Archivio | febbraio 11, 2009

LA LETTERA – Livore di popolo, Berlusconi e la Costituzione

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Cari Amici e Compagni,

Non è giusto, io credo, essere così emotivamente livorosi verso il presidente Berlusconi.

Bisogna essere grati infatti al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, almeno per una volta e come comunisti alieni da qualsiasi nostalgia per il sistema sovietico del “socialismo reale”, per le sue parole sulla nostra Costituzione.

Se davvero la nostra Costituzione invidiata da tanti in questi ultimi sessant’anni fosse stata infatti suggerita da persone influenzate dalla “cultura comunista” (e non da quel fecondo incontro di culture diverse laiche e cattoliche di quanti avevano combattuto insieme la Resistenza e la Lotta di Liberazione dal Nazifascismo), bene allora possiamo andare fieri di un Comunismo che ha posto simili traguardi di civiltà, come quelli inscritti nella Carta Costituzionale, per impedire il ritorno ad un fascismo che non “era un regime pienamente democratico” – dice, bontà sua, il Presidente di Mediaset, che vorrebbe trasformare il Paese in una sua ulteriore dependance imprenditoriale.

Qualcuno potrebbe forse suggerire all’esimio esponente di Forza Italia che “non pienamente democratico” ha una valenza diminutiva e negazionista rispetto alla natura “tutta autoritaria ed antidemocratica” che ha fatto del Fascismo, anche per Fini, il “male assoluto”. Ma è ben difficile che quest’uomo uso a non amare ascoltare altri che non se stesso possa capire la differenza, visto che i pulpiti dai quali ama straparlare sono per lui semplicemente surrogati del balcone di Piazza Venezia.

Certo il pensiero “statalista” di cui egli accusa la nostra Costituzione, nella sua prima fondamentale parte (e non emendabile – a nostro sentire -) di
affermazione dei Principi Fondamentali (la sola cui possa riferire il Presidente quando parla di “statalismo”, poiché la seconda parte riferisce solo agli strumenti ordinativi – questi sì riformabili – pensati per servire alla realizzazione della prima parte), è comunque tale da infastidire chi non accetta che l’impresa economica sia “libera” sì ma soggetta a limiti perché non sia “in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recar danno alla sicurezza alla libertà alla dignità umana” (art. 41 Cost).

Certo, un pensiero “statalista” che affida la garanzia democratica alla divisione delle funzioni ed alla indipendenza dei poteri degli organi costituzionali è tale da dare fastidio a chi mal sopporta l’indipendenza dei giudizi ed il sindacato della società civile sulla correttezza delle sue azioni. Ma in ciò ricordiamo piuttosto il “potevo fare di questa aula sorda e grigia un bivacco per i miei manipoli” piuttosto che quel senso di Democrazia genetica per cui il popolo americano impone ai propri presidenti di non nominare Ministri che non abbiano onorato il pagamento di qualche multa, di non avallare conflitti di interessi tra la politica e gli affari economici, e persino l’empeachment in caso di menzogna al Parlamento ed al Popolo Americano.

Ma si sa il nostro è abituato ad elogiare, degli alleati e degli amici, solo le forme di autoritarismo (leggi Putin) o di impiego della forza sottratta ad ogni vigilanza internazionale e limite democratico (leggi Bush), piuttosto che a saper guardare ai grandi valori che i Popoli hanno saputo pensare e declinare nonostante la pressante reazione dei poteri autoritari.

Certo uno “statalismo” che rivendica la sua laicità ed indipendenza dal potere religioso, pur riconoscendone la piena autonomia e libertà di espressione e proselitismo pluralista, non può piacere a chi non ha alcun interesse al valore persona, ma solo al vantaggio che possa trarre da posizioni supine ad interessi “religiosi” che non invadano però l’arbitrio dei potenti in materia di guerre e di violenza armata, in materia di morale pubblica e privata e siano cioè disponibili a cooperare con il potere politico solo per incarnare quel passo evangelico in cui si dice “Farisei ipocriti che caricate sugli uomini pesi devastanti che voi non portereste neppure con un dito”.

Accettiamo dunque di buon grado
la aggettivazione di “comunista” (di cui possiamo dunque e dobbiamo andare fieri) alla cultura che ha suggerito la Costituzione (non sappiamo quanto e se ne saranno fieri anche gli Scalfaro e gli Andreotti) e sfidiamo piuttosto il Presidente a declinare ancora di più il suo pensiero. Quanto più sarà chiaro il modello di potere – “non perfettamente democratico”, che egli abbia in mente di adattare a sé personalmente, tanto più potremo sperare in uno scatto d’orgoglio di un Paese la cui Società Civile speriamo non sia ancora del tutto imbarbarita come accade al suo premier.

Mario

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fonte: via e-mail

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Scarcerato il 20enne romano che ha tentato di bruciare un bengalese. L’aggressore: «Dove vivo io non dovete stare voi immigrati»

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ROMA (11 febbraio) – A 24 ore dal fermo, è già fuori Ivan Balzanella, il 20enne romano che ieri, in compagnia di due complici, ha tentato di dar fuoco con un accendino e una bomboletta spray a un ragazzo bengalese di 18 anni. Al writer, che ha numerosi precedenti tra cui un altro caso di aggressione a sfondo razziale avvenuto nel mese di dicembre, è stato imposto l’obbligo di firma.

Sulle tracce dei complici. Gli uomini del commissariato di zona sono sulle tracce dei due che ieri erano riusciti a sfuggire al fermo. Uno dei complici potrebbe essere straniero. E’ stato descritto come scuro di carnagione, forse un nordafricano.

La vittima già in passato era stata avvicinato da Balzanella con minacce e percosse. In casa del fermato, gli agenti hanno trovato anche una cospicua quantità di marijuana.

«Voi dovete sparire di qui, questo è il mio quartiere», aveva urlato ieri Balzanella contro il ragazzo tentando di dargli fuoco.

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L’aggressore: «Dove vivo io non dovete stare voi immigrati»

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di Beatrice Picchi
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ROMA (11 febbraio) – «Dove vivo io non dovete stare voi immigrati di me…», e gli ha spruzzato in faccia la bomboletta di vernice e con l’accendino ha provato a dargli fuoco.

Ivan B. aveva preso di mira già da un pò quei ragazzi del Bangladesh di diciassette, diciotto anni che si ritrovavano ogni sera in via Conte Verde, dietro piazza Vittorio e lunedì c’ha provato davvero. Il giovane, vent’anni, writer, una casa che divide con il padre, qualche lezione al primo anno di un istituto tecnico, è stato arrestato per minacce e lesioni aggravate dall’odio razziale ma anche per detenzione illegale di sostanze stupefacenti.

Sono quasi le undici di sera quando Ivan rivede quei tre ragazzi a pochi metri da casa sua e comincia a insultarli, «andate via immigrati o vi brucio», urla. Li vede e ha già deciso cosa fare, sotto il giaccone ha le sue bombolette, si scaglia contro il gruppo di bengalesi impugnando l’accendino che diventa un lanciafiamme artigianale. Uno dei ragazzi riesce a reagire, prova a difendersi, si ripara la faccia, gli altri due amici scappano per le strade del quartiere.

Da piazza Vittorio arrivano le sirene di una volante, al comissariato Esquilino pochi minuti prima era giunta la segnalazione di una violenta rissa in via Conte Verde. Quando i poliziotti, diretti da Domenico Condello, arrivano sul posto, Ivan ha ancora la sua bomboletta in mano, «non dovete prendere me, arrestate quegli immigrati», urla agli agenti.

Per terra c’è un ragazzo bengalese, che finisce in ospedale al San Giovanni per una distorsione al braccio destro, sette giorni di prognosi. «Io stavo vicino al muretto a parlare con i miei amici, quel pazzo ci ha insultato e mi è venuto addosso», racconta il diciassettenne spaventato e confuso, il bengalese aggredito. Gli investigatori stanno cercando i complici di Ivan, che lunedì sera sono riusciti a scappare.

Ivan era stato più volte fermato dalla Polfer per aver imbrattato alcuni vagoni dei treni alla stazione Termini. Gli investigatori hanno accertato che il writer, insieme con altri ragazzi ancora da identificare, da novembre aveva più volte aggredito i bengalesi che già avevano presentato denuncia. L’ultimo raid due sere fa, li aveva riconosciuti non appena si era messo in giro con i suo amici, e anche l’ultima volta aveva minacciato di ucciderli «quei bengalesi che occupavano il suo quartiere, e se chiamate la polzia vi ammazzo», ripeteva ogni volta.

Nemmeno due settimane fa, tre ragazzi, tra cui un minorenne, hanno gettato benzina addosso a un indiano addormentato su una panchina alla stazione di Nettuno e gli hanno dato fuoco. L’uomo, operato quattro giorni fa, è ancora in prognosi riservata.
«Mi auguro che quel demente arrestato all’Esquilino abbia la giusta punizione e che non ci sia nessuna clemenza», dice il sindaco.

«Davvero un brutto segnale – sostiene il presidente Marrazzo – al quale tutte le istituzioni non si devono stancare di rispondere con durezza. Non si possono condannare i singoli atti di razzismo e poi diffondere quotidianamente la paura del diverso e dello straniero». Dure anche le parole di Zingaretti, presidente della Provincia: «Dopo la tragedia di Nettuno, siamo costretti a prendere atto dell’ennesimo episodio di odio e violenza per motivi razziali, reso ancora più grave dal fatto che i protagonisti, purtroppo anche le vittime, sono alcuni ragazzi».

Durante la perquisizione nella casa di Ivan, una casa trovata in completo abbandono che testimonia un disagio sociale molto forte vissuto dal ragazzo, gli investigatori hanno scoperto alcune dosi preconfezionate di marijuana, un bilancino di precisione, soldi, e tante altre bombolette spray.

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https://i0.wp.com/farm3.static.flickr.com/2331/2494923061_e189046e12.jpgBengalesi

La paura degli stranieri: «Meglio non girare da soli, soprattutto la sera»

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di Beatrice Picchi
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ROMA (11 febbraio) – «Ora abbiamo paura, soprattutto la sera, è meglio stare tutti insieme, almeno ti puoi difendere e quelli non si avvicinano», due ragazzi del Bangladesh fermi tra piazza Vittorio e via Conte Verde posano sul marciapiede due buste di plastica con la spesa e provano a spiegare cosa succede all’Esquilino. «Gli italiani grandi, sì, insomma, quelli vecchi, non ci danno fastidio – raccontano – le discussioni ogni tanto ci sono con quelli più giovani, quelli della nostra età». Perché? «Non lo so proprio, forse pensano che stiamo meglio di loro».

Dicono di lavorare in un call center questi due ragazzi, e di vivere in un appartamento più vicino alla stazione Termini che dividono con altri connazionali. Ma alcuni amici, poi, ogni tanto gli chiedono se possono andare a vendere gli accendini, gli ombrelli, a seconda della stagione, «ma è un lavoraccio, a volte ti becchi pure dai turisti qualche parolaccia».

Loro non conoscono i connazionali aggrediti, ma ripetono che «la sera è meglio non uscire per alcune strade dell’Esquilino». Sono tanti i cittadini del Bangladesh che all’Esquilino hanno phone center, ma sempre più spesso anche negozi di prodotti alimentari tipici, «e non sai quanti italiani vengono ormai, a comprare qui da noi. Sono prodotti speziati, buoni, sai», ripete un uomo dai capelli nerissimi fermo su via dello Statuto.

Quattro strade più in là, su via Conte Verde, la strada dove il bengalese di diciassette anni è stato aggredito da una banda di bulli italiani, ci sono pochissimi negozi italiani, alimentari, ferramenta, calzolaio. La stragrande maggioranza hanno insegne cinesi, abbigliamento, scarpe, magliette, vestiti, locali spesso vuoti. Sono quasi le sette di sera, due ragazze cinesi abbassano le saracinesche e se ne vanno. «Ma è tutto normale – afferma un commerciante e residente, capelli biachi e pazienza – negli ultimi anni abbiamo accolto tutti e di tutto, ora siamo sereni e rassegnati. Con i cinesi, poi, mai avuto problemi». E gli altri stranieri? «La sera è meglio non camminare per queste strade, certo, ma la situazione più pericolosa è vicino a Termini, ubriachi, barboni, disperati di ogni genere». «Ma questo non giustifica nessun atto di violenza – dice una mamma che abita su via Merulana, i suoi figli vanno alla scuola Di Donato, una delle più multietniche della città – e ormai i disagi sono un ricordo lontano. Gli stranieri qui sono stati accettati, ora dobbiamo preoccuparci dei violenti, che negli ultimi tempi sono sempre più spesso italiani».

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fonti: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=46055&sez=HOME_ROMA

http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=14786&sez=HOME_ROMA&npl=&desc_sez=

http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=14785&sez=HOME_ROMA&npl=&desc_sez=


RAGUSA – Fuga dalla scuola: “Troppi stranieri”. Maestre e prof: “Razzismo strisciante”

Gli insegnanti inviano una lettera indignata al sindaco, e accusano l’amministrazione: “I cittadini extracomunitari convergono quasi tutti nel centro storico: fenomeno di ghettittazione che tutti volevamo evitare”

.Bambini stranieri a scuola (Foto Newspress)

Ragusa, 11 febbraio 2009 – Troppi immigrati in una scuola del centro storico di Ragusa e i genitori italiani ritirano i loro figli. È la denuncia delle insegnanti dell’elementare e della media «Ecce Homo», plesso dell’istituto comprensivo Pascoli.

Maestre e professori in una lettera inviata al sindaco denunciano il “razzismo strisciante” che si sta facendo spazio nella scuola più antica del capoluogo ibleo, frequentata da molti ragazzini stranieri. «Troppi genitori i cui figli stanno completando il percorso delle elementari – affermano – non stanno iscrivendo i loro figli alla media e siamo indignati per quanto sta accadendo».

Scrivono ancora i docenti: “Respingiamo indignati il tentativo di far passare la presenza degli scolari extracomunitari come alibi della disattenzione dei docenti. Ed è ignobile il comportamento di qualche dirigente scolastico di altri istituti che ritiene l’assenza degli extracomunitari fra i propri alunni uno dei vantaggi a favore dell’iscrizione nella propria scuola». Criticata anche l’amministrazione comunale: «I cittadini extracomunitari convergono quasi tutti nel centro storico, di fatto la loro allocazione domiciliare in questo quartiere è stata anche voluta e così siamo di fronte a un fenomeno di ghettittazione che tutti volevamo evitare”.

fonte: Agi

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2009/02/11/150743-fuga_dalla_scuola_troppi_stranieri.shtml

BOLOGNA – Protesta anti-Gelmini alle Longhena ’10’ politico in pagella per tutti

Una pagella scolastica (foto Ansa)

Cosi’ i docenti delle scuole elementari di Bologna hanno disobbedito ad una delle principali novita’ della riforma scolastica

Al termine degli scrutini di meta’ anno i consigli di classe hanno infatti premiato l’impegno di ogni alunno con un 10 in pagella in tutte le materie

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Bologna, 11 febbraio 2009 – A quarant’anni dal ‘68 torna il voto ‘politico’. Con una pagella tutta di dieci e lode per protestare contro il ritorno dei voti numerici voluto dal ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini. Cosi’ i docenti delle scuole elementari Longhena di Bologna hanno disobbedito ad una delle principali novita’ della riforma scolastica. Al termine degli scrutini di meta’ anno i consigli di classe hanno infatti premiato l’impegno di ogni alunno con un 10 in pagella in tutte le materie. Il voto e’ stato giustificato da un giudizio scritto: “l’alunno possiede conoscenze e competenze esaurienti in relazione alle proprie capacita’. Obiettivi raggiunti in modo personale”.

Il dieci d’ufficio della scuola bolognese, pero’, non e’ solo un modo per protestare contro i cambiamenti imposti dal ministro, ma un chiaro segnale indirizzato alla preside, Ivana Summa. La dirigente scolastica, con un ordine di servizio emanato a dieci giorni dagli scrutini ha infatti obbligato i docenti ad esprimersi con i voti, andando cosi’ contro una delibera del collegio dei docenti, votata all’unanimita’, in cui si stabiliva invece che gli studenti sarebbero stati valutati ancora con i vecchi giudizi.

(SEGUE) (Cas/ Dire) 16:49 11-02-09 NNNN SCUOLA. A BOLOGNA 10 ‘POLITICO’ IN PAGELLA ALLE ELEMENTARI -2- (DIRE) Bologna, 11 feb. – “La preside ha considerato la delibera del collegio dei cocenti illegittima, quindi ha emanato l’ordine di servizio” spiega Marzia Mascagni, insegnante delle Longhena e responsabile scuola del Prc di Bologna. Per Mascagni e’ invece l’ordine di servizio emanato da Summa ad essere illegittimo, perche’ si riferisce “ad una legge che non ha ancora completato il suo iter di approvazione, non sono ancora passati i 40 giorni dalla pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale”.

L’ordine di servizio della preside e’ stato allegato a tutte le pagelle. “I genitori erano contenti, hanno apprezzato la serieta’ degli insegnanti”, spiega ancora Mascagni. Al di la’ della contrarieta’ ad una norma imposta dal ministro, gli insegnanti contestano, infatti, la tempestivita’ dell’utilizzo dei voti numerici. “Dobbiamo ancora decidere cosa significa dare un sei o un sette, cosa difficile da fare in soli dieci giorni”, conclude Mascagni.

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fonte: http://ilrestodelcarlino.ilsole24ore.com/bologna/2009/02/11/150925-protesta_anti_gelmini_alle_longhena.shtml

PRECARIATO – Storie di ricercatori in bilico nel Rischiatutto dell’università

INCHIESTA/ La seconda puntata del nostro viaggio nell’universo del precariato (la prima potete leggerla in coda. n.d. mauro)

Il caso di Nicola, che monitora i terremoti all’Istituto di geofisica di Bologna

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di MICHELE SMARGIASSI

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Storie di ricercatori in bilico nel Rischiatutto dell'universitàNicola Cenni

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BOLOGNA – Se la Turchia si muove, se l’Africa si avvicina all’Europa anche solo di un millimetro, Nicola Cenni si mette al computer e dopo un po’ riesce a dirti se, poniamo, sull’Appennino pistoiese è cresciuto il rischio tellurico. Questo fanno i geofisici come lui. Ma quali terremoti siano in agguato, il cielo non voglia, nel suo futuro prossimo di precario intellettuale, questo non è in grado di prevederlo. Ora meno che mai. “In questi dodici anni mi ha sempre sorretto un pensiero. Se mi va proprio male, avrò fatto una bella esperienza, avrò studiato cose interessanti con persone gradevoli: vorrà dire che andrò a fare l’uomo delle pulizie. Di fame non muoio di certo. E problemi di autostima non ne ho. Questo pensiero è stato il mio vero, privato �ammortizzatore sociale’. Ma da qualche mese mi guardo attorno e vedo che non assumono più neanche gli addetti alle pulizie. Adesso mi sento davvero senza paracadute”.

I geofisici non sono persone scaramantiche. Sulla sua scrivania, nella vecchia palazzina dell’Istituto di geofisica dell’Università di Bologna, ha appeso un calendario con le foto del terrificante sisma di Messina del 1908. Il catastrofico è nel loro orizzonte. Lavorano per limitarne i danni. Nicola, in particolare, gestisce una rete di rilevatori sul crinale tosco-emiliano: col sistema Gps, ma con apparecchi un po’ più sofisticati dei nostri navigatori da macchina, sorveglia ogni giorno i loro microscopici spostamenti tettonici. Informazioni essenziali per tracciare le mappe delle aree a rischio.

Ogni tanto deve fare il giro per controllarli di persona. “Ma non posso usare l’auto del dipartimento, perché sono un precario e non sono assicurato”. Nicola è assegnista di ricerca. Significa: ricercatore a tempo, contratto rinnovato ogni anno. Ma non infinitamente. Quattro consecutivi al massimo. Il suo quarto scade appunto a maggio. E Nicola deve cercarsi un altro posto se vuole lavorare. Forse ce l’ha già: all’università di Siena, dove cominciò come borsista, lo stimano, si sente in buona posizione per vincere il concorso. “Devo fare un concorso per continuare a fare quello che sto facendo da anni”.

Così è la vita del precario. È un lavoro “a progetto”, no? E i progetti hanno una fine, l’ha detto chiaro il ministro Brunetta. “Ma i movimenti tettonici mica finiscono. Qualcuno prenderà il mio posto. Qualcuno da formare daccapo, da inserire in un’équipe. Non è un’assurdità ricominciare ogni anno, buttare via le esperienze maturate, le competenze accumulate?”.

Ma a questa giostra i precari sono ormai rassegnati. Il guaio arriva quando la giostra si ferma. Siena è uno degli atenei scritti sulla lavagna dei “cattivi”, quanto a gestione finanziaria, dunque Nicola non sa ancora se ci saranno i soldi, se il concorso si farà e quando. Dal prossimo giugno, la sua agenda è vuota. E anche la sua busta paga. Solo che, a 39 anni, Nicola ha nel frattempo deciso che non si poteva più aspettare a fare un figlio. Sette mesi fa è arrivata Diana. Fabiana, sua moglie, lavora anche lei nel sismico: all’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. Fa le stesse cose pagata da un ente diverso. “Di solito lavora in questa scrivania qui, ma adesso è di là in assemblea”.

È messa maluccio anche lei, quanto a certezze: con la legge salva-precari del governo Prodi ha fatto il concorso di conferma e l’ha vinto, peccato che abbia vinto una carta bianca, perché l’Infv non ha posti in pianta organica, “così è diventata una precaria a tempo indeterminato”, e se a giugno di posti non se ne liberano, secondo le circolari Brunetta, non solo non vince il contratto pieno, perde anche quello precario. “È il Rischiatutto. Anzi peggio, perché almeno lì se davi la risposta giusta a Mike, vincevi. Qui il merito non conta, anche se dai tutte le risposte giuste puoi perdere tutto”.

Una famiglia italiana sull’orlo. Come milioni. Non in crisi, perché ora le cose vanno. Nicola prende 1229 euro al mese, “ma apparenti: se divido per 12 il mio netto sul Cud, viene meno di mille euro. E da gennaio mi hanno tagliato 15 euro, chissà perché”. Comunque assieme allo stipendio di Fabiana fanno quasi 2.700 mensili. Più la fortuna di non avere affitti né mutui da pagare, “la casa ce l’hanno comprata i consuoceri”. Il vero ammortizzatore sociale dell’Italia atipica: i genitori. “Papà ha 70 anni ma lavora ancora, lo fa per permettere a me di lavorare”. Vacanze in Sardegna dai genitori di lei, niente spese pazze, ma comunque si vive e ne rimane anche da mettere ogni mese nel libretto della Coop vincolato a nome di Diana, “per la sua laurea, soldi che non si toccano mai”.

Ma se a giugno il vento gira male? “C’è la cassa integrazione”. Ma non ne avete diritto. Ride: “Mica quella vera. La nostra, familiare. Abbiamo un po’ di fieno in cascina. Sul conto corrente bancario, voglio dire. Abbiamo calcolato, ci basta per vivere sei mesi”.

Poi qualcosa si troverà. È la vita da Tarzan dei precari, si salta da una liana all’altra. Se si è in due, si spera che mentre uno salta nel vuoto, l’altro sia saldamente aggrappato. Ma è proprio questa la relativa certezza che è sempre meno certa.

Nicola è nato in un’Italia diversa. “Il 6 luglio ’88 diedi l’orale della maturità. Il 20 luglio il mio primo colloquio di lavoro. Azienda privata, tempo indeterminato. Dissi di no: volevo studiare”. Andò in vacanza con gli amici, sull’Etna, ovviamente. “Nel ’96 mi sono laureato, con 110. Mandai il curriculum: quell’azienda era ancora disposta a prendermi. Io però volli provare a entrare nella carriera universitaria. Vinsi subito una borsa di studio per il dottorato, poi la catena degli incarichi a termine. Adesso quel posto di lavoro non c’è più. Di sicuro non per me: mi considerano già troppo vecchio”.

Curioso: per l’università è troppo giovane. “L’ultimo ricercatore qui è stato assunto dieci anni fa. Si favoleggia di un imminente concorso per un posto, uno solo. Lo farò, ma ho davanti almeno dieci colleghi con più anzianità di me”. L’università è una gerontocrazia che si regge su un’invisibile piattaforma di ragazzi che invecchiano in lista d’attesa.

Ma è un’università spendacciona, baronale, sprecona. Va “ripulita”, raddrizzata a colpi di forbice, così il governo. Nicola ride: “Sa cosa faccio quando ho tempo? Smonto i computer rotti, prima che vadano buttati. Non si potrebbe, ma così salvo i pezzi di ricambio, schede, eccetera, quando se ne rompe un altro lo riparo, e si risparmia. Virtuoso, vero? Ma non serve a niente fare le formichine. Quel che non spendi del budget attrezzature non puoi usarlo, che so, per fare un contratto in più. Torna indietro. Lo spenderà chi è meno virtuoso. Non c’è incentivo alla buona gestione. L’unico taglio facile siamo noi”.

A Bologna i ricercatori precari sono già più del 38 per cento del corpo docente: 1214 su 3184. Sono anche quelli che lavorano spesso gratis: “Se vuoi costruire curriculum e pubblicare, devi accettare incarichi esterni che però non ti possono retribuire, è vietato dal contratto. Per due anni ho insegnato informatica a Farmacia, sede di Imola. Per 500 euro netti l’anno. Spese a mio carico. Per fortuna ho un’auto a gpl”.

Quelli che se li tagli nessuno se ne accorge. “Chiude una fabbrica con cinquanta operai e voi fate i titoli sul giornale. Scadono senza rinnovo cinquanta contratti di ricerca e state zitti. Capisco: io non sarò mai ufficialmente “licenziato”, non andrò in cassa integrazione. Noi precari non siamo neppure un indice di crisi”. Pensa mai al suo futuro a medio termine, Nicola? “Non so se farò tutta la vita questo lavoro. Sono disposto ad adattarmi. Ma ci saranno alternative? Ci saranno posti di lavoro per chi come me è un giovane troppo vecchio? Le ho detto che non m’importa di scendere nella scala sociale. Ma temo che stiano demolendo i gradini”.

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11 febbraio 2009
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L’INCHIESTA / 1.Scaduti 300 mila contratti a termine e solo poco più di un terzo dei nuovi disoccupati ha ottenuto un sostegno al reddito: per gli altri niente ammortizzatori

L’anno nero del lavoro a tempo:
I precari rischiano l’estinzione

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di ROBERTO MANIA

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L'anno nero del lavoro a tempo I precari rischiano l'estinzione
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DA flessibili a precari. Da precari a disoccupati. La recessione sconvolge i mercati globali ma anche quelli locali del lavoro. In Italia ci sono circa 4 milioni di lavoratori con contratto atipico e per molti di loro l’obiettivo del posto fisso scolorisce e forse svanisce dentro la perfetta tempesta finanziaria. Per gli atipici, piuttosto, questa è la stagione dei licenziamenti, mentre la precarietà allarga i suoi tentacoli e penetra in quella che era la cittadella dei garantiti del contratto a tempo indeterminato. S’avanzano valanghe di cassa integrazione e di mobilità. E almeno un milione di atipici rischia di finire nelle liste di disoccupazione. La flex-security resta un anglicismo e soprattutto uno slogan con poca fortuna nel Belpaese.

Questa è la prima recessione che affrontano i precari made in Italy. La precedente, quella del ’93 con quasi un milione di posti persi, non l’hanno vista semplicemente perché non c’erano. Il pacchetto Treu e poi la legge Biagi, con le tante tipologie contrattuali, arriveranno dopo, a cavallo tra il Novecento e il nuovo secolo: dai co. co. co ai co. co. pro; dal lavoro interinale a quello in somministrazione; dal job sharing al job on call, fino allo staff leasing. Si disse che bisognava rendere più facile l’ingresso nel mercato del lavoro. E le generazioni più giovani hanno sperimentato tutte le vie d’accesso. Ma ci si accorge oggi che è soprattutto più facile licenziare. O non rinnovare i contratti a tempo, che poi è lo stesso. Così – stando a un sondaggio di Eurispes – oltre il 46 per cento degli italiani ritiene che le nuove regole del mercato del lavoro abbiano soltanto reso più difficili le possibilità occupazionali dei più giovani.

Eppure certifica l’ultimo Rapporto del Censis – tra il 2004 e il 2007 l’incremento del lavoro atipico è stato del 14,7 per cento contro una crescita di quello tipico di appena il 2,3 per cento. E ancora: nello stesso periodo i contratti a tempo determinato sono aumentati di quasi il 19 per cento.

I numeri complessivi sui precari in transito verso la disoccupazione ancora non ci sono, ma basta guardare cosa sta accadendo in alcune regioni industriali del nord, dove la crisi sta picchiando già duramente, per intuire il trend. In Piemonte a dicembre le assunzioni attraverso i contratti a tempo determinato sono crollate di quasi il 20 per cento, dopo il – 13,3 per cento di ottobre e il – 18 per cento di novembre. I prossimi mesi, va da sé, saranno peggiori. Tra ottobre e novembre nel torinese – dati provenienti dai Centri per l’impiego – si sono persi, senza i rinnovi dei contratti a termine, così quasi 21 mila posti di lavoro, quando solo nei tre mesi precedenti il calo era stato decisamente più contenuto: poco più di 4.000.

Il grafico del Veneto non è diverso e l’inversione di tendenza si è registrata a ottobre: da quasi 12 mila contratti a tempo determinato di settembre e meno di 7.000 a novembre. Poi c’è l’Emilia Romagna: nel 2008 sono stati assunti con contratto a tempo determinato 109 mila persone, 90 mila di queste scadono nei primi sei mesi di quest’anno. Dire che sono a rischio è un eufemismo.

Tre economisti del sito de lavoce. info (Fabio Berton, Matteo Richiardi e Stefano Sacchi) hanno stimato che a dicembre sarebbero scaduti 300 mila contratti a tempo determinato e solo una parte di questi (meno del 38 per cento) avrebbe poi potuto ottenere il sostegno al reddito. Perché – nell’epoca della produzione just in time e, appunto, della flessibilità del lavoro – il sistema degli ammortizzatori sociali, salvo qualche intervento realizzato dall’ultimo governo di centrosinistra, non è ritagliato per le misure degli atipici. Che non hanno la cassa integrazione perché non mantengono il rapporto con la propria azienda, e per i quali l’accesso all’indennità di disoccupazione è spesso un tragitto tortuoso per superare gli ostacoli che la legge frappone a chi non ha avuto un rapporto standard senza interruzioni. D’altra parte questo è il doppio mercato del lavoro che si è ingrossato negli anni e che non si è mai avvicinato alle vecchie, in fondo rassicuranti, protezione d’epoca taylorista.

Ancora i numeri, questa volta relativi al lavoro interinale che, nell’ingordigia definitoria, è diventato “a somministrazione”. Insomma, il “lavoro in affitto”. La fonte, questa volta, è l’ultima indagine trimestrale dell’Ente bilaterale nazionale per il lavoro temporaneo. Dunque, nel terzo trimestre del 2008 la differenza tra missioni avviate e cessazioni ha registrato un saldo negativo di 60 mila unità (pari al 25 per cento delle missioni avviate nel periodo). Ma nel 2007, considerando il medesimo arco temporale, il saldo era positivo, con un numero di assunzioni superiore di circa 7 mila rispetto alle cessazioni. D’altra parte se sprofonda la domanda, nessuno può chiedere lavoro. E già in condizioni normali – secondo l’Istat – un lavoratore temporaneo ha 14 probabilità su cento di perdere il posto entro un anno, contro il 4 per cento del lavoratore tipico.

Gli atipici, si sa, sono i più giovani. Il 21,5 per cento dell’arcipelago del lavoro precario è costituito da lavoratori fino a 34 anni di età. La classe di età compresa tra i 35 e i 44 anni – secondo il Censis – rappresenta il 9 per cento; e ancora meno la classe tra i 45 e i 54 anni: il 6,2 per cento. Ma la precarietà dei giovani – sostiene il Censis – “risulta aggravata” dal netto calo del lavoro tipico nella loro fascia d’età: – 9,5 per cento. E’ così che la precarietà è entrata nel ceto medio, perché sono anche i figli di un piccola borghesia poco avvezza alle intemperie del mercato del lavoro, cresciuta all’insegna della stabilità e del progressivo miglioramento del proprio status, a fare i conti con l’incertezza. Certo, sono i precari delle professioni intellettuali, degli uffici, delle consulenze, della pubblica amministrazione, delle università, della ricerca. Non delle fabbriche e neanche dei call center.

Che, probabilmente, restano ad appannaggio delle classi popolari. Ma – ha scritto Aris Accornero nel suo “San Precario lavora per noi” – “non si può escludere che i ceti medi, coinvolti in una precarietà che non avevano mai conosciuto, ne vengano da questa frustrati più di quanto tocchi alla classe operaia, se non altro perché avevano aspettative di una maggiore stabilità dell’impiego”. La precarietà allora diventa capillare come fenomeno percepito dalla comunità, aldilà delle sue dimensioni numeriche. Soprattutto perché non esistono paracaduti sociali: il precario, in Italia, è senza rete protettiva.

In un’inchiesta di poco più di un anno fa, la Ces (la Confederazione dei sindacati europei) ha stimato che l’esercito dei lavoratori vulnerabile (o perché no? working poor, come negli Stati Uniti) ha superato i 30 milioni in tutto il continente: sei milioni nella Spagna del boom immobiliare e della iperliberalizzazione del mercato del lavoro, cinque nella Gran Bretagna, deindustrializzata, sei nella Germania dal welfare opulento. Così che – dati Eurostat – la percentuale di lavoro temporaneo in Europa è di poco superiore al 14 per cento (14,3), ma è oltre un terzo nel mercato spagnolo, il 14,2 per cento in Germania, il 13,3 per cento in Francia, il 12,3 in Italia. Una percentuale non clamorosa ma che negli anni, nella mancanza di un progressivo adeguamento delle protezioni sociali, ha inciso fortemente sulla cultura del lavoro e anche sulla scarsa produttività della nostra economia. Perché non può non esserci un rapporto tra la flessibilizzazione disordinata del nostro mercato del lavoro, con le sue frammentazioni e destrutturazioni, con la sua illusione di un’occupazione crescente nonostante un Pil perlopiù stagnante, e il crollo della produttività del sistema. E’ solo una coincidenza che dal 1995 al 2004 la produttività media del lavoro sia aumentata da noi solo del 3,1 per cento, contro il 12 per cento tedesco e l’11,8 per cento francese? Eppure nei decenni passati, quelli delle garanzie, eravamo stati noi la tigre europea.

Infine, dopo essere stati tanto flessibili e poi anche precari, i nostri lavoratori atipici difficilmente saranno pensionati, almeno come concepiamo noi adesso questa categoria. Certo – quando lavorano – versano i contributi previdenziali, e il loro è uno dei fondi dell’Inps con il migliore attivo. Ma serve per pagare le pensioni dei loro padri. E forse anche i prepensionamenti decisi, ancora una volta, dall’arroganza della recessione.

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9 febbraio 2009
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Verità e Giustizia per Sandro Marcucci

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Di Sandro Marcucci abbiamo già parlato qui ed anche qui.

Mario l’ha fatto nel capitolo 7 del suo libro, in modo molto più approfondito, articolato e competente. La storia è stata ripresa in più occasioni da Laura, Nilde ed altri bloggers, ma a tutt’oggi, come per molte, troppe storie italiane, la verità e la giustizia sono ancora da palesare.

Ora l’impagabile Laura ha deciso di rilanciare e, tramite i siti su libero e facebook appositamente creati per Sandro, chiede a tutti di partecipare alla richiesta di riapertura delle indagini.

In entrambi potete trovare antefatti e storia: leggeteli con attenzione, per favore, e non fateci mancare il vostro appoggio. Perché un paese in cui la giustizia e la verità sono appannaggio dei potenti – di oggi o di ieri, di destra o di sinistra – non può definirsi democratico e ci fa dire, con Gaber: IO NON  MI SENTO ITALIANO.

Laura ha già raccolto un centinaio di firme.

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Post Scriptum: Sandro meriterebbe ben più di questo misero trafiletto… ma, a parte l’attuale oggettiva difficoltà a stare al computer, mi sento inadeguata… e preferisco lasciare la parola a chi lo ha conosciuto personalmente e ha approfondito la sua storia.

elena

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Sandro Marcucci: aiutateci a riaprire il caso

sandro-marcucci

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Vicenza: la democrazia secondo questo governo

VICENZA NON È UN’ASSOCIAZIONE PER DELINQUERE

Alle donne e agli uomini che amano Vicenza
A quanti credono nella democrazia e nella partecipazione
A coloro che, negli ultimi anni, si sono battuti contro la nuova base militare statunitense
Alle associazioni, ai comitati, alle organizzazioni che si riconoscono nei valori della pace, della giustizia, della libertà di espressione
Alle amministratrici e agli amministratori che rifiutano la trasformazione di Vicenza in città sotto tutela militare
A chiunque non sopporta l’imposizione e l’intimidazione

appello per una manifestazione in difesa della democrazia e del diritto a opporsi all’imposizione
Sabato 14 febbraio, 14.30

NO DAL MOLIN


Sono molti mesi che una comunità trasversale di donne e uomini si mobilita per impedire la realizzazione della nuova base militare statunitense. Voci plurali, ma univoche nell’amore per la propria terra; forme e pratiche diverse, a dimostrare la ricchezza e la diversità che si interseca nella mobilitazione vicentina.

C’è un grande messaggio di libertà e democrazia nel racconto scritto, giorno dopo giorno, da questa comunità. Libertà nel voler decidere le sorti della propria terra e del proprio futuro; nel cercare un domani diverso dalla guerra e dalla cementificazione. Democrazia nel pretendere di avere diritto di parola, nell’essere presenti, in prima persona, sulle grandi questioni che coinvolgono il luogo in cui si abita, ma anche il mondo in cui si vive.

Nelle ultime settimane, parallelamente all’avvio, all’interno dell’aeroporto Dal Molin, dei lavori per realizzare la nuova base statunitense, questa comunità è stata delegittimata nel suo diritto a esistere e a esprimersi. Abbiamo ripetuto e condiviso innumerevoli volte le ragioni per le quali ci siamo mobilitati; abbiamo visto i nostri diritti calpestati da chi ci ha impedito di conoscere i dettagli del progetto e di esprimerci attraverso una consultazione popolare.

Ma ora ci vogliono togliere la nostra dignità. Negli ultimi giorni il Governo ha consegnato alla città di Vicenza un messaggio inequivocabile quanto autoritario: chiunque si oppone, seppur pacificamente e in modo pubblico, è considerato un deviante da denunciare e colpire. Tanto che, per le forme di opposizione pacifiche ma determinate di questi giorni, è stato ipotizzato il reato di associazione per delinquere.

Nella giornata di martedì 10 febbraio le forze dell’ordine, guidate dal Questore Sarlo, hanno messo l’area limitrofa al Dal Molin e l’intero territorio vicentino in stato da coprifuoco militare. Ogni assembramento di più di 3 persone era considerato manifestazione non autorizzata e i cittadini minacciati di arresto; ogni iniziativa di opposizione pacifica al cantiere per la nuova base Usa è stata considerata violenza. Nessun canale di dialogo è stato concesso ai manifestanti ai quali sono stati riservate soltanto minacce e botte e la scuola di polizia è stata trasformata in luogo di detenzione provvisoria per accogliere i fermati. La città è stata espropriata del proprio governo cittadino al quale si è sostituito il diktat del Prefetto e del Questore i quali vorrebbero rendere operativo il progetto politico del commissario Costa: estirpare alla radice il dissenso locale.

Ritrovarsi, discutere, condividere, opporsi non è più il sale della democrazia. La partecipazione democratica contro una decisione statuale che gran parte dei vicentini avversano da fatto politico viene trasformata in azione eversiva, come se opporsi collettivamente alla nuova base militare corrispondesse a costruire un cartello mafioso.

In questi giorni la nostra città ha subito una profonda ferita. Ha perso il governo del suo territorio, nella militarizzazione crescente che ha caratterizzato le aree limitrofe al Dal Molin; ha subito l’intimidazione di chi vorrebbe costringere i cittadini a chiudersi nelle proprie case accettando a testa bassa l’ennesima imposizione.

Vicenza ha, tra i suoi borghi, gli anticorpi all’autoritarismo; ci appelliamo a tutti coloro che rifiutano questa situazione e che difendono democrazia e partecipazione per cicatrizare, collettivamente, questa ennesima ferita. Ritroviamoci sabato 14 febbraio per una manifestazione cittadina in difesa della vocazione democratica e civile della nostra città. Per il diritto a esprimersi e opporsi, contro la criminalizzazione di chi vuol continuare, nonostante tutto, ad amare la propria città.

La città del Palladio non è un’associazione a delinquere; la città del Palladio è uno spazio di democrazia.

SABATO 14 FEBBRAIO
VICENZA NON È UN’ASSOCIAZIONE PER DELINQUERE
Partenza ore 14.30 P.za dei Signori

Per adesioni: comunicazione@nodalmolin.it

Fonte: nodalmolin

Tutti i comunicati, gli appuntamenti e le notizie si trovano qui: http://www.nodalmolin.it/

Radiografia di due delitti di mafia, celati dal cono d’ombra. Intervista a Carlo Ruta

Attraverso una inedita investigazione dei delitti Tumino e Spampinato, lo storico, con Segreto di mafia, illumina gli scenari in ombra dell’est siciliano nei primi anni settanta, quando Catania costituiva, per numeri, la capitale del neofascismo italiano e l’isola tutta una sponda strategica del regime greco dei colonnelli

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A cura di Gianluca Floridia

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È il caso di delineare anzitutto lo sfondo. Cosa rappresentava l’est siciliano negli ultimi anni sessanta e all’imbocco del decennio successivo?

Negli anni sessanta Catania veniva chiamata la Milano del sud. Siracusa e Ragusa venivano reputate le province più amene dell’isola. L’intera fascia ionica, da Messina agli Iblei, veniva considerata, per tradizione, priva di fenomeni mafiosi. In realtà, relativamente a quel decennio, la situazione era ben complessa. Dopo la chiusura del porto franco di Tangeri, nel 1960, la mafia siciliana aveva sottratto ai marsigliesi il predominio internazionale del contrabbando dei tabacchi lavorati. Malgrado i deficit di radicamento, aveva quindi dovuto rendere l’est della Sicilia un territorio pienamente operativo, per due ragioni: la maggiore vicinanza dalle nuove sedi di deposito, localizzate di massima lungo le coste iugoslave, albanesi e greche; la buona reputazione di cui godeva l’area, che rendeva le coste maggiormente permeabili, ai fini degli sbarchi.

Cosa costituiva l’area iblea per Cosa Nostra?

La provincia ragusana poté godere, per certi versi, di uno «statuto» a sé. Pur mancante infatti di una tradizione, di una organizzazione di affiliati, propriamente detta, divenne un’area di rilievo strategico, in virtù della sicurezza inusuale dei suoi litorali. Se le province di Siracusa e Messina, prive di famiglie organizzate, per ragioni di contiguità territoriale, vennero poste allora sotto l’autorità del boss catanese Giuseppe Calderone, il territorio ibleo, al pari di alcune aree campane, finì sotto la diretta «giurisdizione» dei boss contrabbandieri di Palermo, che ne fecero una sorta di enclave, amministrato localmente dal boss vittoriese Giuseppe Cirasa. E le presenze nell’Ippari, lungo gli anni settanta e ottanta, di  personaggi come i Rimi di Trapani, i Greco di Palermo, i cugini Salvo di Salemi, il vice capo della commissione Girolamo Teresi, ne furono un significativo risvolto.

Fatta questa premessa, circa i caratteri del cono d’ombra, andiamo allo specifico dei due delitti del 1972. Da un’ampia sequela di indizi esposti in Segreto di mafia, emerge che l’uccisione dell’ingegnere Angelo Tumino, palazzinaro e viveur ragusano di una certa fama, potè essere originato da uno sgarro, sullo sfondo dei contatti che il medesimo, grosso collezionista d’arte, aveva stabilito con il mercato illegale, sotto l’egida dei boss contrabbandieri che operavano nell’area. Tumino era allora un colluso o una vittima?

Dai dati disponibili non emerge che l’ingegnere fosse un colluso: che fosse uso, per esempio, a ricevere regalie in cambio di favori. Né del resto era in condizione di farne, perché prese a interessarsi di cose d’arte negli ultimi tre-quattro anni della sua vita, quando non ricopriva cariche pubbliche, aveva ridotto notevolmente i propri impegni nell’edilizia residenziale, si era pressoché ritirato dalla vita mondana, recava infine un figlio da accudire, nato da una relazione occasionale. Tanti elementi fanno evincere piuttosto che Tumino, nel momento più gramo della sua carriera, si introdusse nel mercato illegale da privato, convinto che con la mafia si potessero fare affari senza rischi. E con buona probabilità, proprio la convinzione di avere a che fare con contraenti normali, tale da fargli sentire normale pure la vicinanza di un pluripregiudicato come Giovanni Cutrone, che si qualificava come esperto d’arte, gli fu fatale. L’ingegnere non dovette calcolare a sufficienza che l’insorgere di un qualsiasi contenzioso lo avrebbe esposto al rischio di vita. In definitiva, non doveva conoscere a fondo la mafia. E anche questo comprova che, per quanto disinvolto nel condurre i propri affari, non poteva esserne autenticamente colluso.

Come si pone in tale quadro la figura di Roberto Campria, figlio del presidente del tribunale di Ragusa e grande amico di Tumino? Fu un colluso o una vittima?

L’ipotesi che il giovane Campria fosse un colluso appare anch’essa inattendibile. Con buona probabilità, non lo fu in nessun passaggio della vicenda. Era un giovane problematico, recante una personalità fragile. Si ritrovò, verosimilmente, nella medesima condizione del Tumino, perché a questo si accompagnava, seguendone le movenze e gli stili. Di certo conosceva le cose del passato recente, per esserne stato testimone. Non poteva essere quindi all’oscuro delle ragioni per le quali il suo amico era stato ucciso. E già una cosa del genere, tenuto conto del carattere e soprattutto dello status del Campria, che non poteva essere appunto quello di un colluso, dovette bastare a mettere in allarme gli uccisori del palazzinaro. In definitiva, a prescindere da tutto, esistevano le condizioni perché il giovane fosse tenuto sotto osservazione. Ma numerosi fatti, dal 25 febbraio 1972 in avanti, testimoniano che la situazione dovette essere ben più complessa. Il figlio del magistrato non recava le movenze di chi conosce solo le esteriorità e gli antecedenti di una storia. Sin dai primi momenti si mosse goffamente, manifestando atteggiamenti che destarono sospetti. Circa gli spostamenti nel giorno del delitto, di cui diede testimonianza appena un giorno dopo, fu inoltre sconfessato clamorosamente da una testimone, Elisa Ilea, le cui parole, se meglio considerate, avrebbero potuto costituire il punto di svolta dell’intera inchiesta giudiziaria. Le movenze del Campria erano in sostanza quelle di chi interagisce con gli eventi in modo sincrono, muovendosi magari con difficoltà, ma con una forte cognizione delle cose.

Il figlio del giudice poté avere responsabilità dirette riguardo alla morte dell’ingegnere?

Il sospetto, emerso sin da subito, rimane fino a oggi privo di riscontri e manifesta delle incongruenze. È invece altamente verosimile che Campria fosse presente, quale testimone involontario, sulla scena dell’uccisione oppure ad eventi direttamente collegati al delitto. In tutti i casi, le conoscenze del medesimo, del presente più che delle cose passate, del delitto più che degli eventi scatenanti, dovettero creare non poca inquietudine negli uccisori di Tumino, tanto più dopo l’irruzione in scena del giornalista Giovanni Spampinato, appena due giorni dopo il delitto.

Perché gli uccisori non provvidero a eliminare subito Campria, se ravvisarono nella sua persona un testimone scomodo e pericoloso?

Gl’indizi passati al vaglio suggeriscono una ipotesi congrua. L’eliminazione fisica del Campria avrebbe potuto avere effetti devastanti. Attraverso una sequela di messaggi depistanti, il caso Tumino era stato ricondotto, tanto in sede istruttoria quanto nelle voci della città, lungo tre percorsi alternativi, tutti inconsistenti: il delitto passionale, il regolamento di conti nell’ambito del commercio antiquario, il delitto per rapina. Ebbene, se dopo quel 25 febbraio fosse stato ucciso il figlio del più alto magistrato di Ragusa, le tre piste sarebbero sfumate in un baleno. A quel punto, la pista della grande criminalità sarebbe emersa clamorosamente e senza indugio. Il cono d’ombra del sud-est ne sarebbe uscito interamente illuminato, dieci anni prima che Giuseppe Fava, con l’esperienza de «I Siciliani», e poi con la sua morte, ne mettesse a nudo l’essenza, i traffici, i potentati occulti. Le strategie dell’ordine pubblico ne sarebbero potute uscire quindi rivedute, gli organici delle caserme rafforzati. In definitiva, i traffici che si svolgevano nell’area, garantiti fino allora dal mito della Sicilia senza mafia, di fatto da una impenetrabile sordina, sarebbero potuti finire in discussione, con effetti imponderabili.

Quale significato ebbe la presenza in scena di Giovanni Spampinato?

Con il breve scoop del 28 febbraio, il giornalista de «L’Ora» e de «L’Unità» non puntò sul Campria solo perché aveva saputo dell’interrogatorio cui era stato sottoposto il giovane la sera del 26. Oggi si conosce l’esito di quel colloquio. Si sa con certezza che il figlio del giudice non era stato ascoltato nelle vesti di persona sospettata. Spampinato aveva raccolto bensì il sospetto da una fonte di prim’ordine, costituita Mario Tumino, fratello del palazzinaro ucciso. E solo forte di tale aggancio decise di incalzare il Campria. L’informatore del cronista di certo non era a conoscenza dei rapporti che aveva intessuto il fratello con certi ambienti, ma, come emerge dalle sue deposizioni, aveva il sentore di qualcosa, che gli venne facile associare con le condotte anomale del Campria, del passato e del presente. Dal canto suo, Spampinato mancava di troppi tasselli per potersi orientare con pienezza. Colse tuttavia quel sentore, elaborò quel sospetto sul giovane, corroborato appunto dalle movenze goffe e incoerenti del medesimo nei giorni successivi al delitto.

Come poté essere avvertito l’impegno di Spampinato dagli uccisori di Tumino?

Di certo il cronista era finito su una pista pericolosa. Come emerge dalla lettera che inviò alla collega de «L’Ora» Angela Fais il 28 febbraio, dalla memoria che il 5 aprile indirizzò alla federazione del PCI di Ragusa e da alcune inchieste sullo squadrismo in Sicilia che uscirono sul quotidiano da fine febbraio a maggio, andava convincendosi che l’uccisione di Tumino fosse maturata nell’ambito di una trama che riuniva trafficanti d’arte ed eversori neofascisti. Ebbene, sulla scorta dei dati che si possiedono, tale ipotesi appare caduca. Pur non potendo recare alcuna cognizione dei fatti, il giornalista era tuttavia nel perimetro della verità, partecipando, si direbbe per induzione, a quella di cui era custode Campria. Al di là dei propri convincimenti, più di ogni altro, quindi, era nelle condizioni di svelare il segreto dell’uccisione del 25 febbraio. E tanto più lo divenne quando ebbe modo di interloquire di persona con il figlio del magistrato. In definitiva, più preoccupante della parola di Spampinato, dovette risultare il gesto. Prova ne è che il giornalista venne ucciso dopo che aveva smesso da mesi di scrivere sul caso.

Le inchieste di Spampinato sul caso Tumino quale impatto recavano sugli ambienti che avevano determinato il delitto del 25 febbraio?

Di certo, gli articoli usciti su «L’Ora» recavano uno rilievo a prescindere. Il cronista andava necessariamente a tentoni, sollecitato tuttavia da un sentire divergente che gli consentiva di slargare il circolo delle supposizioni. Nei suoi scritti, se non poteva offrire quindi risposte, poneva numerose domande, che, seppure in modo necessariamente largo, evocavano poteri occulti e criminali. Il primo sulla vicenda usciva con il seguente titolo: Delitto Tumino. Una pista è la mafia. E non si trattava evidentemente di una pista seguita dagli inquirenti, ma di una intuizione, per certi versi di un suggerimento investigativo. Il 28 aprile Spampinato dava conto delle tattiche di depistaggio in corso, che evocavano menti molto sofisticate, mentre scartava l’ipotesi del delitto per rapina. Nell’articolo del 7 luglio, quando l’inchiesta giudiziaria non faceva alcun passo in direzione del delitto organizzato, si chiedeva: «Come mai il corpo appariva rivestito e sistemato con cura? Poteva un uomo solo spostare il cadavere dell’ingegnere, che pesava più di cento chili?». Nelle inchieste che il giornalista andava conducendo in quei mesi, sulle trame neofasciste, erano inoltre costanti i riferimenti alle attività di contrabbando nel sud-est.

Ecco, le inchieste di Spampinato sull’eversione nera in Sicilia, che rilievo avevano?

Tali approfondimenti dovevano destare non poca preoccupazione, soprattutto negli ambiti di mafia. Con le sue denunce il giornalista finiva infatti con l’orientare l’attenzione pubblica, non soltanto siciliana, su un’area che doveva rimanere in ombra, con possibili pregiudizi per gli affari che vi si conducevano.

Esistevano in quegli anni degli accordi, tattici o strategici, fra eversori neri e mafia?

Gli obiettivi e le metodologie operative erano del tutto differenti. Il neofascismo faceva in quegli anni un gran rumore. E anche nell’est siciliano le cose andavano così. A Catania, divenuta in quegli anni la maggiore roccaforte italiana della destra con il 30 per cento dei voti al partito di Almirante, si giunse alla distruzione della federazione provinciale del Pci. A Siracusa fu un succedersi di attentati, soprattutto alle sedi della CGIL. Ragusa conobbe numerosi atti di squadrismo. Le operazioni di sbarco e di transito dei tabacchi lavorati, gestite dalla mafia, necessitavano invece del massimo di sordina. Si può quindi escludere che potessero esistere accordi strategici, o solo tattici, fra i boss del contrabbando e i neofascisti, tanto più nel «quieto» sud-est.

Dinanzi agli azzardi del giornalista come si poterono porre gli uccisori di Tumino?

Evidentemente, l’uccisione in stile mafioso del giornalista che indagava sulla vicenda avrebbe fatto in Italia un gran rumore, con l’effetto di mettere a repentaglio gli equilibri e i silenzi su cui reggevano il contrabbando e le connessioni del sud-est. Va ricordato d’altronde che appena due anni prima il rapimento del redattore de «L’Ora» Mauro De Mauro aveva destato indignazione in tutto il paese e aveva attratto cronisti da ogni parte del mondo. Si avrebbe potuto avere beninteso buon gioco nel depistare l’attenzione generale e le indagini in direzione del neofascismo su cui indagava il giornalista, ma le cose non sarebbero cambiate di tanto. Il clamore si sarebbe avuto a prescindere. La pista della mafia sarebbe potuta emergere ugualmente, pure avvalorata da talune intuizioni dello stesso Spampinato. Campria, che costituiva il punto più permeabile della vicenda, sarebbe potuto finire poi stretto d’assedio, da segmenti dell’informazione, dalla magistratura, con il rischio fondatissimo di un  definitivo crollo. La storia è andata tuttavia diversamente, perché l’uccisione del cronista, compiuta da Campria nella notte del 27 ottobre 1972, è stata registrata come l’epilogo di una storia privata.

Su Segreto di mafia viene tuttavia documentata, sulla scena dell’uccisione, la presenza di un misterioso individuo. È la prova che anche nel caso di Giovanni Spampinato si trattò di un delitto organizzato?

Tale presenza sul luogo e nel momento dell’uccisione, avvenuta appunto in piena notte, costituisce evidentemente un dato importante, che pone numerosi interrogativi, cui non è possibile, al momento, dare risposte definitive. I dati che sono stati documentati legittimano comunque una lettura del delitto ben distante da quella emersa nei vari gradi del processo.

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Fonte: “L’Isola Possibile”. Rivista supplemento mensile de “Il Manifesto”, 28 gennaio 2009.

Ultim’ora: riceviamo via mail e pubblichiamo:

Carissimi amici,
continua il nostro viaggio nella Memoria, attraverso il libro di Carlo Ruta “Segreto di Mafia.Il delitto Spampinato e i coni d’ombra di Cosa Nostra”. Mi sembra, quella del ricordo del giovane giornalista ragusano ucciso nel ’72, uno dei modi migliori per avviarci verso il 21 Marzo, a Napoli quest’anno, che è la Giornata Nazionale della Memoria di tutte le vittime di mafia. Le mafie sono le prime nemiche della Verità, tanto amata e inseguita dal nostro giovane amico Spampinato, uno dei nove giornalisti uccisi nella nostra terra! Un grazie a Carlo Ruta che con i suoi lavori ne tiene alti lo spessore e la figura, che così giunge fino alle nostre giovani generazioni.

Gianluca Floridia – Libera Associazioni Nomi e Numeri contro le mafie, coordinamento di Ragusa

Ecco il comunicato di Pippo Gurrieri, direttore di Sicilia Libertaria e organizzatore della serata presso il Centro Studi Feliciano Rossitto:

Vi comunico che sabato 14 febbraio, alle ore 17, presso il Centro Studi Feliciano Rossitto di Ragusa, in via Ducezio 13, verrà presentato il libro di Carlo Ruta: Segreti di mafia, sui delitti Tumino e Spampinato.

Oltre all’autore, relazioneranno Giorgio Chessari del Centro Studi e Pippo Gurrieri per la Sicilia Punto L edizioni. Introdurrà Gianluca Floridia, di Libera Associazioni Nomi e Numeri contro le mafie.
Pippo Gurrieri, Sicilia Libertaria

PROMUOVONO LA SERATA: Associazione Culturale Sicilia Punto L, Centro Studi Feliciano Rossitto-Ragusa, Libera Associazioni Nomi e Numeri contro le mafie, coord. Ragusa

Riconosciuta ai Maori la proprietà della haka, la danza tribale

Accordo da 120 milioni di euro riconosce ai nativi neozelandesi i diritti sulla danza di guerra resa celebre dai mitici All Black

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Del “Ka Mate” non potranno essere più fatti usi commerciali impropri, come nel caso dello spot Fiat

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di MARCO GRASSO

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Con quella danza terrorizzano da oltre un secolo le squadre di rugby di mezzo mondo. Molto spesso con successo. L’haka, il rito con cui si apre ogni partita di rugby degli All Black, la leggendaria nazionale neozelandese, tornerà ai Maori. Il governo di Wellington ha accettato di riconoscerne la proprietà intellettuale a otto tribù indigene. L’accordo, mette fine a una controversia che va avanti da 160 anni, prevede un risarcimento complessivo di 300 milioni di dollari neozelandesi (circa 121 milioni di euro).

Erano anni che i Maori, popolo di grandi guerrieri, combattevano questa battaglia legale. Grazie ai successi degli All Black quella danza gode ormai di fama planetaria e ha contribuito non poco al successo di immagine della rappresentativa neozelandese. Già questo era sufficiente a suscitare le ire degli antichi abitanti dell’isola: la loro danza sfruttata dai colonizzatori, che dalle usanze dei loro avi ricavavano fama e fortuna. La “Ka Mate”, dal capo guerriero Te Rauparaha, della regione Ngati Toa, all’inizio del 19mo secolo, dopo essere riuscito a sfuggire con successo all’inseguimento dei nemici.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso sono stati gli spot pubblicitari. In particolare, i Maori sono andati su tutte le furie per la pubblicità della Fiat, in cui l’haka, rito tradizionalmente maschile, veniva ballata da un gruppo di mamme. Un altro duro colpo fu inferto dalla performance del film Forever Strong, in cui veniva riprodotta da una squadra di rugby di un liceo americano. Più che una beffa una vera umiliazione.

Si tratta del primo accordo del genere raggiunto dal governo di Wellington. La transazione ha coinvolto otto tribù della regione Ngati Toa, circa 12mila neozelandesi maori. La proprietà intellettuale dell’haka è parte di una serie di compensazioni che la Nuova Zelanda ha riconosciuto agli indigeni per gli abusi commessi dai colonizzatori inglesi, in seguito a un accordo firmato nel lontanissimo 1840. La metà del risarcimento sarà in contanti, il resto fa parte di un pacchetto che comprende contratti di affitto forestali e crediti in cambio di emissioni.

Questo compromesso, dicono i firmatari, servirà a limitare, da ora in poi, “il cattivo uso” del rito. A quanto sembra però, gli indigeni non potranno ricevere royalties. Di certo un miracolo lo ha già compiuto: riappacificare quelle tribù unite, oggi così compatte contro i colonizzatori, che fino a un centinaio di anni fa usavano quel rito per farsi guerra tra loro.

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11 febbraio 2009

fonte: http://www.repubblica.it/2009/02/sport/vari/rugby-haka/rugby-haka/rugby-haka.html?rss

Torino, 13 febbraio: presidio contro la crisi ed udienza processo Thyssenkrupp

Segnaliamo a tutti i lavoratori ed i cittadini di Torino e zone limitrofe – ma non solo! – che per il 13 febbraio sono in programma queste iniziative:

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1) – NOI LA CRISI NON LA VOGLIAMO PAGARE!

Sono sotto gli occhi di tutti le pesanti conseguenze della crisi economico-finanziaria in atto: mentre il mondo industriale e bancario, lo stesso che ha provocato questa crisi, impone sussidi, sgravi, mano libera su licenziamenti e flessibilità per mantenere ed accrescere i propri profitti, sulle spalle di lavoratori/trici, precari/e, studenti/esse, migranti si abbattono disoccupazione, precarietà lavorativa e di vita, emarginazione sociale.

Lavoro: migliaia di licenziamenti e di ore di cassa-integrazione, migliaia di contratti a termine non rinnovati nell’industria e nei servizi.

L’accordo firmato da CISL, UIL e UGL per la “riforma” del modello contrattuale accoglie tutti i desideri di sempre di Confindustria, riducendo il contratto nazionale ad un involucro vuoto che non potrà servire a recuperare reddito e salario, smantellando i diritti collettivi, a cominciare dal diritto di sciopero che non viene più considerato un diritto di ogni lavoratore, ma un privilegio riservato ai sindacati “buoni”. Una condizione di supersfruttamento e precarietà che produrrà inevitabilmente conseguenze drammatiche anche in materia di sicurezza sul lavoro, con un prevedibile aumento dei morti e degli incidenti.

Reddito: aumento del carovita, sussidi insufficienti per i/le disoccupati/e, tagli ai servizi sociali, privatizzazione di beni primari, come l’acqua.

Scuola/università: tagli che di fatto smantellano il sistema pubblico della scuola e dell’università lasciando la possibilità di trasformazione in fondazioni private con gravi conseguenze sulla ricerca, sulla didattica, sulla produzione di saperi critici e sui servizi offerti. Gravi saranno le conseguenze occupazionali sia per i docenti e gli insegnanti, sia per ricercatori e personale tecnico amministrativo (laboratori, biblioteche, ecc.).

Immigrazione: lavoro nero, precario e sottopagato, negazione di diritti elementari come casa e residenza, criminalizzazione con le nuove norme del pacchetto sicurezza che istituisce il reato di immigrazione clandestina, introduce la possibilità di denuncia, da parte del personale medico, dei migranti “irregolari” che chiedono assistenza sanitaria, e infine legalizza la costituzione delle “ronde” razziste.

Questo è il prezzo della crisi, una crisi che, però, ha aperto anche uno spazio di discussione  e di iniziativa pubblica fra settori sociali da troppo tempo volutamente tenuti divisi: la Rete di Resistenza alla crisi.

Per questo, in occasione dello sciopero dei lavoratori e lavoratrici metalmeccanici e del pubblico impiego, a cui va la nostra solidarietà, come realtà di lotta del mondo del lavoro, della Scuola e dell’università, dei migranti, abbiamo deciso di scendere in piazza per dare voce a tutti/e coloro che pagano una crisi causata da altri, e che questa crisi non vogliono pagare.

Venerdì 13 febbraio – dalle ore 11 –

presidio con assemblea di piazza

Piazza castello, angolo via Garibaldi

T O R I N O

Fonte: Rete di Resistenza alla crisi, via mail

nonpagheremo@gmail.com

2) – PROCESSO THYSSENKRUPP

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La prossima udienza, per chi non lo sapesse è il 13 febbraio, il processo è a porte aperte…
quindi chi è libero, spero che venga…
Per quando tutte le notizie,sulle udienze speriamo di essere
più tempestivi e precisi, riportando tutto sul sito

Per chi ancora non l’avesse fatto, è aperto il tesseramento
2009 dell’associazione legami d’acciaio
..
. nel sito
troverete la sezione (SOCIO) dove
c’è scritto tutto… per come fare la tessera.(spero che
siate in tanti)

Fonte: Gigi, di Legami d’Acciaio