Archivio | febbraio 14, 2009

SALUTE – Anoressia, ora tocca agli uomini

https://i0.wp.com/www.affaritaliani.it/static/upl/ano/anoressia21.jpgVuoi diventare come me?

Triplicato il numero di quelli che ne soffrono Un giovane su quattro è ossessionato dal peso

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L’attore hollywoodiano Dennis Quaid c’è cascato durante le riprese del western Wyatt Earp. Per interpretare il ruolo del celebre pistolero Doc Holliday, l’ex marito di Meg Ryan perde venti chili. Ma ben presto il suo dimagrimento si trasforma da esigenza di copione in malattia: l’anoressia. Quando la sua confessione esce sulla rivista Best Life è il 1994, e l’ossessione della bilancia al maschile appare un problema da divi: nella vita quotidiana i disturbi alimentari sono comunemente considerati roba da donne. Acqua passata. Oggi in Italia gli uomini che soffrono di anoressia sono 670 mila sui 3 milioni complessivi di malati (quasi l’80% sono ancora donne). È un numero che si è triplicato dall’inizio del Duemila. Lo dicono i dati dell’Aba, l’Associazione per la ricerca sull’anoressia, la bulimia e i disturbi alimentari (www.bulimianoressia.it, numero verde: 800.16.56.16). «È un fenomeno in crescita esponenziale — denuncia Fabiola De Clercq, fondatrice e presidente di Aba —. Adesso non si possono più chiudere gli occhi. All’origine, come per il sesso femminile, rapporti difficili con i genitori, vita di coppia sbagliata, traumi infantili ».

Uomini in guerra con il cibo
Nell’opuscolo diffuso nel 2005 dalministero della Salute e da quello delle Pari opportunità, la stima degli anoressici ruota intorno all’ 1% della popolazione maschile tra i 10 e i 60 anni (200 mila su un totale di 19 milioni e 500 mila cittadini). Dopo neppure quattro anni la percentuale è salita al 3%. Colpa di un’attenzione sempre più maniacale al fisico. Per le femmine l’obiettivo è entrare nei jeans taglia 36 di Zara, i maschi vogliono un corpo tutto muscoli e addominali. Di qui il termine vigoressia, utilizzato per indicare la fissazione per il fisico iper-palestrato, risultato di ore trascorse ad allenarsi, diete a basso contenuto calorico, occhi fissi sulla bilancia e controlli continui della muscolatura allo specchio. Nonostante la trasformazione del corpo i vigoressici si vedono sempre gracili e flaccidi. Fino a uccidersi di fatica e fame.

Non contano né titolo di studio né ceto sociale: quasi sette pazienti su dieci hanno in tasca il diploma (il 12% addirittura la laurea), il reddito è quello tipico della middle class per il 56,2% (per il 28,5% è alto, solo per il 15,3% basso). I più colpiti sono i maschi tra i 19 e i 40 anni (pari al 55,5% dei casi). Inutile sorprendersi: uno studio condotto nel 2006 dallo Iard, istituto specializzato nello studio dei fenomeni giovanili, mostra che un ragazzo su quattro tra i 15 e i 34 anni è ossessionato dal peso (per intercettare soprattutto i giovanissimi Palazzo Chigi ha appena istituito il sito web http://www.timshel.it). Ma non finisce qui. Ormai l’anoressia maschile è diffusa a qualsiasi fascia d’età: il 7% dei malati ha meno di 12 anni, il 21% tra i 12 e i 18, il 16,5% è over 40. La comparsa dei disturbi alimentari avviene sempre prima. Ci sono, infatti, bambini che si ammalano già alle elementari.

Anoressici a dieci anni
Sono le dieci del mattino di ieri quando Stefano Vicari apre la posta elettronica. È il primario di Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma (consulenza telefonica 24 ore su 24 allo 06.6859.2265, www.ospedalebambinogesu.it). In arrivo l’email della mamma di un bambino di dieci anni, alto un metro e 50, 31 chili. È una testimonianza che riassume la storia dei quasi 60 mila adolescenti che hanno visto comparire i disturbi alimentari prima di compiere i 15 anni (per l’8,5% dei maschi, infatti, l’esordio dell’anoressia avviene tra le elementari e le medie).

«Mio figlio è pelle e ossa: da novembre a oggi ha cominciato a non prendere più peso nonostante la sua crescita continua — scrive la donna —. Quando mi hanno chiamato a scuola per rinnovare il pagamento della retta per la mensa, ho scoperto che non mangia con la scusa che non gli piace nulla. Quando gli chiedo di cenare mi guarda con aria di sfida. Non vede l’ora di fare calcio, ma non per questo mangia di più. È convinto che magro sia bello. Io sono sempre stata piuttosto attenta alla linea e fissata con le diete. Non ho mai avuto neanche molta simpatia per i bimbi sovrappeso. Ma adesso sono davvero preoccupata ».

Spiega Vicari: «In casi simili è indispensabile l’intervento di uno specialista. Il rifiuto del cibo può sfociare in disturbi alimentari gravi. Su 130 ricoveri l’anno per anoressia al Bambino Gesù almeno dieci sono maschi. È una malattia prevalentemente psichiatrica, seppure con un forte coinvolgimento del fisico, di cui si ha una percezione alterata ».

Diagnosi tardive
Le terapie sono prevalentemente psicologiche. «La sfida è riuscire a seguire i pazienti in modo multidisciplinare — sottolinea Giovanni Spera, docente di Medicina interna all’Università La Sapienza e responsabile del Centro dei disturbi alimentari del Policlinico Umberto I di Roma —. Bisogna curare il fisico debilitato, ma anche e soprattutto la psiche».

De Clercq è fiduciosa: «Gli uomini che si curano riescono a guarire almeno in sei casi su dieci. Ma per il sesso maschile il problema è la diagnosi tardiva. Loro si vergognano ancora più delle donne a chiedere aiuto ».

Gabriella Gentile, a capo del Centro dei disturbi del comportamento alimentare del Niguarda di Milano, 800 casi l’anno, il 10% che riguarda uomini (telefono 02.6444.2375, centrodca@ospedaleniguarda.it): «I ritardi nella diagnosi sono dovuti anche all’assenza di amenorrea, tipico disturbo femminile che fa frequentemente da spia per i disturbi alimentari ».

Insomma: per gli esperti le statistiche che parlano di 670 mila malati sono riduttive. Ma una cosa è certa, come canta un altro vip che ha fatto i conti con la malattia, Daniel Paul Johns del gruppo australiano Silverchair, sei milioni di album venduti nel mondo: «Ana wrecks your life, Like an Anorexia life» Ana — che sta per la malattia — fa a pezzi la tua vita, come una vita di Anoressia.

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Simona Ravizza
sravizza@corriere.it

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14 febbraio 2009

fonte: http://www.corriere.it/cronache/09_febbraio_14/focus_ravizza_anoressia_maschile_0fce1d32-fa62-11dd-a8db-00144f02aabc.shtml

INCHIESTA – I crimini di Israele e la mission del Sionismo: Quello che i vergognosi media occidentali non dicono

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di Marcello Pamio

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«Ma se gli israeliani non vogliono essere accusati di essere come i nazisti, devono semplicemente smettere di comportarsi come i nazisti»

[Norman G. Finkelstein, intellettuale ebreo i cui genitori furono vittime dell’Olocausto]

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«Alla fine degli Anni Cinquanta, quel grande pettegolo e storico dilettante che era John F. Kennedy mi disse che nel 1948 Harry Truman, proprio quando si presentò candidato alle elezioni presidenziali, era stato praticamente abbandonato da tutti. Fu allora che un sionista americano andò a trovarlo sul treno elettorale e gli consegnò una valigetta con due milioni di dollari in contanti. Ecco perché gli Stati Uniti riconobbero immediatamente lo Stato d’Israele».

Gore Vidal, prefazione del libro “Storia ebraica e giudaismo: il peso di tre millenni” di Israel Shahak

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Una piccola striscia di terra lunga circa 45 chilometri e larga 10 in cui vivono un milione e mezzo di palestinesi è martoriata da oltre 60 anni.
Tsahal, il fiero esercito israeliano da settimane sta letteralmente sterminando una popolazione inerme, come ripercussione, dicono, a lanci di missili da parte di Hamas in territorio israeliano.
Razzi che avrebbero provocato la morte di 5 militari (altri 4 sono stati uccisi dal “fuoco amico”[1], cioè dagli stessi soldati), mentre nelle fila degli arabi, gli assassinati dal democratico stato di Israele sarebbero oltre 900 con diverse migliaia di feriti[2].
Numeri purtroppo destinati ad aumentare con il passare del tempo e delle incursioni.

I crimini attuali dell’esercito israeliano
I bersagli preferiti dall’esercito israeliano in diciassette giorni di guerra sono scuole, moschee, abitazioni private e soprattutto ambulanze, queste ultime per impedire il soccorso e il salvataggio di migliaia di feriti, che muoiono agonizzando per le strade.
Quindi non solo obiettivi militari ma soprattutto civili, e questo non a caso, visto che tale strategia si chiamata “guerra psicologica”.
La cosa non deve sorprendere, perché l’85-90% dei morti in tutte le guerre che si ‘rispettino’, sono infatti civili (uomini, donne e soprattutto bambini).
L’esercito di Sion sta utilizzando a Gaza armi vietate dalle Convenzioni internazionali, come le bombe al fosforo bianco (usate in grande quantità in Iraq dalla colazione anglo-statunitense). Lo riporta anche il “Corriere della Sera” dell’11 gennaio.[3]
Nonostante la smentita del portavoce dell’esercito, il quotidiano Times di Londra ha pubblicato delle foto che non lasciano spazio a dubbi sull’uso appunto di queste vergognose e criminali bombe. Arriva infine la conferma da una fonte israeliana, ripresa dalla Radio svizzera italiana e riportata dall’agenzia Ansa (oggi 12 gennaio 2009) secondo la quale si tratta solo di bombe fumogene. Il tutto ovviamente per giustificare il fumo strano prodotto (vedi immagine sotto) dai bombardamenti dell’esercito.
Ma la fonte continua dicendo che “un po’ di fosforo nelle munizioni c’è“.
Non solo, ma a testimonianze di medici, a Gaza verrebbero utilizzate anche armi a forte potere esplosivo come quelle a base di stando lega di tungsteno.[4]
Insomma i “territori occupati” sono un ottimo “campo di battaglia” per decimare da una parte la popolazione araba e dall’altra per sperimentare nuove armi.

Perché tale guerra?
Qualcuno sostiene che tale criminoso attacco militare da parte di Israele sia per ripicca a causa della grama figura fatta contro Hezbollah in Libano nel 2006.
Purtroppo non è questo il motivo: si tratta di un progetto chiaro e lineare che stanno portando avanti da oltre un secolo i sionisti.
L’attuale attacco è stato preparato infatti con 6 mesi di anticipo, quindi molto tempo prima del lancio di razzi da parte di Hamas!
Lo confermano canali ufficiali come la CNN e giornali come il britannico The Guardian.
Il canale televisivo CNN ha denunciato che la tregua tra Hamas e Israele ha iniziato a vacillare agli inizi di novembre, quando un commando israeliano ha ucciso durante un’incursione sei membri di Hamas, scatenando la ovvia reazione.
Anche il quotidiano Guardian del 5 novembre ha confermato la notizia.
Quindi esistono le prove che a rompere la tregua non è stato Hamas ma bensì lo stato di Israele a novembre del 2008!
Ma per comprendere il quadro generale è necessario fare un passo indietro.

Nascita del Sionismo
Nell’Europa della fine del XIX secolo una convergenza di ragioni storiche, fra cui le persecuzioni antisemite, spinse un gruppo di intellettuali ebrei a teorizzare la necessità della nascita di una nazione ebraica dove quel popolo potesse finalmente trovare maggior pace e sicurezza.”[5]
Questa teoria, che non è rimasta tale ma è diventata una triste realtà, prende il nome di sionismo.
Il sionismo è per così dire un «movimento» molto complesso, ma dagli obiettivi semplici, nato verso la fine del XIX° secolo qui da noi in Europa.
Il “sionismo” è suddivisibile in tre categorie:

«Sionismo» propriamente detto, organizzato dal dottor Theodor Herzl, con lo scopo di ricostruire lo Stato ebraico di Gerusalemme in Palestina.
«Sionismo territorialista», organizzato da Israel Zangwill, con lo scopo di costituire una «terra ebraica» in qualunque parte del mondo, privilegiando però la Palestina.
«Sionismo socialista», organizzato da Moses Hess, che vuole conservare agli ebrei nel mondo l’identità nazionale, sforzandosi però tutti per un ritorno a «Eretz Israel».

Il «Sionismo territorialista», quello più recente, è stato fortemente voluto da Israel Zangwill (1864-1926), membro di prestigio della società sionistica l’«Antico Ordine dei Maccabei»[6] (1891) e fondatore della rivista umoristica «Ariel».[7] Alla “Dichiarazione Balfour”, che vedremo dopo, rivendicò per tutti gli ebrei del mondo il diritto inalienabile di colonizzare la Terra di Israele.
Il «Sionismo» per così dire ufficiale, è nato nel 1897 durante il primo «Congresso Sionista» di Basilea in Svizzera.

Fu però nel 1895/96 che compare per la prima volta il «Der Juden Staat» («Lo Stato degli Ebrei»)[8], il manifesto scritto da Theodor Herzl in persona.
Più che manifesto si tratta di un vero e proprio libro «scritto in poche settimane, in una specie di delirio misto di fervore mistico e considerazioni pratiche»[9], dove veniva esposto il piano ben preciso per una organizzazione ebraica mondiale.
Un piano precisissimo e completo di rimozione di tutta la popolazione araba, cioè non ebraica, dal futuro stato sionista: la “Gerusalemme liberata” (cioè “liberata” dai goym, dai gentili, dai “sub-umani”, dagli arabi).
Come mettere in atto questo spietato e criminale progetto?
Semplicemente attraverso l’espropriazione dei terreni e delle proprietà!

Quindi l’origine del gravissimo dissidio “israelo-palestinese” non si trova nel XXI° secolo, ma risale alla fine del XIX secolo. E’ proprio in quegli anni che fu ideato il progetto spietato di cacciare dalla Palestina tutti gli arabi, nessuno escluso, quindi ben cinquant’anni prima della nascita stessa dello Stato d’Israele e oltre un secolo prima dell’ennesima e ultima strage di stato che stiamo assistendo impotenti in questi giorni.

L’affare Dreyfus
Il periodo storico quando Theodor Herzl scrisse “Der Juden Staat” era molto caldo perché erano passati solo due anni dall’«affare Dreyfus».
Un affare delicatissimo perché riguardava le accuse (inventate ad hoc per scatenare appositamente l’antisemitismo…) di alto tradimento a carico di un capitano d’artiglieria ebreo (poi reintegrato nell’esercito dal tribunale), il francese Alfred Dreyfus: accusato di passare informazioni segrete all’esercito tedesco.
L’altro sionismo, quello «socialista» e l’«affare Dreyfus» hanno proprio nella Francia il comun denominatore: fu proprio a Parigi che Moses Hess, il padre spirituale del «socialismo sionista», lavorò come corrispondente per alcuni giornali socialisti di Germania e Stati Uniti.[10] Moses Hess viene anche ricordato per la sua opera omnia: «Roma e Gerusalemme», considerata un classico della teoria sionista, e pubblicata in Germania nel 1862.[11]

L’Alleanza israelita universale
Sempre nella capitale francese nasce una delle principali organizzazioni internazionali che promuove l’insegnamento e la cultura ebraica: l’«Alleanza Israelita Universale» (l’«Alliance Israélite Universelle»).
I fondatori di questa «Alleanza» furono «17» giovani e il «17» maggio 1860, grazie ai fondi di Sir Moses Haïm Montefiore e Lord Rothschild, organizzarono un manifesto politico sintetizzando le idee massoniche della «Rivoluzione Francese» del 1789 (il motto: «Liberté-Egalité-Fraternité» era scritto nelle logge massoniche francesi ancora 50 anni prima della Rivoluzione) e i principi del giudaismo.[12]
«L’Alleanza Israelita» promosse nel 1870 a Jaffa (Palestina) la nascita della prima colonia ebraica «Mikweh o Mikiveh Israel».[13] Ma le costruzioni in Palestina erano iniziate qualche tempo prima: il «Misgav Ladach Hospital», è un ospedale sorto nel 1854 e il cui nome originario era «Rothschild Hospital».[14]
E’ facile comprendere che il sionismo non è un semplice movimento politico e/o religioso, come vogliono farci credere, ma un vero e proprio movimento pericoloso il cui obiettivo è quello di liberare, con ogni mezzo lecito e illecito, la “Terra Promessa” dagli arabi (goym) per consegnarla nelle mani del popolo eletto.
Il tutto nell’attesa della venuta del Messia…

La dominazione turco-ottomana
Alla fine del 1800 la Palestina era nelle mani dell’Impero turco-ottomano.
Nel 1915 il governo britannico chiese aiuto militare allo sceriffo della Mecca Hussein (esistono a tal proposito lettere firmate da Thomas Edward D’Arabia, famoso Lawrence d’Arabia, che confermano questo) per cacciare i turchi-tedeschi  dalla regione.
In cambio promise la creazione di uno stato arabo indipendente!
Questo è un punto chiave: la promessa agli arabi da parte del governo di Sua Maestà di uno Stato arabo indipendente, in cambio di aiuto.
Gli arabi, vista l’importante promessa, parteciparono in massa e  moltissimi persero la vita in combattimento proprio per questo motivo: la liberazione della Palestina assieme alle truppe inglesi.
L’esercito britannico, nonostante la Grande Guerra in corso, spostò un milione di soldati per portarli in Terra Santa. Ci deve essere stato un ottimo motivo per movimentare, cioè togliere dal fronte europeo, tutti quei soldati?
Il motivo c’era eccome!

Accordo Sikes-Picot
Dopo la scontro con l’esercito turco-ottomano, nel 1916 Russia, Francia e Inghilterra siglarono l’accordo di Sikes-Picot, il piano alleato per dividersi l’Impero ottomano in disfacimento.
Nell’accordo la Palestina doveva rimanere internazionalizzata sotto l’amministrazione di tutte e tre.[15]

Il tradimento al popolo arabo
Il vero e proprio tradimento del popolo arabo avviene il 2 novembre 1917 con la «Dichiarazione Balfour»: una lettera che Arthur Balfour, Ministro degli Esteri della Gran Bretagna, inviò al capo della Federazione sionista Lord Rothschild, dove Sua Maestà riconosceva ufficialmente ai sionisti[16], il diritto di formare uno Stato indipendente in Palestina.
Lettera importantissima perché legittimò e riconobbe il diritto internazionale ai sionisti di creare un «focolare nazionale del popolo ebraico…»[17]in Palestina.
Tale dichiarazione venne firmata da Pichon per la Francia , Wilson per gli Stati Uniti e Sonnino per l’Italia[18].

Pochi ricordano però come tale «Dichiarazione», cioè lo storico tradimento di tutta la popolazione araba della Palestina da parte inglese, specificava anche che per il raggiungimento dello scopo: «nulla dev’essere fatto a pregiudizio dei diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti in Palestina…».[19]
E’ avvenuto esattamente il contrario.
Nel 1919 gli inglesi entrano in possesso della Terra Santa e dal 1920 con gli accordi di Sèvres, inizia ufficialmente l’immigrazione ebraica.
La terra indipendente araba rimane una promessa non mantenuta!

Trattato di Sèvres
Nel 1920 il Trattato di Sèvres sancì la spartizione dell’area mediorientale che vide: la Siria assegnata alla Francia e la Palestina alla Gran Bretagna.
Nel 1922 l’Inghilterra ricevette dalla Società delle Nazioni il Mandato per l’amministrazione della Palestina, sotto la cui egida nacque la Jewish Agency (Agenzia Ebraica) per promuovere l’economia ebraica nell’area.[20]
E’ a questo punto che il padre del sionismo, Theodor Herzl, disse di voler: «sospingere la popolazione [ palestinese ] in miseria oltre le frontiere»[21]
Lo scopo dal 1895 ai nostri giorni è sempre stato questo espresso da Herzl.

Peel Report, White Paper e la “Soluzione a due Stati”
Gli anni che vanno dal 1936 al 1947 videro crearsi le basi per la storica guerra arabo-israeliana del 1948.
Cominciano infatti le proposte di formazione di due Stati separati.
Gli inglesi pubblicano il Peel Report (1936) che prevede una separazione di ebrei e arabi secondo la divisione demografica del momento. La proposta non soddisfa le ambizioni territoriali dei sionisti e neppure gli arabi l’accettano perché chiedono che sia fermata l’immigrazione e che s’impedisca l’acquisizione di ulteriori terre.[22]
Sempre gli inglesi pubblicano il White Paper sulla Palestina nel 1939, dove accettano di limitare l’immigrazione ebraica e l’acquisto di terre e promettono la transazione verso un futuro governo palestinese. Solo e sempre promesse come quella tradite dalla Dichiarazione Balfour del 1917.

Il terrorismo in Terra Santa
Prima dell’intervento britannico gli arabi e gli ebrei ottomani (ebrei assoggettati all’Impero ottomano turco) convivevano in una pace secolare, con alti e bassi, ma pur sempre pace.
Quando iniziò l’immigrazione ebraica, cioè quando i sionisti iniziarono a comperare terre e soprattutto dopo il gravissimo tradimento della Dichiarazione Balfour, era pressoché scontato che iniziassero gli scontri tra arabi ed ebrei.
Cosa che avvenne infatti dal 1920 in poi.
Nel 1921 per esempio gli scontri feroci fra arabi ed ebrei (a Jaffa 200 morti ebrei e 120 arabi) furono interpretati dagli inglesi come “scontri spontanei”, ma ovviamente non era così.

Nel 1940 gli ebrei arrivarono a formare il 33% della popolazione in Palestina, e i sionisti già organizzati in gruppi di guerriglia, cominciano gli attacchi terroristici contro gli inglesi e contro i civili palestinesi.
I gruppi più noti furono l’Irgun, l’Haganah e lo Stern.[23]
Questo ultimo, chiamata “Banda Stern” è nata nel 1942 per opera dell’ebreo polacco Abraham Stern.
Una banda che incarnò la variante più violenta e terroristica del movimento sionista[24].
La loro azione più eclatante fu l’attentato alla sede dell’amministrazione britannica all’Hotel King David di Gerusalemme nel luglio 1946, dove venne fatta saltare una intera ala, con un bilancio di circa 200 vittime![25]
Tra i capi del comando vi era un certo Menachem Begin[26], che fu Primo Ministro israeliano e Premio Nobel per la Pace con il presidente egiziano Sadat…

Dopo questo e altri avvisi, nel 1947 gli inglesi rinunciano al mandato e lo consegnano nelle mani dell’ONU.
L’Organizzazione delle Nazioni Unite propone nella Risoluzione 181 l’ennesima divisione in Stati separati, gli arabi la rifiutano e di nuovo non senza motivo: agli ebrei sarebbe andato il 54% delle terre anche se erano solo il 30% della popolazione presente all’epoca.
Nella primavera del 1947 iniziano gli scontri militari tra arabi ed ebrei, dove i gruppi terroristici sionisti si distinguono per una lunga serie di crimini efferati: massacri, assassini e pulizia etnica documentati oltre ogni dubbio.
E’ infatti in questo periodo il massacro di 200 palestinesi a Deir Yassin, strage (di civili palestinesi) che passò alla storia e che fu perpetrata sotto la diretta responsabilità sempre di Menachem Begin.[27]

Nascita dello Stato d’Israele
Dopo la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra d’Indipendenza (1948-49) nasce il 14 maggio 1948 ufficialmente lo Stato d’Israele con la «Dichiarazione d’indipendenza» firmata dal Primo Ministro David Ben-Gurion,[28] e preceduta da una risoluzione ONU, la numero 181 del 29 novembre 1947, che decise la spartizione (che non rispettava la demografia dell’epoca) dei territori.[29]
Inutile dire che tale spartizione territoriale ha accentuato gli scontri tra popolazione, perché più che spartizione possiamo parlare di vera e propria razzia: il 73% della Palestina era diventata territorio ebraico, con oltre 750.000 rifugiati palestinesi.

Dopo soli 2 anni, nel 1950, Israele vota la Legge sulla Proprietà degli Assenti (5710-1950), una legge vergognosa che espropria la terra a tutti i profughi fuggiti durante la guerra.
I palestinesi vengono espropriati di tutto: case, terreni e attività commerciali.
In totale violazione della Risoluzione ONU 194 (12/1948) che sancisce il diritto dei profughi di tornare e di essere risarciti da Tel Aviv. Non solo i risarcimenti non sono mai avvenuti, ma i profughi si sono visti privare della propria casa.

La guerra del 1947/48 era stata preconizzata dal Presidente (dal 1926) dell’Università ebraica di Gerusalemme, Judah Magnes, il quale ha dichiarato che la creazione di uno stato ebraico in Palestina avrebbe condotto «alla guerra contro gli arabi».[30]
Judah Magnes si riferiva al «Programma Biltmore» stilato a New York nel maggio del 1942 presso l’omonimo Hotel Biltmore, da un gruppo di sionisti americani appoggiati sia dai democratici che dai repubblicani statunitensi.
Tale programma del 1942 (ben prima che finisca la Seconda Guerra Mondiale) era appunto l’ennesimo tassello piazzato al posto giusto per la creazione dello Stato ebraico in terra palestinese!

Tra il 1917 e il 1948, e cioè tra la «Dichiarazione Balfour», il «Programma Biltmore» e la «Dichiarazione d’Indipendenza» avviene qualcosa che avrà ripercussioni in tutto il mondo e soprattutto nella causa ebraica: la Seconda Guerra Mondiale con l’Olocausto e l’immigrazione di massa.
Nel 1956 Israele, in accordo con le mire strategiche e gli interessi economici di Gran Bretagna e Francia attacca l’Egitto (che guarda caso aveva nazionalizzato il canale di Suez) conquistando Gaza e il Sinai, ma gli Stati Uniti costringono Tel Aviv a ritirarsi.
Nel 1964 gli stati arabi creano l’OLP (l’Organizzazione per la liberazione della Palestina), e presto questo gruppo darà inizio ad azioni di guerriglia contro Israele.
Nel 1966 la Siria permise a guerriglieri palestinesi di operare sul proprio territorio. Israele ovviamente minacciò ritorsioni per cui la Siria fece un patto di difesa con l’Egitto. In seguito a rappresaglie israeliane in Cisgiordania, Cairo assume un atteggiamento bellicoso, ma non va oltre.
Nel maggio del 1967 Nasser, il presidente egiziano, stringe un patto di difesa con la Giordania , che sembra mirare solo ad un rafforzamento strategico, e non a un effettivo attacco contro Israele.
Israele non aspetta e nel giugno del 1967 attacca l’Egitto,[31] ben sapendo che avrebbe vinto in pochi giorni.

Questa è la nota Guerra dei 6 giorni, che segna l’umiliante disfatta araba.
In un attimo Israele occupa illegittimamente la Cisgiordania , Gaza, Gerusalemme Est, le alture del Golan ed il Sinai (poi restituito all’Egitto) e non si ritirò mai più nonostante le numerose risoluzioni dell’ONU (ad oggi sono circa 70).
Nel novembre dello stesso anno, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU condanna la conquista dei territori con la Risoluzione 242 imponendo il ritiro immediato dai Territori Occupati.
Israele accetterà 3 anni dopo tale Risoluzione senza però evacuare i territori, alla faccia del Consiglio di Sicurezza.
Il resto è storia…

Storia sono le condotte di Israele chiamate per ben tre volte “un insulto all’Umanità” dalla Commissione dell’ONU per i Diritti Umani (1977, 1985 e nel 2000).[32]
Storia è anche la Risoluzione ONU A7RES/37/133 che nel dicembre del 1982 definì il massacro di Sabra e Chatila sotto la “personale responsabilità di Ariel Sharon” un “atto di genocidio[33]
Stiamo parlando di 1700 civili massacrati per due lunghissimi giorni dentro i campi profughi, protetti dall’esercito israeliano, a colpi di machete dai cristiano-falangisti.
L’elenco potrebbe continuare a lungo.

Sionismo cristiano
L’altra cosa da sapere, che non tutti conoscono, è il movimento dei «sionisti cristiani»[34] (Christian Zionists).
Anzi, spesso e volentieri, sono stati proprio dei cristiani (come George Walker Bush junior per esempio) che si sono rivelati i più forti sostenitori del ritorno degli ebrei a Gerusalemme.[35]
La teologia dei cristiani fondamentalisti d’America professa e attende la seconda venuta del Cristo con la conseguente fine del mondo, secondo una interpretazione della bibbia (…)”.[36]
“Ma quell’evento sarà possibile solo quando gli ebrei avranno stabilito uno Stato ebraico su tutta la Palesino , e cioè ben oltre gli odierni confini di Israele
“.[37]

L’«International Christian Embassy Jerusalem» ha tenuto fino ad oggi almeno quattro congressi internazionali sionisti cristiani: uno a Basilea e tre a Gerusalemme (la città madre del sionismo religioso).
Quindi il sionismo non è solamente un fenomeno ebraico, ma anche cattolico; non è solo un movimento politico ebraico, ma anche occidentale.
Esiste una forte corrente sionista pure tra i membri dell’amministrazione statunitense di ieri e oggi.
Basta leggere con attenzione i nomi della squadra “scelta” dal futuro presidente Obama per capacitarsene.

Pensate che nel 1978 la Camera dei Rappresentanti americana proclamò l’«Education Day USA», cioè il «giorno dell’istruzione». Una festa mobile che un anno cade il 24 marzo, un altro il 2 aprile, il 13 aprile[38], ecc. Tale data non è fissa perché segue il calendario giudaico-babilonese invece del classico giuliano.[39] La data coincide con l’anniversario del rabbi Menachem Mendel Scheerson, il cosiddetto «rebbe», considerato dalla setta assidica dei Lubavitcher, il vero «Messia».[40]
Come mai tutti i presidenti, da Carter fino a George Walker Bush, hanno ripreso e mantenuto una tradizione «culturale» assai poco laica, per non dire ebraica?
C’è da dire che Carter, mediatore non ufficiale nel 2008 nei processi di pace in Medioriente, ha dichiarato ultimamente che Hamas ha tenuto fede al patto di 6 mesi cessando il lancio di missili, Israele invece no!
Strano a dirsi, ma Israele non ha mantenuto la pace…

L’antisemitismo
Dopo questa delicata trattazione è doverosa una parentesi sull’antisemitismo.
I «semiti» sono: «(…) gli Accadi (Assiri, Babilonesi), i Cananei, gli Arami (fra i quali emergono i Fenici e gli Israeliti), infine gli Arabi».[41]
«Affermare che gli ebrei sono semiti è pressappoco come affermare, per esempio, che i francesi sono europei».[42]
Da questa precisazione si evince che pochissimi ebrei sono veramente dei semiti e che non tutti i semiti sono ebrei (infatti gli arabi sono effettivamente dei semiti).
Come non tutti gli ebrei sono sionisti, anzi i sionisti sono pochissimi, per fortuna!
Siccome oggi tra la popolazione ebraica non esiste praticamente quasi più nessun discendente originario di Sem, accusare qualcuno di antisemitismo equivale accusarlo di antiarabismo.
La conseguenza logica di questa affermazione è che oggi tra i più antisemiti – ironia della sorte – sono proprio i governi d’Israele!

L’antisionismo
Per fortuna anche nel mondo ebraico il sionismo non è, e non era ben visto, ecco cosa diceva nel 1935 lo scrittore israelita Ettore Ovazza: «il miglior alleato della politica razzista è oggi, suo malgrado, il sionismo nazionalista. E’ nostra ferma convinzione che mai la politica antisemita sarebbe giunta agli estremi che ha toccato, se non avesse avuto fra i suoi principali argomenti probatori, il cosiddetto focolare nazionale ebraico. Lo stesso ideale ebraico, dal punto di vista puramente religioso, predica il ritorno a Sion come un ritorno spirituale; ma poiché la nostra dottrina nega il proselitismo, le minoranze ebraiche nel mondo rimangono le legittime depositarie dell’idea monoteistica e della legge mosaica che sta alla base della Bibbia e della moderna civiltà. Nel 1934, voler interpretare il ritorno a Sion in senso strettamente territoriale è segno d’incomprensione storica e religiosa. Noi, per funzione religiosa storica e civile, siamo e dobbiamo essere interamente cittadini delle nazioni dove viviamo da secoli e di cui formiamo parte indissolubile ed integrante. Noi respingiamo nettamente i sionisti nazionalisti che vivono rispettati in parità di diritti civili e politici con tutti gli altri cittadini nelle nazioni d’Europa, e che sospirano invece verso la Palestina ; che con un occhio guardano a Roma e con l’altro a Gerusalemme»[43]

Concludo con una grande speranza, quella che riguarda naturalmente la grande pacificazione in Palestina, l’abbandono di ogni crimine e soprattutto l’abbattimento del «muro della vergogna» che è stato innalzato per impedire la creazione de facto dello Stato palestinese.
«Udite governanti…della casa d’Israele, che costruite Sion sul sangue e Gerusalemme con il sopruso[44] perché «a causa vostra, Sion sarà arata come un campo e Gerusalemme diverrà un mucchio di rovine…».[45]
L’antisionista e antisemita che ha fatto questa affermazione è il profeta Michea, originario della Giudea e contemporaneo del grande Isaia (VIII a.C.).

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Piovono missili israeliani (o bombe al fosforo bianco?) su Gaza, foto Ansa

Per approfondire l’argomento, consiglio di leggere questi due libri:

Perché ci odiano, Paolo Barnard, ed. BUR
Storia ebraica e giudaismo: il peso di tre millenni, Israel Shahak, ed. Centro Librario Sodalitium

Per approfondire:
– “Il Tradimento degli intellettuali”, Paolo Barnard www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=86
– “Una guerra non necessaria” Jimmy Carter www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=5453
– “Gaza chi ha violato la tregua?” Miguel Martinez
www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=5455


[1]L’ONU sospende gli aiuti a Gaza”, Il Sole 14 ore, 9 gennaio 2009
[2] “Gaza ancora raid e razzi, oltre 900 le vittime”, Ansa del 12 gennaio 2009
[3]I carri armati israeliani a Gaza City”, Il Corriere della Sera, 11 gennaio 2009
[4] “Truppe USA controllano Rafah” di Maurizio Blondet, 6 gennaio 2009 ed. Effedieffe
[5]Perché ci odiano”, Paolo Barnard, ed. BUR, pagg. 424
[6] «The Jewish Agency for Israel », www.jafi.org.il oppure www.us-israel.org
[7] Idem
[8] «The Nord American Review», vol.169, pag 513, agosto 1899. University of Northern Iowa
[9] Associazione Culturale, libreria ebraica senza scopo di lucro –  www.menorah.it
[12] «Alliance Israelite Universelle»: www.aiu.org
[13] «The Department for Jewish Zionist Education» www.jajz-ed.org
[14] Jerusalem Archives www.jerusalem-archives.org
[15] “Perché ci odiano”, Paolo Barnard, ed. BUR, pag. 243
[16] Movimento politico-religioso degli Ebrei sparsi nei vari paesi, tendente alla ricostituzione di uno Stato ebraico in Palestina (Dizionario della lingua italiana DeAgostini)
[17] Traduzione della «Dichiarazione Balfour»
[18] «Palestina e Sionismo», Vittore Querèl, Fratelli Bocca editori, 1939
[19] Idem
[20] “Perché ci odiano”, Paolo Barnard, ed. BUR, pag. 244
[21] Idem
[22]Perché ci odiano?” Paolo Barnard, ed. BUR, pag 146
[23] Idem
[24] «Al Qaeda: chi è, da dove viene, dove va», Carlo Bersani, Malatempora edizioni, Roma 2005
[25] Idem
[26] Idem
[27]Perché ci odiano?” Paolo Barnard, ed. BUR, pag 247
[28] Jerusalem Archives www.jerusalem-archives.org
[29] Jerusalem Archives www.jerusalem-archives.org
[30] Norman Bentwich, «For Sion sake» biografia di Judas Magne, Filadelfia, Jewish Publication Society of America, 1954, p. 352
[31] Perché ci odiano?” Paolo Barnard, ed. BUR, pag 315
[32]Il Tradimento degli intellettuali”, Paolo Parnard, www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=86
[33] Idem
[34] «International Christian Embassy Jerusalem »
[35] Idem
[36]Perché ci odiano”, Paolo Barnard, ed. BUR, pagg. 209
[37] Idem
[38] Sito ufficiale «Lubavitch»: http://www.lubavitch.com/article.asp?ID=164
[39] «Chi comanda in America» di Maurizio Blondet ed. Effedieffe
[40] Idem
[41] «Vocabolario Illustrato della Lingua Italiana» G. Devoto e G.C. Oli – Milano 1974
[42] «Breve storia degli ebrei e dell’antisemitismo» di Eugenio Saracini, ed. Mondadori 1977
[43] «Sionismo Bifronte», Ettore Ovazza, Casa editrice Pinciana, Roma 1935
[44] Capitolo terzo del libro del profeta Michea (3,9 – 3,10)
[45] Capitolo terzo del libro del profeta Michea (3,12)
11 gennaio 2009

fonte: www.disinformazione.it

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Paolo Barnard – 1)Palestina: Capire il torto 1

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Capire il torto 2

9:39
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Tutti gli uomini di Berlusconi per il sacco della Sardegna

di Marco Bucciantini

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A ciascuno il suo affare. Nel comitato d’interessi che sostiene Ugo Cappellacci c’è tutto e il contrario di tutto, ma niente stona sotto la scritta “Berlusconi presidente”. Potere, ambizioni e affari tengono insieme tutto: lo scudocrociato e i quattro mori, quindi lo Stato e l’antistato. I liberali di Dini e un garofano di chissà quale rivolo socialista. Tutti lì, in prima fila al Palasport ad ascoltare le barzellette di Berlusconi, a vedere umiliato il candidato inesistente.

SARDISTI DA COSTA SMERALDA
I vertici del partito sardo d’azione hanno suicidato il sardismo per le poltrone. Così l’ex segretario Giacomo Sanna, che già provò la scalata al Parlamento nelle file della Lega Nord (!), è nel listino del presidente, e verrà eletto automaticamente in caso di vittoria. “E’ la svendita di un patrimonio allo straniero di Arcore, al razzismo leghista”, accusa Claudia Zuncheddu, sardista, che ha fondato i Rossomori, evocando Emilio Lussu e portando almeno una parte degli indipendentisti in appoggio a Soru. Il sostegno del partito sardo d’azione a Berlusconi è davvero ardito: la bandiera più famosa, i quattro mori su sfondo bianco e croce rossa, a sventolare su Villa Certosa, il simbolo del turismo aggressivo e sregolato, della colonizzazione. La residenza del premier è il monumento del programma di governo: si è costruito in barba alle leggi. Poi Tremonti condonò e la villa ora può essere mostrata nella sua interezza agli ospiti. Prima che il Cavaliere l’acquistasse era una semplice casa colonica, proprietà di Flavio Carboni, il faccendiere sardo coinvolto nell’omicidio del banchiere Roberto Calvi. Adesso è una provincia con il parco che ha rimpiazzato i sessanta ettari per il pascolo, poi l’anfiteatro, il campo di calcio, il bunker in caso di attacco nucleare, i laghetti artificiali. I sardisti stanno dunque con il conquistatore. Il segretario del Psd’Az è Efisio Trincas, che quando era sindaco di Cabras fu indagato per abusi edilizi in zone di particolare pregio e chiese allo Stato italiano di tradurre l’atto in dialetto sardo, prima che gli fosse notificato. Un sardismo da barzelletta. Di lui si ricorda la battaglia contro gli omosessuali: eppure il Psd’Az si era sempre speso in difesa delle minoranze. Come si cambia, per non morire.

IL COMITATO D’AFFARI
Dalle ambizioni personali di un gruppo che ha svenduto l’anima si passa al comitato d’interessi. Quello che vuole “togliere i lucchetti che Soru ha messo alla Sardegna”. Da 30 anni Berlusconi fa affari sull’isola, grazie al socio Romano Comincioli, plurindagato (faceva da tramite con il suddetto faccendiere Carboni), assolto dalle leggi ad personam volute proprio per salvare l’amico di Arcore, e ripagato alla maniera del Cavaliere: con il seggio al Senato. La sua firma appare anche in cambiali passate a uomini della Banda della Magliana per poi finire nelle mani di Pippo Calò, il cassiere della Mafia. Ma non importa. Lui è l’uomo di fiducia di Berlusconi in Sardegna. E lo si è visto in questo turno elettorale. Forza Italia sull’isola ha due potentati: quello di Comincioli e quello di Beppe Pisanu. Il primo è strettamente legato per affari allo studio di commercialista del padre di Cappellacci, Giuseppe. Il secondo è nume tutelare del sindaco di Cagliarti Emilio Floris: la scelta di candidare Ugo Cappellacci dimostra i rapporti di forza: Comincioli è un vecchio compagno di classe di Berlusconi che, si sa, tende ad affidarsi a questi sodali di lunga data. Ed è stato infatti il senatore a tessere gli accordi con i sindaci del nord dell’isola, scesi in campo per Cappellacci, nelle liste provinciali, a costo di sguarnire o comunque di complicare l’attività delle giunte comunali.

L’accolita intorno a Comincioli serve meglio al disegno di Berlusconi “contro la Sardegna dei vincoli”. Vuol prendersi la Regione, e con essa le terre che Soru ha provato a blindare. Fu il governo Berlusconi, nel 2005, ad impugnare davanti alla Consulta la salva-coste. Quella legge ha imbrigliato la mitica, faraonica Costa Turchese, evoluzione di quell’Olbia 2 che Berlusconi, Cappellacci sr. e Comincioli già avevano in mente a fine anni 70. Eccola, la loro oasi: 525.000 metri cubi di cemento su 450 ettari di terreno, 385 ville, due alberghi da 400 posti letto, 995 appartamenti in residence, 1 centro commerciale sulla costa nord-est. Tutto rispolverato allorquando il Tar rivelò un quadro normativo lacunoso sui piani urbanistici, sentenza che scatenò gli appetiti della Finedim di Marina Berlusconi, che ripropose l’idea, con una “chicca”: lo sventramento della spiaggia per realizzare un canale navigabile e collegare il mare con un porticciolo da costruire ex novo. Quel quadro normativo è stato puntellato da Soru, e si è impedita la violenta colata di cemento.

LA FIGLIA DEL SINDACO
Questo sbilanciamento sul gruppo Comincioli-Cappellacci, però, poteva erodere il consenso del Pdl nel capoluogo, dove Floris amministra in guerra con Soru, intento dichiarato la scorsa estate, in vista proprio delle elezioni: “Nessuna trattativa con il signor Renato Soru”. E così restano chiusi nel cassetto 220 milioni di euro di investimenti su Cagliari e oltre 1200 posti di lavoro. Una città paralizzata, con il Betile, museo regionale d’arte nuragica e contemporanea disegnato dall’anglo-irachena Zaha Hadid, rimandato a chissà quando. Cotanto zelo era l’annuncio di una candidatura di Floris, condivisa nel centro destra, e il sindaco poteva dunque essere mortificato dalla scelta di Cappellacci. Questo rischiava di compromettere l’impegno dello stesso amministratore nella campagna elettorale e intiepidire i fan del capoluogo. Berlusconi ha rimediato alla sua maniera: la figlia del sindaco è nel listino del presidente. E Rosanna è perfino commovente: “Fin da piccola volevo fare politica, ma l’ingombrante presenza di papà mi intimidiva”. Arruolati i Floris.

L’EDITORE
Nella foto di gruppo c’è anche un altro amico del Cavaliere: l’editore Sergio Zuncheddu, altro candidato mancato ma meno rancoroso di Floris. L’editore pubblica il quotidiano più letto dell’Isola, l’Unione Sarda, che da 4 anni picchia durissimo sull’inventore di Tiscali. Zuncheddu controlla anche le tv regionali e “Videolina ha per Cappellacci la cura che la Pravda aveva per Breznev.”, scrivemmo un mese fa. Potevamo dire: la stessa cura che Rete 4 ha per Berlusconi, perché infine Zuncheddu è un Cavaliere in sedicesimo. Come l’altro, parte dall’edilizia, dalle Città Mercato. A Capoterra, su un terreno che nel 1969 fu trasformato da paludoso a edificabile, e da avamposto di caccia dei cagliaritani si rivalutò enormemente, e che due mesi fa ha scontato con alluvioni e morti quell’affronto alle leggi della natura, Zuncheddu ha spadroneggiato con le centinaia di case costruite dalla sua cooperativa sullo stagno di Santa Gilla.

PICCOLO GRANDE UGO
Il piccolo ma troppo alto Ugo – al quale Berlusconi chiede sempre di scendere dalla pedana durante i comizi insieme, per non mostrare a tutti la clamorosa menzogna sull’altezza del premier – non è quella mosca bianca degli spot sorridenti confezionati dal pubblicitario Gavino Sanna. È vaccinato pure lui: è stato per anni al comando della Sardinia Gold Mining, che ebbe nel 1998 in concessione dalla Regione il territorio dei comuni della Marmilla. Si cercava l’oro, e il prezzo per la multinazionale fu ridicolo, mentre enorme è il danno ambientale, cui è difficile trovare argine, dopo il fallimento della società mista di capitale italiano, canadese e australiano. Cappellacci è stato presidente per quasi tre anni di quell’impresa e si dimise nel 2003 per entrare come ragioniere nella giunta regionale guidata da Italo Masala: a fine mandato, il debito della Sardegna sarà di 3 miliardi e mezzo di euro. Un record. Lo prende in cura Floris, e lo fa assessore al bilancio del comune di Cagliari: e il bilancio va in rosso. Adesso è in pista, e ricorda un po’ Ovidio Marras, avvocato del Cavaliere. Anche lui sconosciuto e lanciato nella corsa a governatore, ne uscì con le ossa rotte.

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14 febbraio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/81616/tutti_gli_uomini_di_berlusconibrper_il_sacco_della_sardegna

TORINO – Si danno fuoco per finire su Youtube. 14enne ustionato sul 60% del corpo

Due ragazzini si sono versati addosso della benzina e si sono dati fuoco davanti ad un terzo amico che avrebbe ripreso la scena con il telefonino per poi metterla online

Gli inquirenti sono al lavoro per chiarire la dinamica dell’accaduto

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Un gruppo di ragazziTorino, 14 febbraio – Si inzuppano a vicenda con la benzina e poi si danno fuoco con un accendino, mentre vengono ripresi con un telefonino da un amico. Questo il folle passatempo di due ragazzi torniesi di 14 e 15 anni. Il fatto sarebbe avvenuto davanti a un terzo amico che avrebbe ripreso la scena per metterla su Youtube. E’ questo lo scenario su cui stanno lavorando i carabinieri nell’indagine che dovra’ fare chiarezza su quanto avvenuto ieri in una strada di Pianezza (Torino).

Gli adolescenti sono finiti in ospedale. L’uno, di 14 anni, e’ al Cto con ustioni di secondo e terzo grado su oltre il 50% del corpo (alle gambe e alla parte inferiore del tronco); e’ stato sedato e intubato, ma non e’ il pericolo di vita. L’altro, un quindicenne figlio di un militare, e’ al Maria Vittoria e potrebbe riprendersi tra oggi e domani al punto da sostenere l’interrogatorio degli investigatori.

I due erano vicino a una panchina in via Levi, una nuova zona residenziale del paese della seconda cintura di Torino: pare che si fossero inzuppati con del liquido infiammabile, forse della benzina, e che poi stessero giocando a tentare di darsi fuoco con degli accendini. Si pensa, ora, che qualche loro amico li stesse riprendendo con il telefonino.

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2009/02/14/151653-danno_fuoco_finire_youtube.shtml

Europee, Mastella candidato con il Pdl “Il premier paga debito? Farabutto chi lo dice”

Comunicato congiunto dei responsabili campani di Fi, An e Udeur

“Intesa strategica per le comunali e le provinciali di giugno”

Annunciata una verifica negli enti locali in cui il Campanile è con il centrosinistra

<b>Europee, Mastella candidato con il Pdl<br/>"Il premier paga debito? Farabutto chi lo dice"</b>Clemente Mastella

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ROMA – L’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella sarà candidato alle elezioni europee di giugno nelle liste del Pdl. E’ quanto stabilito nell’accordo reso noto oggi dal Popolo della libertà ma firmato giovedì scorso a Roma dai coordinatori campani di Forza Italia, Nicola Cosentino, e di Alleanza Nazionale, Mario Landolfi, e dal segretario campano dell’Udeur, Antonio Fantini. Annunciate anche un’intesa per le prossime comunali e provinciali e una “verifica politica”, nelle amministrazioni dove l’Udeur è in coalizione con il centrosinistra “a partire dalla provincia di Benevento”.

Mastella “più motivato che mai”. Il leader dell’Udeur si augura “una campagna elettorale senza veleni e cattiverie, senza cose come quelle successe nel recente passato dalle parti di catanzaro. Un riferimento all’inchiesta per la quale diede le dimissioni da ministro della Giustizia aprendo di fatto la crisi del governo Prodi. “Mi batterò per le cose per le quali mi sono sempre battuto. Riparto con umiltà e determinazione – continua Mastella – dopo un periodo di umiliazioni e amarezze di ogni tipo. Riparto con la coscienza dell’uomo libero, con la serenità di chi riprende a vedere un po’ di luce”. Poi gli attacchi agli ex alleati: “Faremo un’alleanza con il Pdl alle europee. Dove si andrà a votare per le amministrative in Campania faremo una verifica e visto come mi hanno trattato non credo che ci saranno altre alleanze a sinistra”. L’ex ministro definisce “farabutti e ipocriti sul piano morale” coloro secondo i quali con questo accordo Silvio Berlusconi ha pagato il “debito” contratto con il leader del Campanile per aver fatto cadere il governo Prodi. “Vadano a controllare i numeri del Senato – aggiunge Mastella – e voglio proprio vedere se diranno ancora che sono stati io a far cadere il governo Prodi. Ma ce ne sarà per tutti questi sepolcri imbiacati nel mio libro che uscirà a giugno”. Poi spiega il suo stato d’animo: “Ero fermamente angosciato prima, ora sono fermamente motivato. Sono più che motivato”. Parole che suonano come una sfida aperta agli ex alleati.

Il comunicato. Il Popolo della Libertà e l’Udeur fanno sapere in un comunicato congiunto di aver sottoscritto un’intesa strategica “che parte dalle prossime elezioni comunali e provinciali che si terranno a giugno, per proseguire poi in un cammino fatto di programmi e scelte condivise, con l’obiettivo di imprimere, nel solco di una rinnovata cultura bipolare, una svolta vera alle imminenti consultazioni elettorali”

Verifica politica. “In tal senso – prosegue il comunicato – e al fine di contribuire a realizzare un quadro di alleanze organico, chiaro e coerente, l’Udeur si impegna ad avviare rapidamente una verifica politica in quegli enti locali, a partire dalla provincia di Benevento, dove tale partito è tuttora in coalizione con il centrosinistra. Anche in questo modo si vuole rendere evidente che in Campania è tempo di cambiare mentalità e metodo di governo della cosa pubblica”.

Campania e Mezzogiorno.
“Dalla Campania – si legge ancora nella nota – può e deve partire l’attenzione per l’intero Mezzogiorno, la cui promozione sociale ed economica è interesse dell’intera nazione. Si tratta di agevolare un processo che non punti solo sul rilancio nominalistico dell’atavica ‘questione meridionale’ ma che abbia come punto fermo la valorizzazione delle risorse naturali e delle aspirazioni territoriali di cui è dotato l’intero Sud”.

“Si apre una rinnovata stagione politica”. “E’ questo un tema che accomuna la storia e la tradizione politica sia delle forze che stanno dando vita al Pdl sia dell’Udeur e che è solo una delle ragioni fondanti l’alleanza oggi sancita in Campania. La stessa collocazione all’interno del Ppe comporta la candidatura del segretario dell’Udeur Clemente Mastella alle prossime elezioni europee, nelle liste del Pdl”. “Oggi – conclude il comunicato – si apre una rinnovata stagione politica, foriera di importanti novità, che ricadranno positivamente sui cittadini della Campania”.

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14 febbraio 2009
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REGGIO CALABRIA CONTRO LA MADDALENA – Silvio vuole i bronzi di Riace al G8

Cgil insorge: “Non si muovono di qui”

http://sunwalked.files.wordpress.com/2007/12/bronzi-di-riace02.jpg

Il segretario del sindacato calabrese: “Si fa finta di non sapere che esistono pronunciamenti internazionali che escludono i grandi bronzi dalle opere trasportabili”. Contrario anche il sindaco Scopelliti

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Roma, 14 febbraio 2009 – Scoppia la polemica sui bronzi di Riace. Da un paio di giorni la Cgil di Reggio Calabria denuncia il ‘tentativo’ di trasportare le delicatissime opere alla Maddalena in occasione del prossimo G8 di luglio. Il sindaco Scoppelliti conferma la voce, si dice contrario ma precisa: “Avrò un incontro con il ministro Bondi”

L’ATTACCO DELLA CGIL

“Ci risiamo. Ancora una volta vogliono sottrarci i Bronzi di Riace e, ancora una volta, tentano di farlo mettendo in piedi trame sotterranee. L’attacco alla città questa volta arriva direttamente dal Governo Berlusconi”. A parlare è Francesco Alì, segretario generale della Cgil di Reggio Calabria, città che ospita le due statue di epoca greca, più volte insorta davanti all’ipotesi di portare le due opere in trasferta, in ocacsione di eventi internazionali come le olimpiadi o missioni italiane all’estero.

“Abbiamo appreso – dice Alì – che, cercando di non dare troppo nell’occhio, presso alcuni istituti che si occupano di alta tecnologia, a Roma, si tengono riunioni di esperti per valutare la questione della trasportabilità delle due statue di Riace dal Museo Nazionale di Reggio Calabria all’isola della Maddalena (Sardegna) dove dovrebbero fare bella mostra di sè ai lavori del G8 previsto per gli inizi di Luglio”.

“L’occasione sarebbe fornita dai prossimi lavori di ristrutturazione delle sale espositive del Museo di Reggio Calabria, che comporterebbero, pare, una prolungata non visibilità delle opere. Come dire, c’è sempre l’altra faccia della medaglia: dietro un progetto di sviluppo, di promozione e di valorizzazione si nasconde, ancora una volta, una fregatura.
Insomma, non va proprio giù a nessuno il fatto che i Bronzi di Riace si trovino proprio qui, nel profondo Sud. E ogni occasione è buona per tentare di portarli via”.

“Si fa finta – secondo il sindacalista di non sapere che esistono pronunciamenti internazionali che escludono i grandi bronzi dalle opere trasportabili e che una valutazione del 1994 dell’ICR (Istituto Centrale per il Restauro) esclude che i due bronzi possano essere trasportati visto che c’è un preoccupante quadro clinico che presenta fessurazioni, lesioni e diversi tipi di saldature antiche che causano fragilità e che escludono qualunque tipo di trasporto. Sembra che ora si voglia ignorare tale parere negativo per elaborare un progetto di realizzazione di nuovi containers per il trasporto. Si tratta – secondo il sindacalista – di un fatto politico gravissimo e irresponsabile che mette a rischio inutilmente l’incolumità delle opere. Siamo l’unico Paese al mondo che fa viaggiare le grandi statue bronzee. Qualcuno – dice ancora Alì – provi a chiedere alla Grecia di far viaggiare l’auriga di Delfi o lo Zeus di Anticitera, gelosamente custoditi al Museo Nazionale di Atene, per rendersene facilmente conto”.

IL SINDACO SCOPELLITI

“Ho un incontro con il ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi, giovedì mattina”, annuncia dal canto suo il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Scopelliti. “Solo dopo -ha precisato- riferirò alla città e insieme alla città decideremo sul futuro della scelta di portare i bronzi di Riace alla Maddalena in occasione del G8”.

Scopelliti dice di “aver avuto una richiesta informale dal direttore generale dei Beni Culturali, Mario Resca” e rassicurazioni sul fatto che «se ci dovesse essere un no del sindaco e della città allo spostamento dei bronzi, il ministero farà un passo indietro. Un sindaco eletto con un consenso così ampio e gravato sempre di maggiori responsabilità -ha proseguito- deve saper ascoltare le proposte del governo e un minuto dopo riferire alla città e decidere sul da farsi».

Il sindaco si dice «contrario a questa decisione, anche se -spiega- dovremo valutare non soltanto le proposte, ma anche e soprattutto il fatto che in virtù del finanziamento ricevuto anni addietro dal ministro Rutelli, il museo di Reggio Calabria dovrà restare chiuso per almeno un anno”.

IL SINDACO DELLA MADDALENA

Esulta alla prospettiva di avere i bronzi di Riace il sindaco della Maddalena Angelo Comiti: “Speriamo. Per il G8, con la Regione, abbiamo in corso iniziative molto importanti sul settore culturale. Se c’è questa notizia e opportunità non posso che esprimere, come direbbero gli antichi romani, sommo gaudio. Avere la possibilità di avere un monumento, una scultura così importante nella nostra città, sarebbe una cosa strabiliante”.

GRUPPO SU FACEBOOK

“Giù le mani dai Bronzi di Riace” Si chiama così il gruppo nato su Facebook alla notizia che i capolavori ellenici, scoperti nel 1972 nello Ionio da un sub dilettante e gelosamente conservati al Museo Nazionale di Reggio Calabria, potrebbero essere trasferiti ed esposti alla Maddalena in occasione del prossimo vertice del G8.

“Per Berlusconi -si legge sulla pagina del gruppo on line- i Bronzi di Riace sono una fissa. Già al G8 di Genova voleva clonarli per portarli lì. Poi la cosa non gli riuscì grazie ad una vasta mobilitazione in Calabria che costrinse Chiaravalloti a dire di no. Adesso ci riprova e vorrebbe spostare i Bronzi, in originale, e portarli alla Maddalena per il prossimo G8. Berlusconi ancora non ha capito che i Bronzi di Riace non sono dei giocattoli da far vedere come se fossero semplici oggetti. Se vuole far vedere i Bronzi ai capi di stato del G8, affitta degli elicotteri e li porta a Reggio Calabria. ‘Giù le mani dai Bronzi di Riacè, facciamo sentire alta la nostra voce che giunga nelle orecchie del governatore Loiero”.

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2009/02/14/151563-silvio_vuole_bronzi_riace.shtml

INCHIESTA PRECARIATO, 3^ parte – Said, specializzato senza lavoro: “Così ritorno un clandestino”

L’INCHIESTA /3. Il dramma dei lavoratori immigrati regolari che rischiano di perdere il loro permesso. “Ho la patente di mulettista, ora il mio telefono è muto”

“Sono regolare dal 96, due figli nati qui. Sarò costretto a mandarli in Marocco”
“Prima socio di una cooperativa, poi interinale precario e alla fine addio speranze”

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di JENNER MELETTI

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Said, specializzato senza lavoro  "Così ritorno un clandestino"
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PIOVE DI SACCO (Padova)- A metà marzo, saranno 19 anni da “italiano”. “A novembre compio 40 anni. Metà della mia vita l’ho passata in Italia. Ho sempre lavorato e non sono riuscito a mettere via un soldo. Adesso sono precario, molto precario. Da due mesi l’agenzia interinale non mi chiama e non so se avrò i soldi per pagare l’affitto. E c’è un altro piccolo problema: senza lavoro, può sparire anche il mio permesso di soggiorno. Io, regolare dal 1996, rischio di tornare clandestino. E assieme a me mia moglie e i miei due figli. Da questo appartamento al Cpt o come cavolo si chiama oggi, il passo è breve. Non è allucinante?”. Said Tamri, nato a Skhirat in Marocco, è un operaio specializzato. “Ho la patente da mulettista. Fino a pochi mesi fa era un mestiere molto ricercato. Adesso c’è la crisi e tutti dicono che non hanno lavoro. I miei amici italiani possono chiedere aiuto ai genitori. Essere precario, per loro, vuol dire non ottenere il mutuo per la casa o il finanziamento per comprare la macchina. Per me vuol dire un’altra cosa. Se il telefono non suona, se non mi chiamano al lavoro, io perdo tutto. Devo mandare mia moglie e i figli, che sono nati qui in Italia, in Marocco dai miei genitori. E io ricomincio da capo, da clandestino”.

“Sono conosciuto da tutti, qui a Piove di Sacco. Sono presidente di una associazione culturale e sportiva, l’Asdik. Organizziamo feste e incontri di calcio, con bambini e adulti, collaboriamo anche con il Comune e la parrocchia. E adesso tutto crolla. In questi ultimi mesi, come dicono in Veneto, “me ga ciapà pè i fianchi”, mi hanno sfiancato. Ma devo resistere. Certo, quando vai in venti cooperative a cercare un posto, e passi ogni giorno all’agenzia interinale dove sei iscritto e nessuno ha niente da offrire, ti viene la depressione”.

Padre contadino, madre e altri 9 fratelli nelle campagne di Skhirat. “Mio padre coltivava uva da tavola, patate, pomodori. Molte braccia e poca terra, e io sono stato il primo a partire. Un cugino mi diceva che in Italia c’era lavoro ed era pagato bene. Sono arrivato a Salerno. Per sette mesi ho lavorato con un italiano bravo che faceva addobbi per le sagre, montava fontane illuminate. Settecentomila lire al mese più vitto e alloggio. In sette mesi ho messo da parte tre milioni e mezzo, mi sembrava di essere arrivato nell’Eldorado, ma quella è stata la prima ed ultima volta che sono riuscito a risparmiare. Un altro cugino mi chiama al nord, mi dice che lì si sta meglio. Ho fatto cento lavori: cameriere, aiuto cuoco, lavapiatti e poi il lavoro da mulettista in una cooperativa. Sono strane, queste cooperative. Credi di essere un dipendente e invece sei un socio. Comunque mi pagavano bene. Ma per 1500-1600 euro al mese, lavoravo 6 notti alla settimana, spesso dalle 8 di sera alle 8 del mattino. Poi la scoperta: ho un incidente in motorino, sto a casa tre mesi in infortunio e scopro che la cooperativa mi paga solo 18 euro al giorno. Decido di andarmene, chiedo la liquidazione e mi dicono che i soci non sono dipendenti e non hanno diritto alla liquidazione. Intanto, nel 2001, mi ero sposato in Marocco. L’anno dopo mia moglie è venuta in Italia, sono nati i miei figli, la bimba che ha 5 anni e 7 mesi e il maschio che ha 8 mesi. Un appartamento normale, due camere, salotto e cucina. Una vita normale. E io che resto senza lavoro. E così – è successo nel giugno dell’anno scorso – da precario di una cooperativa che ogni due anni cambia nome e ad ogni cambio annulla i diritti di chi lavora per lei, mi sono trovato precario interinale. Un contratto di tre mesi, un mese a casa. Un altro contratto di tre mesi, sempre come mulettista, stavolta in una zincatura. Aspetti il rinnovo del contratto, stavolta potrebbe essere a tempo indeterminato, e invece all’inizio di dicembre mi dicono che non c’è più lavoro. Il contratto scade il 24. Mi mettono in ferie, così alla vigilia di Natale mi trovo a casa senza un soldo perché anche le ferie sono consumate e naturalmente non sono pagate. Da allora aspetto. L’agenzia interinale, per noi immigrati, è una scelta obbligata. Loro, almeno, ti mettono in regola e solo con un lavoro regolare puoi rinnovare il tuo permesso di soggiorno”.

Alessandra Stivali, che dirige il dipartimento immigrazione della Cgil di Padova, per Said Tamri non ha buone notizie. “L’immigrato regolare che resta senza lavoro rischia grosso. Nel momento in cui deve rinnovare il permesso di soggiorno, se non dimostra di avere uno stipendio, riceve un “permesso per attesa occupazione”. Dura solo sei mesi. Al termine, o dimostri di avere trovato un lavoro o, automaticamente, non sei più in regola. Insomma, torni clandestino. Se ti fermano, puoi essere portato al Cpt, che adesso viene chiamato Cie, Centro di identificazione ed espulsione. Con la crisi che c’è, centinaia di migliaia di immigrati sono in zona rischio come Said. E’ per questo che noi della Cgil abbiamo chiesto una moratoria di due anni per la Bossi – Fini. Con questa legge e con il nuovo “pacchetto sicurezza” tanti lavoratori in regola da anni rischiano di finire nel mercato nero o peggio nelle file della criminalità”.

L’uomo arrivato da Skhirat cerca una fune cui aggrapparsi. “Io sono pronto per qualsiasi lavoro. L’ho dimostrato subito, appena arrivato qui nel padovano. Nella stessa sera facevo il cameriere, il lavapiatti e nei momenti di pausa aiutato il cuoco. Pensavo di essere un uomo arrivato, quando lavoravo in cooperativa. Lo stipendio era buono, ma quanti sono gli italiani disposti a lavorare 12 ore tutte le notti? Con l’agenzia interinale, arrivo a 1200 – 1300 euro al mese con gli assegni familiari. Lavoro solo io e l’affitto mi costa 470 euro al mese più 30 di condominio. Con le bollette arrivo a 700 euro al mese. Se lavoro, ce la posso fare. Se il telefono continua a restare muto, o se mi chiamano solo degli amici per raccontarmi che anche loro sono disoccupati, io devo cambiare tutto. I bambini sono nati qui ma non sono “italiani” perché, come mi ha spiegato Alessandra, in Italia si riconosce lo “jus sanguinis” e non lo “jus soli”, il diritto del sangue e non il diritto della terra. Vanno all’asilo e alla materna, il più grande si sente un bambino di Piove di Sacco. Ma se non mi chiamano nei prossimi giorni, li dovrò mandare dai miei genitori. E io cercherò di ricominciare da capo, come quando giravo le strade di Salerno a vendere vestiti e un signore si fermò e mi disse: perché non vieni a lavorare con me, a montare addobbi per le sagre?”.

Lo Stato segue gli immigrati con attenzione. “Ho letto sul giornale che adesso, per il permesso di soggiorno, oltre ai 73 euro che già si pagano, devo sborsare altri 120 euro all’anno. Stessa cifra per mia moglie. Se non paghi non ti danno i documenti. L’Italia sta attenta a queste cose. Un po’ meno ai padroni che mascherano le loro imprese da cooperative e ti lasciano a casa senza cassa integrazione. Ma è inutile protestare. Spero che l’agenzia interinale mi chiami subito, sono disposto ad andare a lavorare nelle fabbriche o nelle campagne di tutta Italia”. Un salto al bar, dove una ragazza cinese serve caffè a marocchini e tunisini. “Razzismo? Io non ne ho trovato. Ma bisogna guardare la gente in faccia, capisci subito se è buona o no. Io ho anche un amico italiano, uno solo ma buono. Lui è venuto a cena a casa mia, io con moglie e figli siamo stati a mangiare a casa sua. Sarebbe bello avere questa amicizia con tante persone. Quando quasi 6 anni fa c’è stato il “sibor”, il battesimo di mia figlia, ho fatto una festa. Ma per mio figlio di 8 mesi non ho ancora fatto il “sibor”. Ci vogliono 500 euro, per la festa e la grande cena e io non li ho. Vent’anni in Italia, in questo Paese che mi prometteva una vita migliore. E non ho i soldi per il battesimo di mio figlio”.

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13 febbraio 2009

PICCOLI FASCISTI CRESCONO – All’armi siam leghisti

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Per tutti coloro che potrebbero pensare che ciò che è riportato dall’articolo sia in fondo esagerato e fenomeno circoscritto, riporto la mia personale testimonianza, risalente a soli tre giorni fa: bar del cremonese, lombardia (non riporto la località per ovvii motivi), da me frequentato in quanto nella mia zona di lavoro, barista giovane e simpatico anche se di idee un pò destrorse che tuttavia non gli impediscono di avere con me franchi scambi di opinione.. Entra un tipo mingherlino, giovane e rapato, si fionda al portatile del barista (che a quanto pare lo aspettava) e inserisce una chiavetta usb.. lo schermo rimanda immagini di un gruppo paramilitare in esercitazione.. fucili mitragliatori e altre armi che non conosco (sono un profano, volutamente).. le immagini ritraggono ragazzotti e uomini di mezz’età che ‘giocano’ alla guerra con armi vere, e tra questi il rapato in questione, che espone le sue fotografie come trofei. E da lì inizia un tentativo, sottovoce, di arruolamento del mio amico barista, pratico di armi perché cacciatore. Che è tutto meno che un violento, dato che cerca in ogni modo di sganciarsi dal tipo, lanciandomi nel frattempo occhiate quasi disperate..

mauro

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Nei comuni veneti tanta nebbia e pochissimi volontari anti-crimine. Ma ora la vigilanza delle ronde padane può diventare un affare. Persino a mano armata

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di Fabrizio Gatti

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Esci dall’autostrada Venezia-Trieste. E ti perdi. Chiarano, dove diavolo è Chiarano, capitale leghista delle ronde padane? Un cartello manda a sinistra. Arrivi a una rotonda e un altro cartello ti rimanda indietro. Eccolo finalmente il paese di Gianpaolo Vallardi, 47 anni, sindaco, sceriffo e anche onorevole. Fossati d’acqua, giardini ordinati, vie illuminate. Sicuramente ci sarà una pattuglia in giro stasera, volonterosi armati di fazzoletto verde e telefonino. Invece non si vede nessuno. Stesso deserto a Musile di Piave, qualche chilometro a Sud, dove la paura ha regalato l’elezione alla Camera a un altro borgomastro a tolleranza zero, Gianluca Forcolin, 41 anni. Strade vuote anche lì, come in tutti questi comuni della campagna veneta dove d’inverno, se ti perdi al buio, prima d’incontrare qualcuno per chiedere informazioni devi aspettare l’alba. Ma non era la provincia assediata dalla criminalità, questa? La terra dove la gente perbene è costretta a sostituirsi a polizia e carabinieri nei turni di vigilanza? La regione per la quale il Senato ha forzato la Costituzione e legalizzato le associazioni di cittadini per la sicurezza? Deserto ovunque.

L’affare infatti comincia adesso. In palio i cento milioni che il ministro per la Funzione pubblica, Renato Brunetta, ha sottratto all’attività di polizia e carabinieri. Soldi che, grazie alle future convenzioni con i Comuni, finiranno anche alle ronde. L’ha promesso il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, spiegando che verranno premiati i sindaci più fantasiosi e creativi nel contrasto alla criminalità. Ecco cioè come il governo sta finanziando la sua pancia elettorale leghista. In piena crisi economica, con i soldi dello Stato e una legge presentata a difesa di tutti i cittadini che però non aggiunge nulla alla sicurezza. Ma chi difenderà i cittadini dagli eccessi delle ronde? La Questura di Padova ha revocato il porto d’armi sportivo ad alcuni imprenditori che la sera uscivano di pattuglia e nei fine settimana andavano ad addestrarsi al poligono con armi da guerra: Kalashnikov, fucili d’assalto e pistole. In provincia di Vicenza i carabinieri hanno invece denunciato per rapina uno dei sostenitori delle ronde dell’associazione leghista Veneto sicuro, di cui è stato testimonial il ministro per le Politiche agricole, Luca Zaia. Ora è sotto processo con altri due amici con l’accusa di aver aggredito un gay.

Da anni i promotori della tolleranza zero armano le loro parole guadagnandosi seggi in Parlamento. Come il senatore leghista di Treviso Piergiorgio Stiffoni, 61 anni, indagato e prosciolto dalla Procura della sua città per questa frase: “Cosa facciamo degli immigrati che sono rimasti in strada dopo gli sgomberi? Purtroppo il forno crematorio di Santa Bona non è ancora pronto”. E la base li segue, in qualche caso armandosi davvero. Grazie a un emendamento del Pd all’articolo 46 del pacchetto sicurezza, le ronde dovranno essere disarmate. Ma il disegno di legge non esclude i volontari titolari di un porto d’arma. E la questione non è quello che succede durante i pattugliamenti. Ma quanto accade prima e dopo. Proprio per questo la questura di Padova ha revocato le licenze ad alcuni volontari della sicurezza.

L’inchiesta amministrativa della polizia padovana parte da un drammatico documentario, ‘Stato di paura’ (GUARDA)di Roberto Burchielli e Mauro Parissone, prodotto da La7 e vincitore nel 2007 del premio Ilaria Alpi. Sono i mesi in cui in via Anelli a Padova la presenza di spacciatori tra gli immigrati scatena la protesta degli abitanti esasperati. Una protesta sempre pacifica. Ma quella è l’occasione per la rottura del patto sociale tra cittadini e organi dello Stato accusati di inefficienza. Un solco che la legge voluta dal governo e in particolare dalla Lega rischia di allargare, togliendo finanziamenti a polizia e carabinieri e riducendo così la loro capacità operativa.

Il documentario di Burchielli e Parissone filma alcuni volontari delle ronde padovane durante i tiri al poligono. Sono soprattutto le loro parole a provocare l’intervento della polizia. “Pensate sempre che quando voi estraete l’arma , la estraete per usarla”, ricorda un volontario, tra uno sparo e l’altro, “perché quello dall’altra parte… anche lui fa lo stesso ragionamento”. Scherzano e, a ogni centro, fingono di aver colpito gli spacciatori: “Quando violenteranno qualche figlia di Prodi, Rutelli, Fassino, D’Alema, allora forse qualcosa cambierà”. Un altro, che non partecipa ai tiri al poligono, racconta: “Mi son difeso una volta che ci hanno attaccato. Si erano attaccati alla rete per venire di qua. Ho preso la balestra. Ma senza mirarlo, perché aveva anche il mirino e se lo miravo… Già l’ho preso vicino alla giugulare. Per quello mi han dato tentato omicidio. Mi han fatto fare quattro mesi e mezzo di arresti domiciliari”. E un altro ancora: “L’anno scorso c’è stata una fucilata… Mi venivano avanti e indietro, avanti e indietro… Gli ho sparato davanti ai piedi. Dopo due giorni sono uscito di giorno con la carabina, erano in cinque. Oh, scappavano da tutte le parti, bellissimo”. Uno dei volontari che si allenano al poligono rivela il suo sogno: “Portarli tutti qua con i blindati e passarci sopra”.

Il suo amico: “Non mi meraviglierei se un giorno qualche abitante della zona prendesse il fucile e tirasse due fucilate a qualcuno”. Un altro: “Se ci fosse una legge che mi garantisce la mia… che io posso difendermi dentro casa come in America, cioè questa è proprietà privata tu entri, io non ti devo dire niente. Ti sparo addosso”.

I palazzi occupati in via Anelli sono stati sgomberati, gli appartamenti murati. E gli spacciatori sono finiti in carcere o se ne sono andati. Delle decine che erano, l’unico rimasto appare il sabato sera. Pedala avanti e indietro in bicicletta con una borsa a tracolla. Prende gli ordini lungo la strada che porta alla tangenziale, sparisce, ritorna con eroina o cocaina. Il quartiere ora ha il tipico aspetto delle zone semindustriali delle città: una ragnatela di case, centri commerciali, fabbriche e strade che la sera si svuotano. Il risanamento non è merito delle ronde ma della collaborazione tra Comune, prefettura, polizia e carabinieri che hanno unito sforzi e obiettivi. Ed ecco adesso i soldati mandati dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Trascorrono la serata ad annoiarsi sulla jeep, ferma al piazzale della Stanga.

Ottantadue chilometri a Est, si perde tra le campagne Mareno di Piave, provincia di Treviso. Una sera del novembre 2007 Eugenio B., 29 anni, operaio, va in auto con il padre per la prima ronda in paese di ‘Veneto Sicuro’, l’associazione con base a Villorba in provincia di Treviso che unisce le ronde e il bacino elettorale della Lega. L’impegno per i volontari non è faticoso. Sono sempre gli stessi trenta leghisti a muoversi di paese in paese. Basta una mezz’ora all’aperto ogni due mesi. Una passeggiata davanti a fotografi e tv locali giusto per mantenere alti la paura e il consenso. Quella sera, racconta chi c’era, erano arrivati anche attivisti della Guardia nazionale padana. Per partecipare alle pattuglie, però, non è necessario mostrare la fedina penale. Così nessuno si preoccupa di avere accanto un volontario denunciato dai carabinieri e accusato di quello stesso tipo di reato che le ronde vogliono contrastare. Eugenio B. è sotto processo a Vicenza con l’accusa di aver picchiato un uomo di 43 anni e di avergli rapinato 500 euro e il telefono. Il ragazzo e i suoi due complici, sempre secondo l’accusa, l’hanno aggredito e minacciato con un coltello.

Il processo è ancora in corso. “Non è stata colpa mia”, racconta Eugenio B. nella casa dei genitori con cui abita, “io non ho fatto nulla. C’è stata una lite con quel tale. Ci ha portati in discoteca a Milano e lì abbiamo scoperto che era gay. Al ritorno si è picchiato con i miei amici. Io non ho partecipato alla rapina”. Il volontario delle ronde, portate a Mareno di Piave dal padre, per il momento ha lasciato la Lega. Adesso sta cercando di organizzare pattuglie per il partito della Fiamma Tricolore. Tutto ruota intorno a una palestra di pugilato e ad altre teste calde della zona. “Siamo fermi”, dice Eugenio, “ma qualcosa stiamo organizzando. L’ultima ronda? A Conegliano, qui vicino, due mesi fa”. L’ossessione di questi ragazzi sono gli immigrati. “Ma non siamo razzisti”, precisa. Eppure non è chiaro di cosa si debba avere paura a Mareno di Piave. Secondo l’archivio dell’agenzia ‘Ansa’, negli ultimi nove anni la cronaca registra un uomo ucciso nel 2000 sul sagrato della chiesa dal figlio vittima di disturbi psichici, un ragazzo suicida nel 2001 per disturbi psichici, un morto per i botti di Capodanno nel 2002, il sequestro di 160 chili di fuochi artificiali illegali nel 2004. E i protagonisti non sono stranieri, ma italianissimi veneti. Qual è l’ultimo fatto di cronaca grave? Eugenio ci pensa su: “Mah, ieri sera la moglie di un mio collega pensava di essere inseguita da un extracomunitario mentre tornava dalla spesa. Lei ha telefonato al marito. Siamo andati. Abbiamo fermato un extracomunitario. Ma ci ha detto che stava tornando a casa”.

Ormai è un fatto di cronaca grave anche il semplice pensare di essere inseguiti. Un mondo prigioniero dei fantasmi che si è creato e che hanno promosso la carriera e i guadagni pubblici di una squadra di amministratori leghisti che, proprio grazie a quei fantasmi, sono arrivati al governo e al Parlamento: il ministro Zaia, Massimo Bitonci, sindaco di Cittadella (Padova), oltre a Piergiorgio Stiffoni, Gianluca Forcolin e Gianpaolo Vallardi, l’inventore di tutto questo, il borgomastro di Chiarano che nel 2007, per la festa comunale degli anziani, ha regalato a trecento pensionati un coltellino serramanico. I leghisti si danno la carica così.

I funzionari di polizia sono preoccupati non solo per il Nord Est, anche per quello che succederà al Sud. E si sono uniti nella protesta con il sindacato Siap: “Oltre a mandare dei dilettanti in una corrida”, spiega il segretario nazionale Siap, Giuseppe Tiani, “la norma corre il rischio di essere un vero e proprio cavallo di Troia per legittimare sul territorio azioni incontrollabili e disgreganti di associazioni mafiose e camorriste, come di squadracce di esaltati. La paura ha cominciato a prender corpo dai tagli ai fondi della sicurezza nel 2002. Diminuiscono volanti e gazzelle: chi risponderà alle chiamate di aiuto delle ronde armate di telefonino?”. Ma cento milioni da incassare sono cento milioni. Così, dopo Lega e Fiamma tricolore, anche l’ala berlusconiana del Pdl in Veneto vuole adesso le sue ronde.

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12 febbraio 2009

fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Allarmi-siam-leghisti/2065941&ref=hpsp

Tredicesime detassate, marcia indietro di Tremonti

«La scelta di non tassare le  tredicesime non sarebbe stata giusta come misura anticrisi e non  l’abbiamo fatto». Lo dice il ministro dell’Economia Giulio  Tremonti nel corso della conferenza stampa a palazzo Chigi per  presentare l’accordo Stato-Regioni sulle risorse per gli  ammortizzatori sociali.

«Compito del governo – afferma il ministro – sono coesione  sociale, solidarietà e sicurezza. Il governo deve concentrarsi
su fondamentali etici come la solidarietà sociale, nella quale  rientrano gli ammortizzatori sociali». In merito alla copertura economica per gli ammortizzatori,  Tremonti ammette che «è vero che i soldi erano già in  bilancio, ma li abbiamo focalizzati diversamente» a causa della  crisi.

Ma per Tremonti il governo «sta garantendo sicurezza, sanità, pensioni e ora irrobustisce il sistema degli ammortizzatori sociali. sono “cose normali non facili da realizzare in un periodo anormale. noi lo stiamo facendo e questo è straordinario”. Tremonti sottolinea però “l’importanza dei temi etici, della solidarietà sociale e ammette che i soldi che nel 2009 e nel 2010 andranno a sostenere il reddito di chi perde il lavoro erano già presenti nel bilancio. “Noi non neghiamo questa evidenza- spiega- il fatto è che il governo li ha focalizzati e destinati secondo una strategia nuova”. infine un plauso al ministro degli affari regionali: “Devo moltissimo al lavoro fatto da Fitto, la cui capacità politica ha reso possibile un accordo non facile”.

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13 febbraio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/81559/tredicesime_detassate_marcia_indietro_di_tremonti