ASSURDO – Arrestato per due ‘canne’: diciassettenne recluso a Catanzaro

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di T.F.

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Basta un giorno. Un passato e un presente già complicati. E il futuro può essere inghiottito da una sentenza. Un giorno Simone, un ragazzo romano di 17 anni, incensurato, è in giro per la città con la sua ragazza. Prende la metropolitana: all’uscita viene fermato da due carabinieri in borghese che lo osservano da un po’. Simone viene accusato di aver ceduto una ‘canna’ a una persona. Dunque spaccio. È l’8 ottobre del 2008. Da allora Simone si trova sottoposto a misure cautelari; a dicembre viene mandato in una comunità per minori in provincia di Catanzaro, in attesa di una perizia psichiatrica. E della nuova decisione del Tribunale dei minori.

Quello che ha portato Simone a 600 chilometri di distanza, in compagnia di altri ragazzi detenuti o affidati ai servizi sociali, ma soprattutto in cura con psicofarmaci, è una sentenza di primo grado. Il giudice infatti ha deciso per questa soluzione, considerate le sue difficoltà famigliari: la madre è morta quando era piccolo, il padre è un ex tossicodipendente, con problemi psichiatrici, giudicato inidoneo ad accudirlo. L’8 ottobre una volta fermato Simone viene perquisito, poi viene setacciata l’abitazione di suo padre, nonostante lui non viva lì. Quello che gli viene trovato è un pezzetto di hashish, per una quantità di principio attivo pari a 0,368 mg: nemmeno due ‘spinelli’. Una quantità tollerata come consumo personale anche dalla legge in vigore (Fini-Giovanardi).

Eppure Simone viene immediatamente portato presso il CPA (Centro di prima accoglienza) Virginia Agnelli, lo stesso in cui è detenuto il 16enne di Nettuno accusato di aver picchiato e incendiato un cittadino indiano. Qui, intimorito, firma l’ accusa a suo carico: detenzione ai fini di spaccio e resistenza a pubblico ufficiale.  «In ogni caso – dice l’avvocato Francesco Romeo che segue il caso – data la quantità irrisoria e il fatto che Simone è minorenne ed incensurato la prassi comunemente adottata in processi di questo tipo per i minori, sarebbe quella di chiudere il caso senza alcuna conseguenza, con la formula giuridica della ‘irrilevanza penale del fatto». Ma la ‘giustizia’ fa il suo corso e a gennaio arriva il giorno del processo di primo grado: il pubblico ministero chiede una condanna a 5 mesi e 10 giorni, la difesa chiede l’irrilevanza penale del fatto o il perdono giudiziale.

La conclusione sembra vicina ed anche la libertà di Simone a portata di mano. Invece il giudice Domenico De Biase, del Tribunale per i Minorenni di Roma, dispone una perizia psichiatrica su Simone e lui deve ancora rimanere in comunità. Così facendo il Tribunale protrae strumentalmente l’applicazione di misure cautelari in un caso – pena inferiore ai 2 anni qualora ci sia condanna – che la legge vieta. «Un caso gravissimo di abuso della misura cautelare – denuncia Romeo – poiché la permanenza di Simone nella comunità per minori equivale a tutti gli effetti agli arresti domiciliari, ad una condizione di privazione della libertà personale, che per la nostra costituzione è un principio inviolabile».

Così Simone passa le sue giornate lontano dai pochi affetti; dalle persone che possono aiutarlo. E sottoposto a visite mediche, udienze civili e penali. «Per la giustizia e la mentalità degli assistenti sociali che si sono occupati del caso, porta impresso un marchio negativo. Il suo ‘marchio’, in sostanza, deriva dall’essere stato in passato, per questa situazione familiare, affidato ai servizi sociali – dicono gli amici – e adesso non sta certo meglio. Alcuni operatori che sono andati a trovarlo in comunità ci hanno detto che là non fa niente. Non c’è nulla di organizzato: né laboratori, né lavori. Però gli danno psicofarmaci e non sappiamo nemmeno perché».

Ci sarebbero state almeno un paio di famiglie disposte ad accogliere Simone, a dargli domicilio presso le loro case. Ma il giudice ha deciso diversamente: no alla scarcerazione, no ai domiciliari, sì al centro di accoglienza. Lontano centinaia di chilometri. «Anche la sfortuna – commentano i ragazzi del Laboratorio Sociale Tana Liberi Tutti – oggi, esattamente come la povertà dei migranti e dei senza tetto, è considerata un reato che vale la schedatura come soggetto potenzialmente criminale. Nel caso di Simone lo Stato, invece di affidarlo a una famiglia – come richiesto dalla difesa che aveva anche presentato più famiglie disposte ad accoglierlo – pensa bene di dargli anche il marchio di ‘instabile mentale’».

Tale ulteriore beffa proprio non va giù agli amici di Simone: «Perché se oltre a non avere la ‘famiglia del Mulino Bianco’ ti interessi di quello che accade intorno a te, per di più tuo padre ha disturbi psichici, si presume che non solo sei un criminale, ma anche un pazzo».

Nei prossimi giorni Simone
verrà raggiunto a Settingiano dal perito della difesa, chiamato dagli amici di Simone. Intanto per sostenere le spese legali gli amici lanciano due appuntamenti: venerdì 13 febbraio, a partire dalle 20.00 un aperitivo. Martedì 17 febbraio, sempre a partire dalle 21.00, cena e dibattito con l’avvocato Francesco Romeo, che darà gli ultimi aggiornamenti sulla vicenda processuale del ragazzo. Tutti invitati al Laboratorio Sociale Tana Liberi Tutti. Mentre Simone aspetta.

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9 febbraio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/81308/arrestato_per_due_canne_diciassettenne_recluso_a_catanzaro

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