Archivio | febbraio 25, 2009

NUCLEARE: ECODEM; DIFFUSE FALSITA’, ECCO LE VERE CIFRE

CHI E’ CHE VUOLE ‘INGRASSARE’ IL PORTAFOGLIO GIOCANDO SULLA SALUTE DEGLI ITALIANI DI OGGI E DELLE PROSSIME 200 GENERAZIONI?

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(ANSA) – ROMA, 25 FEB – Servirebbe piu’ ”serieta’ e competenza” nell’informare su costi e benefici del nucleare: lo afferma una nota degli Ecodem che contrappone i propri numeri alle ”falsita”’ diffuse sull’accordo italo-francese.

Primo falso, le minori scorie: ”Innanzitutto le quattro nuove centrali nucleari da 1,6 GW a tecnologia francese, da costruire nella penisola, la prima delle quali (secondo l’accordo) da ultimare entro il 2020, non produrranno meno scorie: questi impianti di III generazione consumano infatti oltre 30 tonnellate di uranio arricchito all’anno che inevitabilmente generano rifiuti radioattivi”.

Secondo falso, la quota di produzione: ”E’ stato affermato che le quattro centrali produrranno a regime il 25 per cento del consumo nazionale: un dato assolutamente falso. Infatti quattro centrali da 1,6 GW potranno al massimo produrre 45 TWh che oggi rappresentano solo il 13 per cento del consumo nazionale”.

Terzo falso, la necessita’ di avere una maggiore produzione di elettricita’: ”Non e’ assolutamente vero che l’Italia importa una grande quantita’ di energia elettrica dall’estero, per lo piu’ dal nucleare francese: dall’estero importiamo solo il 12,5 per cento dell’energia, e il dato interessante e’ che ben l’80 per cento di quell’energia e’ prodotta da fonti rinnovabili, e non dal nucleare”.

Quarta ”falsita”’, la spesa: ”Le cifre stimate per l’analoga centrale finlandese in costruzione sono raddoppiate rispetto alle previsioni. Occorrono 20 miliardi di euro per quattro centrali, 5 ad impianto – sottolinea la nota Ecodem -. Si tratta di numeri enormi che segnalano la necessita’ di reperire anche risorse private non ancora identificate. Elementi che evidenziano indubbiamente la non convenienza di questo accordo che si ripercuotera’ inevitabilmente sulle tasche dei contribuenti”. (ANSA). COM-PH

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25 febbraio 2009

fonte: http://www.ansa.it/ambiente/notizie/fdg/200902251422339545/200902251422339545.html


LEVANTE – Disoccupato e disperato: «Vendo un rene»

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25 febbraio 2009| Simone Traverso

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La sua vita è andata in frantumi, il matrimonio pure. L’azienda edile di cui era proprietario, poi, se l’è portata via la crisi economica. Non gli resta più nulla, solo il suo corpo e adesso, Luigi, 50 anni, ha deciso di vendere pure quello: «Sono disperato, ho bisogno di soldi. Se a qualcuno serve, vendo un rene».

Non è uno scherzo e nemmeno un’esagerazione. Bensì lucida offerta per sopravvivere alla disperazione: «Fino ad oggi ho goduto di un sussidio di disoccupazione. Campo con 566 euro al mese, vivo in un piccolo alloggio messomi a disposizione dalla Curia. Ogni giorno mi sveglio alle 4, vado al mercato a scaricare cassette della frutta e della verdura, oppure bazzico per cantieri alla ricerca di un lavoretto. Mi ammazzo di lavoro, ma oramai non riesco più a tirare avanti». E gli aiuti delle autorità? «Quelli dal prossimo mese non arriveranno più, sono già rassegnato. Eppoi non la voglio l’elemosina, altrimenti mi sarei già seduto ai bordi di una strada con la mano tesa. Voglio un lavoro, un impiego fisso».

L’ostacolo da superare è però l’età: «Cinquant’anni non sono pochi, anzi. Oggi rientrare nel mondo del lavoro è difficilissimo per quelli come me. Avevo un impiego a tempo, presso una cooperativa sociale. Ho chiesto di diventare socio o, in alternativa, di essere assunto a tempo indeterminato, ma mi è stato risposto “picche”. E allora eccomi qua, pronto a vendere un rene per continuare a vivere». Simili affari sono però vietati in Italia: «Mi sono documentato – ribatte pronto Luigi – andrò all’estero. Non scherzo, sono deciso a compiere questo passo, sebbene mi renda conto che si tratta di un gesto folle». Un gesto dettato dalla disperazione: «Ero sposato, ho una figlia, avevo un’impresa edile. Poi, un paio di anni fa mia moglie ha chiesto e ottenuto la separazione. Ho dovuto pagare gli alimenti e ho iniziato a indebitarmi. Poi la “mazzata”. La crisi economica ha acuito i problemi finanziari e alla fine sono stato accusato di evasione fiscale, mi hanno messo in carcere con il sospetto che non pagassi i miei dipendenti e mi è stata appioppata una multa da 2 milioni e 600 mila euro. Quello è stato il colpo di grazia. L’impresa si è dissolta nel nulla, sono rimasto senza nulla in mano. Dentro di me è però rimasta intatta la voglia di lavorare… e i reni. Quelli sono sani – dice con un sorriso a mezza bocca Luigi – Sono da anni iscritto all’associazione dei donatori di organi. Non vedo perché debba aspettare di essere morto per aiutare qualcuno in difficoltà. La legge italiana non mi consente di vendere un rene? Andrò altrove, in Svizzera».

In verità le autorità bernesi vietano la compravendita di organi e sanzioni pesantissime sono previste in tutti i principali Stati europei. «Sono pronto a tutto – ripete Luigi – intanto devo trovare un acquirente». Ma il prezzo per questo rene? «Non pongo limiti, non so cosa possa valere. So soltanto che ho un disperato bisogno di aiuto, di denaro per poter ripartire. Il problema è che persone come me sono oramai fuori dai giochi. I guai con la giustizia e l’età non mi facilitano». Qualcuno potrebbe cadere in tentazione e darsi al crimine: «Furti? Spaccio? Non ci penso nemmeno. Mi considero una persona onesta, non intendo diventare un delinquente. Sono sano e disposto a lavorare, quindi o mi offrono un impiego, oppure offro io un mio rene. Poi si vedrà».

Le dichiarazioni di Luigi, inutile nasconderlo, hanno il sapore della provocazione, dell’esagerazione. D’altronde il numero di chi dice d’essere pronto a vendere un pezzo del proprio corpo (rene, midollo o cornea) cresce giorno dopo giorno e su Internet si moltiplicano gli annunci e le cronache di episodi in tutto e per tutto simili. La popolare trasmissione “le Iene” in onda su Italia 1 ha recentemente segnalato come sia possibile trovare decine di offerte semplicemente ricercando su un famoso motore di ricerca la parola rene in lingua romena. «Non ne sapevo nulla – dice Luigi – non ho tempo di guardare la tv e il computer non ce l’ho. Sono davvero disperato. Però voglio proteggere, se non altro, mia figlia. È una ragazza ormai grande, non intendo coinvolgerla in questa storia. Non cerco pubblicità, cerco un futuro, una speranza e per trovarla sono pronto anche a vendermi un rene. Che c’è di strano? Ora però devo scappare, domani alle 4 mi sveglierò e andrò a scaricare cassette della frutta. Mi pagheranno una miseria, ma almeno saranno soldi guadagnati onestamente».

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fonte: http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/levante/2009/02/25/1202110740703-disoccupato-disperato-vendo-rene.shtml

L’INTERVISTA – Bersani: «Riportiamo il PD in fabbrica»

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di Fabrizio Forquet

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«L’impresa è una barca – racconta Pier Luigi Bersani, 57 anni –, se naviga bene ci stanno su sia gli imprenditori sia i lavoratori. Se va giù, vanno giù tutti. E bevono, quanto bevono». Da ministro ombra dell’Economia, Bersani si è spesso trovato in disaccordo con il suo segretario. Ora vede le condizioni per un cammino nuovo: «Siamo stati troppo tempo lontani dalle fabbriche, ma nelle ultime settimane, già con Veltroni, si è cambiata rotta: ci sono le condizioni per lavorare nella direzione giusta».

Mentre sabato discutevate in assemblea sul successore di Veltroni, il Governatore Mario Draghi dal Forex ha lanciato il suo allarme sul fronte del lavoro. Qualcuno a sinistra le ha chiesto di ripartire da lì e di annunciare subito il programma del Pd.
Con l’elezione di Franceschini, abbiamo evitato di cadere nel ridicolo, ritrovandoci in piena crisi a dividerci nei nostri gazebo su chi aveva i capelli e chi no. Ora possiamo concentrarci con tutte le nostre energie su questo durissimo passaggio economico e sociale. Mi aspetto che, come un sol uomo, riprendiamo il filo di una proposta per le imprese e i lavoratori che nelle ultime settimane era finalmente migliorata.

Veltroni aveva riunito le parti sociali e aveva lanciato un piano che coinvolgeva le piccole e medie imprese. Che fine fa quel lavoro?
Dobbiamo procedere in continuità con quelle ultime iniziative. Se il partito è arretrato in tante zone industriali è perché per troppo tempo lì non ci siamo stati. Io stesso ho fatto assemblee dei lavoratori dentro le fabbriche come non facevo da tempo. Con i lavoratori e con gli imprenditori, perché lì capisci come sia una caricatura quella di chi dice che devi stare o con i primi o con i secondi.

Ma lei che ruolo avrà nel partito nei prossimi mesi?
Darò una mano occupandomi di questi temi, dei miei temi (salvo sorprese, Bersani sarà il coordinatore del partito per l’economia, Ndr). È Franceschini che decide, ma qui si tira tutti la carretta. L’importante è che, superato il trauma, ci buttiamo a capofitto nei temi sociali e non ci facciamo più rappresentare come una realtà che discute solo su se stessa.

Ieri il presidente della Fed, Ben Bernanke, ha osservato che la crisi non sarà superata finché non si garantirà stabilità ai mercati e alle banche. Da dove si comincia: dalle banche o dal lavoro?
Terrei conto del monito di un altro banchiere centrale, del presidente della Bce Trichet: c’è il rischio che le banche tengano al loro interno i prestiti e non li trasmettano alle imprese. Perciò non credo che i cosiddetti Tremonti-bond siano lo strumento migliore per il rilancio del sistema industriale. Almeno bisognava prevedere meccanismi più stringenti per la trasmissione dei finanziamenti alle aziende e andava dato un segnale sul management che ha sbagliato. Quei bond non basteranno: servono soluzioni diverse o tante imprese nei prossimi mesi ci lasceranno la pelle.

La priorità, sembra di capire, è l’economia reale.
La priorità è il lavoro e sono le imprese: che poi è la stessa cosa. Quello che serve è un intervento straordinario fatto di politiche fiscali e politiche pubbliche per il sistema industriale.

Ma queste misure costano, mentre i Tremonti-bond sono a costo zero.
Lo so. Togliamoci, tuttavia, dalla testa che la crisi si superi senza spendere. Per fronteggiare la situazione abbiamo bisogno di una manovra di 15-17 miliardi.

È possibile? Il debito pubblico corre già verso il 114%…
Non mi si dica che un grande Paese come l’Italia, in questa situazione, non è in grado di mobilitare le risorse che servono. Diamoci uno spazio di tre anni: nel primo investiamo e per i successivi già prevediamo il meccanismo di rientro. Con l’euro lo abbiamo fatto, dovremmo tornare a quell’esempio. Non puoi dire non ci sono i soldi se hai la gente per strada.

Il Governo ha stanziato otto miliardi per ammortizzatori.
Ma le basi di finanziamento sono incerte e discutibili e i soldi veri non si vedono ancora. Non basterà. Guardi, io sono stato a Bergamo nei giorni scorsi. Solo lì, esclusi i precari, servono 10 milioni di euro nel 2009. La verità è che si sottovaluta una situazione che può avere risvolti sociali poco controllabili. Sto girando tutta Italia, vorrei che lo stesso facesse il governo. Convochi tutti intorno a un tavolo. Montezemolo ha parlato di Stati generali. Ottimo. Facciamoli. Noi a marzo abbiamo la nostra iniziativa ManiFutura a Pisa. È un’altra occasione per discutere. C’è tanta gente che sta male. Non solo lavoratori e precari, ma anche piccoli imprenditori nei cui occhi ho letto il panico. Il clima è davvero brutto, corriamo il rischio di una stagione molto calda. Servono misure immediate per impedire che tutto questo degeneri.

Lei cosa propone?
Innanzi tutto è giusto intervenire su una categoria particolare di imprese: sono quelle che, virtuosamente, hanno investito nel 2008, ma ora si trovano strangolate tra il difficile ammortamento di macchinari che non producono e le banche che chiedono di rientrare. Su queste aziende bisogna intervenire con sgravi fiscali retroattivi. Glielo dobbiamo: sono gli imprenditori che hanno dato di più.

E per tutti gli altri?
Va rafforzato il programma di incentivi legato a Industria 2015, in riferimento alla mobilità sostenibile, al risparmio energetico e alle tecnologie del made in Italy. Bisogna accelerare davvero i pagamenti della pubblica amministrazione, un piccolo tesoro che può essere da subito disponibile. E vanno concentrate le risorse per le infrastrutture sui cantieri locali, che sono immediatamente attivabili.

Come giudica la proposta per trattenere in azienda il Tfr destinato all’Inps?
Era giusta. Tremonti ha detto che si toglievano soldi ai lavoratori, in realtà quelli sono soldi del Tesoro.

Sulle questioni sindacali lei non ha nascosto il suo malumore nei mesi scorsi per una certa lontananza del Partito democratico dalla Cgil.
Io non sono filo-Cgil. Faccio il mio mestiere, sto dove stanno i lavoratori e dove stanno i piccoli imprenditori.

Ma se i lavoratori stanno su posizioni diverse, come è avvenuto sulla riforma dei contratti?
Guardi, l’errore lo ha fatto il Governo. Se io fossi stato al suo posto non avrei mai chiuso quell’intesa senza la partecipazione di tutti, soprattutto in questa fase. Non perché sono amico di questo o di quello, ma perché nelle difficoltà un Paese deve stare insieme.

Ma nell’approccio verso il sindacato si aspetta novità dall’uscita di Veltroni?
Mi aspetto che il mio partito stia nelle fabbriche, vicino ai lavoratori e vicino ai piccoli imprenditori. Per un po’ non lo abbiamo fatto, ora abbiamo ricominciato. Anche con Veltroni. Siamo tornati sulla barca. E mi auguro di non scenderne più.

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25 febbraio 2009

fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2009/02/pd-fabbrica.shtml?uuid=2dc305d6-031e-11de-8374-2dd16f080e59&DocRulesView=Libero

Scuola povera, l’Istat conferma: “Italia cenerentola d’Europa”

Il resoconto sull’amministrazione pubblica: si spende il 4,7% del Pil

Come nove anni fa. Ma ora si aggiungono i tagli decisi dal governo

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di SALVO INTRAVAIA

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Scuola povera, l'Istat conferma "Italia cenerentola d'Europa"
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Italia agli ultimi posti in Europa per spesa relativa all’Istruzione. Il dato è stato pubblicato due giorni fa dell’Istat nell’annuale resoconto sulle “Spese sostenute dalle amministrazioni pubbliche italiane per funzione”. Solo in Germania e Grecia la spesa per l’istruzione è percentualmente più bassa rispetto all’Italia, tutti gli altri paesi dell’Ue a 15 stati spendono di più. Il dato è del 2007 e non tiene conto della manovra del governo Berlusconi che taglia impietosamente su scuola e università. Ma è sufficiente a spiegare che dal 2000 ad oggi la spesa per la scuola pubblica è in calo.

In Italia, oltre due terzi della spesa complessiva è assorbita da Sanità, Protezione sociale e Servizi generali. Quest’ultima è la spesa più consistente in assoluto: oltre 135 miliardi (il 19,4 per cento della spesa totale) di euro nel 2007 per, tra le tantissime attività remunerate, il supporto ad organismi esecutivi e legislativi e “la formulazione, il coordinamento e il monitoraggio di programmi di sviluppo economici e sociali globali”.

E la scuola? Tutte le spese sostenute dallo Stato, dalle regioni e dagli enti locali per l’Istruzione ammontano a più di 71 miliardi. Una cifra che potrebbe sembrare enorme ma così non è. Per la Sanità si spendono 105 miliardi (il 13,6 per cento della spesa complessiva), per la protezione sociale (pensioni di invalidità, assistenza ai disabili, assegni di malattia e pensioni di vecchiaia, solo per citare alcune voci) 281 miliardi (il 37,3 per cento) mentre 12 miliardi vengono destinati ad “attività ricreative, culturali e di culto”. Oggi, la spesa per l’istruzione assorbe il 9,6 per cento della spesa complessiva. Nel 2000 sfiorava il 10 per cento. Se si rapporta la spesa alla ricchezza prodotta (il Pil) siamo al 4,7 per cento, una percentuale sostanzialmente analoga a quella di nove anni fa.


E in Europa? Le cose vanno diversamente. I 15 paesi dell’Ue dirottano sull’Istruzione in media il 10,5 per cento della spesa complessiva: una cifra di gran lunga più vicina a quella sostenuta per Sanità (13,3) e per Servizi generali (14,9). E questi dati, per l’Italia, sembrano destinati a peggiorare. La manovra finanziaria dell’esecutivo taglierà nel prossimo triennio quasi 8 miliardi alla scuola (quasi tutti sul personale) e oltre uno e mezzo sull’università.

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25 febbraio 2009

fonte: http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2009-9/spesa-diminuisce/spesa-diminuisce.html?rss

Montalto, Trino, Caorso, Latina: ritorno al passato per le centrali / La bufala del nucleare

Il governo: elenco di 34 “new entry”. Però i possibili siti atomici restano gli stessi di 20 anni fa

di Ettore Livini

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MILANO – C’è l’accordo Enel-Edf. C’è il via libera del governo. Ma per completare davvero il ritorno dell’Italia al nucleare – a parte l’ok del Parlamento – manca ancora il passo più complicato: la scelta dei siti per le nuove centrali atomiche. L’argomento, come ovvio, è delicatissimo (si avvicinano le elezioni europee), tanto che nel protocollo d’intesa siglato tra Roma e Parigi il capitolo della localizzazione dei primi quattro impianti è stato stralciato. Se il governo vuole mantenere la tabella di marcia prevista però – posa della prima pietra entro cinque anni, avvio della produzione nel 2020 – l’individuazione delle aree dovrà comunque avvenire già entro la fine di quest’anno.

La mappa della nuova Italia nucleare allo studio della Commissione Scajola è dunque ancora tutta da scrivere. Il ministro alle attività produttive ha assicurato di avere in tasca un elenco “segreto” di 34 comuni pronti a ospitare le centrali tra cui uno in Sicilia (pare nel ragusano) e uno in Sardegna. Ma a parte queste misteriose new entry, in pole position ci sono le stesse cinque aree – Trino Vercellese, Caorso (Piacenza), Montalto di Castro (Viterbo), Garigliano (Caserta) e Latina – dove vent’anni fa funzionava l’atomo made in Italy. E in questi giorni starebbe prendendo quota proprio la candidatura di Montalto per il ritorno tricolore al nucleare. Il vantaggio di questi siti? Hanno conservato le licenze necessarie alla costruzione, hanno disponibilità dell’acqua necessaria come pane a questi impianti e hanno un rapporto già “rodato” con il territorio. La strada però non è in discesa nemmeno qui: “Per ora non ci ha contattato nessuno – dice Fabio Callori, sindaco Pdl di Caorso – . Ma la nostra posizione è chiara: il mio Comune non è disposto a un futuro atomico fino a quando non chiuderà con il passato. Prima smantellino la vecchia centrale. Poi ne riparleremo. Ma servono condivisione e incentivi e bisogna far partire i lavori solo quando sarà definito un sito nazionale per lo smaltimento delle scorie e chi pagherà tra decenni la chiusura”.
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I primi quattro impianti previsti dall’intesa Italia-Francia – in teoria se ne potrebbero costruire due nello stesso posto – copriranno circa il 10-12% del fabbisogno energetico nazionale, contro l’obiettivo del 25% del governo. Dove saranno gli altri? L’identikit del “sito ideale” è facile: deve essere vicino all’acqua, preferibilmente al mare (“la portata del Po è in continuo calo”, ricorda Callori), immune da rischi sismici e naturali, non lontano da un elettrodotto e da un porto, visto che molti dei componenti delle centrali arrivano pre-assemblati con dimensioni importanti via-mare. L’Enel una ventina d’anni fa aveva stilato un elenco di candidature che comprendeva un’altra area in Lombardia tra San Benedetto Po e Viadana (“vedremo e valuteremo – ha detto ieri Formigoni – non c’è né un no né un sì preventivo”), il delta del Po, un paio di località in Puglia, Avetrana e Carovigno, la Sicilia sud-orientale e l’isola di Pianosa (“il nucleare non sbarcherà in Toscana”, ha promesso Erasmo D’Angelis, presidente della Commissione ambiente della Regione). E Scanzano Ionico in Basilicata era stato indicato come luogo ideale per lo smaltimento delle scorie. Un elenco che conserva ancora una certa attualità.

Il problema è quello di sempre: convincere il territorio. “L’accettabilità sociale resta il nodo principale – dice Marco Ricotti, professore di impianti nucleari al Politecnico di Milano – . Puoi costruire una centrale con poca acqua pagandoti le torri di raffreddamento, sfidare i terremoti con progetti anti-sismici come in Giappone. Ma il progetto va condiviso con le realtà locali e incentivato”. Tradotto significa che bisogna pagare. La Francia stanzia incentivi per chi accetta il nucleare. Altri paesi garantiscono sgravi fiscali ed energia a prezzi da saldo.

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25 febbraio 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/ambiente/nucleare2/dossier/dossier.html

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La bufala del nucleare

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Il vertice tra i due ‘condottieri’ d’Europa, il francese Nicolas Sarkozy e Silvio Berlusconi ha prodotto un accordo quadro sul nucleare, che prevede collaborazione in ricerca, produzione e stoccaggio

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Il modello sul quale si dovrebbe operare è l’Epr, ovvero un reattore di terza generazione che è alla base della sperimetazione francese.

In conferenza stampa, Sarko ha definito “storico” l’accordo e ha affermato che se l’Italia dovesse confermare l’intenzione di aprire al nucleare, la Francia “propone una “partnership illimitata”. C’è da crederci, poichè il suo Paese dispone di insediamenti indstriali, brevetti, tecnologie e ricerca ben superiori al know how italiano, per cui per i cugini d’oltralpe si tratta di un vero affare.

Per quanto riguarda poi la saggezza delle intenzioni la cosa si fa preoccupante, perchè rientra nella tradizionale abitudine all’annucio roboante molto cara al governo di centro-destra, ma come è stato per Alitalia (poi finita nell’orbita Air France e costata più di due miliardi di euro ai contribuenti), del tutto sconveniente per i cittadini.

Il premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia, uno dei maggiori esperti al mondo di energia, ha spiegato di recente che chi propone la tecnologia delle centrali nucleari come unica risposta al problema di approvvigionamento energetico deve tener conto “che il nucleare è un’attività che si può fare soltanto in termini di tempo molto lunghi. Noi sappiamo che per costruire una centrale nucleare sono necessari da cinque o sei anni, in Italia anche dieci. Il banchiere che mette 4 – 5 miliardi di Euro per crearla riesce, se tutto va bene, a ripagare il proprio investimento in circa 40 – 50 anni”.

Il premio Nobel ha aggiunto: “C’è un secondo problema: un errore che spesso la gente compie. Si pensa che il nucleare possa ridurre il costo dell’energia. Questo non è vero: un recente studio ha dimostrato, per esempio, che i costi per il nucleare in Svizzera continueranno ad aumentare. I costi per il nucleare variano notevolmente da paese a paese: in Germania ha un prezzo di circa due volte e mezzo in più rispetto a quello francese. Ciò è dovuto al fatto che il nucleare in Francia è stato finanziato per anni dallo Stato, quindi dai cittadini. Ancora oggi, le 30mila persone che lavorano per il nucleare francese sono pagate grazie agli investimenti massivi dello Stato. L’aumento del numero di centrali atomiche nel mondo in questi ultimi anni ha causato, inoltre, un considerevole aumento del costo dell’Uranio, che difficilmente tornerà a scendere. Il nucleare è dunque molto costoso, anche nel lungo periodo”.

Le parole di Rubbia non lasciano molto spazio ai dubbi. Ma il famoso fisico italiano ha detto anche altro: “Io penso che se davvero noi volessimo adottare il nucleare in Italia lo potremmo fare, ma dovremmo organizzare procedure di contorno per supportare questa iniziativa. La quantità di energia richiesta dall’Italia è paragonabile a quella francese. Se dunque volessimo produrre il 30 per cento dell’energia elettrica con il nucleare, come succede anche in Spagna, Germania e Inghilterra, ci servirebbero 15 – 20 centrali nucleari. In pratica una per regione. Ciascuna di queste centrali produrrà una certa quantità di scorie, un problema estremamente serio. In America la questione è di stretta attualità. Sia Obama che Clinton hanno affermato chiaramente che Yukka Mountain – il più grande deposito di scorie in USA – andrebbe eliminato per trovare un sito più adatto per lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi. La soluzione di isolarli e sotterrarli non è infatti efficace come si vorrebbe”.

Altro problema, quello dello stoccaggio, senza aggiungere che gli impianti italiani dovrebbero essere solo quattro e non 15-20 come indica Rubbia.

Il fisico ha concluso: “Mi chiedo dunque: se non si riesce a risolvere il problema della costruzione di un inceneritore per riuscire a bruciare l’immondizia, come riusciremo a sistemare queste grandissime quantità di scorie nucleari che nessuno al mondo sa ancora smaltire? In realtà, la risposta tecnicamente c’era per recuperare le scorie e renderle innocue. Io avevo un bellissimo programma per implementare questa tecnologia, per bruciare le scorie con gli acceleratori di materia. Il programma è stato bocciato e non finanziato dall’Italia, tanto da spingermi ad emigrare in Spagna”.

In realtà la scelta nucleare del centro-destra ha una valenza prettamente ideologica. La necessità di ‘restaurare’ nel Paese una cultura che spazzi via qualunque ‘vecchia’ influenza ’sessantottina’, ‘rivoluzionaria’, ‘trasgressiva’, ‘referendaria’ , ‘di sinistra’ o ‘ambientalista’ rende il nucleare, come le polemiche sulla magistratura, le invocazoni all’ordine contro la barbarie prodotta dagli stranieri, un perfetto motivo di indottrinamento di massa.

Attualmente alcuni Paesi hanno deciso una moratoria sulla costruzione di nuove centrali: la Svezia nel 1980, la Spagna nel 1983, l’Italia stessa nel 1988 con un referendum popolare, il Belgio nel 1999 e la Germania nel 2000.

Altri Paesi hanno preparato strategie per dismettere centrali nucleari e l’Austria, le Filippine e Corea del Nord hanno centrali nucleari mai messe in funzione. Negli Stati Uniti alcuni impianti sono stati chiusi dopo alcune consultazioni popolari, come quella di Rancho Seco in California, dotata di reattore PWR da 913 MWe e spenta nel 1989 dopo 12 anni di operatività. Il presidente Usa, Barak Obama, non ha nascosto di essere favorevole alla ricerca nel campo delle fonti energetiche alternative, ma non è contrario al nucleare, a condizione di risolvere in modo definitivo il problema dello stoccaggio delle scorie e quello della scarsità del combustibile nucleare e purché siano garantiti la sicurezza degli impianti e il finanziamento privato dei costi per la loro costruzione e del loro smantellamento. Tutte cose che secondo gli esperti del settore sono al momento però impossibili da rispettare.

Così ieri l’ennesimo spot è andato in onda a reti unificate, senza che fosse immediatamente chiarito ai cittadini che gli elementi di costo e sicurezza lasciano aperte voragini e che la scienza non può essere valutata a seconda dell’appartenenza politica o religiosa, come le polemiche prestestuose sul testamento biologico dovrebbero far capire in modo inequivocabile.

Grazia Francescato, portavoce dei Verdi, ha commentato: ‘Il governo Berlusconi sul nucleare continua a prende lucciole per lanterne ed il rischio è che a pagare per i suoi errori di valutazione siano i cittadini com’è già avvenuto per l’Alitalia. Il nucleare è, infatti, costosissimo sia dal punto di vista economico che sociale e continua ad essere pericolosissimo sia sotto il profilo della radioattività che della proliferazione”.

Francescato ha aggiunto: ”Non è vero il nucleare eviterà i rischi per la sicurezza energetica del nostro Paese perchè l’uranio, per le stime delle organizzazioni internazionali, durerà solo per pochi decenni e come tutti sanno non si trova di certo in Italia ed il suo costo è cresciuto a dismisura: nel 2000 un chilogrammo di uranio costava 7 dollari mentre oggi ne costa 120. Restano invece certi e pericolosamente attuali i rischi per la salute e per l’ambiente connessi alla radioattività e nessuno tra i tanti sostenitori del nucleare ci dice cosa vuol fare delle scorie radioattive che ancora nessuno al mondo è riuscito a smaltire. Di sicuro la scelta del governo Berlusconi rischia di avere effetti disastrosi sull’efficienza energetica e sulle rinnovabili sui quali il nostro Paese, purtroppo, ha smesso di investire ”.

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25 febbraio 2009

fonte:  http://www.inviatospeciale.com/2009/02/la-bufala-del-nucleare/

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UNO OGNI 7 ORE – Perché di lavoro si muore


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Prosegue la presentazione itinerante del libro “Uno ogni sette ore – Perché di lavoro si muore” di Gianni Pagliarini e Paolo Repetto. Ecco i prossimi appuntamenti:

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Ancona – Sabato 28 febbraio, ore 16, presso Sala Anpi, via Palestro 6. Promuove il Pdci di Ancona, ne discuteranno, insieme a Gianni Pagliarini: Marco Manzotti (segretario generale Cgil Ancona), Raffaele Bucciarelli (presidente Consiglio regionale Marche), Cesare Procaccini (segretario regionale Pdci), Maurizio Formica (segretario Pdci Ancona), Pietro Luigi Aquilanti (capogruppo Pdci consiglio provinciale Ancona).

Pavia – Lunedì 2 marzo, ore 18, presso Libreria Loft10, piazza Cavagneria 10, ne discuteranno, insieme a Gianni Pagliarini, Carmelo Mandalari (resp. lavoro Pdci Pavia) e Mario Santini (segretario generale Cgil Pavia).

Catania – Martedì 31 marzo, ore 17, presso Pinacoteca Museo Diocesano, piazza Duomo, ne discuteranno insieme a Gianni Pagliarini e Paolo Repetto, per iniziativa della Filca-Cisl di Catania: Salvo Andò (Magnifico Rettore Università Kore-Enna), Domenico Pesenti (segretario generale Filca-Cisl nazionale), Pietro Sciortino (avvocato). Modererà Alfio Sciacca (giornalista) dopo l’introduzione di Gavino Pisanu, segretario generale Filca Cisl Catania, e il saluto di Alfio Giulio (segretario generale Ust Cisl Catania)

Fonte: Comunisti Italiani

Alcune recensioni: http://www.giannipagliarini.it/recensioni-uno-ogni-sette-ore-gianni-pagliarini-pdci.htm

LETTERA AL MINISTRO RENATO BRUNETTA – Alitalia, il miscuglio delle responsabilità

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Lettera al ministro Renato Brunetta

Signor Ministro, mi chiamo Virgilio Conti, ho lavorato per 38 anni ed ho sempre biasimato condotte e comportamenti riconducibili a prassi di assenteismo, inoperosità et similia …e quando mi capitava d’imbattermi in personaggi che ricorrevano abitualmente a tali pratiche constatavo che il “sistema” poco o nulla poteva, voleva o sapeva fare… Non ho mai pensato che si dovesse ricorrere subito alla sanzione o, peggio, al licenziamento; so bene che i primi doveri di chi ha la responsabilità di una grande azienda o di un piccolo ufficio sono quelli di fare bene le assunzioni e di collocare le persone nella posizione di lavoro adeguata per attitudini, studi, esperienze maturate, ecc. e so altrettanto bene che dietro l’assenteismo possono celarsi anche le reazioni del lavoratore rispetto a presunte o reali vessazioni subite; ma quando chi ha la responsabilità della gestione del personale ha ricercato tutte le possibili soluzioni, salvaguardando tutti i diritti umani e sindacali del dipendente, allora sì, si può e si deve intervenire con misure più radicali per garantire il buon funzionamento dell’impresa e per ovvi motivi di rispetto degli altri dipendenti e, vorrei dire, della comunità; e questa è la teoria.

Nella pratica questa logica è talvolta disattesa per compromessi di vario genere; non solo, ma può capitare di assistere a situazioni paradossali e irrispettose della meritocrazia: e cioè veder premiato chi lavora poco o male per tentarne il recupero o incentivarne l’allontanamento: non è proprio un bell’esempio e risulta particolarmente frustrante per chi opera seriamente. Io, come già detto, rivendico quest’ultima location e nonostante le soddisfazioni di un lavoro che ho amato, qualche opportunità di carriera e guadagno che ho avuto e, soprattutto, i convincimenti appena esposti, ho qualche volta l’impressione che le mie certezze vacillino a causa di un sistema che persevera nel premiare furbi, raccomandati, privilegiati … piuttosto che oneste, brave e meritevoli persone.

Ho avuto il piacere ed il privilegio di lavorare per Alitalia come funzionario addetto all’istruzione del personale tecnico di volo e di terra e come coordinatore di outsourcing training del personale di manutenzione e ingegneria della flotta. Desidero qui prima di tutto condividere i sentimenti di orgoglio, di risentimento e amarezza espressi dai colleghi, ed aggiungere qualche osservazione allo scopo di sgombrare il campo dai luoghi comuni secondo cui noi, “gente dell’aria”, saremmo o saremmo stati tutti fannulloni, privilegiati, non so cos’altro ed, ancora, allo scopo di riabilitare gran parte del personale che, silenziosamente, senza evidenziarsi nelle piazze o apparire nel grande fratello, ha lavorato e lavora in Alitalia.

Ciò detto e premesso, non posso certamente affermare che Alitalia fosse immune dal “fannullonismo”; si sa, dipende dal settore o reparto che si prende in considerazione, da eventuali conquistati e inamovibili scudi sindacali, da distorti o diabolici automatismi di tutela di questa o quella categoria, da discutibili scambi di favore tra corporazioni e gestione del personale, da situazioni di mobbing e via discorrendo.

Provo a raccontare la parte di Compagnia che ho vissuto durante la mia attività di insegnamento degli impianti di bordo degli aeromobili a piloti, motoristi ed assistenti di volo e, sempre per conto o in rappresentanza di Alitalia, ad allievi manutentori, ingegneri e tecnici certificati presso, rispettivamente, il centro professionale Ancifap (ex Ifap IRI), l’Università La Sapienza di Roma e le varie sedi di formazione e addestramento per personale di Alitalia e di altre Compagnie aeree. E’ stato, il mio, un lavoro di studio, alla scrivania e sugli aeroplani, a terra e in volo, di lezioni e corsi presso scuole aeronautiche e aziende costruttrici, di manualistica da scrivere e di materiale didattico da preparare, un mestiere fatto di mezzi artigianali e di strumenti didattici avanzati (dalla lavagna di ardesia ai trasparenti delle lavagne luminose, dai system trainers ai simulatori di volo, dalla grafica su diapositive alla computer based instruction), di lezioni seguite e impartite, nei ruoli di docente e discente, esaminatore ed esaminando, in un continuo aggiornamento acquisito e offerto come l’evoluzione tecnologica dell’industria aeronautica abitualmente richiede a chi vi opera.

La mia esperienza del “vissuto” nella Compagnia si colloca, come già detto, all’interno della funzione di Technical Training con la missione di formare, specializzare e aggiornare gli operatori preposti alle operazioni di impiego, lavorazione, manutenzione e controllo degli aeromobili: posso subito affermare che tutte queste attività sono sempre state svolte in Alitalia, con grande rigore e professionalità, competenza e senso di responsabilità, dagli equipaggi di condotta (piloti e tecnici di volo) e di cabina (assistenti di volo) e dai nostri tecnici dislocati negli uffici, negli hangar, nelle officine e sui piazzali aeroportuali; ma va pure evidenziato che la valutazione dell’efficienza e dell’efficacia di una funzione produttiva richiede, come ben sa chi ha qualche rudimento di gestione aziendale, di rapportare i risultati conseguiti alle risorse poste in essere: e questa operazione è quella che può rivelare disfunzioni e diseconomie.

I motivi? Tanti e variegati. Fattori endogeni ed esogeni, concatenati e sovrapposti, manifesti e mascherati, talvolta riconducibili a errate scelte o avventate strategie aziendali, talora classificabili come negligenze e inettitudini di dirigenti e responsabili; ma detti fattori anche quando non assumono le sembianze di deliberati sprechi, sperperi o illeciti, prefigurano precise responsabilità. Ma queste responsabilità sono, soprattutto ai livelli medio/bassi, troppo distribuite, frantumate, polverizzate, … inesistenti; restano tuttavia più concentrate, pesanti e ineludibili quelle che gravano sulla dirigenza più alta: ma, si sa, “Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare…” e così nel tentativo di individuare qualche precisa responsabilità siamo punto e daccapo.

Tentando un’azzardata conclusione si potrebbe dire che tutti guardano altrove piuttosto che agli interessi dell’impresa e/o dei contribuenti. Dalla fine degli anni ‘60 ai primi anni ‘80 la Compagnia dispone di una flotta moderna e ben gestita che impiega su una rete di collegamenti in espansione, tutte le attività di volo e di terra sono svolte in casa, gli impianti tecnici sono all’avanguardia, il servizio ai passeggeri è impeccabile, i sistemi di prenotazione ed i servizi cargo ci vengono invidiati all’estero; e perciò, anche grazie ad un mercato del trasporto aereo in crescita, la Compagnia di bandiera si guadagna una posizione di eccellenza a livello internazionale; è un periodo di cose belle e ben fatte.

Lo scenario però cambia, dalle prime crisi petrolifere del 1973 alla tragedia dell’11 settembre del 2001 … le cose si fanno più complicate con l’avvento della deregulation, della globalizzazione e delle compagnie low cost; le risposte manageriali, politiche e sindacali a queste nuove sfide si rivelano però ben presto imperfette o inadeguate. E Alitalia, che intanto si scopre malata di gigantismo, viene “curata” anche appaltando, e non soltanto semplici servizi generali ma finanche attività specialistiche e, comunque, senza salvaguardare nè i risultati operativi né quelli economici.

In quest’ottica vanno guardate con perplessità (è un eufemismo): certe terziarizzazioni e appalti come, ad esempio, le periodiche lavorazioni di poltrone e tappezzerie degli aeromobili affidate a ditte esterne, talune spese estemporanee come, ad esempio, le modifiche di cabina per gli allestimenti di riposo equipaggi sui nuovi B 777, l’apertura del Centro Direzionale di Roma, i trasferimenti e avvicendamenti di personale, principalmente navigante, su Milano Malpensa, le modalità di acquisto di economato, le spese di carburanti e servizi aeroportuali, le alte consulenze commissionate, l’ingaggio di stilisti per divise e allestimenti di bordo e finanche le ricorrenti ristrutturazioni degli organigrammi, mirate non già a virtuose riorganizzazioni quanto al solito valzer di cariche, nomine, poltrone.

Gli anni ’80 vedono l’Azienda protagonista di varie e alle volte fruttuose compartecipazioni societarie o alleanze tecnico-commerciali ma le difficoltà finanziarie aumentano di pari passo col cambiamento del mercato e con l’incapacità di adottare idonee trasformazioni e adeguate misure di protezione e contenimento delle spese. Tornando al mio piccolo vissuto personale debbo dire che comunque è stata un’esperienza di lavoro preziosa ed esaltante, sia sul piano umano che su quello tecnico-professionale. Ho prodotto e/o supervisionato numerosi corsi generali e specifici, teorici e on the job, su aeromobili, motopropulsori, impianti, componenti e strumenti di bordo, attrezzature e tecniche di manutenzione, orientati a vari livelli nonché particolari iter formativi volti all’apprendimento di basic knowledge, sistemi di qualità, human factor, sicurezza, …in termini di realizzazione di programmi, manuali d’istruzione, lezioni, esami.

Mi piace evidenziare che l’intera popolazione di professionisti aeronautici di terra e di volo (dall’operaio all’ingegnere, dall’assistente di volo al pilota), che durante l’intera carriera è chiamata a frequentare corsi di formazione e aggiornamento ed a superare gli esami ed i check di abilitazione richiesti dall’azienda e/o dalle autorità aeronautiche, ha sempre risposto a tali prove con dedizione, competenza e senso di responsabilità. Certo, la produttività è altra cosa ed ha altri parametri di misura e responsabilità, queste ultime imputabili, a seconda del caso, all’organizzazione aziendale, alla categoria professionale o sindacale coinvolta, ecc.

Alla metà degli anni ’90, mi viene affidato l’incarico di coordinare le attività di addestramento presso terzi della Divisione Operazioni Tecniche; accetto con entusiasmo e con la presunzione di ammodernarne la funzione. Va detto che si tratta di training che, per motivi di contratto in essere, convenienze logistico-economiche o opportunità operative, una volta accertato che non può essere convenientemente prodotto in casa, deve necessariamente essere affidato a ditte esterne all’azienda. Le linee guida da me presentate e adottate si propongono di rinnovare o solo rafforzare procedure e metodologie tese alla riduzione dei costi ed alla ottimizzazione dei risultati (centralizzazione delle funzioni, standardizzazione delle procedure, rinnovamento dei processi, ecc.).

A causa dello scenario organizzativo di contorno, i metodi da me presentati, ancorché condivisi dai livelli superiori, assumono però un mero carattere di suggerimento e invito a regole di buona economia aziendale e, soltanto più di rado, possono essere imposti a collaboratori, colleghi e responsabili dell’intera Direzione per il conseguimento di prefissati obiettivi economici (insomma le solite cose a metà a cui siamo da sempre abituati; voglio appena far notare che i cambiamenti si ottengono quando sono condivisi da tutta la linea di comando, a cominciare dal vertice naturalmente). Il coordinamento di questa attività è appunto affidato, come funzione addizionale, alla persona del sottoscritto che, senza benefit economici aggiuntivi nè supporti in termini di risorse umane, continua a mantenere l’incarico di docenza in numerosi corsi di istruzione in accordo con la preesistente posizione; in buona sostanza una doppia mansione con un compito supplementare di accresciuta responsabilità sia per l’autonomia operativa che per il livello degli interlocutori interni ed esterni all’azienda.

Nonostante le oggettive difficoltà connesse ad un’attività articolata, complessa e voluminosa, ad una normativa interna non pienamente fissata e ad un management disinteressato, detta gestione riesce di anno in anno a garantire risultati in linea, per qualità e quantità, con le esigenze aziendali e con la normativa aeronautica vigente e consente, anche se in misura ridotta e perciò ampiamente migliorabile, di arginare sprechi e minimizzare disfunzioni, contribuendo a consolidare un’amministrazione più virtuosa di incarichi addestrativi commissionati a ditte esterne, missioni del personale e spese di logistica.

Si tratta del coordinamento di un’attività dai contenuti importanti e delicati ai fini della qualità, sicurezza ed economia del lavoro in quanto riguarda la formazione, l’addestramento e l’aggiornamento del personale preposto a complesse manutenzioni, ad incarichi d’ingegneria e a controlli di terra e di volo dei velivoli adibiti al trasporto di passeggeri.

Intanto i guasti gestionali si accumulano e stratificano. La mancata o fallita costituzione di fruttuose alleanze commerciali, l’incapacità di acquisire e amministrare remunerative commesse di transfer of technology, un management colposamente miope o incapace, verosimili ingerenze dei Palazzi e dei Poteri, sono tutti ulteriori gravi fattori che producono un decadimento, uno sgretolamento lento quanto inesorabile e irreversibile di Alitalia Linee Aeree Italiane.

Negli anni ’90 si presentano i primi severi segnali di tracollo dell’azienda, aggravati dalla questione Malpensa e dalle rigide imposizioni dell’Unione Europea. La società, dissestata, deve essere privatizzata e messa in vendita; la politica però non rinuncia ancora ad avvicendare alla sua guida numerosi altri esosi Amministratori Delegati che nell’annunciato sforzo di salvarla ne decretano la fine.

Per quanto possa valere. rivolgo un plauso all’entusiasmo, all’amore ed alla competenza messi in campo dai tanti pionieri e professionisti che hanno contribuito alla crescita di Alitalia – Linee Aeree Italiane la quale fin dal 1947 ha accompagnato la ricostruzione post bellica e lo sviluppo del Paese ed esprimo un augurio di buon lavoro a tutti coloro che in Alitalia – Compagnia Aerea Italiana stanno, nonostante le enormi difficoltà del momento, profondendo perizia e dedizione per ricostruirne un’immagine in grado di riconquistare la fiducia della clientela e degli italiani tutti.

Professor Brunetta, io credo ancora fermamente nelle doti e nei valori fondamentali che servono a costruire il benessere, la civiltà e la ricchezza di un Paese ma certe esperienze vissute sul campo, le vacuità della società che viviamo, i compensi aleggianti in tante variegate e variopinte attività del mondo dello spettacolo, dello sport, della politica, della libera professione, dell’imprenditoria e del commercio, unitamente alle croniche perduranti iniquità remunerative e fiscali, minano sempre più i miei pur radicati convincimenti: mi aiuti a non cambiare opinione. Un concreto, ampio e virtuoso mutamento dello stato sociale, unitamente a tangibili esempi di buon governo della cosa pubblica, stimolerebbero, è una mia presunzione, milioni di cittadini a ritrovare alcuni valori persi, a guadagnare una rinnovata fiducia nelle istituzioni e, non da ultimo, porrebbero nuove basi educative per le nuove generazioni. Le auguro buon lavoro. Cordialmente

Virgilio Conti

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24 febbraio 2009

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=48051&sez=HOME_MAIL