Archivio | febbraio 18, 2009

Berlusconi scherza sui desaparecidos. L’Argentina convoca l’ambasciatore

Battuta infelice del premier durante la campagna elettorale in Sardegna sulle persone gettate dagli aerei:

“Erano belle giornate… li facevano scendere…”

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Palazzo Chigi: “Parole stravolte, si tratta di un attacco calunnioso”
Fassino: “Gaffe indecente, si scusi”. L’Idv: “Così scredita l’immagine del Paese”

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BUENOS AIRES – Una ‘battuta’ sui desaparecidos pronunciata da Silvio Berlusconi durante la campagna elettorale in Sardegna rischia di creare un caso diplomatico: il governo argentino ha convocato l’ambasciatore italiano a Buenos Aires, Stefano Ronca, a cui ha espresso “preoccupazione e disagio” per le affermazioni sui dissidenti di Silvio Berlusconi riportate oggi dal quotidiano locale Clarin.

Secondo il giornale, che in un articolo di mezza pagina richiamato in prima col titolo “Berlusconi macabro con i desaparecidos” cita un servizio de l’Unità di sabato scorso, in cui sono riportate le frasi pronunciate dal premier durante la campagna elettorale in Sardegna (GUARDA IL VIDEO), il presidente del Consiglio ha ironizzato sul dramma dei dissidenti lanciati in mare dagli aerei affermando: “Erano belle giornate, li facevano scendere dagli aerei..”. Il riferimento è al dramma dei ‘voli della morte’, tramite i quali i militari nell’ultima dittatura (1976-83) gettavano nelle acque del Rio de la Plata i sequestrati ancora vivi e addormentati.

L’ambasciatore italiano si è impegnato a “verificare le frasi attribuite a Berlusconi e a informarne il governo argentino”. Tutto un equivoco, secondo Palazzo Chigi, che in serata ha diramato un comunicato in cui definisce l’episodio un “attacco calunnioso e assolutamente ingiustificato, che provoca indignazione” e parla di polemiche gonfiate su un finto caso Argentina. “Le parole del Presidente del Consiglio sono state, infatti, completamente stravolte e addirittura rovesciate quando era chiarissimo che egli stava sottolineando la brutalità dei ‘voli della morte’ messi in opera dalla dittatura argentina di quel tempo”.
Dal Clarin le dichiarazioni di Berlusconi sono rimbalzate su televisioni e siti online provocando accese reazioni: a Buenos Aires la presidente delle Nonne di Plaza de Mayo, Estela de Carlotto, ha detto di “sentirsi offesa” dopo aver letto quanto riferito dal quotidiano. “Nei confronti degli argentini – ha ricordato – c’è sempre stata grande solidarietà, sia dai precedenti governi italiani sia da parte della giustizia”. Dello stesso umore anche Angela “Lita” Boitano e Vera Jarach, cittadine italiane, madri di desaparecidos, che hanno chiesto di incontrare l’ambasciatore Ronca: “Scherzare sui desaparecidos e i ‘voli della morte’ non è ammissibile”, ha detto Jarach, ricordando che si tratta di “delitti di lesa umanità commessi dal terrorismo di Stato” durante l’ultima dittatura argentina.

Anche in Italia i commenti non si sono fatti attendere. “Una gaffe indecente, che suona gravissima offesa alle migliaia di ragazze e ragazzi rapiti, torturati e uccisi negli anni di una delle più sanguinose dittature dell’America Latina”: così Piero Fassino definisce l’uscita berlusconiana, e aggiunge: “Voglio sperare che Berlusconi abbia la sensibilità di scusarsi con il governo argentino e con le famiglie di quelle povere vittime, evitando nel futuro di procurare ulteriori pessime figure al popolo italiano”.

Analoga richiesta arriva anche dall’Italia dei Valori: “Le continue pagliacciate di Berlusconi sulla scena internazionale hanno screditato l`immagine del nostro paese nel corso degli anni. Stavolta è davvero troppo. Scherzare sull`orribile fine dei desaparecidos in Argentina, tra cui anche nostri connazionali, è imperdonabile. Bene ha fatto il governo di Buenos Aires a convocare il nostro ambasciatore. E`dovere di Berlusconi scusarsi e del ministro Frattini venire immediatamente a riferire in aula”, ha dichiarato Fabio Evangelisti, capogruppo vicario dell’Idv alla Camera.

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18 febbraio 2009

fonte: http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/politica/berlusconi-desaparecidos/berlusconi-desaparecidos/berlusconi-desaparecidos.html?rss

IL MARCEGAGLIA-PENSIERO – «Il Tfr per un anno resti in azienda» / Crisi, Scajola contro Confindustria: “I corvi diffondono pessimismo”

«Oppure potrebbe essere utilizzato per creare un fondo di garanzia per le pmi»

Marcegaglia: «Per un anno i flussi non vadano all’Inps, ma vengano usati per finanziare le imprese»

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Emma Marcegaglia (Imageconomica)
Emma Marcegaglia (Imageconomica)

FOGGIA – La proposta farà discutere. Le imprese potrebbero finanziarsi con i soldi dei lavoratori. Almeno di quelli che hanno deciso di lasciare il trattamento di fine rapporto (Tfr) in azienda e di non destinarlo ad un fondo pensione. « Si potrebbe arrivare alla decisione che per un anno i flussi di Tfr non vadano all’Inps, ma vengano tenuti all’interno delle imprese». Oppure i flussi del Tfr potrebbero servire a «creare un fondo di garanzia che aiuti il sistema del credito alle piccole e medie imprese». È una delle proposte lanciate dal presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, per superare la crisi economica in Italia. Marcegaglia lo ha detto incontrando i giornalisti a Foggia dopo una riunione con gli imprenditori locali.

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18 febbraio 2009

fonte: http://www.corriere.it/economia/09_febbraio_18/marcegaglia_tfr_inps_f5f6b666-fdc3-11dd-aa50-00144f02aabc.shtml

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Duro intervento del ministro dello Sviluppo economico a un convegno Fim-Cisl

“Riviste sistematicamente al ribasso le stime effettuate dagli istituti internazionali”

“Nel nostro Paese crisi meno accentuata rispetto ad altri Paesi industrializzati”

Crisi, Scajola contro Confindustria "I corvi diffondono pessimismo"Il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola

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ROMA – I “centri studi nazionali si compiacciono di diffondere il pessimismo, rivedendo sistematicamente al ribasso di mezzo punto percentuale le stime effettuate dagli istituti internazionali”. Lo ha detto il ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola in occasione di un suo intervento a un convegno della Fim-Cisl.

“Finiamola con questi corvi che passano per strada – ha sottolineato Scajola – Sono perplesso per gli scenari diffusi da Confindustria ogni volta che escono valutazioni di organismi internazionali tipo Ocse o Fmi. Vedo sempre posizioni dure di Confindustria e ogni volta c’è un carico”, ha detto il ministro riferendosi alle ultime previsioni sul Pil riviste ulteriormente al ribasso dal centro studi di Confindustria (oltre il 2,5% in corso d’anno).

Nel suo intervento, il ministro ha inoltre detto che “secondo le recenti stime del Fondo monetario, la ripresa per l’Italia arriverà nel 2010. Nessuno può dire oggi se queste previsioni saranno confermate, tantomeno quei centri studi nazionali che si compiacciono di diffondere il pessimismo, rivedendo sistematicamente al ribasso di un mezzo punto percentuale le stime effettuate dagli istituti internazionali”.

Il ministro ha invitato a non “cedere alla rassegnazione” anche perché lo stesso Fondo ha sottolineato che “nel nostro Paese la crisi si è manifestata con caratteri meno accentuati rispetto ad altri Paesi industrializzati”. “Abbiamo certo un problema di crescita ma – ha aggiunto Scajola – non si è verificata l’implosione del mercato finanziario nè il collasso del settore immobiliare e il governo sta facendo il possibile, nel rispetto dei vincoli di bilancio, per salvaguardare la struttura produttiva del Paese”.

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18 febbraio 2009
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Incredibile Mission One, moto elettrica da marziani

<B>Mission One, moto elettrica</B>

E’ la superbike elettrica più veloce del mondo: ha l’equivalente di 140 cavalli e si ricarica in sole due ore. Costa 52 mila euro

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di VINCENZO BORGOMEO

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Costa cara: 52 mila euro. Ma la Mission One è davvero qualcosa di unico, a metà strada fra la moto di un marziano e quella di Valentino Rossi: il design è infatti choc, frutto del genio Yves Behar, l’uomo diventato famoso per l’auricolare Bluetooth trasformato in gioiello e il motore è elettrico. Non uno qualsiasi, ma un propulsore che sviluppa la potenza record equivalente a 140 Cv, con una coppia massima (la vera forza del motore) disponibile già a 0 giri, subito.
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Si presenta così la moto elettrica più veloce del mondo, capace di umiliare in accelerazione qualsiasi altra due ruote mai vista sulla faccia della terra. La velocità massima (autolimitata) dichiarata è di 240 orari, ma c’è di più: grazie alle batterie agli ioni di litio questa super moto si ricarica completamente in sole due ore e con un “pieno” è in grado di camminare, anzi, di correre, per 240 chilometri.


Tanta meraviglia sarà in vendita fra un anno, inizialmente con una produzione in piccola serie per affinare ancora il prodotto e renderlo più adatto all’uso quotidiano: dalla Mission One deriverà infatti un modello meno estremo, da usare possibilmente in città dove le moto elettriche possono portare maggiori benefici in termini di salvaguardia dell’ambiente.

La Mission One nasce infatti come mezzo estremo per dimostrare le potenzialità delle moto elettriche e anche per questo il prossimo 12 giugno correrà al TtxGp, il primo Gp a zero emissioni sull’Isola di Man. Da qui anche il design avanzatissimo, fatto di un muso spettacolare che vede i fari inglobati nella parte bassa della carenatura e una coda, finalmente libera da impianti di scarico, disegnata solo per piacere.

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18 febbraio 2009
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USA – Addio “numero privato”, mai più chiamate nascoste

Un’azienda americana ha allestito un servizio che permette ai cellulari dei suoi utenti di identificare il numero celato e all’occorrenza anche l’identita del titolare

Per ora solo negli Usa

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di MARCO PASQUA

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Addio, "numero privato" mai più chiamate nascoste
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Chi non ha mai amato ricevere sul proprio cellulare le classiche telefonate anonime, in cui il numero del chiamante è oscurato, potrà adesso contare su un alleato che promette di smascherarle tutte. Si chiama Trapcall (o “chiamata in trappola”), il nuovo servizio lanciato in questi giorni dalla TelTech Systems, un’azienda del New Jersey. Servizio “unico al mondo”, secondo quanto dichiarato dai suoi creatori, ma, per adesso, ad uso e consumo esclusivo degli americani.

Altre opzioni offerte sono la possibilità di creare una lista nera di numeri dai quali non si vuole più essere raggiunti, e di ottenere nome, cognome e persino l’indirizzo del chiamante. La stessa azienda aveva già fatto discutere nel 2005, quando aveva presentato un altro controverso servizio in abbonamento e ancora sul mercato: la “Spoof Card” che, nell’effettuare una chiamata, permette di camuffare il proprio numero, inviandone dunque al ricevente uno totalmente falso.

Partiamo dalla trovata più recente: la TrapCall. Il funzionamento è estremamente semplice: quando si riceve una telefonata anonima sul proprio cellulare, basterà premere il bottone attraverso il quale normalmente si sceglie di rifiutarla. Mentre chi vi chiama continuerà a sentire la linea libera, la telefonata sarà inoltrata ad una apposita centrale predisposta dalla TelTech Systems, che provvederà a smascherare quel numero, e a reinoltrarlo sul vostro cellulare. L’intera operazione dura pochi secondi.

Dietro a questo meccanismo c’è un espediente in realtà abbastanza banale, relativo alla gestione delle telefonate anonime da parte dei numeri verdi. In America, infatti, quando si effettua questo genere di chiamata, tutti i numeri vengono automaticamente resi visibili (fondamentalmente perché è il ricevente a pagare per quella chiamata e deve sapere da dove proviene). Trapcall non fa altro che indirizzare la telefonata diretta al vostro cellulare ad un numero verde interno, che può dunque effettuare l’operazione di “rivelazione”. Per far funzionare il tutto, bisogna registrarsi tramite il sito: a quel punto si riceverà un codice, col quale reimpostare il proprio cellulare.

Attualmente il servizio è disponibile su buona parte degli operatori telefonici americani, e su ogni genere di dispositivo portatile. Abbonandosi è anche possibile ricevere i dati anagrafici del chiamante (nome, cognome e la residenza). Dati, dicono dalla TelTech, che sono stati reperiti attraverso dei comuni database commerciali. Il servizio di abbonamento basic, definito “trappola per mosche”, è gratuito, e richiede solo la registrazione on-line: offre il riconoscimento delle chiamate anonime, e la possibilità di creare una blacklist di numeri dai quali non si vuole essere raggiunti (il chiamante riceverà una comunicazione generica di telefono non raggiungibile).

Con circa 10 dollari al mese, invece, si aderisce al piano “trappola per topi”: in questo caso si ha anche la possibilità di conoscere il nome e il cognome del chiamante. L’opzione tariffaria più dispendiosa è quella da 25 dollari al mese e si chiama “trappola per orsi”: oltre ai servizi precedenti, dà la possibilità di registrare le telefonate in entrata e di ricevere tutte le coordinate anagrafiche, inclusa la residenza, di chi vi sta chiamando.

C’è un unico caso in cui questo sistema di smascheramento del numero non funziona: è proprio quando si utilizza la carta telefonica “SpoofCard”, lanciata sul mercato nel 2005, guardacaso dalla stessa azienda, e acquistata già da centinaia di migliaia di utenti. Con questo servizio è possibile inventarsi di sana pianta il proprio numero prima di effettuare una chiamata. Ma non sono mancate le polemiche, visto che in America ha generato la cosiddetta moda dello “swatting”. Si chiama la polizia, facendo apparire il numero della vittima dello scherzo, e si simula un rapimento. E, ovviamente, la polizia invierà sul posto una squadra d’assalto.

La TelTech Systems prende naturalmente le distanze dagli usi illeciti delle sue “creature”, e fa notare di aver sempre collaborato con le forze dell’ordine, permettendo di far arrestare molte persone, inclusi alcuni hacker che erano riusciti ad accedere alle caselle vocali di gente famosa o a far riattivare delle carte di credito. L’abbonamento, in questo caso, prevede l’acquisto di minuti di chiamate: si parte da 60 (per 10 dollari) e si arriva a 480 minuti (per 80 dollari). Sul sito ufficiale della SpoofCard si promette che “a breve sarà disponibile anche per effettuare chiamate internazionali”, dall’America verso altri Paesi.

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18 febbraio 2009
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Scoperta archeologica italiana: i tesori di Sumhuram, città dell’incenso

Ricostruzione della cinta muraria e dell'assetto urbano di Khor Rori.

Ricostruzione della cinta muraria e dell’assetto urbano di Khor Rori.
Copyright: Università degli Studi di Pisa

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di Sergio Rinaldo Tufi
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ROMA (18 febbraio) – Dal 1996 una missione dell’Università di Pisa lavora nell’Oman, in collaborazione con le autorità del Sultanato, nella regione del Dophar, nota in antico come “Paese degli aromi”: eccellente soprattutto la qualità dell’incenso. Fra i vari siti oggetto dell’ intervento spicca la città fortificata di Khor Rori, l’antica Sumhuram, costruita su uno sperone di roccia presso una splendida insenatura naturale alla foce del fiume Dorbat, che prima di gettarsi nel Mare Arabico si allarga in un’ampia laguna.

Un poderoso volume curato dalle direttrice della missione, Alessandra Avanzini, e appena pubblicato da “L’Erma” di Bretschneider (A port in Arabia between Rome and the Indian Ocean), consente di fare il punto su un’operazione che mira, dopo lo scavo, anche alla creazione di un parco archeologico. Una precedente missione americana (anni ’50 del secolo scorso) non aveva avuto modo di completare il lavoro: malgrado questo, il sito è stato inserito dall’UNESCO fra quelli censiti come “Patrimonio dell’umanità”. Sumhuram faceva parte del regno dello Hadramawt (il cui territorio in parte è compreso anche nell’odierno Yemen): uno dei grandi regni sud-arabici (insieme con Saba, Main, Qataban) che dall’inizio del 1° millennio a.C. avevano sviluppato una notevole cultura urbana (imponenti città cinte di mura) e un’ancor più notevole tecnica idraulica (grandi dighe a captare l’acqua dei torrenti impedendole di disperdersi nel deserto, come a Marib nel regno di Saba).

“Sumhuram” significa “il suo nome è alto”: il nome è probabilmente quello del veneratissimo dio Sin, cui era dedicato il principale edificio pubblico individuato nella città. Un tempio dalla pianta piuttosto complessa, di non facile lettura.

Oltre al tempio, altre architetture ci danno un’idea della rilevanza dell’insediamento: un quartiere residenziale, destinato a un ceto di ricchi mercanti; un’area di magazzini, sempre in funzione degli scambi di merci su ampia scala; una “piazza del mercato”; un tempio extraurbano; una poderosa cinta di mura con torri, più “sottili” a sud, verso il mare (circa 1,80 m.), più larghe sugli altri tre lati (fino a 3,30 m.!). Nelle mura si aprono porte, fra le quali una davvero monumentale.

La città vive fra III secolo a.C. e V d.C.: per tutto questo tempo, pur subendo varie ricostruzioni al suo interno, mantiene un’estensione costante, circa 8500 mq. Dimensioni non grandi: l’insediamento vive, in pratica, soprattutto in funzione del porto. Il porto ha due importantissime funzioni: base di partenza per l’esportazione dell’incenso, maggiore risorsa locale; ma anche tappa sulle grandi rotte che pongono le civiltà classiche del Mediterraneo in comunicazione con il sub-continente indiano.

L’incenso, si sa, è una resina che si ottiene dalla corteccia della Boswellia Sacra, un albero ancora ben presente nell’area di Khor Rori: è sempre stato molto ricercato, e si usava sia in riti religiosi e funerari (i Cristiani cominciarono a impiegarlo a partire dal IV secolo), sia come profumo. Ma per il porto di Sumhuram transitavano anche i raffinati prodotti provenienti dall’India: pepe e altre spezie, funghi, perle, avorio, stoffe, gusci di tartaruga.
Scambi commerciali su grandi distanze esistevano da tempi remoti, ma ad avvicinare culture diverse aveva fortemente contribuito la grande marcia verso Oriente di Alessandro Magno: debellato l’impero persiano, era giunto sulle rive dell’Indo. Oltre alla potenza dell’esercito macedone, “marciarono” con lui prestiti linguistici, progetti architettonici, influssi artistici; al tempo stesso, si apprezzarono in maggior misura le risorse di terre lontane.

Alessandro morì nel 323 a.C.: in Egitto, il grande condottiero aveva fondato fin dal 332, nel delta del Nilo, una grande città che recava il suo nome, Alessandria, che presto divenne punto di riferimento e di mediazione fra oriente e occidente. Costituiva, in tempi in cui il canale di Suez, ovviamente, non esisteva ancora, un cruciale “snodo” fra Mediterraneo e Mar Rosso (il quale a sua volta comunicava con il Mare Arabico e l’Oceano Indiano): a nord un grande porto (con il Faro, una delle sette meraviglie del mondo), a sud notevoli canali di collegamento con il Nilo, che si poteva risalire per lunghe distanze e che a sua volta, attraverso piste di terra, era raccordato appunto con i porti del Mar Rosso.

Quando nel 31 a.C. Ottaviano (che nel 27 avrebbe assunto il titolo di “Augusto”), battendo Antonio e Cleopatra, si impossessò dell’Egitto, le comunicazioni si fecero ancora più intense, anche perché forse fu proprio in età augustea che un enigmatico personaggio di nome Ippalo scoprì i vantaggi che poteva avere per la navigazione l’alterno soffio dei venti Monsoni. Non mancano fonti autorevoli: Strabone, Plinio e l’anonimo autore di un testo preziosissimo, il Periplo del Mare Eritreo. Conosciamo i nomi di una serie di porti fino all’India: ricordiamo fra gli altri Myos Hormos sul Mar Rosso, perché da lì si dice che salpassero ogni anno 120 navi, e Podouke, sulla costa sud-orientale della stessa India, perché è stato addirittura individuato e scavato negli anni ’40 del secolo scorso da una grande archeologo inglese, sir Mortimer Wheeler, nel sito detto oggi Arikamedu.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=47075&sez=HOME_SPETTACOLO


RISPARMI.. – Ing: perdite per 3,7 miliardi nel quarto trimestre 2008

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Il gruppo bancario e assicurativo olandese Ing ha registrato nel quarto trimestre 2008 una perdita netta di 3,7 miliardi di euro a causa di «un impatto senza precedenti della crisi finanziaria». È quanto comunicato dalla società.

Il mese scorso Ing Group ha ricevuto 10 miliardi di euro come aiuto di stato dal Governo olandese per cercare di superare la crisi finanziaria.

Sul mercato italiano il gruppo olandese è presente come banca online con il marchio IngDirect e commercializza il Conto Arancio e il Mutuo Arancio. La controllata italiana IngDirect, a differenza del gruppo, ha chiuso il 2008 in utile (38milioni di euro) e una crescita commerciale di 2 miliardi di euro con 166mila nuovi clienti, fino a raggiungere quota 20 miliardi di euro come volume di attività e 1.100.000 clienti totali. La crescita italiana è stata trainata dal business dei mutui che ha visto un incremento di 1,78 miliardi di euro.

Ieri, tra l’altro, la banca olandese ha fatto sapere che non rinnoverà la sua sponsorizzazione con la Renault dopo il Mondiale 2009 di Formula 1. La decisione fa parte del pacchetto di misure attuate per rispondere alla crisi economica mondiale.

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18 febbraio 2009

fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2009/02/ing-conti-perdita.shtml?uuid=f16f073a-fd8f-11dd-a045-7ddd7f20774b&DocRulesView=Libero

Lampedusa, rivolta nel centro di accoglienza: violenti scontri tra i migranti e la polizia

{B}Lampedusa, incendio nel centro accoglienza{/B}

Ieri 300 tunisini avevano iniziato lo sciopero della fame

La protesta contro il trasferimento a Roma in vista del rimpatrio

Il sindaco: “Gli immigrati hanno provocato l’incendio. Una decina di agenti intossicati”

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dall’inviato di Repubblica FRANCESCO VIVIANO

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LAMPEDUSA – Una rivolta è scoppiata questa mattina nell’ex Cpa ora trasformato in Cie (Centro di identificazione ed espulsione) di Lampedusa, che attualmente ospita oltre 800 immigrati, in gran parte tunisini. Nel complesso si è sviluppato anche un incendio di vaste proporzioni. Le forze dell’ordine, che hanno chiamato rinforzi, sono intervenute con i lacrimogeni per cercare di riportare la calma all’interno della struttura. Ci sono stati scontri e ci sarebbe un numero imprecisato di feriti e ustionati tra gli extracomunitari, i poliziotti e i vigili del fuoco. “La colpa è del governo che ha trasformato il centro in un lager – ha denunciato il sindaco, Bernardino De Rubeis – Gli immigrati sono esasperati”.

“Nube tossica verso il paese”. “Una nube tossica sprigionata dall’incendio dei pannelli coibentati del centro di identificazione sta raggiungendo il paese” ha aggiunto De Rubeis. “Rischiamo anche che si inquini l’acqua. Chiedo l’immediata evacuazione della struttura. So che ci sono poliziotti ricoverati al Poliambulatorio per le esalazioni. Potrebbero esserci intossicati anche tra gli extracomunitari”.

Scontri provocati dai tunisini. La tensione covava da giorni. I tafferugli sono scoppiati dopo che ieri un gruppo di circa 300 tunisini aveva cominciato lo sciopero della fame per protesta contro il trasferimento di 107 loro connazionali a Roma, in vista del rimpatrio coatto. Proprio questo gruppo di tunisini, secondo il questore di Agrigento, Girolamo Fazio, avrebbe innescato gli scontri.

Rogo nel Cie, distrutta una palazzina. Ad appiccare l’incendio sarebbero stati gli stessi immigrati. Un centinaio di tunisini hanno prima cercato di sfondare dall’interno i cancelli della struttura senza riuscirci e poi hanno ammassato materassi, cuscini e carta straccia appiccando le fiamme. Una palazzina del centro sarebbe interamente distrutta. Le operazioni di spegnimento del rogo sono rese difficili, oltre che dal forte vento, anche dal difficile accesso e dai pochi mezzi a disposizione.


Centro privo di certificato antincendio. La struttura dell’ex Cpa è stata realizzata con materiale Isopam, altamente infiammabile. Anche per questo il centro è privo di certificato antincendio e di abitabilità. La procura di Agrigento ha aperto un’inchiesta per indagare sulle condizioni di vita e di salute al centro di accoglienza. Conoscendo le condizioni degli edifici, alcuni giovani che lavorano nel centro sono fuggiti quando hanno visto divampare le fiamme.

Il sindaco: “Dieci poliziotti intossicati”. “Gli immigrati hanno dato fuoco al centro di accoglienza. Le fiamme sono alte dieci metri” ha detto il sindaco De Rubeis. “In mattinata – ha raccontato – ci sono stati scontri fra forze dell’ordine e immigrati. Poi gli immigrati hanno appiccato il fuoco nella palazzina centrale e le fiamme hanno invaso le palazzine vicine”. “L’immobile centrale del Cie è andato distrutto” ha proseguito il sindaco, “molti migranti sono stati messi al sicuro, ma una decina di poliziotti sono rimasti intossicati e sono stati portati al poliambulatorio. Non ci risultano immigrati ricoverati al poliambulatorio, ma non sappiamo se ci sia qualcuno dentro l’immobile distrutto dalle fiamme”.

Acnur: “Evacuare subito i migranti”. “Evacuare immediatamente tutti i migranti e gli operatori che si trovano nella struttura di Lampedusa in modo da evitare intossicazioni e ustioni”. E’ quanto chiede l’Alto commissariato delle Nazioni Unite (Acnur) per i rifugiati che sta seguendo la rivolta scoppiata all’interno del Cie a Lampedusa. L’Acnur è in contatto con il Viminale a cui ha chiesto di intervenire al più presto per evitare il peggio. La struttura è stata trasformata nelle settimane scorse da Centro di soccorso e prima accoglienza (Cspa) in Centro di identificazione ed espulsione (Cie) provocando la protesta dei migranti e quella della popolazione.
Un altro incendio nei giorni scorsi. Un paio di settimane fa un incendio era scoppiato nella base Loran di Lampedusa, che ospita un centinaio di donne extracomunitarie che erano state trasferite nell’ex base militare per il sovraffollamento del centro principale dove oggi è scoppiata la rivolta.

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18 febbraio 2009

fonte: http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/cronaca/immigrati-4/lampedusa-18feb/lampedusa-18feb.html

Veltroni: non ce l’ho fatta, vi chiedo scusa

Il «day after» del segretario dimissionario tra rimpianti e prospettive future

(Lapresse)(Lapresse)

«Ma il Pd resta un sogno che si è realizzato. Ora nessuno pensi di tornare al passato». «Basta sinistra salottiera»

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MILANO – Il Pd non è nato come un «partito-Vinavil» capace di «tenere incollata qualsiasi cosa». E’ al contrario un progetto ambizioso e a lungo termine, finalizzato a «far diventare il riformismo maggioranza nel Paese». Un partito inserito nella società, capace di raccoglierne le istanze e gli umori. Capace di voltare pagina e superare «questa Italia da Gattopardo». E di sconfiggere una destra e un Berlusconi che hanno vinto «una battaglia di egemonia nella società» e che ora «hanno la possibilità anche di stravolgere i valori della società stessa, costruendo un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio». Per fare questo occorreva dar vita ad un partito nuovo, mai visto nella storia italiana del dopoguerra. Tuttavia, «io non ci sono riuscito ed è per questo che lascio e chiedo scusa». Walter Veltroni spiega così, in un intervento di commiato davanti alla stampa e a molti dirigenti del centro sinistra, le dimissioni da segretario del Partito democratico all’indomani della sconfitta elettorale in Sardegna. Un risultato, quello sardo, che ha certamente influito sulla decisione ma che non ne è stato la causa: «già nei giorni scorsi – sottolinea l’ormai ex numero uno del centrosinistra – era chiaro che si dovesse aprire una pagina nuova». Dario Franceschini assumerà il ruolo di reggente del partito fino a che non sarà presa una decisione sul nuovo vertice. E per sabato è convocata l’assemblea costituente del Pd che avrà all’ordine del giorno le dimissioni del segretario e gli adempimenti statutari conseguenti.

IL RIMPIANTOVeltroni inizia il suo intervento nella sala Adriano di Piazza Di Pietra a Roma parlando di «rimpianto», per un’idea buona ma partita troppo tardi, perché «il Pd doveva nascere già nel 1996», dopo la vittoria elettorale di Prodi. «L’idea alla base dell’Ulivo – spiega Veltroni – era la possibilità di cambiare il Paese, cosa che il governo Prodi, che al suo interno aveva due ministri che sarebbero poi diventati presidenti della Repubblica, aveva iniziato a fare. E se l’esperienza di quel governo fosse stata portata a termine, tutto il corso della storia italiana sarebbe stato diverso». E oggi che il Partito democratico è nato, aggiunge, è la «realizzazione di un sogno» perché dal dopoguerra «non c’è mai stato un ciclo veramente riformista». L’Italia, secondo Veltroni, è un po’ quella da Gattopardo, una nazione che non riesce a cambiare mai nel suo assecondare vocazioni e privilegi e che il centrodestra a suo dire interpreta assai bene. «E qui sta, secondo me, la sfida principale del Partito democratico, ovvero la sua vocazione maggioritaria: conquistare il consenso con una maggioranza reale, perché dal 1994 noi non abbiamo mai avuto la maggioranza degli italiani ma è a quella che dobbiamo puntare. Perché se non creiamo una grande forza riformista, questo Paese non cambierà mai».

IL PARTITO-VINAVIL E L’EGEMONIA DI BERLUSCONI«Il Pd – puntualizza Veltroni – non deve essere una sorta di Vinavil che tiene incollata qualunque cosa. E’ nella società che deve essere chiara la nostra proposta. La destra ha vinto, il successo del Pdl per noi è difficile da capire. Berlusconi ha vinto una battaglia di egemonia nella società, perché ha avuto i mezzi e la possibilità anche di stravolgere i valori della società stessa, costruendo un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio, anche quando il vento è più basso, ma sapendo che se la vela è posizionata nella giusta direzione, prima o poi arriverà il vento alle spalle che spingerà in avanti». Ma il vero problema, secondo Veltroni, non è la politica di Berlusconi, bensì il fatto che questa posizione riesca a conquistare consenso tra gli elettori.

«IL PD IO L’HO VISTO»Il segretario uscente ha poi spiegato i tre punti su cui il Pd ha cercato di impegnarsi in questi mesi. A partire dalla semplificazione della vita politica e sociale del Paese, concetto, questo, che «non è figlio della volontà di ridurre le differenze, ma è l’idea di una democrazia che decida». Poi l’ innovazione programmatica, il superamento dei vecchi schemi della sinistra, per affrontare le nuove sfide della società. E, terzo, l’innovazione della forma partito: «Speravo se ne potesse realizzare uno nuovo, aperto» con una partecipazione forte dal basso, «non come nella destra dove c’è uno solo che decide». «Io a tratti il Partito democratico l’ho visto» sottolinea però Veltroni ricordando tutti i principali momenti di coinvolgimento della base popolare del centrosinistra, dalle elezioni dello scorso anno alla manifestazione del Circo massimo, passando per le iniziative a difesa della Costituzione.

«NON CE L’HO FATTA»Viene poi il momento dell’assunzione di responsabilità. «Non ce l’ho fatta a fare il partito che sognavo io e che sognavano i 3 milioni e mezzo di cittadini che hanno votato alle primarie – dice con determinazione -. Non ce l’ho fatta e me ne scuso. Sento di non aver corrisposto alla spinta di innovazione che c’era e di non averlo fatto forse per un riflesso interiore che mi ha portato al tentativo costante di tenerci uniti». Del resto, «in questo partito c’è bisogno di più solidarietà, che ci si senta tutti maggiormente squadra, che vi sia una partecipazione comune ad un disegno che è compito di chi è chiamato a dirigere assicurare». «Penso – evidenzia poi Veltroni – che il passaggio che si farà nei prossimi giorni si dovrà accompagnare a energie nuove, dovremmo fare un partito capace di raccogliere sempre di più la sua esperienza, capace di non chiedere più a nessuno “da dove vieni”, ma solo “dove vai”». Alla manifestazione del 25 ottobre, ad esempio, «c’erano solo bandiere del Pd, non quelle dei vecchi partiti».

«BASTA CON LA SINISTRA SALOTTIERA» Per Veltroni è necessario «passare da sinistra salottiera, giustizialista e conservatrice» ad un centrosinistra che creda nella legalità, che abbia coraggio di cambiare, che riscopra il contatto con la società: insomma, «fuori dalle stanze e dentro la vita reale delle persone».

«SCELTA DOLOROSA MA GIUSTA» «Ma io non sono riuscito a fare tutto ciò ed è per questo che mi faccio da parte – ribadisce ancora una volta il segretario uscente -. E’ una scelta dolorosa ma giusta, anche per mettere al riparo il Pd da ulteriori tensioni e logoramenti. Era chiaro già nei giorni scorsi che si dovesse aprire una pagina nuova». «Non chiedete con l’orologio in mano a chi verrà dopo di me di ottenere subito dei risultati» dice poi Veltroni, perché «un grande progetto richiede anni, come è capitato con Mitterand o Lula». In Germania o in Gran Bretagna, ricorda poi Veltroni, i progressisti hanno perso le elezioni locali e nessuno si è dimesso. «Noi invece in questi anni abbiamo cambiato sei o sette leadership, mentre Berlusconi è sempre lì, che vinca o che perda. Quindi – dice il leader del Pd – a chi verrà dopo di me si conceda il tempo di lavorare, quello che io forse non mi sono conquistato sul campo». C’è spazio anche per una citazione biblica: «Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Anzi, a me è stato fatto, ma io non lo farò». Veltroni invita poi a recuperare l’orgoglio dell’appartenenza e considerando che il lavoro da fare per cambiare il paese è molto, puntualizza, «non si può mettere insieme tutto e il contrario di tutto», ma «è necessario che la spinta riformista prevalga».

«VERRA’ IL TEMPO…»«Il Pd dovrà unire il Paese – commenta infine l’ex segretario al termine del suo messaggio di commiato – mentre la destra lo vuole dividere. Unirlo tra forze sociali, tra nord e sud, tra giovani e anziani. Verrà un tempo in cui questo possa accadere. Io spero di avere dato un contributo. Ora lascio ma con assoluta serenità e senza sbattere la porta, al contrario cercherò di dare una mano a questo progetto. Quando camminerò per la mia città – dice in conclusione Veltroni annunciando di aver già chiesto che gli venga revocata la scorta e dedicando un lungo capitolo ai ringraziamenti di tutte le persone che hanno collaborato con lui in questi mesi (con un pensiero anche a i presidenti delle Camere, Fini e Schifani, definiti “interlocutori corretti) – avrò la sensazione di aver passato la mia vita a fare cose per gli altri. Sono più portato ad essere uomo delle istituzioni che uomo di partito. Adesso avrò modo di gestire il mio tempo». Poi un’esortazione finale: «Non bisogna tornare indietro. Oggi ci sono le condizioni perché questo partito possa finalmente realizzare il sogno di una maggioranza riformista in questo Paese, il sogno di una stagione in cui il riformismo si fa maggioranza. Non venga mai la tentazione di pensare che c’è uno ieri migliore dell’oggi».

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Alessandro Sala
18 febbraio 2009

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fonte: http://www.corriere.it/politica/09_febbraio_18/veltroni_conferenza_stampa_post_dimissioni_d3b30eb0-fda0-11dd-aa50-00144f02aabc.shtml

Sandro Marcucci: la battaglia continua

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Ultimi aggiornamenti sul caso Marcucci e la conseguente richiesta di riesaminare il caso: al momento le adesioni su Facebook hanno raggiunto i 113 nominativi, mentre 14 sono arrivate al blog.

Laura, sempre instancabile paladina dei diritti negati, ha aperto una petizione on line (qui: http://www.petitiononline.com/studente/petition.html) che, tra gli altri, hanno già sottoscritto personaggi illustri quali Carlo Ruta, lo storico  che si batte da tempo per la libertà d’informazione e che è uno tra i più competenti sulla strategia della tensione, Manlio Milani (adesione via mail), Presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della Strage di Piazza della Loggia, Marco Piattelli, del Comitato cittadini di Torre del lago e gestore del sito del movimento locale Officina21 e Corrado Scieri, papà di Emanuele, paracadutista di leva ucciso quasi 10 anni fa ed ancora in attesa di giustizia (potete leggere la sua storia ciccando sul nome).

Invitiamo nuovamente tutti i sinceri democratici a leggere la storia di Sandro ed ad aderire a questa iniziativa.

Ringraziamo innanzitutto Laura per il costante impegno, ma anche tutti coloro che ancora si vogliono battere perché Giustizia e Verità non siano vuote parole.

Ne abbiamo già parlato qui

Corridonia (Mc): In Comune spunta un affresco del duce a cavallo: è bufera

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Dopo la battaglia del Furlo, scoppia la guerra di Corridonia e le Marche tornano a dividersi sulle effigi di Benito Mussolini. Ieri sul contestatissimo profilo del duce scolpito nel Monte Pietralata della Gola del Furlo, che Pino Rauti e un gruppo di imprenditori e «camerati» nostalgici volevano far ricostruire nel 2006. Oggi su un affresco di Mussolini a cavallo, che riaffiora in una collocazione assai più imbarazzante: la sala consiliare del Municipio di Corridonia (Macerata), dove sono in corso lavori di restauro.

Corridonia, l’antica Pausula, si chiama così per volere del duce, in onore del sindacalista rivoluzionario Filippo Corridoni, nato nella cittadina, cresciuto mazziniano e morto interventista nel 1915, in una trincea del Carso. A Corridonia ci sono una piazza in stile razionalista intitolata a Corridoni e un monumento di Oddo Aliventi (1936), lo stesso autore del profilo del Pietralata. E poi, lo si è sempre saputo, in Municipio, nascosto dalla calce, c’è il grande affresco di Guglielmo Ciarlantini, un pittore della provincia morto nel 1959, che raffigura Mussolini a cavallo mentre, come san Giorgio, calpesta un drago, sovrastato da tre aquile imperiali che tracciano il cammino del futuro. La giunta comunale, espressione di una lista civica, ha deciso di ripulire e imbiancare la sala consiliare, e ora si apre il problema di cosa fare dell’affresco, abbastanza ben conservato, salvo il volto del duce. Per il restauro artistico dell’opera sono necessari una delibera ad hoc e finanziamenti consistenti, ma l’assessore alla Cultura Massimo Cesca sembra convinto dell’operazione, vista in chiave «storico-artistica». «Il restauro del dipinto fa parte di un più ampio progetto che comprende l’inaugurazione, a ottobre, della casa museo di Filippo Corridoni, la sistemazione della piazza intitolata all’eroe delle frasche, la destinazione di un’ala della biblioteca comunale. Non si vuole riabilitare nessuno, ma la storia va vista con gli occhi degli storici, e non degli ideologi. La piazza è stata ideata, fatta progettare e realizzare da Benito Mussolini, e questo è un fatto: ignorarlo sarebbe intellettualmente disonesto».

L’architettura razionalista inoltre conserva un suo valore, «al di là del fascismo». Su questa linea si colloca chi ricorda come la Soprintendenza di Milano abbia deciso di riportare alla luce un affresco di Mussolini nel Palazzo di giustizia milanese, dipinto da Primo Conti e coperto di vernice gialla dopo la Liberazione. Sul fronte opposto invece monta la rabbia di molti abitanti ed esponenti della sinistra, che non ne vogliono sapere di veder riunito il massimo consesso cittadino sotto la figura del dittatore che portò l’Italia al disastro, alle leggi razziali e alla carneficina della seconda guerra mondiale. Protestano sui giornali locali, mentre il segretario provinciale del Pdci Giuseppe Pieroni ha lanciato una sottoscrizione su Facebook, per scongiurare il restauro. «Corridonia non è Predappio», dice, e non si può far prevalere la valutazione artistica sul significato effettivo dell’affresco. E poi, quale turismo si pensa di incrementare, «quello dei naziskin, dei fascisti borchiati?». No insomma al replay dei pellegrinaggi al Furlo, dove il duce faceva tappa nei viaggi da Roma a Predappio, pare anche per far visita ad una delle sue amanti.

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17 febbraio 2009

fonte: http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/italia_e_mondo/2009/02/17/1202094612336-comune-spunta-affresco-duce-cavallo-bufera.shtml