Archivio | febbraio 17, 2009

«Corrotto da Berlusconi» 4 anni e 6 mesi a Mills. Al premier l’immunità

Immunità per il premier Berlusconi coinvolto nella vicenda

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I giudici della decima sezione penale del Tribunale di Milano hanno condannato a quattro anni e sei mesi l’avvocato britannico David Mills, imputato nell’ambito del processo di primo grado per corruzione giudiziaria, in cui la posizione del premier Silvio Berlusconi è stata stralciata e sospesa in attesa di una pronuncia della Consulta sul Lodo Alfano.

Al centro del procedimento c’è l’accusa secondo cui Berlusconi nel 1997 avrebbe fatto inviare 600mila euro a Mills come ricompensa per non aver rivelato in due processi, in qualità di testimone e quindi con l’obbligo di legge di dire il vero e non tacere nulla, le informazioni su due società off-shore usate da Mediaset “Ms.Mi”, secondo la procura, per creare fondi neri. A dicembre la procura aveva chiesto la condanna di Mills a quattro anni e otto mesi di reclusione.

La difesa del legale britannico aveva chiesto l’assoluzione con «formula piena», sostenendo la mancanza di prove dell’accordo corruttivo. Sia Berlusconi sia Mills hanno sempre respinto le accuse, e il gruppo di Segrate ha ribadito in più occasioni e in diverse note la propria correttezza e trasparenza.

Mills dovrà inoltre risarcire 250mila euro alla presidenza del Consiglio dei ministri. I giudici, sul punto, hanno accolto la richiesta formulata dall’avvocato dello Stato per conto di Palazzo Chigi. Secondo Federico Cecconi, difensore di Mills «la presenza di Silvio Berlusconi come coimputato in questo processo ha impedito ai giudici una serena lettura e valutazione degli atti. Mancano le prove, mancano i riscontri documentali e sicuramente ricorreremo in Appello. La prescrizione che pure era stata ipotizzata e che scatterà tra un anno – conclude Cecconi – non è almeno per adesso al centro dei miei pensieri».

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17 febbraio 2009

fonte: http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/italia_e_mondo/2009/02/17/1202093782617-corruzione-600mila-euro-4-anni-sei-mesi-mills.shtml

Una terribile epidemia di colera devasta lo Zimbabwe: testimonianza di un’infermiera di Medici Senza Frontiere / Allarme ebola in Congo

© Joanna Stavropoulou / MSF
© Joanna Stavropoulou / MSF – altre foto qui
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Sistema sanitario al collasso: la popolazione non ha accesso alle cure mediche

«Quella mamma con i suoi bambini,
troppo deboli anche per avere paura»

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MILANO – «Una notte sono stata svegliata da una telefonata di una collega infermiera in turno. Qualcuno le aveva detto di aver visto lungo la strada quattro bambini troppo malati e deboli per continuare a camminare e raggiungere il più vicino Centro per il trattamento per il colera». Comincia così il racconto di Pia Engebrigtsen, infermiera norvegese di Medici Senza Frontiere che ha lavorato per due mesi nella provincia di Masvingo, Zimbabwe.

La posizione dello Zimbabwe nell'Africa meridionale
La posizione dello Zimbabwe nell’Africa meridionale

CRISI UMANITARIA – Un Paese dove – secondo il rapporto di Msf «Oltre il colera: si aggrava la crisi nello Zimbabwe» – la crisi umanitaria sta peggiorando in modo drammatico, portando con sé enormi sofferenze nella popolazione. L’organizzazione ha curato circa 45mila persone, circa il 75% dei colpiti dalla terribile epidemia di colera che sta devastando il Paese da sei mesi. Poi ci sono i tantissimi malati di Aids. E i bambini che muoiono di fame. La fine della crisi non sembra vicina, anche perché tutto il sistema sanitario del Paese – infrastrutture comprese – è al collasso. Molti ospedali sono chiusi e altri chiedono tariffe esorbitanti in valuta straniera, con il risultato che per la maggior parte della popolazione l’accesso alle cure mediche è impossibile. Ma i “freddi” numeri del documento difficilmente possono trasmettere la sensazione di chi vive a contatto con il dramma quotidiano. Ecco allora come continua la testimonianza di Pia Engebrigtsen.

LA TESTIMONIANZA – «Qui di notte c’è buio pesto. Non sapevamo dove fossero i bambini e per di più di notte c’era il coprifuoco, così siamo stati costretti ad aspettare l’alba per andare a cercarli. Mi sono preparata al peggio e con la mia collega ho preparato le attrezzature di primo soccorso. Dopo averli cercati per due ore, li abbiamo trovati in un villaggio: erano sei bambini e la loro madre ed erano più o meno coscienti. Non siamo riusciti a svegliare alcuni dei bambini, mentre altri erano svegli ma troppo deboli per parlare o muoversi. I bambini erano fra le braccia della loro madre. Dentro la casa abbiamo trovato il cadavere del padre. E abbiamo trovato il vicino privo di conoscenza. Abbiamo fornito loro il trattamento intravenoso e li abbiamo portati tutti con urgenza alla clinica. Credo che sarebbero morti se fossimo arrivati anche solo un paio d’ore più tardi. Non c’era abbastanza spazio nell’auto, quindi li abbiamo sistemati meglio che potevamo, stretti tutti insieme. Ci trovavamo a circa un’ora di strada dal più vicino Centro per il trattamento per il colera. Durante il viaggio le pareti di metallo dell’automezzo scottavano e cercavo così di avvicinare i bambini a me, mentre facevamo loro aria e controllavamo che le flebo funzionassero. Due dei bambini continuavano a vomitare. Ero addolorata per la sofferenza di questa famiglia. I vicini sono deceduti poco dopo il nostro arrivo all’ospedale, ma i bambini e la loro madre sono stati curati. La donna ha detto che suo marito era morto proprio la notte in cui lei e i suoi figli si sono ammalati. Suo marito e il vicino avevano partecipato a un funerale di una vittima del colera pochi giorni prima. La donna ha capito che la malattia era mortale e ha cercato di raggiungere la clinica più vicina, distante 50 km, ma non aveva denaro e i vicini non volevano trasportarla con i loro asini perché avevano paura della malattia. Ha detto che si sentiva sempre più debole e non era più in grado di camminare. Abbandonata con i suoi figli, l’unica possibilità che aveva era quella di aspettare la morte. Siamo arrivati il mattino seguente. Quando ha visto la nostra auto non poteva credere che fosse vero».

EMERGENZA FUORI CONTROLLO – Medici Senza Frontiere chiede al governo dello Zimbabwe di intervenire perché la popolazione possa curarsi, bloccando così la diffusione dell’epidemia. «C’è stata una devastante implosione del sistema sanitario dello Zimbabwe, un tempo lodato, e ciò non riguarda solo i pazienti affetti da colera – dice Manuel Lopez, capomissione di Msf -. Sappiamo che gli ospedali pubblici respingono le persone e i centri di salute stanno per terminare scorte e attrezzature, che c’è una grave carenza di personale medico e i pazienti non possono permettersi di affrontare il viaggio per ricevere la terapia anti-Hiv/Aids o altre terapie e molte delle nostre cliniche sono sovraffollate. Da ciò che vediamo ogni giorno non potrebbe essere più chiaro: questa è un’emergenza medica di vaste proporzioni, ormai fuori controllo».

TRE MILIONI DI RIFUGIATI – Tutto questo si unisce alla crisi politica del Paese (Robert Mugabe, da 28 anni al potere, si è autoproclamato presidente a giugno dopo una elezione fortemente contestata dalla comunità internazionale), alla scarsità di cibo e alla malnutrizione, il gran numero di sfollati interni e di rifugiati nei Paesi vicini. Si stima che circa 3 milioni di persone (sui circa 12 milioni di abitanti totali) abbiano trovato rifugio in Sudafrica, il più massiccio esodo da un Paese non in guerra. «La situazione in Zimbabwe sta causando grandi sofferenze – ha dichiarato Christophe Fournier, presidente di Msf -. È necessario attuare delle misure urgenti affinché venga assicurato alla popolazione libero accesso all’assistenza umanitaria di cui ha disperato bisogno. Il governo del paese deve garantire che le agenzie umanitarie possano lavorare ovunque siano individuati dei bisogni e deve alleggerire le restrizioni burocratiche affinché i progetti diventino operativi e che infine ci siano forniture di medicinali in tempi rapidi». Dal 2007 Msf fornisce assistenza medica ai rifugiati in Sudafrica e fin dall’inizio dell’epidemia di colera, nell’agosto 2008, ha curato 45mila pazienti. Inoltre presta assistenza a più di 40mila pazienti malati di Aids (di cui 26mila sottoposti a terapie antiretrovirali) e fornisce supporto a bambini con malnutrizione grave.

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Laura Cuppini
17 febbraio 2009

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fonte: http://www.corriere.it/esteri/09_febbraio_17/zimbabwe_rapporto_medici_senza_frontiere_testimonianza_infermiera_colera_aids_1db9920a-fce7-11dd-b299-00144f02aabc.shtml

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Nel villaggio di Kampangu, nella regione congolese del Kasai, Medici senza Frontiere ha costruito un centro di isolamento per i malati di febbre emorragica Ebola (©MSF)
Nel villaggio di Kampangu, nella regione congolese del Kasai, Medici senza Frontiere ha costruito un centro di isolamento per i malati di febbre emorragica Ebola (©MSF) – altre foto qui
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Allarme ebola in Congo: la testimonianza di un infermiere di «medici senza frontiere»

L’odore del sangue, le divise protettive e l’impossibilità di stringere una mano

Ogni gesto è calcolato, il rischio c’è sempre. Mi immergo nel lavoro sperando che l’abilità con le mani mi sostenga

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Un operatore in Congo con divisa protettiva (©MSF)
Un operatore in Congo con divisa protettiva (©MSF)

KAMPUNGU (Congo) – Mi sveglio presto completamente bagnato come le lenzuola che mi avvolgono. La mia mano va automaticamente alla fronte per sentire se ho la febbre. Un riflesso incondizionato, un gesto “pavloviano” come se ogni goccia di sudore mi ricordasse la mia vulnerabilità quotidiana. Vedo che il telo della mia tenda è pieno di gocce di condensa e mi sento pervaso da un odore di muffa. Di solito appena esce un debole raggio di sole portiamo tutto fuori ad asciugare. Ho la sensazione di aver avuto un incubo la scorsa notte, che forse spiega la mia eccessiva traspirazione notturna. Ripercorro con la mente gli ultimi giorni, penso alla giornata di ieri e a una bambina di 13 anni che per aiutare la famiglia canta e sostiene i malati. È stata messa in isolamento e la sera siamo stati chiamati perché non si sentiva bene.

Anja, l’infermiera, e io siamo entrati nell’unità di isolamento alle 19.30. La nostra “divisa protettiva” ci sembrava meno pesante grazie a una leggera brezza che ci manteneva freschi! Dovevamo spostare un nuovo paziente dalla zona dei casi sospetti a quella riservata ai casi conclamati, zona ad alto rischio di infezione e volevamo farlo nel più breve tempo possibile per proteggere gli altri pazienti. Siamo quindi entrati in una piccola stanza e, nonostante gli sforzi e la massima attenzione prestata, i nostri corpi hanno sfiorato di quando in quando la parete, causando un altro motivo di stress e un rilascio di endorfina nei nostri corpi. Henriette giaceva sul letto ma era sveglia. L’odore di sangue si sentiva in tutta la stanza e un nauseante odore di liquidi fecali rendeva il nostro stare lì quasi insopportabile. Ma alla fine ci si abitua sempre.

Le abbiamo chiesto se voleva muoversi con sua nonna in un’altra parte dell’unità. Camminava con difficoltà e aveva bisogno di aiuto. Abbiamo steso della carta assorbente in terra, l’abbiamo coperta con un lenzuolo e abbiamo dato degli abiti di protezione alla nonna. La donna ci ha ringraziato e ci è venuta incontro porgendoci la mano. E in un gesto protettivo… ci siamo ritratti. Il mio respiro si è bloccato e ho pensato a quanto fosse stato disumano un gesto del genere, un gesto così gentile non dovrebbe essere proibito – non qui, oggi, adesso! Siamo usciti dalla stanza. Siamo stati disinfettati subito appena usciti e durante i 20 minuti in cui ci spogliavamo pensando e ripensando a ogni gesto con attenzione e meticolosità. Avevamo una lampada solare ma abbiamo acceso i fari della macchina per maggior sicurezza. Azaad, il nostro specialista in igiene e potabilizzazione dell’acqua, ci ha detto che abbiamo seguito alla lettera ogni movimento. Abbiamo avuto una riunione fino alle 11 di sera. Poi le luci sono calate insieme alle mie palpebre.

Il giorno dopo mi sono recato con Esther, un altro medico di MSF, nell’unità di isolamento per controllare lo stato di salute di Henriette, uno stato che abbiamo trovato completamente cambiato: praticamente non aveva né mangiato né bevuto. Abbiamo deciso di prendere un campione di sangue e al contempo metterle una flebo per evitare inutili sofferenze. Henriette aveva difficoltà a stare in piedi, stava lì senza parlare e con lo sguardo vitreo. Abbiamo cercato la vena e le abbiamo preso un campione di sangue. Ogni nostro gesto è calcolato e preciso, in fondo sai che il rischio è sempre davanti a te. Cerco di evitare il contatto visivo con gli altri e mi immergo nel lavoro sperando che la mia abilità con le mani mi sostenga, almeno oggi. Una volta che la flebo è in vena, osservo Henriette e ripenso alle sedute di sostegno psicologico quando lo psicologo mi dice sempre di far parlare il linguaggio del corpo, ove sia possibile. Qui ovviamente non lo è… quindi penso nella mia immaginazione che dovrei prendere la sua mano tra le mie e dirle «coraggio» nella sua lingua.

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Luis Encinas, infermiere di Medici Senza Frontiere
14 gennaio 2009(ultima modifica: 15 gennaio 2009)

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fonte: http://www.corriere.it/esteri/09_gennaio_14/ebola_congo_testimonianza_infermiere_10cdf5b0-e241-11dd-b227-00144f02aabc.shtml?fr=correlati

Pavia, romeno ubriaco abusa di un’anziana cieca: arrestato

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PAVIA (17 febbraio) – Un romeno di 31 anni è stato arrestato dai carabinieri con l’accusa di aver violentato una anziana non vedente di 83 anni ad Albuzzano, un comune a pochi chilometri da Pavia. L’episodio è avvenuto nella notte tra sabato e domenica. Il romeno, che lavora come muratore in una impresa edilizia, era ubriaco. L’uomo entrato nella casa della donna ed ha subito cercato di approfittare di lei. Le urla dell’anziana hanno richiamato la nipote che abita nelle vicinanze. La donna ha chiesto l’intervento dei carabinieri che hanno arrestato l’uomo, ora rinchiuso nel carcere di Pavia. L’anziana non vedente è stata trasportata d’urgenza al policlinico San Matteo di Pavia. All’ospedale le sono state riscontrate numerose lesioni. Ora è ricoverata in prognosi riservata nel reparto di chirurgia.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=46956&sez=HOME_INITALIA


Raid contro i romeni nel Sassarese tensione in paese: “Rubano il lavoro”

Ad Alà dei Sardi un commando di otto persone ha fatto irruzione nell’appartamento dove abitano due uomini e una donna. Ne ha malmenato uno e poi ha devastato la casa

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Raid contro i romeni nel Sassarese tensione in paese: "Rubano il lavoro"
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SASSARI – Un raid contro i romeni perché “rubano il lavoro alla gente del paese”: è successo ad Alà dei Sardi, in provincia di Sassari. Un gruppo di otto persone ha fatto irruzione nell’appartamento dove vivono tre cittadini romeni, due uomini e una donna. Ha minacciato lei con un coltello alla gola, picchiato uno degli uomini e devastato la casa.

Il “commando” ha agito nella notte tra sabato e domenica. Le vittime, forse per paura di ritorsioni, non hanno sporto denuncia. Sono stati alcuni vicini ad avvisare i carabinieri.

Gli inquirenti stanno cercando di individuare i responsabili. Sono molti i romeni che hanno trovato lavoro nelle cave di Alà dei Sardi e questo ha creato malcontento in paese. Questo non è il primo episodio razzista: poco tempo fa, sempre nel centro del Sassarese, erano stati esplosi alcuni colpi di arma da fuoco contro l’abitazione di un cittadino romeno.

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17 febbraio 2009

fonte: http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/cronaca/raid-sardegna/raid-sardegna/raid-sardegna.html?rss

Veltroni conferma le dimissioni: “Sono un problema, me ne vado”

Dopo la sconfitta sarda, summit dei vertici dei democratici

In mattinata il Coordinamento dice no. Ma il leader insiste

Un segretario provvisorio porterà il partito alle elezioni e al congresso

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Veltroni conferma le dimissioni "Sono un problema, me ne vado"Walter Veltroni

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ROMA – Dopo sedici mesi Walter Veltroni getta la spugna e il Pd si ritrova senza segretario, un congresso alle porte e una base sempre più disorientata. Decisiva, nella decisione dell’ex sindaco di Roma, l’ennesima sconfitta elettorale. Quella Sardegna persa senza appello e consegnata a Silvio Berlusconi. Solo l’ultimo tassello di 16 mesi difficili per il Pd. Con Veltroni messo sotto accusa più dall’interno del partito che dall’esterno. Mesi di accuse, più o meno velate. Di una leadership sottoposta ad un continuo processo di logoramento.

E così oggi, davanti al coordinamento del partito, Veltroni annuncia: “Per molti sono un problema e io sono pronto ad andarmene per il bene del partito. Il mio mandato è a disposizione”. Una decisione che era nell’aria. Chi gli era vicino raccontava della sempre più crescente amarezza del segretario. Troppe le voci, sotterranee e dichiarate, contro la sua gestione. In discussione la scelta maggioritaria, l’alleanza con Di Pietro, una linea politica sensibile ad ogni spiffero. Uno stillicidio da interrompere. Ma, in mattinata, il Coordinamento prova a fargli cambiare idea: “La tua leadership non è in discussione”. Veltroni, però, è deciso e nel pomeriggio riconferma la decisione: “Non cambio idea, me ne vado”.

E adesso? Domattina si terrà il coordinamento. Le ipotesi in campo sono di convocare al più presto l’assemblea costituente, unico organismo legittimato ad eleggere un nuovo segretario del Pd, in deroga a quanto prevede lo statuto che dispone il ricorso alle primarie per la scelta delle candidature e, quindi, l’elezione del segretario. Con il compito di portare il partito alle elezioni europee ed amministrative della prossima primavera e al congresso del prossimo autunno.


A quanto si apprende, sarebbe questa l’ipotesi più accreditata, anche se nella riunione del coordinamento di questo pomeriggio c’è chi ha chiesto un passaggio formale anche in direzione nazionale. Tra le ipotesi inizialmente circolate c’era anche quella di una gestione collegiale transitoria, ipotesi però scartata dai più. Stesso discorso per il congresso anticipato.

Dopo 16 mesi il segretario getta la spugna. Dice basta. E’ il maggio 2007 quando Veltroni viene candidato alla guida della nuova formazione politica, sostenuto da larga parte della Quercia e da ampi settori della Margherita, e affiancato, in ticket, da Dario Franceschini. Si arriva così al discorso al ‘Lingotto’ di Torino. Il Pd nasce ufficialmente il 14 ottobre dello stesso anno e Veltroni, alle primarie, è eletto segretario con il 75% dei voti. Nell’aprile 2008 dello scorso anno il primo, impegnativo, banco di prova: le elezioni politiche, che però consegnano la vittoria a Silvio Berlusconi e al Pdl. Si avvertoni i primi scricchiolii. La vocazione maggioritaria del segretario fa storcere il naso a molti. L’alleanza con la sinistra radicale è messa nel cassetto. Veltroni insiste. Ma l’urna non premia il Pd. Nell’aprile 2008 le elezioni regionali e amministrative danno la vittoria al centrodestra. Nel giugno 2008 il centrodestra fa cappotto alle provinciali siciliane. Nel dicembre 2008 è la volta della regione Abruzzo. Infine ieri il risultato della Sardegna. Nel mezzo un solo momento per sorridere: il Circo Massimo. Troppo poco per farmare il conto alla rovescia. Stamattina dalle colonne dell’Unità arriva una durissima sentenza: “Il Pd ha toccato il fondo”.

“Yes we can”, era lo slogan di Veltroni in campagna elettorale. Si può fare. E invece non si è fatto. Quello che si farà è tutto da vedere.

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17 febbraio 2009
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Palle di fuoco e detriti spaziali: allarme e mistero nel mondo

Dopo lo scontro in orbita segnalati spettacolari fenomeni

Stato di emergenza in Canada, apparizioni luminose in Italia, Kentucky e Texas

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La «striscia  di fuoco» apparsa in italia la sera del 13 febbraio registrata con una telecamera dall'astrofilo Diego Valeri di Contigliano (Rieti)
La «striscia di fuoco» apparsa in italia la sera del 13 febbraio registrata con una telecamera dall’astrofilo Diego Valeri di Contigliano (Rieti)

ROMA – Ora i detriti spaziali («space debris» in inglese) fanno davvero paura. Nella regione di Alberta, in Canada, stanno tirando un respiro di sollievo per un impatto dallo spazio scongiurato in extremis . E poi in Texas, nel Kentucky e finanche nella nostra Italia, ecco stagliarsi nel cielo misteriose «palle di fuoco», ancora non si sa fino a che punto imparentate con i detriti spaziali o dipendenti da uno sciame di meteore.

PANICO IN CANADA Partiamo dall’unico allarme sicuramente collegato con la caduta di un oggetto artificiale dall’orbita, quello scattato nella regione di Alberta. E’ successo alle prime ore del mattino di venerdì 13 febbraio, tempo locale, ma solo a emergenza superata ne sono stati rivelati i particolari. Il North American Aerospace Defence Command (NORAD) degli Stati Uniti, un ente che sorveglia lo spazio e tiene d’occhio tutti i corpi orbitanti attorno alla Terra, avverte i rappresentanti del governo canadese: «Un cargo spaziale russo delle dimensioni di un autobus, che era stato utilizzato per trasportare materiali sulla Stazione spaziale Internazionale, è fuori controllo e sta per precipitare su di voi. I calcoli indicano che potrebbe schiantarsi sulla città di Calgary, attorno alle 10 antimeridiane, ma la traiettoria è incerta. La stiamo definendo minuto per minuto. Vi faremo sapere». Scatta l’allarme degli operatori della protezione civile canadese, sia a livello nazionale che locale. Ci si interroga se sia il caso di avvertire la popolazione e predisporre piani di evacuazione, almeno nella parte più popolosa del centro cittadino. Mentre le concitate consultazioni sono in corso, si rifà vivo il NORAD: la traiettoria del maxi proiettile spaziale è cambiata, ora sembra puntare su Kneehill o su Wheatland Country, circa cento chilometri a est di Calgary. Lì, per fortuna, la densità della popolazione è più bassa, c’è meno pericolo di impatto diretto con le persone e le cose. Ma si affaccia un’altra preoccupazione. Il relitto del vettore russo contiene materiale radioattivo che, disperdendosi in seguito all’impatto, potrebbe contaminare una vasta aerea di territorio. Scattano altri livelli di allerta per il monitoraggio dell’eventuale nube radioattiva. «Ma proprio mentre un operatore del nostro staff stava per diffondere l’allarme al pubblico –racconta Colin Lloyd, direttore esecutivo dell’Agenzia di gestione delle emergenze dell’Alberta-, dal centro operativo di Ottawa ci arriva un contro ordine: il relitto spaziale è rimbalzato nell’atmosfera, finendo nell’Atlantico. Pericolo scongiurato. E’ una mattina che non dimenticheremo facilmente».

LO SCONTRO IN ORBITA L’allarme spaziale dell’ Alberta segue di appena tre giorni uno scontro in orbita terrestre da primato, avvenuto il 10 febbraio, a circa 800 km di altezza, fra due satelliti per telecomunicazioni: il russo Kosmos 2251 e l’americano Iridium 33, rispettivamente da 1.000 e 500 kg di peso. Non era mai successo prima d’ora che due grandi satelliti, ciascuno ruotante sulla propria orbita, facessero un involontario urto frontale. (I cinesi, invece, due anni fa, avevano volontariamente effettuato un impatto fra un loro missile balistico e un satellite in disuso). A causa delle alte velocità in gioco (25 mila km all’ora), un crash spaziale genera migliaia di frammenti grandi e piccoli che, sparpagliandosi progressivamente in vari livelli orbitali, si possono trasformare in potenziali proiettili-killer a danno di altri satelliti, della Stazione spaziale abitata in permanenza dagli astronauti a 400 km di altezza e, scendendo più giù, della stessa Terra.

GLI AVVISTAMENTI «ITALIANI» Per questo motivo, quando la sera del 13 febbraio l’astrofilo Diego Valeri da Contigliano (Rieti), specializzato nell’osservazione delle meteore, riesce a registrare con la sua telecamera per la sorveglianza del cielo una palla di fuoco dieci volte più luminosa della Luna (VEDI), è inevitabile chiedersi se non si tratti di un frammento dello scontro orbitale, piuttosto che del solito sasso cosmico venuto giù dal cielo. E la domanda si fa più pressante quando analoghi avvistamenti vengono fatti, sempre la sera del 13 febbraio, ancora da altre località italiane e, oltre l’Atlantico, a Morehead nel Kentucky (dove l’apparizione è accompagnata da vibrazioni e boati).

FRA UFO E METEORE Il 15 febbraio, poi, in molte località del Texas, un’altra palla di fuoco è talmente luminosa da rendersi visibile in pieno giorno. Fatti debiti calcoli, gli specialisti del NORAD escludono che le molteplici palle di fuoco possano essere i frammenti del crash spaziale. Un’ ipotesi alternativa è che si tratti di uno sciame di meteore, provenienti chissà da dove, che ha colpito il nostro pianeta, dando luogo a una molteplicità di fenomeni. Ma, mentre gli astronomi sono impegnati nei calcoli, le ipotesi, anche le più spericolate dei soliti ufologi, si affastellano. Il rischio che l’aumento della spazzatura spaziale possa costituire un pericolo sia per la navigazione spaziale e aerea, che per noi inermi abitanti della Terra, è stato intanto ribadito dal direttore dell’United Nation Office for Outer Space Affairs (UNOOOSA), Mazlan Othman, che ha richiamato al rispetto di una risoluzione già adottata dall’assemblea generale dell’ONU, che esorta a una non proliferazione degli «space debris», allo scopo di preservare l’ambiente spaziale e la sicurezza del pianeta. In pratica, a questo scopo, i vari Paesi del club spaziale, dovrebbero limitare le attività e le manovre potenzialmente pericolose e le agenzie addette al monitoraggio dei corpi artificiali dovrebbero migliorare le loro capacità di osservazione e calcolo per prevenire gli incidenti con la migliore regolazione dell’ormai congestionato traffico orbitale.

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Franco Foresta Martin
17 febbraio 2009

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fonte: http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/09_febbraio_17/palle_fuoco_allarme_foresta_martin_18ed49d4-fcdc-11dd-b299-00144f02aabc.shtml

PROCESSO THYSSENKRUPP – Parla la famiglia di Rosario Rondinò: aspettiamo ancora di sentirlo tornare

La mamma di Rondinò in tribunale, sulla maglia la foto del figlio

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L’udienza di oggi è dedicata alle deposizioni dei parenti delle vittime: le loro audizioni sono state anticipate per consentirgli di seguire il processo in aula

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TORINO
«Eravamo orgogliosi che nostro figlio fosse andato a lavorare in quella fabbrica, in cui mio marito ha lavorato per 40 anni, noi la chiamavamo “la fabbrica d’oro”. Dal giorno della tragedia invece ci sentiamo in colpa e non ci sopportiamo nemmeno più tra noi». È questa la drammatica testimonianza che Grazia Cascino, la mamma di Rosario Rodinò, ha reso questa mattina alla ripresa del processo per il rogo alla Thyssenkrupp del 6 dicembre 2007, in cui sono imputati 6 dirigenti e responsabili delle acciaierie. L’udienza di oggi è, infatti, dedicata alle deposizioni dei parenti delle vittime poichè le loro audizioni sono state anticipate rispetto al calendario previsto per i testi per consentire ai parenti chiamati a testimoniare di poter poi seguire il processo in aula (cosa che non possono fare i testimoni che non hanno ancora deposto).

Grazia Cascino parla per prima: «Ridatemi indietro mio figlio»
«Voglio sapere perchè mio figlio è morto – ha detto Grazia Cascino con la voce rotta dal pianto, rispondendo alle domande degli avvocati – sono sempre lì a casa che aspetto di sentire che con le chiavi apra la porta ed entri». Alle domande del legale di parte civile sui rapporti in famiglia prima e dopo la tragedia, la madre di Rosario ha detto che il figlio «era un fratello per i suoi nipoti e un figlio per i suoi cognati. Adesso -ha proseguito- non c’è più la gioia di stare tutti insieme, quando stiamo insieme parliamo solo della tragedia». La mamma di Rondinò, interrogata sui racconti lavorativi del figlio, ha poi ricordato: «verso la fine mi aveva detto “se lì dentro scoppia qualcosa non si salva nessuno”». La deposizione si è conclusa con la domanda di un avvocato della difesa che le chiedeva se fosse stata risarcita «Ridatemi mio figlio indietro» ha risposto la signora con la voce ancora rotta. «Signora, se avessimo questo potere…» ha ribattuto, turbata, la presidente della Corte, Maria Iannibelli.

La sorella di Rondinò: «Mi hanno tolto la gioia di diventare mamma»
Toccante anche la deposizione della sorella di Rosario, Laura Rondinò, che ha esordito mostrando agli avvocati della difesa la maglietta con una vecchia foto di una gita al mare in famiglia. «Quando è successa la tragedia -ha poi ricordato la donna- ero all’ottavo mese di gravidanza, aspettavo due gemelle e quando sono entrata in sala parto mi sono imposta di non soffrire, di non gridare perchè mio fratello aveva sofferto molto di più. Mi hanno tolto la gioia del diventare mamma». E adesso, le chiedono, come sono i rapporti in famiglia? «La tragedia ha influenzato anche la relazione con mio marito -risponde la donna- prima facevamo di tutto, ci divertivamo tutti insieme, adesso non ho più voglia di fare nulla. Lui cerca di starmi vicino -prosegue- ma io sono scontrosa, arrabbiata, cattiva, ma non mi sento più cattiva degli assassini di mio fratello».

Il collega: «Ricordo l’odore di carne bruciata e le urla strazianti». L’Asl
Molto crudo, invece, il resoconto di Fabio Simonetta, uno dei colleghi delle vittime prontamente intervenuto sulla scena del rogo. «Non si vedeva niente -ha ricordato Simonetta- C’erano fiamme alte fino al soffitto, fumo. E si sentiva odore di carne bruciata. Ho visto Roberto Scola e Angelo Laurino straziati dalle fiamme, in uno stato orribile. Scola urlava “portatemi via”. Provai a telefonare all’infermeria, poi cercai di spegnere l’incendio: afferrai la manichetta di un idrante ma si staccò». L’operaio fu tra coloro che portarono fuori dal locale Scola e Laurino («urlavano dal dolore, avevo paura a toccarli, non dimenticherò mai e sono in preda ai sensi di colpa perchè volevo fare di più») e poi, intossicato dal fumo, venne portato a sua volta in ospedale. Interrogato, infine, sulle condizioni e sulle modalità di lavoro, Simonetta ha detto che «c’erano incendi tutti i giorni: in prima battuta dovevamo intervenire noi, poi chiamare la squadra di emergenza, composta da due colleghi. Per quanto riguarda invece le ispezioni dell’Asl venivamo avvertiti almeno due giorni prima, e allora ci mettevano a pulire». La circostanza, che era già emersa durante le indagini sull’incendio, è stata quindi confermata. Infine, ha sottolineato ancora il testimone, «Dal settembre 2007 le cose erano molto cambiate: la manutenzione non si effettuava più e anche la ditta addetta alle pulizie degli impianti passava più di rado».

Il processo riprenderà il 3 marzo, in aula Boccuzzi
Simonetta è stato l’ultimo testimone ascoltato nell’udienza di questa mattina, la Corte ha infatti rinviato il processo al 3 marzo. In questa occasione dovrebbe essere convocato in aula Antonio Boccuzzi, uno degli operai sopravvissuti al rogo, oggi parlamentare del Pd.

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17 febbraio 2009
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Campi rom, tesserino per entrare e alle dieci di sera cancelli chiusi

Il commissario cambia le regole, accesso vietato anche ai parenti

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di GIOVANNA VITALE

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Campi rom, tesserino per entrare e alle dieci di sera cancelli chiusi
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ROMA – Doppio cordone di sicurezza 24 ore su 24: dentro e lungo il perimetro del campo nomadi. Obbligo di identificare chiunque entri: sia i residenti, cui verrà rilasciato un tesserino con fotografia e dati anagrafici, sia i visitatori occasionali. Obbligo di annotare tutti gli ingressi su due registri appositi. Divieto di accesso, parcheggio e transito di veicoli e motoveicoli. Divieto di ospitare parenti o amici dopo le 22. Divieto di accendere fuochi fuori dalle aree autorizzate. Sono alcune delle norme contenute nel “Regolamento per la gestione dei villaggi attrezzati per le comunità nomadi nel Comune di Roma” che verrà presentato tra domani e venerdì.

Un lungo elenco di diritti e doveri, requisiti per la permanenza e l’accesso, permessi e modalità di esercizio con cui, d’ora in avanti, verranno costantemente monitorati e controllati i dieci campi rom della capitale. Un numero ancora in via di definizione, però: come infatti precisato dal sindaco Alemanno, ai sette insediamenti già esistenti sul territorio comunale se ne aggiungeranno presto altri due o tre, da realizzare ex novo in altrettante aree di periferia.

Tutti saranno dotati di un ferreo dispositivo di vigilanza, che potrà essere rafforzato con l’utilizzo di telecamere: le forze dell’ordine pattuglieranno l’esterno, dentro ci sarà un presidio fisso di vigili urbani o, in alternativa, di guardie giurate, che dovranno garantire la sicurezza interna, compilare il registro delle presenze, verificare l’identità dei visitatori e annotare ogni ingresso.

Messo a punto dal prefetto Giuseppe Pecoraro nella sua veste di commissario per l’emergenza nomadi, si tratta del primo “testo unico” dei campi romani. L’obbiettivo è chiaro: disciplinare in modo univoco la gestione e le regole di condotta cui gli zingari devono attenersi se vogliono essere ammessi negli insediamenti autorizzati, che il Campidoglio gestirà insieme a un Comitato consultivo di cui fanno parte, oltre ai rappresentanti del Comune, Asl, vigili del fuoco, polizia, carabinieri e un delegato rom. Gli unici dove i nomadi potranno vivere, una volta che la nuova disciplina entrerà in vigore.


Requisiti. Per conquistare la “residenza” nel villaggio, che sarà valida per due anni, bisognerà ricevere l’autorizzazione del Dipartimento alle Politiche sociali, cui spetta il rilascio del permesso e l’assegnazione in uso delle piazzole di sosta per le roulotte, dei prefabbricati e dei servizi. Dopodiché, entro 30 giorni, si verrà iscritti nei registri anagrafici della popolazione residente del Comune di Roma.

Chi però ha subìto una condanna definitiva o un periodo di detenzione superiore a due anni, non si presenti nemmeno: verrà respinto. Quanto al resto, gli extracomunitari dovranno essere in possesso di un regolare permesso di soggiorno o titolo equipollente; gli italiani e i cittadini comunitari di un documento di identità valido. Chi non è in grado di esibire né l’uno né l’altro, dovrà dimostrare la permanenza in Italia da almeno dieci anni.

Tessera di identificazione
. Per entrare nei campi sarà obbligatorio farsi identificare. Perciò a tutti gli abitanti, bambini compresi, verrà consegnata una tessera munita di fotografia e corredata dai dati anagrafici.

Doveri. Oltre ad aderire ai percorsi di formazione e integrazione eleborati dal Campidoglio, i residenti nei campi dovranno seguire precise regole di condotta. Fra cui: divieto di ospitare persone non registrate o comunque non autorizzate; divieto di accendere fuochi fuori dalle aree appositamente attrezzate e comunque mai bruciare materiale inquinanti o pericolosi; divieto di accesso, parcheggio e transito di veicoli e motoveicoli; garantire l’uscita di parenti o visitatori occasionali entro le 22; pagare le bollette dell’acqua, della corrente e del gas, nonché il canone mensile per l’utlizzo della piazzola di sosta e per i rifiuti; usare solo elettrodomestici a norma.

Revoca dell’autorizzazione. Pesante la sanzione per chi sgarra: l’espulsione dal campo entro 48 ore dalla revoca. In caso di rifiuto, il sindaco può chiedere l’intervento della forza pubblica. Perderà il diritto a vivere nel villaggio chi viola i doveri e le regole di condotta sopra elencati; abbandona la struttura assegnata all’interno del villaggio per un periodo superiore a tre mesi, salvo non sia stato espressamente consentito; rifiuta più volte l’inserimento lavorativo; viene condannato, con sentenza definitiva, a oltre 2 anni di carcere per reati contro il patrimonio o la persona; tiene comportamenti che creano grave turbamento alla sicura e civile convivenza.

Comitato degli abitanti. Al fine di promuovere corrette relazioni tra chi gestisce il campo e gli zingari, viene indetta l’elezione di un Comitato di rappresentanza degli abitanti: cinque membri che restano in carica un anno ed eleggono al suo interno un presidente.

Presidio socio-educativo. Si occuperà di favorire i percorsi di integrazione e scolarizzazione, nonché l’assistenza socio-economica e culturale dei rom. Resterà aperto però solo in orario d’ufficio.

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17 febbraio 2009
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CINA – “Uova false che causano ritardi mentali”

Nuovo scandalo dopo il latte alla melamina. Le uova sarebbero prodotte con l’aggiunta di sostanze chimiche quali alumina, alginato di sodio, cloruro di calcio, benzoato di sodio e gelatina

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UovaHong Kong, 17 feb. – Dopo il latte alla melamina la Cina è alle prese con un nuovo scandalo alimentare, quello delle uova false che possono causare ritardi mentali. Ne ha dato notizia il quotidiano di Hong Kong, ‘The Standard’. Le uova sarebbero di facile fabbricazione, sarebbero prodotte con l’aggiunta di sostanze chimiche quali alumina, alginato di sodio, cloruro di calcio, benzoato di sodio e gelatina. Sarebbero inoltre disponibili ad un prezzo irrisorio: una decina costerebbe solo l’equivalente di 5 centesimi di euro, contro i 30 delle uova vere. Il quotidiano ha citato il dottor Lo Wing-lok, secondo il quale il consumo abituale di aluminio può causare problemi mentali*. La formula per fabbricare le uova circola su vari siti web cinesi.

*leggi l’approfondimento

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2009/02/17/152077-uova_false_causano_ritardi_mentali.shtml

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https://i0.wp.com/www.euless.org/recycling/images/Alumina-Hands.jpg

ALLUMINIO

Descrizione

L’alluminio è un oligoelemento che può essere pericoloso e persino mortale se assunto in quantità eccessive. La funzione dell’alluminio nella nutrizione umana non è stata stabilita. L’alluminio indebolisce i tessuti del canale alimentare, il tubo digerente dalla bocca all’ano. Molti degli effetti nocivi dell’alluminio vengono dalla distruzione delle vitamine. L’alluminio si combina con molte altre sostanze impedendone l’uso al corpo.
L’alluminio non è mai da solo allo stato naturale ed è parte di molti alimenti di origine animale e vegetale. Può anche essere trovato nell’acqua potabile perché il solfato d’alluminio è un elemento usato nel processo di purificazione dell’acqua e tracce d’alluminio possono restare dopo il filtraggio. L’alluminio viene aggiunto generalmente al sale da cucina per evitarne l’indurimento. Viene utilizzato in alcuni prodotti contro l’acidità di stomaco. Esso viene anche utilizzato nelle pellicole per avvolgere alimenti, negli utensili da cucina, negli attrezzi, nei deodoranti, nel lievito, come emulsionante in alcuni formaggi fusi e per sbiancare la farina.

Assimilazione ed immagazzinamento

L’alluminio viene facilmente assorbito dal corpo e accumulato nelle arterie. Le maggiori concentrazioni si trovano nei polmoni, nel fegato, nella tiroide e nel cervello. Generalmente la maggior parte dell’alluminio assunto dal corpo viene poi eliminato. Secondo Adelle Davis, il magnesio può sostituirsi all’alluminio all’interno del corpo.
La maggior parte dell’alluminio assunto con l’alimentazione viene dagli additivi alimentari (come nel caso dei formaggi lavorati). Gli alimenti acidi, come il rabarbaro, se vengono cotti in recipienti di alluminio possono assorbire piccole quantità del minerale. Il corpo si adatta ad assunzioni di dosi maggiori col tempo, ma nei giovani che soffrono di ipofosfatemia (uno scarso livello di fosforo nel sangue, come nel rachitismo), o negli individui con disfunzioni del metabolismo osseo, questo adattamento può essere più difficile.

Dosaggio e tossicità

Il contenuto totale di alluminio nel corpo di un individuo adulto varia da 0 a 150 milligrammi. La quantità media ingerita giornalmente va dai 10 ai 100 milligrammi. Di questa quantità il corpo riesce facilmente a eliminare una percentuale che va dal 74 al 96%. Quantità medie contenute negli alimenti non interferiscono con l’assorbimento e l’utilizzazione del calcio, del fosforo, dello zinco, del rame, del selenio, del ferro e del magnesio. Si ritiene che possa ostacolare l’assorbimento del fluoruro, ma sull’argomento devono essere fatti maggiori studi.
Quantità eccessive di alluminio possono dare sintomi da avvelenamento come stitichezza, coliche, perdita dell’appetito, nausea, disturbi dermatologici, spasmi muscolari agli arti inferiori, sudorazione eccessiva, e perdita di energia. Un paziente con sintomi di intossicazione da alluminio, che presentava sintomi di irritabilità, scarsa memoria e difficoltà di concentrazione è stato curato con degli integratori al magnesio. I pazienti con sintomi di avvelenamento da alluminio dovrebbero abbandonare l’uso di utensili da cucina realizzati in questo materiale. I dottori consigliano spesso di non bere l’acqua del rubinetto. Il rischio di intossicazione può essere ridotto se i livelli di calcio nel sangue sono buoni.

Grosse dosi di alluminio possono causare osteomalacia nei dializzati. I problemi cronici ai reni causano un aumento delle malattie provocate dall’alluminio.
Piccole quantità di sali solubili di alluminio presenti nel sangue causano una forma di avvelenamento lenta, caratterizzata da paralisi motoria e intorpidimento di alcune parti del corpo con degenerazione grassa dei reni e del fegato. Possono presentarsi anche cambiamenti anatomici nei centri nervosi e sintomi di infiammazione gastrointestinale. Questi sintomi sono il risultato dello sforzo del corpo per eliminare il veleno.
E’ stato scoperto che il gel di idrossido d’alluminio, un antiacido per lo stomaco, può ridurre il fosfato del sangue provocando la dissoluzione ossea, i dolori e l’indebolimento muscolare. L’ingestione di alluminio riduce la massa ossea e la formazione della matrice e dell’osso periostale. Le persone predisposte all’osteoporosi dovrebbero essere particolarmente attente all’ingestione di alluminio. Grosse quantità aumentano l’eliminazione urinaria da due a cinque volte.

L’intossicazione è stata associata a disturbi della terza età. L’applicazione di quantità infinitesimali di alluminio sulla superficie cerebrale di alcuni animali ha causato crisi epilettiche e convulsioni. Altri esperimenti hanno dimostrato che iniettando sali d’alluminio nel fluido che circonda il cervello si ottengono sintomi simili a quelli della demenza senile. In altri esperimenti, i gatti a cui era stato somministrato l’alluminio sono diventati più lenti nell’apprendimento. La quantità di alluminio nel cervello del gatto era equivalente a quella trovata nel cervello di persone affette da una malattia senile chiamata “morbo di Alzheimer”. Nel cervello delle persone colpite da questa malattia sono stati trovati livelli di alluminio da 10 a 30 volte superiori alla norma. Quantità eccessive del minerale associate alla carenza di alcuni altri minerali possono predisporre a questa malattia. La relazione tra l’alluminio e il morbo di Alzheimer dovrebbe consigliare di evitare l’uso di sostanze ricoperte di alluminio. La cura dovrebbe includere medicinali che si combinano con l’alluminio per diminuirne l’assorbimento e aumentarne l’eliminazione.
Le persone che prendono antiacidi che contengono alluminio dovrebbero integrare con dosi di calcio di 2500 mg. L’alluminio degli antiacidi ostacola anche l’assorbimento del fosfato. Gli alcolizzati che prendono antiacidi corrono un rischio ancora più elevato. Si pensa che la malattia di Lou Gehrig possa essere causata da livelli elevati di alluminio associati con esposizione a manganese.

Effetti da carenza e sintomi

Non ci sono informazioni disponibili sull’argomento.

Effetti benefici nelle malattie.

Non ci sono informazioni disponibili sull’argomento.

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Non si intende far utilizzare le nozioni contenute in queste pagine per scopi diagnostici o prescrittivi.
Per qualsiasi trattamento o diagnosi di malattia, rivolgetevi ad un medico competente.

Le informazioni sono tratte da “Almanacco della Nutrizione”
di Gayla J. Kirschmann e John D. Kirshmann
edito da
Alfa Omega Editrice
Via San Damaso,23 – 00165 Roma
Tel. (06) 630398 Fax 632196

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fonte: http://www.laleva.cc/almanacco/alluminio.html

Boom di agenti aggrediti: Rivolta degli automobilisti

Nel 2008 quasi 1200 automobilisti hanno picchiato chi fa controlli su strada

Un numero impressionante, in forte ascesa (+34%) rispetto all’anno precedente

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di VINCENZO BORGOMEO

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“Patente e libretto”: alla più classica delle domande da parte di fa controlli su strada nel 2008 ben 1167 automobilisti in Italia hanno risposto con una violenta aggressione. Un numero impressionante, in forte ascesa visto che rispetto all’anno precedente i casi sono in aumento del 34 per cento. Sono questi i dati che arrivano dall’osservatorio “Sbirri Pikkiati” che pubblichiamo in anteprima e che sono il frutto di un’inchiesta pubblicata sul prossimo numero de il Centauro, rivista ufficiale dell’Asaps, associazione amici polizia stradale. Il fenomeno delle aggressioni agli agenti della Stradale è semisconosciuto e riguarda ovviamente solo i casi più gravi, quelli in cui c’è stato bisogno di un ricovero o di cure mediche. Per cui la realtà (fatta di schiaffi, insulti o spintoni) va perfino oltre i dato dell’Asaps.
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“E’ un fenomeno – spiega infatti il presidente dell’Asaps Giordano Biserni – purtroppo sottovalutata. In realtà si tratta della punta di un gigantesco iceberg visto che nel solo 2004 (ultime statistiche ISTAT disponibili) le persone denunciate per violenza o resistenza a Pubblico Ufficiale sono state 25.800: nel corso dello stesso anno ne sono state condannate 10.928″.

In ogni caso dal 2007 al 2008 l’incremento è stato impressionante, un vero e proprio boom, secondo l’Asaps in parte ricollegabile con l’aumento dei controlli alcolemici. I test con precursori ed etilometri sono infatti cresciuti del 76%): “È stata monitorata – commenta il presidente dell’Asaps – la stretta correlazione all’uso di alcol e di armi proprie o improprie, facendo rilevare che il 57,6% della violenza è alcol-correlata: in pratica più di un episodio su due” (672 aggressioni su 1.167). Nel 2007 la percentuale era stata del 55,9%. Il 21,1% degli attacchi (246) è stato invece sferrato mediante l’uso di un’arma propria o impropria, considerando tale ogni mezzo in grado di amplificare la forza fisica, come ad esempio un veicolo lanciato contro un agente. La percentuale si fermò 19.5% nel 2007.

Non solo, una grave colpa va anche alla popolazione straniera residente in Italia: 460 eventi (39,4%) hanno come protagonista “i forestieri”, la gran parte dei quali in stato di ebbrezza. Nel 2007 erano stati però il 41,7%.

Anche la divisione per aree geografiche lascia di stucco: la maggior parte degli episodi avviene al nord, con 601 eventi (51,5%), mentre nel Mezzogiorno e nel Centro del Paese si osservano rispettivamente 280 (24%) e 286 episodi (24,5%). Possibile? Chi ha fatto la ricerca spiega che proprio al settentrione c’è un maggior abuso di alcol e che i controlli siano più intensi e severi, come dimostrano le rilevazioni per il prelievo dei punti dalla patente. Mentre l’analisi in relazione alla forza di polizia oggetto di aggressione denuncia che la Polizia di Stato ha subito 391 aggressioni, corrispondenti al 33,5%), i Carabinieri (603 episodi, pari al 51,7%), le forze di Polizia Locale (184 eventi e quindi il 15,8% del totale) ed “Altro”, intendendo con quest’ultima voce le divise che in generale non effettuano controllo del territorio, i Pubblici Ufficiali o gli Incaricati di Pubblico servizio, comprendendo anche conducenti di autobus (o ferrovieri), guardie private e sanitari (74 casi, corrispondenti all’6,3%) delle violenze.
Una cosa è certa: c’è un crescente rancore verso chi interviene in difesa dei più deboli e della legalità.

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17 febbraio 2009
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