Archivio | febbraio 8, 2009

Canfora e il Berlusconi-Bonaparte

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di Bruno Gravagnuolo

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Il degrado antropologico di questa Italia è evidente. Ma discende in primo luogo – oltre che dalla crisi economica mondiale – dallo sfaldamento di quello che un tempo era il blocco sociale della sinistra. È in questa breccia che si fa strada la decadenza del paese. In una con l’offensiva di destra. Che viceversa si è dotata di un blocco forte di interessi e punta a una Nuova Repubblica, plebiscitaria e ostile alla divisione dei poteri». Analisi gramsciana sui mali del paese quella di Luciano Canfora, 67 anni, ordinario di filologia classica a Bari e studioso del mondo antico, nonché del pensiero politico. Una diagnosi allarmata, soprattutto sulla «sfida bonapartista» di Berlusconi, e poi sul «ruolo retrivo di questo papato» di cui disinvoltamente il «cavaliere laico sposa le istanze». Ma è tempo di reagire dice Canfora. Con le idee, la mobilitazione. E anche con qualcosa di irrinunciabile: l’identità. Senza di cui non ci sono né programmi né controrepliche efficaci.

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Professor Canfora, Italia lacerata, pervasa da violenze di branco e in recessione. E per di più con un conflitto istituzionale acutissimo, che vede Berlusconi candidarsi platealmente a decisore populista. Che impressione le fa tutto questo?

«Una delle cose più gravi intanto è l’avvenuto spostamento a destra di gran parte del lavoro dipendente, al nord e sul versante leghista. La Lega è ormai più in grande, come Le Pen a Marsiglia. La sinistra invece è stata incapace di tenere legati a sé i ceti che formarono il suo insediamento di sempre. Di qui discendono alcune conseguenze. Come l’intolleranza verso i nuovi arrivati, che scatta nei ceti popolari “leghistizzati”, privi a questo punto di quei valori che la sinistra, con il suo radicamento e la sua pedagogia, riusciva a trasfondervi. Dunque guerra tra poveri…».

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La liquefazione del blocco sociale di sinistra comporta a suo avviso un degrado antropologico?

«Degrado a catena. Anche il fascismo sorse dallo scontento e riuscì a dimostrare di essere il vero interprete degli interessi popolari e nazionali, ingannevolmente ovviamente. Un piccolo partito come la Lega, mutatis mutandis, ricorda molto certi esordi del fascismo. E d’altra parte un grande partito liberalconservatore come Forza Italia – che inizialmente ammiccava soltanto alla Lega – oggi sembra volerne incarnare interamente il ruolo, dislocandosi al contempo su un terreno nazionale e di massa più vasto, e inglobando anche An. Si badi, sono solo dei paralleli che servono a indicare delle dinamiche, non a stabilire identità. E le dinamiche sono queste, a fronte di uno sfilacciamento della sinistra».

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Anche sulle questioni di coscienza Berlusconi si propone ormai come capo carismatico e pontefice secolare…

«Una volta nel 2001 dissi a Radio 2 che Berlusconi era un “bolscevico della borghesia”. La giornalista che mi intervistava ebbe delle grandi difficoltà, e anch’io non potei parlare in radio per molto tempo. Credo che oggi si abbia la riconferma di quel che dicevo allora. Il premier si è avventato sul caso Englaro cavalcando il pretesto giusto. Per aggredire Napolitano custode della Costituzione e della divisione dei poteri, a cui vuole infliggere un colpo mortale. E il tutto dopo aver simulato a lungo laicità e agnosticismo».

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Ma può resistere il patto civico costituzionale sotto i colpi della sfida carismatica, oppure andrà in frantumi?

«Il rischio di cedimento c’è eccome, specie nel quadro delle tante emergenze italiche, che possono indurre ad affidarsi al decisore. Il punto è che non si riesce a intravedere una ripartenza di “sinistra”, nel senso più ampio del termine. Una ripresa egemonica in senso effettivo, ovvero la capacità di persuadere e farsi credere. Ma su tutti i temi all’ordine del giorno. Una cosa difficile, poiché l’attuale mélange “liberal-fascistico” che abbiamo di fronte è proteso a mostrarsi di destra e di sinistra, contemporaneamente. E come da manuale. Oggi come ieri, e fatte le debite differenza, lo straniero in quanto portatore di globalizzazione impoverente, diventa il nemico. L’agente consapevole o inconsapevole del capitalismo cosmopolita (ieri erano gli ebrei). E all’interno di quel “socialismo degli idioti” che August Bebel in Germania attribuiva ai reazionari populisti del suo tempo. Del resto la guerra tra poveri in Inghilterra – inglesi contro italiani – la dice lunga su questo fenomeno: guerra dentro una stessa classe».

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Italia come anello debole della globalizzazione e banco di prova per una nuova democrazia autoritaria in Europa?

«Questo mi pare troppo presto per dirlo, perché il nostro paese per fortuna ha ancora molti anticorpi. La Costituzione repubblicana innanzitutto, con la sua partizione e ramificazione di poteri. E poi l’eredità popolare del movimento operaio e del Pci, o almeno quel che ne resta. Difficile per ora spazzarle via avventandosi sul caso Englaro. Ma il rischio c’è eccome».

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È in grado la sinistra, o ciò che ne rimane, di fare anima e legame sociale sul territorio, di «fare comunità» contro questo rischio?

«Non ha ancora dimostrato di esserne capace. Certo il modello “maggioritario” di partito trasversale e leggero adottato, è tutto in perdita a riguardo. Invece di cercare un radicamento capillare sul territorio, per raggiungere la vita e l’esistenza degli individui, si preferisce una maniera aerea e svincolata dalla realtà. Al più in questo modo si può apparire brillanti e persuasivi in Tv. Ma solo occasionalmente. È solo una scorciatoia…».

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Il «lavoro» può essere ancora il nucleo vitale identitario di una sinistra aggregante come quella a cui lei allude?

«Sì, ma il lavoro in tutte le sue innumerevoli ramificazioni. Produttive e riproduttive. Colpisce constatare come i quadri alti del lavoro, non si rendano conto di subire anch’essi ormai lo sfruttamento. Sfruttamento della mente, subalternità psicologica. Più in generale comunque la dimensione lavorativa riguarda il 90% del paese. E si tratta appunto di recuperare la fiducia di tutti i ceti produttivi, non solo di quelli che pensano di star peggio».

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Non bastano dunque la cittadinanza e i nuovi diritti laici a definire la sinistra, sia pur intesa in senso ampio?
«No, è uno schema debole e formalistico. La cittadinanza è il contenitore di qualcosa, non il contenuto. Mentre il contenuto restano i diritti sociali e sostanziali. Che si traducono in cittadinanza, ma ne sono il prerequisito. Il rischio invece, con l’idea della astratta cittadinanza, è quello di difendere alcuni e non altri. Alcuni e non tutti. Il risultato è la divisione dei cittadini».

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8 febbraio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/81279/canfora_e_il_berlusconibonaparte

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Beppino Englaro: “Nel 2004 chiesi aiuto Berlusconi non mi ha mai risposto”

Intervista a El Pais del padre di Eluana. Che rivela: “Ebbi messaggi da Ciampi e dal presidente del Senato”. Palazzo Chigi smentisce

Sul ruolo della Chiesa: “Non mi può imporre i suoi valori”

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"Nel 2004 chiesi aiuto Berlusconi non mi ha mai risposto"
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ROMA – Beppino Englaro rivela di aver scritto, nel 2004, una lettera alle istituzioni, in cui chiedeva di trovare “gli atti opportuni per dare uno sbocco alla vicenda di nostra figlia Eluana che da 4.430 giorni è costretta da istituzioni e medici a una non vita”.

Anche Berlusconi, all’epoca premier, ricevette la lettera, così come l’allora presidente Ciampi. “Ma non ebbi risposta”, dice il padre di Eluana, “e dal momento che la politica non fece nulla e nemmeno il governo, mi rivolsi ai giudici. Chiesi loro aiuto ed essi fecero il loro dovere”. Ma Palazzo Chigi smentisce il padre di Eluana: “Alla segreteria del presidente del Consiglio non risulta una richiesta di intervento da parte del signor Englaro nell’anno 2004”, si legge in una nota.

Beppino Englaro a questo punto è costretto a intervenire ancora e precisare: “Ho inviato quell’appello in diverse copie, tra gli altri, al presidente della Repubblica, a quello del Senato, al presidente del Consiglio e al ministro della salute: mi risposero solo Ciampi e il presidente del Senato”. “Feci diverse raccomandate con ricevuta di ritorno e ho tutta la documentazione – prosegue padre di Eluana – Mi arrivò la risposta di Ciampi che mi esprimeva la sua vicinanza, aggiungendo però che non poteva fare altro che interessare del caso gli organismi competenti”.

Nella stessa intervista, Englaro risponde anche sul ruolo che le gerarchie vaticane stanno giocando nella vicenda di sua figlia. “La Chiesa – dice – non ha nulla a che vedere con questa questione. Non mi può imporre i suoi valori”. Così Beppino Englaro torna a far sentire la propria voce, nei giorni più difficili, quelli dello scontro e di una legge, di fatto ad personam, in arrivo.

In un’intervista sulla prima pagina del quotidiano spagnolo El Pais il padre di Eluana dice di “sentire un grande rispetto verso la Chiesa, e spero lo stesso per me da parte della Chiesa. Spero che sappiano quello che dicono e che fanno, ma non polemizzo con loro”: ma, aggiunge Englaro, “il magistero della Chiesa è morale, lo Stato è laico e in esso convivono anche i cattolici. Quello che dice la Chiesa riguarda solo loro, non noi che non professiamo questa confessione”.

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8 febbraio 2009
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Volantini per i diritti umani in piazza san Pietro: fermata la nipote di Allende con sei cileni

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Un gruppo di cittadini sudamericani ha inscenato una piccola manifestazione
durante l’udienza papale. Avevano dei fogli attaccati al petto: “Ci hanno maltrattato”

Volevano ricordare un sacerdote ucciso durante il regime fascista

Sono stati rilasciati, ma i loro legali protestano: “Non facevano nulla di male”

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Volantini per i diritti umani in piazza san Pietro fermata la nipote di Allende con sei cileniIl Papa, questa mattina, all’Angelus

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ROMA – Maria Ines Bussi, nipote di Salvador Allende e Fresia Cea, moglie di Omar Venturelli – l’ex sacerdote italiano che si batteva per gli indios, ucciso in Cile durante il regime – sono state bloccate oggi in stato di fermo presso il commissariato di piazza Cavour per circa tre ore. Erano in piazza San Pietro, tra i fedeli della domenica, con dei biglietti attaccati al petto per ricordare al Papa che la domanda di giustizia che sale dal Cile attende ancora una risposta. E per chiedere che sia la magistratura italiana a giudicare il Condor” di Pinochet, Alfonso Podlech, ora rinchiuso a Rebibbia – dopo anni di immunità in patria – con l’accusa di aver torturato e fatto scomparire Venturelli e altri cittadini italiani durante la dittatura. La risposta? Manifestazione non autorizzata.
“Non abbiamo portato cartelloni – spiega Fresia Cea – avevamo solo la bandiera del Cile e dei biglietti attaccati al petto affinché il santo Padre potesse vedere la nostra preoccupazione e la nostra sofferenza. Avevamo scritto frasi come “Cile uguale impunità”, “Sono qui per accompagnare mio fratello (scomparso) e “Grazie Italia”. Ma dopo due minuti mi si è avvicinato un uomo senza l’uniforme e mi ha strappato il cartello dal petto. E facendo così mi ha tirato anche il pic che ho innestato per la chemioterapia che faccio ogni dodici giorni. Allora gli ho detto: Ma cosa fai? Chi sei? Mi ha detto che non potevo stare lì. Ma come no? – ho risposto – Sono venuta a salutare il Santo Padre”.

“Un compagno che era vicino a me – spiega ancora la vedova Venturelli – ha chiesto che io venissi trattata con rispetto, ma il poliziotto si è arrabbiato e gli ha strappato il foglio dal petto. C’era scritto “Chiediamo verità e giustizia per il Cile “. Hanno fatto delle telefonate, ci hanno fatto spostare dalla piazza e attendere l’arrivo di un capo, sempre senza uniforme. Io chiedevo chi fosse il responsabile ma nessuno mi spiegava. Poi sono arrivati i poliziotti in divisa e ci hanno portato via in tre macchine ma non sapevamo dove. Ho chiamato i miei avvocati ma nessun poliziotto ha voluto parlare con loro e così son dovuti venire al commissariato”. Farete denuncia? “Non lo so – dice commuovendosi – mi sono rimaste poche energie. Voglio usarle per il processo, per ridare giustizia a mio marito… non sono più abituata a queste cose. …”

Proprio in questi giorni sarà infatti fissata l’udienza del riesame. “Mi rammarico dell’episodio di oggi In qualità di cittadino italiano” ha commentato l’avvocato Marcello Gentili che assiste la figlia di Venturelli nel processo di Rebibbia. Perché non avete chiesto l’autorizzazione a manifestare? “Perché – dice ancora Fresia Cea – non avevamo portato niente, neanche cartelli. Si può definire manifestazione un foglietto sul petto?”

I cileni stanno cercando di denunciare a livello internazionale l’impunità che ancora oggi regna nel loro Paese. Si sono riuniti a Roma per tre giorni, dal 6 all’8 febbraio, per cercare di sollecitare l’opinione pubblica e le istituzioni. I foglietti di oggi erano un modo per chiedere al Papa di guardare nella direzione del Cile.

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8 febbraio 2009
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Allarme Ue: persi 130mila posti di lavoro. Confindustria: meno ferie, lavorare di più

MA IN CONFINDUSTRIA SONO IMPAZZITI?

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Polverini (Ugl): semmai è necessaria la settimana corta
Angeletti (Uil): nodo è evitare licenziamenti, non lavorare di più

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BRUXELLES (8 febbraio) – In Europa, dall’inizio dell’ultimo trimestre 2008 alla fine di gennaio 2009, si sono persi 130.000 posti di lavoro nel settore industriale – soprattutto nel comparto auto e nel suo indotto – e in quello delle costruzioni. Due settori che nell’ultimo anno hanno fatto registrare un crollo della produzione pari a 150 miliardi di euro. Sono le cifre contenute in un documento riservato della Commissione europea che, molto probabilmente, sarà all’esame dei ministri finanziari europei che lunedì e martedì si ritroveranno a Bruxelles per le riunioni dell’Eurogruppo e dell’Ecofin, chiamati a valutare quanto fatto per contrastare la crisi e quando fare in futuro.

La Commissione europea definisce drammatica la situazione nel settore dell’auto e in quello dell’indotto, anche per la persistente stretta creditizia che «colpisce particolarmente» non solo le case automobilistiche, ma anche il settore delle costruzioni. La Commissione sottolinea come «la contrazione della produzione nel settore dell’industria automobilistica ha un immediato effetto negativo anche sull’occupazione nelle aziende aziende dei fornitori».

Allarme protezionismo: occhi puntati su Cina, Russia e Brasile. «Di fronte a una crisi economica sempre più profonda c’è il forte rischio di una ripresa del protezionismo, che colpirebbe duramente l’industria dei Paesi Ue» si legge nel documento riservato della Commissione europea, al quale viene annessa una lista delle misure protezionistiche di recente adottate da diversi Paesi terzi. Nel mirino di Bruxelles soprattutto Cina, Russia e Brasile.

Guidi (Confindustria): diminuire ferie, aumentare ore di lavoro. Per garantire un rilancio dell’economia occorrerebbe anche rivedere orari di lavoro, quantità di ferie e di malattie: è questa l’opinione di Federica Guidi, presidente dei giovani di Confindustria, secondo la quale servono interventi che vadano oltre il momento di crisi. «Penso che si debba ricominciare a pensare al numero di ore lavorate. Occorre aumentare la produttività – ha detto Guidi intervenendo a Domenica In – lavorando più ore, 41, 42, 43. Occorre anche rivedere il numero delle ferie: quattro o cinque settimane all’anno sono forse un po’ troppe, come anche i giorni di malattia. E’ grave perdere due punti di Pil, ma sarebbe importante, quando ci sarà la ripresa, non crescere solo lo zero-virgola».

Polverini (Ugl): «Più ore? Semmai la settimana corta». Per il segretario generale dell’Ugl, Renata Polverini, anche lei ospite di Domenica, l’aumento dell’orario di lavoro non è necessariamente la ricetta per rilanciare la produttività. «Non è una novità – ha detto replicando alla Guidi – che quando cambiano delle condizioni cambia anche l’organizzazione del lavoro. Anche nell’accordo Alitalia, per fare un esempio, il numero di ferie è stato intaccato. Ma in questo momento specifico abbiamo piuttosto sostenuto la necessità di arrivare alla settimana corta. E’ evidente, poi, che se adesso stiamo tutti un po’ peggio, speriamo che quando ci sarà la ripresa staremo tutti un po’ meglio». Secondo la Polverini, le misure decise dal governo per rilanciare i consumi possono dare un aiuto: «Certo – sottolinea – l’esenzione bollo avrebbe dato alle famiglie maggior respiro».

Angeletti: il problema non è lavorare di più, ma che nessuno resti a casa. «Oggi, per uscire il più rapidamente possibile dalla crisi, serve un grande patto di coesione fra governo, imprese e lavoratori» dice il segretario genarale Uil, Luigi Angeletti, anche lui presente a Domenica In. «Quando le cose vanno male – ha spiegato il leader sindacale – non devono andare male per una parte sola, ma per tutti. Quando vanno bene devono andare bene per tutti». Rispondendo al presidente dei giovani di Confindustria, Federica Guidi, Angeletti ha detto, ricordando l’accordo sulle misure anti-crisi, che «ora nessuno deve essere licenziato, quindi il problema oggi non è lavorare di più, ma evitare che la gente resti a casa».

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=45665&sez=HOME_ECONOMIA


Gaza, verso una tregua di 18 mesi. Scambio Shalit-prigionieri palestinesi

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TEL AVIV (8 febbraio) – Le grandi linee di un possibile accordo indiretto fra Israele e Hamas per una tregua a Gaza e per uno scambio di prigionieri sono anticipate oggi dal quotidiano Haaretz di Tel Aviv. La tregua, ha appreso il giornale, avrebbe una durata di un anno e mezzo, rinnovabile, e riguarderebbe solo la striscia di Gaza e non la Cisgiordania.

Il soldato israeliano Ghilad Shalit, prigioniero di Hamas dal giugno 2006, sarebbe scambiato con centinaia di palestinesi detenuti in Israele.

I valichi di Gaza sarebbero aperti al transito di merci, con un transito quotidiano di almeno 600 camion (tre volte quello attuale). Il valico di Rafah, fra Gaza ed Egitto, sarebbe riaperto e sorvegliato da osservatori stranieri e da rappresentanti dell’ Autorità nazionale palestinese. In Israele non trova finora conferma la notizia pubblicata da un giornale arabo secondo cui nello scambio di prigionieri sarebbe incluso anche il leader di al-Fatah in Cisgiordania Marwan Barghuti, che sconta l’ergastolo in Israele per aver ispirato attentati terroristici.

Ieri il premier Ehud Olmert ha convocato una consultazione straordinaria con i ministri Tzipi Livni (esteri) ed Ehud Barak (difesa) per esaminare le ultime proposte sulla tregua e sullo scambio di prigionieri inoltrate dai mediatori egiziani. La sensazione della stampa è che progressi siano stati compiuti ma che resti ancora determinante l’atteggiamento dei dirigenti di Hamas a Damasco, che in passato hanno mostrato una rigidità superiore a quella dei leader di Hamas di Gaza.

La risposta di Hamas. Rientrerà domani sera al Cairo la delegazione di Hamas che ieri è arrivata nella capitale egiziana da Gaza e ne è ripartita stamane per Damasco. Non prima di domani sera, quindi, i rappresentanti del movimento integralista palestinese daranno ai dirigenti egiziani e, tramite loro, ad Israele, una risposta per un accordo sulla tregua prolungata (da un anno ad un anno e mezzo) sulla quale l’Egitto sta mediando dal 18 gennaio, data dei cessate il fuoco unilaterali con cui si è fermata la guerra tra Hamas e Israele. A riconfermare questa notizia, che ieri era già stata abbondantemente diffusa, è stato stamani un portavoce del ministero degli esteri egiziano, Hossam Zaki, che ha anche ripetuto, come aveva già detto due giorni fa, che un accordo sulla tregua e sulla riapertura dei passaggi della Striscia di Gaza potrebbe essere ormai solo questione di giorni.

La delegazione di Hamas – composta da sette persone e guidata dal numero tre del movimento a Gaza, Mahmud Zahar, riapparso ieri per la prima volta in pubblico dall’operazione militare israeliana ‘Piombo Fuso’ nella quale si diceva fosse rimasto ferito – aveva attraversato ieri il passaggio di Rafah. Era quindi arrivata al Cairo, dove ieri sera ha avuto una cena di lavoro con dirigenti egiziani. Stamattina è ripartita per Damasco dove sono previste consultazioni con la direzione in esilio di Hamas. Il capo del movimento, Khaled Meshaal, è oggi a Khartoum, ma dovrebbe rientrare in giornata nella capitale siriana.

Un altro razzo. Un razzo palestinese è stato sparato oggi da Gaza verso la vicina città israeliana di Ashqelon. Lo riferiscono fonti locali, secondo cui la esplosione non ha provocato vittime. In mattinata un altro razzo era stato sparato da Gaza verso un insediamento agricolo ebraico nel Neghev. L’esplosione aveva provocato la distruzione di due automobili, ma non vittime.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=45653&sez=HOME_NELMONDO


Il messaggio di Obama a Veltroni: “Lavoriamo insieme per la pace”

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POVERO BERLUSCA.. NEMMENO IN AMERICA SANNO CHE E’ LUI IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

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Il presidente americano risponde alla lettera di congratulazioni del leader Pd

“Fondamentale la collaborazione tra Italia e Stati Uniti per un mondo più sicuro”

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Il messaggio di Obama a Veltroni "Lavoriamo insieme per la pace"ROMA – Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha inviato un messaggio di ringraziamento al segretario del Pd, Walter Veltroni, per la lettera di felicitazioni inviatagli dallo stesso Veltroni dopo la sua elezione alla Casa Bianca.

“Grazie per le tue congratulazioni
per la mia elezione come presidente degli Stati Uniti – ha scritto Obama a Veltroni -. Ho molto apprezzato il tuo messaggio. Gli Stati Uniti e l’Italia devono far fronte ad una serie di sfide che credo riusciremo ad affrontare meglio insieme. Abbiamo però anche delle straordinarie opportunità che, se riusciamo a cogliere, possono far crescere i nostri obiettivi comuni”.

“Ora che cominciamo a lavorare insieme – si legge ancora – sarà per me di fondamentale importanza la nostra collaborazione. Sono fiducioso che gli Stati Uniti e l’Italia possano lavorare insieme in uno spirito di pace e di amicizia per costruire un mondo più sicuro nei prossimi quattro anni. Nell’attesa di poter lavorare con te per questo obiettivo e per rafforzare i rapporti tra i nostri paesi, ti mando i miei più sinceri saluti”.

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8 febbraio 2009

fonte: http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/politica/partito-democratico-25/messaggio-obama/messaggio-obama.html?rss

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La crisi coinvolge anche i cani: +15% di abbandoni

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07 febbraio 2009| Alessandra Boero

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La crisi economica degli ultimi tempi non risparmia nessuno, nemmeno i… cani. Nel 2008 si è registrato, infatti, un incremento pari al 15% rispetto agli anni passati di cani ceduti (rinuncia di proprietà) alle cure dei canili comunali. In pratica le famiglie non riescono più a mantenere i loro amici a quattro zampe.

L’allarme arriva direttamente dal servizio di prevenzione veterinaria dell’Asl imperiese diretto da Giovanni Rivò. «Purtroppo è così – dice Rivò – La crisi sta coinvolgendo tutto e tutti. Ad oggi, i canili della provincia ospitano in totale più di mille cani. E proprio a tal proposito i veterinari dell’Asl e il personale del servizio prevenzione stanno iniziando una campagna informativa anche nei plessi scolastici per arginare il fenomeno. L’obiettivo è quello di informare su tutto ciò che comporta possedere un animale domestico. Dall’acquisto o adozione sino ad arrivare al mantenimento».

Uno dei professionisti chiamato in causa è il dottor Ennio Pelazza che da tempo sta tenendo incontri mirati nei scuole di tutta la provincia. «E’ un occasione – conferma Pelazza – per entrare nei dettagli di un’esperienza particolare ma nello stesso tempo impegnativa. Possedere un cane è splendido ma nel contempo comporta dei sacrifici. E’ una scelta di vita. I cuccioli, come i bambini, crescono e poi invecchiano con tutte le conseguenze del caso. A tutti piace avere il cucciolotto che lecca, gioca e scodinzola… ma nel giro di un anno il piccolo cresce e crescono bisogni ed esigenze. Anche le spese di mantenimento». I dati forniti dall’Asl parlano chiaro. I cani ceduti alle cure dei volontari dei canili sono per lo più giovani , intorno ai 2/3 ani di vita. Cani quindi adulti. Con un carattere già formato e che fino a poco prima avevano dei punti di riferimento umani, che purtroppo avranno per tutta la vita. Perché inutile negarlo, possono passare anni e anni ma il cane seppur in gabbia, aspetterà sempre che il suo padrone torni a riprenderlo. Un’attesa eterna che, solo in pochi casi, ricambia. E più crescono più è difficile che qualcuno li riadotti.

«Il problema – incalza Rivò – è che situazioni del genere si potrebbero evitare a monte. Ecco perché uno dei nostri obbiettivi è arginare il fenomeno andando a parlare con i più piccoli che spesso “obbligano” i loro genitori ad acquistare un cucciolotto senza sapere e immaginare come cambierà la vita familiare nell’immediato. Inoltre – prosegue – aumentare gli ospiti del canile implica un incremento di spesa comunale in più. Scatta così una catena di conseguenze; ma alla fine a soffrire è proprio il cane. Privato di un affetto familiare e rinchiuso in una gabbia. Magari grossa ma pur sempre una gabbia». Il dipartimento di prevenzione veterinaria è determinato a tenere sotto controllo la situazione in provincia cercando di evitare inutili sofferenze alle povere bestiole che troppo spesso vengono adottate, comprate e nel giro di un anno scaricate. «I cani – conclude secco Rivò – non sono dei telefonini. Basta vizi e capricci».

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fonte: http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/imperia/2009/02/08/1202073179675-crisi-coinvolge-anche-cani-+15percento-abbandoni.shtml

La settimana cortissima antidoto ai licenziamenti

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Nel pieno della Nuova Depressione torna lo slogan: “Lavorare meno, lavorare tutti”

La Germania incentiva le riduzioni d’orario ma gli economisti sono perplessi

https://i0.wp.com/www.cooperativadicostruzioni.com/Contents/0000001001/0000001049/0000001059/Files/Operai_Macro.jpgOperai al Cantiere MACRO di Roma

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di ROBERTO MANIA

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La settimana cortissima antidoto ai licenziamenti

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LORD JOHN Maynard Keynes, con le sue ricette dal sapore socialdemocratico, è diventato l’unico ispiratore dei governi che, a corto di idee, cercano una via d’uscita dalla Nuova Depressione. Karl Marx, con la sua apocalittica visione del capitalismo, si è conquistato, all’alba del 2009, la copertina di Time, come fosse Barack Obama.

E allora è tempo di revival anche per un vecchio slogan di successo, seducente quanto poco praticato: “Lavorare meno, lavorare tutti”. Che questa volta, però, potrebbe anche andare a segno. Cambiando il nostro modo di lavorare, riequilibrando i tempi delle nostre giornate, rimescolando i ruoli familiari. In un corpo a corpo soft con la recessione. Quasi una rivincita dei paradigmi mancati dal Novecento.

La Germania di Angela Merkel ha scelto la strada della settimana corta, incentivando con aiuti statali le riduzioni d’orario. La Bmw e la Daimler le hanno già applicate. Presto seguirà l’Opel. Anche a Londra si ragiona sulla settimana cortissima: solo tre giorni di lavoro. E il precedente, nella Gran Bretagna oggi praticamente deindustrializzata, non è dei più felici: a imporre il taglio dell’orario nelle fabbriche a corto di rifornimenti energetici fu all’inizio del 1973 il primo ministro Edward Health in una situazione di emergenza per lo sciopero e i picchetti dei minatori.

La Francia fa discorso a sé. La stagione delle trentacinque ore è tramontata con i governi socialisti. Nicolas Sarkozy è stato sprezzante durante l’ultima campagna elettorale: “Quella delle trentacinque ore è stata l’unica invenzione francese per la quale non serve il brevetto perché finora nessuno l’ha imitata”. Però doveva ancora arrivare il grande crollo di Wall Street e di quel che fu il turbocapitalismo finanziario.

In Italia l’orario si riduce, ma non si dice. Lo fanno decine di aziende tessili del Nord, nelle quali la presenza massiccia delle donne favorisce gli accordi per i contratti di solidarietà, con il taglio degli orari e dei salari in cambio del mantenimento del posto. “Perché le donne – spiega Aris Accornero, professore emerito di sociologia industriale alla Sapienza – sono più sensibili a questo scambio”. Una questione di genere che – vedremo – ritornerà.

Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ha parlato di “lavorare meno per lavorare tutti”, aggiungendo una preposizione che, però, non ha modificato nella sostanza la proposta. Quella che sul finire degli anni Settanta lanciò il leader cislino Pierre Carniti. Fu infatti lui a inventarsi lo slogan “lavorare meno, lavorare tutti”. Era anche quella epoca di austerità.

Dice Carniti: “Già allora l’Italia aveva un tasso di attività scandalosamente più basso degli altri paesi. In particolare tra le donne. Quello slogan nacque proprio con l’obiettivo di allargare il numero degli occupati e per combattere la disoccupazione”. Nella logica di ripartire il lavoro disponibile. Ma quella di Carniti non si trasformò nella strategia del sindacato allora unitario, per quanto non venne contrastata. Piuttosto fu risucchiata dal tran tran contrattuale e poi travolta dalla grande “depressione” sindacale successiva alla sconfitta subita nell’80 ad opera della Fiat di Cesare Romiti.

L’occasione, dunque, all’epoca fu persa. “Eppure ora potrebbe riproporsi”, sostiene Chiara Saraceno, sociologa della famiglia. La chance della crisi, allora. “Per cambiare il nostro modello”. Per distribuire diversamente il tempo quotidiano, senza essere più stretti tra il lavoro e il consumo, o il consumismo. “Facendo – dice ancora Saraceno – quel che si fa in tutte le famiglie in tempo di crisi: si va meno in tintoria e si lava più in casa, si ricorre meno alla baby sitter, si fa, insomma, economia di manutenzione”.
Vero.

Però l’esperienza empirica francese non va proprio, o esclusivamente, in quella direzione. Non solo perché – come dimostra Francis Kramaz nel libro Working hours and job sharing in the Eu e Usa, scritto insieme a Tito Boeri e Michael Burda – con la riduzione dell’orario di lavoro in Francia si sono persi posti di lavoro anziché aumentarli, ma anche perché ha accentuato le differenze di ruolo tra uomini e donne. Queste ultime si raccontavano “stressate e affaticate” in un’inchiesta del sindacato pubblicata da Le Parisien. In sostanza, nonostante il meno tempo perso sul traffico e un’inferiore permanenza al lavoro, sulle donne ricadeva ancora di più il peso delle faccende domestiche.

“Lavorare meno” significherebbe – banalmente – andare meno volte al lavoro. “E la questione trasporti è notevolissima”, osserva Accornero. “È la prima ragione per cui i lavoratori accettano una concentrazione del lavoro in alcuni giorni soltanto anziché ridurre le ore giornaliere. È evidente come sia poco pratico andare al lavoro tutti i giorni rimanendoci sempre meno”. Poi cresce il tempo libero. “Perché, nel caso di una settimana lavorativa di quattro giorni, nei restanti tre si possono fare ben più cose che in un weekend”. Scriveva, e non senza qualche azzardo, più di dieci anni fa, il sociologo Domenico De Masi: “La società post-industriale concede una nuova libertà: dopo il corpo, libera l’anima”.

Il tempo libero, quindi, o quello – se si vuole – liberato dal lavoro, da un overtime in ufficio non sempre produttivo. Per ritrovare – secondo Saraceno – anche un rinnovato senso della comunità impegnandosi nel volontariato scolastico, nella tutela dell’ambiente urbano, nella manutenzione di base delle strade cittadine. Lontani – forse – da quell’idea di “ozio creativo” teorizzato qualche tempo fa, e più orientati verso una forma inedita di sussidiarietà su vasta scala.

L’idea di ridurre l’orario per aumentare il numero degli occupati ha sempre fatto storcere il naso agli economisti. L’errore, per i cultori della scienza triste, sta nell’assunto che il lavoro sia quantitativamente dato una volta per tutte e quindi possa poi essere distribuito. E invece nella dinamica dei mercati giocano anche altri fattori, tra tutti quello dell’innovazione tecnologica che restringe gli spazi per la manodopera ma finisce anche per creare nuove opportunità di impiego.

“È ampiamente dimostrato nella letteratura – sostiene Tito Boeri, professore alla Bocconi – che lavorare meno non vuole dire lavorare tutti. Ogni volta che si è stabilito per legge una riduzione obbligatoria dell’orario di lavoro, non solo si sono distrutte le ore, ma anche i posti di lavoro. L’unica strada che si può percorrere è quella della contrattazione aziendale, caso per caso, in base alle esigenze specifiche di datori di lavoro e lavoratori”.

In un fitto carteggio del gennaio 1933 ne parlano ampiamente Giovanni Agnelli e Luigi Einaudi, allora entrambi senatori. Il primo – sorprendentemente per un industriale – si domanda se per affrontare la disoccupazione di massa di quegli anni arrivata al picco di 25 milioni di senza lavoro, anche per la progressiva meccanizzazione dei processi produttivi, non possa essere efficace una “riduzione generale uniforme delle ore di lavoro”.

Einaudi, futuro Governatore della Banca d’Italia e poi Capo dello Stato, replica che no, quel dubbio non ha fondamento. E spiega: “La disoccupazione tecnica non è una malattia; è una febbre di crescenza, un frutto di vigoria e di sanità. È una malattia, della quale non occorre che i medici si preoccupino gran fatto, ché essa si cura da sé”. Perché, appunto, nella concezione liberale è il mercato che ha in sé la terapia per riequilibrare il lavoro.

Eppure dagli anni Trenta a oggi la questione, anche in Italia, è rimasta sostanzialmente la stessa. Certo nel nuovo Millennio appare difficile trovare un imprenditore che possa ragionare nei termini del senatore Agnelli, ma è invece interessante notare che il tabù dell’orario sia stato timidamente rotto nella comunità degli economisti. Fiorella Kostoris è la studiosa che involontariamente suggerì nel 2004 all’allora premier Silvio Berlusconi di abolire un po’ di ferie per far lavorare di più gli italiani e accrescere la produttività. Ma ora il protagonista è le tempesta perfetta della crisi finanziaria.

Così in un articolo sul Sole 24 Ore ha scritto a fine gennaio che sì, l’orario di lavoro è una delle leve su cui agire per difendere il lavoro. Ragiona sul caso tedesco ma per analogia la sua analisi sembra estensibile all’Italia. “Si è di fronte – sostiene Kostoris – ad uno shock negativo reale, sistemico, da domanda, che fa emergere un eccesso di offerta nelle aziende, non compensabile con vendite all’estero a causa della generalità della crisi; in passato invece la domanda interna e internazionale tiravano e la minaccia per l’occupazione tedesca veniva dalla eventuale sua sostituzione con lavoratori meno pagati”.

“Di fronte all’eccesso attuale di offerta, la soluzione migliore sarebbe espandere con larghe detassazioni e con spese sociali i redditi dei lavoratori, dei consumatori e dei risparmiatori, nonché procedere a maggiori acquisti pubblici di prodotti privati. Poiché i limiti e i vincoli di finanza pubblica non lo consentono – conclude Kostoris -, al fine di colmare il divario fra offerta e domanda, si permette alle imprese di contrarre la produzione, diminuendo l’impiego di personale e contemporaneamente si riduce il consumo meno che proporzionalmente, in quanto il reddito dei parzialmente occupati è sostenuto dai sussidi pubblici”.

Insomma si riduca l’orario per garantire ai lavoratori il lavoro e un reddito che possa sostenere un po’ la domanda. In attesa di tempi migliori, però. Sia chiaro.

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8 febbraio 2009
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In Australia incendi fuori controllo: sono quasi 100 le vittime

(Epa)(Epa)

I soccorritori continuano a trovare cadaveri carbonizzati nei villaggi e fattorie a nord di Melbourne

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SYDNEY – L’Australia brucia: è arrivato a quasi cento morti il bilancio provvisorio degli incendi fuori controllo che accompagnano l’ondata di caldo. Secondo le notizie diffuse dalla polizia, nei villaggi e fattorie a nord di Melbourne i soccorritori continuano a trovare cadaveri carbonizzati e che con ogni probabilità questo numero aumenterà ancora.

CENTINAIA LE CASE DISTRUTTESono centinaia le case distrutte dal fuoco che, alimentato dalle altissime temperature e dal vento, sta devastando le zone rurali intorno a Melbourne. Un portavoce della polizia ha detto che spesso, quando si riesce a raggiungere le rovine fumanti di abitazioni isolate tra la boscaglia – dove ormai il fuoco ha incenerito tutto -, si scoprono dei cadaveri. Il governo ha messo in stato di allerta l’esercito ed ha stanziato con procedura urgente nuovi fondi. Intanto migliaia di pompieri sono mobilitati. Testimoni riferiscono che in taluni casi il fuoco avanza a grandissima velocità, investendo case e tagliando strade così da impedire le vie di fuga.

(Reuters)

(Reuters)

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8 febbraio 2009

fonte: http://www.corriere.it/esteri/09_febbraio_08/australia_incendi_morti_eb538bc8-f5ba-11dd-9877-00144f02aabc.shtml

GAZA – E’ questa la Pace di Israele?: Israeli forces open fire on Palestinian farmers and internationals in Al Faraheen

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Israeli soldiers open fire on Palestinian farmers and international Human Rights Workers twice in threepict0385 days

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Israeli soldiers again opened fire on Palestinian farmers and international Human Rights Workers (HRWs) on Thursday 5th February, as they attempted to harvest parsley in agricultural land near the Green Line.

Returning to farm-land of Al Faraheen village, in the Abassan Jedida area, east of Khan Younis, where soldiers had opened fire on Tuesday 3rd February, farmers and HRWs were able to harvest the parsley crop for only half an hour, before soldiers again began to shoot. A number of shots were fired into the air, before the soldiers started to aim in the direction of the farmers and international accompaniment. Bullets were heard to whiz past, close to people’s heads.

The soldiers continued to shoot on the group, despite the fact that many members of the group had their arms in the air and were wearing
fluorescent vests to make them highly visible, and identify them as Human Rights Workers; had erected a banner indicating that the farmers
and accompaniment were civilians; contact had been made with the Israeli army to advise them that Palestinian civilians and internationals would be working in the area; the various international embassies had been advised of the planned accompaniment; and the internationals were announcing their presence via a megaphone – demanding that the soldiers stop shooting on unarmed civilians.

pict0393“We are unarmed civilians! We are farmers and international Human Rights Workers! Stop Shooting!”

With internationals acting as human shields, the farmers – after initially lying down to avoid being shot – attempted to continue harvesting. After a few moments, however, the shooting intensified and farmers decided to leave the area, rather than be killed. Internationals announced on the megaphone that the group was leaving the area – asking that the soldiers halt their fire. Instead, as the group started to leave, the shooting further intensified in rapidity and proximity. Even after the group had taken refuge in a house, approximately 1km from the Green Line, the soldiers continued to shoot at nearby houses that were demolished during the recent Israeli Operation Cast Lead.

This behaviour on the part of the Israeli soldiers was an almost exact repeat of their response to the presence of the farmers and internationals, in the same area of farm-land, two days before. On the Tuesday, however, the group was able to harvest for two hours before soldiers began to shoot. Whilst farmers had hoped to be able to wait-out the shooting, in order to continue harvesting, it quickly
became clear that the situation was too dangerous for that to be possible.

The farmers of Al Faraheen are particularly aware of the level of danger they face when entering farm lands that are within 1 km of the Green Line – after watching their friend and colleague, 27 year old Anwar Il Ibrim, from neighbouring Benesela, killed by a bullet to the neck while he was picking parsely in the same area, just one week before.pict0390

The owner of the land, Yusuf Abu Shaheen, commented after Tuesday’s gun-fire “If you [internationals] hadn’t been with us today, the soldiers would have killed us all”.

Whilst it has become increasingly dangerous for farmers to enter their lands near the Green Line, especially since the recent Israeli attacks, for farmers like Yusuf, there is an economic imperative to harvest his crops. Yusuf explains that just to plant the crops and keep them watered and fertilised, costs him $2000 each month – money that has already been spent. There is the additional factor of a lack of water that increases the sense of urgency to harvest crops planted in the vicinity of the Green Line. Israeli forces broke the pipes for the area one week before their war on Gaza began. The parsley in the most dangerous areas, with water, could very well have been left for another week or two without harvesting – in the hope that the soldiers might become less aggressive over time. Without water, the plants are becoming increasingly tough, sweet and salty. If they are not harvested soon, they will become worthless.

The workers, who are employed by Yusuf to harvest the crops, also put themselves in mortal danger every time they enter the lands close to the Green Line. Like most in the Gaza Strip, they too are compelled by economic concerns to risk their lives for the meager sum of 20
shekels ($5)/day. With an unemployment rate of 40%, and almost two-thirds (900 000) of Gaza’s residents reliant on the United Nations Relief and Works Agency (UNRWA), the levels of poverty existing in Gaza mean that, for many families, money earned by sons and farmers risking their lives near the Green Line, might be the only money they have.

Anwar’s mother explains that her son hadn’t worked in the Al Faraheen area for 6 months – not since a large-scale Israeli incursion into the
area in May 2008, and the following Israeli military aggression, made agricultural work in the area extremely dangerous. Anwar, the only
son in the family, felt compelled to try to earn whatever he could to support the family – in particular to buy medicine for his ailing and paralysed father.

The ability of farmers to earn money from these lands is not only being threatened by the daily shooting from the Israeli army, however, but also by the inability to irrigate the crops. On Tuesday, Yusuf took the opportunity to remove expensive connecting valves from the irrigation pipes. On Thursday, an elderly farmer was pulling up all of the irrigation pipes themselves – now useless as it is impossible to get water to the area. This crop the farmers have spent two days trying to harvest, seems likely to be the last that will be planted there for some time.

pict0388Such actions – shooting at farmers trying to work their lands; and destroying irrigation systems – are part of the wider, systematic economic oppression of Palestinians. Along with sanctions and a siege that prevents Palestinians from importing and exporting goods; and denies freedom of movement to work in other countries, Israeli military forces also attempt to prevent Palestinians from deriving income from other methods, such as fishing and farming – through extreme levels of military force. Indeed, throughout the 23-day war on Gaza, the Israeli military, along with demolishing approximately 10,000 homes, and damaging many thousands more to the extent to which they are uninhabitable, intentionally killed hundreds of thousands of livestock, and bulldozed thousands of dunums of agricultural land.

In order to stand in solidarity with farmers in their struggle against this economic oppression, international HRWs will continue to accompany farmers to dangerous lands – challenging Israeli military imposition of “closed military zones” in areas that they claim to no longer occupy.

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7 febbraio 2009

fonte: http://palsolidarity.org/2009/02/5065

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RINGRAZIAMO ARIAL PER LA SEGNALAZIONE

Peacereporter e Presa Diretta con noi a Gaza

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Amici reporters di Peacereporter e “Presa Diretta“,
giornalisti che restano umani,
ci hanno accompagnato in una delle nostre azioni di interposizione non violenta a difesa della popolazione civile di Gaza, e si sono presi i proiettili israeliani con noi:


Contadini, giornalisti e pacifisti internazionali bersagliati dal fuoco dei cecchini israeliani. La gente di Gaza non ha il diritto neanche di raccogliere il prezzemolo

dal nostro inviato

Oggi i soldati israealiani hanno sparato contro giornalisti italiani, membri del gruppo pacifista International Solidarity Movement (Ism) e contadini palestinesi. La sparatoria e’ avvenuta nella zona agricola a ridosso del villaggio di El Farai’n, a nord di Khan Younis, nel mezzo della Striscia di Gaza, a duecento metri dal confine israeliano.

foto di naoki tomasiniIl perché i cecchini di Tsahal abbiano preso di mira un gruppo di civili disarmati si potrebbe spiegare pensando a un’azione intimidatoria. Ma non e’ cosi’. Da sempre gli agricoltori e gli allevatori palestinesi che lavorano nei campi al confine sono oggetto del fuoco dei soldati israeliani. Nei giorni scorsi, nella zona dove ci trovavamo, un contadino e’ stato ucciso. Per questo, le colture giacciono incolte nei campi e la popolazione e’ di fatto privata della loro principale fonte di sostentamento. Questa mattina abbiamo accompagnato i membri dell’Ism, un movimento composto da cittadini di numerose nazionalità, tra cui anche l’italiano Vittorio Arrigoni, nei campi di prezzemolo di El Farai’n. La giornata prevedeva un’azione cosiddetta ‘di interposizione non violenta’, una pratica consueta per i movimenti pacifisti che operano nei Territori Occupati: ci si frappone tra l’esercito e i civili palestinesi per consentire alla popolazione di svolgere le loro attivita’, altrimenti limitate dal tiro al bersaglio, alle volte fatale, da parte dei soldati israeliani.

foto di naoki tomasiniI contadini hanno lavorato indisturbati per circa due ore, mentre una dozzina di pacifisti dell’Ism, alcuni muniti di megafono e casacche catarifrangenti, osservavano eventuali presenze di soldati al di là del reticolato che segna il confine. Intorno a mezzogiorno, due jeep e un veicolo blindato si sono avvicinati alla rete. Alcuni soldati sono scesi e hanno preso posizione nelle postazioni di tiro. Uno, o più probabilmente due di loro, sono saliti sul tetto di uno dei mezzi e hanno cominciato a fare fuoco. I proiettili hanno colpito terra ad alcuni metri da noi, mentre i contadini, che senza la presenza di ‘internazionali’ avrebbero sicuramente corso rischi enormi per la loro vita, si buttavano a terra. Paradossalmente, il luogo piu’ sicuro dove rifugiarsi erano proprio i profondi solchi sul terreno lasciati dai tank e dai bulldozer israeliani, che tutto intorno hanno tagliato i campi e devastato decine di abitazioni. La zona è stata infatti il punto di penetrazione dei mezzi israeliani che hanno diviso in due la Striscia durante l’operazione ‘Piombo Fuso’. Tutto intorno agli appezzamenti le abitazioni contadini portano i segni dell’offensiva. Case frantumate, o perforate da missili, o crivellate dall’artiglieria.

foto di naoki tomasiniLa gragnuola di colpi é durata a lungo. I cecchini continuavano a sparare nella nostra direzione, mentre dal megafono gli attivisti li esortavano, senza successo, a cessare il fuoco: “Nessuno e’ armato. Siamo tutti civili. Non sparate”. A intervalli di qualche minuto, raffiche di decine di proiettili hanno sibilato accanto a noi. Dalle zolle del terreno si levavano nuvole di polvere a meno di due-tre metri. La presenza di pacifisti e giornalisti, tra i quali anche due documentaristi di Rai Tre, Manolo Luppichini e Jacopo Mariani, e’ servita da deterrente per evitare che i contadini venissero feriti o uccisi. Tuttavia, durante una di queste iniziative, negli anni scorsi un attivista britannico e’ morto dopo essere rimasto in coma per sei mesi a seguito del tiro di un cecchino mentre stava accompagnando dei bambini a Rafah. Rachel Corrie, un’altra pacifista britannica é rimasta schiacciata nel 2003 da un bulldozer israeliano. Il vice-console Francesco Santilli, informato dall’Ansa, ci ha contattati poco dopo l’incidente. Gli abbiamo riferito nei dettagli la dinamica dei fatti, sollecitando un intervento, sotto forma di protesta ufficiale, presso le autorità israeliane.

Luca Galassi

Restiamo umani, Vik

Vittorio Arrigoni in Gaza
Contatto e donazioni: guerrillaingaza@gmail.com
telefono: 00972(0)59 8378945

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QUI POTETE SCARICARE LE IMMAGINI DELL’ATTACCO ISRAELIANO

5th Feb – Abassan action.zip (36900 KB)