Archivio | febbraio 9, 2009

Ciao Eluana, dopo 17 anni finisce il calvario

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È la sera del 9 febbraio, poco dopo le 20. In Italia tutti parlano di lei. Al Senato si discute di un disegno di legge che vieti la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione a chi, come lei, è in stato vegetetativo. Il giorno dopo sono in programma manifestazioni nelle piazze: la gente vuole esprimere vicinanza a Beppino Englaro, alla sua battaglia. Difendere la Costituzione e i principi democratici che la determinano. Scontri, polemiche, dibattiti: tutto in suo nome. E mentre il mondo si agita, lei da questo mondo se ne va. Eluana Englaro alle 20 e 10 muore.

Dopo 17 anni di immobilità, dopo le cure ricevute a Lecco nella casa di cura Beato Luigi Talamoni, dove è stata ricoverata 15 anni fino al 3 febbraio, dopo quattro giorni di riduzione graduale dell’alimentazione e idratazione nella clinica Udine  “La Quiete”, e prima di quanto anche i medici immaginassero, Eluana si spegne.
«Sì, ci ha lasciati. Ma non voglio dire niente, voglio soltanto stare solo»: sono le poche parole, tra le lacrime, di Beppino Englaro. Solo, come è stato lasciato a lungo nella sua battaglia a difesa della volontà di sua figlia. È stato l’anestesista Amato De Monte a telefonare ad avvisare il padre di Eluana, mentre anche la presidente della clinica, Ines Domenicali, confermava il decesso.

«È morta all’improvviso – spiega il neurologo Carlo Alberto Defanti, che ha seguito Eluana – ed è una cosa che non prevedevamo. Ha avuto una crisi improvvisa, per subentrate complicazioni respiratorie, ha cominciato a respirare male, in maniera sconnessa fino all’arresto respiratorio, sulla cui natura dirà una parola certa l’autopsia che era già programmata. Eluana è stata sempre senza coscienza, senza quelle strutture cerebrali che, in persone sane, fanno provare sensazioni di gioia, felicità, come anche di dolore e sofferenza».

Ma dopo le considerazioni cliniche, il neurologo si lascia andare a una riflessione: «Questa è la dimostrazione che la natura è sempre più forte e più imprevedibile di noi. La mia prima reazione è stata di sorpresa – racconta  – nessuno di noi ci aspettava una fine così repentina, dovono essere intervenuto delle complicazioni che ancora non conosciamo. Ma la natura ci pone sempre delle sfide di fronte alla nostra capacità di caprirla o di prevedere il futuro».

E prova a esprimere i suoi sentimenti: «Non riesco nemmeno ad analizzarli – dice il medico – naturalmente non posso dire di essere contento, perché alla fine si tratta di una tragedia che si è compiuta. L’unico senso di sollievo che provo è al pensiero di quello che i genitori di Eluana avrebbero dovuto passare se, come sembrava, sarebbe stato approvato il provvedimento in discussione in Parlamento».

A chi gli ricorda che si è parlato molto di ‘tutela della vita’, Defanti risponde: «Quando mi agitano di fronte quelle due parole quasi a dirmi che io non tutelo la vita mi vengono i brividi. Io non sono un alfiere di morte, Beppino Englaro non tifa per la morte. Chi ha amato Eluana più di ogni altro sta solo rispettando le leggi e le sentenze. C’è troppa disinformazione sulle realtà cliniche e mediche come quella di Eluana. E c’è chi ha colto l’occasione per distorcere la realtà. Sento parlare di sofferenza non calcolata, di una donna sofferente e spenta da 17 anni che potrebbe avere figli, sono troppe le idiozie di questo tipo».

A Paluzza in Friuli, il paese natale della famiglia Englaro, la settimana scorsa Beppino Englaro aveva telefonato al parroco, aveva voluto prendere accordi sul funerale della figlia, non nascondendo il suo rammarico per talune posizioni della Chiesa e su quanto stava accandendo intorno a lui e alla sua famiglia. Le polemiche non si placheranno, il rammarico resta. Ma Eluana è libera. Paluzza la saluterà per l’ultima volta. E i suoi genitori continueranno ad amarla, come, più di sempre.

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Una storia dolorosa durata 17 anni

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Queste le tappe che hanno segnato la vicenda di Eluana Englaro:

1992
Il 18 gennaio, dopo un incidente d’auto, Eluana Englaro, 20 anni, cade in uno stato vegetativo permanente. Ricoverata a Lecco, è alimentata con un sondino. La ragazza respira autonomamente pur senza coscienza, a causa della corteccia cerebrale necrotizzata.

1993
Dopo un anno, la regione superiore del cervello di Eluana è andata incontro a una degenerazione definitiva. I medici non lasciano alcuna speranza di ripresa.

1994
Eluana entra nella casa di cura di Lecco ‘Beato L. Talamoni’, delle suore misericordine. Deve essere alimentata con un sondino nasogastrico e idratata.

1999
Beppino Englaro chiede al tribunale di Lecco di poter rifiutare l’alimentazione artificiale della figlia. Ma i giudici dicono no.

2000
Beppino si rivolge anche al presidente Ciampi, e dice che Eluana aveva detto che non avrebbe mai accettato di vivere in quelle condizioni.

2003
Viene ripresentata la richiesta di lasciar morire Eluana, ma tribunale e Corte d’Appello la respingono. E così accadrà ancora nel 2006.

2005
Il 20 aprile la Cassazione avalla la decisione dei giudici milanesi presa nel 203, ma apre uno spiraglio alla richiesta del padre, ritenendo che la stessa non poteva essere accolta perché, tra l’altro, mancavano “specifiche risultanze” sulle reali volontà della ragazza.

2007
Il 16 ottobre la Cassazione rinvia di nuovo la decisione alla Corte d’Appello di Milano, sostenendo che il giudice può autorizzare l’interruzione in presenza di due circostanze concorrenti: lo stato vegetativo irreversibile del paziente e l’accertamento che questi, se cosciente, non avrebbe prestato il suo consenso alla continuazione del trattamento.

2008
Il 9 luglio la Corte d’appello di Milano riesamina la vicenda e autorizza la sospensione dell’alimentazione.

2008
Il 10 luglio il quotidiano Avvenire parla di ‘pena di morte’, di una “mostruosità, riferendosi alla sentenza di Milano, di fronte alla quale “non ci si può rassegnare all’inchino”.

2008
Il 16 luglio Camera e Senato sollevano un conflitto di attribuzione contro la Cassazione, il caso finisce in Corte Costituzionale.

2008
Il 3 settembre la famiglia chiede alla Regione Lombardia di indicare una struttura dove eseguire quanto stabilito dalla Corte d’appello, cioé interrompere definitivamente l’alimentazione artificiale e l’idratazione. Ma la Regione dice no.

2008
L’8 ottobre la Corte Costituzionale dà ragione a Cassazione e Corte d’Appello (che avevano stabilito le condizioni per l’interruzione dell’alimentazione).

2008
L’11 ottobre le condizioni di Eluana si aggravano a causa di un’emorragia interna.

2008
Il 13 ottobre il professor Umberto Veronesi, oncologo di fama mondiale e già ministro della salute, dice che ‘come persona Eluana e’ morta 16 anni fa’.

2008
Il 10 novembre il sottosegretario alla sanità Eugenia Roccella, già leader del comitato Scienza e Vita, lancia un appello alla Cassazione: “ci ripensi, perché sarebbe la prima volta in Italia che qualcuno muore, tra l’altro di fame e di sete e con un’agonia di almeno 15 giorni, per effetto di una sentenza”.

2008
L’11 novembre il card. Javier Lopez Barragan, dichiara che sospendere l’idratazione e l’alimentazione in un paziente in stato vegetativo è “una mostruosità disumana e un assassinio”. Secondo gli avvocati della famiglia Englaro, secondo i quali invece “é ora che Eluana venga lasciata morire come chiede suo padre da 16 anni”.

2008
Il 16 dicembre il ministro del Welfare Maurizio Sacconi firma un atto di indirizzo per le Regioni al fine di “garantire a qualunque persona diversamente abile il diritto alla nutrizione e idratazione” in tutte le strutture del Servizio sanitario nazionale, precisando che lo stop a tali trattamenti nelle strutture del Ssn è “illegale”.

2008
Il 22 dicembre la Corte europea per i diritti dell’uomo respinge, giudicandolo “irricevibile”, il ricorso presentato da diverse associazione contro la sentenza della Corte d’appello di Milano che autorizza il distacco del sondino per l’alimentazione artificiale ad Eluana.

2009
Il 3 febbraio Eluana lascia la casa di cura Beato Luigi Talamoni di Lecco, dove si trova da 15 anni. L’ambulanza con Eluana arriva alla casa di riposo ‘La Quiete’ di Udine e viene sistemata in una stanza al piano terra della struttura. Il ministro del Welfare chiede alla regione chiarimenti su ricovero Eluana.

2009

Il 4 febbraio le associazioni cattoliche manifestano davanti a casa riposo ‘La Quiete’ per mantenere in vita Eluana. L’Assessore regionale alla Salute, Wladimir Kosic, incontra a Roma Ministro Welfare su ricovero Eluana. «Stiamo lavorando per intervenire», dice il Presidente del ConSiglio Silvio Berlusconi.

2009
Il 5 febbraio il Procuratore della Repubblica di Udine, Antonio Biancardi, incontra Giuseppe Campeis, legale della famiglia Englaro, e l’anestesista Amato De Monte. Il neurologo Carlo Alberto Defanti annuncia che dal giorno successivo comincerà la riduzione del delle sostanze nutrienti somministrate a Eluana Englaro.  La Procura ufficializza l’avvio di indagini sulla vicenda di Eluana Englaro; riguardano esposti e denunce inviati a Polizia e Carabinieri e il protoccolo d’attuazione del decreto della Corte di Appello di Milano.

2009
Il 6 febbraio il governo vara un decreto legge che prevede il divieto della sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione a pazienti in stato vegetativo permanente. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che aveva già mandato una lettera al governo spiegando i motivi dell’incostituzionalità dell’atto e suggerendo all’esecutivo di non vararlo, non firma il decreto. Ed è scontro istituzionale. Il Procuratore generale della Repubblica di Trieste, Beniamino Deidda, precisa che «le indagini della Procura di Udine non riguardano la sentenza della Cassazione». Il Procuratore della Repubblica di Udine, Antonio Biancardi, spiega che «le indagini avviate riguardano unicamente il contenuto degli esposti e delle denunce pervenute al suo Ufficio».  Il ministro del Welfare annuncia di aver inviato ispettori alla Quiete di Udine. L’avvocato della famiglia Englaro, Giuseppe Campeis, commenta: «Gli ispettori del Ministro non possono avere poteri inibitori». In serata un nuovo consiglio dei ministri si riunisce per approvare un disegno di legge che recepisce il testo del decreto.

2009
Il 7 febbraio il governo presenta il ddl subito inviato al Senato. Ispettori inviati dal ministro del Welfare visitano l’Azienda sanitara 4 “Medio Friuli”. Gli ispettori arrivano alla casa di riposo ‘La Quiete’. Ripartono dopo un paio d’ore, senza fare alcuna dichiarazione.

2009
Il 9 febbraio mentre è in discussione il ddl al Senato, Eluana Englaro muore.
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La foto che manca

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di Giovanni Maria Bellu

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Guardate bene quelle foto. I giornali domani ne saranno pieni. Le televisioni inonderanno le case degli italiani con l’immagine di Eluana. E taceranno il fatto che quella ragazza, la ragazza sorridente delle foto, non esiste più da diciassette anni.

Il presidente del Consiglio, con la tempestività dello specialista di marketing, ha immediatamente avviato la seconda fase dell’operazione-Eluana. La sua prima dichiarazione è chiara fino alla spudoratezza.  “E’ stata resa impossibile l’azione per salvarla”.

Guardate quella foto e osservate la curva dei sondaggi. Cinque giorni fa due italiani su tre condividevano la scelta di Beppino Englaro. Ieri il paese era diviso a metà. Nel mezzo c’è stata una delle più colossali operazioni di disinformazione del dopoguerra. Sarà interessante e istruttivo studiarla. Perché la campagna mediatica della tragedia di Eluana Englaro è la dimostrazione evidente dei danni che la cosiddetta “anomalia italiana” è in grado di produrre nella libera formazione del consenso.

La tempestività con cui Silvio Berlusconi ha diffuso la sua dichiarazione chiarisce a tutti quelli che ancora non se n’erano accorti il senso dell’intera operazione: attribuire la morte di Eluana Englaro al capo dello Stato e all’intera opposizione. Con qualche venatura di “giallo” come ha potuto constatare chi, poco fa, si trovava davanti alla televisione e ha avuto la disgrazia di sentire Bruno Vespa.

L’uso delle immagini della ragazza sarà, nei prossimi giorni, il proseguimento con altri mezzi della falsificazione operata attraverso i servizi sui risvegli dal coma (di persone in condizioni totalmente diverse da Eluana Englaro) o con l’utilizzo ossessivo di verbi quali “bere” e “mangiare” (spesso accompagnate da immagini di focacce e bottiglie d’acqua). Per questo è importante guardare bene, cioè in modo adulto e consapevole, quelle vecchie foto.

Perché il loro uso e abuso richiamerà un’assenza. Richiamerà l’immagine mancante. Quella di Eluana nel letto di morte.
L’immagine che, se solo avesse voluto, Beppino Englaro avrebbe potuto diffondere per mettere a tacere i suoi calunniatori. Non l’ha mai fatto. Non ha voluto farlo.  Ma questo, state sicuri, le televisioni del premier non lo diranno.

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9 febbraio 2009

fonti: http://www.unita.it/news/81329/ciao_eluana_dopo_anni_finisce_il_calvario

http://www.unita.it/news/81316/una_storia_dolorosa_durata_anni

http://www.unita.it/news/81331/la_foto_che_manca

ADDIO ELUANA / Non poteva esserci scempio più atroce

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IL COMMENTO

Non poteva esserci scempio più atroce

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di EUGENIO SCALFARI

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IL CASO ENGLARO appassiona molto la gente poiché pone a ciascuno di noi i problemi della vita e della morte in un modo nuovo, connesso all’evolversi delle tecnologie. Interpella la libertà di scelta di ogni persona e i modi di renderla esplicita ed esecutiva. Coinvolge i comportamenti privati e le strutture pubbliche in una società sempre più multiculturale. Quindi impone una normativa per quanto riguarda il futuro che garantisca la certezza di quella scelta e ne rispetti l’attuazione.

Ma il caso Englaro è stato derubricato l’altro ieri da simbolo di umana sofferenza e affettuosa pietà ad occasione politica utilizzabile e utilizzata da Silvio Berlusconi e dal governo da lui presieduto per raggiungere altri obiettivi che nulla hanno a che vedere con la pietà e con la sofferenza. Non ci poteva essere operazione più spregiudicata e più lucidamente perseguita.

Condotta in pubblico davanti alle televisioni in una conferenza stampa del premier circondato dai suoi ministri sotto gli occhi di milioni di spettatori.
Non stiamo ricostruendo una verità nascosta, un retroscena nebuloso, una opinabile interpretazione. Il capo del governo è stato chiarissimo e le sue parole non lasciano adito a dubbi. Ha detto che “al di là dell’obbligo morale di salvare una vita” egli sente “il dovere di governare con la stessa incisività e rapidità che è assicurata ai governanti degli altri paesi”.

Gli strumenti necessari per realizzare
quest’obiettivo indispensabile sono “la decretazione d’urgenza e il voto di fiducia”; ma poiché l’attuale Costituzione semina di ostacoli l’uso sistematico di tali strumenti, lui “chiederà al popolo di cambiare la Costituzione”.

La crisi economica rende ancor più indispensabile questo cambiamento che dovrà avvenire quanto prima.
Non ci poteva essere una spiegazione più chiara di questa. Del resto non è la prima volta che Berlusconi manifesta la sua concezione della politica e indica le prossime tappe del suo personale percorso; finora si trattava però di ipotesi vagheggiate ma consegnate ad un futuro senza precise scadenze. Il caso Englaro gli ha offerto l’occasione che cercava.

Un’occasione perfetta per una politica che poggia sul populismo, sul carisma, sull’appello alle pulsioni elementari e all’emotività plebiscitaria.

Qui c’è la difesa di una vita, la commozione, il pianto delle suore, l’anatema dei vescovi e dei cardinali, i disabili portati in processione, le grida delle madri. Da una parte. E dall’altra i “volontari della morte”, i medici disumani che staccano il sondino, gli atei che applaudono, i giudici che si trincerano dietro gli articoli del codice e il presidente della Repubblica che rifiuta la propria firma per difendere quel pezzo di carta che si chiama Costituzione.

Quale migliore occasione di questa per dare la spallata all’odiato Stato di diritto e alla divisione dei poteri così inutilmente ingombrante? Non ha esitato davanti a nulla e non ha lesinato le parole il primo attore di questa messa in scena. Ha detto che Eluana era ancora talmente vitale che avrebbe potuto financo partorire se fosse stata inseminata. Ha detto che la famiglia potrebbe restituirla alle suore di Lecco se non vuole sottoporsi alle spese necessarie per tenerla in vita.

Ha detto che i suoi sentimenti di padre venivano prima degli articoli della Costituzione. E infine la frase più oscena: se Napolitano avesse rifiutato la firma al decreto Eluana sarebbe morta.

Eluana scelta dunque come grimaldello per scardinare le garanzie democratiche e radunare in una sola mano il potere esecutivo e quello legislativo mentre con l’altra si mette la museruola alla magistratura inquirente e a quella giudicante.

Questo è lo spettacolo andato in scena venerdì. Uno spettacolo che è soltanto il principio e che ci riporta ad antichi fantasmi che speravamo di non incontrare mai più sulla nostra strada.

Ci sono altri due obiettivi che l’uso spregiudicato del caso Englaro ha consentito a Berlusconi di realizzare.
Il primo consiste nella saldatura politica con la gerarchia vaticana; il secondo è d’aver relegato in secondo piano, almeno per qualche giorno, la crisi economica che si aggrava ogni giorno di più e alla quale il governo non è in grado di opporre alcuna valida strategia di contrasto.

Dopo tanto parlare di provvedimenti efficaci, il governo ha mobilitato 2 miliardi da aggiungere ai 5 di qualche settimana fa. In tutto mezzo punto di Pil, una cifra ridicola di fronte ad una recessione che sta falciando le imprese, l’occupazione, il reddito, mentre aumentano la pressione fiscale, il deficit e il debito pubblico. Di fronte ad un’economia sempre più ansimante, oscurare mediaticamente per qualche giorno l’attenzione del pubblico depistandola verso quanto accade dietro il portone della clinica “La Quiete” dà un po’ di respiro ad un governo che naviga a vista.

Quando crisi ingovernabili si verificano, i governi cercano di scaricare le tensioni sociali su nemici immaginari. In questo caso ce ne sono due: la Costituzione da abbattere, gli immigrati da colpire “con cattiveria”.

Il Vaticano si oppone a quella “cattiveria” ma ciò che realmente gli sta a cuore è mantenere ed estendere il suo controllo sui temi della vita e della morte riaffermando la superiorità della legge naturale e divina sulle leggi dello Stato con tutto ciò che ne consegue. Le parole della gerarchia, che non ha lesinato i complimenti al governo ed ha platealmente manifestato delusione e disapprovazione nei confronti del capo dello Stato ricordano più i rapporti di protettorato che quelli tra due entità sovrane e indipendenti nelle proprie sfere di competenza. Anche su questo terreno è in atto una controriforma che ci porterà lontani dall’Occidente multiculturale e democratico.

Nel suo articolo di ieri, che condivido fin nelle virgole, Ezio Mauro ravvisa tonalità bonapartiste nella visione politica del berlusconismo. Ha ragione, quelle somiglianze ci sono per quanto riguarda la pulsione dittatoriale, con le debite differenze tra i personaggi e il loro spessore storico.

Ci sono altre somiglianze più nostrane che saltano agli occhi. Mi viene in mente il discorso alla Camera di Benito Mussolini del 3 gennaio 1925, cui seguirono a breve distanza lo scioglimento dei partiti, l’instaurazione del partito unico, la sua identificazione con il governo e con lo Stato, il controllo diretto sulla stampa. Quel discorso segnò la fine della democrazia parlamentare, già molto deperita, la fine del liberalismo, la fine dello Stato di diritto e della separazione dei poteri costituzionali.

Nei primi due anni dopo la marcia su Roma, Mussolini aveva conservato una democrazia allo stato larvale. Nel novembre del ’22, nel suo primo discorso da presidente del Consiglio, aveva esordito con la frase entrata poi nella storia parlamentare: “Avrei potuto fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli”.

Passarono due anni e non ci fu neppure bisogno del bivacco di manipoli: la Camera fu abolita e ritornò vent’anni dopo sulle rovine del fascismo e della guerra.
In quel passaggio del 3 gennaio ’25 dalla democrazia agonizzante alla dittatura mussoliniana, gli intellettuali ebbero una funzione importante.
Alcuni (pochi) resistettero con intransigenza; altri (molti) si misero a disposizione.

Dapprima si attestarono su un attendismo apparentemente neutrale, ma nel breve volgere di qualche mese si intrupparono senza riserve.
Vedo preoccupanti analogie. E vedo titubanze e cautele a riconoscere le cose per quello che sono nella realtà. A me pare che sperare nel “rinsavimento” sia ormai un vano esercizio ed una svanita illusione. Sui problemi della sicurezza e della giustizia la divaricazione tra la maggioranza e le opposizioni è ormai incolmabile. Sulla riforma della Costituzione il territorio è stato bruciato l’altro ieri.

E tutto è sciaguratamente avvenuto sul “corpo ideologico” di Eluana Englaro. Non ci poteva essere uno scempio più atroce.

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8 febbraio 2009
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ASSURDO – Arrestato per due ‘canne’: diciassettenne recluso a Catanzaro

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di T.F.

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Basta un giorno. Un passato e un presente già complicati. E il futuro può essere inghiottito da una sentenza. Un giorno Simone, un ragazzo romano di 17 anni, incensurato, è in giro per la città con la sua ragazza. Prende la metropolitana: all’uscita viene fermato da due carabinieri in borghese che lo osservano da un po’. Simone viene accusato di aver ceduto una ‘canna’ a una persona. Dunque spaccio. È l’8 ottobre del 2008. Da allora Simone si trova sottoposto a misure cautelari; a dicembre viene mandato in una comunità per minori in provincia di Catanzaro, in attesa di una perizia psichiatrica. E della nuova decisione del Tribunale dei minori.

Quello che ha portato Simone a 600 chilometri di distanza, in compagnia di altri ragazzi detenuti o affidati ai servizi sociali, ma soprattutto in cura con psicofarmaci, è una sentenza di primo grado. Il giudice infatti ha deciso per questa soluzione, considerate le sue difficoltà famigliari: la madre è morta quando era piccolo, il padre è un ex tossicodipendente, con problemi psichiatrici, giudicato inidoneo ad accudirlo. L’8 ottobre una volta fermato Simone viene perquisito, poi viene setacciata l’abitazione di suo padre, nonostante lui non viva lì. Quello che gli viene trovato è un pezzetto di hashish, per una quantità di principio attivo pari a 0,368 mg: nemmeno due ‘spinelli’. Una quantità tollerata come consumo personale anche dalla legge in vigore (Fini-Giovanardi).

Eppure Simone viene immediatamente portato presso il CPA (Centro di prima accoglienza) Virginia Agnelli, lo stesso in cui è detenuto il 16enne di Nettuno accusato di aver picchiato e incendiato un cittadino indiano. Qui, intimorito, firma l’ accusa a suo carico: detenzione ai fini di spaccio e resistenza a pubblico ufficiale.  «In ogni caso – dice l’avvocato Francesco Romeo che segue il caso – data la quantità irrisoria e il fatto che Simone è minorenne ed incensurato la prassi comunemente adottata in processi di questo tipo per i minori, sarebbe quella di chiudere il caso senza alcuna conseguenza, con la formula giuridica della ‘irrilevanza penale del fatto». Ma la ‘giustizia’ fa il suo corso e a gennaio arriva il giorno del processo di primo grado: il pubblico ministero chiede una condanna a 5 mesi e 10 giorni, la difesa chiede l’irrilevanza penale del fatto o il perdono giudiziale.

La conclusione sembra vicina ed anche la libertà di Simone a portata di mano. Invece il giudice Domenico De Biase, del Tribunale per i Minorenni di Roma, dispone una perizia psichiatrica su Simone e lui deve ancora rimanere in comunità. Così facendo il Tribunale protrae strumentalmente l’applicazione di misure cautelari in un caso – pena inferiore ai 2 anni qualora ci sia condanna – che la legge vieta. «Un caso gravissimo di abuso della misura cautelare – denuncia Romeo – poiché la permanenza di Simone nella comunità per minori equivale a tutti gli effetti agli arresti domiciliari, ad una condizione di privazione della libertà personale, che per la nostra costituzione è un principio inviolabile».

Così Simone passa le sue giornate lontano dai pochi affetti; dalle persone che possono aiutarlo. E sottoposto a visite mediche, udienze civili e penali. «Per la giustizia e la mentalità degli assistenti sociali che si sono occupati del caso, porta impresso un marchio negativo. Il suo ‘marchio’, in sostanza, deriva dall’essere stato in passato, per questa situazione familiare, affidato ai servizi sociali – dicono gli amici – e adesso non sta certo meglio. Alcuni operatori che sono andati a trovarlo in comunità ci hanno detto che là non fa niente. Non c’è nulla di organizzato: né laboratori, né lavori. Però gli danno psicofarmaci e non sappiamo nemmeno perché».

Ci sarebbero state almeno un paio di famiglie disposte ad accogliere Simone, a dargli domicilio presso le loro case. Ma il giudice ha deciso diversamente: no alla scarcerazione, no ai domiciliari, sì al centro di accoglienza. Lontano centinaia di chilometri. «Anche la sfortuna – commentano i ragazzi del Laboratorio Sociale Tana Liberi Tutti – oggi, esattamente come la povertà dei migranti e dei senza tetto, è considerata un reato che vale la schedatura come soggetto potenzialmente criminale. Nel caso di Simone lo Stato, invece di affidarlo a una famiglia – come richiesto dalla difesa che aveva anche presentato più famiglie disposte ad accoglierlo – pensa bene di dargli anche il marchio di ‘instabile mentale’».

Tale ulteriore beffa proprio non va giù agli amici di Simone: «Perché se oltre a non avere la ‘famiglia del Mulino Bianco’ ti interessi di quello che accade intorno a te, per di più tuo padre ha disturbi psichici, si presume che non solo sei un criminale, ma anche un pazzo».

Nei prossimi giorni Simone
verrà raggiunto a Settingiano dal perito della difesa, chiamato dagli amici di Simone. Intanto per sostenere le spese legali gli amici lanciano due appuntamenti: venerdì 13 febbraio, a partire dalle 20.00 un aperitivo. Martedì 17 febbraio, sempre a partire dalle 21.00, cena e dibattito con l’avvocato Francesco Romeo, che darà gli ultimi aggiornamenti sulla vicenda processuale del ragazzo. Tutti invitati al Laboratorio Sociale Tana Liberi Tutti. Mentre Simone aspetta.

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9 febbraio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/81308/arrestato_per_due_canne_diciassettenne_recluso_a_catanzaro

Famiglia Cristiana contro il Governo: «Italia verso il baratro delle leggi razziali» / Scintille tra Famiglia Cristiana e Maroni “Leggi razziali”. “Falso, vi denuncio”

«Italia verso le leggi razziali»Famiglia Cristiana contro il governo

«L’Italia precipita, unico Paese occidentale, verso il baratro di leggi razziali, con medici invitati a fare la spia e denunciare i clandestini, cittadini che si organizzano in associazioni paramilitari, al pari dei ‘Bravì di don Rodrigo, registri per i barboni, prigionieri virtuali solo perchè poveri estremi, permesso di soggiorno a punti e costosissimo». È quanto scrive Famiglia Cristiana di questa settimana nell’editoriale dedicato agli ultimi provvedimenti del governo sulla sicurezza.

«Il ricatto della Lega di cui sono succubi maggioranza e presidente del Consiglio, mette a rischio lo Stato di diritto» e «così l’Italia, già abbastanza» cattiva «con i più deboli, lo diventerà ancora di più: si è varcato il limite che distingue il rigore della legge dall’accanimento persecutorio». Le misure del governo, secondo il settimanale dei Paolini, rappresentano «il soffio ringhioso di una politica miope e xenofoba, che spira nelle osterie padane» e che «è stato sdoganato nell’aula del Senato della Repubblica».

Eppure, continua l’editoriale,
non c’è stata «nessuna indignazione da parte dei cattolici della maggioranza, nessun sussulto di dignità in nome del Vangelo: peccano di omissione e continuano a ingoiare rospi padani senza battere ciglio, ignari della dottrina sociale della Chiesa». Mentre, conclude l’editoriale, «la Lega esulta: finalmente, il bastone padano, evocato da Borghezio nel 1999, oggi è strumento d’ordine autorizzato dal Parlamento».

Ad ottobre il settimanale aveva pesantemente attaccato il governo per il provvedimento sulle “classi ponte”.  «Il primo provvedimento razziale del Parlamento» scriveva Famiglia Cristiana  che «fa scivolare pericolosamente la scuola verso la segregazione e la discriminazione» e accoglie un concetto che «in altra lingua si chiama apartheid». Oggi il nuovo affondo.

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9 febbraio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/81320/italia_verso_il_baratro_delle_leggi_razziali

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Il settimanale dei Paolini all’attacco : “Sull’immigrazione leggi razziali”
Il ministro dell’Interno dà mandato ai suoi legali: “Frasi deliranti, violenza inaudita”

Scintille tra Famiglia Cristiana e Maroni
“Leggi razziali”. “Falso, vi denuncio”

Scintille tra Famiglia Cristiana e Maroni "Leggi razziali". "Falso, vi denuncio"

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ROMA – Scintille tra Famiglia Cristiana e Maroni. Il settimanale torna all’attacco del ministro dell’Interno e bolla come “leggi razziali” l’intenzione di introdurre nel disegno di legge sulla sicurezza, la possibilità concessa ai medici di denunciare i clandestini malati, e l’opportunità per i cittadini di organizzarsi in ronde di quartiere.

Parole già comparse sul settimanale dei paolini dopo la scelta di prendere le impronte ai bambini rom, ma questa volta il ministro dell’Interno ha replicato con una denuncia: “Contro un’aggressione premeditata da parte di chi usa consapevolmente la violenza di affermazioni false per combattere chi ha opinioni diverse dalle proprie – scrive Roberto Maroni – ho dato mandato di agire in sede civile e penale”.

Dure le parole usate da Famiglia Cristiana per giudicare la politica del governo sull’immigrazione. “Il soffio ringhioso di una politica miope e xenofoba, che spira nelle osterie padane, è stato sdoganato”, è scritto nell’editoriale. “La cattiveria invocata dal ministro Maroni è diventata politica del governo”.

Il riferimento è all’intervento che il ministro dell’Interno fece pochi giorni fa quando ad Avellino, rispondendo all’ex ministro dell’Interno Beppe Pisanu che accusava la Lega “di fare discorsi da osteria padana”, annunciò che “per contrastare l’immigrazione clandestina non bisogna essere buonisti ma cattivi“.

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9 febbraio 2009

fonte: http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/politica/dl-sicurezza/maroni-denuncia/maroni-denuncia.html?rss

Testamento biologico su YouTube, gli italiani e la vicenda di Eluana

di Alessia Grossi

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La formula è quella canonica, riconosciuta giuridicamente. Inizia con «io, sottoscritta» o «sottoscritto», cui si aggiungono un collage di decine di nomi. Segue l’attestazione di essere nel pieno delle proprie facoltà mentali, qualcuno aggiunge anche data ora, e precisa di godere di ottima salute. A questo punto si fa partire il “testamento biologico” filmato: «Qualora fossi affetto da una malattia allo stadio terminale, da una malattia o una lesione traumatica cerebrale e invalidante e irreversibile, da una malattia implicante l’utilizzo permanente di macchine o altri sistemi artificiali e tale da impedirmi una normale vita di relazione, non voglio più essere sottoposto ad alcun trattamento terapeutico».

Firmato: Francesco, Matteo, Maria Patrizia, Valeria, Alberto, Carlo, Marco, Gabriele, Giovanni. Nikname, in ordine sparso: «Lucydalceo», «AlbertoGalanti» usato per tre testamenti, «djmelonarpo», «marcoboccaccio», «caerebulldogs».

Già, il nik è necessario, perché queste sono solo alcune delle decine di voci che il loro testamento biologico l’hanno affidato a YouTube.

In altri tempi, altre persone le proprie volontà le hanno confidate a pochi intimi, o affidate, perché no, alle pagine di un diario. In entrambi i casi con la consapevolezza che con buona probabilità di quelle dichiarazioni nessuno avrebbe saputo cosa farsene nel momento in cui fossero servite. I più arditi hanno cercato di unire le volontà, di fare una petizione, una raccolta firme, magari, per proporre una legge che regolasse il «fine vita». E invece niente.

Oggi c’è Internet, e in Internet c’è YouTube. «Trasmetti te stesso» è il motto del sito di diffusione più famoso al mondo. E anche il testamento biologico, le ultime, intime e definitive disposizioni sulla propria vita e la propria morte possono essere un modo per diffondere ai posteri qualcosa di sé. Così, da qualche giorno l’eco di chi ha deciso di affidare alla memoria infinita della Rete le proprie disposizioni come Giovanni o Valeria, perché quella spina, semmai un giorno, possa essere staccata, può essere registrata da milioni di computer.

In un momento in cui sembra che le proprie disposizioni possano non bastare se solo dette all’orecchio di qualcuno o ribadite dalla giustizia perché vengano eseguite, ci si affida ancora una volta all’eco della Grande Rete, la scheda madre di tutte le memorie. Lo schedario indelebile, collettivo e potenzialmente infinito. E anche se per ora «che possa servire a qualcosa» è solo una «speranza», una certezza esiste. La memoria collettiva ha un valore più alto di quello giuridico, ha un valore «morale» dice «Gaypt», uno dei postatori. Il valore morale della parola data che resta indelebile. È la Rete, bellezza, croce e delizia di questi tempi con la sua faccia ambivalente.

YouTube non dimentica. Posta te stesso e resterai schedato, diffondi le tue volontà e nessuno potrà fingere che siano mai esistite. E l’eco si diffonde, fino a che una voce si moltiplica su centinaia di volti.

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9 febbraio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/81305/testamento_biologico_su_youtube_gli_italiani_e_la_vicenda_di_eluana

CRISI – Confesercenti, allarme consumi: “E’ recessione su tutti i fronti” / Pioneer spegne le sue tv

Secondo l’associazione i consumatori stanno riducendo la spesa fino al 20%

Le conseguenze sul commercio: 40.000 imprese chiuse nel 2008, oltre 50.000 nel 2009

Confesercenti, allarme consumi "E' recessione su tutti i fronti"
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ROMA – Dopo l’avvio positivo dei saldi nelle prime due settimane dell’anno, a partire dalla seconda metà di gennaio si avverte “una marcata recessione su tutto il fronte dei consumi”: lo segnala la Confesercenti secondo la quale i settori più colpiti sono quelli di auto, alimentari, tessile, tabacchi. Stando alle stime, sono i consumatori ad aver cambiato comportamento di spesa con risparmi anche del 20%. Ad esempio, le schede telefoniche da 5-10 euro vengono privilegiate rispetto a quelle di maggiore entità. E si acquistano più pacchetti di sigarette da 10 a discapito di quelli da 20.

Secondo l’associazione, “la spesa delle famiglie nel 2009 si ridurrà di un ulteriore 0,5%, dopo il calo dello 0,6-0,7 punti percentuali stimato nel 2008″. Per la Confesercenti, la crisi dei consumi impatta “immediatamente” sulle vendite del commercio: la spesa delle famiglie è influenzata cioè dalla “diffusa incertezza sulla durata della fase recessiva”, dalle “crescenti preoccupazioni sull’evoluzione del mercato del lavoro”, dal “forte aumento dell’inflazione al consumo”, dalle “conseguenze sulla ricchezza delle famiglie condizionata dalle vicende finanziarie e di borsa”.

La riduzione dei consumi ha già avuto conseguenze molto negative per il commercio, ricorda Confesercenti: il 2008 si è chiuso con un saldo negativo di poco meno di 40.000 imprese nell’intero comparto del commercio (dettaglio e ingrosso). In termini occupazionali, “ciò sta a significare circa 120-130.000 posti di lavoro in meno, tra titolari, collaboratori e dipendenti. E’ facile ipotizzare che anche nel 2009 dovremo registrare un volume di chiusure almeno pari a quello del 2008, se non leggermente superiore, intorno alle 50.000 imprese”.

Quanto agli interventi messi in campo per fronteggiare la recessione, per Confesercenti “l’ammontare delle risorse previste è assolutamente insufficiente per sostenere la ripresa dei consumi e dell’attività produttiva”. Anche perché la pressione fiscale rimarrà ancorata, per i prossimi 5 anni, ad un livello “anche superiore al 43%”.

“Come Confesercenti – si legge nella nota diffusa dall’associazione – chiediamo che per i ricavi del 2008 e del 2009 sia ridotta la soglia almeno del 5%, per tener conto degli effetti della crisi, percentuale che richiama il calo medio delle vendite delle piccole superfici commerciali nel 2008 al netto dell’inflazione”.

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9 febbraio 2009
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Secondo il Nikkei Business Daily, l’azienda giapponese alle prese con la crisi potrebbe cessare la produzione diretta dei televisori e dei lettori compresi i Blu Ray

L’azienda starebbe per chiudere l’anno fiscale con circa 1,1 miliardi di euro di perdite

A rischio migliaia di posti di lavoro

Pioneer spegne le sue tv possibile anche l'addio ai dvdUno dei televisori della serie Kuro

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ROMA – Pioneer starebbe per dare l’addio ai suoi televisori. Stando a quanto riporta il giornale giapponese Nikkei Business Daily, che però non chiarisce quali siano le sue fonti, l’azienda potrebbe decidere di uscire da questo settore, alla luce delle forti perdite che sta registrando. Non solo. Tredici anni dopo aver lanciato il primo dvd, Pioneer potrebbe anche cessare la produzione diretta di lettori, sia tradizionali che Blu Ray.

L’azienda, che ha già un accordo con Panasonic per i pannelli al plasma dei modelli 2009, per quanto concerne gli lcd potrebbe stringere un accordo con Sharp, almeno per le serie destinate al mercato europeo. E anche per quanto riguarda i lettori dvd, si parla di una joint venture con la Sharp. Tuttavia, un portavoce di Pioneer ha scelto la strada della cautela, sottolineando che “c’è un’ampio spettro di possibilità” che l’azienda sta esaminando.

Negli ultimi anni, Pioneer ha imboccato la strada dei televisori di qualità, immettendo sul mercato solo modelli di fascia alta come quelli della linea Kuro. Ma questo ha fatto sì che all’azienda nipponica toccasse una fascia molto ristretta di clienti, in un mercato dominato da Panasonic, Samsung, Lg, Hitachi e da molte altre sottomarche con modelli a prezzi stracciati. Ora gli addetti ai lavori ricordano che allo scorso Consumer Electronic Show (Ces), Pioneer si è presentata solo con nuovi player Blu-Ray e non con i televisori Lcd.

Una cosa, però, sembra certa: l’azienda si starebbe apprestando a chiudere l’anno fiscale con forti perdite. Si parla di circa 1,1 miliardi di euro. Una situazione difficile che vede messe a rischio molte migliaia di posti di lavoro.

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9 febbraio 2009
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India, l’assalto ai cristiani: Le aggressioni si sono moltiplicate

https://i0.wp.com/www.porteaperteitalia.org/picture/upload/india_chiesa_distrutta.jpg

I Cattolici sono 15 milioni: metà facevano parte della casta più bassa

Violenze, stupri, conversioni forzate. La guerra «religiosa» degli estremisti indù

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dall’inviato del Corriere Lorenzo Cremonesi

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NUASAI (Regione di Orissa, India sud-orientale)Della ventina di abitazioni nessuna è intatta. Da lontano appare come se l’intero villaggio sia stato devastato da un gigantesco incendio, che si è accanito a bruciare i tetti, le stalle, a ridurre in cenere la mobilia, gli infissi. Non ha risparmiato la piccola chiesa, dedicata a Santa Maria. Soltanto arrivando nell’unica strada centrale appare evidente che tutte le porte sono state sfondate, prima di venire annerite dalle fiamme, e che gran parte dei tetti in lamiera o tegole rosse sono stati perforati da decine di sassate. Molte delle pietre tirate dagli indù al momento del pogrom anticristiano sono ancora ben visibili tra le macerie sui pavimenti. In qualche caso letti, tavoli e armadi in legno sono stati trascinati tra cortili e orti per alimentare i falò.

«Vi bruceremo, vi violenteremo. Fatevi prendere porci convertiti, traditori. Ve la faremo pagare eretici dell’India. Gridavano inferociti. La polizia non c’era. Gli agenti sono arrivati solo cinque giorni dopo, quando la loro presenza era ormai inutile», racconta Damini Policha, una tredicenne dagli occhioni ancora pieni di paura, che ora vive con la madre e cinque sorelle nel campo profughi organizzato nella casa parrocchiale del vicino villaggio di Mandasur. «Ci siamo convertiti all’induismo in massa sotto le minacce. La notte del 30 agosto mi hanno scortata con i miei figli a Sibo Mondir, il tempio qui vicino dedicato a Shivah, e sono stata costretta a pronunciare le formule di rito dipingendomi la fronte. Ma in verità nella mia testa recitavo il Padre Nostro e chiedevo perdono a Gesù. Se non lo avessi fatto avrebbero ucciso mio marito, Mehir, e violentato mia figlia undicenne Mita», ci dice quasi sussurrando Naghistri Poricha, una briosa 42enne che ora ha appeso sul tetto della sua casa nel villaggio di Kalikia il drappo arancione dell’induismo per evitare che possa essere attaccata un’altra volta. Sono passati oltre cinque mesi dalle grandi devastazioni dell’estate scorsa.

Tra il 23 agosto e fine settembre oltre 50 mila cristiani furono espulsi dalle loro case, 315 villaggi vennero attaccati con danni gravissimi, furono bruciate 151 chiese o istituzioni cristiane. Nel solo distretto di Kandamal, dove ora risiedono circa un milione di cristiani convertiti via via sin dagli anni Sessanta, i morti furono una sessantina, i feriti oltre 15 mila. E ci furono diversi casi di violenza carnale contro suore o comunque donne cristiane. Oggi la polizia pattuglia strade e villaggi. Oltre 700 estremisti indù sono tutt’ora in carcere. I campi profughi sono diventati in molti casi strutture semipermanenti, pur se le festività dello scorso Natale sono trascorse tutto sommato in una quiete relativa. Le autorità hanno suggerito che non si celebrassero messe di mezzanotte e che comunque i cristiani restassero il più invisibili possibile. Ancora adesso almeno 40 mila persone rimangono accampate su grandi stuoie, che stendono la sera e accatastano lungo i muri la mattina nei centri di raccolta organizzati dalle parrocchie. I cristiani dell’Orissa sono ancora terrorizzati. Basta viaggiare per un paio di giorni tra i villaggi dispersi sulle colline di Kandamal, la regione coperta di foreste lussureggianti oltre 300 chilometri a est del capoluogo, Bhubaneshwar. Un volta questo era il cuore delle tribù animiste. Una delle regioni più povere e isolate del Paese, con un tasso di analfabetismo che ancora negli anni Settanta sfiorava il 90 per cento e la più alta concentrazione di «dalit», gli ex intoccabili, la casta più bassa del sistema sociale indiano. «Le aggressioni possono riprendere da un momento all’altro.

Negli anni scorsi avevamo già subito il ripetersi di violenze nei nostri confronti. Ma mai gravi come quelle seguite ai fatti del 23 agosto 2008. Da allora sappiamo che gli estremisti indù sono organizzati su larga scala per eliminarci. Solo chi tra di noi si riconvertirà all’induismo avrà salva la vita e potrà tornare al suo villaggio. Il problema è allo stesso tempo religioso, etnico e politico. Ci aspettiamo ulteriori persecuzioni con l’avvicinarsi delle elezioni per il rinnovo dei parlamenti regionali previste entro l’aprile 2009», sostiene padre Bijaya Kumar Pradhan, 49 anni, sacerdote nella diocesi di Reikia, un’altra delle cittadine devastate. Si consuma così un altro dramma dell’intolleranza religiosa nel mondo. In India l’attivismo del fondamentalismo indù si è fatto più acuto dopo i gravi attentati di Mumbai alla fine di novembre. Ne fanno le spese i musulmani, ma anche i cristiani e tutte le altre minoranze che con la loro sola esistenza in questo enorme Paese con oltre un miliardo e 300 milioni di abitanti mettano in dubbio l’identità indù, assieme ai suoi valori sociali, culturali e religiosi. «In questa occasione è tornata alla luce la questione mai sopita del permanere del sistema delle caste. Per chi viene dall’estero è una realtà che lascia stupefatti. Tanti, anche osservatori ben informati sui fatti indiani, scoprono nei momenti di crisi che la nascita dell’India moderna dopo la fine dell’impero britannico nel 1947 e la sua pur avanzata Costituzione laica non hanno mutato l’essenza profondamente ineguale del sistema sociale.

La filosofia indù fa delle caste il fondamento delle relazioni tra gli uomini. L’egualitarismo marxista, assieme all’idea che gli uomini sono tutti eguali di fronte a Dio propagandata da cristianesimo e islam, in realtà sono incompati bili con il credo indù», sostiene Saeed Naqui, noto scrittore e giornalista di Nuova Delhi, a sua volta figlio di una grande e antica famiglia di religione musulmana. Per i circa 25 milioni di cristiani indiani (il 2,5 per cento della popolazione) la situazione è in netto peggioramento. I gruppi indù radicali, legati ai tre movimenti più militanti (lo World Hindu Council, lo Rashtriya Swayamsevak e il Bajirang Dal) hanno da alcuni anni deciso che occorre porre fine a tutti i costi al fenomeno delle conversioni. «Il proselitismo missionario va controllato e vietato in ogni modo», dicono i suoi militanti. E non a caso colpiscono in Orissa: qui i missionari si muovono più facilmente tra i villaggi animisti più remoti e la comunità cristiana è aumentata del 65 per cento in meno di quarant’anni. Già il 24 dicembre 2007 i radicali indù avevano organizzato massicce spedizioni punitive per impedire le celebrazioni del Natale. Ma la violenza è diventata pogrom sistematico dopo la sera del 23 agosto 2008, quando nel villaggio di Jalespata venne assassinato a colpi di mitra l’ultraottantenne Swami Lakshmanananda, celebre leader del Vishwa Hindu Parishad, uno dei gruppi fondamentalisti che dal 1970 predica la necessità categorica del «ritorno alla purezza indù in tutto il Paese». Poco dopo un piccolo gruppo maoista rivendicò la paternità dell’azione. Ma il fronte indù rispose che si trattava di una «copertura ». In realtà i killer sarebbero stati assoldati addirittura dai massimi leader cristiani di Bhubaneshwar e persino Nuova Delhi. E da allora solo la massiccia presenza della polizia impedisce la ripresa delle violenze.

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9 febbraio 2009

fonte: http://www.corriere.it/esteri/09_febbraio_09/India_assalto_ai_cristiani_lorenzo_cremonesi_bc44532c-f677-11dd-9c7e-00144f02aabc.shtml

Veltroni: “Berlusconi mai al Colle”

L’altolà del segretario del Pd: «Se lo tolga dalla testa, non garantisce unità»

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ROMA
«Se lo tolga dalla testa Berlusconi:
al Quirinale non ci andrà mai»: è uno stop netto quello che il leader del Pd Walter Veltroni esprime rispetto alle eventuali ambizioni del premier verso il Colle. In una intervista all’Unità Veltroni spiega che «in quella carica si sono succedute personalità che hanno garantito l’unità della nazione e il rispetto della Costituzione. Lui non è in grado di garantire unità ma solo divisione».

Per Veltroni quello del premier
«è un disegno scellerato e autoritario, già l’anno scorso parlai del rischio di una trasformazione della nostra democrazia e ricordai il modello Putin…». Comunque sia, aggiunge il segretario del Pd, «i cittadini sanno che indebolendo la Presidenza della Repubblica si renderebbe ancora più fragile il paese. Ci vuole un uomo di garanzia. Ci vuole un luogo dove tutto si possono riconoscere. Napolitano e il Quirinale lo sono e devono restarlo». Certo, spiega Veltroni, «dentro i confini dei grandi principi della Costituzione possono realizzarsi interventi che rendono la macchina della democrazia più efficiente e veloce» ma Berlusconi «vuole portare il potere legislativo in una sola mano, la sua».

Infine da Veltroni giunge un plauso a Fini:
«Voglio sottolineare l’autonomia del presidente della Camera. Ci sono avversari politici che conoscono bene la differenza che corre tra le istituzioni e una sezione di partito. Fini lo ha dimostrato in diversi passaggi». Domani comunque il Pd sarà in piazza a Roma e a Milano «per difendere il Capo dello Stato e la Costituzione da chi vuole forzarla». Il che non vuol dire che la Carta non possa essere cambiata: «Il parlamento – ricorda – aveva iniziato un ottimo lavoro. Dentro i confini dei grandi principi della Costituzione, possono realizzarsi interventi che rendano la macchina della democrazia più efficiente e veloce». L’appuntamento per la mobilitazione democratica è dalle 18 a piazza Santissimi Apostoli a Roma, dove l’unico a prendere la parola sarà il senatore a vita Oscar Luigi Scalfaro.

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9 febbraio 2009

fonte: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200902articoli/40827girata.asp

Pedofilia online, è allarme. l’Europa al centro del mercato: oltre 36mila bambini scambiati sul Web

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Il 13esimo Rapporto di Telefono Arcobaleno per la Giornata della sicurezza in Rete

I Paesi del G8, con Spagna e Polonia, sono i principali fruitori e clienti

In Italia, il “pacchetto sicurezza” ha provocato un rallentamento degli interventi dirottando all’Antimafia le segnalazioni del Nucleo Invenstigativo Telematico

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ROMA – I Paesi del G8 sono l’epicentro del mercato dei bambini. Circa la metà delle vittime del traffico pedofilo mondiale ha meno di 7 anni. Il 77% ne ha meno di 9. Un mercato illegale solo in teoria, ma di fatto libero. Perché è drammaticamente vero che chiunque, in questo preciso momento, a Roma o a Francoforte, a Mosca o Boston, Lisbona o Marsiglia può, con la propria carta di credito, scegliere razza, età, genere di perversione sessuale, tratti somatici della bambina (o del bambino) e acquistare, sicuro dell’assoluta impunità, la propria collezione di foto o il proprio film pedofilo. Domani sarà la Giornata Europea per la Sicurezza in Rete, ed è l’occasione per Telefono Arcobaleno, organizzazione che da tredici anni lotta al fianco delle maggiori agenzie di sicurezza internazionali contro lo sfruttamento sessuale infantile, per presentare il 13° Rapporto Annuale sulla pedofilia online.

Uno scenario sconvolgente.
Viene tracciato uno scenario definito sconvolgente dagli stessi relatori, spesso in difficoltà nel redigere il Rapporto, sia per le immagini agghiaccianti selezionate che per l’imbarazzo nel trovare parole capaci di descrivere alcune situazioni decisamente abominevoli. Dalla relazione di Telefono Arcobaleno emerge anche uno scenario che mette in crisi la credibilità delle istituzioni nazionali e sovranazionali, un quadro che vaporizza ogni valore di libertà e dignità della persona umana.

I paesi coinvolti. Stati Uniti, Germania, Russia, Regno Unito, Italia, Francia, Canada e Giappone – il cosiddetto “G8”, cioè i Paesi industrializzati, assieme a Spagna e Polonia – rappresentano i tre quarti dei clienti del pedo-business, dell’unico mercato al mondo capace di porsi, senza regole, al di sopra della morale. Tra i Paesi maggiormente coinvolti nel traffico di materiale pedofilo spiccano la Germania, l’Olanda, gli Stati Uniti, Cipro, la Federazione Russa, il Canada, la Cina e il Portogallo.

La domanda. Sul fronte della domanda di materiali a contenuti pedopornografici, i Paesi del G8 risultano essere i principali fruitori e clienti di questo mercato dell’infanzia. Il Rapporto denuncia casi sconcertanti come quello, ad esempio, secondo il quale il Regno Unito, la Francia, l’Italia e in particolare la Germania che, pur sfiorando appena il 4% di audience in internet, assorbe il 19% della domanda pedofila. Viene fuori il ritratto di un Vecchio Continente che si riconferma, anche quest’anno, punto di origine di questo crimine.

In Europa strategie inefficaci. “Questo incremento della pedofilia online, attorno al 149% negli ultimi sei anni – dice Giovanni Arena, presidente di Telefono Arcobaleno – non è parallelo alla diffusione di internet sul Continente, infatti l’Europa, pur rappresentando circa il 30% del pianeta internet, assorbe oggi ben il 60% della domanda di pedofilia nel web. Nel nostro Report si evince quanto, in Europa, contrariamente a quello che è avvenuto in altre aree del pianeta, le strategie di contrasto del mercato dei bambini non abbiano sempre centrato gli obiettivi prioritari di prevenzione, convogliando le risorse su progetti che non sono valsi a frenare la vertiginosa crescita della pedofilia on line”.

Il “pacchetto sicurezza” rallenta le indagini.
Va ricordato che Telefono Arcobaleno lavora da anni in stretta collaborazione con il Nit (Nucleo Investigativo Telematico) un organismo nato all’interno della Procura della Repubblica di Siracusa, composto da sei ufficiali di polizia giudiziaria appartenenti a Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di finanza e Polizia locale, al comando del maresciallo Domenico Di Somma e coordinati dal procuratore aggiunto Giuseppe Toscano. Purtroppo il recente “pacchetto sicurezza” del governo ha di fatto cancellato l’unica prerogativa indispensabile nelle indagini sulla pedofilia online: la rapidità degli interventi. Il governo infatti ha deciso di
dirottare sulle Procure distrettuali antimafia le indagini che seguono ogni segnalazione che proviene dal Nit, con il conseguente rallentamento delle operazioni d’accertamento, di oscuramento dei siti e identificazione dei pedofili.

I numeri. Oltre 36.000 bambini sono stati “scambiati” in internet 20 miliardi di volte in questi ultimi tredici anni. Telefono Arcobaleno – in possesso di una black list di oltre 200 mila siti pedopornografici – ha effettuato 228.079 segnalazioni, solo nell’ultimo anno ne ha inoltrate più di 3.500 al mese, con punte di oltre 300 in un solo giorno che, nell’84% dei casi, hanno portato alla chiusura dei siti nel giro di 48 ore. Particolarmente aggressiva, in questo ultimo anno è risultata la presenza di ben 7.639 siti legati al pedo-business, componenti di una galassia ben più vasta di 42.396 siti a contenuto pedopornografico. Il rapporto completo può essere scaricato sul sito dell’organizzazione.

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9 febbraio 2009

fonte: http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/cronaca/pedofilia/pedofilia/pedofilia.html?rss

“La non vita che Eluana non voleva”: La lettera degli Englaro allo Stato

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Nel 2004 la famiglia scrisse alle più alte cariche della Repubblica spiegando  la situazione e chiedendo aiuto per rispettare la volontà della donna in coma

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Ecco il testo (dal sito www.desistenzaterapeutica.it) della lettera che Beppino Englaro e sua moglie Saturna Minuti, scrissero alle più alte cariche dello Stato compresi l’allora presidente Ciampi e l’allora premier Berlusconi nel 2004. Nella lettera spiegavano nei particolari la situazione di Eluana e chiedevano quello che per anni hanno continuato a chiedere allo Stato senza avere risposte. Solo Ciampi rispose.

Al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi
Al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi
Al Presidente del Senato Marcello Pera
Al Presidente della Camera Pier Ferdinando Casini
Al Ministro della Salute Girolamo Sirchia
Al Presidente della Federazione Nazionale Ordine dei Medici Giuseppe Del Barone

Ci rivolgiamo a Lei, signor Presidente della Repubblica e agli altri destinatari di questa lettera aperta per portare a Vostra conoscenza quanto è accaduto, e continua ad accadere, al bene personalissimo “vita” di Eluana.

Noi siamo i suoi genitori: Saturna e Beppino Englaro.
E quel che segue è la sintesi d’una storia fatta di dolori, battaglie, illusioni, in nome di una libertà fondamentale che ci pare negata e maltrattata.
Tutto è cominciato la mattina del 18 gennaio 1992, quando nostra figlia Eluana a bordo della sua automobile è entrata in testacoda e si è schiantata contro un muro.

L’impatto violentissimo le ha causato un gravissimo trauma encefalico e spinale: Eluana non era più in grado di intendere e di volere e versava in uno stato di coma profondo. Dal momento in cui è giunta in queste condizioni all’Ospedale di Lecco è scattato un inarrestabile meccanismo di tutela del bene “vita” di Eluana, meccanismo che noi genitori abbiamo considerato inumano ed infernale.

I medici dell’Unità Operativa di Rianimazione dell’Ospedale di Lecco, diretta dal professor Riccardo Massei, in assoluta ottemperanza al giuramento di Ippocrate, hanno dato inizio alla rianimazione ad oltranza di Eluana.

Diamo atto ai medici che l’assistenza data a Eluana è corrisposta ai criteri della più evoluta letteratura scientifica internazionale e si è svolta in una struttura perfettamente adeguata, con il massimo sostegno possibile ed immaginabile da parte di tutte le persone ritenute idonee ad essere chiamate in causa per il bene di Eluana, genitori compresi.

Il prof. Massei fu da subito molto umano, semplice e chiaro, tanto che ci disse che il sapere scientifico, per un caso grave come quello di Eluana, era di poco superiore allo zero per quanto concerneva la sua evoluzione futura. La rianimazione non poteva in alcun modo essere sospesa per volontà di nessuno al mondo, finché non fosse avvenuta la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo di Eluana, ovvero finché non fosse intervenuta la sua morte cerebrale.

Eluana non è morta: è caduta in uno stato vegetativo persistente e, dopo due anni, in uno stato vegetativo permanente nel quale si trova tuttora. Oggi è in un letto d’ospedale, senza alcuna percezione del mondo intorno a sé: non vede, non sente, non parla, non soffre, non ha emozioni, insomma, è in uno stato di morte personale. Ha bisogno d’assistenza in tutto e per tutto: viene lavata, mossa, girata, nutrita ed idratata da una sonda supportata da una pompa.

I medici sono riusciti a salvarle la vita, ma la vita che le hanno restituito è quella che lei aveva sempre definito assolutamente priva di senso e dignità.

Eluana, sin da bambina, in più occasioni ci aveva manifestato un concetto molto definito della libertà e della dignità, che l’adolescenza e la maggiore età avevano sempre più rafforzato e reso limpido. La libertà di disporre della propria vita secondo la sua coscienza e la sua ragione era un valore irrinunciabile per Eluana, il quale non sarebbe mai potuto venir meno perché faceva parte, per così dire, del suo DNA.

Il tema del bene personalissimo “vita” era stato affrontato in famiglia molte volte, anche in occasione di svariate situazioni-limite che i mezzi di comunicazione avevano portato alla ribalta pubblica.
Era così emerso un valore di fondo molto forte ed univoco: solo la coscienza e la ragione di Eluana, di Saturna e di Beppino potevano decidere se le rispettive vite fossero da considerare ancora vite e se avessero un senso ed una dignità.

Il caso ha voluto che la nostra famiglia
approfondisse anche il tema della rianimazione senza ripresa di coscienza dopo giorni e settimane, come pure quello dell’essere tenuti in vita in stato vegetativo permanente. La sospensione dei sostegni vitali per queste due estreme condizioni, in modo da non essere tenuti in vita forzatamente oltre determinati limiti di tempo e così poter finalmente essere lasciati morire, era per Eluana, Saturna e Beppino la cosa più ovvia e naturale del mondo.

L’orrore di vedere uno di noi tre privo di coscienza, tenuto in vita a tutti i costi, invaso in tutto e per tutto da mani altrui anche nelle sfere più intime, non sarebbe stato in alcun modo sopportabile e ammissibile: Eluana ha sempre considerato ciò una barbarie.

Questa era la volontà di Eluana e noi genitori volevamo e vogliamo che venga rispettata. Mettere al corrente i medici della volontà di nostra figlia, purtroppo, non è stato sufficiente, perché proprio loro che avevano fatto di tutto per tenere in vita Eluana, non avevano più il potere di sospendere i trattamenti.

Siamo stati costretti ad iniziare una lunga battaglia legale: ci siamo rivolti ai giudici affinché, nel rispetto della volontà di Eluana, autorizzassero i medici a sospendere i trattamenti di sostegno vitale. Riteniamo semplicemente contro lo spirito della nostra Costituzione venire così palesemente discriminati del diritto inviolabile alla libertà di terapia e cura fino alle più estreme conseguenze, possibile nella condizione personale capace di intendere e di volere, ed impossibile in quella non più capace di intendere e di volere.

A oltre 10 anni dallo scioglimento della prognosi nel senso dell’irreversibilità delle condizioni di Eluana, la seconda sentenza della Corte d’Appello di Milano, pronunciata nel dicembre 2003, ha ritenuto inammissibile e da rigettare la richiesta di sospensione delle misure di sostegno vitale, con la quale il papà Beppino (che ne è il tutore) dà semplicemente voce a quanto Eluana avrebbe deciso nel caso le fosse capitato di trovarsi in una simile situazione.

Già in seguito alla prima sentenza della Corte d’Appello di Milano, che risale al dicembre 1999, il Ministro della Salute Umberto Veronesi si era reso conto che le istituzioni avevano dei precisi doveri per arrivare al chiarimento dei problemi irrisolti e si era mosso con l’atto concreto di istituire una Commissione di studio che ha prodotto un importante documento pubblicato nel maggio 2001 (Gruppo di Studio Oleari). Noi genitori di Eluana ci aspettiamo che le istituzioni si muovano di nuovo in tal senso, anche dopo la seconda sentenza della Corte d’Appello di Milano, che non ha neanche ritenuto doveroso approfondire il concetto di dignità della vita che aveva Eluana. Concetto, in questo dramma, per nulla secondario.

Competenza, chiarezza e trasparenza, documentate e documentabili da parte di tutti, non sono mai venute meno dal lontano 18 gennaio 1992 durante tutto l’iter clinico, umano e giuridico che riguarda Eluana.

Pertanto tutti dovranno assumersi le loro responsabilità fino in fondo, senza nessuna possibilità di eluderle. Ci auguriamo che Lei, Signor Presidente, e gli altri destinatari di questa lettera, vogliano trovare gli atti opportuni per dare uno sbocco alla vicenda di nostra figlia Eluana, che da 4.430 giorni è costretta dalle istituzioni e dai medici a una non-vita.
Chiediamo in particolare al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi di essere ricevuti, per poter esporre meglio la nostra situazione.

I nostri rispettosi saluti.
Lecco, 4 marzo 2004
Saturna Minuti Beppino Englaro

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8 febbraio 2009

fonte: http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/cronaca/eluana-englaro-2/letera-del-2004/letera-del-2004.html

immagine: William Blake, Pietà