Archivio | febbraio 20, 2009

Colera, cresce l’infezione in Zimbabwe Oms: quasi 4mila i morti, 80mila i casi

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GINEVRA (20 febbraio) – Sembra ormai inarrestabile l’epidemia di colera che ha colpito lo Zimbabwe. I decessi sono arrivati a 3.759, mentre è salito a 80.250 il numero di casi di infezione: sono i dati resi noti oggi a Ginevra dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

L’epidemia scoppiata ad agosto è arrivata ad un tasso di mortalità del 4,7%. Il colera, un’infezione ormai curabile nei paesi avanzati, per lo stato africano rappresenta una malattia non aggredibile essendo il sistema sanitario al collasso e la propagazione della malattia è favorita dalla pessima condizioni del sistema fognario e delle infrastrutture idriche.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=47399&sez=HOME_NELMONDO


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Così scriveva l’Avvenire il 30 novenbre 2008

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Dal nostro inviato a Nairobi, Claudio Monici
(“Avvenire”, 30/11/’08)

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Come una tempesta di “maledizioni”, la “disgrazia” non smette di abbattersi sullo Zimbabwe. Schiacciato da un “regime” cieco e sordo, sfiancato da una lunga catena di “miseria” economica e sociale, adesso subisce anche il “colera”. Guai che hanno inaridito quello che era considerato il quarto “granaio” d’Africa, portando il Paese sull’orlo della rovina materiale e del disastro totale. Ma c’è di più. Le “Nazioni Unite” lanciano un altro grido d’allarme per il Gennaio 2009: una grave “emergenza alimentare” colpirà 5 milioni di affamati.

A incombere attualmente è la grave emergenza provocata da quello che viene definito un «pesante fardello», un'”epidemia” di “colera” che ha già fatto 400 morti accertati e infettato 10mila persone: conseguenza crudele delle “precarie” condizioni di vita e di igiene cui la popolazione da lungo tempo si trova sottoposta. La paura è che si tratti solo della “punta dell’iceberg”. La parte conosciuta di un fenomeno che si teme di maggiore portata. Ieri, nella capitale è stato deciso di rendere gratuiti i funerali e le sepolture per le vittime dell'”epidemia”, cui varie “Ong” stanno cercando di dare risposta con interventi d’urgenza per sopperire alla mancanza di acqua potabile, “latrine” e fognature.

La vita in Zimbabwe è afflitta pure dalla mancanza di speranza che qualcosa un giorno possa cambiare, in particolare dopo otto duri anni trascorsi nella “parabola discendente” della politica “folle” e “suicida” e della “devastazione economica” innescata da un Presidente che è “padrone” assoluto della nazione: l’ottantaquattrenne Robert Mugabe, al potere dal 1980. Senza alcuna esitazione, ha bruciato la ricchezza della sua gente come in un “rogo di paglia”. A cominciare dal fallimentare tentativo, ad uso politico, di “redistribuzione” delle terre e delle “aziende agricole” di proprietà dei coltivatori “bianchi”. Un disastro che ha portato la disoccupazione al 90 per cento e innescato un “effetto domino” di “iper-inflazione” che ha superato i 230 milioni per cento. Cifra che non si ferma e che cambia di minuto in minuto, con i prezzi dei generi di consumo che raddoppiano ogni 24 ore, mentre la “Banca Centrale” non fa che stampare “valuta”, cui viene tolta solo la lunga sfilza di “zeri.” Sul mercato, per l’acquisto di pane e verdure, si usa il “dollaro zim”.

Anche il sistema scolastico non esiste più. Si è registrata una caduta vertiginosa dal 90 al 20 per cento della frequenza.
Gli insegnanti, come tante altre categorie di lavoratori, non possono permettersi di affrontare le spese di trasporto per raggiungere il luogo di lavoro. È un “urlo silenzioso” quello che sale dal profondo di un Paese “in ginocchio”, da quegli stessi corpi “annientati” dalla paura e dall’oppressione, che adesso devono affrontare l’incubo di morire di una “malattia infettiva”, relativamente semplice da “debellare” seguendo un’adeguata “terapia antibiotica”. Un’infezione che però grava su un Paese in cui gli Ospedali hanno dovuto chiudere non solo perché ormai privi di medicinali, ma perché gli stipendi del personale si sono ridotti al valore d’un pezzo di pane. Tanto che il 70 per cento di medici e infermieri “specializzati” – dotati in media di un’alta “professionalità”, considerata al primo posto nel “Continente” – è stato obbligato a “emigrare” all’estero già da tempo. E molte “strutture” hanno chiuso perché quasi più nessuno può permettersi cure adeguate, dovendo pagare visite e degenze in “valuta forte”: il “dollaro americano”, da conquistare al “mercato nero”, nascosti agli occhi della polizia. Più facile per chi vive nelle grandi città, ma impresa impossibile per contadini e pastori delle campagne e dei villaggi, dove la povertà spinge la gente a mangiare l’erba.

Si muore di “diabete”, perché manca la “dialisi”, oppure per una banale “appendicite” o per il parto se ha complicazioni impreviste. I malati perdono ogni residua speranza, se ce l’hanno, non appena varcano la soglia di un “dispensario” o di un Ospedale che ancora riesce a offrire una “branda”. Quando la situazione si aggrava, i pochi medici rimasti non possono fare altro che invitare i parenti a riportarsi a casa il malato morente. Senza farmaci “salvavita”, sprovvisti di scorte di siringhe sterili “usa e getta” o semplici contenitori di plastica per gli esami del sangue, senza neppure la garanzia di poter provvedere ai pasti dei degenti, con la sola possibilità di praticare – non sempre – gli interventi d’emergenza. E su tutto ciò ora è piombato il “colera”. Nonostante la richiesta avanzata dalle “Nazioni Unite” di dichiarare ufficialmente l'”emergenza nazionale”, perché «la malattia si sta propagando a una velocità allarmante», Harare rifiuta e punta il “dito accusatore”. «La situazione è sotto controllo – replica il Vice-Ministro della Sanità Edwin Muguti – , la “crisi” è il risultato delle “sanzioni” imposte dall’Occidente contro di noi e contro il Presidente Mugabe». Intanto, si muore nel silenzio delle campagne “rinsecchite”, nelle case povere in cui si cerca di alleviare la fame nutrendosi di polenta bianca e radici. E si piange un rapido funerale, senza cerimonie per paura del “contagio”, perché un solo malato può infettare tutto il villaggio. Per questo, sottolineano le “organizzazioni internazionali”, «è difficile avere un sguardo d’insieme della reale entità di questa “epidemia” di “colera”».

Per il vicino Sudafrica la situazione è da considerarsi «atroce» e le “frontiere” che già hanno visto negli anni il passaggio di oltre quattro milioni di “zimbabwani” in cerca di lavoro – un terzo della popolazione – , «resteranno aperte ai malati, ai quali sarà garantita l’assistenza medica». Ma si registrano già casi mortali nella città “frontaliera” sudafricana di Musina. Oltre al “colera”, si riaffaccia la paura per il “carbonchio”: nella regione Sud-Occidentale, sono stati segnalati episodi mortali, due pastori, e la “strage” del loro bestiame, centinaia di capi.

Robert Mugabe, malgrado le promesse, non ha mai voluto concedere spiraglio alle numerose “iniziative internazionali” per avviare un dialogo serio con l'”opposizione”, da lui accusata di essere «agente dell’imperialismo». La strada per giungere a un cambiamento politico “indolore”, e così ridare speranza di “ripresa”, si arena ogni qual volta c’è una parvenza di “intesa”, come quella di metà Settembre, dopo le contestate “elezioni presidenziali” di Giugno. Mugabe e il suo rivale Morgan Tsvangirai hanno firmato un “accordo” di condivisione del potere, rimasto però sulla “carta”. In questi giorni, c’è stato l’ennesimo tentativo di accendere una “luce” sulla “crisi umanitaria”, ma è stato bloccato con il rifiuto di Harare di concedere il “visto d’ingresso” all’ex Segretario Generale delle “Nazioni Unite” Kofi Annan e all’ex Presidente Americano Jimmy Carter.

Gli “osservatori internazionali” danno ancora uno o due mesi prima del totale “tracollo”, «una vera “implosione” del Paese». C’è chi chiede interventi più decisi e forti per spezzare subito il potere di Mugabe. Lo fa il Ministro degli Esteri del Botswana, Skelemani, il quale si auspica che si arrivi a “sigillare” le “frontiere” dei Paesi confinanti: «Abbiamo fallito con le “mediazioni”, non falliremo nell'”isolare” Harare. Vedremo se il potere di quell’uomo è in grado di sopravvivere sette giorni senza una goccia di “carburante”».

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fonte:  www.atma-o-jibon.org/italiano4/rit_monici13.htm

Ronde, sul decreto il gelo del Quirinale. E il Vaticano attacca: “Muore il diritto”

Secca nota del Colle dopo il via libera al decreto sicurezza. Maroni aveva detto: “Testo concordato con Napolitano”

La Santa Sede: “E’ un’abdicazione, non è la strada da percorrere”

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Ronde, sul decreto il gelo del Quirinale E il Vaticano attacca: "Muore il diritto"
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ROMA – L’altolà del Vaticano e la presa di distanza del Colle. Il decreto sulla sicurezza varato dal governo che, tra le altre innovazioni, legalizza le ronde, provoca la reazione negativa della Santa Sede. E anche una nota del Quirinale che puntualizza come ” i contenuti del decreto siano di esclusiva responsabilità del governo”. Frase che sembra una riposta alle parole del ministro dell’Interno, Roberto Maroni che aveva negato contrasti con il Quirinale: “Non c’è stato alcun veto del Quirinale. Ieri con Napolitano ho concordato questo testo, senza alcuna forzatura o obiezione”.

Dura la posizione della Santa Sede. “L’istituzione delle ronde rappresenta – per il segretario del pontificio consiglio dei Migranti, monsignor Agostino Marchetto – una abdicazione dello Stato di diritto. Non è la strada da percorrere”. Dopo aver ricordato le perplessità del capo dello Stato e criticato l’ostinazione del governo, Marchetto ha ribadito che “è bene dare ai cittadini la possibilità di dare un contributo ad aumentare la sicurezza delle loro città, ma se questo serve ad alimentare un clima di criminalizzazione dei migranti, certamente questo non trova il consenso della Chiesa”.

Parole di plauso, invece, per il presidente della Camera Gianfranco Fini che ha nesso in guardia dall’equazione ‘immigrati-criminali’. “Sulla questione dei migranti – commenta Marchetto – ha sempre avuto atteggiamenti moderati. Lo apprezzo e riconosco nelle sue parole quanto abbiamo già detto anche noi molte volte. Anche perchè dobbiamo ricordarci che degli immigrati abbiamo bisogno”.

Anche l’opposizione critica il governo accusandolo di due “gravi strappi di carattere politico istituzionale”. “Il prolungamento per decreto della detenzione nei Cie – spiega l’esponente democratico – rappresenta un esplicito schiaffo al Parlamento che aveva già bocciato, con un voto che coinvolgeva settori della stessa maggioranza, un provvedimento del governo che andava in questa direzione”.

Inoltre, aggiunge Minniti, “con una norma confusa sulle cosiddette ‘ronde’ si è aperto un percorso che mette in discussione il monopolio della sicurezza da parte dello Stato e, quindi, delle forze di polizia. Non c’entra nulla la ‘sicurezza partecipata’, il rischio è che per meri calcoli di partito si metta in moto un meccanismo difficilmente governabile che può colpire al cuore il sistema sicurezza nel nostro Paese”.

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20 febbraio 2009
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BERLUSCONI DOCET – Lo scherzo del premier Topolànek fa arrabbiare la Repubblica Ceca

Humor a microfoni aperti in Parlamento aspettando la seduta

«Non stupitevi se vedete i carri armati per strada!»

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Mirek Topolánek e  il ministro dell'Interno, Ivan Langer
Mirek Topolánek e il ministro dell’Interno, Ivan Langer

«Non stupitevi se vedete i carri armati per strada!». Queste le testuali parole del premier ceco Mirek Topolánek e del suo ministro dell’Interno, Ivan Langer, durante una seduta del Parlamento. I due politici hanno scherzato davanti ai microfoni, a quanto pare «per noia», dichiarando «lo stato d’emergenza» nel paese. La clamorosa gaffe è stata ripresa dalle telecamere. L’opinione pubblica è sgomenta, l’opposizione infuriata.

CARRI ARMATI – Innocuo scherzo di Carnevale o incresciosa figuraccia solo per far passare il tempo? Tutto nasce venerdì mattina durante i lavori del Parlamento di Praga. In un momento di pausa dai banchi del governo si alza il ministro degli Interni Langer che prende il microfono e annuncia a sorpresa la ricostituzione delle truppe del ministero dell’Interno – le unità di sicurezza della Repubblica cecoslovacca comunista, a suo tempo temutissime dalla popolazione. «Signore e signori, una comunicazione del ministero: questa mattina sono state ricostituite le truppe del ministero degli Interni. Non stupitevi se vedete i carri armati in prossimità degli edifici governativi e davanti alle strutture chiave della città»

HUMOR – Dopo la battuta, il premier Topolánek (anche presidente di turno del Consiglio europeo) aggiunge beffardemente: «Ho dichiarato lo stato d’emergenza». Il caso divampa sulla stampa. E il clamore suscitato dalla battuta del premier ceco ha fatto colpo anche sui siti stranieri. L’apparente motivo per il “passatempo”, scrivono i giornali del paese, «i parlamentari stavano attendendo il vicepresidente della Camera della Repubblica Ceca, il cristianodemocratico Jan Kasal che era in in ritardo e senza il quale la seduta non poteva iniziare». Gli esponenti del Cssd – il Partito socialdemocratico all’opposizione, hanno criticato duramente il comportamento «inopportuno» di Topolanek e Langer. Il presidente della Camera ceca, Miloslav Vlcek, ha dichiarato che i due politici hanno «gravemente leso l’onore» del Parlamento. Langer si è giustificato dicendo: «”Spero che i cittadini cechi abbiano il senso dello humor».

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Guarda il video

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Elmar Burchia
20 febbraio 2009

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fonte: http://www.corriere.it/esteri/09_febbraio_20/scherzo_repubblica_ceca_topolanek_bf664a8a-ff71-11dd-a1d5-00144f02aabc.shtml

Sri Lanka, attacco aereo dei Tamil. E’ battaglia nei cieli di Colombo / Così i Tamil hanno creato la loro aviazione

In azione due velivoli dei separatisti ribelli. La contraerea governativa li abbatte: uno si schianta vicino all’aeroporto, l’altro su un edificio governativo. Due morti e almeno 40 feriti

A Ginevra protesta per denunciare “il massacro dei civili nel nord-est”

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Sri Lanka, attacco aereo dei Tamil E' battaglia nei cieli di Colombo
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COLOMBO – Attacco aereo delle Tigri Tamil sulla capitale dello Sri Lanka. Nei cieli sopra Colombo è stata battaglia tra i velivoli dei separatisti e la contraerea governativa. Uno dei due ultraleggeri usati dai separatisti è stato abbattuto e si è schiantato vicino all’aeroporto internazionale della capitale. Lo scalo è stato chiuso.

Anche l’altro è stato abbattuto ed è caduto su un ufficio delle imposte, che è andato in fiamme. Due i morti e almeno 40 le persone rimaste ferite: la maggior parte di loro è stata colpita dalle schegge provocate dall’esplosione.

I Tamil, che da 25 anni lottano per l’indipendenza della parte nord-est del Paese, hanno sferrato l’attacco dopo che l’esercito è riuscito a “rinchiudere” i ribelli in una zona sempre più ridotta della giungla, a nord dell’isola.

I due aerei sono entrati in azione con l’oscurità. L’allarme dell’esercito è scattato non appena un mezzo è stato avvistato a nord di Colombo. I jet militari hanno reagito immediatamente, bersagliando i nemici.

In città si sono sentite alcune esplosioni, una delle quali nella zona del porto, un’altra vicino alla sede del quartier generale dell’aeronautica. Secondo la Cnn, gli aerei ribelli hanno colpito anche il villaggio di Anamaduwa, a nord della capitale.

I corrispondenti della Bbc rilevano l’imbarazzo del governo asiatico, che a gennaio aveva assicurato di aver messo fuori uso la flotta dei ribelli e le loro piste aeree. Le Tigri in passato avevano già utilizzato mezzi leggeri per attaccare la capitale.


Protesta a Ginevra. Proprio oggi almeno 14mila Tamil si sono radunati davanti alla sede delle Nazioni Unite nella città svizzera per protestare contro la situazione nella parte settentrionale dell’isola, teatro di scontri tra l’esercito cingalese e i ribelli dell’Ltte. Slogan e cartelli denunciavano il “massacro” dei Tamil e invitavano la comunità internazionale ad intervenire per aiutare i “fratellli e sorelle dell’Ltte”.

In un rapporto pubblicato oggi l’organizzazione di difesa dei diritti umani Human Rights Watch ha chiesto la fine della “guerra contro i civili”. Hrw, infatti, accusa le forze governative di compiere attacchi d’artiglieria indiscriminati contro i civili. Secondo le ong, ci sono circa 200mila civili “intrappolati” nella regione nord-est di Vanni, dove sono più intensi i combattimenti. Circa 70mila persone sono morte durante i 25 anni di conflitto.

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20 febbraio 2009
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Un ingegnere areonautico che ha lavorato per l’Air Canada la mente dell’operazione

Così i Tamil hanno creato la loro aviazione

I velivoli trasportati a pezzi, sfruttando forse i corridoi aperti per l’emergenza tsunami

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Due piloti tamil
Due piloti tamil

WASHINGTON – I ribelli tamil hanno lanciato un disperato raid su Colombo per dimostrare di essere ancora «vivi» nonostante la pesante sconfitta militare subita. L’intelligence riteneva, erroneamente, che i separatisti avessero portato i loro aerei all’estero ed era anche convinta di aver neutralizzato le «piste» semipreparate dalle quali decollavano i velivoli.

I guerriglieri erano riusciti a dotarsi di due velivoli ceki Zlin Z 143 con una complessa operazione. Secondo alcuni gli aerei sarebbero arrivati smontati e poi i tecnici tamil li avrebbero «ricostruiti». Altri sospettano che siano stati trasferiti durante i soccorsi per lo tsunami. L’aviazione tamil è stata realizzata grazie all’impegno di un attivista che ha lavorato come ingegnere aeronautico per l’Air Canada a Montreal. Tornato in patria, si è unito al movimento ribelle delle Tigri Tamil dedicandosi ad ampliare l’arsenale.

Gli aerei Zlin
Gli aerei Zlin

E’ così che i separatisti hanno acquistato un certo numero di velivoli e forse alcuni elicotteri. Sfruttando poi un finanziamento internazionale per la realizzazione di una strada nella regione tamil i genieri ribelli hanno costruito alcune piste poi mimetizzate per sottrarle alle incursioni dell’aviazione governativa.

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Guido Olimpio
20 febbraio 2009

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fonte: http://www.corriere.it/esteri/09_febbraio_20/scheda_tigri_tamil_f07e632c-ff81-11dd-a1d5-00144f02aabc.shtml

Libero, elegia del fascismo

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Una prima pagina inquietante: dall’apologia all’elegia del fascismo. Il titolo: Marcia sulle banche. Catenaccio: “Berlusconi a sorpresa lancia la proposta di nazionalizzare gli istituti. Come fece Mussolini che salvò l’Italia….” Non bastasse, a corredo, c’è una vignetta di Benny (omen nomen) in cui il capo del governo è rappresentato come un gerarca: maglia nera, fez con aquila appollaiata sul fascio, mascella volitiva.  Insomma, il quotidiano di Feltri lo dice chiaro: Berlusconi è come il duce. Senza giri di parole. Naturalmente Palazzo Chigi non commenta, non smentisce. Segno che il paragone non disturba affatto il presidente del Consiglio. Che in effetti, dal ventennio, non ha mai preso le distanze.

Non basta. Sul tema della nazionalizzazione delle banche, a pagina 6 c’è un articolo di Nino Sunseri. Il titolo è “La mossa del Duce che mise in salvo l’economia italiana”. Ecco l’attacco del pezzo: “L’idea dello Stato banchiere non è proprio nuovissima. L’aveva già avuta settantasei anni fa un altro cavaliere. Si chiamava Benito Mussolini e non si può certo dire che fosse meno noto di Silvio”. No, non si può dire fosse meno noto, tristemente noto. In ogni caso il paragone è calzante e se lo scrive “Libero” c’è da crederci. Allarme, son fascisti. E non fanno nulla per nasconderlo. Anzi, per loro è motivo d’orgoglio.

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20 febbraio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/81904/libero_elegia_del_fascismo

Dagli slum a teatro, ecco le «regine» delle baraccopoli del Kenya

SU «Io Donna» sabato in edicola

A Parma debuttano con un’opera di Brecht. Mettono in scena il riscatto di donne-spazzatura

La regista Letizia Quintavalla dirige le prove nel parco Rowallan di Nairobi (Frederic Courbet)

La regista Letizia Quintavalla dirige le prove nel parco Rowallan di Nairobi (Frederic Courbet)
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Rachel sbuca dal sipario nero in jeans scoloriti, il berretto di lana calato sugli occhi nonostante l’umidità rovente qui nel parco Rowallan di Nairobi: collina verdissima con vista sui labirinti di lamiera di Kibera, lo slum più immenso e tremendo della metropoli. Pare voler scomparire, Rachel, in piedi a destra della scena, con la sua postura storta e lo sguardo da animaletto ferito perfetto per il personaggio di Grusha, l’eroica sguattera brechtiana capace di umanità e altruismo in una società iniqua e sanguinaria.

E anche così selvatica e dimessa, la diciassettenne analfabeta oscura la rivale nella finzione, Monica, più alta, formosa, le trecce perfette, il top attillato con i cuori rossi. Tutte e venti le attrici adolescenti avevano imparato l’intero copione, e segretamente ognuna pregava di ottenere la parte di Grusha, ma appena Rachel ha abbozzato la scena dove la serva raccoglie il neonato abbandonato, chinandosi con misura, la grazia di chi immagina l’invisibile e lo fa vedere a chi guarda, è stato chiaro: Grusha era Rachel. Finché non ha partorito il suo George, l’anno scorso, e il fidanzato l’ha accolta nella sua casetta, Rachel abitava sulle strade di Dagoretti, sobborgo povero a sud di Nairobi che sembra campagna, con i banani e i sentieri sterrati. Il padre svanito nel nulla, la madre malata di Aids, lei era una di quelle sagome informi che qui chiamano chokora, spazzatura in swahili, perché vendono cianfrusaglie raccattate in discarica.

Racconta che dormiva sotto i camion, che le sue amiche si prostituivano ma non dice di sé, con il pudore comune a queste ragazze che da chokora stanno sbocciando in malkia, regine, come il nome della loro compagnia teatrale. Abbiamo assistito alle prove più importanti, in uno stanzone spoglio nel parco, tra improvvisazioni e sfoghi di creatività che le rimandano a un’infanzia sconosciuta. È il preludio al grande debutto del 7 marzo a Parma, dove incontreranno anche le coetanee nelle scuole, ambasciatrici di un’Africa al femminile che vince sulla disperazione, quando ci sono vere opportunità. Porteranno in scena Il cerchio di gesso, adattamento da Brecht, l’epopea della serva Grusha che alleva il bimbo abbandonato dalla regina, lo salva dai ribelli, supera ostacoli impossibili e finisce per ottenerne legalmente la maternità contro la regina, madre biologica interessata solo alle l’eredità, grazie a un giudice che afferma un principio rivoluzionario: le cose appartengono a chi se ne prende cura. «Una storia che le riconcilia con il loro passato di abbandono, ed è un appello alla maternità consapevole, per loro che spesso restano incinte giovanissime» spiega la regista Letizia Quintavalla, lunga esperienza con l’espressività dei ragazzi al Teatro delle Briciole di Parma, che da tre anni affina nelle reginette di Nairobi l’innato senso del comico e del tragico e la coscienza che persino loro, ex spazzatura, hanno qualcosa da dire.

Il Malkia Theatre è lo sforzo collettivo (e volontario) di un gruppo di professionisti del palcoscenico, e l’ultimo atto tra i progetti di Amref, organizzazione africana che dal 2000 recupera i giovani dannati di Dagoretti attraverso lo sport e l’arte. C’è stato il Pinocchio Nero diretto da Marco Baliani, vari cortometraggi, ma è la prima volta che le protagoniste sono le ragazze: «Quando è una giovane donna a cambiare la propria vita, gli effetti benefici sull’intera comunità sono diretti» osserva John Muiruri di Amref, responsabile del programma Children in Need. «Il governo conta 250 mila ragazzi di strada in Kenya e 120 mila a Nairobi, ma i dati si fermano al 2001: oggi sono infinitamente di più. Alla povertà dei genitori, all’Aids e all’alcolismo, si sono aggiunte le violenze scoppiate un anno fa dopo le elezioni: tante famiglie sono fuggite dalle campagne negli slum di Nairobi, ingrossando le sacche di miseria». Sui quattro milioni e mezzo di abitanti della capitale, circa la metà abitano gli inferni di lamiera. Buchi neri senza luce né fogne, dove il tasso di Hiv sfiora il 60 per cento, contro il 6,7 della media nazionale, e l’alfabetizzazione si ferma al 5. Per ragazze anestetizzate da esistenze rabbiose, l’avventura di Malkia Theatre – e di Malkia Style, la loro piccola impresa sartoriale – può dischiudere un futuro: «Si mettono alla prova, prendono coscienza delle loro capacità e dei loro diritti» rimarca John «costruendo una difesa contro gli abusi sessuali, l’Aids, le maternità precoci». Magda ha 19 anni, recita varie parti ed è talmente brava nella danza che ora insegna in una scuola privata per bianchi. Chiku, che ha letto il copione a Rachel per fargielo imparare a memoria, ci invita nella sua casa di cemento e lamiera a Dagoretti, le pietre per cucinare fuori dalla porta, bottiglie di Coca Cola vuote e stelle filanti come soprammobili. Chiku è tornata a studiare, vuole diventare avvocato: «Non mi piacciono le discriminazioni e le accuse ingiuste » dice con la sua vocina timida.

E c’è Hannah, cento chili di puro talento attoriale: irresistibile il suo siparietto comico sulla melodia del Monello di Chaplin. È lei il giudice che impone a Grusha e alla Regina la prova del cerchio di gesso: il bambino al centro, le due donne devono tirarlo per le braccia. Chi strapperà più forte sarà la vera madre. Grusha dice no, «non posso fargli del male» e il giudice-Hannah, che sembrava tanto mascalzone, pronuncia il verdetto più equo. «Abbiamo scelto Brecht perché, per lui, il teatro serve solo se cambia il mondo» dice Letizia Quintavalla. «Loro erano abituate a tacere o a dire sempre sì: ora stanno imparando a elaborare le proprie idee e a difenderle. E sono brave attrici: chi ha sofferto, è più stimolato a esplorare altri mondi». All’ora del tè, le ragazze corrono verso i tavoli nel verde. Giocano a farsi le treccine. Coccolano il bimbo di Rachel, quello vero. Il 25 febbraio si parte per l’Italia. Chissà dove sta sul mappamondo. Quel che conta, è che sarà un viaggio da regine.

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VIDEO: le ragazzine protagoniste

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Emanuela Zuccalà
20 febbraio 2009

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fonte: http://www.corriere.it/esteri/09_febbraio_20/baraccopoli_teatro_io_donna_90d37d32-ff44-11dd-a1d5-00144f02aabc.shtml

Fini: “Odiosa associazione tra criminalità e immigrazione” / Ronde approvate, ma non armate / Immigrati, la Sardegna la più accogliente

Il presidente della Camera alla presentazione del rapporto al Cnel sugli stranieri

“Non c’è alternativa all’integrazione, il futuro sarà sempre più multietnico”

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Fini: "Odiosa associazione tra criminalità e immigrazione"Gianfranco Fini

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ROMA – “Dobbiamo mantenere la lucidità e la serenità per respingere l’odiosa associazione mentale tra criminalità e immigrazione che può diffondersi a macchia d’olio in diverse fasce della popolazione italiana. Che se combinata alla crisi può creare un mix di carattere esplosivo”. Il monito viene dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, intervenuto alla presentazione del rapporto Cnel sull’integrazione degli immigrati, che aggiunge:”l’alternativa all’integrazione è la sconfitta”.

Il crescente allarme sociale scaturito
dai recenti fatti di cronaca e, in particolare, dalle violenze sessuali subite da alcune donne a Roma, Milano e Bologna, è “un fattore che potrebbe oggettivamente ostacolare i processi di integrazione e fornire un ulteriore alimento all’intolleranza”, avverte Fini.

Il ricordo della violenza di San Valentino è ancora fresco, così come le richieste esasperate di maggiore sicurezza da parte dei cittadini. Da Bucarest, intanto, interviene il ministro degli Esteri romeno, Cristian Diaconescu, dichiarando che la Romania non vuole rimpatriare cittadini romeni sospettati di crimini in Italia, ma soltanto coloro che sono stati già condannati.

Per il presidente della Camera la via dell’integrazione è l’unica da seguire. “E’ sbagliato dire integrazione o… L’unica alternativa diventa la sconfitta, l’incapacità della società italiana a guidare un processo”, dice. E continua: il futuro dell’Italia sarà sempre più multietnico. Per favore l’integrazione “occorrono due condizioni fondamentali: inclusività e fiducia da parte delle istituzioni e della società. A queste condizioni occorre aggiungerne una terza di carattere più generale, che riguarda la capacità dell’Italia di ridefinirsi come nazione in vista del futuro multiculturale, per molti aspetti già presente, che riguarda l’Europa intera”.


A questo proposito è necessario un impegno delle istituzioni, “che sappiano intervenire per impedire che il difficile momento economico favorisca forme di xenofobia, di intolleranza, di avversione nei confronti dell’altro delle quali cominciano ad arrivare segnali preoccupanti da altre parti d’Europa e che rischia di caratterizzare l’immediato futuro”. Episodi che hanno toccato da vicino anche l’Italia, con le manifestazioni di protesta in Gran Bretagna contro i lavoratori italiani, siciliani, dipendenti della ditta che si era aggiudicata l’appalto per il lavoro in Inghilterra.

“Di tutto abbiamo bisogno per superare la crisi fuorchè di nuove tensioni sociali all’insegna della ‘guerra tra poveri'”, conclude Fini. “Sarebbe il sintomo di un regresso civile che il disagio economico non deve in alcun modo giustificare”.

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20 febbraio 2009

fonte: http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/cronaca/immigrati-4/fini-20feb/fini-20feb.html

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Il provvedimento approvato all’unanimità, passa una modifica di An
che prevede la partecipazione prevalente di ex agenti delle forze armate

Decreto antistupri, il Cdm approva
Sì alle ronde, ma non armate

Berlusconi: “L’abbiamo fatto d’urgenza sull’onda del clamore
ma la realtà è che nel 2008 gli stupri in Italia sono diminuiti”

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<b>Decreto antistupri, il Cdm approva<br/>Sì alle ronde, ma non armate</b>Silvio Berlusconi

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ROMA – Il Consiglio dei ministri questa mattina ha approvato – all’unanimità – il decreto legge che contiene le norme antistupri, messo a punto dal ministro dell’Interno Roberto Maroni. Il provvedimento, come annunciato, istituisce le ronde, a cui – più che i semplici cittadini – dovranno partecipare prevalentemente “ex agenti di polizia, dei carabinieri e delle forze armate: sono modifiche proposte da An e approvate da tutti”. A parlare è il ministro della Difesa, Ignazio La Russa.

Dunque il decreto autorizza una versione cosiddetta “soft” delle ronde: i membri non devono essere armati, e devono agire in coordinamento col prefetto. Come ha confermato ancora La Russa: “Ci sarà un coinvolgimento rafforzato del Comitato provinciale sulla sicurezza”, ha spiegato. Il modello, ha aggiunto Maroni, è quello dei City Angels, che già agiscono a Milano in sintonia con il Comune. “Sono volontari per la sicurezza, non ronde fai da te – ha detto il responsabile del Viminale – gli elenchi dei volontari verranno tenuti dalle Prefetture, il modello è quello dei volontari per i vigili del fuoco. Sarà data priorità alle forze dell’ordine in pensione. Devono essere persone che sanno quello che fanno”. Il dl prevede anche una strette contro chi chi è sospettato di violenze sessuali: vietati gli arresti domiciliari.

In conferenza stampa, invece, Silvio Berlusconi ha ribadito, per l’ennesima volta, la necessità di ricorrere alla legislazione d’urgenza, contro quella che a suo giudizio è un eccessiva lentezza del Parlamento: “Voglio sottolineare – ha detto – che il governo può utilizzare la decretazione di urgenza a seguito del clamore suscitato dai recenti episodi. Voglio dire che rispetto al 2006-2007 i casi di stupro sono diminuiti del 10%”. Roma compresa. Un calo dovuto, secondo al presidente del Consiglio, “ai pattugliamenti fatti dai militari nelle nostre città”.


Il premier ha proseguito spiegando che alcune norme sono state inserite oggi nel decreto perchè erano state “consegnate al Parlamento”: come lo stalking, ad esempio. “Ma i tempi che il Parlamento impiega per approvare queste norme si dichiarano da soli”. Perciò i decreti legge sono uno strumento “essenziale” affinchè “un governo possa intervenire tempestivamente, legiferando con norme che immediatamente siano applicabili e quindi possano consentire dei risultati nelle situazioni che si manifestano e che richiedono provvedimenti tempestivi”.

E come annunciato, il decreto contiene anche la norma che allunga il periodo in cui gli immigrati clandestini possono essere trattenuti nei centri di identificazione: non più due, ma sei mesi. “Noi abbiamo anticipato nel decreto una norma già approvata dal Parlamento europeo per quanto riguarda l’asilo e i rimpatri”, ha commentato Maroni.

Il ministro dell’Interno, in conferenza stampa, ha anche smentito contrasti col capo dello Stato, sul tema delle ronde. “Non c’è stato alcun veto del Quirinale – ha assicurato – ieri con Napolitano ho concordato questo testo, senza alcuna forzatura o obiezione”.

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20 febbraio 2009
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Il VI Rapporto Cnel sui cittadini stranieri in Italia. Per la prima volta alla graduatoria
assoluta si affianca quella con gli standard di vita della popolazione locale

Immigrati, la Sardegna la più accogliente
La ricetta del Cnel: diritto di voto

In termini assoluti il primato per la maggiore integrazione va all’Emilia-Romagna ma da un punto di vista comparativo sorprendono le regioni del Sud

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di ALESSIA MANFREDI

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Immigrati, la Sardegna la più accogliente La ricetta del Cnel: diritto di voto
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ROMA – L’Emilia Romagna è la regione italiana con le maggiori possibilità di integrazione per gli immigrati, ma, in rapporto alle condizioni della popolazione locale, svetta la Sardegna. La fotografia che emerge dal VI Rapporto sugli Indici di integrazione degli immigrati di Italia presentato al Cnel ritrae una realtà molto diversa e variegata sul piano geografico, dove le potenzialità maggiori non sempre corrispondono ad un risultato ottimale: succede invece che realtà sulla carta più deboli riservino sorprese. In linea di massima “piccolo è bello” anche nell’integrazione, a proposito della quale il Cnel indica una ricetta, e con sicurezza: subito la legge per il voto amministrativo e il diritto di cittadinanza.

Per la prima volta il rapporto presentato al Cnel dal Comitato di Presidenza dell’Organismo nazionale di coordinamento delle politiche di integrazione degli stranieri e realizzato dall’équipe del Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes, coordinato da Luca di Sciullo, pone fianco a fianco la graduatoria assoluta ‘classica’, basata sui dati della sola popolazione immigrata in ciascun contesto territoriale, e una nuova graduatoria comparativa, che mette a confronto le condizioni di vita dei cittadini italiani con quelle degli stranieri in ciascun singolo territorio, per vedere quanto siano effettivamente distanti.
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LE TABELLE
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E qui cominciano le sorprese. Perché se alla guida della graduatoria assoluta c’è una prospera regione del centro-nord, l’Emilia-Romagna, con molti mezzi e una solida tradizione di accoglienza – in quest’edizione del rapporto scavalca Trentino Alto Adige (al quinto posto) e Veneto (al settimo), che guidavano le edizioni 2003 e 2004 – la regione che riesce a garantire il miglior livello di integrazione in relazione agli standard di vita della popolazione locale, è invece al Sud, la Sardegna. Seguono Marche, Friuli Venezia Giulia, Valle d’Aosta e Umbria, tutte realtà medio piccole, dove risulta più facile valorizzare relazioni umane e sociali rispetto a contesti fortemente metropolitani, più dispersivi e alienanti. La conferma? In questa graduatoria Lombardia e Lazio si piazzano rispettivamente al diciottesimo e all’ultimo posto.


In termini assoluti, la macro area dove gli immigrati sono più integrati è il nord-ovest: il primato dell’Emilia-Romagna qui è confermato dalla presenza di tre province nelle prime dieci in graduatoria e dal miglior piazzamento per capacità di attirare e trattenere al proprio interno la maggior popolazione di stranieri. Sempre nella graduatoria assoluta, la provincia a più alto potenziale di integrazione è Trieste, ma quella a massima integrazione ‘reale’ è Cagliari. Catanzaro la segue al quinto posto, a conferma delle possibilità del Mezzogiorno.

Piccolo, quindi, è meglio perché significa contesti ristretti, rapporti con servizi, enti e strutture più immediati e un inserimento più facile per chi è straniero rispetto ai grandi agglomerati urbani. Infatti, le grandi regioni del centro-nord, spesso dal potenziale assoluto di integrazione più elevato rispetto al resto d’Italia, nella graduatoria comparativa figurano solo da metà classifica in giù: Veneto al tredicesimo posto, Emilia-Romagna al quattordicesimo, Toscana al sedicesimo, Lombardia al diciottesimo, Lazio fanalino di coda, al ventesimo posto.

Il rapporto si basa sia su indicatori statistici e sociali del 2006 – dalla accessibilità immobiliare alla dispersione scolastica, dai ricongiungimenti familiari all’acquisizione della cittadinanza, ai livelli di devianza – che occupazionali, come l’inserimento lavorativo, i livelli professionali, il reddito e il tasso di imprenditorialità.

Le differenze sono grandi: se nel Lazio l’affitto di una casa di 50 metri quadri in periferia incide per il 52% sulla retribuzione media degli stranieri non comunitari, nel Meridione il valore si dimezza. Il tasso di devianza – basato sulle denunce penali tra gli stranieri regolarmente soggiornanti – al nord è, a sorpresa, sotto la media nazionale (4,3%) nonostante lì venga particolarmente enfatizzata la preoccupazione sicurezza legata all’immigrazione.

In graduatoria assoluta, Lombardia, Lazio, Emilia-Romagna sono ai primi posti per l’indice di inserimento occupazionale, ma in termini comparativi in testa passano Sardegna, Val d’Aosta e Calabria. In Sardegna e Calabria, poi, l’indice di imprenditorialità – percentuale di maggiorenni titolari di azienda stranieri – è superiore alla media italiana (4,35%).

Questa geografia rovesciata fa riflettere su come il “poco” delle regioni meridionali sia in realtà molto rispetto alle proprie possibilità strutturali, e il “tanto” del centro-nord, decisamente meglio attrezzato, venga ridimensionato in base agli standard medi della popolazione nativa.

L’immigrazione è una condizione strutturale della società italiana e in futuro lo sarà sempre di più, conclude l’Onc-Cnel. Come dimostrano le graduatorie comparative, in diversi contesti i processi di inserimento sono ben avviati. Perché le politiche sociali si sviluppino in integrazione – anima delle politiche migratorie sia a livello nazionale che comunitario – il Cnel individua due interventi da realizzare con urgenza: la legge sul diritto di cittadinanza e quella sul diritto di voto amministrativo per gli immigrati.

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20 febbraio 2009
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Gaza: uomini ed animali (quelli veri)

Sono membro del WWF (qualcuno maligna che si tratti di puro spirito di autoconservazione…) e forse è proprio per questo che spesso addivengo alla conclusione che, se gli uomini si comportassero come gli animali, saremmo tutti… più umani.

Mi scuserete se non traduco questo pezzo, arrivatomi via mail, ma le mie condizioni di salute non sono tali da consentirmi una lunga permanenza al computer. D’altro canto, non penso sia necessario sapere perfettamente l’inglese per capirne il senso… l’altra notizia invece è (per vs. fortuna!) in italiano.

Justifying Israeli War Crimes

By: Reem Salahi

Having left Gaza now, I am trying to come to terms with what I saw, what I heard and honestly, what I don’t think I will ever understand – the justification.  While Israel’s recent offensive has been the most egregious of any historical attack upon the Palestinians in Gaza, it is just that, one of many. Gaza has been under Israeli bombardment and sanctions for many years. Prior to the Israeli pullout in 2005, Gaza was under the complete control and occupation of Israel. Nearly 8000 Israeli settlers occupied 40% of Gaza while the 1.5 million Palestinians occupied the remaining 60%. Settlements were located on the most fertile lands and along Gaza’s beautiful coastal regions and checkpoints prevented Palestinian mobility. Despite being one-fifth the size of Rhode Island, 25 miles long by 4-7.5 miles wide, Gaza was divided into three sections and Palestinians had to pass through multiple checkpoints to get from one section to the next. Often Israeli forces would close these checkpoints and not allow the Palestinians access to the other regions in Gaza as a form of collective punishment.

Yet with Israel’s pullout in 2005, the Palestinian experience has not improved.  Rather, it has become even more unpredictable and isolated. Palestinians who celebrated the exodus of the Israeli settlers and the return of their land could not have imagined what would follow and how Israel would subsequently unleash its brutal force against them.  As the saying goes, nothing in life is free and the Palestinians have paid, and continue to pay, a dear and unforgivable price for Israel’s withdrawal from their legally rightful land.

From the first moments of Israel’s military campaign on December 27, Israel’s indifference to civilian casualties was clear. Its first attacks started at around 11:30 AM, at a time when children leave the morning session of school and the afternoon students arrive. The streets were packed with civilians – children no less. Within moments, hundreds of Palestinians were killed and even more Palestinians were injured (at least 280 Palestinians were killed on the first day, and 700 wounded including more than a dozen policemen attending a graduation ceremony at the Gaza City police station). One of the little girls in Jabalia told me that she was in school when the attacks started. She fainted from the overwhelming fear and was not able to go home and see her family for days. When she did go home, she remembers seeing dead and injured bodies stranded all over street and hearing the thundering sound of missiles falling.

In its offensive, Israel attacked UNRWA warehouses, schools, mosques, civilian neighborhoods, businesses, factories, hospitals, universities and the media center.  Its attacks took place during the day, night, during temporary ceasefires, and often without any notice or=2 0warning.  I would ask the Palestinians I met who had lost loved ones in the recent incursion whether they were warned about an oncoming attack by some flyer or radio announcement.  The majority would laugh at my question.  “Why would I stay in my home if I knew that it was going to be attacked? Do you think I want to die? Do you think I would want to put my family and children in danger?” Most of the Palestinians had no notice that they were going to be attacked and bombarded until it was too late, and at that point, all they could do was stay in their homes, far from any window or door, and pray that their house would not be next.

Those, like Majid Fathi Abd al-Aziz al-Najjar, who were warned, tended to flee to “safer” areas. Majid and his wife and children resided in a border town in Khan Younis. Shortly after the start of its incursion, the Israeli military dropped flyers on his town, a copy of which he showed me. It said in Arabic that militants had entered your area and as a result we are forced to react and attack this area. Yet these flyers were only dropped in the center of town and Majid did not even realize that they were dropped until after the attacks on his way to see the rubble that used to be his home. Realizing that Israeli tanks were planning on entering Gaza and would destroy anything that would block their entry, Majid packed his family and fled to his relative’s home far from the border, in an area deemed safe. Yet at 10 PM on January 3, 2009, a white phosphorus missile strayed off course and rammed right into the home that Majid and his family had taken refuge in, along with 15-20 other Palestinians.  The missile came through the roof and broke through the wall and hit Majid’s wife, Hanan Abd al-Ghani al-Najjar, dead center in her chest. She died immediately upon impact. Six or seven others, including Hanan’s elderly mother and Hanan and Majid’s daughter were severely injured by shrapnel and rushed to the hospital.  Whereas Majid thought he had fled from certain death in his home on the border, death followed him to his place of refuge.  Yet the sad reality is that no matter where Majid fled, no place in Gaza was safe.  Hanan’s death was not the unpredictable result of a misguided missile, but rather the predictable consequence of a one-sided war waged by the fifth largest army against a population that is trapped within a prison and weakened by decades of occupation and years of blockade.

While Israel has perfected its many excuses in justifying innocent Palestinian death and destruction (“there were militants present…well we thought there were militants present” “we warned the m but they did not to leave” “missiles were being fired from that [insert location here]” “we are investigating this attack” “it was an accident”), Israel has fallen short of providing actual evidence to substantiate killing people like Hanan Al-Najjar, Kassab Shurrab, Mahmoud Masharrawi, Sabha’s husband and the majority of others killed.  After attacking the UN-operated al-Fakhura School in Jabalia on January 6, where many families had taken refuge and killing at least 40 innocent women and children and injuring dozens more, Israel made a rare attempt to actually justify its attacks.  Not only did Israel use one of its staple excuses (“militants were firing from inside the school”), but it actually showed a video of militants firing mortars from the school.  Within a matter of days, though, the video was dated to 2007 and till now, Israel has not provided us with another staple excuse of why, two years later, the al-Fakhura School was attacked and the hundreds of Palestinian civilians were killed and injured.

How does Israel explain the executions, the shooting of Palestinians point blank in cold blood?  How does it justify Israeli soldiers shooting Kassab Shurrab with five bullets across the chest as he came out of his car with his hands to his side, especially as one of the Palestinian hostages sitting blindfolded by the soldiers heard the commander tell the soldier in Hebrew to shoot the civilians that were driving down the road.  What about the two daughters of Khaled Abed Rabbo, Amal, age 2, and Suaad, age 7, murdered by an Israeli soldier using a semi automatic rifle before their father ‘s eyes as the other Israeli soldiers ate chips and chocolate?  Let us not forget about Sameer Rashid Mohammad Mohammad, a 43 year old UNRWA worker, who was separated from his family by Israeli soldiers and taken to a separate room and shot in the chest?  For four days after killing Sameer, Israeli soldiers held his family hostage and would make the family prepare the murdered Sameer food.  Only when the Israeli soldiers left their home, did Sameer’s children see that their father was executed and by their father’s dead and bleeding body were piles of food.  How about Farah al-Halo, 1.5 years of age, who was shot in the stomach when her family was forced to evacuate from their home at 6:30 PM by Israeli soldiers who assured them of their safety?  Only 50 meters down the road they were shot at by other Israeli soldiers.  Farah, with her intestines spilling from her stomach, died on the side of the road a few hours later as the same soldiers that had assured their safety watched.

Further, how can Israel explain its use of the Palestinians as human shields? Upon entering a village, Israeli soldiers would separate the men from the women.  Sami Rashid Mohammad Mohammad, Sameer’s brother, was taken as a hostage and forced to accompany the Israeli soldiers for four days.  He was handcuffed and blindfolded and made to walk in front of the Israeli tanks and soldiers as bullets would whiz by.  At other times, he was made to sit on his knees in an open field for hours while Israeli soldiers would shoot from behind him and often at his feet.  These Palestinians were nothing more than entertainment for the soldiers, a child’s play toy.  When I asked Sami whether he saw any Palestinian militants during his time as a human shield, he laughed and said that he only saw Israeli soldiers with their blackened faces and camouflage outfits.  “It was only Israeli soldiers shooting at each other,” he remarked.  It is thus no wonder that between four to six Israeli soldiers were killed and 24 others injured in “friendly fire.”

Additionally, how can Israel explain the humiliation tactics it used against the Palestinians such as forcing Palestinian ambulance drivers to abandon their ambulance cars and drive donkey carts to pick up the dead and wounded as if to equate Palestinians with donkeys?  The soldiers would grant the ambulance drivers half an hour to clear the area using donkey carts and threatened to shoot after half an hour.  And what about the racist remarks painted on the walls of the Palestinian homes?  One of my co-delegates took pictures of the Hebrew writings graffitied on the walls of some of the Palestinian homes we visited in Zeitoun and had a friend translate them.  Among the things written were: “Death to Arabs” “War now between Arabs and Jews” “An Arab brave is an Arab in a grave” “Bad to the Arab=good for me” “He who dreams Givati [Israeli infantry brigade] does not expel Jews. He who dreams Givati kills Arabs!!!”

The reality is that Israel cannot explain or justify any of these things, nor does it even care to do so.  When Israel’s staple excuses are not readily consumed or when it is examined under a critical lens, Israel applies another tactic- threat and demonization.  Israel has created one of the strongest lobby organizations in the U.S., AIPAC, which actively demonizes any opponent or criticizer of the State of Israel.  Due to John Ging’s, the Director of the United Nations Relief and Works Agency (UNRWA), open opposition to Israel’s attacks in Gaza and his call for the investigation of Israeli attacks, he has been demonized and AIPAC recently introduced House Resolution 29 attacking UNRWA and alleging that it supports terrorists. Even I have received a few threatening emails upon the issuance of NLG’s Press Report which documented some of our findings. One of the emails indicated that I, along with the other attorneys, will have our careers followed.  As the email stated, “Israel is smart not stupid, and will continue to do what they must as will America to survive even over the bodies of their leaders if necessary.”

Almost every Palestinian I met in Gaza believes that Israel’s recent attack will only be followed by another bloodier and more deadly attack on Gaza that will exterminate the Palestinians once and for all.  Considering the history of attacks on Gaza, the level of atrocities recently committed in Gaza and the lack of international redress, I do not think that these statements are mere paranoia. Israel must be held accountable for its crimes in Gaza lest it commit larger and more egregious crimes in the future. As one who has been trained in the legal profession, I demand that Israel engage the legal arena and provide the international community with real evidence, and not just staple excuses and dated videos, that can justify every single civilian murder and the widespread d estruction of Palestinian civil society. Until Israel is able to do so, the evidence in Gaza leads anyone willing to visit to the inevitable conclusion that Israel has committed war crimes.

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La strage tra le gabbie a Zeitun, nella periferia settentrionale della città

A Gaza, tra gli animali dello zoo
dimenticati in mezzo alla guerra

La gabbia dei leoni allo zoo di Gaza

La maggior parte è morta per fame. Il direttore: «Per più di due settimane non siamo riusciti a portare cibo»

GERUSALEMME – Non si uccidono così anche i cammelli? Nella conta dei morti di Gaza – quelli che alla fine contano davvero: vecchi, donne, bambini -, ci sono quattrocento carcasse che per un mese nessuno ha visto, raccolto, sepolto. Sono gli animali dello zoo di Zeitun, periferia settentrionale di Gaza City, uno dei sobborghi più colpiti nelle tre settimane dell’operazione Piombo Fuso. In molti erano arrivati nella Striscia dall’Egitto, fatti passare chissà come per i tunnel. Scimmiette, leoni, gazzelle, struzzi. Pochissimi di loro sono sopravvissuti alla guerra: Sabrina la leonessa, il suo spelacchiato compagno, qualche uccello, una decina in tutto… Gli altri, tutti lì a marcire fra le mosche: del cammello rimane quasi nulla; degli struzzi, meno ancora. Qualche bestia è morta sotto le bombe, altre hanno fori di proiettili.

LA MAGGIOR PARTE MORTI PER FAME – Ma la maggior parte se n’è andata per fame: «Per più di due settimane non siamo riusciti a portare cibo agli animali – racconta alla Bbc il direttore dello zoo, Emad Passim -. Era troppo pericoloso avvicinarsi, c’erano i soldati israeliani e i carri armati». Com’è nella legge d’ogni guerra, solo i più forti hanno resistito. E a scoprire che i leoni ce l’avevano fatta, un mese fa, è stata proprio una squadra di soldati israeliani, riuscita ad entrare nello zoo dopo aver fatto detonare mine e bombe-trappola piazzate dagli uomini di Hamas (c’è un video dell’esercito che mostra questi ordigni, sistemati fra le gabbie e una scuola che sta lì vicino). Sabrina e il suo re della savana, finiti in tv, hanno trovato perfino chi è disposto ad adottarli: allo zoo israeliano di Ramat Gan, vicino a Tel Aviv, durante la guerra sono nati due cuccioli di leoni, battezzati Salam e Shalom. Da Gaza però, da dove migliaia di palestinesi vorrebbero uscire ben prima dei felini, hanno risposto che la coppia resta dov’è.

LE RICHIESTE DEGLI ANIMALISTI ISRAELIANI – Gli animalisti israeliani non si sono scoraggiati: l’organizzazione Tnu lahaiot lihiot, “Lasciate vivere gli animali”, ha chiesto al ministero della Difesa di lasciar passare cibo, medicine e antiparassitari per i sopravvissuti dello zoo. Ci sono altre priorità, naturalmente, ma la colletta è partita e nei prossimi giorni la missione di soccorso si farà: trenta camion – costo fra i 170 e i 350 dollari per ciascun carico – porteranno a Gaza anche avena, fieno e miglio. «Gli animali non c’entrano nulla con la guerra fra gli umani – dice Eli Altman, portavoce degli ambientalisti – e la collaborazione fra Israele e Hamas, almeno su questo, è un esempio che va oltre un semplice zoo». Anche nel sud d’Israele, dove cadono i Qassam, parecchi animali sono da soccorrere: «Molte famiglie li hanno abbandonati», racconta Altman: duecento cani e settanta gatti di Sderot, Beer Sheva, Ashdod aspettano nuovi padroni a Ramle, in un canile. Altman spera che le bestie, prima degli uomini, diventino un mezzo di scambio pacifico: un ippopotamo israeliano, lo scorso anno, è finito nello zoo palestinese di Kalkilya. Nelle gabbie di Gaza aspettano Salam e Shalom, i leoncini: ma non è detto che il secondo possa tenersi anche il suo nome.

Fonte: Francesco Battistini per corriere.it/esteri/09_febbraio_19

Prima di esporvi le considerazioni che mi sono venute spontanee, aspetto i vostri commenti… altrimenti sembra che vi voglia in qualche modo indirizzare…

“Il vescovo Williamson lasci l’Argentina”: l’ordine del governo di Buenos Aires

Se non se ne andrà entro dieci giorni il lefebvriano negazionista verrà espulso

La motivazione: ha dichiarato il falso sul motivo della sua permanenza

"Il vescovo Williamson lasci l'Argentina" L'ordine del governo di Buenos Aires

Dal Vaticano è arrivato solo il “no comment” del portavoce Padre Lombardi

BUENOS AIRESLe autorità argentine hanno ordinato al vescovo negazionista lefebvriano Richard Williamson di lasciare il Paese entro dieci giorni, pena l’espulsione. La decisione è stata presa dal ministero dell’Interno che lo ha comunicato alla direzione nazionale dell’Immigrazione. Williamson, uno dei lefebvriani ai quali di recente papa Benedetto XVI ha revocato la scomunica, è al centro di polemiche per aver negato l’esistenza della camera a gas nei campi di sterminio nazisti.

Il ministro degli Interni argentino, Florencio Randazzi, secondo fonti citate dall’agenzia DyN, “ha intimato a Richard Nelson Williamson di abbandonare il territorio nazionale in un termine perentorio di dieci giorni”, a causa di “irregolarità nella sua documentazione”.

Il dicastero argentino ha precisato che Williamson ha dichiarato il falso ripetutamente sul “vero motivo della sua permanenza nel Paese, giacché dichiara di essere un impiegato amministrativo dell’Associazione Civile ‘La Tradizione’, quando in realtà la sua vera attività è di sacerdote e direttore del Seminario lefebvriano che la Fraternità San Pio X possiede nella località di Moreno”, nei dintorni di Buenos Aires.

Dal Vaticano non è arrivata nessuna reazione. “No comment”, si è limitato a dire padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede.

(19 febbraio 2009)

fonte: http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/esteri/benedetto-xvi-30/argentina-williamson/argentina-williamson.html?rss

TFR: reazioni alla proposta della Marcegaglia

Dopo questo post sulla proposta della Marcegaglia di destinare il TFR alla liquidità delle piccole-medie aziende e la risposta (che condivido totalmente) di Cremaschi, ecco che anche Tremonti dice la sua:

Tremonti: ipotesi Marcegaglia su Tfr «non è la risposta giusta»

La proposta di Confindustria di mantenere in azienda per un anno il Tfr inoptato (che nelle imprese con oltre 50 dipendenti confluisce automaticamente in un fondo dell’Inps) piace ai sindacati, ma non al governo che, pur ammettendo di voler approfondire la questione, la giudica, con le parole del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, «relativamente discutibile».

«Devo studiarmela, ma non mi sembra la risposta giusta», ha affermato il ministro. «L’obiettivo è giusto – ha precisato – ma il mezzo è relativamente discutibile perchè il Tfr è dei lavoratori e levargli i soldi non mi sembra una cosa giusta». Più morbido è apparso invece il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, che, dopo l’attacco diretto sferrato ieri contro le previsioni «da corvo» di Viale dell’Astronomia, non si sbilancia troppo: «Ogni proposta innovativa in questa fase merita attenzione», ha sottolineato, per questo anche quella avanzata da Emma Marcegaglia è degna «di essere approfondita». Sulla vicenda di ieri il ministro ha aggiunto: «Mi rallegro che la presidente Marcegaglia sia tra gli ottimisti, e cioè tra quelli che vedono la ripresa entro fine 2009». «Non amo le polemiche e non amo provocarle – ha concluso – ieri ho solo manifestato una preoccupazione, che credo sia condivisa all’unanimità da tutti, e cioè che in economia una delle componenti è l’atteggiamento psicologico».

In realtà, però, la possibilità di un approfondimento sembra già essere tramontata, e non solo per le parole di Tremonti. In Parlamento il sottosegretario all’Economia, Alberto Giorgetti, ha infatti espresso «parere negativo» all’ordine del giorno presentato da Stefano Saglia e Giuliano Cazzola (Pdl) che, nell’esame del Milleproroghe, avevano invitato il governo proprio a valutare «l’opportunità di sospendere per tutto il 2009 l’applicazione dell’obbligo di versamento del Tfr non optato all’Inps, allo scopo di favorire in via transitoria l’autofinanziamento delle imprese».

La bocciatura è arrivata nonostante la disponibilità mostrata dalle parti sociali. Dopo la posizione sostanzialmente possibilista già espressa dalla Cgil, anche Cisl, Uil e Ugl non si sono mostrate contrarie alla possibilità ventilata da Marcegaglia per far fronte alla crisi. Così come Confcommercio, secondo la quale «sostenere liquidità, autofinanziamento e accesso al credito da parte delle imprese è, in questa fase, certamente fondamentale. L’ipotesi di sospensione del versamento del Tfr inoptato al Fondo di Tesoreria va dunque esaminata» nel quadro, però, precisa l’associazione dei commercianti, di «un confronto più generale».

Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia e Lavoro/2009/02/scajola-tfr.shtml?uuid=6dab53cc-fe9d-11dd-9ea7-d196493656f8&DocRulesView=Libero

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Per quel che riguarda i sindacati, a parte la posizione già citata di Cremaschi, questa è la posizione della CISL, questa quella dell’UGL e qui c’è la nota dell’ufficio stampa CGIL; nel sito della UIL io non ho trovato alcunché… questo non significa che non abbiano espresso il loro parere, ma solo che la mia limitata pazienza ha dato forfait… voi ne sapete di più?