Archivio | febbraio 16, 2009

Milleproroghe, dalla norma liquida Scip al piano carceri, dove il conto non torna

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di Nicoletta Cottone

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Dalla norma liquida Scip al patto di stabilità, dal piano carceri fino agli effetti dell’esenzione Ici sui fabbricati rurali, sono molti gli appunti riuniti nel dossier degli esperti del Servizio studi della Camera al cosiddetto Milleproroghe. Rilievi giunti mentre si annuncia un rapidissimo esame del provvedimento alla Camera: dopo le relazioni di lunedì mattina nelle commissioni Affari Costituzionali e Bilancio, è scaduto il termine per la presentazione degli emendamenti e domani alle 10,30 le Commissioni si riuniranno per esaminarli.

Il provvedimento sarà in aula mercoledì
con l’obiettivo di chiudere in settimana. Al momento, spiegano il relatore per la Bilancio, Gabriele Toccafondi, non sono previsti emendamenti dei relatori o del Governo ma, visto che il provvedimento deve essere convertito entro il 28 febbraio, «il calendario consente che ci possa essere una settimana per un ulteriore passaggio al Senato». Il relatore per la commissione Affari Costituzionali, Raffaele Volpi, ha rilevato che «sarebbe stato opportuno un dibattito più approfondito», in particolare sulle misure inserite durante l’esame in Senato. Toccafondi ha sottolineato le problematicità relative a tre punti: il Patto di stabilità interno, l’operazione Scip e le misure per la realizzazione di nuove strutture carcerarie. Ecco le principali osservazioni dei tecnici di Montecitorio.

La norma liquida Scip.
I tecnici di Montecitorio sottolineano che in mancanza della relazione tecnica, non è possibile definire il quadro finanziario complessivo della norma che liquida Scip e ritrasferisce gli immobili non venduti agli enti originariamente proprietari, «che dia conto dei relativi effetti ai fini dei diversi saldi di finanza pubblica e dei conseguenti riflessi sullo stock di debito delle amministrazioni pubbliche». Lo rilevano i tecnici del Servizio Studi della Camera richiamando una nota informativa del Governo nella quale «viene evidenziato che il peggioramento dei saldi previsto per il 2009 riflette, per un importo pari a 1,9 miliardi, la revisione della strategia relativa agli investimenti immobiliari in considerazione del fatto che le condizioni del mercato immobiliare non sono favorevoli alla dismissione nel breve periodo di compendi immobiliari. Appare pertanto necessario che sia chiarito – si legge nel dossier del Servizio Studi di Montecitorio – se l’importo del peggioramento del saldo sopra indicato coincide con quello derivante dagli effetti della disposizione in esame o se vi concorrano altri fattori».

Patto di stabilità: neutralità finanziaria da chiarire.
Necessario chiarire «le modalità con le quali possa essere assicurata la neutralità finanziaria» della deroga al patto di stabilità per gli enti locali. «In particolare, non è chiaro con quale modalità verrebbe assicurata – evidenziano i tecnici di Montecitorio – la copertura delle spese effettuate in deroga ai vincoli del patto nel caso in cui le risorse poste a compensazione della maggiore spesa fossero individuate dagli enti locali interessati in poste attive dei propri bilanci non computabili ai fini del saldo dell’indebitamento netto (quali l’avanzo di amministrazione o partite di carattere finanziario)». Andrebbe anche chiarita la disposizione che prevede che la deroga ai vincoli del patto possa riferirsi a spese in conto capitale che trovino copertura sulle risorse finanziarie autonomamente rese disponibili da ciascuna regione.

Occhio alla sanatoria sui manifesti elettorali.
Obiettivo puntato sulla sanatoria per chi ha affisso manifesti politici o striscioni in violazione delle norme previste potrebbe avere ricadute sui bilanci degli enti locali. Nel mirino dell’Ufficio studi la norma che dispone la sanatoria delle violazioni delle norme in materia d’affissioni e pubblicità commesse dal 1° gennaio 2005 fino alla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto. «La norma – evidenziano i tecnici – appare suscettibile di determinare effetti finanziari per i bilanci degli enti locali e esiste» l’eventualità che, con riferimento agli esercizi successivi al 2009, possa rendere più difficoltoso il rispetto dei vincoli del patto».

Il piano carceri potrebbe avere effetti peggiorativi sui saldi. Il piano carceri, rilevano i tecnici della Camera, potrebbe avere effetti peggiorativi sui saldi. «A fronte del piano di incremento delle infrastrutture carcerarie – si legge – non sono previste risorse aggiuntive, bensì l’utilizzo di risorse disponibili a legislazione vigente. Appare pertanto necessario che sia chiarito se la finalità aggiuntiva si configuri come sostitutiva di altre attualmente previste, secondo un ordine di priorità che verrà definito, o sei i tempi effettivi o se i tempi effettivi di utilizzo delle risorse disponibili possano registrare, in conseguenza della norma, un’accelerazione rispetto a quanto scontato negli andamenti tendenziali, con conseguenti effetti peggiorativi sui saldi». Il maxiemendamento del Governo ha anche introdotto la possibilità per i detenuti di ricevere visite non autorizzate anche dal garante dei diritti dei detenuti, che non esiste. «Si segnala – spiegano i tecnici di Montecitorio – che, allo stato, non risulta istituita una figura nazionale, con compiti di garante dei diritti dei detenuti, sottolineano i tecnici, »a livello territoriale, invece, con apposite leggi regionali o delibere provinciali e comunali, sono stati istituiti organi di garanzia di tale natura in 10 regioni (Lazio, Campania, Lombardia, Toscana, Emilia-Romagna, Veneto, Umbria, Marche, Puglia e Sicilia), 2 province (Milano e Lodi) e numerosi comuni (tra cui, capoluoghi di regione come Roma, Firenze, Torino, Bologna, e Reggio Calabria)«. Per i tecnici va dunque chiarito l’ambito di operatività della norma.

Da chiarire gli effetti dell’esenzione Ici per i fabbricati agricoli. È necessario chiarire gli effetti sul gettito dell’emendamento che esenta i fabbricati agricoli dal pagamento dell’Ici.«Andrebbe chiarito se il regime di esenzione dall’imposta comunale sugli immobili (ICI) recato dalla norma sia rilevante anche ai fini delle imposte dirette». Inoltre la disposizione è «suscettibile quindi di produrre anche effetti retroattivi» e dunque «anche alla luce di tale portata applicativa appare necessario che siano chiariti gli eventuali effetti della norma sul gettito».

Chiarimento sull’affidamento dei lavori da parte dei concessionari autostradali.
Per i tecnici dell’Ufficio studi della Camera è necessario un approfondimento in ordine alla piena conformità con la disciplina europea in materia di appalti e di tutela della concorrenza, delle modifiche alla disciplina sull’affidamento di lavori da parte dei concessionari autostradali introdotta in Senato al decreto legge milleproroghe.

Pubblicità ed elenchi telefonici: da valutare la compatibilità con la privacy. Dubbi anche sulla norma che consente, per tutto il 2009, l’utilizzabilità a fini promozionali di dati personali presenti in banche dati costituite sulla base di elenchi telefonici pubblici: viene ritenuto «opportuno valutare la compatibilità della disposizione» con la direttiva Ue del 2002 sulla privacy.

Sotto la lente anche i contributi all’editoria.
Chiesto un chiarimento al Governo sulla disposizione sui contributi all’editoria che estende gli aiuti al settore dei periodici. Pur in presenza della clausola di neutralità finanziaria, appare opportuno chiarire se le modifiche introdotte «siano suscettibili di determinare un ampliamento della platea dei beneficiari dei contributi al settore dell’editoria, con possibili nuovi oneri a carico del bilancio dello Stato».

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16 febbraio 2009

fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Norme%20e%20Tributi/2009/02/milleproroghe-rilievi-scip-piano-carceri.shtml?uuid=4db0f6f2-fc41-11dd-aa51-fb4590718d0e&DocRulesView=Libero

L’Antitrust multa Tim e Vodafone: “Tariffe cambiate senza informare”

Sanzione da 500.000 euro per le due società, su segnalazione di Altroconsumo. Il presidente dell’associazione Martinello: “Dimostrata la necessità della class action”

Il risultato: rincari fino al 100% per le singole telefonate

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L'Antitrust multa Tim e Vodafone "Tariffe cambiate senza informare"
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ROMA – L’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato ha multato Tim e Vodafone con una sanzione da 500.000 euro ciascuno, il massimo applicabile in questo caso, “per modifica unilaterale e sistematica dei piani tariffari senza fornire adeguate informative al consumatore”. Ne da notizia l’associazione Altroconsumo, che aveva denunciato in agosto all’Authority i due operatori per pratiche commerciali scorrette sui rincari delle tariffe di telefonia mobile.

Secondo i rilievi di Altroconsumo, infatti, accolti dall’Antitrust, “la mancanza di informazione e trasparenza ha impedito agli utenti di conoscere le caratteristiche delle nuove tariffe”, e le modalità di attuazione della portabilità e di rimborso del credito residuo.

La modifica unilaterale dei piani tariffari, in base ai calcoli di Altroconsumo, ha portato a rincari per profili medi in un anno da 49 fino a 83 euro, con picchi d’aumento sulle singole telefonate che però possono arrivare fino al 100%.

“L’intervento dell’Antitrust – sottolinea Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo – dimostra la necessità urgente di introdurre la class action nel nostro Paese. L’istituto del risarcimento collettivo si adatterebbe perfettamente a casi come questi, dove, per tali pratiche commerciali scorrette, la multa acquista un significato formale e non restituisce alle migliaia di utenti le cifre incassate automaticamente dai gestori, senza che i consumatori avessero alcuna possibilità di essere informati e di scegliere. Ma la conversione del decreto milleproroghe al Senato ha confermato l’ulteriore rinvio a luglio della norma, e i disegni di legge pendenti sia alla Camera che al Senato sono ancora impantanati nelle commissioni competenti”.

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16 febbraio 2009
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Cai, per decine di piloti “a tempo’” non ci sarà neanche la Cig

La denuncia di un precario dell’ex Air One: “I nostri contratti alla scadenza non verranno rinnovati. Al posto nostro cassintegrati Alitalia. Per noi, nulla”

Un portavoce dell’azienda conferma: “La priorità va a chi è già in Cassa Integrazione”

Spinazzola (Up): “Avevamo provato a chiedere il reinserimento, ci hanno detto di no”

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di ROSARIA AMATO

Cai, per decine di piloti "a tempo'" non ci sarà neanche la Cig
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ROMA – Alessio è un pilota Air One con contratto a termine. Tra 10 giorni il suo contratto di lavoro arriverà a scadenza, e non verrà rinnovato. Al suo posto verrà reinserito un ex pilota Alitalia in Cassa Integrazione, dopo un adeguato periodo di riqualificazione. La riqualificazione, certo, ha costi elevati ma, spiega un portavoce dell’azienda, “è chiaro che se la scelta si pone tra un pilota con contratto a tempo determinato e uno a tempo indeterminato, la scelta cade sul secondo”. Mentre per Alessio in prospettiva non c’è nulla, neanche la cassa integrazione perché, in quanto precario, non ne ha diritto.

“Siamo una novantina su un totale di 350 – spiega – molti con i contratti a termine, qualcuno anche co.co.pro. Air One da sempre ha fatto un uso spregiudicato dei contratti a termine, e persino a progetto, mentre in Alitalia non s’è mai accettato l’ingresso di piloti precari. Siamo qui tutti da meno di tre anni, perché il limite di legge viene rispettato: in passato si andava avanti anche per più anni con i contratti a termine. Certo, io non farei un contratto a termine a una persona che deve portarsi dietro 300 passeggeri a tratta, e che lavora non sapendo che fine farà tra 10 giorni”.

C’è molta amarezza nelle parole di Alessio, che è rassegnato a quello che lo aspetta, ma non abbastanza da non fare notare le incongruenze di un uso assolutamente improprio di dipendenti altamente qualificati come i piloti: “Trasportiamo centinaia di passeggeri al giorno e, per un lavoro così delicato, veniamo pagati anche 1600 euro al mese. Non rinnovarci il contratto, e mettere al nostro posto piloti Alitalia in Cig, avrà un alto costo per l’azienda: la riqualificazione costerà circa 50.000 euro per pilota, e proprio in un momento in cui all’enorme buco di Alitalia si sta sostituendo il nuovo buco di Cai. Però immagino che l’azienda debba qualcosa ai sindacati, e quindi si è preferita questa soluzione, nonostante sia la più costosa, al rinnovo del nostro contratto”.


Cai, attraverso un suo portavoce, conferma solo in parte la versione di Alessio: “I piloti nella sua condizione sono poche decine, 50 al massimo. E’ vero, quando il loro contratto arriverà a scadenza non verrà rinnovato. Ci sono tanti piloti in Cig, bisogna riassorbirli. Molti di loro sono già qualificati per la guida degli aerei che verranno loro affidati: non dovranno fare un corso per prendere un nuovo patentino, che comunque costerebbe 20-25.000 euro, non 50.000. Dovranno frequentare un corso breve, di poche settimane, e con costi limitati. Bisognava fare una scelta, questa era la più opportuna”.

“Alcuni di questi piloti ex Air One, una settantina – denuncia Roberto Spinazzola, segretario generale dell’Unione Piloti – non arriveranno neanche alla fine del contratto a termine. Il rapporto di lavoro verrà interrotto prima, andranno in Cassa integrazione fino a quella che sarebbe stata la scadenza naturale del contratto, ma non percepiranno l’indennità all’80% del salario, stabilita per i piloti in Cig: essendo dei precari avranno la normale indennità Inps. Sappiamo bene che è una tipologia di colleghi in forte sofferenza, abbiamo provato a farli rimanere, ma non è stato possibile: tutte le nostre proproste di Cig a rotazione, job sharing sono state respinte. Cai ha accettato un 9% di dipendenti part-time, applicabile però solo a chi ha un contratto a tempo indeterminato. Tra i nostri impegni c’è sicuramente quello di farli rientrare nel ciclo al più presto possibile”.

Spinazzola nega che tra i precari Air One ci siano co.co.pro: “Hanno tutti contratti a tempo determinato. Mentre Cai ha stipulato tre contratti di consulenza ad altrettanti piloti che erano già andati in pensione, ma che volavano su un tipo di aeroplano che non aveva esuberi, e che rischiava di fermarsi se questi tre piloti non fossero rientrati. Quindi Cai ha stipulato un contratto di consulenza di un anno, e loro sono tornati sul loro aereo: trovare altro personale da riqualificare avrebbe richiesto diversi mesi”.

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16 febbraio 2009
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AMBIENTE – La crisi fa scendere le emissioni di CO2. Ma l’Italia è ancora fanalino di coda

Nel quarto anniversario del protocollo di Kyoto i dati confermano che il nostro paese resta indietro rispetto a Francia, Gran Bretagna e Germania

La ricetta di LegaAmbiente

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di ANTONIO CIANCIULLO

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IL prezzo del petrolio nel periodo 2007 – prima metà del 2008 e poi la crisi hanno fatto più delle politiche energetiche italiane: secondo il dossier Kyoto elaborato dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, le emissioni serra in Italia stanno scendendo e ci si potrebbe avvicinare all’obiettivo (meno 6,5 per cento al 2012 rispetto ai livelli del 1990).

Resta il fatto che nel 2006 (ultimo anno con i dati completi disponibili) eravamo ancora a più 9,9 per cento rispetto al 1990, mentre Gran Bretagna, Francia e Germania avevano già raccolto i frutti di strategie di riduzione dei gas a effetto serra avviate già da tempo.

LA TABELLA

Si può fare qualcosa di più? Nel quarto anniversario della ratifica del protocollo di Kyoto una ricerca preparata da Legambiente mostra gli obiettivi possibili per evitare una sanzione che nel 2008 ha già superato un miliardo e mezzo di euro (in assenza di miglioramenti bisognerà pagarla nel 2012 assieme a quelle degli anni successivi). Eccoli una sintesi dello studio.

Trasporti. Per il 2008 dovremo spendere 721 milioni di euro per pagare il costo di Kyoto causato da un sistema dei trasporti ancorato al dominio dell’auto e dei combustibili fossili. Con gli stessi soldi di sarebbero potuti acquistare almeno 120 treni pendolari o realizzare 15 chilometri di linee metropolitane, o ancora creare in 8 grandi città italiane un sistema di bike sharing come quello di Parigi, dotato di 20 mila biciclette e 1400 stazioni.

Dal 1990 le emissioni del settore sono aumentate di oltre il 28 per cento. La maggiore responsabilità della crescita galoppante delle emissioni va al trasporto su gomma: il traffico di automobili, motocicli e veicoli pesanti ha causato nel 2006 oltre il 90 per cento dei gas serra del settore.

Centrali termoelettriche. 572 milioni di euro sarebbero stati sufficienti per installare un impianto fotovoltaico ad uso familiare su oltre 31 mila tetti. In alternativa si sarebbe potuto incentivare l’acquisto di frigoriferi efficiente di classe A+ per quasi 3 milioni di famiglie, con la completa copertura degli extra costi rispetto all’acquisto di un frigorifero tradizionale. In entrambi i casi la riduzione di emissioni dannose per il clima sarebbe stata significativa e in entrambi i casi l’investimento avrebbe generato un guadagno economico positivo. Grazie alla riduzione delle bollette, l’investimento iniziale viene completamente ripagato nell’arco di 15, nel caso del fotovoltaico, e in 4 anni, nel caso dei frigoriferi, permettendo oltretutto di rilanciare le imprese del settore.

Oltre il 78 per cento dell’elettricità prodotta nel nostro paese viene fornita da impianti che bruciano gas, carbone e petrolio, con sistemi molto spesso scarsamente efficienti, in quanto disperdono in calore buona parte dell’energia generata. E oggi la situazione rischia di essere ulteriormente aggravata dalla politica di rilancio del carbone. Nel 2008 sono stati ultimati i lavori di riconversione a carbone della centrale di Civitavecchia. Nel momento in cui entrerà in funzione questo unico impianto riverserà in atmosfera 10,3 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, una quantità superiore alla CO2 emessa da un paese come la Lettonia.

Edifici. – Per compensare le emissioni di gas serra dovremo spendere 292 milioni di euro. Con la stessa cifra si potrebbero migliorare gli standard di isolamento termico di oltre 12 mila appartamenti avvicinandoli a quelli di una casa a zero emissioni o dotare oltre 73 mila famiglie di un impianto solare per il riscaldamento dell’acqua.

Secondo la Commissione europea il ventaglio di interventi possibili negli edifici residenziali e commerciali porterebbe ad una riduzione dei consumi rispettivamente del 30 e del 27 per cento. In Italia la mancanza di una chiara strategia per il perseguimento degli obiettivi si è tradotta in un aumento del 12,5 per cento dei gas serra.

Rifiuti. Il conto che verrà presentato al settore rifiuti (34,9 milioni di euro) sarebbe stato sufficiente ad avviare un sistema di raccolta differenziata porta a porta in 2 capoluoghi di provincia del Centro Sud da 140 mila abitanti, come recentemente è stato fatto a Salerno dove, nel giro di pochi mesi, si è arrivati riciclare oltre l’80 per cento dei rifiuti prodotti da circa 100 mila abitanti.

Se si aumentasse il riciclo del 15 per cento rispetto agli attuali livelli, si otterrebbe una taglio delle emissioni di almeno 17 milioni di CO2, pari al 18 per cento dell’obiettivo italiano al 2020. Un risparmio anche per le finanze dei cittadini visto che ogni anno produciamo più di 30 milioni di tonnellate di rifiuti solidi urbani (circa 500 chili pro capite) spendendo 5,2 miliardi di euro per smaltirli. A questi oneri vanno aggiunti quelli per lo smaltimento dei rifiuti speciali, che nel 2005 hanno raggiunto quota 107,5 milioni di tonnellate.

Industrie manifatturiere. Le industrie manifatturiere italiane faranno spendere ai contribuenti circa 53 milioni di euro per i gas serra emessi in eccedenza rispetto ai limiti previsti dal Protocollo di Kyoto. Spendendoli diversamente questi soldi non solo avrebbero evitato un costo per i cittadini ma garantito alle stesse industrie un ritorno nel giro di pochi anni. Come? Sostituendo 182 mila motori industriali da 4 kW con motori ad alta efficienza della stessa potenza (182 milioni di kWh risparmiati in un anno), oppure riconvertendo un impianto cloro-soda con tecnologie a zero emissioni di mercurio ed alta efficienza (72 milioni di kWh risparmiati in un anno)

I 15 milioni di motori industriali usati in Italia sono la voce più elevata dei nostri consumi energetici. La sostituzione dei modelli più vecchi con motori ad alta efficienza, secondo la Confindustria, porterebbe a un taglio dei consumi elettrici pari al 7 per cento.

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16 febbraio 2009
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Il Gaza Hacker Team ‘colpisce’ il sito web del partito vincitore delle elezioni israeliane

Kadima Hacked by Gaza Hacker Team!!!
16/02/2009

Gaza liberaaaaaaaaaaaaaaaaa
hacked kadima!!!!!!!!!!!!
Il Gaza Hacker Team ha colpito gli assassini Livni e Olmert,
andata a dare un occhio al sito del loro partito,
KADIMA, fresco vincitore delle elezioni israeliane:
Restiamo umani,
(e anche un pò Hacker a fin di bene)
Vik

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ECCO COME APPARE IL SITO ‘RIVISITATO’..

.//’- GaZa-HackeR TeaM

-‘//.

!!You Are HaCKED!!

[Lito – Le0n – Claw -Virus – Zero code – Zer0 KilleR]

עזה תהיה מנצח

غزة ستنتصر

انها رسالة الى اسرائيل

رغم كل الفتنة التي اشعلتموها .. نؤكد لكم

يا ايها الحزب المهزوم باننا يد وحدة في وجهكم

فـتـــــــــــــــــحـــمـــــــــــــــاس

سنبيدكم من الوجود

ستبقى الفتح شوكة في حلقككم

وسيبقى القسام درع في وجهكم

وستبقى فلسطين الحبيبة .. رغم انف الحاقدين

[GAZA HACKER TEAM]


[ LiTo@LiTo.US ]


[
Mr, le0n ]
[
we9x@hotmail com]


[
Claw ]
[
m.u@hotmail.com]


[
ViRuS_HaCkErS ]
[ h8g@HoTmAiL.CoM ]


[
Zero Code ]

[ qyx@hotmail.com ]

[Zero Killer]

[ i7k@HoTmAiL.CoM ]

[kader11000]

amoode@hotmail.fr]

Stupri, Alemanno: “No ai giustizieri”. Sulla castrazione An frena la Lega / Raid razzista all’Appio: in venti gridavano: «Vi ammazziamo»

I ministri Zaia e Calderoli rilanciano la castrazione: “Soluzione che potrebbe dare tranquillità”

Mantovano frena il Carroccio: “Sono provocazioni”. E An si divide sulle ronde

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l sindaco di Roma: “Raid razzista è stata un’azione strumentale”. Veltroni: “Ronde sono inaccettabili, restituire fondi alla polizia”

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"No ai giustizieri" Sulla castrazione An frena la LegaManifestazione della Lega a Bologna

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ROMA – “È un segnale negativo e pericoloso. C’è chi vuole speculare sulla paura della gente, sulla voglia di riscatto, sulla rabbia. Dobbiamo dire con chiarezza che non è pensabile, neanche lontanamente, farsi giustizia con le mani proprie”. Così il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha commentato l’azione compiuta contro alcuni cittadini romeni dopo l’aggressione e la violenza nei confronti dei due adolescenti nel parco della Caffarella.
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Alemanno: “No ai giustizieri”. “Quella di ieri è stata solo un’azione strumentale” ha aggiunto Alemanno. “Non si trattava di un’azione di cittadini che si ribellano. E’ una cosa ben diversa. Dobbiamo dare – ha precisato il sindaco – un netto segnale di vicinanza delle istituzioni al territorio e ai cittadini. Non dobbiamo far sentire la popolazione da sola perché, se questo accade, c’è il rischio di vere reazioni impopolari rispetto all’insicurezza. Dobbiamo stare vicini e dire con chiarezza che la giustizia verrà dalle istituzioni e non da azioni di ritorsioni inventate o strumentali organizzate da alcuni”.
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An divisa sulle ronde. Mentre Alemanno parla di coinvolgimento dei cittadini “mai finalizzato alla violenza o alle ronde” il sottosegretario dell’Interno Alfredo Mantovano si dichiara favorevole proprio all’iniziativa di privati cittadini che potrebbe dare “un contributo positivo” in questo clima. “Non sarebbe male inserire nel decreto in arrivo anche la disposizione sulle ronde, per renderle disponibili subito” ha detto.
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Zaia: “Castrazione chimica”. I ripetuti episodi di violenza sessuale avvenuti a Bologna, Roma e Milano scaldano gli animi e rilanciano il dibattito sulla sicurezza. E, in attesa dei provvedimenti annunciati dal governo, la Lega torna a chiedere misure radicali: “Sono convinto – dice il ministro Zaia a Canale 5 – che introdurre la castrazione chimica per chi commette degli stupri sarebbe una soluzione che potrebbe darci tranquillità”.
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Calderoli: “Non basta, castrazione chirurgica”. Il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli va addirittura oltre, e contro le violenze sessuali propone la castrazione chirurgica. “Di fronte a certi casi – spiega il coordinatore delle segreterie della Lega Nord in una intervista alla Stampa – non riesco a pensare alla riabilitazione. E pure la castrazione chimica è insufficiente”. Meglio allora adottare la castrazione chirurgica che il ministro definisce “una terapia medica per reprimere l’istinto sessuale”.
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Mantovano: “Una provocazione”. A frenare la bellicosità leghista ci pensa il sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano (An), che ai microfoni della Rai è gelido: “La prendo come una provocazione e come un giusto segnale di esasperazione da parte di tanti cittadini”.
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Veltroni: “Ronde inaccettabili”. “E’ finito il tempo delle dichiarazioni e degli spot” ha ribadito oggi il segretario del Pd, Walter Veltroni commentando le indiscrezioni sul decreto legge del governo. “Noi siamo favorevoli a ogni provvedimento utile ad aumentare le forze di polizia per le strade, a restituire loro risorse tolte dalla Finanziaria. Siamo favorevoli a garantire la effettività della pena comminata ma siamo contrari a ogni forma di demagogia, come le ronde, che in questo momento crea un clima pericoloso nel Paese”.
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16 febbraio 2009
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Raid razzista all’Appio: in venti gridavano: «Vi ammazziamo»

Due dei romeni picchiati sono gravi. Prima dell’aggressione: di dove siete? Il titolare del locale: ora ho paura

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ROMA (16 febbraio) – «Erano una ventina di ragazzi incappucciati e si sono scagliati con le mazze contro i quattro romeni gridando, vi ammazziamo». Questa è la ricostruzione che ha fatto il proprietario del negozio di kebab, teatro del raid di ieri sera a Roma, in via Tarrocceto, nella zona di Porta Furba non lontano da luogo dove a san Valentino sono stati aggrediti i due fidanzatini.

Prima di picchiarli: di dove siete? Quattro romeni sono stati feriti, due in modo più serio. Nel fast-food pachistano stamani sono ancora visibili le tracce dell’incursione: un vetro rotto e la paura negli occhi di chi ci lavora. «Conosco di vista i ragazzi romeni – racconta il proprietario – e mi hanno detto che prima di picchiarli i ragazzi incappucciati hanno chiesto loro da dove venissero. Poi le botte, è durato tutto circa trenta secondi».

Il titolare: ora ho paura Nel locale, secondo quanto riferisce il titolare, al momento del raid c’erano solo quattro romeni e poi tanti clienti italiani. «Lavoro qui da cinque anni e non era mai successo prima. Spero sia un caso isolato ma la verità è che ho un po’ di paura».

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16 febbraio 2009

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=46783&sez=HOME_ROMA

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Mai farsi giustizia da soli

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di Claudio Marincola
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ROMA (16 febbraio) – A nessuno è consentito farsi giustizia da solo. La catena di stupri, aggressioni, violenze di questi giorni lascia i nervi scoperti ma non può alimentare la scorciatoia aberarrante della caccia allo straniero. Polizia e carabinieri di questo Paese sono – devono – essere in grado di assicurare legalità e sicurezza. Non c’è rabbia, non c’è paura, non c’è ronda che tenga. La vendetta personale è un codice che non appartiene alla società civile, alle nostre città, a questo Paese, e alla nostra storia.

Il rapporto con ”l’altro”, con lo straniero, non è una ”guerra” che si combatte agli angoli delle strade o picchiando 5 romeni presi a caso – come è successo ieri a Roma – bensì un processo di integrazione complesso, un processo che senza regole è diventato difficle, in alcuni casi oggettivamente impossibile. Ma non per questo bisogna cedere alla rabbia, allo spavento, alla voglia di farsi giustizia da soli. La scia di violenze di questi giorni racconta che i mostri si costruiscono dove non esistono le condizioni, sociali ed economiche per accogliere un’immigrazione. Inarrestabile e fuori controllo.

Gli stupratori prendono forma a Milano come a Guidonia, a Brescia come alla Caffarella, riflettono le stesse vite, storie di ordinaria barbarie. Lo ripetiamo ancora una volta: reagire con la caccia allo straniero vuol dire sconfinare in un territorio senza ritorno e senze regole, nella legge della giungla.

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TAGLI SICUREZZA – La polizia con le auto ferme in garage

IL CASO. Tagliati i fondi per la sicurezza, bloccata la manutenzione delle vetture
“Possiamo permetterci solo il rabbocco dell’olio e il cambio delle gomme”

“A Roma e Napoli 500 mezzi fermi”

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<b>La polizia con le auto in garage <br/>"A Roma e Napoli 500 mezzi fermi"</b>
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ROMA – Taglio dei fondi sulla sicurezza: il ministero dell’Interno blocca la riparazione degli automezzi della polizia. Gli investimenti stanziati per il 2009, infatti, sono appena sufficienti al rifornimento di carburante. Lo stop alle manutenzioni è contenuto in una circolare firmata dal prefetto Giovanna Iurato, direttore dei servizi tecnico-logistici del Dipartimento della pubblica sicurezza. Che rivela, in modo esplicito, l’inadeguatezza delle risorse messe a disposizione della “gestione patrimoniale” della polizia dal Governo Berlusconi.

La circolare inviata non solo agli autocentri, ma anche al servizio nautico della polizia (per sospendere la manutenzione anche ai mezzi navali), inizia con la constatazione che “sul capitolo relativo alle spese per la gestione e la manutenzione dei veicoli della polizia di Stato gli stanziamenti di bilancio risultano di gran lunga insufficienti rispetto agli effettivi fabbisogni”. La conseguenza è automatica: i responsabili delle manutenzioni di tutti gli automezzi sono invitati “a circoscrivere le spese ai soli rifornimenti di carburante”. Se un mezzo ha bisogno di manutenzione (fanno eccezione gli ultimi acquisti, fra i quali Alfa 159, Grande Punto e Stilo, che beneficiano di un contratto che comprende per un certo periodo l’assistenza) resta fermo in garage.

Secondo i dati forniti dal sindacato dei funzionari di Polizia, Anfp, “a Roma, dall’inizio dell’anno si sono fermati 250 mezzi. E a Napoli sono in garage in attesa di manutenzione 228 auto con i colori della polizia, 108 del tipo normale”. Per Enzo Letizia, segretario dell’Anfp, c’è ora “il rischio che in pochi mesi molte autovetture della polizia in Italia restino bloccate da guasti per riparare i quali non ci sono fondi” “Ma cosa ha costretto il direttore dei servizi tecnico-logistici a diffidare gli autocentri dal svolgere la regolare manutenzione sui mezzi terrestri e navali? Per Enzo Letizia, segretario del sindacato funzionari di polizia, il motivo “potrebbe essere ricercato nel debito accumulato nel 2008 che ammonterebbe a circa 18 milioni di euro”. “Ebbene – sostiene Letizia – il fondo del 2009 per la Motorizzazione, tagliato del 60 per cento rispetto a quello del 2008, potrebbe servire solo a coprire il debito dell’anno passato”. Una volta colmato il deficit del 2008 – secondo l’Anfp – non ci sarebbero più i soldi per il 2009. Di qui la circolare del prefetto Iurato che dispone lo stop della manutenzione. Eppure, ricorda Letizia, l’estate scorsa sia il ministro della Giustizia Angelino Alfano, che quello dell’Interno, avevano annunciato che “avrebbero destinato alla sicurezza un miliardo di euro confiscati alla mafia. Ma che fine hanno fatto quei fondi? Era solo un annuncio spot?”.


Secondo il sindacato dei funzionari di polizia, “attualmente è attivo solo un contratto nazionale che assicura il rabbocco dell’olio, il cambio delle batterie e quello dei pneumatici. Per quanto riguarda le auto in garanzia, va segnalato che per la sostituzione delle frizioni esiste un oneroso contenzioso con la Fiat che contesta un uso improprio delle vetture”. “Il risultato finale – conclude, ironico, il segretario Letizia – è che la sicurezza dei cittadini rischia di indebolirsi se non ci saranno interventi finanziari. C’erano stati promessi più soldi e più poliziotti di quartiere: la prima promessa non è stata mantenuta. La seconda probabilmente si realizzerà, perché non avremo più macchine”.

Anche Giuseppe Tiani, del Siap, il sindacato di base dei poliziotti, esprime preoccupazione per il fatto che “gli agenti possano lavorare con automezzi inadeguati”. “Questo – aggiunge Tiani – è il risultato della politica di questo governo che, anziché reperire le risorse necessarie per garantire l’efficienza dei servizi, pare preoccuparsi di provvedimenti di facciata, come l’erogazione di cento milioni di euro agli enti locali per rafforzare il potere dei sindaci. Un investimento a pioggia che attualmente ha dato evidenti scarsi risultati”.

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16 febbraio 2009
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Venezuela, Hugo Chavez vince il referendum: sarà presidente a vita

Alla fine ci è riuscito: Hugo Chavez potrà essere candidato a vita alla presidenza del Venezuela. E, di conseguenza, presidente a vita. «La verità e la dignità di un popolo hanno trionfato», è stato il suo commento a caldo, appena conosciuto il risultato del referendum. Il 54,36 per cento dei venezuelani ha dato il “via libera” alla riforma costituzionale che permetterà al presidente venezuelano di riprensentarsi senza vincoli di mandato. Il via libera all’emendamento costituzionale permette di rendere rieleggibili, oltre al capo dello Stato, le principali cariche pubbliche: governatori, sindaci, deputati nazionali e regionali, che potranno ricandidarsi alla stessa carica, allo scadere del secondo mandato. Chavez, che ha definito il risultato «una grande vittoria del popolo e della rivoluzione socialista», ha già preannunciato che si ripresenterà alle elezioni presidenziali del 2012, «a meno che Dio non disponga un’altra cosa».

«Abbiamo aperto le porte al futuro», ha detto il presidente che -circondato dai figli, i nipoti e i più stretti collaboratori- si è affacciato dal “balcone del Popolo” di Palazzo Miraflores per salutare i suoi sostenitori. «Voi avete scritto il mio destino», ha aggiunto, dinanzi alle migliaia di venezuelani che si erano raccolti festanti attorno al palazzo presidenziali, promettendo che «a partire da questo istante» si «consacrerà totalmente al pieno servizio del popolo venezuelano». La Costituzione limitava a due i mandati presidenziali: Chavez (54 anni) avrebbe dovuto quindi lasciare il potere nel 2012, visto che è stato già rieletto nel 2006.

Delusa l’opposizione (si è fermata al 45,63%), che ha però immediatamente riconosciuto la sconfitta elettorale.«Siamo sicuri -ha detto il leader dell’opposizione studentesca, David Smolansky- che la storia ci darà ragione», che «i leader solitari, personali sono sbagliati e che le leadership collettive possono fare la differenza». L’opposizione, pur se divisa, può contare sul sostegno della mobilitazione degli studenti, scesi ancora una volta in campo contro il presidente, sostenuto in modo abbastanza compatto invece dalle classi meno abbienti: sono i due blocchi sociali in cui è diviso il Venezuela, quello per il quale Chavez porta avanti un modello più “inclusivo”, quello invece che denuncia la concentrazione del potere e il parallelo logoramento delle istituzioni nazionali.

Ora a preoccupare Chavez è la situazione economica. Anche il presidente deve infatti fare i  conti con la crisi internazionale. Caracas non è più la  “la Venezuela saudità dei tempi (fino a poche settimane fa) in cui il greggio era vicino a 150 dollari il barile (è quota 37). Proprio questo aspetto riduce sensibilmente i margini di manovra della finanziaria per il 2009, pari a 77 miliardi di dollari. In parte grazie al fiume di petrodollari degli ultimi anni, tra il 2002 e il 2007 – afferma la Cepal (commissione Onu per l’America Latina) – la povertà nel paese è scesa dal 51% al 28%, mentre l’indigenza è passata dal 25% all’8,5%.

Oltre all’economia, l’altro elemento completamente diverso rispetto al passato è la fine dell’era Bush, e l’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca. Ieri, Chavez ha per esempio “aperto”; ad un possibile dialogo con gli Usa. E qualche timido segnale in questa direzione è giunto anche da Washington.

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15 febbraio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/81637/venezuela_hugo_chavez_vince_il_referendum_sar_presidente_a_vita

Vicenza, settemila in corteo: «Non siamo un’associazione a delinquere»

A Vicenza è ‘emergenza democratica’

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di Paola Zanca

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Giovanni Rolando, a Vicenza, fa il consigliere comunale, capogruppo della lista civica che sostiene il sindaco Variati. Un uomo delle istituzioni, non certo un ribelle scalmanato, come vorrebbero dipingere i No Dal Molin. Oggi è lì, in corteo, insieme ad altre settemila persone. In mano stringe uno striscione: «No alla base Usa – si legge – Per il bene di Vicenza: VIA subito». Al suo fianco, da una parte c’è una professoressa di liceo, dall’altra uno dei più importanti imprenditori vicentini, il titolare della Lowara, che oggi è entrata a far parte di una multinazionale statunitense. Poco più in là, c’è il segretario cittadino del Pd, Claudio Veltroni. Il sindaco Achille Variati non partecipa al corteo, ma da piazza dei Signori, dove la manifestazione è partita alle 14.30, «per salvaguardare la giornata dei commercianti», ha ricordato che il diritto a esprimere le proprie idee non può essere messo in discussione da nessuno.

Già, perché a Vicenza,
nel cuore del produttivo nordest, c’è un’emergenza democratica. Senza esagerare. C’è una città che da due anni lotta per il diritto a decidere che fare del suo territorio. C’è da perdersi nella catena infinita di sentenze, ricorsi, referendum. Ai vicentini resta un’unica certezza: gli americani possono decidere per loro. O almeno, c’è chi glielo lascia fare. Nomi e cognomi: Paolo Costa, il commissario governativo che segue l’iter per la realizzazione della nuova base americana, ma anche presidente della commissione Ue ai Trasporti, e presidente dell’Autorità portuale di Venezia.

A Vicenza, nominarlo, è soffiare fumo negli occhi: in consiglio comunale lo aspettano da mesi, anni oramai. Ma lui non si è mai presentato. Viene, va in prefettura, rilascia qualche dichiarazione alla stampa e se ne va. Per l’ennesima volta, una settimana fa, tre capogruppo della maggioranza e due della minoranza, gli hanno formalmente chiesto di poter visitare il cantiere. Lui ha risposto che dal luglio 2008 sono le autorità americane a dare l’autorizzazione. Non un nome a cui rivolgersi, sull’area del Dal Molin la democrazia è sospesa. La chiamano ormai un’«illegalità legalizzata». Perché lì non c’è una Valutazione di Impatto Ambientale: quasi quasi te la chiedono per aprire una finestra, esageriamo, figuriamoci per un’opera mastodontica, le cui fondamenta affonderanno nel terreno per venticinque metri. Alla commissione regionale è bastata la Valutazione paesaggistica: una pratica spicciata in un’ora, che lo stesso sindaco ha definito una buffonata.

Alla linea di Costa, quella della democrazia sospesa, sembra che ora si stiano adeguando anche questore e prefetto. L’ultimo episodio di tensione si è verificato martedì, quando gli attivisti del No Dal Molin hanno deciso di provare a bloccare lo stesso la strada verso l’area della base, nonostante la questura non avesse autorizzato la manifestazione. La polizia li ha accolti in assetto antisommossa. E sedici di loro hanno dovuto lasciare i documenti in questura. Tra le ipotesi di reato, c’è quella di associazione a delinquere. Chi si oppone alla base, insomma, farebbe parte di una vera e propria attività di criminalità organizzata. Facinorosi, direbbe qualcuno. Un’ipotesi che un lungo elenco di amministratori locali ha voluto respingere con forza. «La partecipazione ed il dissenso – dicono – non sono forme delinquenziali, bensì il sale della democrazia».

Per questo a Vicenza è emergenza democratica. Senza esagerare. Pensavano che prima poi sarebbe finita, che si sarebbero stancati, che non poteva durare due anni. Non qui, non finché esistono settemila cittadini che nella loro città vogliono ancora contare qualcosa.

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14 febbraio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/81622/vicenza_settemila_in_corteo_non_siamo_unassociazione_a_delinquere

La Cgil: “Tassare i redditi alti”. E’ scontro con Confindustria

Il sindacato di Epifani propone di applicare il prelievo a chi guadagna più di 150mila euro l’anno. Sì del Pd.

Gli industriali: “Inutile, scatena lotta di classe”

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di LUISA GRION

"Tassare i redditi alti" E' scontro con ConfindustriaGuglielmo Epifani ed Emma Marcegaglia

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ROMA – Servono soldi? Chiediamoli a chi ne ha di più. Guglielmo Epifani ne aveva già parlato due giorni fa dal palco di piazza San Giovanni, teatro della manifestazione di statali e metalmeccanici Cgil contro la politica economica del governo e la riforma della contrattazione. Ora il primo sindacato d’Italia torna, con più forza, a proporlo. In tempi di crisi nera, come questa, chi più ha più dà: dunque si potrebbe aumentare, temporaneamente, la tassazione sui redditi superiori ai 150 mila euro annui. Le entrate così recuperate potrebbero essere spese a favore di chi sta peggio e dei giovani precari: una sorta di tassa di solidarietà.

Ieri, la proposta è stata rilanciata negli studi di “Domenica in” da Agostino Megale, segretario confederale Cgil, ottenendo un “sì” di massima dal Pd (sia dalla componente Ds che dalla componente Margherita) e un “no” deciso da Confindustria. “La crisi richiede uno sforzo eccezionale – ha spiegato Megale – negli ultimi 7-8 anni i redditi dei lavoratori dipendenti solo aumentati in media dello 0,5 per cento, vale a dire, 4.500 euro, quelli dei dirigenti dell’8, cioè 25.000, quelli dei primi cento top manager di 830.000 euro: ognuno di loro guadagna quanto cento operai o cento impiegati”. L’intervento cui pensa il sindacato è una tassazione extra per due anni che – rifacendosi a provvedimento già approvato in Gran Bretagna – aumenti del 5 per cento (dal 43 al 48 per cento) l’aliquota per i redditi oltre i 150 mila euro (215 mila contribuenti secondo la Cgil, 115 mila per il fisco) ottenendo un miliardo e mezzo di gettito aggiuntivo.


L’idea non piace affatto a Confindustria: “Un’operazione del genere alimenterebbe solo una lotta di classe superata da anni e porterebbe ben poco nelle casse dello Stato” ha commentato Alberto Bombassei, vicepresidente dell’associazione. “La crisi è difficile, serve altro: non saranno quei 70-80 supermanager italiani a fare la differenza con le loro tasse”. Dello stesso parere Fabio Cerchiai, presidente dell’Ania, l’associazione delle assicurazioni che boccia la proposta come “negativa”.

Non la pensa così, invece, il Pd, che considera fattibile, anche se non risolutiva la proposta della Cgil. “Una soluzione del genere l’aveva applicata anche il governo Prodi, che per un anno aveva sterilizzato l’indicizzazione delle pensioni alte – commenta l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano – ma le misure temporanee di scopo non portano gettiti rilevanti. Questa soluzione potrebbe contribuire assieme ad altre a definire un piano d’intervento di spirito collaborativo, ma per fare questo bisognerebbe aprire un tavolo di concertazione e mi pare che il governo non abbia alcuna intenzione a riguardo”.

La tassazione extra piace anche ad Enrico Letta che ricorda come lui stesso abbia proposto – poco tempo fa – di finanziare le protezioni per i parasubordinati senza rinnovo attraverso un contributo straordinario dei redditi alti: dai parlamentari in su. Sempre guardando a sinistra plaude alla Cgil anche Rifondazione, partito che poco più di due anni fa aveva lanciato la campagna “Anche i ricchi piangano” proponendo tassazioni extra sui redditi alti e rendite. “Una scelta del genere metterebbe finalmente mano all’enorme problema della mancata redistribuzione del reddito – dice Paolo Ferrero – Meno male che ci ha pensato la Cgil visto nel piano anti-crisi del Pd non c’era nulla a riguardo. Invece se non si parte da lì, dalla crisi non si esce”.

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16 febbraio 2009
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