poltrona. E più passano gli anni, più lui appare desiderante, anzi impaziente, e spesso così insofferente da costringerlo a rivelare in pubblico la profezie di Pertini, addirittura, che lo vide già sul Colle. O a mostrarsi inelegante, come quando a proposito dell’immondizia gli è scappato di pensare a quanta ne sarebbe entrata nel Torrino del Quirinale. Come pure a candidare a quel posto altri suoi seguaci, nella persona del “dottor Letta”.

E comunque, tanto per cominciare: Napolitano lui non l’ha votato. Appena eletto (maggio 2006) l’ha designato “comunista doc”; poi “uno dei loro”; quindi ai tempi del governo Prodi ha cominciato a far pressioni sullo scioglimento delle Camere dando per scontato che, una volta vinte le elezioni, il Quirinale l’avrebbe fatto passare per le “forche caudine”, testualmente. E tuttavia, tornato infine a Palazzo Chigi, sul più bello Berlusconi si è trovato di nuovo e puntualmente a dover subire la fatica e l’onta della sua mancata superiorità.

La cultura aziendale in questo non lo aiuta, né le odi degli alleati sulla rivoluzione carismatica o le lusinghe dei cortigiani, alcuni pure spediti ai vertici della Repubblica. Di solito il potere si ammanta e si maschera, ma a volte è tutto abbastanza chiaro: da lassù, molto semplicemente, Napolitano gli impediva di fare quello che la storia gli richiedeva e che lui, il Cavaliere, con il consueto slancio iper mega e superomistico (“una lucida e visionaria follia”), si era imposto di realizzare per l’Italia, per il mondo e per se stesso.

Ma il punto è che nel frattempo anche a Napolitano la Costituzione assegnerebbe qualche compituccio da svolgere, per il paese. Per farla breve: a suo modo, su una quantità di decisioni e materie il presidente della Repubblica ha svolto il classico e scomodo ruolo del contrappeso – o del guastafeste, nell’ottica berlusconiana. L’elenco è lungo: scelta del Guardasigilli, uso dell’esercito, intercettazioni, lodo Alfano, sicurezza, giustizia, eccesso di decreti leggi, informazione e chissà cosa altro di cui non si è avuta notizia. Quando non riusciva a bloccare o ad addomesticare qualche provvedimento, si è capito benissimo che Napolitano era in disaccordo, con il crescente fastidio del Cavaliere. Che ieri evidentemente ha intravisto l’occasione di un bluff che sa anche di redde rationem . O viceversa.

Storia incompiuta, dopo tutto, e irta di possibili conclusioni. In epoca post-ideologica si consiglia di seguirla adeguando ai tradizionali parametri nuovi criteri interpretativi, magari anche alla luce di un testo che Laura Bazzicalupo, filosofa della politica, ha dedicato per Il Mulino al primo dei vizi capitali, radice e culmine di ogni altro peccato: “Superbia” (145 pagine appena, 12 euro). Il Cavaliere non è mai nominato, ma è come se ci fosse dall’inizio alla fine.

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7 febbraio 2009
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ELUANA – Il medico “Rispettiamo il protocollo”. Oggi a Udine sbarcano gli ispettori

Carlo Alberto Defanti non ha voluto dire se è già cominciata l’interruzione totale della nutrizione

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UDINE
Carlo Alberto Defanti, il neurologo che ha in cura Eluana
Englaro da 17 anni non ha coluto dire se è già cominciata, o meno, l’interruzione totale dell’alimentazione di Eluana ma, ha spiegato che «il protocollo va avanti» e che lui si recherà ad Udine lunedì perchè « in questa fase non servono due medici per coordinare l’equipe che sta lavorando nella clinica».

Nel frattempo sono arrivati ad Udine gli ispettori del Ministero del Welfare, che, su disposizione di Maurizio Sacconi, verificheranno una serie di requisiti di cui «La Quiete» deve essere in possesso per poter proseguire nella sua terapia su Eluana Englaro, la donna in coma da 17 anni sulla quale si procederà nei prossimi giorni alla sospensione dell’alimentazione. Gli ispettori si sono recati questa mattina presso l’Azienda Sanitaria 4 “Medio Friuli” per verificare i rapporti tra la clinica e l’associazione “Per Eluana”.

Anche da parte della Procura di Udine stanno procedendo accertamenti e verifiche su esposti e denunce giunti in questi giorni a Carabinieri e Polizia sulla vicenda Eluana, mentre la stessa Procura ha reso noto che non attuerà – come peraltro confermato da Beniamino Deidda il Procuratore Generale della Corte d’Appello di Trieste – alcuna iniziativa per eludere quanto reso possibile dalla Cassazione.

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7 febbraio 2009

fonte: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200902articoli/40774girata.asp

LAMPEDUSA – Dieci immigrati tentano il suicidio

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Un gruppo di tunisini ha invece iniziato uno sciopero della fame

Tentativi di auto-impiccagione e lamette ingoiate per protesta contro l’imminente rimpatrio

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LAMPEDUSA (Agrigento) – Una decina di immigrati è stata ricoverata la notte scorsa al poliambulatorio di Lampedusa. Tutte quante le persone avevano ingoiato lamette e bulloni oppure avevano tentato il suicidio impiccandosi con i propri indumenti. Uno degli stranieri è stato trasferito d’urgenza a Palermo in nottata con l’eliambulanza del 118 a causa di profonde ferite alla trachea.

SCIOPERO DELLA FAMEGli extracomunitari protestano per l’imminente rimpatrio deciso dal ministro, dell’Interno Roberto Maroni. Ieri sera un gruppo di tunisini ha anche cominciato lo sciopero della fame. Nell’isola sta operando uno staff del Viminale (due prefetti e diversi funzionari di polizia) per monitorare la situazione.

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7 febbraio 2009

fonte: http://www.corriere.it/cronache/09_febbraio_07/lampedusa_immigrati_tentano_suicidio_ecdbb26a-f4f5-11dd-a70d-00144f02aabc.shtml

L’ira di Silvio davanti ai ministri: «Capo dello Stato inaccettabile, non può dirci lui cosa fare o no»

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ROMA — Berlusconi e Letta escono dalla sala del consiglio dei ministri. E’ arrivata la lettera dal Quirinale: vi si sostiene che un decreto su Eluana non verrà controfirmato dal capo dello Stato. Una lettera privata e riservata diretta al premier, come vuole prassi costituzionale consolidata, dicono al Colle. Sarà privata ma l’ombra del Cavaliere, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, l’ha già annunciata ai venti ministri: «Sta arrivando», ha detto ad inizio della riunione, alle dieci del mattino. Ora sono passate quasi due ore, la porta in mano e la legge per intero ai colleghi. Berlusconi non dice una parola, il silenzio della sala dura per cinque minuti.

Letta finisce di parlare, Berlusconi comincia. Commenta e distrugge, politicamente e giuridicamente, il contenuto della missiva: «E’ una cosa inaccettabile, non esiste che il Capo dello Stato possa dirci cosa dobbiamo o non dobbiamo fare, non su questo argomento, non in questo modo. Io non ho richiesto nessuna lettera. La questione non è più solo di merito, da questo momento non discutiamo più solo del diritto alla vita di una persona, del dovere di salvare una vita umana, ma anche della gerarchia dei poteri dello Stato, non siamo ancora in una Repubblica presidenziale. Noi abbiamo un dovere e un potere da esercitare. Non possiamo venire commissariati, questa lettera sembra una misura cautelare al governo». L’aria era tesa per l’argomento, la vita e la morte di un essere umano. Da questo momento in poi inizia un dibattito intenso, sofferto, che dura circa un’ora e che ha un doppio profilo: etico, sul caso Englaro; e politico, sui poteri dello Stato, sulla prassi costituzionale, sulla Costituzione formale e materiale. Parlano tutti i ministri. Persino Bossi, che di solito non apre bocca. Se c’era qualcuno pronto ad esternare distinguo rispetto alla scelta del Cavaliere da questo momento in poi non c’è più. Le riserve dei ministri di An vengono spazzate via. Calderoli si lancia in un’orgogliosa e appassionata difesa giuridica delle funzioni dell’esecutivo.

Più ministri aprono la Costituzione che hanno davanti, una per ciascuno, rileggono l’articolo sui decreti, il 77, «e nessuno di noi mi sembra abbia ravvisato una traccia dei poteri che il Colle esercita con questa missiva, qui il precedente da non creare è proprio quello di un governo che non governa perché è arrivata una lettera del capo dello Stato», riassume Claudio Scajola. Il libro — A questo punto il caso Englaro non esiste più. Non è più il focus della riunione del governo. Se ne continua soltanto a discutere. Giorgia Meloni porta ad esempio un libro scritto da Salvatore Crisafulli, un siciliano che ha passato più di un anno in stato di coma vegetativo, ma riuscendo ad ascoltare i medici che lo ritenevano del tutto incosciente e prossimo alla morte. Renato Brunetta cita una caso personale, molto doloroso, e attraverso la storia del padre, per come l’ha vissuta lui, dice che in ogni caso deve prevalere il diritto alla vita. Si discute di Eluana, anche in modo appassionato, ma ogni intervento si conclude con un commento alla lettera di Napolitano, con la rivendicazione dei poteri dell’esecutivo, con la difesa appassionata della strada imboccata da colui che presiede la riunione, Silvio Berlusconi. Berlusconi commenterà di nuovo alla fine del giro di tavolo. Letta resterà muto per l’intera durata del dibattito, non c’è da aggiungere nulla ad una riunione che si è trasformata in pochi attimi in un atto di accusa contro il presidente della Repubblica. Che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ancorché in modo sofferto, perché da sempre garante di un rapporto istituzionale corretto con il Colle, questa volta condivide.

Solo Stefania Prestigiacomo prova ad esternare dei dubbi. Il Cavaliere la ferma in modo brusco, che non ammette astensioni o pareri diversi: «Io non farò come Ponzio Pilato e desidero che questo Consiglio si esprima in modo unanime». Il caso è chiuso, il tono del presidente del Consiglio non ammette repliche. Lo scontro fra due culture — La lettera del Colle passa fra le mani di qualche ministro. Viene riletta sottovoce da alcuni. Anche Maurizio Sacconi ha portato un documento, il parere medico del Centro nazionale trapianti. Vi si sostiene che Eluana è viva e non va fatta morire. Gli argomenti dell’alimentazione artificiale si mischiano a quelli giuridici, al capitolo della Costituzione che tratta dei poteri del Capo dello Stato. Sandro Bondi si appella al primo profilo, «nello scontro fra due culture noi non possiamo che sostenere quella che difende la vita». Umberto Bossi dice poco più che una frase, ma che non ha distinguo: è con la scelta fatta da Berlusconi. Così come gli altri ministri della Lega.

In conferenza stampa, pochi minuti dopo, il Cavaliere dirà che i rapporti con Napolitano sono cordiali come sempre, ma aggiungerà che forse sarebbe ora di rimettere mano alla prima legge dello Stato, proprio sul punto dei decreti legge, «uno strumento cui non intendo rinunciare». La vicenda di Eluana ha fatto deflagrare anche pubblicamente un contrasto che da mesi si svolge sotto traccia fra Palazzo Chigi e il Quirinale. Per il Cavaliere la lettera e i suoi contenuti sono l’ulteriore dimostrazione di una compressione inaccettabile, e non prevista dalla Costituzione, dei poteri del governo, del diritto-dovere di prendere delle decisioni, anche urgenti, tanto più come nel caso di Eluana. Un’assemblea di condominio — Nel primo pomeriggio a Palazzo Chigi i contenuti della missiva vengono passati al microscopio. Le lenti sono quelle dell’ufficio legislativo, la valutazione è durissima: «È una lettera che non ha precedenti, sbagliata dal punto di vista giuridico, proprio in punta di diritto. Il Colle può avere una posizione di chiusura e controllo solo per palesi, ribadiamo palesi, violazioni della Costituzione. Ma il controllo sulla costituzionalità dei decreti lo esercitano prima il Parlamento, poi eventualmente la Consulta. Il fatto è che Napolitano l’ha buttata a chi comanda e questo non è ammissibile. Il governo, per giunta a Consiglio dei ministri in corso, non può essere trattato come un’assemblea di condominio». La sintonia — Era dai tempi dello scontro fra Scalfaro e Berlusconi che si non si ascoltavano parole simili nelle stanze della presidenza del Consiglio. Forse nemmeno allora i toni erano così drammatici. Berlusconi nel primo pomeriggio resta a colloquio con Gianni Letta. Chi li vede insieme e li ascolta parlare dice che in questo caso, a differenza di alti scontri istituzionali, con Ciampi o con Scalfaro, la sintonia è assoluta: «Abbiamo fatto tutto il possibile e non potevamo agire diversamente», dicono entrambi. A fine giornata il secondo consiglio dei ministri, il varo del ddl: «Sono disposto a tenere aperto il Parlamento anche di notte», dice Berlusconi, continuando a pensare che gli «inaccettabili» argomenti giuridici del Colle, così come i tempi di lavoro delle Camere, poco si sposano sia con l’urgenza del caso sia con il suo diritto di governare. Anche d’urgenza.

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Marco Galluzzo
07 febbraio 2009

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fonte: http://www.corriere.it/politica/09_febbraio_07/ira_silvio_ministri_galluzzo_5781cd4e-f4f0-11dd-a70d-00144f02aabc.shtml

Fondo Monetario Internazionale: in Italia prospettive tetre

Il debito salirà al 108,2%

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Il Fondo monetario internazionale ha annunciato in un rapporto sull’economia dell’Italia che non può essere scartata la possibilità che la recessione in questo paese duri fino al 2010. «Come il resto della zona euro, al momento l’Italia è duramente colpita dalla degradazione dell’ambiente economico, anche se il suo settore finanziario ha continuato a resistere relativamente bene», ha reso noto l’istituzione multilaterale nel suo rapporto annuale sul paese. «La recessione si aggrava e, anche se è prevista una ripresa progressiva nel 2010, la possibilità che l’arretramento dell’attività si prolunghi non può essere scartata», secondo il Fondo.

In questo rapporto il Fmi ha confermato le sue previsioni già pubblicate il 28 gennaio indicando che l’Italia conoscerà tre anni consecutivi di contrazione del prodotto interno lordo (-0,6% nel 2008, -2,1% nel 2009 e -0,5% nel 2010). L’istituto di Washington ha mostrato preoccupazione per l’aggravarsi del deficit pubblico per cui si prevede il 2,7% del prodotto interno lordo per quest’anno e il 3,9% per l’anno prossimo. Dopo «ricette fiscali eccezionalmente buone» nel 2006 e nel 2007, il Fmi prevede che il debito pubblico passerà dal 105,6% di quest’anno al 109,4% nel 2010. Non certo più positive le stime aggiornate nel Programma di stabilità per la Ue, secondo le quali il rapporto debito/Pil, aumenterà al 110,5% nel 2009 rispetto all’ultima previsione (102,9%) contenuta nella Nota di aggiornamento al Dpef presentata a settembre. Il debito aumenta ancora l’anno successivo quando dovrebbe attestarsi al 112% del Pil (101,3 nella Nota di aggiornamento), per poi iniziare di nuovo a scendere nel 2011 al 111,6 per cento.

Salta quindi la previsione di pareggio di bilancio al 2011 come indicato finora dal governo. Secondo le ultime previsioni nel 2011 il debito sarebbe dovuto scendere sotto il 100% del Pil a 98,4 per cento. Tuttavia ieri il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, nel corso di una conferenza stampa a Palazzo Chigi, parlando delle stime contenute nel programma di stabilità italiano ha detto che il debito pubblico italiano pur aumentando del 5,9% nel periodo 2007-10, cresce comunque sotto la media europea.

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7 febbraio 2009

fonte: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/200902articoli/40768girata.asp