Archivio | febbraio 13, 2009

La Cgil in piazza contro le divisioni: “In 700.000 per un piano anticrisi”

Fiom e Funzione Pubblica per ricomporre le fratture del Paese tra “P.A. e privati anziani e giovani, Nord e Sud, nativi e immigrati”, e per l’unità sindacale

Nel corteo molti esponenti del Pd. Epifani: “Difenderemo la Costituzione”
Scontro a distanza con Bonanni. Dal palco: “Proviamo a diventare tutti più umili”

.

di ROSARIA AMATO

.

ROMA – In 700.000 per riaffermare la dignità del lavoro e dei lavoratori, contro le divisioni nel sindacato, le divisioni nella sinistra, ma anche le divisioni “tra Nord e Sud, giovani e anziani, nativi e migranti”. E per riaffermare i valori della Costituzione, a cominciare da quell’art.1 che esordisce definendo l’Italia “una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. E’ per questo che i metalmeccanici della Fiom e i lavoratori della Funzione pubblica Cgil sono scesi oggi in piazza. Il pubblico accanto al privato, un abbinamento che i vecchi sindacalisti considerano “stravagante”, ma che hanno accettato senza problemi come un’alleanza necessaria, in tempi di crisi, e di contrasti sempre più forti con Cisl e Uil, che hanno portato alla firma separata sull’accordo per la riforma del modello contrattuale.

LA CRONACA DELLA MANIFESTAZIONE IN TEMPO REALE

La presenza del Pd. Pesano anche le difficoltà di rapporti con il Pd: nei giorni scorsi si è dibattuto a lungo per la mancata ‘adesione’ del partito allo sciopero generale di otto ore e alle manifestazioni di protesta indette dalla Cgil. Alla fine è arrivata una generica dichiarazione di ‘solidarietà’ da parte del segretario Walter Veltroni, ma non l’adesione chiesta esplicitamente dal maggiore sindacato italiano. Alla manifestazione c’erano comunque molti esponenti di rilievo del Partito democratico. A cominciare da Goffredo Bettini, che ha sottolineato il significato non esclusivamente personale della propria presenza: “La posizione di Letta (che ha sostenuto che l’accordo firmato da Cisl e Uil senza la Cgil è una buona opportunità, ndr) non è quella del Pd. Io sono il coordinatore del Pd e sono qui. Ci sono anche Bersani, Bindi, D’Alema, Damiano, Fassino: il Pd è accanto ai lavoratori”.

Altri esponenti del partito hanno sottolineato che erano lì a titolo personale. “Io penso che qui oggi si debba parlare dell’unità sindacale, ma non di quella politica: la politica deve rimanere fuori – ha detto Rosy Bindi – E’ giusto che non ci sia stata un’adesione da parte del Pd, e che chi ha voluto partecipare al corteo accanto alla Cgil lo abbia fatto a titolo personale”.

“Fassino, tu con chi stai?”, hanno chiesto alcuni manifestanti al ministro degli Esteri del governo ombra, a braccetto con Cesare Damiano nel corteo partito da piazza Esedra, poi confluito insieme agli altri due (partiti rispettivamente dalla stazione Tiburtina e da piazzale dei Partigiani) in piazza San Giovanni. “Noi siamo qui, stiamo con i lavoratori – ha risposto Fassino sorridendo – Stando a fianco dei lavoratori, si lavora anche per ricucire l’unità”. Mentre il segretario del Pd Walter Veltroni dalla Sardegna, dove si chiudeva la campagna elettorale, si è limitato a osservare che quella indetta dalla Cgil “è una manifestazione che nasce da problemi reali da affrontare. Bisogna creare le condizioni per ascoltare i lavoratori e lavorare per unire il mondo del lavoro”.

Alle domande sulla mancata partecipazione di Veltroni, Pierluigi Bersani, candidato alla segreteria del Pd, ha risposto: “Immagino che in Veltroni ci sia la preoccupazione di dare un messaggio di ricomposizione dell’unità sindacale. Per questo capisco anche la sua scelta di non partecipare. Lo ha fatto per segnalare l’esigenza di ritrovare l’unità nel mondo del lavoro. Ma è giusto anche esserci. Noi ci siamo e siamo in tanti”. Quindi l’attacco all’esecutivo: “La politica economica del Governo è inesistente. E’ un guaio che di questa crisi si parli poco. Il governo purtroppo non fa politica economica”.

La Cgil in piazza contro le divisioni "In 700.000 per un piano anticrisi"Epifani sul palco

.
L’adesione di Idv, Prc, Sd e Verdi. Hanno aderito invece allo sciopero come partiti l’Italia dei Valori, il Prc, i Verdi e la Sinistra Democratica. “L’Idv – ha spiegato in una nota Antonio Di Pietro – è oggi in piazza al fianco dei lavoratori, i primi a pagare le scelte sbagliate del governo Berlusconi in materia economica”. “Rifondazione come partito c’era e convintamente”, ha sottolineato il segretario del Prc Paolo Ferrero al termine del corteo.

I rapporti con Cisl e Uil. L’unità è stata lo slogan di tutta la manifestazione. Intanto tra pubblico e privato: dipendenti pubblici e metalmeccanici sono apparsi convinti alleati, a fronte dell’isolamento nel quale la Cgil si trova dopo la mancata firma dell’accordo sui contratti. Isolamento che è innanzitutto da imputare al governo, accusa il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani: “Avevamo chiesto al governo di aumentare la tassazione sopra i 150.000 euro per sostenere i redditi più deboli, come è stato fatto in Gran Bretagna. Pensavamo che, nel pieno della crisi, si potesse fare un passo verso la solidarietà. E invece il governo non l’ha fatto, e ha lavorato a favore di un accordo separato. Senza l’intervento del governo quell’accordo non sarebbe stato firmato”.

Ma non tutto è perduto, sembra pensare Epifani, che dal palco in piazza San Giovanni ha lanciato un appello a Cisl e Uil: “Ci possono essere opinioni diverse, ma che siano i lavoratori a dire chi ha ragione e chi no. Usciamo da questa situazione. Proviamo a diventare tutti un po’ più umili, perché sotto di noi c’è sempre un lavoratore, un precario, un pensionato per il quale vale la pena di impegnarsi”.

Ma gli appelli, almeno oggi, sembrano cadere nel vuoto: “Non si deve parlare genericamente di frattura del sindacato – ha detto Raffaele Bonanni a margine di un’iniziativa Cisl a Piacenza – è la Cgil che sta costruendo fratture rispetto agli altri: ha abbandonato il convoglio unitario per ragioni politiche cinque mesi dopo che avevamo raggiunto, tutti assieme, un accordo storico. E’ ormai chiaro che la Cgil punta a una ristrutturazione della sinistra più che a una ristrutturazione del sindacato”. “Bonanni ogni giorno dice cose non vere invece di riconoscere la nostra iniziativa per quello che è: una spinta al governo per chiedergli di affrontare la crisi. Lo sciopero è un sacrificio, una perdita di salario, ci vuole un po’ di rispetto per le scelte altrui”, ha replicato a sua volta Epifani, quando i giornalisti gli hanno riferito le parole di Bonanni.

La replica della Uil è affidata al segretario confederale Antonio Foccillo: “Credo che il periodo di recessione che ci aspetta sarà più lungo e più drammatico di quanto previsto, anche perché il peggio deve ancora venire. Proprio per questo ritengo che lo sciopero della Funzione Pubblica Cgil e della Fiom sia sbagliato. In questa situazione dobbiamo rompere gli indugi e fare qualcosa di maggiormente concreto, e ciò può essere fatto solo se si ritrovano le ragioni del dialogo e del confronto e non dello scontro tra l’altro solitario”.

La piazza. Ma la Cgil, almeno oggi, non si è sentita isolata. Il colpo d’occhio in piazza San Giovanni era notevole: decine di migliaia di persone, con caschi, slogan, bandiere. I metalmeccanici di Pomigliano, ancora furiosi con la polizia che qualche giorno fa li ha caricati nel corso di una manifestazione, e che quasi hanno rischiato di nuovo lo scontro con le forze dell’ordine all’altezza di Santa Maria Maggiore. I dipendenti delle acciaierie di Terni, delle piccole imprese manufatturiere della Toscana, i precari delle Asl siciliane che hanno ribadito con orgoglio dal palco il loro no alla denuncia degli immigrati clandestini, anche in una Regione nel quale il lavoro è un lusso, e chi ha uno stipendio anche minimo è più ricattabile che altrove.

Secondo gli organizzatori, quando a San Giovanni e nelle strade circostanti ormai non c’era più neanche un angolino vuoto, le ‘code’ dei tre cortei arrivavano rispettivamente in piazza della Repubblica, al Colosseo e al Verano. Dal palco si è parlato appunto di 700 mila manifestanti. Per la Questura in piazza c’erano 50 mila persone.

Tra la folla c’erano anche slogan fantasiosi: “Se il cielo avesse considerato la ricchezza una cosa preziosa non l’avrebbe data a un mascalzone”, si leggeva per esempio in un cartello appena sotto il palco.

Crisi e Costituzione. Il segretario della Fiom Gianni Rinaldini e quello della Funzione Pubblica Carlo Podda hanno ribadito nei loro interventi conclusivi la necessità di un piano anticrisi, “perché il peggio deve ancora venire”. E Podda ha lanciato una proposta: “Perché non aggiungere nella dichiarazione dei redditi di quest’anno una quarta casella all’8 per mille, per dare la possibilità di destinarlo al Fondo Inps per gli ammortizzatori sociali?”. Mentre Rinaldini ha chiesto “un intervento che costruisca una rete di protezione sociale, estendendo gli ammortizzatori a tutti e conservando il posto di lavoro”. E ha aggiunto: “Ci dicono che questo costa. Come è possibile che si trovano risorse per salvare le banche, l’Alitalia e la finanza e quando si deve intervenire sui lavoratori non ci sono?”.

Ma dalla manifestazione è emersa con forza anche l’esigenza di rifondare l’Italia a partire dai valori costituzionali, quei valori che il premier Silvio Berlusconi ha bollato alcuni giorni fa come di stampo ‘sovietico’: “Mi sembra che il premier abbia parlato di Costituzione sovietica – ha rivendicato Epifani dal palco – anche se il giorno dopo ha detto che non era vero. Possiamo chiedere al presidente del Consiglio, che ha giurato sulla Costituzione, di dire che è anche la sua?”. Quei valori “li difenderemo con le unghie e con i denti, non solo per il rispetto del passato ma anche perché accompagnino i giovani nel futuro del Paese”.

.

13 febbraio 2009

fonte: http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/economia/sciopero-generale/corte-san-giovanni/corte-san-giovanni.html

Annozero, Gasparri contro Santoro: “Lui e Vauro due volgari sciacalli”

Annozero, Gasparri contro Santoro "Lui e Vauro due volgari sciacalli"

Il presidente dei senatori Pdl lancia frecce avvelenate contro il giornalista e il vignettista

La rivolta dell’opposizione: “La maggioranza si appresta ad epurare la Rai”

E oggi sul sito della trasmissione compare la vignetta che ha fatto infuriare il senatore

{B}La vignetta che ha fatto infuriare Gasparri{/B}

ROMA – “Santoro e il presunto comico Vauro sono due volgari sciacalli”. Il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri lancia frecce avvelenate contro la puntata di Annozero andata in onda ieri sera.

“Vomitano insulti con le tasche piene di soldi dei cittadini”, dice Gasparri riferendosi al conduttore della trasmissione e al vignettista. “Gente così offende la verità, alimenta odio e merita solo disprezzo totale della gente perbene. Colpa di gestori della Rai che per fortuna stanno per essere cacciati come meritano”.

A mandare su tutte le furie Gasparri è stata la vignetta proposta alla fine della puntata dedicata a Eluana e al rischio di un nuovo “bonapartismo”. Nel disegno la matita acuminata di Vauro ritrae un presidente dei senatori del Pdl un po’ stralunato. Sotto, la scritta “Anche Gasparri chiede un minuto di silenzio” e lui che commenta “Così si sentono meglio le stronzate che dico”. Anche prima, durante la trasmissione, il conduttore aveva più volte citato Gasparri e il suo attacco al presidente della Repubblica per non aver firmato il decreto sul caso Englaro.

Michele Santoro e Vauro Senesi non replicano direttamente alle parole pesanti del senatore, ma oggi sul sito del programma pubblicano la vignetta incriminata, nella rubrica “Vaf” (valutazioni a freddo).

Si ribella invece l’opposizione che accusa Gasparri di “convincimenti reazionari”. “Non c’è niente da fare. Il presidente Gasparri non riesce nemmeno a concepire che la si possa pensare diversamente da lui e dai suoi convincimenti reazionari”, ha detto Fabrizio Morri, capogruppo del Pd in commissione vigilanza Rai.

E Silvana Mura, deputata dell’Italia dei valori, afferma che le dichiarazioni di Gasparri svelano “che la maggioranza si appresta ad epurare la Rai. Viene da dire che sulla Rai tutto procede come da copione”.

.

13 febbraio 2009

fonte: http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/politica/gasparri-annozero/gasparri-annozero/gasparri-annozero.html?rss

E alla fine fu Soru contro Berlusconi: Dalla Sardegna riparte la sfida per l’Italia

IL PUNTO. Domenica e lunedì si vota per Consiglio e presidenza della Regione

Il governatore uscente contro Cappellacci. Con sullo sfondo la campagna del Cavaliere

.

di MARCO BRACCONI

.

E alla fine fu Soru contro Berlusconi Dalla Sardegna riparte la sfida per l'ItaliaRenato Soru

.

ROMA – L’Abruzzo è stato solo un prologo, dall’esito già scritto. Ma adesso – e fino a giugno – si comincia a fare sul serio. Vota la Sardegna, che per il premier è una specie di “piccola patria”. Poi tocca a due roccaforti rosse: Firenze e Bologna. Infine, le elezioni Europee. Un tour de force elettorale in piena recessione, che almeno in partenza vede il consenso di Berlusconi ancora non intaccato dalla crisi economica. Una maratona amministrativa – ma dal significato anche nazionale – alla quale il Pd e la sua leadership si presentano un po’ come su un’ultima spiaggia. Rilanciarsi, o dire addio.

Domenica e lunedì – mentre a Firenze andranno in scena primarie convocate tra polemiche, litigi e carte giudiziarie – il Partito democratico si gioca molto. Perdere nell’Abruzzo stravolto dalle inchieste giudiziare, con il governatore agli arresti domiciliari, in piena luna di miele del Cavaliere, era in larga misura previsto. Ma nell’isola le cose sono diverse. Si va al voto anticipato non per volontà dei pm, ma per i problemi politici tra Soru, governatore uscente, e la sua stessa maggioranza.

A dicembre il fondatore di Tiscali si è formalmente dimesso. Poi ha messo sul tavolo dei democrat (subito commissariati) la sua ricandidatura. Secondo chi non lo ama, è stata una mossa da campione dell’anti-politica. Ma per chi sta con lui era quello l’unico modo per tagliare corto, andare alla conta e governare (veramente) l’isola.

Nel centrodestra c’era chi voleva far scendere in campo Pisanu. Alla fine, il Pdl diviso ha ripiegato sul coordinatore regionale. Ugo Cappellacci, 48 anni. Per lui, in campagna elettorale, il Cavaliere si è speso molto. E la campagna è diventata uno scontro diretto Berlusconi-Soru. Nelle ultime settimane, se le sono date di santa ragione. Quasi un preludio di possibili (altre) sfide future.

Quanto conterà la personalizzazione della battaglia si capirà meglio il giorno dopo il voto. Se il Pdl si sarà preso la Sardegna, il primo vincitore sarà il presidente del Consiglio. Se vincerà il centrosionistra, invece, il primo a vincere sarà stato Soru. Intanto perché ha voluto lui il voto. E poi perché i sondaggi prima della par condicio davano decisamente avanti i partiti del centrodestra. Se il Pd resiste, insomma, sarà anche per quei punti in più che il nome di Soru porterà nell’urna.

Numeri, non se ne possono dare. Ma quelli riservati dicono che la partita è aperta. L’ultimo riferimento sui voti veri sono le politiche del 2008. Allora il Pdl vinse di 30mila voti. Ma lo scenario elettorale – e non solo politico – era diverso. Ad aprile 2008 il Pdl correva senza Udc. Stavolta Casini – che prese il 5,6% dei voti – sostiene Cappellacci. Dall’altra parte, il Pd recupera l’alleanza con la sinistra radicale, che nove mesi fa conquistò il 3,6%.

Lunedì pomeriggio (nello speciale di Repubblica.it i risultati in diretta), dalle urne uscirà più di un verdetto dallo spessore nazionale. Se ci sarà il ribaltone, sarà nuova benzina per un Berlusconi ancora con il vento in poppa. Se invece Soru ottiene la riconferma, proprio nella “piccola patria” berlusconiana, il primo vero stop del centrodestra si ripercuoterà al congresso di marzo del Popolo delle libertà, già alle prese con le molte diffidenze reciproche dei “popoli” di An e Forza Italia.

Dall’altra parte, una nuova sconfitta non farebbe che riproporre il tormentone del ricambio al vertice del Pd. Mentre una conferma di Soru darebbe ossigeno ai democratici in vista delle prossime, decisive scadenze. Se questo, poi, significherà anche l’imporsi di un altro candidato con ambizioni di leadership nazionale, lo diranno i mesi che verranno. E i voti di Firenze, Bologna e delle elezioni Europee.

.
13 febbraio 2009
.

Gaza, raid israeliano: due morti e tre feriti

A poche ore dall’annuncio di una possibile tregua di 18 mesi da parte di Hamas al Cairo si riaccende il conflitto

https://i0.wp.com/www.javno.com/slike/slike_3/r1/g2008/m04/y169560824031383.jpg

.

MILANO – Sono durate poco le speranze seguite al pre-annuncio di una tregua di 18 mesi a Gaza da parte di Hamas. L’aviazione israeliana ha sferrato un attacco nella zona di Khan Yunis, uccidendo due uomini appartenenti a un gruppo militante islamico.

MISSILE SULLA MOTOLe vittime, identificate in Salman Salem Abu Shritah di 29 anni e Alya Bari Kadra di 28 anni, stavano viaggiando a bordo di una motocicletta quando sono stati raggiunti da un missile. I due, secondo un portavoce dell’esercito israeliano, erano affiliati a un gruppo locale legato alla «Jihad mondiale» (espressione usata in Israele per indicare la rete del terrorismo internazionale). L’attacco ha causato anche il ferimento di altre tre persone. Poche ore prima del raid due razzi Qassam sparati dalla Striscia erano esplosi in territorio israeliano, a Sderot nel Neghev occidentale, senza provocare vittime né danni.

CENTRATI SEI TUNNEL Le operazioni militari sono proseguite anche nel pomeriggio. Sempre stando ai portavoce dell’esercito di Gerusalemme, sei tunnel adibiti al contrabbando di armi sono stati colpiti dall’aviazione israeliana lungo la linea di confine fra Gaza e l’Egitto, nella zona di Rafah. Non si ha per ora notizia di vittime.

.

13 febbraio 2009

fonte: http://www.corriere.it/esteri/09_febbraio_13/gaza_raid_israele_hamas_tregua_069497ae-f9d7-11dd-b292-00144f02aabc.shtml

Caso Englaro e assalto alla Costituzione – “ORA BASTA!”. 21 FEBBRAIO A PIAZZA NAVONA CONTRO LA DITTATURA OSCURANTISTA

Firma l’appello!

di Lorenza CARLASSARE, Andrea CAMILLERI, Furio COLOMBO, Umberto ECO, Paolo FLORES D’ARCAIS, Margherita HACK, Pancho PARDI, Stefano RODOTA’:

.
“La vita di ciascuno non appartiene al governo e non appartiene alla Chiesa. La vita appartiene solo a chi la vive. Il decreto legge di Berlusconi, trasformato in disegno di legge dopo che il presidente Napolitano, da custode della Costituzione, ha rifiutato di firmarlo, vuole sottrarre al cittadino il diritto sulla propria vita e consegnarlo alla volontà totalitaria dello Stato e della Chiesa. Rendendo coatta l’alimentazione e l’idratazione anche contro la volontà del paziente, impone per legge la tortura ad ogni malato terminale.

.

"ORA BASTA!". 21 febbraio a Piazza Navona contro la dittatura oscurantista

Pur di imporre questa legge khomeinista, Berlusconi ha dichiarato che intende sovvertire la Costituzione repubblicana. E’ arrivato ad oltraggiare una delle costituzioni più democratiche del mondo, la nostra, definendola “filosovietica”, mentre non perde occasioni per elogiare il suo “amico Putin”, ex-dirigente del Kgb. Al governo Berlusconi che ha ormai dichiarato guerra alla Costituzione repubblicana, è dovere democratico di ogni cittadino opporre un fermo “ora basta!”.

Per dire sì alla vita e no alla tortura, per dire sì alla Costituzione e no al progetto di dittatura oscurantista, per dire sì al Presidente che sostiene la Costituzione contro chi la viola, la svilisce, la insulta, chiediamo a tutti i democratici di auto-organizzarsi per una grande e pacifica manifestazione, senza bandiere di partito, solo con la passione e l’impegno civile di liberi cittadini, a Roma, a piazza Navona, sabato 21 febbraio alle ore 15.

Passa parola, la democrazia dipende anche da te“.

FIRMA L’APPELLO
PASSA PAROLA

____________________________________________________________

____________________________________________________________

8 febbraio 2009

fonte: http://temi.repubblica.it/micromega-online/ora-basta-14-febbraio-a-piazza-navona-contro-la-dittatura-oscurantista/

Milleproroghe, slitta di un anno la casa a energia pulita

https://i0.wp.com/www.casautonoma.eu/img/casa.jpg

.

di Luca Salvioli

.

Le energie rinnovabili (obbligatorie) in tutte le case aspetteranno ancora un anno. L’obbligo doveva essere operativo da gennaio 2009. Slitterà invece a gennaio 2010. Tra le modifiche introdotte dal «decreto milleproroghe» approvato ieri dal Senato, ora in attesa del voto da parte della Camera, c’è infatti il rinvio della norma introdotta dalla legge 244 del 2007, ovvero la Finanziaria per il 2008 (Governo Prodi).

Nel dettaglio, l’articolo 1 comma 289 prevedeva che dal primo gennaio del 2009 gli edifici di nuova costruzione integrassero «impianti per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili» per una produzione energetica di almeno 1 kW per ciascuna unità abitativa, «compatibilmente con la realizzabilità tecnica dell’intervento». Per i fabbricati industriali, «di estensione superficiale non inferiore a 100 metri quadrati», la produzione energetica minima richiesta arriva invece a 5 kW.

Il rinvio è stato sottolineato, con disappunto, dagli Ecologisti Democratici. Stesso tono per il senatore Roberto Della Seta (Pd), capogruppo in commissione Ambiente: «Mentre in tutto il mondo si incentiva l’utilizzo delle fonti rinnovabili, anche come determinante misura anticrisi, l’esecutivo ha tolto, inopinatamente» la norma che punta sulla produzione energetica sostenibile.

La maggioranza spiega tuttavia che si tratta solo di uno slittamento. «Sono favorevole all’integrazione delle fonti rinnovabili negli edifici – spiega al Sole24ore.com il senatore del Pdl Giuseppe Menardi, primo firmatario dell’emendamento approvato in Commissione e recepito nel maxi-emendamento del Governo – il rinvio nasce dalla necessità che tutti gli operatori si facciano trovare pronti quando la norma sarà operativa». Ora è troppo presto: «Voglio che si parta nel momento giusto e in maniera seria». Secondo il senatore il ritardo è riscontrabile, al momento, «nella filiera industriale e nella progettazione». Non è d’accordo Marco Pigni, direttore di Aper, l’associazione italiana dei produttori da energie rinnovabili: «Non è vero che non siamo pronti: con il Conto Energia in un anno il fotovoltaico ha prodotto più di 200MW – spiega – e nella stragrande maggioranza dei casi si parla di piccoli impianti». Menardi, tuttavia, tra le motivazioni del rinvio segnala il rischio di un «ulteriore aggravio burocratico». In un settore che già lamenta diversi lacci e lacciuoli.

.

12 febbraio 2009

fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Economia%20e%20Lavoro/risparmio-energetico/normativa/milleproroghe-ecodem-energie-rinnovabili.shtml?uuid=73242c98-f902-11dd-bf81-5511fef7afac&DocRulesView=Libero

fonte immagine:  http://www.casautonoma.eu

Processo Thyssen: urla in aula, udienza sospesa. Una madre: «Io da qui non esco»

La difesa non vuole i testimoni, tra di loro ci sono alcuni parenti

TORINO
Per le proteste e le urla dei parenti delle vittime,
è stata sospesa pochi minuti dopo l’inizio l’udienza di oggi del processo Thyssenkrupp. La tensione è salita mentre giudici, avvocati e pm discutevano sull’ammissione dei testimoni: il problema è sorto perchè alcuni dei familiari figurano nell’elenco dei testi e, in base alle norme, non possono seguire le udienze.

«Io non esco di qua» ha esclamato una donna, mentre altri hanno preso a battere i pugni sui banchi. «Non fate così altrimenti sgombero l’aula» ha replicato la presidente della Corte d’Assise, Maria Iannibelli, per poi aggiungere: «Io sospendo l’udienza per dieci minuti». Alcuni hanno continuato a protestare nei corridoi anche durante la sospensione («Io me ne esco da sola, senza che me lo dicano gli avvocati», «Sono loro che dovevano morire», «I nostri sono avvocati di m…, ci hanno fatto firmare un accordo e così non possiamo seguire il processo»), mentre in aula cancellieri, carabinieri e avvocati hanno cercato di spiegare la situazione a chi è rimasto.

I momenti di tensione e le urla all’udienza per il rogo alla ThyssenKrupp di Torino non si sono placate nemmeno dopo la sospensione dell’udienza. Le polemiche sono scoppiate anche in relazione ad alcune immagini definite “molto forti”, che saranno mostrate in aula oggi e sull’opportunità o meno che i parenti le vedano oppure no. Si tratta di immagini scattate dagli inquirenti la notte del rogo. «Loro non ci vogliono a questo processo» ha detto in lacrime la madre di Giuseppe Demasi, vittima dell’incendio del 6 dicembre 2007 alla linea 5 delle acciaierie, riferendosi ai legali della difesa. L’udienza ha in programma per oggi l’ascolto dei primi testi.

.

13 febbraio 2009

fonte: http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200902articoli/9513girata.asp

VIK da GAZA – Il prezzo del prezzemolo / Israele più vicina ad un governo Netanyahu

“No Arabi No Terrorismo”
“Non c’è pace di fianco agli Arabi”
“La Nazione si fa con il trasferimento (di 1 milione di arabi fuori da Israele)”
“Hebron sempre e per sempre”
“Sradicare le colonie divide la nazione”
.
Questi alcuni slogan che giravano prima delle elezioni “nell’unica democrazia del medioriente”…
Con questi slogan, per lo più razzisti e fascisti, il gruppo israeliano the Hadag Nahash ci ha fatto una canzone:
.
.

Il mio pezzo per “Rinascita” di questa settimana:

.

I palestinesi di Gaza vivono subendo la loro autobiografia senza mai farsi addomesticare. La penna intinta di sangue che traccia i destini delle loro vite è impugnata un nemico acerrimo e distante, che decide la tempistica della nostra agonia in base all’oscillazione di share di un elettorato assetato di sangue. Martedì 10 febbraio ci saranno le elezioni in Israele, e ciò fa qui presagire nuove operazione militari poco prima che si aprano le urne. L’ultimo massacro, qui lo sanno anche i bambini, è stata una carneficina promossa in funzione elettorale dall’attuale governo di Tel Aviv. Più di 1300 morti, il 90% dei quali civili, hanno fatto impennare verso l’alto i consensi di Olmert e Livni, forse non abbastanza per permettere loro di spuntarla su Benjamin Netanyahu, un uomo con la testa a forma di cannone e che al posto dei piedi ha dei cingoli di carro armato. Il programma elettorale di Netanyahu è chiaro e dichiarato: estensione delle colonie in Cisgiordania, guerra aperta e infinita contro Hamas. Avigdor Lieberman, leader di Yisrael Beiteinu (“Israele è la nostra patria)” nel caso in cui diventasse effettivamente la terza forza politica alla Knesset, il parlamento israeliano, ha progetti ancora più drastici, ovvero sia lanciare una bomba atomica su Gaza: “Dobbiamo proseguire la guerra fino alla sua distruzione. Dobbiamo fare esattamente ciò che fecero gli Stati Uniti d’America con il Giappone durante la Seconda guerra mondiale, così non ci sarà bisogno di occupare Gaza”. Insomma, siamo messi bene. Olmert, Livni, Barak, Netanyahu, Lieberman, con questi personaggi tranquillamente incriminabili in qualsiasi tribunale per i diritti umani i governali occidentali  imbastiscono cordiali relazioni diplomatiche, mentre con Hamas invece non solo non si parla, ma lo si embarga, e insieme all’unico governo liberamente eletto in Palestina si puniscono collettivamente un milione e mezzo di palestinesi. In questi giorni con i miei compagni dell’International Solidariety Movement abbiamo ripreso le nostre azioni  di interposizione civile non violenta, in sostegno ad una popolazione civile strangolata da un assedio criminale. Israele racconta al mondo di una tregua che non esiste. I contadini non sono autorizzati a coltivare i loro campi, (due gli assassinati dall’esercito israeliano negli ultimi dieci giorni), i pescatori non riescono a pescare nel loro spazio di mare legittimo (diversi i feriti dalla marina di Tel Aviv, l’ultimo quest’oggi, venerdì 6). Martedì ci siamo recati ad Al Faraheen, a est di Kahn Yunis, perchè chiamati da alcuni contadini locali. Ci hanno chiamato perchè non riescono a lavorare nei loro campi: sono costantemente presi di mira dai soldati israeliani. A bombardamenti finiti Israele ha dichiarato 1 chilometro dai suoi confini dentro il territorio palestinese zona militare inaccessibile. Un limite arbitrario e assolutamente illegale, immaginatevi cosa vuol dire a chi dentro quel chilometro ci vive, o ci coltiva la terra per vivere.

.

Ci siamo recati sul posto con alcuni giornalisti di Peacereporter e una troupe di Rai Tre. Come prassi consolidata dell’ISM, il giorno prima avevamo avvisato i media e l’esercito israeliano sulle nostre intenzioni, e una volta sopraggiunti nell’aera, ci siamo premuniti di vestirci con corpetti catarifrangenti. Nonostante questo, dopo solo un paio di ore di lavoro, soldati israeliani a bordo di quatto jeep si sono posizionati appena oltre il confine e hanno iniziato a bersagliarci di colpi.

.

Un impressionante numero di proiettili a pochi centimetri dalle nostre teste, civili disarmati chiaramente riconoscibili: attivisti, contadini, e giornalisti. Inutile cercare un contatto via megafono, abbiamo dovuto evacuare l’aera con il fuoco dei cecchini che si faceva più intenso via via che ci allontanavamo.

.

Martedì eravamo riusciti a caricare solo due carretti di prezzemolo raccolto, ieri, tornati nella zona, è andata meglio, un camion stracolmo, ma ancora una volta abbiamo dovuto lasciare i campi perché presi di mira dai soldati. Per puro caso non ci sono stati feriti, o peggio, nella mia lunga esperienza di attivista per i diritti umani non mi è mai capito di avvertire i proiettili sfrecciare così vicini alle mie orecchie come in questi due giorni. Il vice-console Francesco Santilli, informato dall’Ansa, ci ha contattati poco dopo l’attacco, e ha promesso una protesta ufficiale presso le autorità israeliane, staremo a vedere. Manolo e gli altri amici giornalisti hanno fatto un ottimo servizio, seguite le prossime puntate di “Presa diretta” su Rai Tre per prendere coscienza di quello che si rischia da queste parti nel tentativo di sopravvivere. Che prezzo ha il prezzemolo? Qui a Gaza ha prezzi elevatissimi, non in termini economici, ma di vite umane. Questi lavoratori mettono a repentaglio le loro vite per raggranellare la misera somma di 20 shekels ( 5 dollari) al giorno. Come Anwar Il Ibrim,  27 anni, padre di due figli che dieci giorni fa proprio ad Al Faraheen è stato ucciso, colpito alla testa mentre era impegnato nella raccolta sui campi di prezzemolo. Dopo questo omicidio la maggior parte dei contadini non provano più ad andare a coltivare nei pressi del confine senza la presenza di internazionali come scudi umani a proteggerli. Altri lo fanno ancora, esattamente come quei pescatori che si disinteressano dei pericoli e si arrischiano a pescare in mare sulle loro fragili barchette, più sofferenti nel vedere i ventri smagriti dalla fame dei loro figli che dalle ferite provocate dai proiettili.

.

Impedire la coltivazione, la pesca, trivellare di colpi i pescherecci, distruggere i sistemi di irrigazione dei campi, sradicare piante e distruggere decine  e decine di ettari ci colture, cecchinare e uccidere pescatori e agricoltori,  fa parte della sistematica oppressione israeliana ai danni dei palestinesi. Una oppressione costante che ha strangolato l’economia, impoverendo la popolazione sino a costringerla a vivere di aiuti umanitari. A volte qualche giovane si stanca di venire ammazzato mentre pacificamente lavora per il mantenimento suo e della sua famiglia. Magari i soldati israeliani gli ammazzano dinnanzi nei campi o in un mare il padre, o un fratello, allora lui si arruola in qualche brigata, spara qualche razzo artigianale verso Israele giusto per dimostrare quanto è vivo e combattivo il popolo, forse più a stesso che al nemico. Per l’assedio genocida a cui costretta Gaza nessun governo occidentale muove protesta, ma per questi “razzi” sparati a caso senza danno dall’Europa all’America si è pronti a legittimare di fatto un massacro come l’ultimo appena subito a Gaza. Sappiamo benissimo, come lo sanno anche a Tel Aviv, che se a contadini e pescatori palestinesi fosse consentito di vivere e lavorare esattamente come i loro colleghi israeliani, non ci sarebbero praticamente nessuno disposto a sparare qassam contro Sderot e Ashkelon. Ma i biografi in divisa militare sotto la stella di David hanno deciso che il prezzo del prezzemolo di Gaza dovrà restare elevatissimo: vite umane e assedio a Gaza, insicurezza dentro i confini israeliani.

.

Restiamo Umani.

Vik

.

Solidarietà e un abbraccio di conforto alla sorellina Theresa, rapita dalla marina israeliana mentre in acque palestinesi cercava di trarre in porto la sua missione umanitaria.

.

Vittorio Arrigoni in Gaza
Contatto e donazioni: guerrillaingaza@gmail.com
telefono: 00972(0)59 8378945
.
.
10 febbraio 2009
________________________________________________________________________________________________

Geruselemme | 13 febbraio 2009

Israele più vicina ad un governo Netanyahu. Dopo la tregua per Gaza, anche l’intesa per Shalit

.

Benyamin Netanyahu

Benyamin Netanyahu
.

Prende corpo l’ipotesi di un governo di unità nazionale composto da tre dei maggiori partiti israeliani, Likud, Kadima e laburisti. Il futuro governo dovrebbe essere guidato da Benyamin Netanyahu, scrive oggi il quotidiano Maariv, secondo il quale si tratterebbe di un governo a termine, incaricato essenzialmente di varare una riforma del sistema elettorale che garantisca in futuro una maggiore stabilità istituzionale.

Accordo con Hamas
Hamas la settimana prossima firmerà un accordo per il rilascio di Gilad Shalit, il soldato israeliano rapito il 25 giugno 2006 a Kerem Shalom, al confine con la Striscia di Gaza. Per il quotidiano arabo Al-Hayat  la sua liberazione sarebbe parte di un’intesa per raggiungere una tregua a lungo termine tra lo Stato ebraico e i fondamentalisti islamici. Secondo un rapporto, in possesso del quotidiano, Hamas accetterà ufficialmente la tregua nei prossimi giorni e concludera’ l’accordo per la liberazione di Shalit entro mercoledi’.

Fonti palestinesi, inoltre, hanno aggiunto che il concambio per il rilascio del militare sarebbe la scarcerazione di un migliaio di palestinesi, detenuti nelle carceri israeliane. Si tratta, però, di semplici simpatizzanti. Tra loro, infatti, non ci sarebbero elementi ritenuti “a rischio” dallo Stato ebraico. Tanto che nella lista figurerebbero molte donne, bambini, parlamentari e ministri. Il rapporto in possesso di Al-Hayat, peraltro, contraddice quanto affermato ufficialmente giovedi’ notte da Moussa Abu Marzouk, vicecapo di Hamas, il quale aveva confermato che il gruppo fondamentalista ha accettato le condizioni per una tregua alungo termine con Israele ma che queste non includono il rilascio immediato di Shalit.

Ultime limature
“Sono ancora quattro i punti da risolvere persottoscrivere la tregua tra Hamas e Israele per la Striscia di Gaza”, spiega il capo dei servizi segreti egiziani che segue la mediazione tra le parti, Omar Suleiman, nel corso di un incontro con i direttori delle principali testate giornalistiche egiziane. “Il primo problema riguarda il lancio dei missili – ha spiegato Suleiman secondo quanto riporta il giornale ‘al-Ahram’ – il secondo, invece, riguarda la creazione di una terra di nessuno tra Gaza e Israele. Il terzo problema è quello di avere la garanzia che Hamas rispetti davvero la tregua, mentre l’ultimo è quello del contrabbando di armi con Gaza”. Suleiman, durante l’incontro di ieri sera, ha anche spiegato che in queste ore si sta lavorando per risolvere questi nodi, mentre è già stata raggiunta un’intesa per quanto riguarda i carichi alimentari e gli aiuti per la ricostruzione di Gaza o le quantità di merci che devono entrare nella Striscia.

Chi torna a casa
“A proposito della questione di Gilad Shalit – ha aggiunto Suleiman – si sta discutendo sui nomi dei palestinesi da liberare. Gli israeliani hanno chiesto che i detenuti originari della Cisgiordania, una volta rilasciati, vengano allontanati dai loro villaggi, ma su questo noi egiziani non abbiamo acconsentito perché vogliamo che idetenuti ritornino nelle loro case”.

.

fonte: http://www.rainews24.it/Notizia.asp?NewsId=106381

Se scatta il divieto di pubblica opinione

di GIUSEPPE D’AVANZO

.

Se scatta il divieto di pubblica opinione

.

QUANTE storie, con i nomi, i tempi, le frasi e gli esiti giusti non potrete conoscere mai, se dovesse essere approvata la legge sulle intercettazioni che disciplina anche il diritto di cronaca. Diciamo meglio, che cancella il dovere della cronaca e il diritto del cittadino ad essere informato. Che cosa ha imposto il governo alla sua docile maggioranza?

Con un tratto di penna ha deciso che il regime che oggi regola gli atti giudiziari coperti dal segreto si estenda anche agli atti non più coperti dal segreto. Il governo vuole che non si scriva un rigo fino al termine dell’udienza preliminare (accusa e difesa, con i loro argomenti, dinanzi a un giudice terzo).

Si potrà sapere che un pubblico ministero senza nome sta accertando che a Roma le sentenze si vendevano all’incanto. Non si potrà dar conto delle fonti di prova e scrivere che il corruttore di toghe si chiama Cesare Previti e si è messo in testa addirittura di fare il ministro di giustizia. Si potrà scrivere che qualcosa non torna nei bond di una società quotata in Borsa e un’innominata toga se ne sta occupando, ma non si potrà dire del pozzo nero che ha inghiottito i modesti investimenti di migliaia di piccoli risparmiatori che hanno avuto fiducia nelle banche e in Parmalat.

Si potrà dar conto di un gestore telefonico che ha “schedato” illegalmente migliaia di persone. Non si potrà raccontare che il presidente della Telecom Marco Tronchetti Provera si è lasciato ingrullire, povero ingenuo, dal capo della sua sicurezza, Giuliano Tavaroli. Né tantomeno si potranno elencare i nomi degli “spiati”. Lo si potrà fare soltanto a udienza preliminare conclusa (forse). Con i tempi attuali dopo quattro o sei anni. In alcuni patologici casi, dopo dieci.

La pubblica opinione dovrà attendere, anche se quei protagonisti sono personaggi pubblici che chiedono fiducia al Paese per rappresentare chi vota e governare il Paese o amministratori pubblici e privati a cui è stata affidata la nostra salute, i nostri risparmi, la nostra vita. È inutile tediarvi con le tecnicalità. Qui basta forse dire che finora ce la siamo cavata muovendoci lungo il sentiero stretto di un articolo della procedura penale, il 329: “Gli atti d’indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria sono coperti dal segreto fino a quando l’imputato non ne possa avere conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari”.

Come abbiamo scritto e ripetuto spesso, in questo varco hanno lavorato le cronache. Sarebbe uno sciocco errore negare gli abusi, gli eccessi, la smoderatezza in cui pure è caduto il giornalismo italiano. Ma, se si rispettano i confini dell’articolo 329, si possono tenere insieme i tre diritti che il dovere professionale del giornalista è chiamato a tutelare: il diritto della pubblica opinione a essere informata; il diritto dello Stato a non vedere compromessa l’indagine; il diritto dell’imputato a difendersi e a non essere considerato colpevole fino a sentenza.

Nel triangolo di questi tre diritti, il giornalista può fare con correttezza il suo mestiere, proporre al lettore le fonti di prova raccolte dall’accusa e gli argomenti della difesa, valutare l’interesse pubblico di quelle storie. Perché non ci sono soltanto responsabilità penali da illuminare in questi affari. Spesso diventano cronache del potere tout court, come è apparso evidente nel racconto dei maneggi della loggia massonica di Licio Gelli; della fortuna della mafia siciliana o dei traffici di Tangentopoli, delle imprese di chirurghi più attenti al denaro che non al malato e alla malattia.

Quelle cronache sono un osservatorio che permette di vedere da vicino come funzionano i poteri, lo Stato, i controlli, le autorità, la società. Svelano quale tenuta ha per tutti, e soprattutto per coloro che svolgono funzioni pubbliche, il rispetto delle regole. Indicano spesso problemi che impongono nuove soluzioni. L’incontro ravvicinato con le opacità del potere ha in qualche caso convinto il giornalismo ad andare oltre i confini del codice penale violando il segreto. È il suo mestiere, piaccia o non piaccia. Perché non c’è nessuna ragione accettabile e decente per non pubblicare documenti che raccontano alla pubblica opinione – è il caso di un governatore della Banca d’Italia – come un’autorità di vigilanza, indipendente e “terza”, protegge (o non protegge) il risparmio e il mercato.

Naturalmente violare la legge, anche se in nome di un dovere professionale, significa accettarne le conseguenze. È proprio sulle conseguenze di violazioni (finora comunemente accettate) che la legge del governo lascia cadere un maglio sulla libertà di stampa. È stato già raccontato da Repubblica che Berlusconi abbia sorriso ascoltando i suoi consiglieri chiedere “più galera per i giornalisti” (fino a sei mesi per un documento processuale; fino a tre anni per un’intercettazione). Raccontano che Berlusconi abbia detto: “Cari, lasciate dire a me che sono editore di mestiere. Se li mandi in galera, ne fai degli eroi della libertà di stampa e magari il giornale per cui lavorano vende anche di più, e questo sarebbe uno smacco. La galera è inutile. So io, da editore, quel che bisogna fare…”.

Ecco allora l’idea che sta per diventare legge dello Stato. Efficace, distruttiva. Che paghino gli editori, che sia il loro portafogli a sgonfiarsi. La trovata sposta la linea del conflitto. Era esterna e impegnava la redazione, l’autorità giudiziaria, i lettori. Diventa interna e vede a confronto, in una stanza chiusa, redazioni e proprietà editoriali. La trovata trasferisce il conflitto nel giornale. L’editore ha ora un suo interesse autonomo a far sì che il giornale non pubblichi più quelle cronache. Si porta così le proprietà a intervenire nei contenuti del lavoro redazionale, le si sollecita, volente o nolente, a occuparsi dei contenuti, della materia giornalistica vera e propria, sindacando gli atti dei giornalisti. Il governo pretende addirittura che l’editore debba adottare “misure idonee a favorire lo svolgimento dell’attività giornalistica nel rispetto della legge e a scoprire ed a eliminare tempestivamente situazioni di rischio”.

Evidentemente, solo attraverso un controllo continuativo e molto interno dell’attività giornalistica è possibile “scoprire ed eliminare tempestivamente situazioni di rischio”. Di fatto, l’editore viene invitato a entrare nel lavoro giornalistico e a esprimere un sindacato a propria tutela. Divieto di cronaca per il tempo presente, controllo dell’editore nelle redazioni in tempo reale.

Ecco dunque lo stato dell’arte: si puniscono i giornali e i giornalisti; si sospende il direttore dall’esercizio della sua funzione; si punisce l’editore spingendolo a mettere le mani nella fattura del giornale. E quel che conta di più, voi non conoscerete più (se non dopo quattro o sei anni) le storie che spiegano il Paese, i comportamenti degli uomini che lo governano, i dispositivi che influenzano le nostre stesse vite.

.

13 febbraio 2009

fonte: http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/politica/giustizia-9/divieto-opinione/divieto-opinione.html?rss

L’ambiente all’esame della crisi: “Alla fine sarà un’opportunità”

Bisogno di cambiare, ma minori investimenti; meno emissioni, ma con il petrolio a buon mercato

Il parere degli esperti su come la recessione potrebbe incidere sul futuro del Pianeta

.

di VALERIO GUALERZI

.

.

ROMA – Terry Barker, il direttore del Centro per la ricerca della mitigazione dei cambiamenti climatici dell’Università di Cambridge, ha azzardato un pronostico molto impegnativo: “In occasione della Grande Depressione, tra il 1929 e il 1932, le emissioni di anidride carbonica sono crollate del 35 per cento. A mio avviso esiste la possibilità che entro il 2012 il calo sarà ancora più vistoso, tutti gli indicatori stanno precipitando”. E’ un po’ come sostenere che il problema del riscaldamento globale è praticamente risolto, visto che in appena due anni sarebbe stata ottenuta quasi la metà dell’ambizioso obiettivo fissato da Obama per il 2050 (-80%) e quasi raddoppiato quello del -20% previsto dall’Unione Europea per il 2020.

Tutto risolto, dunque? Non esattamente, perché altri esperti fanno notare che la crisi ridurrà drasticamente i fondi necessari a riconvertire l’economia verso il traguardo delle “emissioni zero”, e quando i paesi del G20 saranno fuori dal tunnel della recessione la produzione di gas serra schizzerà nuovamente alle stelle in un battibaleno, vanificando in pochissimo tempo i benefici dello stop.

Questa ambiguità è solo una delle tante che la crisi economica intreccia con le politiche ambientali. I fattori per cui il rallentamento può rappresentare una svolta positiva sono molti, ma altrettante sono le possibili minacce. Crisi economica significa meno emissioni, necessità (o quanto meno possibilità) di rivedere il modello di sviluppo seguito sin qui. Non è un caso se mai come in questo momento si parla ovunque (tranne che in Italia, purtroppo) di New Deal Verde. Ma crisi economica significa allo stesso modo far retrocedere l’ambiente nell’agenda delle priorità rispetto a problemi più urgenti come l’occupazione, avere a disposizione meno risorse da investire in ricerca e innovazione tecnologica e significa, infine, prezzo del petrolio in caduta libera, il che rende meno conveniente pratiche virtuose come l’efficienza e il risparmio energetico.


Le variabili e le possibili risposte della politica a questo scenario sono moltissime e capire quali di questi aspetti alla fine sarà più importante è molto difficile. Un gruppo di “addetti ai lavori” di prima qualità ha provato comunque a sbilanciarsi in una previsione per Repubblica.it.

Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club ed ex consulente del ministro Pierluigi Bersani.
Credo che il saldo finale della crisi sarà positivo in termini di opportunità ambientali, ma che l’entità di questo saldo dipenderà dalle politiche che verranno adottate. Tutto fa pensare che gli Usa, spingendo sulla trasformazione della produzione di automobili verso modelli a basso consumo e destinando 50-100 miliardi di dollari alla riqualificazione energetica degli edifici pubblici e alle rinnovabili, si stiano attrezzando per una incisiva ed efficace fuoriuscita “ecologica” della crisi. In parallelo, gli investimenti sugli scisti bituminosi e sul nucleare subiranno invece un rallentamento.

Giappone e Corea del Sud hanno analogamente lanciato dei pacchetti di stimolo marcati come “Green new deals” e la Cina intende spendere larga parte dei 586 miliardi di dollari in progetti legati all’energia e all’ambiente. L’Europa è sulla stessa strada, forte anche degli ottimi risultati che alcuni paesi, come la Germania e la Spagna hanno ottenuto in termini di nuove industrie ed occupazione nel campo delle rinnovabili e dell’efficienza energetica. Segnali contraddittori e per certi versi sbagliati vengono invece dall’Italia.

.

Saldi in tempi di crisi
.
Gianfranco Bologna, Direttore scientifico del Wwf Italia.
Credo che la crisi farà diminuire l’impronta ecologica in maniera sensibile in una fase in cui eravamo di fronte a una evidente recessione ambientale, con le capacità del Pianeta di assimilare e rigenerare il nostro sviluppo decisamente superate. E’ una crisi annunciata da chi, come il Club di Roma, la temeva da anni, venendo molto spesso dileggiato da personaggi, come il ministro Tremonti, che hanno scoperto solo ora queste tematiche. Nessuno si augurava però di arrivare a questo punto e nessuno pensava che l’uomo, essendo sapiens, dovesse passare attraverso questa situazione per capire le solide basi scientifiche dei limiti dello sviluppo. Questa crisi ora ci pone la possibilità di vedere la questione ambientale e di affrontarla in maniera positiva. Le scelte di Obama vanno in questa direzione anche per gli uomini straordinari di cui si è circondato. Ha dato spazio alla cultura scientifica mostrando di aver capito quali sono le opportunità della ripresa. Per ora ci sta indicando una strada di svolta molto interessante. Chi si posiziona per primo è favorito, ma da noi si fa un catenaccio difensivo e perdente. Tutto sommato non direi che la crisi “fa bene”, ma più modestamente che rappresenta più un’opportunità che non un pericolo.

Marzio Galeotti, docente di Economia ambientale all’Università di Milano e redattore della Voce.info
E’ molto difficile fare una previsione, le variabili sono molte e francamente non sono in grado di dare una risposta certa. La mia impressione è che nel complesso la crisi rappresenta un’opportunità, che però va colta mostrando coraggio e capacità d’innovazione e cambiamento, come sembra abbia capito Obama. Non credo però che puntare su rinnovabili ed efficienza energetica sia sufficiente a tirarci fuori dalla crisi. Sicuramente è un’occasione per una importante e profonda riforma. La crisi darà sicuramente una botta positiva alle emissioni di gas climalteranti, ma se nel frattempo non si introducono cambiamenti rischia di essere un sollievo provvisorio.

Maurizio Pallante, animatore del Movimento italiano per la decrescita e ex consulente del ministro Pecoraro Scanio.
Ritengo che la recessione porterà a superare la follia indotta nei paesi occidentali da sessant’anni di sovrabbondanza di petrolio a basso prezzo e ad adottare comportamenti individuali e stili di vita più responsabili nei confronti degli ambienti: meno spreco di risorse e meno emissioni. Ma ritengo che apra anche grandi prospettive per investimenti e sviluppo di settori industriali che producono, commercializzano, installano e fanno la manutenzione di tecnologie che accrescono l’efficienza nell’uso delle risorse: dalla coibentazione degli edifici alla produzione di macchinari ed elettrodomestici più efficienti, dal recupero delle materie prime secondarie contenute negli oggetti dismessi allo sviluppo di forme di mobilità più veloci e meno inquinanti (mezzi pubblici collettivi e mezzi pubblici a uso privato a domanda alimentati elettricamente a rete). E’ compito della politica indirizzare in questi settori la ricerca e gli investimenti, ma non è detto che ci riesca o voglia farlo, perché le pressioni delle lobby industriali esistenti (automobile ed edilizia) sono molto forti. Se questa ipotesi si realizzasse, si potrebbe avviare un nuovo ciclo economico virtuoso basato sulla riduzione dei consumi di materie prime e di energia a parità di produzione.

Roberto Della Seta, senatore Pd e ex leader di Legambiente.
Non direi che la crisi è un bene perché non sono un fan della decrescita. Se la decrescita fosse una soluzione noi ambientalisti staremmo vincendo e Berlusconi sarebbe un nostro eroe, visto che ogni volta che va al governo il Pil diminuisce. Non credo che sia un bene perché in tempi di recessione c’è il rischio che la distribuzione delle risorse verso la tutela dell’ambiente e le politiche ambientali in genere finiscano per essere penalizzate.

Tutto sommato penso però che sarà un’opportunità positiva, anche se a un prezzo (più povertà, più disoccupazione) che non avrei mai voluto pagare. Sono ottimista perché le elite (parlo del mondo, non certo dell’Italia) hanno reagito meglio di quanto si potesse sperare, soprattutto se teniamo conto che il rischio di risposte difensive, per esempio lo stop al 20-20-20 è stato forte e reale. La tentazione a mettere da parte il problema ambientale però rimane e la partita non è decisa. La percezione che bisogna orientare i consumi in maniera diversa ora però esiste.

Arturo Lorenzoni, Direttore di Ricerca presso l’Istituto di Economia e Politica dell’Energia e dell’Ambiente dell’Università Bocconi di Milano.
Gli effetti della crisi sul settore sono funzione delle politiche che andiamo ad avviare. Sta a noi decidere se amplificare la spirale negativa della crisi del manifatturiero o se dare una risposta forte a partire dalla domanda obbligata di sostenibilità nel settore energetico. Per questo in fondo ritengo sia un’opportunità: la discesa dei tassi avvantaggia gli investimenti ad alta intensità di capitale; i problemi del settore auto favoriscono interventi mirati a soluzioni innovative (non incentivi a pioggia, ma sostegno a soluzioni efficienti, come le auto a bassi consumi, le ibride, le elettriche); l’edilizia può riprendersi se punta sulla qualità di materiali e impianti. Le scelte americane possono veramente stravolgere i mercati. Se si confermano i target altissimi a breve termine (raddoppio delle rinnovabili Usa in tre anni), ad esempio tutta la produzione dell’est di moduli fotovoltaici, che ora sono venduti sottocosto in Europa, riprende la via degli Stati Uniti, con una ripresa degli investimenti e un sostegno ai prezzi (buono per l’industria, meno per i consumatori). Ma gli esempi possono essere molti.

.
13 febbraio 2009
.