Archivio | febbraio 23, 2009

La crisi taglia gli stipendi dei manager: Montezemolo e Marchionne si accontentano di tre milioni

Luca Cordero di Montezemolo (Ap/Lapresse)

Il presidente pare abbia percepito 3,3 milioni invece dei 7 dell’anno precedente mentre l’amministratore delegato ha portato a casa 3,4 milioni contro i 6. Preoccupazione a Torino per il piano di Obama sull’auto

Torino, 23 febbraio 2009 – La crisi colpisce anche gli stipendi di Luca di Montezemolo e Sergio Marchionne, rispettivamente presidente e amministratore delegato della Fiat. Anche se si presume che, né l’uno né l’altro, avranno problemi di sopravvivenza.

Secondo fonti del Lingotto, risulta che nel 2008 Montezemolo abbia percepito 3,3 milioni di euro anzichè 7 milioni di euro e Marchionne 3,4 milioni di euro rispetto ai precedenti 6 milioni di euro percepiti nel 2007. C’è di più: negli ambienti finanziari torinesi ci si interroga sull’effettiva durata dell’incarico di Montezemolo che potrebbe durare soltanto sino alla fine del 2009.

Intanto, a Torino, serpeggiano nuove preoccupazioni circa l’accordo Fiat-Chrysler: il Piano Obama per salvare l’industria automobilistica americana, infatti, potrebbe privilegiare una fusione di Chrysler con General Motors, mandando a monte il disegno strategico di Marchionne. che punta allo sbarco negli Stati Uniti.

INCENTIVI AI MANAGER

Via libera del Cda di Fiat, per il 2008 e 2010, ad un nuovo piano di incentivazione e fidelizzazione del management che “sarà basato su parametri di misurazione delle performance coerenti con la nuova situazione di mercato”.

Nel dettaglio, si legge in una nota della società, si consente ai beneficiari “di ricevere gratuitamente un corrispondente numero di azioni ordinarie Fiat per un ammontare complessivo massimo di 8 milioni di azioni ordinarie Fiat. In particolare, 2 milioni di azioni ordinarie Fiat sono destinate all’amministratore delegato Sergio Marchionne ed un massimo di 6 mln di azioni sono destinate a manager aventi un ruolo con significativo impatto sui risultati di business”.

I manager beneficiari saranno identificati dall’ad in coerenza con i criteri organizzativi adottati in occasione dei piani 2006 e 2008. “La maturazione dei diritti avverrà in un’unica tranche con l’approvazione del bilancio consolidato del gruppo per l’esercizio 2010 ed il numero delle azioni assegnate sarà pari al 25% dei diritti assegnati nel caso di raggiungimento degli obiettivi 2009 e sarà pari al 100% dei diritti assegnati nel caso di raggiungimento degli obiettivi relativi al 2010”.

Il piano verrà servito con azioni già emesse acquistate sul mercato e pertanto non avrà effetti diluitivi, non prevedendo l’emissione di nuove azioni. Il piano verrà sottoposto all’assemblea degli azionisti del 27 marzo prossimo.

Fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2009/02/23/153492-crisi_taglia_stipendi_manager.shtml

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Scusate, cari lettori, ma proprio non capisco… i lavoratori devono subire la cassa integrazione (quelli che ce l’hanno, beninteso), lo stato (cioè sempre i lavoratori) paga gli aiuti economici all’industria automobilistica, in televisione passano più pubblicità di auto – anche solo italiane – che programmi (e non parliamo di quelli intelligenti, che è come sparare sulla croce rossa…) e questi signori (che sicuramente non possono essere considerati i soli o i principali responsabili dell’attuale crisi, ma che comunque non sono manager da ieri, ergo qualche responsabilità ce l’hanno pure…) si debbono “accontentare” di qualche milione di euro di stipendio??? Ma perché non li mandiamo negli States?

Il business del secolo in Sicilia: Acqua, un affare che scotta

maresciacca1

Riceviamo da Carlo Ruta, amico e co-autore di Solleviamoci, questo pezzo, su cui faremmo bene a meditare tutti…

Grazie Carlo!

Il business del secolo in Sicilia

Acqua, un affare che scotta

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Come gruppi economici e consorterie territoriali stanno appropriandosi delle risorse idriche di una regione che possiede tanta acqua mentre, per paradosso, ne patisce endemicamente la mancanza. La presenza discreta della multinazionale spagnola Aqualia. Le strategie della società catanese Acoset. L’anomalia del sudest.

In Sicilia i processi di privatizzazione dell’acqua che vanno dipanandosi negli ultimi anni si raccordano con una tradizione composita. Se si dà uno sguardo alla storia post-unitaria, si constata infatti che l’accaparramento delle fonti, delle favare per usare il termine di derivazione araba, ha scandito con regolarità l’evoluzione legale e illegale dei ceti che hanno esercitato dominio sull’isola. Il controllo delle acque ha consentito di lucrare rendite economiche e posizionali importanti, di capitalizzare, di chiamare a patti le autorità pubbliche, di condizionare quindi gli atti dei municipi, degli enti di bonifica, di altre istituzioni. E il canovaccio di tale affare, di rilievo appunto strategico, ancora oggi rimane tale, benché si faccia uso di strumenti e progettazioni non più a misura di un mondo agrario più o meno statico, ma di una realtà in profonda evoluzione, sullo sfondo delle economie globali. Si tratta di comprendere allora i modi in cui si coniugano oggi i due elementi, innovazione e tradizione, a partire comunque dal dato che anche in Sicilia si vive al riguardo un passaggio epocale, dopo il lungo tragitto delle aziende municipalizzate, che sempre e comunque hanno dovuto fare i conti con i signori delle fonti.

Nel quadro dei processi generali che hanno reso l’acqua una risorsa economica, una merce, che chiama in causa multinazionali potenti come Suez, Vivendi, Impresilo, RWE, la legge Galli del 5 gennaio1994 sugli ambiti territoriali ottimali, ATO, ha segnato una svolta rispetto al passato, puntando a eliminare la frammentazione che fino a quel momento aveva caratterizzato la gestione idrica nel territorio nazionale. Pur sottolineando sin dall’incipit il rilievo dell’acqua quale bene pubblico, ha posto nondimeno le basi per l’irruzione dell’interesse privato nella gestione dei servizi idrici degli ATO, con il ricalcolo di tale risorsa sotto il profilo economico. E tutto questo, se, come si diceva, non poteva non sommuovere, in senso lato, l’interesse della grande finanza, come testimonia negli ultimi anni il coinvolgimento di banche come l’Antonveneta, la Fideuram e altre ancora, ha finito con il sollecitare una pluralità di interessi, con l’esaltare anomalie esistenti e generarne di nuove, specie nel sud della penisola e in Sicilia, dove l’economia più di altrove è inficiata da mali strutturali, dove vigono appunto tradizioni tipiche, che rendono ineludibile l’ipoteca delle consorterie.

La posta in gioco in Italia è ovviamente altissima, potendo comprendere, fra l’altro, gli ingenti finanziamenti a fondo perduto che l’Unione Europea ha destinato a tali ambiti, perché vengano eliminati i gap che interessano il paese. Tanto più lo è comunque in regioni in cui le strutture e gli impianti esistenti scontano deficit strutturali, consolidatisi lungo i decenni. È il caso della Sicilia, dove l’EAS e le municipalizzate hanno gestito regolarmente impianti obsoleti, dove quasi tutti gli invasi recano vistosi segni d’incuria, le infrastrutture restano esigue, le condutture fatiscenti e in una certa misura da rifare. Il progetto di privatizzazione nell’isola ha potuto quindi fregiarsi di un obiettivo seducente, quello della modernizzazione dei servizi idrici che, dopo anni di attesa interlocutoria, è stato agitato come una sorta di rivoluzione dal governo regionale di Salvatore Cuffaro. E dal decisionismo, sufficientemente mirato, del ceto politico di cui l’ex presidente conserva in una certa misura la rappresentatività, corroborato comunque dai trasversalismi che insistono a connotare la vicenda pubblica nella regione, ha preso le mosse, negli ultimi anni, una sorta di caccia all’oro.

L’affare dell’acqua reca in Sicilia dimensioni inedite. Sono in gioco infatti 5,8 miliardi di euro, da amministrare in trenta anni, con interventi a fondo perduto dell’Unione Europea per più di un miliardo di euro. Dopo un primo indugio, dettato presumibilmente da ragioni di cautela, che ha visto comunque diverse gare andare a vuoto, la scena si è quindi movimentata, con l’irruzione di importanti realtà economiche, interne all’isola ed esterne. Una fetta cospicua dell’affare è stata avocata dalla multinazionale francese Vivendi, socia di maggioranza della Sicilacque spa, che, dopo la liquidazione dell’Ente Acquedotti Siciliani, ha ereditato la gestione di 11 acquedotti, 3 invasi artificiali, 175 impianti di pompaggio, 210 serbatoi idrici, circa 1.160 km di condotte e circa 40 km di gallerie. In diverse ATO si è già provveduto, altresì, alle assegnazioni. Nell’area di Caltanissetta si è imposta Caltaqua, guidata dalla spagnola Aqualia. A Palermo e provincia ha vinto il cartello Acque potabili siciliane, di cui è capofila Acque potabili spa, controllata dal gruppo Smat di Torino. Nell’area etnea la guida del Consorzio Ato Acque è stata assunta dalla catanese Acoset. Ad Enna ha vinto Acqua Enna spa, comprendente Enìa, GGR, Sicilia Ambiente e Smeco. A Siracusa vige la gestione mista della Sogeas, che vede presenti, con l’ente municipale, la Crea-Sigesa di Milano e la Saceccav di Desio. Ad Agrigento è risultata aggiudicataria la compagine Agrigento Acque che fa capo ancora ad Acoset. Negli altri ATO le gare rimangono sospese.

È la prima fase ovviamente, quella dei grandi appalti, che è preoccupante non solo per la virulenza con cui i poteri economici incalzano e mettono in discussione le istanze della democrazia, degradando un bene comune qual è l’acqua a merce, ma, di già, per i modi in cui evolvono le cose, in ossequio appunto a una data tradizione. In relazione più o meno diretta con grandi società estere e italiane interessate all’affare Sicilia, vanno muovendosi infatti ambienti economici discussi, a partire dai Pisante, le cui imprese risultano inquisite dalle procure di Milano, Monza, Savona e Catania per una varietà di reati: dal pagamento di tangenti all’associazione mafiosa.

Già coinvolta nell’isola in vicende legate agli inceneritori, tale famiglia si è mossa con intenti strategici. Si è inserita, tramite la controllata Galva spa, nel raggruppamento guidato da Aqualia, per la gestione idrica nel Nisseno. Partecipa con un buon 8,4 per cento alla società aggiudicataria nel Palermitano, Acque potabili siciliane spa. Tramite le società Acqua, Emit, e Siba detiene una discreta quota azionaria di Sicilacque che, come detto, ha rilevato dall’EAS il controllo delle grandi risorse idriche regionali. Ancora per mezzo della Galva partecipa altresì alla compagine vincente nell’Agrigentino, Girgenti Acque, di cui è capofila Acoset, che con Aqualia ha concorso in varie province. Ha invece perso nel Catanese, perché, l’AMGA spa, capofila della compagine entro cui correva, in competizione con Acoset, per l’aggiudicazione dell’ATO 2, è stata esclusa dalla gara.

Nelle mappe dell’acqua assumono altresì rilievo due noti imprenditori siciliani: l’ingegnere Pietro Di Vincenzo di Caltanissetta e l’ennese Franco Gulino, che vanno facendo non di rado gioco comune, pure di concerto con i Pisante. Il primo, cui sono stati confiscati beni per circa 300 milioni di euro, ha assunto la gestione dei dissalatori di Trapani, Gela, Porto Empedocle, Lipari e Ustica, indubbiamente strategica. È stato l’unico offerente nella gara per la gestione idrica di Trapani, poi sospesa. In competizione con le imprese di Caltaque, ha corso altresì per l’appalto ATO di Caltanissetta, dentro la compagine NissAmbiente, che comprendeva pure l’Altecoen di Franco Gulino. Quest’ultimo poi. Proprietario di un gruppo di quaranta società operanti in diverse regioni italiane, con interessi pure in Sud America, è stato rinviato a giudizio a Messina per concorso esterno in associazione mafiosa, per l’affare dei rifiuti di MessinAmbiente, che tramite l’Emit ha coinvolto pure i Pisante. Con l’Altecoen, che la stessa Corte dei Conti siciliana ha definito nell’aprile 2007 un’azienda “infiltrata dalla criminalità mafiosa”, si è introdotto nell’affare dei termovalorizzatori, per uscirne con ingenti guadagni. Ancora tramite l’Altecoen, è stato presente nella Sicil Power di Adrano, insieme con la DB Group, presente nei raggruppamenti guidati dalla catanese Acoset.

Tutto questo definisce evidentemente un ambiente, che fa da sfondo peraltro a fatti e atteggiamenti ancor più preoccupanti. Si tratta del lato più oscuro del processo di privatizzazione, di cui emergono un po’ le coordinate nelle dichiarazioni di un reo confesso, Francesco Campanella, ex presidente del consiglio municipale di Villabate, sulla costituzione del consorzio Metropoli Est, finalizzato al controllo delle acque in alcuni centri del Palermitano. Fatti sintomatici si rilevano comunque in quasi tutte le aree dell’isola: dall’Agrigentino, dove i sindaci di Bivona e Caltavuturo hanno denunciato le logiche dubbie invalse negli appalti di manutenzione, a Ragusa, dove sin dagli inizi della vicenda ATO è stato un crescendo di atti intimidatori. E si è ancora agli esordi.

In linea con le consuetudini, vanno delineandosi in sostanza due livelli: quello della gestione idrica in senso stretto, conteso da multinazionali e grandi società del settore, non prive appunto di oscurità, e quello dell’impiantistica, lasciato in palio alle consorterie territoriali, che recano ragioni aggiuntive, oggi, per porsi all’ombra di poteri estesi e ineffabili. Un quadro definito degli interessi potrà aversi comunque con l’entrata nel vivo degli ammodernamenti, nella danza di bisogni e pretese che sempre più verrà a stabilirsi fra appalti e subappalti. Solo allora l’obolo alla tradizione verrà richiesto con ampiezza: quando in profondo si tratterà di fare i conti con il privato che cova già nei territori, quando si tratterà altresì di saldare i conti con la parte pubblica, in sede municipale, provinciale, regionale.

In questa fase, in cui alcuni raggruppamenti recano caratteri di veri e propri cartelli, la logica prevalente rimane quella delle concertazioni a tutto campo, che traspare, fra l’altro, in certi movimenti mirati, prima e dopo le aggiudicazioni: tali da pregiudicare talora la linearità delle gare. Un caso esemplare, che ha avuto pure risvolti parlamentari, con una interpellanza del deputato Filippo Misuraca, è quello di Caltanissetta, dove la IBI di Pozzuoli, capofila della compagine esclusa dalla gara ATO, ha presentato ricorso contro Caltaqua, per ritirarlo appena avuta l’opportunità di inserirsi, con l’Acoset di Catania che l’affiancava, nel gruppo assegnatario, attraverso l’acquisizione di una quota cospicua dalla Galva del gruppo Pisante. Tutto questo, a dispetto delle leggi e delle direttive comunitarie, che vietano qualsiasi modificazione all’interno delle compagini vincenti.

Il processo di privatizzazione in Sicilia non sta recando comunque un decorso facile. Ha suscitato tensioni politiche, tali da rendere difficoltose le aggiudicazioni, mentre ha agitato la protesta delle popolazioni, allarmate dai rincari dell’acqua che ovunque ne sono derivati. Per tali ragioni a Trapani e Messina le gare rimangono sospese, con rischi di commissariamento dei rispettivi ATO, mentre a Ragusa si è arrivati addirittura a un ripensamento, per certi versi un dietro-front, che ha coinvolto gran parte dei sindaci dell’area. E proprio la vicenda di quest’ultima provincia segna nel processo una vistosa anomalia.

Sotto il profilo economico, il sudest, da Catania alla provincia iblea, reca tratti distinti. È la sede principale delle colture in serra, lungo i percorsi della fascia trasformata. È area d’insediamento di grandi centri commerciali, con poli importanti a Misterbianco, Siracusa, Modica e Ragusa. È territorio di una banca influente, la BAPR, che riesce a collocarsi oggi, per capitalizzazione, fra le prime venticinque banche in Italia. In virtù dell’integrazione cui può godere, sempre più va facendosi altresì un’area di forte interlocuzione economica, a tutti i livelli, con risvolti operativi non da poco. Se ne hanno riscontri nella politica concertata dei poli commerciali, quelli indicati appunto, e tanto più negli accordi strategici che vanno maturando nel mercato immobiliare, nella grande distribuzione alimentare, nel mercato ittico, nella costruzione di opere pubbliche, infine, dopo la svolta della legge Galli e le sollecitazioni dal governo regionale, nello sfruttamento privato delle acque. In quest’ultimo ambito infatti la catanese Acoset, ponendosi a capo di un raggruppamento coeso, ha deciso di guadagnare terreno oltre il territorio etneo, mentre la Sogeas di Siracusa, pur avendo introdotto soci privati, cerca di mantenere, al momento, un contegno più prudente.

Negli ultimi anni la società catanese è stata al centro di numerose contestazioni, da parte di enti e comitati di cittadini che ne hanno denunciato, oltre che i canoni esosi, le carenze di controllo. Il caso più clamoroso è emerso nel 2006 quando nell’acqua da essa erogata in diversi centri sono state rilevate concentrazioni di vanadio nocive alla salute. La Confesercenti di Catania è intervenuta con esposti ad autorità competenti e al Ministero della Salute. Il comune di Mascalucia ha aperto in quei frangenti un contenzioso, negando la potabilità dell’acqua. Per la mancata erogazione in alcuni centri, l’azienda è stata inoltre censurata dal Codacons e, in un caso almeno, è stata indagata dalla magistratura etnea. A dispetto comunque di simili “incidenti”, che definiscono il piglio dell’azienda mentre incrinano, in senso lato, le sicurezze sulle qualità del servizio privato, l’Acoset, potendo contare su alleati idonei, ha assunto i toni e le pretese di un potere forte.

Nata nel 1999 come azienda speciale, che ai fini della gestione idrica consorziava venti comuni pedemontani, l’impresa presieduta dal geometra Giuseppe Giuffrida si è trasformata nel 2003 in società per azioni, con capitale pubblico e privato. Nello slanciarsi lungo la Sicilia, ha stabilito rapporti con ambienti economici mossi. Nella compagine di Girgenti Acque, di cui è capofila, ha associato la Galva del gruppo Pisante e una società che fa capo alla famiglia Campione, discussa per vicende che ne hanno riguardato un componente. Nel medesimo tempo, con le movenze tenui che accomunano tante imprese dell’est siciliano, l’Acoset è riuscita ad aver voce negli ambiti decisionali che più contano nell’isola. Un test viene ancora dall’Agrigentino, dove, malgrado l’opposizione di ventuno sindaci, che avevano chiesto l’annullamento dell’aggiudicazione, la società catanese è riuscita a mettere le mani comunque sull’affare idrico, con la condivisione forte del presidente provinciale degli industriali, Giuseppe Catanzaro, del direttore generale in Sicilia dell’Agenzia regionale per i rifiuti e le acque, Felice Crosta, del presidente della regione Cuffaro.

Pure i numeri sono quindi divenuti quelli di un potere in evoluzione. Quale socio privato dell’ATO 2 di Catania, l’impresa eroga l’acqua a 20 comuni etnei, per circa 400 mila abitanti. Da capofila della società Girgenti Acque ha sbaragliato potenti società italiane ed estere, come Aqualia appunto, aggiudicandosi un affare che le farà affluire in trenta anni 600 milioni di euro, di cui circa 100 milioni dall’Unione Europea. Con una quota minima, ceduta dalla Galva dei Pisante, risulta presente nel gruppo Caltaqua, aggiudicatario della gestione idrica del Nisseno. Sin da quando si è profilato il business della privatizzazione, con un raggruppamento d’imprese che comprende pure la BAPR, ha deciso di puntare altresì a sud, gareggiando ancora con la multinazionale iberica, per assicurarsi la gestione dei servizi idrici di Ragusa, che recano una posta di oltre mezzo miliardo di euro, di cui circa 100 mila della UE. Se avesse centrato tale obiettivo oggi avrebbe in pugno un quinto circa dell’intero affare siciliano.

I giochi apparivano fatti. Delle tre società concorrenti, Saceccav, Aqualia e Acoset, la prima, che concorreva già per insediarsi all’ATO di Siracusa, è stata esclusa dalla gara per motivi che sono apparsi sospetti, tali da indurre uno dei commissari, il prof. Francesco Patania, a dimettersi e presentare un esposto alla procura di Ragusa. La seconda, che di lì a poco avrebbe avocato a sé la gestione idrica del Nisseno, per certi versi si è ritirata perché non ha risposto all’invito della commissione di dichiarare se persisteva il suo interesse alla gara. La compagine di Acoset, che al medesimo invito ha risposto affermativamente, aveva quindi ragione di sentirsi vincitrice. Le cose sono andate tuttavia in modo imprevisto. La maggioranza dei sindaci, che nel giugno 2006 si erano espressi a favore della gestione mista, pubblico-privata, nella seduta del 26 febbraio 2007 hanno deciso di avviare infatti la procedura di annullamento della gara perché difforme alle direttive dell’Unione Europea. E il 2 ottobre del medesimo anno la gara è stata annullata. Ma perché è avvenuto tale ripensamento e, soprattutto, quali giochi reggevano, e reggono tutt’ora, l’affare acqua del sud-est?

Lo schieramento di Acoset per l’ATO di Ragusa reca conferme di rilievo e qualche accesso. Rimane forte la presenza catanese, con Acque di Carcaci, Acque di Casalotto e la COESI Costruzioni Generali. Con opportuni scambi posizionali vengono altresì confermate, perché strategiche, due presenze: la IBI di Pozzuoli, con cui nel Nisseno la società catanese ha condotto l’operazione di trasbordo in Caltaqua, che ha suscitato allarme nella Sicilia tutta e prese di posizione parlamentari; la DB Group che, tramite la Sicil Power, costituisce un punto di contatto fra l’Acoset e il gruppo di imprese che fa capo alla famiglia Pisante. Inedita è invece, ma pure sintomatica, la partecipazione della BAPR, che meglio di ogni altra realtà compendia il potere finanziario del sudest. La banca iblea ha fatto una scelta anomala, per certi versi controcorrente, dal momento che nessun altro istituto di credito dell’isola ha deciso di porsi in campo. Ma l’ha fatta a ragion veduta.

Nel quadro degli scambi che vigono nell’est siciliano, la BAPR costituisce una presenza di peso, in grado di interloquire con tutte le economie, a partire comunque da quelle legate all’edilizia e all’innovazione agricola. Reca una dirigenza solida, attenta alla tradizione, non priva tuttavia di impeti modernistici, che tanto più si avvertono nell’attivismo di Santo Cutrone, consigliere di amministrazione, costruttore, componente della giunta CCIIA di Ragusa, vice presidente siciliano dell’ANCE. Forte dei ruoli rivestiti, Cutrone ha potuto stabilire relazioni da vicino con l’imprendtoria catanese, inclusa quella legata all’acqua. Con la CG Costruzioni, di cui è proprietario, ha fatto affari comuni con l’ingegnere Di Vincenzo, con la costituzione di una ATI, associazione temporanea d’impresa, che ha concorso in numerose gare, dal comune Misterbianco al porto di Pozzallo. Quale presidente provinciale dell’Associazione Nazionale Costruttori si è esposto in favore della privatizzazione dell’acqua a Ragusa, mentre, a chiusura del circolo, ha sostenuto nell’intimo della BAPR le ragioni, infine vincenti, della scesa in campo con Acoset.

In considerazione di tutto questo, i conti dell’acqua, nella declinazione del sudest, tornano con pienezza. La società guidata da Giuseppe Giuffrida, che ha accettato la sfida dei giganti europei, ha avuto buone ragioni per imbarcare la banca siciliana, ravvisando nel prestigio e nell’influenza della medesima una carta spendibile ai fini dell’aggiudicazione del mezzo miliardo di euro in palio. Dal canto suo la BAPR, sospinta dal protagonismo di Cutrone, si è risolta a rivendicare una propria ipoteca, la prima, sull’affare del secolo, sulla scia peraltro di taluni gruppi finanziari, per consolidare sotto la propria egida l’asse economico Ragusa-Siracusa-Catania. Come si evince dalle movenze, tutti i protagonisti della compagine, da Acoset a IBI, da DB Group all’istituto ibleo, hanno comunque ben chiaro che la conquista del centro-partita nella cuspide iblea può costituire un incipit per ulteriori affari, tanto più dopo lo scoccare del 2010, quando, con l’apertura dell’area di libero scambio, il territorio del sudest, in virtù dell’esposizione che reca sul Mediterraneo, diverrà strategico.

In definitiva, nella Sicilia più a sud si è giocato per vincere, a tutti i costi. Il coinvolgimento della BAPR ne è una prova. E Acoset, con le sue alleate, avrebbe vinto se, dopo la decisione assunta dai sindaci dell’ATO in favore della privatizzazione, nel giugno 2006, non fossero accaduti degli incidenti, privi di riscontro in Sicilia, per certi versi quindi imprevedibili. Un pugno di ragazzi, fondatori di un giornale in fotocopia, “Il clandestino”, hanno deciso di mettersi di traverso, suscitando una resistenza corale, che ha incrociato lungo il suo cammino Alex Zanotelli, l’Antimafia di Francesco Forgione, il Contratto Mondiale dell’acqua di Emilio Molinari, la CGIL di Carlo Podda. Dalle cronache, in Sicilia e nel paese tutto, la storia è stata registrata come una esperienza esemplare, cui si sono coinvolti dirigenti sindacali come Tommaso Fonte, Franco Notarnicola, Nicola Colombo e Aurelio Mezzasalma, esponenti politici come Marco Di Martino, esponenti dell’associazionismo come Barbara Grimaudo. La battaglia dell’acqua, nel sudest siciliano, rimane comunque aperta, con i poteri forti che insistono a lanciare i loro moniti, mentre vanno preparandosi all’ultimo decisivo assalto.

Carlo Ruta

Fonte: “Narcomafie”, gennaio 2009

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Di acqua avevamo già parlato in questo post di gennaio, ma, a quanto pare, non se ne discute abbastanza… ci sono notizie buone e notizie pessime.

Mentre all’estero fanno marcia indietro e tornano all’acqua pubblica, in Italia si legifera per privatizzarla (il testo di legge è qui): dovremmo essere grati a questo governo che ci vuole sempre all’avanguardia… non in Europa o nei cosiddetti “paesi del primo mondo”, beninteso! Direi piuttosto nella difesa dei privilegi e delle “imprese”.

Ma ancora non disperiamo: nel sito Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua c’è anche qualche notizia confortante, che ovviamente i media “liberi” non riportano… la battaglia continua!


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Il Pd diviso sul testamento biologico. È la prima prova per Franceschini / Rutelli: «La mia è una ‘terza via’»

Testamento biologico, Pd ancora divisoLa Bianchi non firma. Rutelli: una terza via

Dorina Bianchi, capogruppo in commissione sanità, non firma l’emendamento «ufficiale»

Rutelli contro la sospensione dell’idratazione. D’Alema: «Incivili i trattamenti obbligatori»

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Dorina Bianchi (Agf)
Dorina Bianchi (Agf)

ROMA – È la prima grana per Dario Franceschini. Mentre la commissione Sanità del Senato esamina il disegno di legge presentato da Raffaele Calabrò (Pdl) sul testamento biologico, il Pd si spacca. E anche se le dichiarazioni dei vari esponenti puntano a trovare una «mediazione», le posizioni appaiono diverse. La linea ufficiale del gruppo sul ddl (che non prevede la possibilità per il soggetto di decidere sui trattamenti di nutrizione e idratazione artificiale e per questo ha raccolto molte critiche, tra cui quella di Beppino Englaro) è quella espressa nell’emendamento a prima firma AnnaFinocchiaro (e sottoscritta dai vice Luigi Zanda e Nicola Latorre). Il testo prevede che «nell’ambito del principio dell’autodeterminazione, nel rispetto dell’articolo 32, secondo comma, della Costituzione, è ammessa l’eccezionalità del caso in cui la sospensione di idratazione e nutrizione sia espressamente oggetto della dichiarazione anticipata di trattamento».

BIANCHI – Ma il testo non è stato firmato dalla capogruppo del Pd, Dorina Bianchi. «In questa prima fase non ho firmato nessun emendamento relativo a idratazione e nutrizione. Non c’è da parte mia nessuna polemica. Ma su un punto così delicato, ora preferisco assumere una posizione equilibrata e tenermi libera per lavorare a un emendamento maggiormente condiviso – spiega la senatrice -. Se avessimo avuto più tempo avremmo potuto lavorare meglio». La decisione della Bianchi è stata criticata dal senatore Pd, Ignazio Marino: «Uno sconforto» il fatto che «il capogruppo in Commissione abbia serenamente ritenuto di non firmare gli emendamenti proposti dal suo stesso partito».

RUTELLI – Nel frattempo, Francesco Rutelli ha depositato una serie di emendamenti che dovrebbero rappresentare una “terza via” sul nodo dell’idratazione e nutrizione artificiale. Tra chi la ritiene obbligatoria e basta, e chi chiede possano essere rifiutate solo in modo esplicito, l’ex della Margherita affida la soluzione del problema al confronto tra medico curante e fiduciario. Anche se, si legge nel suo emendamento, «alimentazione e idratazione sono forme di sostegno vitale e sono fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze, non possono quindi essere oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento

D’ALEMA – Diversa la posizione di Massimo D’Alema, che invece ricalca l’emendamento Finocchiaro: «L’idea che la legge obblighi il cittadino a subire determinati trattamenti, perché la nutrizione forzata attraverso sondini o tubi gastrici rappresentano un trattamento, o l’idea che una persona possa essere obbligata dalla legge a subire trattamenti che non desidera, è un’idea che non ha eguali in nessun Paese civile, e speriamo che possa essere evitata ai cittadini italiani».

VERTICE – Nel Pd, insomma, l’accordo non c’è ancora. Era circolata la notizia che Dario Franceschini, neosegretario, avrebbe incontrato il gruppo dei suoi in Senato, martedì, per cercare una posizione unitaria. Ma una nota del Partito democratico smentisce: «Non è prevista nessuna assemblea dei senatori democratici.

SACCONISul dibattito interno al Pd, e sulla posizione del partito sul testamento biologico, arrivano anche le dichiarazioni di Maurizio Sacconi. «Il Partito Democratico si avvicina sul nuovo testo di legge in materia di fine vita alla posizione del Pdl – dice il ministro del Welfare – È in atto una positiva evoluzione a proposito del diritto all’alimentazione e all’’idratazione, che costituisce il contenuto più rilevante della nuova regolazione sulla fine di vita all’esame del Parlamento. La posizione maggioritaria nel Pd riconosce infatti la tesi da sempre sostenuta da governo e maggioranza: idratazione e alimentazione corrispondono a bisogni vitali della persona e non sono quindi terapie. Sembra peraltro permanere – prosegue Sacconi – un incomprensibile salto logico per cui eccezionalmente, sulla base comunque di una volontà espressa dalla persona, sarebbe possibile interrompere acqua e cibo».

EMENDAMENTIIntanto, i radicali hanno presentato circa 270 emendamenti in Commissione Sanità al ddl sul testamento biologico. In tutto sono state avanzate quasi 600 richieste di modifica al testo, con i radicali a fare, numericamente, la parte del leone.

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23 febbraio 2009

fonte: http://www.corriere.it/politica/09_febbraio_23/testamento_biologico_pd_franceschini_bianchi_fdf7704a-01b9-11de-91dc-00144f02aabc.shtml

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Testamento biologico, Pd ancora diviso. Rutelli: «La mia è una ‘terza via’»

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Sul testamento biologico il Pd non ha ancora trovato un punto di incontro in tema di alimentazione e idratazione artificiale, anche se la linea del gruppo è quella espressa nell’emendamento a prima firma Anna Finocchiaro (e sottoscritta anche dai vice Zanda e Latorre), che prevede che «nell’ambito del principio dell’autodeterminazione, nel rispetto dell’art. 32, secondo comma, della Costituzione, è ammessa l’eccezionalità del caso in cui la sospensione di idratazione e nutrizione sia espressamente oggetto della Dat (dichiarazione anticipata di trattamento)».

La capogruppo Dorina Bianchi, che punta a una mediazione, ha deciso di non sottoscrivere l’emendamento Finocchiaro dato che in materia il Pd è ancora diviso. La prova è che – spiega – «l’emendamento presentato da Francesco Rutelli, vieta in ogni caso lo stop». In attesa di un confronto domani alle 11 e del prosieguo del lavoro della Commissione – spiega Bianchi – «io non ho sottoscritto nessuno di questi emendamenti perché voglio restare neutra cercando, fin dove è possibile, di arrivare a un’ulteriore mediazione».

Francesco Rutelli spiega, in realtà, che la sua proposta sia una “terza via” rispetto alle posizioni di maggioranza e opposizione. Tra chi la ritiene obbligatoria e basta, e chi chiede possano essere rifiutate solo in modo esplicito, l’ex della Margherita affida la soluzione del problema al confronto tra medico curante e fiduciario. Per la precisione l’emendamento a firma di Rutelli definisce «alimentazione e idratazione artificiali forme di sostegno vitale, finalizzate ad alleviare le sofferenze» che «non possono essere oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento». Ma e qui che sta la soluzione “alternativa”: «Nelle fasi terminali della vita – si legge – o qualora il soggetto sia minore o incapace di intendere e di volere, la loro modulazione e la via di somministrazione, da commisurarsi alle aspettative di sopravvivenza, alle condizioni del paziente e alla necessità di non dar corso ad accanimento terapeutico, debbono essere il frutto di una interazione e comune valutazione tra il medico curante, cui spetta la decisione finale, l’eventuale fiduciario e i familiari».

I senatori Ignazio Marino (ex capogruppo in commissione sanità) e Felice Casson equiparano invece la nutrizione e l’idratazione artificiale a terapie mediche e per questo propongono nei loro emendamenti che idratazione e alimentazione artificiali siano oggetto di dat. «Questa destra parla di tutela della disabilità e dei più deboli, ma nel disegno di legge divenuto testo base in Senato non compare una riga in proposito» ha commentato il senatore Marino. «Con il nostro intervento proponiamo misure per sostenere le famiglie di gravi disabili, costrette spesso, per curare i propri cari a cambiare vita e città in cerca di un’adeguata assistenza. Abbiamo inoltre chiesto di prevedere il prepensionamento dei genitori con figli che si trovano in stato vegetativo, per poter assicurare la migliore assistenza possibile nell’ambiente familiare. Abbiamo lavorato a lungo con il Sen. Bosone – ha proseguito Marino – giungendo ad un emendamento che rispetti due fondamentali principi. Il primo è che tali terapie debbano essere assicurate a tutti, senza sperequazioni territoriali come accade invece oggi. Il secondo punto è che, sulla base del principio di autodeterminazione, tutte le terapie, comprese idratazione e nutrizione artificiali possano essere sospese, se così indicato dal paziente. L’auspicio – ha concluso il senatore – era che dopo tanto lavoro di approfondimento e sintesi su un tema di tale portata, gli emendamenti avessero la firma di tutto il gruppo dei senatori PD in Commissione Sanità. È significativo che l’emendamento all’art. 5 veda come primi firmatari la Presidente Finocchiaro e i Vicepresidenti Zanda e Latorre. Lo sconforto è che il Capogruppo in Commissione, per sua natura e ruolo, primo elemento di equilibrio e certamente espressione anche della posizione prevalente del partito, abbia serenamente ritenuto di non firmare gli emendamenti proposti dal suo stesso partito».

Sull’argomento è intervenuto anche Massimo D’Alema. «L’idea che la legge obblighi il cittadino a subire determinati trattamenti, perché la nutrizione forzata attraverso sondini o tubi gastrici è un trattamento, o l’idea che una persona possa essere obbligata dalla legge a subire trattamenti che non desidera, è un’idea che non ha eguali in nessun Paese civile, e speriamo che possa essere evitata ai cittadini italiani». «Speriamo di poter avere una legge civile» ha aggiunto D’Alema, infatti, «si tratta di un principio di libertà che non può essere cancellato da una legge. Vedremo, discuteremo».

Beppino Englaro, padre di Eluana, ha aggiunto: sul testamento biologico costituzionalmente e in base alle società scientifiche cliniche si può arrivare a una conclusione «umana». Englaro ha ribadito il suo «no» al testo base redatto dal Pdl che nega il rifiuto della nutrizione e dell’idratazione. «Imporre condizioni di vita estranee al modo di concepire l’esistenza in una maniera coattiva – dice – non è costituzionale». Englaro ha ricordato poi che «in base al consenso informato c’è la libertà di curarsi o meno dalle cose più banali fino alle estreme conseguenze» e sottolinea che «il diritto di autodeterminazione terapeutico deve valere anche quando non si è più capaci di intendere e di volere».

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23 febbraio2009

fonte: http://www.unita.it/news/82033/testamento_biologico_pd_ancora_diviso_rutelli_la_mia_una_terza_via

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Why not, Prodi esce di scena: “Non c’entra con Saladino”

La Procura generale di Catanzaro propone al gip l’archiviazione della posizione dell’ex premier e di altre nove persone

Why not, Prodi esce di scena "Non c'entra con Saladino"

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CATANZARO – Dalle indagini fatte “può escludersi che Romano Prodi abbia mai fatto parte di quel gruppo di persone indicato quale ‘comitato di San Marino. Queste persone erano solo di area politica riconducibile a Prodi”. E’ questo uno dei passaggi più signgificativi della richiesta con cui la Procura generale di Catanzaro ha proposto al gip l’archiviazione della posizione dell’ex premier e di altre nove persone nell’ambito dell’inchiesta Why not.

I dati acquisiti, è scritto nelle 36 pagine della richiesta al gip, “non consentono in alcun modo di ritenere la sussistenza di un effettivo coinvolgimento dell’ex premier nelle manovre affaristiche di Antonio Saladino”, l’ex presidente della Compagnia delle Opere della Calabria nei confronti del quale è stato emesso avviso di conclusione indagini insieme ad altre 105 persone.

Al riguardo, gli inquirenti evidenziano come le ipotesi accusatorie per Prodi si basino su dichiarazioni de relato e comunque “generiche e vaghe ed inidonee a fornire dati concreti sui presunti favori di Prodi a Saladino”.

I magistrati della Procura generale scrivono che deve essere “rigorosamente escluso” che la dimostrazione di rapporti politici “fra gli indagati costituiscano di per sè elementi di reità “; inoltre, gli accertamenti eseguiti sui tabulati telefonici di Prodi da Gioachino Genchi, consulente dell’ex pm Luigi De Magistris, non sono utilizzabili processualmente.

Infine, gli inquirenti, sottolineano come gli ulteriori accertamenti compiuti dopo l’avocazione su alcune società “non hanno evidenziato” a carico di Prodi “alcun elemento sia pure indiziante”.


Allo stesso tempo segnalano come gli accertamenti dei i tabulati acquisiti da Gioacchino Genchi, consulente dell’ex pm Luigi De Magistris, hanno evidenziato “le stesse irregolarità già segnalate nel corso della verifica sull’utenza in uso a Clemente Mastella” per il quale era già stata chiesta, e ottenuta, l’archiviazione da parte del gip. Nell’atto è riportato un passo di una relazione del Ros dei carabinieri nel quale si afferma che “si ritiene che Genchi abbia avuto contezza della sicura riconducibilità di molte delle utenze agli intestatari già prima delle richieste di emissione dei decreti di acquisizione dei dati di traffico telefonico”.

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23 febbraio 2009

fonte: http://www.repubblica.it/2008/12/sezioni/cronaca/de-magistris-1/prodi-assolto/prodi-assolto.html?rss

Indirizzi web, allarme Icann nel 2011 non ce ne saranno più

Arriverà a saturazione il numero dei 4 miliardi attualmente disponibili e non sarà possibile crearne di nuovi se non si passerà alla nuova piattaforma Ipv6

“Strada difficile”, spiega Roberto Gaetano dell’Icann, “perché il nuovo sistema risolve i problemi ma non produce nuove entrate per i provider”

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Indirizzi web, allarme Icann nel 2011 non ce ne saranno più
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ROMA – L’allarme è stato lanciato a più riprese. Ma poi non se n’è fatto nulla. Adesso, però, la situazione si fa complicata: entro due anni arriverà a saturazione il numero dei quattro miliardi di indirizzi internet attualmente disponibili e non sarà possibile crearne di nuovi se non si passerà alla nuova piattaforma Ipv6. Lo ha ribadito Roberto Gaetano, vice presidente del Cda dell’Icann al seminario su “Internet del futuro”, promosso a Roma dalla Fondazione Ugo Bordoni.

In vigore dal 1981, l’attuale protocollo degli indirizzi delle reti di Internet, l’Ipv4, consente di gestire fino a quattro miliardi di indirizzi di terminali, soglia – peraltro teorica – che secondo gli esperti sarà raggiunta entro un paio d’anni.

Secondo Roberto Gaetano “l’Ipv6 porrebbe rimedio ai problemi dell’Ipv4, legati alla funzionalità di un protocollo ormai vecchio. Il fatto che l’autoconfigurazione e la sicurezza siano parte del nuovo protocollo”, ha detto il vice presidente del cda dell’ICANN, “permetterà inoltre di fornire soluzioni standard, senza il bisogno di inventare altre procedure”.

“La strada è difficile”, ha sottolineato
Nigel Titley, presidente del consiglio direttivo del Ripe Ncc, organismo europeo preposto alla gestione dei domini europei di Internet, “perché l’Ipv6 risolve problemi ma non produce nuove entrate per gli Isp. Ecco perché stenta a decollare”. Passare all’Ipv6 è però necessario, per evitare di arrivare ad una situazione in cui ci si muove spinti dalla necessità”.

Promotori del passaggio all’Ipv6 dovrebbero essere tutti i soggetti legati ad internet, dagli utenti finali ai service provider, ai governi.
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23 febbraio 2009
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CULTURA – Umberto Eco, La leggenda della terra piatta

LA POLEMICA

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/2/2b/T-O_Mappa_mundi_z.jpg/270px-T-O_Mappa_mundi_z.jpg

La leggenda della terra piatta

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di UMBERTO ECO

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Una interpretazione che trova le sue radici nelle polemiche positivistiche ottocentesche, vuole che il Medioevo abbia rimosso tutte le scoperte scientifiche dell’antichità classica per non contraddire la lettera delle sacre scritture. È vero che alcuni autori patristici hanno cercato di dare una lettura assolutamente letterale della Scrittura là dove essa dice che il mondo è fatto come un tabernacolo. Per esempio nel IV secolo Lattanzio (nel suo Institutiones divinae), su queste basi si opponeva alle teorie pagane della rotondità della terra, anche perché non poteva accettare l’idea che esistessero degli Antipodi dove gli uomini avrebbero dovuto camminare con la testa all’ingiù.
E idee analoghe aveva sostenuto Cosma Indicopleuste, un geografo bizantino del VI secolo, che nella sua Topografia Cristiana, sempre pensando al tabernacolo biblico, aveva accuratamente descritto un cosmo di forma cubica, con un arco che sovrastava il pavimento piatto della Terra.

Ora, che la terra fosse sferica, tranne alcuni presocratici, lo sapevano già i greci, sin dai tempi di Pitagora, che la riteneva sferica per ragioni mistico-matematiche. Lo sapeva naturalmente Tolomeo, che aveva diviso il globo, ma lo avevano già capito Parmenide, Eudosso, Platone, Aristotele, Euclide, Archimede, e naturalmente Eratostene, che nel terzo secolo avanti Cristo aveva calcolato con una buona approssimazione la lunghezza del meridiano terrestre.

Tuttavia si è sostenuto (anche da parte di seri storici della scienza) che il Medioevo aveva dimenticato questa nozione antica, e l’idea si è fatta strada anche presso l’uomo comune, tanto è vero che ancora oggi, se domandiamo a una persona anche colta che cosa Cristoforo Colombo volesse dimostrare quando intendeva raggiungere il levante per il ponente, e che cosa i dotti di Salamanca si ostinassero a negare, la risposta, nella maggior parte dei casi, sarà che Colombo riteneva che la terra fosse rotonda, mentre i dotti di Salamanca ritenevano che la terra fosse piatta e che dopo un breve tratto le tre caravelle sarebbero precipitate dentro l’abisso cosmico.

In verità a Lattanzio nessuno aveva prestato troppa attenzione, a cominciare da Sant’Agostino il quale lascia capire per vari accenni di ritenere la terra sferica, anche se la questione non gli sembrava spiritualmente molto rilevante. Caso mai Agostino manifestava seri dubbi sulla possibilità che potessero vivere esseri umani ai presunti antipodi. Ma che si discutesse sugli antipodi è segno che si stava discutendo su un modello di terra sferica.
Quanto a Cosma, il suo libro era scritto in greco, una lingua che il medioevo cristiano aveva dimenticato, ed è stato tradotto in latino solo nel 1706. Nessun autore medievale lo conosceva.

Nel VII secolo dopo Cristo Isidoro di Siviglia (che pure non era un modello di acribìa scientifica) calcolava la lunghezza dell’equatore in ottantamila stadi. Chi parla di circolo equatoriale evidentemente assume che la terra sia sferica.

Anche uno studente di liceo può facilmente dedurre che, se Dante entra nell’imbuto infernale ed esce dall’altra parte vedendo stelle sconosciute ai piedi della montagna del Purgatorio, questo significa che egli sapeva benissimo che la terra era sferica, e che scriveva per lettori che lo sapevano. Ma della stessa opinione erano stati Origene e Ambrogio, Beda, Alberto Magno e Tommaso d’Aquino, Ruggero Bacone, Giovanni di Sacrobosco, tanto per citarne alcuni. La materia del contendere ai tempi di Colombo era che i dotti di Salamanca avevano fatto calcoli più precisi dei suoi, e ritenevano che la terra, tondissima, fosse più ampia di quanto il nostro genovese credesse, e che quindi fosse insensato cercare di circumnavigarla. Naturalmente né Colombo né i dotti di Salamanca sospettavano che tra l’Europa e l’Asia stesse un altro continente.

Tuttavia proprio nei manoscritti di Isidoro appariva la cosiddetta mappa a t, dove la parte superiore rappresenta l’Asia, in alto, perché in Asia stava secondo la leggenda il Paradiso terrestre, la barra orizzontale rappresenta da un lato il Mar Nero e dall’altro il Nilo, quella verticale il Mediterraneo, per cui il quarto di cerchio a sinistra rappresenta l’Europa e quello a destra l’Africa. Tutto intorno sta il gran cerchio dell’Oceano. Naturalmente le mappe a t sono bidimensionali, ma non è detto che una rappresentazione bidimensionale della terra implichi che la si ritenga piatta, altrimenti a una terra piatta crederebbero anche i nostri atlanti attuali. Si trattava di una forma convenzionale di proiezione cartografica, e si riteneva inutile rappresentare l’altra faccia del globo, ignota a tutti e probabilmente inabitata e inabitabile, così come noi oggi non rappresentiamo l’altra faccia della Luna, di cui non sappiano nulla.

Infine, il Medioevo era epoca di grandi viaggi ma, con le strade in disfacimento, foreste da attraversare e bracci di mare da superare fidandosi di qualche scafista dell’epoca, non c’era possibilità di tracciare mappe adeguate. Esse erano puramente indicative. Spesso quello che preoccupava maggiormente l’autore non era di spiegare come si arriva a Gerusalemme, bensì di rappresentare Gerusalemme al centro della terra.

Infine si cerchi di pensare alla mappa delle linee ferroviarie che propone un qualsiasi orario in vendita nelle edicole. Nessuno da quella serie di nodi, in se chiarissimi se si deve prendere un treno da Milano a Livorno (e apprendere che si dovrà passare per Genova), potrebbe estrapolare con esattezza la forma dell’Italia. La forma esatta dell’Italia non interessa a chi deve andare alla stazione (…).
Si veda ora questa immagine del Beato Angelico nel duomo di Orvieto. Il globo (di solito simbolo del potere sovrano) tenuto in mano da Gesù rappresenta una Mappa a T rovesciata. Se si segue lo sguardo di Gesù si vede che egli sta guardando il mondo e quindi il mondo è rappresentato come lo vede lui dall’alto e non come lo vediamo noi, e quindi capovolto. Se una mappa a T appare sulla faccia di un globo vuole dire che essa era intesa come rappresentazione bidimensionale di una sfera.

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23 febbraio 2009
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Israele, ancora scontri: razzo sul Neghev. Abbattuto aereo palestinese – Militari israeliani sparano ad agricoltore palestinese

https://i1.wp.com/www.ilmessaggero.it/MsgrNews/HIGH/20090223_1.jpg

Netanyahu non convince Barak: Labour resta all’opposizione
Olmert destituisce mediatore che teneva contatti con Hamas

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TEL AVIV (23 febbraio) – Al premier israeliano non è andata giù quell’intervista rilasciata al quotidiano Maariv da Amos Ghilad, il dirigente che per conto del ministero della Difesa manteneva contatti con Hamas, attraverso l’Egitto. E così Ehud Olmert non ci ha pensato su due volte e lo ha destituito dell’incarico.

Tensioni tra Olmert e Barak. «Fra il primo ministro e Ghilad si è creata una crisi di fiducia», ha spiegato un portavoce del primo ministro uscente. «Ghilad ha sbandierato ai quattro venti i segreti più intimi di Israele», ha detto Olmert a proposito del funzionario che sul foglio israeliano ha bocciato senza appello la conduzione della trattativa sulla tregua e sullo scambio di prigionieri. La vicenda, commenta la stampa, sembra riflettere le tensioni politiche createsi fra Olmert e il ministro della Difesa, Ehud Barak.

Il Labour resta all’opposizione.
Insomma, non stupisce che il leader del Likud, Benyamin Netanyahu, incaricato di formare il nuovo governo israeliano, non sia riuscito a convincere Barak a entrare in una coalizione di unità nazionale. «Gli elettori hanno mandato il partito laburista all’opposizione ed è lì che andremo», ha tagliato corto il ministro al termine del suo incontro di stamane con Netanyahu in un albergo di Gerusalemme. Il labour alle ultime elezioni ha ottenuto solo 13 seggi su 120 alle elezioni, raggiungendo il suo minimo storico.

Netanyahu non molla.
Già ieri Netanyahu aveva incassato il no di Tzipi Livni, leader del partito centrista Kadima. Però ha fatto capire che non vuole mollare. Nei prossimi giorni incontrerà ancora Barak e Livni per convincerli a formare un governo di larga coalizione.

Abbattutto aereo palestinese.
Intanto, la tensione rimane alta. Oggi un velivolo palestinese è stato colpito nel corso di un raid aereo israeliano nella zona centrale della Striscia di Gaza.

Scontro a fuoco al confine.
Secondo le prime informazioni, l’attacco è collegato allo scontro a fuoco avvenuto stamani nella zona di Kissufim, sulla linea di demarcazione fra Israele e la Striscia di Gaza. A quanto pare nel veicolo c’erano miliziani palestinesi armati diretti verso la zona dei combattimenti. Secondo fonti militari una pattuglia israeliana ha sorpreso miliziani mentre deponevano un ordigno vicino ai reticolati. L’unità ha ingaggiato una battaglia con i miliziani che, a loro volta, si sono dati alla fuga con un automezzo che è stato colpito dal fuoco di un elicottero israeliano. Finora non si ha notizia di vittime.

Qassam nel Neghev. Giornata calda anche nel Neghev occidentale. Nella mattinata sirene di allarme hanno costretto la popolazione della città di Sderot a cercare riparo. Poco dopo in una zona agricola vicina è esploso un razzo palestinese di tipo Qassam. Non si ha notizia di vittime.

Visita di Clinton in Israele. Il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, nel frattempo, prepara le valigie per la sua prima visita ufficiale in Cisgiordania e Israele, in calendario il 3 e il 4 marzo prossimi. Lo ha reso noto il negoziatore palestinese Saeb Erekat. La visita di Clinton comincerà dopo la conferenza internazionale dei donatori per Gaza il 2 marzo in Egitto. Il segretario di Stato sarà preceduta nella regione dall’inviato George Mitchell, che incontrerà il presidente dell’autorità palestinese, Abu Mazen, il 27 febbraio a Ramallah, in Cisgiordania.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=47792&sez=HOME_NELMONDO

Israeli Military Shoot Gaza Farmer – 18th February 2009 – Jenny (FGM)

On Tuesday 27th January 2009, in Al Faraheen, Israeli forces shot at several farmers, killing 27 year old farm worker, Anwar al-Breem, Mohammed’s cousin.

Video by ISM Gaza Strip: http://www.youtube.com/watch?v=zSECq3kxT4I


On Wednesday, February 18,  Israeli forces shot a twenty year-old Palestinian farmer as he worked his land in the village of Al-Faraheen, east of Khan Younis in the Gaza Strip.

International Human Rights Activists were accompanying the group of farmers at the time as they worked approximately 500m from the Green Line.

Mohammad al-Breem, 20, was shot in the right leg as the farmers, together with the international Human Rights Activists, attempted to leave the area having worked on their land for 2 hours in full view of the Israeli forces situated along the Green Line.

As the farmers were loading up the parsley and spinach from the agricultural lands shots were fired from Israeli forces on the border. Mohammad was shot in the right leg and evacuated, while still under fire, to hospital.

International Human Rights Activists have repeatedly witnessed Palestinian farmers being shot at by Israeli forces as they attempt to work on agricultural land situated within 700m of the Green Line.


Epifani attacca Berlusconi: «Non stiamo meglio degli altri paesi»

https://i1.wp.com/www.ilmessaggero.it/MsgrNews/HIGH/20090223_epifani.jpg

Poi a Draghi: «Meglio non toccare l’età pensionabile»

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ROMA (23 febbraio) – «Bisogna stare attenti nei giudizi altrimenti si rischia di generare una lettura solo ottimistica della realtà». Il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, commenta così le dichiarazioni del premier Silvio Berlusconi secondo il quale l’Italia starebbe meglio di altri Paesi.

«L’Italia sta meglio se pensiamo che non abbia guai sul fronte del sistema bancario e finanziario, se si pensa che abbiamo delle formule di controllo da parte di Bankitalia molto forti – ha argomentao il  leader della Cgil -. Ma la crisi dalla finanza passa all’economia reale e siccome noi abbiamo i salari più bassi d’Europa questa crisi non ci fa stare affatto meglio. Tanto per fare un esempio – ha aggiunto – se un lavoratore italiano guadagna meno di uno tedesco e va in cassa integrazione per sei mesi, un anno, non sta affatto meglio».

«Con questa crisi credo sia meglio non toccare l’età pensionabile», ha poi affermato il segretario generale della Cgil riferendosi alle dichiarazioni del governatore di Bankitalia Mario Draghi. L’allarme lanciato da Draghi? «L’ho trovato convincente, ma non da oggi. Su un punto però – ha osservato il leader della Cgil – non sono d’accordo: lui dice che bisogna recuperare risorse attraverso interventi sulle pensioni, io sono convinto invece che con questa crisi sia meglio non toccare l’età pensionabile perché – ha spiegato – non puoi togliere a persone e aziende la flessibilità che il sistema pensionistico oggi consente. Non si può ritoccare ogni anno l’età pensionistica e penso che il nostro sistema previdenziale sia abbastanza in equilibrio».

L’ipotesi di introdurre la settimana corta per rilanciare l’occupazione non dispiace al leader della Cgil che tuttavia la ritiene possibile soltanto se verranno introdotti strumenti nuovi. «Noi – ha spiegato – siamo d’accordo con le soluzioni che tengono i lavoratori dentro al mondo del lavoro, che consentono di mantenere la propria occupazione, ma per fare la settimana corta, ci vogliono strumenti nuovi altrimenti le piccole e piccolissime imprese non sono in grado di adottarla. E anche in quelle grandi – ha aggiunto – serve qualche incentivo. Insomma, bisogna completare il disegno legislativo, non basta auspicare».

Epifani ha quindi sottolineato come ci sia un punto che il governo sottovaluta: il rapporto tra settimana corta e politica industriale. «Se chiudi un’azienda – ha detto – non c’è settimana corta che tenga. Noi rimproveriamo al governo di non avere un’idea di politica industriale. Non ce l’ha avuta sulle banche (è arrivato ultimo), sul made in Italy viene sollecitato dalla Confindustria. Non può continuare a fare il meno possibile in ritardo». «Chiediamo – ha concluso – interventi di riequilibrio fiscale che diano ossigeno a dipendenti e pensionati. Non basta l’accordo con le Regioni sugli ammortizzatori sociali, bisogna distribuire le risorse che già ci sono per le Regioni, accelerare tutti i tempi pensando soprattutto alle persone che non hanno nessuna forma di integrazione al reddito se perdono il lavoro».

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=47786&sez=HOME_ECONOMIA


Si dà fuoco per protestare contro lo sfratto: Donna di 65 anni gravissima in ospedale

DRAMMA VICINO A ROMA

Davanti all’ufficiale giudiziario che le notificava lo sfratto esecutivo dal suo appartamento, la signora prima ha minacciato di darsi fuoco, poi è passata alle vie di fatto

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Accendino (fotofiocchi)ROMA, 23 febbraio 2009 – Davanti all’ufficiale giudiziario andato a casa sua per lo sfratto, ha minacciato di darsi fuoco. Ma in un primo tempo non sembrava che avrebbe messo in pratica il proposito. Poi all’improvviso, nel corso della discussione, ha azionato l’accendino ed è diventata una torcia umana.

Ora la donna, 65 anni, è ricoverata in gravi condizioni all’ospedale S.Eugenio di Roma. E’ successo oggi in un appartamento di Olevano Romano, vicino a Roma. Soccorsa dai carabinieri e dai vigili del fuoco, è stata trasportata in ospedale.

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2009/02/23/153469-fuoco_protestare_contro_sfratto.shtml

Università, Napolitano al governo: “Basta tagli indiscriminati”

Il monito del capo dello Stato durante le celebrazioni per i 700 anni dell’ateneo di Perugia

“Stop a generalizzazioni liquidatorie. L’università leva di sviluppo, non disperdere talenti”

La solidarietà degli studenti al presidente della Repubblica
“Grazie per aver difeso la Costituzione contro la volontà di pochi”

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Università, Napolitano al governo "Basta tagli indiscriminati"
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PERUGIA – Le università italiane necessitano di “valutazioni e interventi pubblici puntuali” ed è necessario rivedere alcuni tagli che, sebbene dettati da motivi di bilancio, sono risultati “indiscriminati”. E’ un appello critico quello giunto dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che durante un discorso per le celebrazioni dei 700 anni dell’Università di Perugia, invoca maggiori risorse e più attenzione per gli atenei. Che, dice, sono “leva di sviluppo”.

A Perugia si parla di scuola e istruzione, ma l’attualità delle ultime settimane irrompe sulla scena. Prima quando il capo dello Stato rivendica il suo diritto a fare richiami pubblici. E poi quando, di fronte all’aula gremita, il rappresentante degli studenti Amabile Fazio ringrazia Napolitano per aver difeso la Costituzione “più volte in questi giorni messa in discussione con provvedimenti che minano la libertà di scelta di ciascun cittadino”. Un grazie, quello degli studenti, per “non essersi piegato alla volontà di pochi”.

Durante il suo discorso Napolitano invita a definire le riforme per l’Università senza abbandonarsi a “generalizzazioni liquidatorie”. Bisogna guardare i singoli atenei in base ai risultati e ai problemi della ricerca “con coraggio”. Considerare ciò che accade in questo settore nel resto d’Europa e nel mondo, inoltre, “può suggerire” delle soluzioni.

Il presidente è consapevole che la situazione del Paese “è di straordinaria difficoltà per via della crisi economica e finanziaria e dei pesi che l’Italia si porta, tra cui l’ingente debito pubblico”, ma l’esigenza rimane comunque quella di “salvaguardare il nostro capitale umano”. “La ricerca e la formazione sono la leva fondamentale per la crescita dell’economia. Questa è una verità difficilmente contestabile”, argomenta il presidente della Repubblica.


Il messaggio che Napolitano vuole mandare è di “evitare la dispersione di talenti e dei risultati del nostro sistema scolastico e universitario”. Perché questi troppo spesso “non sono tradotti in occasioni di lavoro e di sviluppo”. La chiave di volta per risolvere il problema, secondo il capo dello Stato, è “una accurata politica che sappia tenersi saggiamente in equilibrio tra il rigore della spesa e la necessità dell’investimento lungimirante”.

Il plauso degli studenti. Il rappresentante degli universitari perugini, Fazio, sottolinea come Napolitano “nonostante critiche e pressioni, sia stato un vero esempio di come i principi della Costituzione vivano realmente nelle persone che hanno vissuto lo spirito costituente”. Non è stato l’unico intervento in sostegno del capo dello Stato: il movimento Sinistra Universitaria-Unione degli universitari gli ha fatto avere una “lettera di solidarietà”, in difesa della carta costituzionale. “Negli articoli della nostra Costituzione – dice Tommaso Bori, coordinatore del movimento – ritroviamo il nostro essere di studenti”.

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23 febbraio 2009

fonte: http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/scuola_e_universita/servizi/universita-2009-1/naolitano-critica/naolitano-critica.html?rss