Archivio | febbraio 15, 2009

Testamento biologico, una X per la libera scelta

di Francesco Costa

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Una X da disegnare, da indossare, da esporre sul balcone o sui vetri della propria auto. Una X che vuol dire libertà: la libertà di scegliere. Parliamo infatti della X che fa da logo a FammiScegliere, un’iniziativa che chiede che si faccia una buona legge sul testamento biologico. «Vogliamo una legge – recita il manifesto-appello della campagna – che lasci piena libertà di scelta alla persona per quanto riguarda la fine della propria vita. Diciamo “fammi scegliere” perché ciascuno possa decidere liberamente quali trattamenti vuole che gli vengano somministrati e quali no, in caso si trovi in stato d’incoscienza». La campagna è stata ideata e promossa da un gruppo di ragazzi tra i venticinque e i trentacinque anni e non ha alcun preciso segno di appartenenza partitica: «Ci rivolgiamo direttamente a tutte le persone che credono nella libertà dell’individuo e nella sua capacità di scelta. Mettiamo al centro l’esperienza personale, senza nessun altro riferimento ideologico». Dopo solo pochissimi giorni dal lancio della campagna, questo approccio aperto e laico sembra funzionare: già sfondato il muro delle mille adesioni sul sito www.fammiscegliere.com, l’iniziativa si sta facendo largo anche su Facebook, dove ha raggiunto un seguito di quasi quattromila persone. Tutti uniti nel chiedere una buona legge sul testamento biologico e tutti a disposizione per dare una mano alla causa. Come?

Virale
Vi ricorderete sicuramente delle bandiere della pace che durante il 2003 e il 2004 spuntavano fuori da ogni balcone, così come è facile che abbiate memoria di quando nell’autunno del 2007 il Free Burma Day invitò tutti a indossare un capo d’abbigliamento di colore rosso, come simbolo di solidarietà verso il popolo birmano oppresso dalla dittatura. Piccoli gesti che possono dare segnali importanti, per la forza cui indicano un desiderio, una sensibilità e una posizione precisa: uno schierarsi limpido e propositivo. I ragazzi e gli aderenti a FammiScegliere vogliono replicare il successo di quelle campagne virali e propongono che la X che fa da logo alla campagna venga replicata dappertutto: venga affissa sui muri degli uffici, utilizzata come sfondo del desktop in ufficio, disegnata su un lenzuolo appeso alla finestra, indossata come spilla sul bavero del cappotto, appiccicata al parabrezza della propria auto, eccetera. Si legge nel manifesto-appello, infatti, che «l’adesione alla campagna si concretizza nell’esposizione di un semplice simbolo: una X che rappresenta la scelta, con due linee di diverso colore che si incrociano, perché ognuno è libero di prendere la strada che preferisce».

L’iter della legge
Il tempo non è molto. Il governo punta sul ddl Calabrò, che di fatto annulla ogni possibilità di decidere della propria vita in condizioni di incoscienza: rende il testamento biologico un atto estremamente tortuoso da redigere e per nulla vincolante le decisioni dei medici, che comunque non potrebbero in nessun caso procurare la morte del paziente, nemmeno se questo era il dettato del suo testamento biologico. Martedì si concluderà la discussione generale in commissione, venerdì scade il termine per presentare gli emendamenti; poi, nel giro di due o tre settimane, il disegno di legge arriverà in aula. I promotori della campagna FammiScegliere pensano che una grande mobilitazione popolare sia possibile e possa essere determinante: «Siamo convinti che la maggioranza degli italiani pensi che le persone siano in grado di decidere da sole quando si tratta della propria vita e che non vogliano delegare questa scelta a nessun altro. E allora facciamola vedere questa Italia diversa da quella che viene rappresentata in tv e in parlamento: un’Italia più libera e più umana». Già: facciamola vedere, quest’Italia. L’indirizzo lo conoscete, la parola d’ordine pure: X.

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15 febbraio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/81633/testamento_biologico_una_x_per_la_libera_scelta

Sardegna, il giorno della scelta la sfida di Soru alla destra

di Maria Zegarelli

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Sardegna al voto oggi e domani per il rinnovo del Consiglio regionale della Sardegna e per l’elezione del governatore. Il dato dell’affluenza alle 12 era del 10,98% degli aventi diritto, pari a 161.868 votanti.

Tra i candidati alla presidenza della Regione, il primo a votare stamane è stato quello del centrodestra, Ugo Cappellacci, che ha votato a Cagliari alle 9,30. Il candidato del centrosinistra, Renato Soru, ha invece votato in tarda mattinata a Sanluri, paese d’origine dell’ex presidente della Regione.
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Sempre in mattinata hanno votato sia il candidati dell’Irs (Indipendentzia repubrica de Sardigna), Gavino Sale, e quello del Partito socialista, Peppino Balia. Il candidato di Unidade indipendentista, Gianfranco Sollai, voterà invece domani mattina. Gli aspiranti onorevoli sono 908, mentre gli elettori sono quasi un milione e mezzo.
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L’affluenza più alta si registra a Cagliari
con il 12.16%, la più bassa nel Medio Campidano (9.44%). Sarà proprio Cagliari, secondo gli osservatori politici a determinare il risultato finale. Importante sarà anche il ruolo del voto disgiunto: gli indipendentisti di Gavino Sale, candidato presidente per l’Irs, ne faranno largo uso anche se il rischio è di non raggiungere il 3% necessario per ottenere un consigliere nel parlamento regionale. A questo si aggiunge la spaccatura avvenuta nel Ps’daz, il partito d’azione sarda, confluito nel centrodestra, che ha provocato la scissione dei Rosso Mori, nella coalizione di centrosinistra.
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Lo sconosciuto

Ma la sorpresa potrebbe arrivare anche da destra: lontano da Cagliari Cappellacci è praticamente sconosciuto, ad An poi, ma anche ad una fetta di Fi, non ha fatto piacere il diktat di Arcore che ha imposto il figlio del commercialista del premier. Nessuno lo dice apertamente, ma la vera preoccupazione è che in parecchi votino proprio Soru. In corsa solitaria i socialisti, con Peppino Balia e Gianfranco Sollai, il Bossi sardo. Nervosismi nel centrodestra e diversi rancori pronti a esplodere in caso di sconfitta: il Pdl locale, infatti, avrebbe voluto il sindaco della cittadina Emilio Floris, buon pacchetto voti assicurato, ma troppo in là con l’età per il premier. Mal digerita anche la scritta «Silvio Berlusconi presidente», sulla scheda elettorale, come, ovviamente, la sovraesposizione mediatica del «sardo d’adozione».
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Renato Soru
Di segno opposto la scelta di Renato Soru: in questi 45 giorni di campagna elettorale ha puntato sul porta a porta, 8800 chilometri macinati su e giù per la Sardegna, pochi incontri con i leader nazionali, chiusura finale in solitaria alla Fiera. Persino Francesco Cossiga è convinto che vincerà lui perché «parla al cuore dei sardi». A Seneghe è andato oltre: ha parlato in Limba, per tutto il comizio. Orgoglio di appartenenza alla propria storia, alla propria terra e una grande riservatezza: i caratteri isolani hanno davvero poco in comune con l’esuberanza brianzola che ha caratterizzato la performance pidiellina.
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Gli indecisi
E basta leggere la stampa locale per rendersene conto. Non sospettabile di vicinanze a sinistra, racconta di come Cappellacci abbia dovuto parlare sulle note di «Meno male che Silvio c’è». L’Unione sarda, stretti legami con il premier scrive: «Il leader sardo del centrodestra snocciola perfino il suo piano della Sardegna». Ma l’impegno silenzioso di queste ore, il passa parola tra amici e conoscenti, è tutto per gli indecisi. Soru ha inviato una lettera proprio a loro, comprando spazi su tutti i quotidiani locali, il giorno prima della chiusura, invitandoli a chiedere direttamente ai tanti testimoni, studenti, famiglie, disabili, giovani che hanno comprato la prima casa, cosa ha fatto il governo regionale in questi anni. Intanto da tutta Europa sono arrivati 10 pullman di sardi emigrati e moltissimi si sono organizzati autonomamente per avallare l’elezione di Soru, che oggi sarà a Sanluri (dove è nato e dove vota) con la famiglia e domani tornerà a Cagliari nel suo quartier generale in piazza del Carmine.
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Artisti e intellettuali

Gli intellettuali e gli artisti si sono schierati compatti con il presidente uscente: Gail Cochrane, art advisor torinese, in poche ore ha raccolto oltre cento adesioni – tra cui Marcello Fois, Antonio Marras, Flavio Soriga, Oliviero Toscani e Salvatore Settis. Un risultato sicuro questa campagna elettorale l’ha già portato in casa Pd: ha rimesso insieme i pezzi di un partito che era spaccato in due come una mela. È stato questo il motivo dell’arrivo sull’isola dei leader, da Veltroni, a D’Alema, a Fioroni, Fassino, Bersani: chiamare all’unità in vista del voto di oggi e domani. Il regista, Achille Passoni, uomo di poche parole ma di grande pragmatismo, ieri era di buon umore.

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15 febbraio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/81620/sardegna_il_giorno_della_sceltabrla_sfida_di_soru_alla_destra

BERLUSCONI AND CO. – L’orgia del potere

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l’Espresso in edicola

Caso Englaro. Immigrati. Magistrati. Quirinale. La partita a tutto campo del premier. Per cambiare le regole e aprire la strada al presidenzialismo. Una sfida senza precedenti alle istituzioni

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di Marco Damilano

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Silvio Berlusconi
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Berlusconi ha raggiunto tre risultati con un colpo solo: presentarsi come il paladino dei cattolici, mettere in grave difficoltà il presidente della Repubblica con la Chiesa e con il papa in persona, spingere verso l’isolamento Giorgio Napolitano in attesa delle prossime partite, quelle che veramente gli stanno a cuore… Il senatore del Pdl, profondo conoscitore dei segreti del Cavaliere, parla all’ingresso dell’aula di palazzo Madama, mentre ancora non si è calmata l’onda d’urto delle polemiche della sera precedente. Quando alle 20,10 del 9 febbraio arriva la notizia che Eluana Englaro è morta, in Senato si sta procedendo a tappe forzate per l’approvazione del disegno di legge del governo che obbligherebbe i medici all’alimentazione della donna in stato vegetativo da diciasette anni. La prima reazione dei colonnelli del Pdl è senza freni inibitori: “Veronesi, ora smettila di ridere!”, grida il livido Maurizio Gasparri all’indirizzo del professor Umberto Veronesi, senatore del Pd, che di certo non sta ridendo. Anche perché c’è davvero poco da stare allegri in questa serata di dolore per la famiglia Englaro e di tristezza per le istituzioni repubblicane, offese, umiliate, trascinate in una contesa sulla vita e sulla morte. “Un cinico, macabro esercizio di potere attorno al corpo di una persona”, lo definisce il democratico Paolo Giaretta.

Con il centrodestra scatenato che urla verso i banchi del Pd l’insulto più sanguinoso: “Assassini”. Il coro da stadio rimbalza sulla bocca del vicecapogruppo del Pdl, il senatore Gaetano Quagliariello, uno che vanta tra i suoi avi sindaci liberali di Salerno e un nonno senatore democristiano nella prima legislatura, ma che questa sera appare stravolto dall’odio: “Eluana non è morta. Eluana è stata ammazzata”, urla dal suo banco. Concetto ribadito il giorno dopo dal quotidiano dei vescovi ‘Avvenire’: “Non morta, ma uccisa”. E chi sarebbe l’uccisore? Il giallo viene svelato dal titolo ironico del quotidiano ‘Il Giornale’, il più in linea con gli umori del premier: “Complimenti Napolitano”. Colpevole di non aver firmato il decreto del governo che avrebbe imposto ai medici la ripresa dell’alimentazione per la donna.

Frasi poi ammorbidite da Berlusconi, in una già ben collaudata tattica dello ‘stop and go’. Ma che suonano così violente da segnare un punto di non ritorno. Lo scontro istituzionale più grave della storia repubblicana. Tale da far scolorire perfino il ricordo del contrasto tra il Cavaliere appena entrato in politica nel 1994 e l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, richiamato in piazza da Walter Veltroni giovedì 12 per una manifestazione in difesa della Costituzione.

Quindici anni fa Berlusconi era solo un outsider senza nessuna dimestichezza con i delicati meccanismi dello Stato. Oggi Berlusconi è un leader potente come nessun altro negli ultimi sessant’anni. Governa con una maggioranza docile a ogni volere, a colpi di fiducia: l’ultimo al Senato, sul decreto milleproroghe, pochi minuti dopo la discussione sul testamento biologico. E con l’opposizione del Pd incerta e divisa a ogni passaggio. Perfino in Mediaset torna a dettare la linea, eliminando le tradizionali foglie di fico professionali e politiche che nel corso dei decenni hanno garantito il volto pluralista della televisione berlusconiana: la sera del 9 febbraio, mentre a Udine si era appena consumata la fine di Eluana, i vertici Mediaset hanno preso atto delle dimissioni di Enrico Mentana dalla direzione editoriale e hanno sospeso ‘Matrix’. Uno strappo clamoroso con il primo direttore del Tg5, commentato gelidamente dal premier: “Meglio così, non voglio una primadonna, meglio liberarci di chi non capisce le nostre esigenze”. Largo a Maurizio Belpietro, Emilio Fede, Clemente Mimun, Giorgio Mulè, che le esigenze del premier le conoscono alla perfezione. E nella fascia oraria di seconda serata lasciata libera da ‘Matrix’ resterà su RaiUno senza più concorrenza, in beata solitudine, il sempre affidabile (per il premier) Bruno Vespa.

Eppure, nonostante un’occupazione del potere che conosce pochi spazi liberi, ormai, il Cavaliere continua a considerare ogni contrappeso, ogni forma di controllo, un impiccio, un muro da buttare giù. E resta ancora un ostacolo da superare, il più solido e autorevole e dunque il più scomodo: la presidenza della Repubblica affidata a Napolitano. Per dare la spallata al Quirinale il premier ha evitato lo scontro su giustizia e informazione, come sarebbe stato ovvio. E ha scelto di muovere l’assedio a Napolitano partendo da un terreno mai frequentato da lui: quello delle scelte etiche, la frontiera della morte, sempre esorcizzata dall’ultra-settantenne Berlusconi che nel 2006, in piena campagna elettorale, arrivò a dire: “Sotto il mio governo le aspettative di vita media si sono alzate”. E infatti, il giorno prima del Consiglio dei ministri che ha approvato il decreto, nonostante il parere contrario di Napolitano, il sottosegretario Gianni Letta aveva sospirato con i suoi interlocutori vaticani: “Non so se riusciamo a convincere Silvio”. E poi, opinioni personali del premier a parte, c’erano i sondaggi a favore di Beppino Englaro. “Ha cambiato idea quando gli abbiamo parlato. Lui ha capito”, giura la sottosegretaria Eugenia Roccella.

Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi
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A fare il miracolo, riuscire a interessare Berlusconi della sorte di Eluana (appena un mese fa aveva detto: “di questi casi non si fa carico l’esecutivo”), sono stati due laici trasformati in crociati: la Roccella, ex radicale diventata poi portavoce del Family Day, pupilla del cardinale Camillo Ruini. E il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, cresciuto su posizioni laiciste, alla scuola di un anti-clericale dichiarato come Bettino Craxi, oggi convertito alle frequentazioni ecclesiastiche. Al punto da chiedere all’amico Raffaele Bonanni, segretario della Cisl e fervente cattolico, militante nel movimento dei neo-catecumenali, di essere introdotto in udienza con papa Ratzinger. E ora in Vaticano le simpatie vanno tutte al premier: “Berlusconi è un evangelizzatore, riesce a convincere più persone lui di quanto non riusciamo a fare noi”, esagera ma fino a un certo punto un monsignore di curia.

Politica radicale: il corpo, la vita, la morte strumentalizzati come un’arma da gettare nelle polemiche politiche. Da una parte il destino di Eluana, dall’altra le istituzioni e la Costituzione, quella che il premier considera “filo-sovietica”, “ispirata alla Carta dell’Urss del 1936”. Riferimenti non certo casuali, nel momento di massimo scontro con Napolitano, il primo esponente del Pci arrivato al Quirinale. E che dimostrano come la vicenda Englaro sia per Berlusconi la prima tappa di un’offensiva tutta da costruire. Con l’obiettivo, prima di tutto, di trasformare il Pdl che sta per nascere nel partito personale del premier, una pura e semplice espansione di Forza Italia. Per far questo bisogna azzerare o quasi il ruolo del presidente della Camera Gianfranco Fini, l’unico che ha messo in discussione nel centrodestra lo strapotere berlusconiano: fino a questo momento è stato l’indiscusso numero due nel Pdl, ma sul decreto impropriamente definito salva-Eluana si è consumata la spaccatura più drammatica tra Fini e i ministri di An. Costretti a scegliere tra la fedeltà a Berlusconi e quella al presidente della Camera che appoggia Napolitano e che sul caso Englaro ha difeso il diritto del padre a dire l’ultima parola, gli uomini di An nel governo non hanno avuto dubbi. Tutti con Silvio: compreso Altero Matteoli, sempre vicino al leader, o la giovane Giorgia Meloni. Anche Andrea Ronchi, ministro in quota Gianfranco, ha convocato una riunione di circoli di An in una sala sotto il Gianicolo, aperta da un filmato con la foto di Eluana. Così il presidente della Camera accresce il suo prestigio fuori dal centrodestra, ma dentro è rimasto politicamente solo, senza partito, senza truppe, senza casa. Un esiliato, come negli struggenti versi della poetessa Anna Vukusa letti da Fini durante una cerimonia di commemorazione delle vittime delle foibe: “Il mio cuore di esule è una bianca conchiglia per ascoltare il mare che più non mi appartiene”. E già: il mare dei post-missini, quelli alla Gasparri, sta per traslocare alla corte di Arcore.

Sbrigata la pratica Fini, si aprirà la partita vera: la riforma costituzionale che Berlusconi minaccia da mesi. Il premier ci pensa e ne parla da anni: una riscrittura dell’attuale Costituzione in senso presidenzialista, con il sogno di arrivare al Quirinale eletto da un plebiscito popolare. Ora, però, è arrivato il momento di passare dalle parole ai fatti. Anche perché la lentezza delle decisioni imposta dalle vecchie regole è un ottimo alibi per giustificare l’assenza del governo di fronte alla crisi economica. Una via d’uscita niente male per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dal calendario infuocato dei prossimi mesi. L’esplodere del conflitto sociale, di cui la manifestazione organizzata dalla Fiom e dalla Funzione pubblica della Cgil per venerdì 13 febbraio è solo un anticipo. “Silvio sbaglia a lavorare per la separazione della Cgil dagli altri sindacati: è un altro consiglio strampalato che gli ha dato Sacconi dopo l’intervento su Eluana. Significa solo aumentare la tensione”, si lamenta un esponente del Pdl. Ma il Cavaliere è già pronto a indicare il nome del colpevole dell’ondata di scioperi, manifestazioni e licenziamenti in arrivo. Non la sottovalutazione della crisi, non l’incapacità di Palazzo Chigi di trovare soluzioni straordinarie come in altri paesi europei. Ma, al solito, le istituzioni repubblicane che non consentono a Berlusconi di governare come vorrebbe.

Impossibile che Napolitano possa restare a guardare, dopo gli attacchi subiti negli ultimi giorni. Un fuoco di fila che ha l’obiettivo di indebolire la più alta forma di garanzia quando si arriverà a parlare di riforma della giustizia e separazione delle carriere. O quando si manifesterà lo stravolgimento dell’apparato delle forze dell’ordine pubblico voluto dalla Lega, con le competenze che dai prefetti passano ai sindaci o con la legalizzazione delle ronde padane. Passaggi strettissimi che metteranno ancora una volta di fronte Quirinale e palazzo Chigi. L’uomo della Costituzione e il Cavaliere che sogna di prenderne il posto. Pronto a utilizzare ogni occasione: il dramma di Eluana. O, come avverte qualcuno nel Pdl, l’interruzione traumatica della legislatura, con la richiesta di un nuovo voto popolare per la sua riforma costituzionale. Questioni di vita o di morte, per la Repubblica.

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13 febbraio 2009

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Lorgia-del-potere/2065952&ref=hpsp

LA LETTERA – Over 45, la categoria degli invisibili

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Gent.mo Direttore del Il Messaggero, sono un italiano di 45 anni iscritto da più di 25 anni al Centro per l’Impiego della mia città. Quindi un disoccupato storico “da rottamare”. Sono laureato, specializzato,  etc…, con moglie anch’essa in cerca di occupazione e due figli a carico, ma ho svolto sempre lavori occasionali di vario genere.

Pertanto, perché nei concorsi pubblici,
in conformità ai titoli di studio conseguiti, come punteggio non vale l’anzianità di disoccupazione (ad es. un punto per ogni anno di iscrizione alle liste del centro per l’impiego), dato che attualmente (“avviamento a selezione presso le Pubbliche Amministrazioni, ex art. 16, legge 28 febbraio 1987, n. 56”) in molte Regioni, come ad es. in Puglia, esiste solo il massimale di anzianità, cioè raggiunti 10 anni di iscrizione il punteggio diventa uguale per tutti, invece, i restanti anni non valgono niente, oltre ai criteri già in vigore, che riguardano il carico di famiglia e reddito?

Inoltre, perché il legislatore non inasprisce le pene previste, anche pecuniarie, a chi pone limiti di età negli annunci di lavoro, ovvero in tutti i casi del D.L. 9 luglio 2003 n. 216 relativo all’attuazione della Direttiva Comunitaria 200/78/CE, riguardante la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro?

Molte aziende (leggendo i giornali) hanno abbassato a 40 anni la soglia considerata se investire o disinvestire sulle risorse umane, con una contraddizione però: da una parte, politicamente, si spinge all’allungamento dell’età per andare in pensione; dall’altra, a livello aziendale, poiché i lavoratori maturi costano di più e sono meno flessibili, si fanno pressioni per mandarli a casa, e inserire elementi giovani, con contratti di apprendistato, magari illudendoli.

In Italia a chi si riferisce l’aumento dell’età pensionabile, se poi si viene cacciati a 45 anni? Sono gli “over 45” espulsi dal mercato del lavoro i c.d. nuovi poveri, cioè quelle persone che, pur con qualifiche professionali significative, si ritrovano a diventare disoccupati storici. Non è il singolo individuo disoccupato che è vittima dell’espulsione dal ciclo produttivo, ma un intero nucleo familiare che risente di tale situazione, specialmente quando non si ha nessuno che possa aiutarti, e sei diventato ormai una persona esclusa dall’attuale sistema sociale.

Prima pensavo al futuro, chiedendomi “forse ci posso riuscire a…”; poi il futuro ha incominciato a far paura; più tardi, addirittura orrore; ora, semplicemente NON ESISTE! E’ necessario per gli “over 45” che non hanno lavoro, la priorità di creare un mercato di lavoro esclusivamente rivolto a queste categorie, essendo diventate INVISIBILI, anche con incentivi alle aziende che assumono, contributi mensili di solidarietà sociale in base al reddito, agevolazione all’accesso nel pubblico impiego in riferimento ai titoli di studio conseguiti, etc…, ma, nel nostro Paese, purtroppo, non esiste la volontà strutturale di risolvere questo dramma che attanaglia le tante famiglie in crisi esistenziale totale.

Scusandomi, La prego di dar voce a questa mail (se condivisa) contribuendo possibilmente a sensibilizzare l’opinione pubblica e chi di dovere. Cordialmente

Gennaro

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14 febbraio 2009

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=46632&sez=HOME_MAIL


CINEMA – Scamarcio immigrato clandestino in “Verso l’Eden” di Costa Gavras

Il film applauditissimo in chiusura del 59esimo Festival di Berlino

L’attore: “Ho perso i pregiudizi che avevo senza rendermene conto”

Il regista critica aspramente la politica dell’Unione europea verso i migranti: “Nei comunicati ufficiali mai parole come ‘rispetto della dignità dell’uomo’”

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dall’inviata di Repubblica  MARIA PIA FUSCO

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Scamarcio immigrato clandestino in "Verso l'Eden" di Costa GavrasScamarcio in una scena del film

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BERLINO – Che serata eccitante per gli ospiti del lussuoso club Eden, che, al grido di “Divertiamoci!” si addentrano nella vegetazione sulla spiaggia per dare la caccia al clandestino, sbarcato dalla solita carretta del mare e sfuggito all’arresto. E’ una delle sequenze più forti di Verso l’Eden, insieme all’immagine del gruppo di curiosi armati di telefonini che fotografano due poveri corpi che la marea ha lasciato sulla sabbia.

Verso l’Eden – che uscirà in Italia il 6 marzo con Medusa – è il film di Costa-Gavras, applauditissimo titolo di chiusura del 59mo festival di Berlino. E’ la storia di Elias che arriva da chissà dove e che, braccato dalla polizia, vive una serie di incontri con l’indifferenza, la crudeltà e in qualche caso con la gentilezza di quelli che vivono nella parte privilegiata del mondo, spinto dal sogno di raggiungere Parigi.

LA SCHEDA DEL FILM

“Non è autobiografico, ma è un film molto personale. Conosco il dramma di chi è costretto a lasciare tutto quello che conosce per avventurarsi verso l’ignoto, spinto dal bisogno di sopravvivere”, dice il regista, emigrato in Francia dalla Grecia per ragioni politiche. “E’ un dramma del nostro tempo, ci riguarda tutti e, a rendere ancora più attuale il film, c’è la recente decisione della comunità europea, secondo la quale bisogna catturare i clandestini e rispedirli nel paese d’origine. L’Occidente, devastato dalla crisi, oggi non ha più bisogno di loro, li respinge. Purtroppo, leggendo i comunicati ufficiali, non figurano mai parole come “rispetto della dignità dell’uomo”. La Francia è andata oltre, ha deciso che se i sans-papiers in attesa di regolarizzarsi denunciano un clandestino saranno compensati ricevendo subito i documenti per la cittadinanza. E’ un invito alla delazione che trovo terribile”.

Elias è Riccardo Scamarcio. Parla una lingua inventata, non si sa da dove viene. “Non gli ho dato una nazionalità per non legarlo a una storia concreta. Elias è un uomo e basta. Mi hanno fatto notare che Riccardo è bello. Perché i clandestini dovrebbero essere brutti? Non l’ho scelto per la bellezza. E’ bravo, l’ho visto in Mio fratello è figlio unico e Romanzo criminale. Nel film parla poco, si esprime con il corpo e con lo sguardo, è un moderno Candide che scopre un mondo che non conosce. Nei suoi occhi c’è lo stupore e la fragilità di tutti i clandestini, che possono essere sfruttati da chiunque, sul lavoro, nel sesso. Non hanno scelta: consegnati alla polizia e rimandati in patria o accettare qualunque prepotenza”.

Verso l’Eden è una prova importante per Riccardo Scamarcio che ha accettato “la sfida di un ruolo quasi senza parole”, con tutta “la felicità di lavorare con un maestro come Costa, uno di quegli incontri magici che il cinema ti regala”. “Sono nato in Puglia, nel ’92 ho vissuto da adolescente lo sbarco di massa che ci fu al porto di Bari, c’erano migliaia di Elias pieni di speranza. Molti, per la maggior parte albanesi, sono rimasti in Puglia, hanno attività, fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare, vivono onestamente. Forse i media dovrebbero parlare anche di loro e non sottolineare sempre il negativo e alimentare l’ostilità”, dice l’attore. Per il quale il film è stato anche un’esperienza umana: “Cercando di guardare il mondo che conosco con gli occhi di qualcuno ignaro, ho perso tutti quei pregiudizi che mi portavo dentro anche senza rendermene conto”.

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14 febbraio 2009
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L’INTERVISTA – Epifani: “Cisl e Uil con Berlusconi e il Pd torni in mezzo ai lavoratori”

Il leader della Cgil contro Bonanni e Angeletti: sono un’anomalia in Europa, gli unici a non essersi mobilitati

Bene il piano di Veltroni, un mix per rilanciare i consumi, ridurre la pressione fiscale, sostenere il made in Italy

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di ROBERTO MANIA

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"Cisl e Uil con Berlusconi e il Pd torni in mezzo ai lavoratori"Guglielmo Epifani

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ROMA – “L’anomalia non è la Cgil che sciopera da sola per ottenere di più dal governo contro la crisi. La vera anomalia sono Cisl e Uil: gli unici sindacati in Europa a non essersi mobilitati. Nemmeno una passeggiata, un sit-in. Mentre con il governo Prodi i pensionati della Cisl erano pronti a incatenarsi al ministero. In Francia c’è stato lo sciopero generale, in Germania quello dei servizi, in Grecia hanno scioperato, e così via. È davvero difficile rintracciare in Europa un profilo come quello della Cisl e della Uil, in particolare a livello nazionale”.

Sta dicendo che Bonanni e Angeletti sono “filo-governativi”?

“Lo vogliano o meno, così appare”.

Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, ha appena partecipato all’incontro con tutte le parti sociali promosso dal Pd di Walter Veltroni. La sua Cgil è tornata al centro della scena politica, soprattutto di quella della sinistra. Il Pd si è diviso sull’adesione alla manifestazione di metalmeccanici e statali di sabato scorso e Pierluigi Bersani ha scelto un’impostazione decisamente “pro-labour” per contendere la leadership a Veltroni. Epifani apprezza: “Ho sempre detto in tempi non sospetti che il Pd dovesse avere, nella sua autonomia, una maggiore presenza nel mondo del lavoro e provare a rappresentarlo”.

Come giudica l’iniziativa di Veltroni di una “concertazione ombra”?
“Che è stata un’iniziativa utile con proposte che si muovono nella direzione giusta. Diversamente dal governo non c’è una sottovalutazione della crisi. Anzi. Le proposte sono positive: un mix per rilanciare la domanda di consumi, ridurre la pressione fiscale su salari e pensioni, sostenere in maniera selettiva il made in Italy. La Cgil ha detto per prima che la crisi c’è, che è eccezionale e che servono provvedimenti non ordinari”.

Lei ha anche detto di condividere le conclusioni del G7. Perché, allora, critica il ministro Tremonti che si muove lungo la stessa direzione?
“Perché la ricetta di Tremonti ha un difetto di fondo. E’ giusto il suo ragionamento quando sostiene che la crisi nasce da problemi finanziari, ma sbaglia quando si limita a curare solo quelli, mentre è anche l’economia reale a soffrire”.

Il governo, però, ha approvato un pacchetto per sostenere l’auto e gli elettrodomestici e poi ha destinato agli ammortizzatori sociali otto miliardi di euro.
“Il governo italiano è arrivato per ultimo in Europa. Se fosse intervenuto prima ci saremmo risparmiati due mesi catastrofici per l’industria dell’auto. E poi l’entità dei provvedimenti non è paragonabile a quello degli altri Paesi. Anche gli otto miliardi per gli ammortizzatori sociali arrivano troppo tardi. Per il 2008 non c’è niente e prima che siano realmente disponibili possono passare ancora due mesi. Non risolvono i problemi per una parte grande dei precari e si tratta di risorse, per la quota nazionale, che vengono tolte dai finanziamenti per le aree svantaggiate. In sostanza si aiutano i lavoratori in cassa integrazione e si creano meno posti di lavoro. È una partita di giro. Per questo ho detto a San Giovanni che continueremo con la nostra mobilitazione”.

Tuttavia l’adesione allo sciopero è stata bassa: il 14 per cento tra i metalmeccanici, secondo la Federmeccanica; il 7,41 per cento tra gli statali, secondo il ministro Brunetta. Non si può dire che sia stato un successo.
“Non è così. Sappiamo benissimo quanto sia difficile scioperare con la crisi, con i redditi che non ce la fanno. Ma in molte grandi imprese, e non solo, lo sciopero è andato bene”.

Il governo, con Brunetta, dice che siete una minoranza che sciopera “per tigna ideologica” e ha chiesto agli iscritti Cgil di restituire gli aumenti del contratto che contestano.
“Chi sciopera perde i soldi. Ci vorrebbe più rispetto per queste persone. Il problema non è essere una minoranza bensì verificare se le cose che dici sono giuste. Noi abbiamo detto che c’era la crisi, che era grave, che sarebbe arrivata una valanga di cassa integrazione, che servivano più soldi per gli ammortizzatori sociali, che bisognava sostenere l’industria dell’auto. Gli altri, come la Confindustria, dicevano che le cose andavano bene”.

Una Confindustria “acquiescente” verso il governo, come ha detto D’Alema?
“Da quando la crisi si è aggravata, la Marcegaglia ha cominciato a chiedere di più al governo. Ma proprio per questo non capisco perché abbia scelto la strada dell’accordo separato sui contratti, mentre si sta ballando davvero sul Titanic”.

Riuscirete a ricucire con Cisl e Uil?

“E’ chiaro che nella crisi l’unità sarebbe fondamentale ma vedo anche che le divisioni restano profonde”.

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15 febbraio 2009
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