Archivio | febbraio 26, 2009

Ergastolo per il boia dei desaparecidos, la giustizia italiana condanna Astiz

La cassazione ha confermato il carcere a vita per l’ufficiale della marina argentina, che durante la dittatura partecipava ai voli della morte vantandosi delle azioni compiute

L'”angelo biondo della morte” torturò e uccise tre italo-argentini di origini calabresi

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di ANNA MARIA DE LUCA

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Ergastolo per il boia dei  desaparecidos La giustizia italiana condanna AstizL’ex tenente della marina argentina Alfredo Ignacio Astiz in una foto d’epoca.

ROMA – Ergastolo per Alfredo Ignacio Astiz, l’ex intoccabile tenente della Marina argentina responsabile del sequestro, della tortura, della detenzione e dell’uccisione di Angela Maria Aieta, Susanna e Giovanni Pegoraro.
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La prima sezione penale della Suprema Corte di Cassazione, ha confermato stasera la condanna emessa dalla Corte d’Assise d’Appello di Roma che il 24 aprile 2008 ha deciso l’ergastolo non solo per Astiz ma anche per altri quattro gerarchi argentini: Jorge Eduardo Acosta, Alfredo Ignacio Astiz, Jorge Raúl Vildoza, Antonio Vañek e Héctor Antonio Febres. Erano responsabili dell’Esma, la Scuola superiore di meccanica trasformata dalla dittatura nel più grande centro di detenzione clandestina di Buenos Aires. Si chiude così, oggi il primo storico processo aperto in Italia per restituire giustizia, dopo trent’anni, a tre desaparecidos italiani, uccisi dal regime instauratosi con il golpe militare del 24 marzo del 1976.
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Susanna, originaria del Veneto, era una bellissima ragazza di soli 22 anni. Era incinta quando i militari la sequestrarono, il 18 giugno 1977. La portarono via con la forza mentre, insieme a suo padre, beveva un caffè in un bar di Buenos Aires. Giovanni Pegoraro cercò di segnare su un foglio la targa dell’auto che stava portando via la figlia. E per questo rapirono anche lui. Furono portati nell’Esma. Susanna, in quel posto infernale, partorì una bambina e poco dopo fu uccisa, come suo padre.
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Angela Maria Aieta, emigrata dalla provincia di Cosenza, fu sequestrata clandestinamente dai militari nella sua casa di Buenos Aires il 5 agosto 1976 perché madre di uno dei capi dell’opposizione alla dittatura, Dante Gullo (ora deputato), detenuto, senza mai un processo, per ben otto anni e otto mesi, dal 1975 fino al ritorno della democrazia. Anche lei fu portata all’Esma e torturata per mesi. “Quando la riportavano dalla sala delle torture – ha testimoniato Ebe Lorenzo, ex sequestrata – la rimettevano per terra a fianco a me, legata e bendata. Ma lei invece di lamentarsi mi rincuorava: ‘Coraggio, siamo ancora vive'”. Grazie al suo silenzio ha salvato la vita a molte persone. Fu gettata viva da un aereo in uno dei voli della morte. Lo scorso anno la città di Buenos Aires le ha dedicato una piazza e il suo paese natale, Fuscaldo, le ha intitolato simbolicamente una scuola elementare.
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La madre di Susanna Pegoraro, dopo molti anni, è riuscita a ritrovare la nipotina. Era stata destinata ad una coppia di sostenitori del regime. Ma per molti la tragedia continua: sono tanti i trentenni figli di desaparecidos che ancora oggi vivono, ignari, nella menzogna e chiamano “papà” e “mamma” perfetti estranei. Nell’Esma c’era infatti un reparto per le partorienti: le donne venivano tenute in vita fino al parto, legate e con i fucili puntati. Subito dopo i bambini venivano presi dai militari e allevati, venduti o dati in affidamento. L’unica cosa rimasta loro è il patrimonio cromosomico e per questo, le Nonne de Plaza de Mayo – nonne in cerca dei nipoti – hanno organizzato una banca del Dna. Ma trovare il coraggio di andarci vuol dire sconvolgere la propria vita e non tutti sono disposti a farlo.
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I responsabili di questa tragedia senza fine hanno godute di amnistie su amnistie da parte dei governi argentini e molti di loro girano ancora liberi e ricchi per le strade di Buenos Aires. Il processo che si è chiuso stasera ha preso il via l’8 giugno 2006 davanti alla Seconda Corte d’Assise di Roma. Udienza dopo udienza, sono arrivati a Roma da ogni parte del mondo diversi ex compagni di prigionia delle tre vittime. Si sono incontrati per la prima volta, dopo la liberazione riaprendo ferite mai sopite per mantenere fede alla promessa fatta in prigionia – chi sopravviverà lotterà per gli altri – e contribuire a scrivere la parola giustizia sulla memoria di Angela Maria, Susanna e Giovanni. Hanno raccontato davanti ai giudici e alle telecamere una galleria di orrori e di violenze subite di difficilmente descrivibili.

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Oltre ai sequestrati, hanno testimoniato tre grandi voci: la bandiera della battaglia per i figli dei desaparecidos in Argentina: Estela Carlotto, presidente delle Nonne di Plaza de Mayo; il giornalista Rai Italo Moretti, allora inviato in America latina; Enrico Calamai, lo “Schindler” argentino che mise in salvo centinaia di oppositori politici del regime; il giornalista argentino Orazio Verbitsky (della giunta direttiva di Human Rights Watch/Americas) che con un’agenzia clandestina ha più volte denunciato, durante il golpe, le atrocità del regime militare e, negli anni successivi, i silenzi di chi li ha coperti.

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26 febbraio 2009
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Cina. Rapito l’avvocato dei diritti umani Gao Zhishen

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In una lettera descrive le torture, era tra i favoriti al Nobel

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Roma, 26 feb. (Apcom)Picchiato, torturato e umiliato. Proprio mentre Washington e Pechino si lanciano accuse reciproche sul rispetto dei diritti umani, il movimento religioso Falun Dafa, messo al bando in Cina, diffonde un comunicato in cui avverte che Gao Zhishen, avvocato cinese dei diritti umani, che risultava tra i papabili del Premio Nobel per la Pace 2008, è stato nuovamente rapito e trasferito in una località sconosciuta. Allegata al comunicato c’è anche una lettera in cui il difensore dei diritti umani nel novembre del 2007, mentre si trovava ai domiciliari nella sua casa di Pechino, descrive le torture a cui era stato sottoposto tre mesi prima, durante un precedente rapimento da parte della polizia cinese. La famiglia ha autorizzato la diffusione del testo solo dopo il 9 febbraio di quest’anno a causa delle minacce che l’avvocato aveva ricevuto.

“Queste mie parole un bel giorno potranno finalmente circolare – scriveva Gao – Riveleranno la vera faccia della Cina odierna. Riveleranno l’incredibile spietatezza e le incredibili caratteristiche del partito che domina la Cina. Queste parole inevitabilmente procureranno disagio e disturberanno gli attuali ‘buoni amici globali’ e i ‘buoni amici in affari’ del Pcc (Partito comunista cinese), se questi buoni amici globali e buoni amici in affari hanno ancora qualche timore nei loro cuori nei confronti della coscienza umana”.

La lettera continua poi con la descrizione del rapimento di Gao e i lunghi giorni di torture tremende a cui fu sottoposto. Picchiato con bastoni elettrici, denudato e percosso a lungo, lasciato senza cibo e costretto a firmare una confessione in cui ha dovuto narrare nel dettaglio relazioni sessuali con più donne. Dopo averlo costretto a sottoscrivere cose non vere, i suoi aguzzini gli dissero: “Se facciamo uscire di qui queste cose, diventerai un cane rognosoin sei mesi”.

E ancora: “Tu sei un oggetto che deve essere picchiato, tu lo sai meglio di noi in cuor tuo”. Gao viene poi deriso per aver osato scrivere della repressione cinese al Congresso americano: “Il Congresso americano non conta nulla. Questa è la Cina, territorio del Partito Comunista Cinese, prenderti al vita è altrettanto semplice che calpestare una formica”.

Proprio ieri il Dipartimento di Stato Usa, nel suo rapporto annuale, ha criticato Pechino sul tema dei diritti. Il documento arriva a pochi giorni dalla visita ufficiale di Clinton in Cina in cui però il segretario di Stato ha ricevuto forti critiche per aver “messo da parte” la questione dei diritti umani per non compromettere il dialogo sui temi economici e ambientali.

Il governo cinese ha risposto seccamente al rapporto chiedendo agli Stati Uniti di smetterla di atteggiarsi a garanti dei diritti dell’uomo nel mondo e di dare lezioni agli altri paesi. Eppure l’insoddisfazione verso il regime comunista in Cina sembra crescere: ieri due uomini e una donna hanno raggiunto dalla provincia Pechino e si sono dati alle fiamme nei pressi di piazza Tiananmen per protestare contro le ingiustizie subite dalle autorità locali.

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cina: pechino, rapporto usa su diritti umani

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fonte: http://notizie.virgilio.it/notizie/top_news/2009/02_febbraio/26/cina_rapito_l_avvocato_dei_diritti_umani_gao_zhishen,18141709.html

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List of China Modern Torture Methods:

1. Burning
2. Electric Shock
3. Sexual Abuse
4. Psychiatric & Drug Abuse
5. Force-feeding
6. Savage beatings
7. Freezing and Exposing
8. Water Dungeon
9. Forced Abortions
10. “Death Bed”
11. “Tiger Bench”

12. “Hell Confinement”
13. “Small Cage”
14. Forced to Jump from Tall Building
15. “Flying an Airplane
16. “Squat
17. “Handcuffed in a Painful Position”
18. “Tied up”
19. Sitting on “Triangle-ridged Iron Plank”
20. “Carrying a Sword on the Back”
21. “Chain”
22. “Tied to a Bed”
23. “Tortured under a Bed”
24. “Tied to Trees”
25. “Solitary Confinement”
26. “Rope Tying”
27. “Hanging over the Head”
28. “Hanging by Two Thumbs”
29. “Hanging Upside Down”
30. Hung Up for Extended Period of Time
31. “Dog Bite”
32. “Snake Bite”
33. “Cutting of Flesh”
34. “Impaling the Fingers and Toes with Bamboo Stick”
35. “Needle Piercing” and “Toe Smashing”
36. Cigarette Burn
37. The Rampant Spread of Scabies
38. Forced to Sit in a “Sewage Pot”
39. Garbage Stuffed into the Mouth
40. Phlegm Poured into the Mouth
41. Force-Feeding with Urine
42. Force-Feeding with Feces
43. Deprivation of Sleep
44. Restricting the Use of the Toilet
45. Prohibiting the Use of Sanitary Napkins
46. “Covering a Shed” or Suffocation

other..

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fonte: http://chinaview.wordpress.com/2007/03/29/list-of-china-modern-torture-methods-photo/

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torture in Tibet by China

BANGLADESH: Guardie di frontiera in rivolta

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(AGI) – Dacca, 26 feb. – Il governo del Bangladesh prendera’ “duri provvedimenti” contro le guardie di frontiera in rivolta se non consegneranno immediatamente le armi. E’ il monito lanciato dal primo ministro, Sheikh Hasina, in un messaggio in tv, ai paramilitari che si sono ammutinati chiedendo aumenti di stipendio, vacanze e buoni alimentari. “Gettate le armi immediatamente e tornate nelle vostre caserme”, ha avvertito Hasina, “non obbligatemi a prendere duri provvedimenti, non spingete la mia pazienza oltre limiti tollerabili”. Si tratta del primo banco di prova per il premier da quando ha assunto l’incarico meno di due mesi fa mettendo fine a due anni di regime militare. Intanto, la rivolta si allarga. C’e’ stata una nuova sparatoria al quartier generale di Dacca, dove sono gia’ stati uccisi una cinquantina di ufficiali, e ammutinamenti e scontri sono segnalati in una dozzina di distretti di confine.

Il governo ha ordinato a tutte le compagnie di telefonia mobile di sospendere i servizi per evitare disinformazioni e arginare l’estendersi della protesta. I Bangladesh Rifles, le guardie di frontiera del poverissimo Paese asiatico, hanno compiti di sorveglianza dei confini, ma spesso affiancano esercito e polizia in altre operazioni.

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fonte: http://www.agi.it/cronaca/notizie/200902260843-cro-rt11004-art.html

Le ronde, affare della destra. Girano truppe Nere e Verdi

di Marco Bucciantini

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Il 10 novembre, al primo giorno di ronda, Lucia Spinato Corazza comunicò ai vigili sulla frequenza Special 5: «Qui al parco i problemi più grossi sono i cani e qualche ragazzo maleducato che usa i giochi dei bambini». Trasmetteva da un quartiere periferico di Verona, la città di Flavio Tosi e della Lega. Per questo, la più zelante in materia. E i successi vennero subito confezionati per la stampa: «Oggi gli assistenti civici (sic!) hanno messo in fuga tre posteggiatori abusivi di colore».

Lo zelo, si diceva. Troppo. Comunicato stampa dello stesso comune, due settimane dopo: «L’Amministrazione, con una lettera del comandante della polizia municipale Luigi Altamura, ha chiesto all’Associazione La Cancellata di provvedere a non utilizzare più per la Vostra aderente Sig.ra Lucia Spinato Corazza». Sempre lei, la caposquadra, “denunciata” da un cittadino veneto che si era visto porgere un volantino della Lega Nord.

Ronde e propaganda: sono cronache dell’Arena, il quotidiano della città veneta ma la politicizzazione della sicurezza è l’affare che mette in competizione i partiti della destra. La Lega vuole monetizzare: sono i pionieri di questa pratica (cominciarono nel 1995 a Voghera con le ronde padane) e sono i risarciti di questo decreto legge governativo. È per loro, prima ancora che per i cittadini: «Con quei soldi – 100 milioni – si potevano assumere 3 mila agenti e assicurare gli italiani in modo più appropriato» ha fatto presente Enzo Letizia, segretario nazionale dell’associazione funzionari di polizia.

Si è preferito battere la strada dietro ai politici del Carroccio, di An, della Destra di Storace, e degli estremisti di Forza Nuova e Fiamma tricolore. «Credevamo superati questi tempi», si allarmano i sindacati di Polizia in un documento unitario, «questa è la resa dello Stato. Le ronde saranno inutili». Questo epitaffio per ora è avvalorato dai fatti: nessun dato ufficiale testimonia una diminuzione dei reati nelle zone già pattugliate dai volontari. Sono comparazioni acerbe, ma a Verona i reati erano già calati del 25% nell’anno precedente all’inizio delle ronde, e se Milano vanta da parte dei suoi “angeli di città” ben 357 interventi in due mesi bisogna considerare che si tratta spesso di segnalazioni contro il degrado urbano. Proprio i city angels milanesi «sono il modello» delle ronde a venire, quelle istituite per decreto legge. «Una cornice normativa che per concretizzarsi dovrà essere specificata», per il prefetto di Firenze Andrea De Martino, «ed è davvero prematura ogni iniziativa operativa sul territorio», con l’impiego di chissà chi.

Questo è il punto: in sostanza il decreto per ora serve solo a “legittimare” la filosofia del fai-da-te, con ricaschi pericolosi, se è vero che la questura di Padova ha dovuto revocare il porto d’armi sportivo ad alcuni imprenditori che nottetempo uscivano di pattuglia e quando potevano s’addestravano al poligono con armi da guerra: kalashnikov, fucili d’assalto e pistole. Questi “assistenti civici” adesso hanno il gradimento del governo. Che si allinea alla battuta degli Skinheads di Verona: «Bisogna difendersi da soli, lo diciamo da vent’anni». Altro non si capisce: chi seleziona chi, e come: per esempio, la Toscana ha a disposizione un esercito di volontari, attivi in 3 mila e 500 enti: sarebbero tagliati fuori dal decreto. A Verona basta «un breve corso formativo», e sono «quasi tutti ex appartenenti a forze di polizia o corpi di vigilanza». Per ora si ragiona per prassi e per «quasi tutti…».

Se il decreto è fumoso,
e serviranno altri sessanta giorni per chiarire ambiti operativi e requisiti non si capisce come faccia la Lega a promettere entro un mese ronde operative in tutto il Nord, come se interpretasse i decreti legge come sanatorie. E così tutto questo agitarsi, simulare, annunciare dai vari municipi e quartieri d’Italia ha il solo scopo di mettere una bandiera politica – nera o verde – sopra questa guerra all’insicurezza. Con posizioni perfino paradossali: dalla Marca, cuore verde, il prosindaco di Treviso Giancarlo Gentilini – mai secondo a nessuno in stravaganze – ha sempre ritenuto insensate le ronde, e non le ha mai istituite.

«Perché no?» si domanda invece pochi chilometri più a nord il sindaco democrats di Pordenone. Meno dubbi attraversano i pensieri della Fiamma Tricolore di stanza a Trieste, che ha già informato su prossime brigate di pattuglia intitolate alla memoria di Ettore Muti, gerarca fascista, aviatore dell’impresa fiumana narrata da D’Annunzio. Mentre a Roma per ora si ricorda l’ardita azione delle sei ragazze capitanate da Stefano Ambrosetti, pasdaran di Storace: l’altra sera all’Eur – bazzicando fra il laghetto e i parcheggi – scoprirono una vecchia Panda rossa assai sospetta.

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26 febbraio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/82172/le_ronde_affare_della_destra_girano_truppe_nere_e_verdi

Carceri liguri senza soldi: «Faremo colletta»

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Il carcere di Valle Armea a Sanremo

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GENOVA – 26 febbraio 2009

In Liguria, la polizia Penitenziaria è senza soldi, ha già accumulato debiti e la situazione sembra destinata a peggiorare: in estrema sintesi, questo è quello che sostiene Michele Lorenzo, segretario regionale del Sappe (sindacato autonomo di polizia Penitenziaria), dopo avere preso visione dei fondi destinati al sistema penitenziario ligure per il 2009.

Lorenzo motiva la sua opinione con alcuni esempi:
– i corsi di formazione verranno finanziati con 10.000 euro, il 20% in meno rispetto al 2008; secondo il Sappe, ogni singolo agente avrà 10 euro per l’aggiornamento professionale;
– per il carburante delle auto di servizio, si è passati dai 128.500 euro del 2008 a quota 45.000;
– in calo anche i fondi per la manutenzione delle vetture: -18%, da 400.000 a 330.000 euro.

Praticamente invariata, invece, la somma destinata al mantenimento dei detenuti, ritenuta comunque «insufficiente»: 3,133 milioni di euro, contro i 3,577 del 2008.

Come detto, secondo Lorenzo, alcuni istituti penitenziari liguri hanno già accumulato debiti durante il 2008, cui «si dovranno aggiungere quelli derivanti dai tagli previsti»; la previsione, secondo il Sappe, è che si avranno debiti per circa 3 milioni.

Tutto questo, rende noto il Sappe, a fronte di un «esponenziale aumento» della popolazione carceraria: 1550 detenuti in tutta la regione (il 55% extracomunitari), di cui, per esempio, 700 a Genova Marassi e 310 a Sanremo; e di una «forte carenza d’organico» della Penitenziaria: 880 unità, 390 meno del previsto.

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ascolta il segretario regionale del Sappe
intervistato da Elisa Mangini di Radio19

Michele Lorenzo (Sappe) su Radio19 – ascolta

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fonte: http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/genova/2009/02/26/1202113730554-carceri-liguri-senza-soldi-faremo-colletta.shtml

APPELLO ALLA SOLIDARIETA’ – Yaqub: «L’Italia aiuti mio fratello»

L’INTERVISTA

L’appello del fratello del giornalista afgano condannato per aver scritto che uomo e donna sono uguali

Sayed Yaqub Kambaksh, fratello di Perwiz, il giornalista condannato in AfganistanSayed Yaqub Kambaksh, fratello di Perwiz, il giornalista condannato ____________________________________________________________
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Manifestazione a Kabul in favore di Sayed Perwiz Kambakhsh

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di Lorenzo Cremonesi

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MILANO – È venuto in Italia per cercare di rilanciare l’attenzione sul caso del fratello giornalista in Afghanistan e condannato a vent’anni di carcere per aver sostenuto che le donne hanno gli stessi diritti degli uomini. “Il vostro Paese ha un dovere morale verso l’Afghanistan. Sin da dopo la guerra del 2001 l’Italia si è impegnata a finanziare la ricostruzione del sistema giuridico afghano spendendo tra l’altro decine di milioni di dollari. Ma come mai non fa nulla per fermare l’ingiustizia commessa contro Sayed?”, sostiene polemico Yaqub Parwez Kambakhsh (28 anni).

Sayed Perwiz Kambaksh, il giornalista afgano accusato di blasfemia e condannato per aver scritto sul suo blog che uomo e donna sono uguali davanti a Dio
Sayed Perwiz Kambaksh, il giornalista afgano accusato di blasfemia e condannato per aver scritto sul suo blog che uomo e donna sono uguali davanti a Dio

Una brutta storia. Nota in tutto il mondo. Ma che adesso sembra finita nel dimenticatoio. Il collasso del Paese Afghanistan appare dietro l’angolo. Non per nulla Barack Obama manda rinforzi, chiede aiuto agli alleati e alla Nato, mentre la minaccia talebana si allarga sino al Pakistan. E la vicenda di Sayed potrebbe diventare una delle tante, infinite tragedie personali destinate a perdersi nel nulla. Tutto comincia nel 2007, quando il 23enne Sayed, giornalista per i media di Mazar El Sharif (nel nord del Paese), denuncia provocatoriamente sul suo blog che i “mullah estremisti” hanno una lettura distorta del Corano. E si chiede: “Se per l’Islam un uomo può avere quattro mogli, perché mai una donna non può avere quattro mariti?”. Lui è un giovane reporter sconosciuto di provincia. Ma le sue affermazioni fanno scalpore, specie in questo Afghanistan in via di restaurazione religiosa e in pieno ritorno alla tradizione. Sayed viene arrestato, accusato di “blasfemia” e il 27 ottobre 2007 condannato a morte. Intervengo allora le associazioni umanitarie internazionali, si parla di lui sui media di tutto il mondo. Addirittura viene chiesto allo stesso presidente, Hamid Karzai, di intervenire per liberarlo. Ma Karzai temporeggia. “Non può pronunciarsi personalmente in difesa del giornalista. Karzai è in difficoltà, sta perdendo consensi. Teme di venire sconfitto alle elezioni presidenziali, che dovrebbero tenersi a fine agosto 2009. Ha bisogno del voto pashtun e del sostegno dei circoli religiosi. Solo dopo il voto potrebbe forse fare qualche cosa in difesa di Sayed”, spiegano i commentatori più attenti. La soluzione di compromesso è commutare la pena di morte in carcere. Passo che viene compiuto il primo ottobre 2008, quando la pena capitale viene trasformata in 20 anni di cella.

“Ma adesso. Tutto è fermo. Sayed soffre. Noi familiari, colleghi, amici e avvocati temiamo che possa venire ucciso in carcere, magari avvelenato. Non sarebbe la prima volta”, spiega dunque Yaqub. E’ venuto qui a Milano ospite della Cisda, una associazione non governativa italiana che lavora tra la società civile afghana. Ha chiesto di ottenere un colloquio con rappresentanti del governo. E qualche giorno fa ha incontrato il sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica. Nei prossimi giorni visiterà altre città europee. Ma Yaqub appare ben poco soddisfatto della tappa italiana. “Mi sembra che le autorità italiane restino distanti. Timorose, non vogliono intervenire nei fatti interni al nostro Paese. Ma in questo modo facilitano il trionfo dell’ingiustizia. Gli ambienti più retrivi tra gli Imam afghani avranno la meglio. Occorre invece che si mobilitino per liberare subito Yaqub e segnalare che il nostro nuovo sistema giuridico garantisce l’individuo e la libertà”, si infervora il giovane. Ci spiega però Mantica: “Certo che seguiamo il caso di Sayed, ci sta molto a cuore e ne siamo preoccupati. Ma non possiamo dimenticare il contesto in cui si svolge. E’ un fatto che i tribunali sono fortemente influenzati dalle autorità religiose. L’Afghanistan laico era già svanito ben prima dell’arrivo dei talebani negli anni Novanta. E noi dobbiamo stare molto attenti che la questione non divenga tema di campagna elettorale. Se viene politicizzata allora non ne usciremo mai più. Meglio attendere a dopo il voto”. Tra le tante ipotesi degli ultimi tempi c’è però anche quella che le elezioni vengano rinviate ulteriormente. E allora? “E’ un’eventualità possibile. Attendere, prendere tempo, serve solo ad aumentare le probabilità che mio fratello venga assassinato. E allora il suo nome sparirà per sempre, diventerà una piccola nota ai margini della storia”, rincara Yaqub. A suo dire, una via di uscita sino a qualche tempo fa ci sarebbe stata: corrompere i giudici, passare bustarelle alle autorità per “comprare la libertà di Sayed”. “Non sarebbe per nulla strano. Anche gli italiani sanno bene che in Afghanistan la corruzione è imperante. Con i soldi i ricchi sono liberi e i poveri finiscono in carcere”, afferma sconsolato. Ma ora anche quella strada è sbarrata: “Ormai la vicenda di Sayed è diventata troppo importante. E’ troppo nota. Nessuno oserebbe mai la via della corruzione per risolverla. Verrebbe denunciato. Almeno in questi mesi. Sayed è diventato la metafora del nostro dramma nazionale”.

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Lorenzo Cremonesi
25 febbraio 2009

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fonte: http://www.corriere.it/esteri/09_febbraio_25/blogger-afgano-condannato-cremonesi_dbbb5f12-0350-11de-a752-00144f02aabc.shtml

Epifani: “Il governo stia attento, lo sciopero è una libertà fondamentale”

Il leader di Corso Italia, dopo le anticipazioni sul disegno di legge che domani verrà approvato dal Cdm. La relazione dell’Authority

Sacconi: “Ampia convergenza dei sindacati, Cgil unica eccezione”

Brunetta: “Domani il ddl di riforma verrà approvato dal Consiglio dei ministri”

Epifani: "Il governo stia attento sciopero è libertà fondamentale"
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ROMA – Scontro tra il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi e il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani sulla riforma del diritto di sciopero. Sul disegno di legge messo a punto dal governo, ha detto Sacconi, c’è “una larga convergenza con la gran parte delle organizzazioni sindacali e dei datori di lavoro”. “Temo però che manchi la Cgil”, aveva aggiunto stamane il ministro, a margine della relazione dell’Authority sugli scioperi, osservando subito dopo che “l’unanimità non è di questo mondo, appartiene al mondo del nulla, del non fare”.Pronta la reazione di Epifani: “Stia attento, perché in materia di libertà del diritto di sciopero costituzionalmente garantito bisogna procedere con molta attenzione. Se c’è qualcosa da aggiustare rispetto a una normativa già rigida eventualmente lo si può vedere. Ma se si vogliono introdurre forzature che limitano poteri e prerogative è altra questione”.

Il disegno di legge che regolamenta il diritto di sciopero è all’esame del governo, e dovrebbe essere approvato già nel prossimo Consiglio dei Ministri, previsto per domani, ha confermato nella trasmissione “Panorama del giorno”, su Canale 5, il ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta.

“Non si tratta ovviamente di soffocare il diritto di sciopero, ma di armonizzarlo con l’esercizio degli altri diritti di tutti i cittadini, in un’opera di bilanciamento che deve tener conto dell’evoluzione sociale”, ha detto il presidente della Camera Gianfranco Fini, nel presentare stamane la relazione del presidente della Commissione di garanzia dell’attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, Antonio Martone.

“E’ auspicabile” che almeno alcuni aspetti dell’esercizio del diritto dello sciopero “possano essere riassorbiti sul terreno politico delle trattative tra datori di lavoro e sindacati, ma è sempre più urgente avviare una riflessione sulla ‘tenuta’ della vigente disciplina di settore per individuarne lacune e prospettare ipotesi di adeguamento alla nuova realtà”, ha detto ancora Fini.

Nella sua relazione Martone ha ricordato che nel biennio 2007-2008 sono state oltre 4.000 le proclamazioni di sciopero pervenute alla Commissione di Garanzia. Un ricorso allo sciopero generale, dunque “mai avvenuto in precedenza”, ha sottolineato Martone, indicando anche le cause: “L’eccessiva frammentazione della rappresentanza in relazione anche all’articolazione del processo produttivio dei servizi pubblici essenziali, come conseguentza della spinta verso la liberalizzazione e la privatizzazione e, di riflesso, della necessità di contenere i costi”. Ma più che la mole di proclamazioni di scioperi sembra pesare l’effetto annuncio visto che delle 4.212 mobilitazioni annunciate ne sono state poi revocate circa 1,587. Gli scioperi effettuati dunque sono stati oltre 2600, poco più che la metà di quelli proclamati.

Secondo Martone, sono in particolare i recenti scioperi dell’Alitalia a far emergere “anomalie e inadeguatezza” della disciplina vigente. Per Martone nel settore del trasporto, infatti, “si sono verificati scioperi dove, pur essendo la percentuale di adesione estremamente bassa, si è verificata, nella stessa occasione, un’altissima percentuale di assenza dal servizio dei dipenenti e, di riflesso, la soppressione di centinaia di voli”.

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26 febbraio 2009
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APPELLO DA L’AQUILA: “Sono malata, chiedo l’eutanasia. Le istituzioni mi hanno abbandonata”

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La donna, malata di tumore e con minimi mezzi di sostentamento, alla fine dello scorso anno aveva chiesto ‘l’eutanasia’ chiamando in causa anche il presidente della Repubblica:

“Tutto è meglio dell’indifferenza, di questo nulla e di una dignità negata”

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L’Aquila, 26 febbraio 2009 – «Dalla politica finora soltanto chiacchiere, ma nessun intervento concreto. Questo è medioevo culturale e sociale, che colpisce me ma tanti altri nelle stesse condizioni. Continuo a tirare avanti nella miseria con 250 euro al mese, mentre cerco di combattere una malattia che non mi dà tregua. Come è possibile che la politica e le istituzioni non si occupino di quelli che hanno bisogno e di tutelare i loro diritti?».

Così Angela Scalzitti, 58 anni, di Castel di Sangro (L’Aquila), sulla web tv http://www.abruzzolive.tv torna a denunciare «di essere stata abbandonata dalle istituzioni». La donna, malata di tumore e con minimi mezzi di sostentamento, alla fine dello scorso anno aveva chiesto «l’eutanasia» tirando in ballo anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, «perchè -aveva detto- tutto è meglio dell’indifferenza, di questo nulla e di una dignità negata». Dalla Regione, in particolare dal presidente Gianni Chiodi, erano arrivate promesse di interventi e aiuti immediati. «Ma dopo poco più di due mesi», spiega la signora, «nulla è cambiato. I 129 euro al mese di sussidio cui ho diritto e promessi dal governatore non si sono visti. La presidente della Provincia dell’Aquila, Stefania Pezzopane, mi ha telefonato parlandomi di un incontro, e spero che ci sia presto. Un aiuto me lo dà il Comune che mi paga le bollette. Io, intanto, continuo a tirare avanti di stenti». Con 250 euro mensili e destina una parte di questa somma alla figlia che studia all’università a Siena. Quel che resta le deve bastare, anche per pagarsi l’assistenza.

«Per forza – dice – al momento è così. Ma tengo duro: voglio vedere come va a finire. Per l’indennità di accompagnamento chiesta dopo l’aggravamento e negata dalla Asl ho presentato ricorso ai giudici: la prima udienza è stata fissata per il 30 aprile a Sulmona. Ho cercato anche di accedere agli aiuti sociali stanziati dal Governo ma mi è stato risposto che neppure questi mi toccano perchè nel 2007 non ho lavorato, dato che per la mia malattia ho un’invalidità totale. E questa è un’altra ingiustizia. A che servono certi provvedimenti se poi non vanno ad alleviare le sofferenze delle fasce più deboli della popolazione? Per il resto faccio appello alle istituzioni, affinchè non si fermino solo alle parole, se davvero hanno intenzione di aiutarmi».

E continua Angela Scalzitti: «Ringrazio i giornalisti che mi sono stati vicino e tutti quelli che mi hanno inviato piccole offerte e mi hanno chiamato per esprimermi solidarietà. E ringrazio la città di Siena che si è prodigata per aiutare me e mia figlia. Mi ha anche offerto una vacanza: spero di poterci andare e di visitare la Sala del Mappamondo». Intanto la malattia, per cui si è operata ed è in cura all’ospedale di Pescara, a 150 chilometri da casa, non le dà tregua. «Ho smesso la chemioterapia, ma ho bisogno di controlli costanti -spiega- perchè su 7 linfonodi asportati 6 sono risultati maligni. Me lo sentivo, ma saperlo, averne certezza, mi ha provocato un dolore smisurato, in fondo al quale ci sono sempre io, da sola».

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2009/02/26/154156-sono_malata_chiedo_eutanasia.shtml

Stangata sui produttori di pasta: Antitrust li multa per 12 milioni

L’Authority sanziona quasi tutte le aziende italiane

“Colpevoli di aver fatto cartello per tenere alti i prezzi”

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L’Unione pastai: “Nessuna intesa, agiremo nelle sedi competenti”

Stangata sui produttori di pasta Antitrust li multa per 12 milioni
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ROMA – L’Antitrust ha sanzionato le aziende produttrici e le associzioni di categoria del settore della produzione della pasta per quasi 12,5 milioni di euro per intese restrittive della concorrenza.

Per il Garante le società Amato, Barilla, Colussi, De Cecco, Divella, Garofalo, Nestlè, Rummo, Zara, Berruto, Delverde, Granoro, Riscossa, Tandoi, Cellino, Chirico, De Matteis, Di Martino, Fabianelli, Ferrara, Liguori, Mennucci, Russo, La Molisana, Tamma, Valdigrano, insieme all’Unipi, Unione Industriali Pastai Italiani, hanno “posto in essere un’intesa restrittiva della concorrenza” finalizzata a concertare gli aumenti del prezzo di vendita.

Sono invece risultate estranee all’intesa, a diverso titolo, le società Gazzola, Mantovanelle e Felicetti, nei confronti delle quali era stata ugualmente avviata l’istruttoria.

I produttori sanzionati – fa sapere l’Antitrust con una nota – sono rappresentativi della stragrande maggioranza del mercato nazionale della pasta (circa il 90%) e Unipi è l’associazione di categoria più rappresentativa del settore.

I produttori fanno sapere che ricorreranno contro la decisione. L’Unione Industriali Pastai Italiani, ribadisce “che nel settore non vi sono state speculazioni, nè si è mai configurato alcun accordo lesivo degli interessi dei consumatori”.

Il pastificio Garofalo in un comunicato dice che “nel pieno rispetto dell’indagine, si riserva di agire nelle sedi competenti”, e “ribadisce con fermezza di non aver mai aderito a presunti accordi di cartello”.

Analoga la reazione della Barilla: “Il provvedimento dell’Autorità Garante ci lascia stupiti. La nostra missione, da sempre, è quella di offrire alle persone prodotti di ottima qualità al giusto prezzo, operando in assoluta trasparenza, secondo i principi di sana concorrenza alla base del libero mercato”.

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26 febbraio 2009
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Brindisi: Un rumore di gabbiani

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27 febbraio 2009 ore 18.00

Brindisi – Palazzo Guerrieri

Via Congregazione

presentazione del libro + DVD

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di Giuseppe Cristaldi

Un rumore di gabbiani

orazione per i martiri dei petrolchimici

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Introduce Bobo Aprile

Saluti del Sindaco della città di Brindisi Domenico Mennitti

e del Presidente dell’Amministrazione Provinciale Michele Errico

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INTERVENTI

Franco Caiulo – Comitato Vittime del Petrolchimico

Nando Popu – Sud Sound System

CONCLUSIONI

Maurizio Portaluri – Medicina Democratica

Fonte: Medicina Democratica