Archivio | febbraio 2009

Obama annuncia: via dall’Iraq entro agosto 2010

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Una delle lezioni apprese dall’esperienza dell’Iraq è che «l’America deve andare in guerra con obiettivi definiti con chiarezza» lo ha detto il presidente Barack Obama parlando nella base dei Marines di Camp Lejeune in North Carolina. Il presidente ha scelto quel posto, da dove ottomila militari partiranno per l’Afghanistan, per dare la comunicazione di un ritiro definitivo dall’Iraq: entro il 31 agosto 2010.

«Ho scelto un calendario in base al quale le nostre brigate da combattimento si ritireranno nei prossimi 18 mesi», ha detto Obama, aggiungendo: «Ve lo spiego con le parole più semplici possibili, entro il 31 agosto del 2010, la nostra missione di combattimento sarà terminata». Il presidente degli Stati Uniti ha aggiunto che tra i 35 e i 50 mila militari Usa rimarranno in Iraq, almeno in un primo tempo dopo il ritiro del grosso delle truppe, per addestrare e consigliare le forze irachene. «Intendo ritirare tutte le truppe americane dall’Iraq entro la fine del 2011», ha concluso Obama, ricordando che il calendario potrà essere rivisto con i militari se emergeranno problemi durante le operazioni.

Al momento sono 142 mila gli uomini sul territorio. Sul piano di ritiro Obama ha incassato l’appoggio del senatore repubblicano John McCain: in un incontro alla Casa Bianca giovedì con i leader democratici e repubblicani del Congresso l’ex rivale di Obama, che in campagna elettorale anche sull’Iraq si era duramente scontrato con l’allora candidato democratico, ha manifestato il suo sostegno affermando che il piano è ben preparato.

Un dissenso invece è stato espresso proprio tra le file dei democratici sull’intenzione di Obama di mantenere ancora un certo numero di uomini nel Pese: i parlamentari democratici sia alla Camera che al Senato considerano eccessivo il tetto indicato di 50mila soldati.

Un esponente repubblicano, John McHugh, ha inoltre riferito di aver ricevuto rassicurazioni da Obama che i piani per il ritiro saranno rivisti se le violenze nel Paese mediorientale dovessero nel frattempo aumentare.

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27 febbraio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/82276/obama_annuncia_via_dalliraq_entro_agosto

Australia, per il miglior lavoro al mondo scelti 50 candidati su 35mila domande

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SYDNEY (27 febbraio) – Per ora sono cinquanta i fortunati che possono sognare il lavoro più bello del mondo. Su oltre 35 mila domande video presentate, 50 sono stati i prescelti per la selezione finale per il “più bel lavoro al mondo”, ovvero custode di un’isola tropicale presso la Grande barriera corallina in Australia. I 50 sono stati avvertiti via email, comunica Tourism Queensland, ma la loro identità e nazionalità rimangono per ora segrete. Non si sa pertanto se fra essi ci sia anche qualche italiano tra gli oltre mille che hanno fatto domanda. L’offerta di lavoro, partita di una campagna per rilanciare il vacillante mercato turistico dell’isola, ha attratto candidature da oltre 200 Paesi, con il più alto numero da quelli anglosassoni: Usa (11.565), Canada (2.791), Gran Bretagna (22.262) e Australia (2.064). Seguono la Germania (1398) ma a ruota c’è anche l’Italia (1310).

Dopo una serie di test psicometrici online, i 50 saranno ridotti a 11, che saranno portati nell’isola per la selezione finale. Il vincitore sarà annunciato il 6 maggio e comincerà il “lavoro” il primo luglio. Per un compenso pari a 75 mila euro, dovrà vivere per sei mesi a Hamilton Island e promuoverne l’immagine tra i potenziali turisti, curando un apposito blog. Ore di lavoro previste: 12 al mese, villa di tre stanze con vista mare in dotazione e trasporti aerei gratis.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=48446&sez=HOME_NELMONDO


Energie rinnovabili, Legambiente: quasi seimila i comuni che ne dispongono / Nucleare, la corsa al no dei sindaci

Dal settore un indotto capace di creare 250mila nuovi posti
Dobbiaco e Prato allo Stelvio i comuni più “verdi”

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Pannelli solari sul tetto di un palazzo ROMA (27 febbraio) – Nei comuni italiani è scoppiato il boom delle fonti energetiche pulite: ormai sono quasi seimila (5.991) i comuni che dispongono di almeno un impianto di energia rinnovabile. In un solo anno 2801 comuni in più si sono dotati di strutture per lo sviluppo di fonti rinnovabili.    Un boom che mostra notevoli potenzialità a livello occupazionale. Secondo i dati del rapporto “Comuni rinnovabili” di Legambiente l’indotto economico potrebbe produrre fino a 250mila nuovi posti di lavoro. Nel dettaglio le stime parlano di  65mila occupati entro il 2020 e altrettanti nel solare termico, nel fotovoltaico, nelle biomasse. Secondo Legambiente si deve puntare su due aspetti: l’integrazione delle fonti rinnovabili dell’edilizia con la certificazione energetica e la semplificazione della troppa burocrazia che rallenta lo sviluppo delle fonti pulite.

I comuni più verdi d’Italia sono Dobbiaco (più 269% rispetto al fabbisogno, 1.270 mq di pannelli solari termici, teleriscaldamento da due impianti) e Prato allo Stelvio, dove sono disponibili 6 tecnologie rinnovabili diverse: due centrali di teleriscaldamento da biomassa, 4 impianti idroelettrici per complessivi 2.050 kw, impianti fotovoltaici per 1,1 Mw, un impianto eolico da 1,2 Mw, per un risparmio del comune di 14.000 tonnellate di CO2). Tra i comuni sopra i 50.000 abitanti Lecce è in grado di soddisfare il 100% del fabbisogno elettrico delle famiglie (con 4.500 mq di impianti solari termici e fotovoltaici da 6 Mw e 36 Mw di eolico) e Carano (Tn) per il progetto più innovativo con 3.000 pannelli fotovoltaici che producono una potenza di 500 kw pari al consumo energetico dei tre quarti degli abitanti.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=48463&sez=HOME_INITALIA

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Nucleare, la corsa al no dei sindaci: «Non nel mio territorio»

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ROMA (25 febbraio) – Il governo annuncia il ritorno al nucleare e da governatori regionali e sindaci delle zone candidate a ospitare una centrale arriva subito un coro: no a una centrale sul mio territorio.

La volontà del governo è chiara fin dai tempi della campagna elettorale: sì al ritorno all’atomo. Più complicato sarà quando si tratterà di decidere dove collocare le nuove centrali. Le ipotesi su dove potrebbero essere costruiti gli impianti hanno già cominciato a circolare da tempo: si torna a parlare di Montalto di Castro (una centrale già riconvertita dal nucleare all’olio combustibile e al gas a costi spaventosi) e di Trino Vercellese, Caorso (Piacenza), Latina e Garigliano, i quattro siti dove le centrali atomiche italiane erano attive negli anni ’70.

Ma ci sarebbe anche una misteriosa lista segreta con una serie di nuove possibilità, fra cui quella di Ragusa in Sicilia. Oggi sono quindi partite subito le proteste e le dichiarazioni contrarie di molti amministratori locali, soprattutto del Pd, mentre il partito guidato da Dario Franceschini chiede al governo di riferire “urgentemente” al Parlamento sull’accordo siglato martedì con la Francia per i nuovi reattori. Forte e chiaro poi anche il no delle associazioni ambientaliste.

La retromarcia della regione Lazio. Il 25 maggio scorso il governatore Piero Marrazzo si era dichiarato possibilista sull’ipotesi di un impianto nucleare nel Lazio: «Siamo pronti a discutere col Governo, se ci chiama», aveva detto all’agenzia Ansa. Oggi invece ha rilasciato questa dihiarazione: «Nei rapporti con il governo nazionale abbiamo bisogno di interventi oggi, di non disperdere le risorse in progetti futuribili e che arriveranno a tempo scaduto, di rincorsa a un nucleare, magari con tecnologie obsolete e magari collocate in aree del nostro territorio che già soffrono di un’elevatissima concentrazione di strutture di produzione energetica». Nettamente contrario poi il suo assessore all’Ambiente Filiberto Zaratti: «Il Lazio non è disponibile all’individuazione sul proprio territorio di alcun sito atomico per future centrali nucleari».

La provincia di Viterbo: allarmante centrale a Montalto. «La notizia che Montalto di Castro possa essere indicato come sito di una centrale nucleare, sebbene non ufficiale, non può che destare allarme e preoccupazione», afferma il presidente della provincia, Alessandro Mazzoli. «Dopo oltre 20 anni si cerca di riproporre un’iniziativa bocciata dal referendum. Non ci sembra la soluzione più appropriata», aggiunge sostenendo che «prima di tutto, occorre interpellare i cittadini».

Il no di Martini. «Personalmente sono contrario a una centrale nucleare nella mia regione, ma il mio mandato scade nel 2010 e la decisione toccherà a chi verrà dopo di me», ha detto Claudio Martini, presidente della Regione Toscana, intervenendo a Radio 24.

«Non vogliamo il nucleare in Piemonte», ha tagliato corto la presidente della regione Mercedes Bresso, ricordando che il Piemonte ha scelto di puntare sulle energie rinnovabili, investendo 300 milioni di euro fino al 2013.

«La Puglia si presenta come territorio off limits per qualunque ipotesi di centrale nucleare», ha sottolineato convinto il presidente della regione Puglia, Nichi Vendola, che definisce l’accordo «sciagurato», anche perché non tiene conto della realtà del territorio italiano, «una striscia allungata e densamente popolata, un Paese la cui antropizzazione è così capillare che è difficile immaginare il ritorno a cicli industriali affetti da gigantismo e con problemi di gestione dell’emergenza praticamente insolubili».

Il sindaco di Caorso: impossibile. La costruzione di una nuova centrale nucleare a Caorso sarebbe “impossibile”, ha detto a Skytg24 il sindaco di Caorso Fabio Callori, spiegando che prima è necessario trovare un sito per smaltire le scorie nucleari della vecchia centrale.

Una centrale nucleare nel Ragusano? «No, grazie», scandisce il sindaco di Vittoria, Giuseppe Nicosia, riferendosi alle voci secondo cui la sua provincia sarebbe tra le 34 località presenti in un elenco di possibili siti. Anche il presidente della provincia di Ragusa Franco Antoci esprime in una nota la sua «netta contrarietà» all’eventualità che venga installata una centrale nucleare sul suo territorio.

Il no dell’alto Adige. Il ritorno all’energia nucleare, secondo l’assessore altoatesino all’energia, Michl Laimer, «è una strada completamente errata che comporterebbe problemi e rischi. Il governo dovrebbe invece puntare sempre più sul risparmio e l’efficienza energetici e sulle fonti rinnovabili di energia».

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=48168&sez=HOME_INITALIA&ssez=PRIMOPIANO


Pomigliano, chiude la Fiat e la città è in «sciopero sociale»

di Massimo Franchi

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Un’intera città, un intero circondario. Tutti in corteo, tutti uniti in difesa di una fabbrica, perché quella fabbrica dà il pane ad una buona fetta della Provincia di Napoli. Alla Fiat di Pomigliano oggi lavorano 5 mila operai. A dir la verità nel mese di febbraio lo hanno fatto solo per una settimana e la stessa cosa avverrà a marzo. La fabbrica chiude e chiude tutta la città, le migliaia di persone che lavorano nell’indotto e tutti gli esercizi commerciali che con lavoratori a 700 euro al mese hanno i negozi vuoti.

Dalla stazione a piazza Primavera sfilano operai, suore, gonfaloni dei Comuni, studenti, madri, figlie e parenti dei lavoratori in cassa integrazione e di quelli licenziati a causa della crisi. Dal palco parla il vescovo e poi lo segue il segretario della Fiom Gianni Rinaldini. Il diavolo e l’acqua santa uniti dal rischio che un’intera comunità vada “allo sfascio sociale” a causa della crisi.

Prima parla il vescovo di Nola, Beniamino Depalma e chiedi di ascoltare «il grido della gente: senza lavoro non c’è futuro, non c’è libertà. E senza un futuro c’è il rischio che i giovani approdano ad altri lidi, la camorra è sempre in campo». Ha chiuso il segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini: «Se qualcuno pensa che si può chiudere lo stabilimento di Pomigliano d’Arco se lo tolga dalla testa. Non dobbiamo permettere a nessuno di dividere i lavoratori – ha aggiunto – la nostra forza per trattare con la Fiat e con il governo è proprio l’unità. I nostri obiettivi sono due: chiedere una proroga della cassa integrazione, da allargare anche ai precari, in quanto le risorse ci sono ma i soldi sono utilizzati per altre cose».

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27 febbraio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/82280/pomigliano_chiude_la_fiat_e_la_citt_in_sciopero_sociale

Il libro di tre ostaggi delle Farc: «Ingrid più pericolosa dei nostri rapitori»

Le confessioni dei compagni di prigionia: «La Betancourt ci rubava il cibo»

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Arrogante, egocentrica, ladra, scriteriata al punto da mettere a repentaglio le loro stesse vite, cercando di convincere i loro aguzzini che erano spie della Cia. E’ spietato il ritratto di Ingrid Betancourt che emerge dal libro Out of Captivity.

Si tratta del volume di memorie edito da Harper- Collins dove i tre militari americani detenuti assieme alla Betancourt dalla guerriglia delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc) si confessano. Nell’autobiografia a tre mani di 457 pagine Keith Stansell, Thomas Howes e Marc Gonsalves ripercorrono i 1.967 giorni da incubo trascorsi nella giungla sudamericana infestata da insetti e parassiti letali, tra torture, marce forzate in catene e continue minacce di morte, fino alla loro miracolosa liberazione, il 2 luglio 2008, cinque anni e mezzo dopo la data del sequestro.

Ma le rivelazioni più provocatorie del libro riguardano la 48enne attivista e politica franco-colombiana, rapita un anno prima di loro. «Era lei la padrona del gulag», punta il dito il 44enne Stansell, ex marine. «Ho visto con i miei stessi occhi mentre cercava di impadronirsi del campo con una arroganza fuori controllo. Gli aguzzini — aggiunge — ci trattavano meglio di lei». Durante la prigionia la Betancourt avrebbe più volte sottratto cibo ai suoi compagni di sventura, cercando sempre di accaparrarsi il giaciglio migliore dove dormire.

Quando lei e Gonsalves divennero amici, gli altri prigionieri del campo (tra cui 11 cittadini colombiani) si ingelosirono. «È una donna molto dura», dice il 36enne Gonsalves, che prima del libro era in contatto email con la Betancourt. «Ha tirato scemi anche i guerriglieri». Dopo il suo tentativo di fuga assieme al connazionale Luis Eladio Perez — peraltro fallito — i terroristi tenevano spesso la Betancourt in catene, giorno e notte. «Eppure non l’ho mai vista piangere o lamentarsi », precisa Gonsalves. Interpellate dalla Associated Press, sia la Betancourt che sua sorella Astrid si sono rifiutate di commentare.

Ma a difenderla è adesso Eladio Perez, secondo il quale «non è vero che Ingrid abbia cercato di convincere i ribelli che i tre americani erano agenti della Cia». Comunque sia, il libro ha tutte le carte in regola per diventare un bestseller. E non solo per le sue dettagliate descrizioni dei metodi definiti «da campo di concentramento» usati dalle Farc. «È un libro insolito », teorizza Keron Fletcher, uno psichiatra inglese esperto in ostaggi. «È molto inconsueto che un ex ostaggio critichi pubblicamente un altro ostaggio con cui ha condiviso un’esperienza tanto traumatica. Chi sopravvive ad un trauma del genere tende a nascondere le eventuali tensioni della prigionia e fa di tutto per sostenersi a vicenda».

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MULTIMEDIA: Video, fotografie, audio sulla vicenda Betancourt

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Alessandra Farkas
27 febbraio 2009

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fonte: http://www.corriere.it/esteri/09_febbraio_27/alessandra_farkas_ingrid_piu_pericolosa_dei_rapitori_d4a5c950-0496-11de-bb75-00144f02aabc.shtml

“Berlusconi offende le donne, lo denunciamo alla Corte europea”

Iniziativa di due parlamentari. Concia del Pd e Gottardi del Pd-Pse

“Violazione degli art. 8 e 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo”

“In Italia, a causa del Lodo Alfano, non è possibile”
L’ultima battuta su Carla Bruni. Palazzo Chigi smentisce: “Parlava della Sorbona”

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di GIOVANNI GAGLIARDI

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"Berlusconi offende le donne lo denunciamo alla Corte europea"

ROMA – “Moi je t’ai donné la tua donna”. Un misto di francese e italiano per una battuta, l’ennesima, del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Stavolta, al capo dello Stato francese, Nicolas Sarkozy. Il riferimento, è chiaro, è a Carla Bruni. La boutade, però, non è andata giù ad Anna Paola Concia, deputata del Pd, e Donata Gottardi, parlamentare europea del Pd-Pse. Che hanno deciso di sporgere denuncia contro il premier proprio per i suoi ripetuti riferimenti allusivi “di disprezzo” nei confronti delle donne.

“Denunciamo Silvio Berlusconi, in qualità di presidente del Consiglio dei ministri italiano, alla Corte europea di Strasburgo per violazione degli articoli 8 e 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, a causa delle continue e ripetute dichiarazioni di disprezzo sulla vita e la dignità delle donne”, annunciano le due onorevoli, dopo quell'”Io ti ho dato la tua donna”, che il Cavaliere ha rifilato a Sarkozy.

Concia e Gottardi, sottolineano che “in Italia, a causa del Lodo Alfano, non è possibile denunciare il presidente del Consiglio alla magistratura”, ricordano alcune delle dichiarazioni del premier che sono alla base della loro decisione: “Il 14 marzo 2008 in campagna elettorale: Berlusconi consiglia a una giovane precaria di sposare un miliardario per risolvere i suoi problemi economici. Il 25 gennaio 2009, durante un comizio elettorale a Sassari, teorizza che ‘per evitare gli stupri servirebbe un militare per ogni bella donna’”.

E ancora, il 6 febbraio 2009, “l’inquietante dichiarazione su Eluana Englaro”. Infine, “il 26 febbraio 2009, incontro internazionale con Sarkozy: Berlusconi, rivolgendosi al Presidente francese, lo avverte: ‘Io ti ho dato la tua donna’”.

Quella che i francesi definiscono come “humour déplacé”, ovvero l’ironia fuori luogo del premier, sembra destinata ad arricchire la galleria delle gaffe che lo rendono famoso anche oltreconfine. La battuta sull'”abbronzatura” di Obama ha fatto il giro del mondo, mentre quella sui desaparecidos argentini, una decina di giorni fa, ha suscitato la reazione risentita di Buenos Aires. A Strasburgo in molti ancora ricordano quando, all’Europarlamento, presentando in aula le linee programmatiche del semestre italiano di presidenza Ue, Berlusconi diede del kapò nazista al deputato socialdemocratico tedesco, Martin Schulz.

Lunga la lista delle categorie e delle persone bersagliate da Berlusconi con la sua passione per la battuta: i malati di Aids, i giudici, (“mentalmente disturbati”), i cinesi (che avrebbero “bollito i bambini ai tempi di Mao”) fino alla stessa moglie, oggetto di allusioni a proposito delle voci di una liason con Massimo Cacciari: in quell’occasione, il premier coinvolse l’omologo danese, e allora presidente di turno della Ue, Andres Fogh Rasmussen: “E’ il primo ministro più bello d’Europa – disse – penso di presentarlo a mia moglie perché è anche più bello di Cacciari”.

Veronica Lario qualche anno dopo si tolse il sassolino dalla scarpa, con una lettera a Repubblica. L’occasione arrivò dopo la cena dei Telegatti, nel gennaio del 2007: in quell’occasione Berlusconi pronunciò un paio di complimenti di troppo: “Io con te andrei ovunque”, disse alla showgirl Aida Yespica. Poi, in un crescendo, una battuta a Mara Carfagna: “Se non fossi già sposato me la sposerei”. Ma quella volta fu costretto a chiedere scusa.

La smentita di Palazzo Chigi.
Solo in tarda serata, Palazzo Chigi ha emesso un comunicato per smentire la tv francese e Repubblica. “La frase che il presidente Berlusconi ha detto sottovoce al presidente Sarkozy durante la conferenza stampa di martedì scorso a Villa Madama, mentre si stava parlando del riconoscimento in Italia dei baccalaureati, era semplicemente: “Tu sais que j’ai ètudiè à la Sorbonne” (tu sai che ho studiato alla Sorbona). Al Presidente Berlusconi hanno dato l’oscar della volgarità che non meritava. A loro spetta invece l’oscar della denigrazione che si meritano appieno”. Per la precisione, Berlusconi (laureato alla Statale di Milano) alla Sorbona ha frequentato un corso estivo.

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27 febbraio 2009

fonte: http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/politica/denuncia/denuncia/denuncia.html?rss

“Separazioni e divorzi? Dal notaio: risparmieremmo un miliardo l’anno”

LA PROPOSTA EURISPES

Lo Stato, oltre a risparmiare il 45% dei costi delle famiglie spezzate, vedrebbe snellirsi notevolmente anche il macchinone della giustizia, essendo oltre 900mila i procedimenti in corso

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Divorzio (archiviofi)Roma, 27 febbraio 2009 – Ogni anno le ‘rotture’ familiari’ – tra separazioni e divorzi, cresciuti in 10 anni rispettivamente del 40 e del 50% – coinvolgono 400mila persone in Italia, figli compresi. Davvero un bel carico di lacrime e dolore, cui va ad aggiungersi il non indifferente costo economico. Per le famiglie spezzate ma anche per lo Stato.

Da qui l’affascinante calcolo dell’Eurispes, che ha immaginato di trasferire le competenze in materia di separazione tra coniugi e volontaria giurisdizione dagli Uffici Giudiziari ai notai. Bene: questa semplice mossa farebbe risparmiare in tutto la bellezza di un miliardo di euro l’anno. Così ripartit: il 45% costituito dal minor budget allocato annualmente dallo Stato per il funzionamento della macchina giudiziaria e il 55% costituito dal minore esborso che viene attualmente sostenuto dai cittadini interessati da tali procedimenti.Insomma, contenti i portafogli di tutti.

Oltretutto, a parte il punto di vista economico, la proposta dell’Eurispes alleggerirebbe di parecchio la  giustizia civile. Dunqye:  i notai potrebbero costituirsi come preistanza giudiziaria, per gestire il contenzioso che si sviluppa da separazioni e processi e dalle cause per volontaria giurisdizione: il fatto che le separazioni con rito consensuale siano più del doppio di quelle con rito giudiziale induce a pensare che si tratta, nella maggioranza dei casi, di cause prive di elementi di elevata conflittualità, che potrebbero essere discusse e risolte senza ricorrere al tribunale.

Inoltre, un contesto di natura diversa, come quello offerto dagli studi notarili, alimenterebbe probabilmente una minore conflittualità rispetto al tribunale e faciliterebbe una più serena e rapida risoluzione delle questioni. Gestendo opportunamente il contenzioso sarebbe possibile evitare, in gran parte dei casi, di andare in giudizio e mettere in moto la macchina giudiziaria, con notevole dispendio di tempo e denaro.

Oltre a diminuire la spesa, la gestione delle separazioni dei notai snellirebbe anche il funzionamento della giustizia: dato il numero di procedimenti civili iscritti (384.365), definiti (365.378) e pendenti (152.131) in materia di separazioni, divorzi e volontaria giurisdizione (sia con rito consensuale sia con rito giudiziale), dalla ricerca dell’Eurispes risulta che il trasferimento di competenze consentirebbe una riduzione (12,9%) della domanda di giustizia civile espressa in termini di numero di procedimenti annualmente iscritti presso tutti gli Uffici Giudiziari; la possibilità per il sistema giudiziario di riallocare l’offerta di giustizia civile resasi disponibile per effetto del trasferimento di competenze (12,8%), nella risoluzione di controversie in altre materie; una riduzione del numero di procedimenti civili pendenti presso tutti gli Uffici Giudiziari, venendo meno quelli relativi a separazione, divorzi, e volontaria giurisdizione, che attualmente rappresentano il 5,8% circa del totale.

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2009/02/27/154504-separazioni_divorzi_notaio.shtml

Englaro indagato: “Me l’aspettavo”. Barragan: “Chi uccide è un assassino”

Il padre di Eluana indagato a Udine. Il legale: “Chiariremo tutto”

Nuovo duro attacco del Vaticano. Sacconi: “Discutibile dimensione penale”

Il cardinale: “Se il padre le ha tolto la vita, è da considerare un omicida”
Il parroco di Paluzza: “Gli uomini di chiesa moderino il linguaggio”

Englaro indagato: "Me l'aspettavo" Barragan: "Chi uccide è un assassino"Il primario Amato De Monte

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ROMA – “Doveva arrivare prima o poi, lo sapevo che doveva arrivare”. Non è sorpreso Beppino Englaro per la denuncia del comitato Verità e Vita che ha portato la procura di Udine ad aprire un’inchiesta in cui lui e altre 13 persone sono state iscritte nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio per la morte di Eluana, avvenuta lo scorso 9 febbraio. “Me l’aspettavo” ha detto Englaro, ricordando che in passato da più parti erano state annunciate denunce. Intanto non si placa la polemica sulla vicenda. Per il cardinale Javier Lozano Barragan “se Beppino Englaro ha ammazzato la figlia allora è un omicida”. “Gli uomini di chiesa moderino il linguaggio”, replica a distanza don Tarcisio Puntel, parroco di Paluzza che ha celebrato i funerali di Eluana.

Beppino: “Sono tranquillo”. “Mi sono mosso sempre nella legalità e perciò sono tranquillo” ha detto Beppino a proposito dell’apertura dell’indagine per omicidio in cui è indagato insieme all’équipe dei medici che ha sospeso la nutrizione artificiale a Eluana, tra cui l’anestesista Amato De Monte. Englaro, che prevede di essere convocato dalla magistratura dopo il deposito degli esiti definitivi degli esami autoptici effettuati sulla figlia, ripete di sentirsi “tranquillo, a posto, perché fin dal primo minuto mi sono mosso nella legalità”.

Sacconi, dimensione penale è molto discutibile. “Credo che la dimensione penale, in generale, sia molto discutibile in questi casi” ha detto il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, che intanto ha ammesso di aver ricevuto il secondo avviso di garanzia, dopo quello di Roma, questa volta “da Trieste per violenza privata in relazione all’atto di indirizzo emanato per la vicenda di Eluana Englaro”. “Credo – ha sottolineato Sacconi – che i profili in questa vicenda siano ben altri”. Ad ogni modo, ha concluso Sacconi, “a mio avviso ci sono state delle situazioni, e non mi riferisco a Beppino Englaro, di irregolarità che avevano evidenziato i carabinieri dei Nas”.

L’avvocato della famiglia Englaro. L’iscrizione nel registro degli indagati di 14 persone, compreso papà Englaro, secondo l’avvocato di famiglia “era un atto atteso solo che, forse, doveva giungere il giorno stesso della morte della donna. Per noi non cambia nulla ora avremo modo di chiarire tutto in contraddittorio”. Per l’avvocato, tuttavia, la procura di Udine non ha ancora risolto il dubbio “se quanto avvenuto alla Quiete sia stato legittimo oppure no. Per questo che i magistrati stanno lavorando su due fronti”.

La procura. “L’iscrizione sul registro degli indagati di 14 persone sul caso Eluana Englaro costituisce un atto dovuto”, spiega in una nota il procuratore della Repubblica di Udine Antonio Biancardi. Biancardi precisa che “l’iscrizione è avvenuta dopo le tante, specifiche, anche nominativamente, denunce inviate o presentate a questo ufficio da parte di cittadini, tutti identificati e identificabili. L’iscrizione è avvenuta solo in questi ultimi giorni – aggiunge – per la necessità di separare le specifiche denunce verso le persone poi iscritte dai, pure numerosissimi, esposti a volte deliranti, privi tuttavia di rilevanza penale o di precise accuse”.

Cinquanta esposti. Sul tavolo del magistrato sono giunti oltre cinquanta esposti, sia da associazioni locali sia nazionali, sulla vicenda Eluana, esposti che il procuratore ha sempre detto di voler seguire di persona. Tra questi quello del ‘Comitato Verità e Vita’. “Si tratta di una vera e propria relazione dettagliata – ha detto Mario Palmaro, presidente del Comitato – nella quale chiamiamo in causa Beppino Englaro, il personale medico e infermieristico, nonché i dirigenti responsabili della casa di riposo”. Chi invece si chiama fuori è l’associazione Scienza è Vita che precisa di “non aver mai presentato alla Procura di Udine alcuna denuncia verso chicchessia per omicidio volontario”.

L’attacco di Barragan. Dunque non accenna a calare il silenzio sulla vicenda di Eluana, così come non accennano a abbassarsi i toni della Chiesa che anche oggi, per bocca del cardinale Javier Lozano Barragan, presidente del Pontificio consiglio per gli operatori sanitari per la Pastorale della salute, torna ad attaccare Beppino Englaro: “Abbiamo un comandamento, il quinto, che dice di non uccidere. Chi uccide un innocente commette un omicidio e questo è chiaro. Se Beppino Englaro ha ammazzato la figlia Eluana allora è un omicida”.

Il parroco. “Gli uomini di Chiesa moderino il linguaggio, non si può usare un linguaggio come quello del cardinale Barragan”, dichiara invece don Tarcisio Puntel, parroco di Paluzza, il paese d’origine della famiglia Englaro, uno dei pochi sacerdoti che ha ancora un contatto con papà Englaro. “Beppino – aggiunge don Puntel – ha sbagliato, gliel’ho sempre detto, lui sa che ho una visione opposta alla sua, ma tra noi c’è rispetto – afferma il parroco – ed è per questo che continua il dialogo. Usare parole come ‘assassino’ o ‘omicida’ e apostrofare una persona in questo modo non è da cristiani. La verità va detta fino in fondo, senza mezzi termini, ma in un rapporto dialogico”.

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27 febbraio 2009
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Ricerca Usa, i prioni alla base dell’Alzheimer

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Nature: La malattia neurodegenerativa potrebbe essere provocata dalle stesse proteine che – in forma alterata – causano malattie come il morbo della mucca pazza

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di ALESSIA MANFREDI

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Le proteine prioniche, che, in versione alterata sono responsabili di diverse malattie come il morbo della mucca pazza, potrebbero essere alla base anche dell’Alzheimer. Solo nel momento in cui i frammenti di beta amiloide, le proteine che si accumulano nel cervello di chi è colpito dalla malattia, interagiscono con queste, infatti, danneggiano i neuroni. Proprio questa interazione causerebbe i danni neurali alla base della demenza, spiega Stephen Strittmatter della Yale University School of Medicine di New Haven, su Nature.

L’Alzheimer è la forma più diffusa di demenza senile. “Rappresenta una delle maggiori sfide sanitarie e sociali del nostro tempo e oggi i malati sono 24 milioni in tutto il mondo, 500mila in Italia, e nei prossimi vent’anni si stima che raddoppieranno”, dice Gabriella Salvini Porro, presidente della Federazione Alzheimer Italia, la maggiore organizzazione nazionale non profit dedicata alla promozione della ricerca medica e scientifica sulle cause e la cura della malattia, al supporto e sostegno dei malati e dei loro familiari e alla tutela dei loro diritti.

Le cause della malattia non sono note, ma si sa che nel cervello si accumulano frammenti di proteina beta-amiloide, tossici per i neuroni che progressivamente muoiono, causando nei pazienti deficit di memoria sempre più gravi, oltre ad un peggioramento graduale del ragionamento, del linguaggio, fino ad arrivare ad una compromissione dell’autonomia funzionale e della capacità di svolgere le normali attività quotidiane. “Era un mistero”, chiarisce il professor Strittmatter. “Sapevamo che la beta-amiloide è dannosa per il cervello, ma non in che modo ciò accadesse”, aggiunge.


Ora, professore e colleghi ritengono di aver osservato il meccanismo con cui si attiva la degenerazione dei neuroni: i frammenti di beta-amiloide si legano a proteine prioniche. Queste proteine sono normalmente innocue ed esistono in diverse cellule, ma in alcuni rari casi mutano, causando malattie come il morbo della mucca pazza o la malattia di Creutzfeldt-Jacob. Quando i peptidi beta-amiloide si legano alle proteine prioniche cellulari, fanno precipitare i danni alle cellule nel cervello.

“E’ una scoperta interessante”, commenta il professor Fabrizio Tagliavini, direttore del dipartimento di malattie neurodegenerative dell’Istituto Carlo Besta di Milano, esperto della malattia. “Negli ultimi anni si è scoperto che il danno nell’Alzheimer è dovuto non tanto alla forma finale degli amiloidi – le aggregazioni proteiche considerate le principali responsabili della patologia – ma alle forme iniziali di aggregazione, più piccole, chiamate oligomeri. Queste formazioni tossiche danneggiano le cellule nervose in modo grave, alterano le sinapsi e processi di base della memoria” spiega il professore.

Non era però chiaro come avviene
questo processo. “Questo lavoro ora indica che la proteina prionica cellulare funziona da recettore per questi oligomeri, ed è un punto centrale del processo di neurotossicità. E suggerisce così un nuovo target per potenziali terapie”, conclude.

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26 febbraio 2009

fonte: http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/scienze/alzheimer-prioni/alzheimer-prioni/alzheimer-prioni.html?rss

Ergastolo per il boia dei desaparecidos, la giustizia italiana condanna Astiz

La cassazione ha confermato il carcere a vita per l’ufficiale della marina argentina, che durante la dittatura partecipava ai voli della morte vantandosi delle azioni compiute

L'”angelo biondo della morte” torturò e uccise tre italo-argentini di origini calabresi

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di ANNA MARIA DE LUCA

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Ergastolo per il boia dei  desaparecidos La giustizia italiana condanna AstizL’ex tenente della marina argentina Alfredo Ignacio Astiz in una foto d’epoca.

ROMA – Ergastolo per Alfredo Ignacio Astiz, l’ex intoccabile tenente della Marina argentina responsabile del sequestro, della tortura, della detenzione e dell’uccisione di Angela Maria Aieta, Susanna e Giovanni Pegoraro.
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La prima sezione penale della Suprema Corte di Cassazione, ha confermato stasera la condanna emessa dalla Corte d’Assise d’Appello di Roma che il 24 aprile 2008 ha deciso l’ergastolo non solo per Astiz ma anche per altri quattro gerarchi argentini: Jorge Eduardo Acosta, Alfredo Ignacio Astiz, Jorge Raúl Vildoza, Antonio Vañek e Héctor Antonio Febres. Erano responsabili dell’Esma, la Scuola superiore di meccanica trasformata dalla dittatura nel più grande centro di detenzione clandestina di Buenos Aires. Si chiude così, oggi il primo storico processo aperto in Italia per restituire giustizia, dopo trent’anni, a tre desaparecidos italiani, uccisi dal regime instauratosi con il golpe militare del 24 marzo del 1976.
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Susanna, originaria del Veneto, era una bellissima ragazza di soli 22 anni. Era incinta quando i militari la sequestrarono, il 18 giugno 1977. La portarono via con la forza mentre, insieme a suo padre, beveva un caffè in un bar di Buenos Aires. Giovanni Pegoraro cercò di segnare su un foglio la targa dell’auto che stava portando via la figlia. E per questo rapirono anche lui. Furono portati nell’Esma. Susanna, in quel posto infernale, partorì una bambina e poco dopo fu uccisa, come suo padre.
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Angela Maria Aieta, emigrata dalla provincia di Cosenza, fu sequestrata clandestinamente dai militari nella sua casa di Buenos Aires il 5 agosto 1976 perché madre di uno dei capi dell’opposizione alla dittatura, Dante Gullo (ora deputato), detenuto, senza mai un processo, per ben otto anni e otto mesi, dal 1975 fino al ritorno della democrazia. Anche lei fu portata all’Esma e torturata per mesi. “Quando la riportavano dalla sala delle torture – ha testimoniato Ebe Lorenzo, ex sequestrata – la rimettevano per terra a fianco a me, legata e bendata. Ma lei invece di lamentarsi mi rincuorava: ‘Coraggio, siamo ancora vive'”. Grazie al suo silenzio ha salvato la vita a molte persone. Fu gettata viva da un aereo in uno dei voli della morte. Lo scorso anno la città di Buenos Aires le ha dedicato una piazza e il suo paese natale, Fuscaldo, le ha intitolato simbolicamente una scuola elementare.
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La madre di Susanna Pegoraro, dopo molti anni, è riuscita a ritrovare la nipotina. Era stata destinata ad una coppia di sostenitori del regime. Ma per molti la tragedia continua: sono tanti i trentenni figli di desaparecidos che ancora oggi vivono, ignari, nella menzogna e chiamano “papà” e “mamma” perfetti estranei. Nell’Esma c’era infatti un reparto per le partorienti: le donne venivano tenute in vita fino al parto, legate e con i fucili puntati. Subito dopo i bambini venivano presi dai militari e allevati, venduti o dati in affidamento. L’unica cosa rimasta loro è il patrimonio cromosomico e per questo, le Nonne de Plaza de Mayo – nonne in cerca dei nipoti – hanno organizzato una banca del Dna. Ma trovare il coraggio di andarci vuol dire sconvolgere la propria vita e non tutti sono disposti a farlo.
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I responsabili di questa tragedia senza fine hanno godute di amnistie su amnistie da parte dei governi argentini e molti di loro girano ancora liberi e ricchi per le strade di Buenos Aires. Il processo che si è chiuso stasera ha preso il via l’8 giugno 2006 davanti alla Seconda Corte d’Assise di Roma. Udienza dopo udienza, sono arrivati a Roma da ogni parte del mondo diversi ex compagni di prigionia delle tre vittime. Si sono incontrati per la prima volta, dopo la liberazione riaprendo ferite mai sopite per mantenere fede alla promessa fatta in prigionia – chi sopravviverà lotterà per gli altri – e contribuire a scrivere la parola giustizia sulla memoria di Angela Maria, Susanna e Giovanni. Hanno raccontato davanti ai giudici e alle telecamere una galleria di orrori e di violenze subite di difficilmente descrivibili.

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Oltre ai sequestrati, hanno testimoniato tre grandi voci: la bandiera della battaglia per i figli dei desaparecidos in Argentina: Estela Carlotto, presidente delle Nonne di Plaza de Mayo; il giornalista Rai Italo Moretti, allora inviato in America latina; Enrico Calamai, lo “Schindler” argentino che mise in salvo centinaia di oppositori politici del regime; il giornalista argentino Orazio Verbitsky (della giunta direttiva di Human Rights Watch/Americas) che con un’agenzia clandestina ha più volte denunciato, durante il golpe, le atrocità del regime militare e, negli anni successivi, i silenzi di chi li ha coperti.

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26 febbraio 2009
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