Archivio | maggio 1, 2009

DENUNCIA SHOCK – L’Aquila, la Cgil: «Licenziati 120 operai per essersi fermati un’ora per i funerali di stato»

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Il lutto per le vittime del terremoto dell’Aquila è finito al centro di una vertenza del lavoro attraverso una denuncia-shock della Cgil: 120 lavoratori sarebbero stati licenziati nell’aquilano solo perché hanno fermato la produzione per un’ora durante i funerali di Stato di tre settimane fa. L’accusa viene respinta dalla società che considera l’annunciato licenziamento collettivo come la reazione al «disegno criminoso» di potentati economici locali che avrebbero affossato la fabbrica anche con sabotaggi e picchettaggi violenti fomentati proprio dal sindacato.

Al centro della vertenza c’è uno stabilimento di acque minerali abbastanza noto: la Sorgente Santa Croce spa, che da Canistro Terme vanta (dati 2007) il 15% del mercato nel Centro-Sud d’Italia. La Flai, la Federazione lavoratori agro industria della Cgil, in una nota ha sostenuto che quattro giorni dopo il terremoto che il 6 aprile ha causato quasi 300 morti, gli operai della Santa Croce avevano chiesto «di fermare per un’ora la produzione in occasione dei funerali di Stato e del lutto nazionale». La richiesta avrebbe «scatenato le ire del datore di lavoro»: pur senza permesso, i lavoratori abbandonarono la fabbrica «per rendere ugualmente omaggio alle vittime» e «per questo sono stati licenziati».

Fonti del gruppo Colella, che controlla al 100% la Santa Croce, hanno definito l’accusa «assolutamente falsa» e rimandano ad una lettera in cui, proprio ieri, era stato spiegato l’annuncio di licenziamento collettivo. Camillo Colella, capo del gruppo con sede a Monteroduni (Isernia), aveva denunciato il «disegno criminoso» di «alcune note famiglie del luogo» che, con un l’appoggio del sindacato, vorrebbero «riappropriarsi della gestione dell’azienda». Colella cita «atti di sabotaggio» («tentativi di inquinamento dell’acqua») e lanci di pietre durante picchettaggi.

La segretaria generale della Flai-Cgil, Stefania Crogi, ha invitato «tutte le istituzioni nazionali e abruzzesi ad adoperarsi» contro Colella perché, invece di «puntare alla ricostruzione del tessuto sociale ed economico di un territorio messo così a dura prova dal terremoto, ha pensato fosse lecito licenziare chi aveva semplicemente chiesto che fosse rispettato il lutto». Inoltre ha rivelato che Colella ha denunciato il responsabile aquilano dell’organizzazione, Luigi Fiammata, con l’accusa di «associazione a delinquere». L’imprenditore peraltro ha esperienza di vicende giudiziarie: fu arrestato per una quindicina di giorni nel giugno 2007 per riciclaggio di denaro nell’ambito di un’inchiesta su una truffa alla Banca di Roma. È in attesa di processo ma si considera vittima di un raggiro.

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fonte: http://www.unita.it/news/84396/laquila_la_cgil_licenziati_operai

Servi si nasce, italiani si diventa

dal blog di beppe grillo

1 Maggio 2009

Servi si nasce, italiani si diventa

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Pasolini – Alla mia Nazione
(1:19)

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Freedom House l’organizzazione fondata da Eleanor Roosevelt, ha classificato l’Italia semi libera per l’informazione. Unica nazione europea occidentale. Dietro di noi ci sono Corea del nord, Turkmenistan, Birmania, Libia, Eritrea. Ma non disperiamo, siamo in grado di raggiungerle grazie a giornalisti come Belpietro, Riotta, Mimun e a politici della statura di Boccone del Prete Franceschini e di (Musso)Fini.

Freedom House attribuisce la nostra posizione al controllo delle televisioni da parte dello psiconano. Non sono d’accordo. La libertà di espressione, di scrivere e di voler ascoltare la verità non dipende da un ometto senza principi. La responsabilità è degli italiani. Un popolo che, nella sua maggioranza, pagherebbe per vendersi. Un popolo simpatico, gioviale, senza pensieri. Con un udito sensibile. Il suono della verità gli fa male ai timpani. Con la memoria di un’ameba. Che dedica piazze e vie al latitante Bottino Craxi e tollera un corruttore professionista alla guida del Paese.Testa d’Asfalto fa il suo mestiere. Vende la merce che gli italiani vogliono comprare. La dimenticanza è un tratto nazionale. Nessuno ricorda più nulla. Qui e ora, solo qui e ora è importante. L’informazione si nutre del passato, ma il passato in Italia non esiste. L’Italia vive in un eterno presente. La sua memoria è una spiaggia lavata senza sosta dalle onde del mare. Un Paese cinico, spesso servo, per un periodo luce del mondo. Un posto in cui si vive bene solo se si è già morti dentro.

Un Paese senza coscienza di sè che forse non esiste. Un tunnel di morti ammazzati e dimenticati. In nessun Paese democratico nel dopoguerra c’è stata una strage di magistrati, di giornalisti, di poliziotti, di Carabinieri, di persone comuni, semplicemente oneste, come in Italia. E’ stata una strage immane, un Vietnam d’Italia, lo documenta il Calendario dei Santi Laici. L’italiano non parla, non sente, non vede e odia l’informazione. Per informarsi e trarne le conseguenze dovrebbe mettere in discussione tutto, a partire da sè stesso e dal suo contributo alla vita sociale. Non vuole sapere, perchè sapere è pericoloso. L’italiano è barricato in suo fortino personale di convizioni, di miti, di balle, di televisioni. E’ una questione di sopravvivenza. E’ un malato terminale di democrazia che si illude di essere libero.

L’italiano vive un incubo, ma riesce a trasformarlo in un sogno. Per lui tutto è possibile, l’importante è crederci. Disinformare per Credere. Freedom House ha anche fatto l’elenco dei “10 peggiori Paesi per essere un blogger“. Sono: Myanmar, Iran, Siria, Cuba, Arabia Saudita, Vietnam, Tunisia, Cina, Turkmenistan e Egitto. L’Italia non c’è ancora, ma è solo questione di tempo. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.
Foto di simrax.

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fonte: http://www.beppegrillo.it/2009/05/servi_si_nasce.html

Soldi ai rom per lasciare Pisa, via 4 famiglie

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L’iniziativa di un consorzio di nove comuni dell’area, tra cui il capoluogo. Tra qualche giorno parte il primo pullman

Cinquecento-mille euro per l’impegno a non tornare. «Niente furbi, scegliamo persone affidabili»

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PISA — Il rimpatrio con buo­nuscita è già stato accettato dai primi dodici rom, quattro fami­glie in tutto. Tra qualche giorno saliranno su un pullman per raggiungere i luoghi di origine, in Romania. Viaggio spesato e bonus in denaro: dai cinquecen­to ai mille euro a nucleo familia­re da erogare solo a destinazio­ne raggiunta. Soldi pubblici, messi a disposizione dalla So­cietà della salute, un consorzio di nove comuni (tra i quali Pi­sa, Cascina, San Giuliano Ter­me, Vecchiano, Calci, Fauglia) dell’area pisana e l’Asl. L’accor­do, con tanto di firme e contro­firme, prevede il consenziente allontanamento dei rom, e in un imminente futuro sarà este­so anche ai cittadini extracomu­nitari, sempre che siano d’ac­cordo. E che impegna, chi accet­ta «a non rientrare in Italia al­meno per un anno» e a rinun­ciare ad «accamparsi o a erige­re baracche in zona in luoghi pubblici o privati che non siano destinati allo scopo».

Clausole che però hanno provocato in città polemiche e ironia. I rom sono quasi tutti cittadini rome­ni, dunque comunitari e come membri dell’Ue hanno il diritto di entrare in qualsiasi Paese membro senza restrizioni. An­che se sono stati pagati con as­segno per non tornare un anno intero. «Il rimpatrio consenziente è un’idea che ci è venuta durante un monitoraggio dei campi abu­sivi — spiega Maria Paola Cicco­ne, assessore alle politiche so­ciali del comune di Pisa e da lu­nedì nuovo presidente della So­cietà della salute —. Sono stati alcuni rom a chiederci di aiutar­li a tornare a casa e dunque con i servizi sociali abbiamo deciso questa sperimentazione in col­laborazione con la Regione To­scana ». Sulla possibilità di «furbe­rie », l’assessore ammette qual­che rischio: «La nostra è una scommessa. Il servizio non è ri­volto a tutti ma solo a quelle persone meritevoli di fiducia». In città il provvedimento sta creando polemiche e malumo­re. Amanuel Sikera, vicepresi­dente della Consulta provincia­le degli stranieri, in una lettera aperta a Tirreno e Nazione, non ha lesinato critiche agli en­ti locali. «Sono rimasto sconcer­tato dalla ricetta proposta per il loro rimpatrio — ha scritto Sikera —. Attuare un siffatto provvedimento significa am­mettere un totale fallimento delle politiche di integrazione».

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Marco Gasperetti
01 maggio 2009

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fonte: http://www.corriere.it/cronache/09_maggio_01/soldi_ai_rom_per_lasciare_pisa_Marco_Gasperetti%20_c4d46608-3628-11de-a78d-00144f02aabc.shtml

Demjanjuk: corte Ohio respinge appello, più vicina estradizione del boia nazista

Co-responsabile dello sterminio di 29 mila ebrei nel campo di Sobibor

Non ci sono motivi di salute che impediscono all’89enne di essere portato in Germania per il processo

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Demjanjuk al momento dell'arresto lo scorso 14 aprile (Ap)
Demjanjuk al momento dell’arresto lo scorso 14 aprile (Ap)

CINCINNATI (Ohio) – Un passo avanti verso l’estradizione in Germania di John Demjanjuk, il presunto boia del campo di sterminio nazista di Sobibor. Un giudice federale dell’Ohio ha infatti respinto l’appello del figlio di Demjanjuk, che lo scorso 14 aprile aveva permesso all’ultimo momento di bloccare l’estradizione per motivi di salute dell’89enne. Secondo il ministero della Giustizia americano, Demjanjuk, che vive a Cleveland dal 1952 dove ha lavorato come operaio metalmeccanico, ha solo messo in atto «una tattica dilatoria» e non c’è nessun elemento concreto che sia di ostacolo alla sua estradizione. Il difensore di Demjanjuk potrà però presentare appello alla sentenza del tribunale di Cincinnati.

«SONO UNA VITTIMA» – Una decina di giorni fa, il quotidiano tedesco Bild ha pubblicato un articolo in cui dimostra che alla fine della guerra Demjanjuk riuscì a farsi passare come una vittima dei nazisti. Hans-Jürgen Bömelburg, professore di storia contemporanea all’università di Giessen, ha spiegato al giornale che «quello di Demjanjuk non è un caso isolato. Presumibilmente alcune decine di migliaia di collaboratori nazisti si sono fatti passare per perseguitati». Il mandato di cattura emesso dal tribunale di Monaco di Baviera accusa Demjanjuk di concorso nell’omicidio di 29 mila ebrei nel campo di concentramento di Sobibor. Nel 1993 Demjanjuk venne assolto in appello in Israele per mancanza di prove certe sulla sua identità.

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Le accuse contro Demjanjuk (11 marzo 2009)

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1 maggio 2009

fonte: http://www.corriere.it/esteri/09_maggio_01/demjanjuk_tribunale_estradizione_059bc6c8-365f-11de-a78d-00144f02aabc.shtml

Berlusconi: “Nessuna new town”. 49 sindaci attueranno le direttive sul sisma

Berlusconi col rettore della Basilica di Collemaggio Berlusconi col rettore della Basilica di.

Nessuna new town

“Non c’e’ nessuna new town in programma”. Lo ha affermato il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, aggiungendo che “e’ partita la macchina per la costruzione di case per 13.000 persone”. “Il nostro impegno – ha aggiunto incontrando i giornalisti all’Aquila – sara’ quello di ultimarle prima dell’avvento del freddo, cioe’ entro la fine del mese di ottobre.

E’ quasi miracoloso – ha sottolineato – ma abbiamo buone probabilita’ di farcela e la volonta’ di farcela”. Quanto alla new town “abbiamo scartato immediatamente questa ipotesi”, ha spiegato aggiungendo che “abbiamo gia’ individuato con il sindaco e con il presidente della Regione, 14 aree intorno all’Aquila dove realizzeremo dei quartieri di case di due-tre piani, assolutamente in linea con lo sky line della provincia”.

49  sindaci attueranno le direttive

“Abbiamo preparato nuove ordinanze, le stanno battendo ora e piu’ tardi io le firmero”‘: lo afferma il premier Silvio Berlusconi, arrivando all’Aquila e parlando del lavoro del governo per fare fronte alle conseguenze del terremoto. Con le nuove ordinanze, spiega il Cavaliere, “nominiamo i 49 sindaci dei comuni interessati dal sisma soggetti attuatori delle direttive del commissario. Saranno loro che individueranno gli inquilini da mettere negli appartamenti che affittiamo e di cui paghiamo il canone di locazione e saranno loro a individuare le famiglie che potranno entrare nei nuovi appartamenti che costruiremo con l’intenzione di terminarli prima dell’inverno”.

Scosse continuano, siamo preoccupati

“Siamo preoccupati, anche oggi c’e’ stata una scossa di 3,8 della scala Richter”: cosi’ il premier Silvio Berlusconi, durante una visita all’Aquila, risponde ai cronisti che gli chiedono quando gli sfollati potranno iniziare a rientrare nelle loro abitazioni. “Le case agibili sono il 57%, ma anche in questi casi le famiglie non se la sentono di rientrare – spiega il premier – perche’ persistono le scosse e questo e’ comprensibile”. Una situazione, aggiunge infine, aggravata dal maltempo.

Se necessario più fondi per le case

Se necessario, il governo destinerà maggiori risorse per la ricostruzione delle case distrutte e lesionate a causa del terremoto che ha colpito l’Abruzzo il 6 aprile scorso. Lo ha detto il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in visita all’Aquila, sottolineando comunque che le risorse gia’ indicate “dovrebbero essere sufficienti”. “Abbiamo gia’ varato misure nel decreto per l’Abruzzo, prevedendo 150 mila euro per chi ha le case distrutte e 80 mila euro per chi ha le case lesionate”, ha detto il premier. “Sono cifre che dovrebbero essere sufficienti, ma abbiamo anche detto che se non dovessero esserlo, attraverso l’utilizzo di professionisti e di perizie potranno essere aumentate”, ha aggiunto Berlusconi

Al lavoro per la nuova squadra di governo

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sta lavorando per ritoccare la squadra di governo e a chi gli chiede quando incontrera’ il capo dello Stato, arrivando all’Aquila per un nuovo sopralluogo, risponde cosi’: “Questa settimana. Ho fatto fare la richiesta dal sottosegretario Letta per un appuntamento e credo che lunedi’ ci verra’ confermato l’appuntamento”. Il premier ci tiene pero’ a sottolineare che “sono tutte nomine che non spostano il numero dei componenti del governo. Si tratta di sottosegretari che diventano viceministri perche’ trovandosi in riunioni internazionali con ministri di altri Paesi si trovano male”.

Il presidente del Consiglio spiega la necessita’ di ritoccare la squadra di governo promuovendo alcuni sottosegretari a vice ministri anche con l’opportunita’ di poter tenere corretti rapporti internazionali: “Un esempio e’ il settore del Turismo – dice Berlusconi – che rappresenta il 12% del nostro Pil. In alcune riunioni recentemente un nostro sottosegretario ha trattato con alcuni ministri. Ed e’ quindi necessario procedere a un cambiamento”.

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1 maggio 2009

fonte: http://www.rainews24.it/Notizia.asp?NewsId=116906

Un Primo Maggio per i troppi morti sul lavoro. La storia di Tullio, vittima della ricostruzione

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Sono ancora tanti, ancora troppi, i morti sul lavoro ogni anno in Italia. Troppo spesso non sono vittime di semplici incidenti, sono vittime di veri e propri “omicidi sul lavoro”. Fino ad oggi se ne contano oltre 300. Solo di 147 la stampa nazionale e locale ha dato notizia: e l’elenco completo con nomi e motivi della morte la trovate qui. Per ricordarli tutti raccontiamo qui la storia di uno di loro: Tullio, morto a L’Aquila il 24 aprile scorso.

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Un Primo Maggio per i troppi morti sul lavoro

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di Roberto Rossi
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Aveva spento il motore dell’escavatore con il quale stava demolendo un muro. D’altronde il mestiere, Tullio di Giacomo, 43 anni, di Barete, in provincia de L’Aquila, lo conosceva bene. Conosceva i rischi, i trucchi. E le regole. Non le aveva imparate da nessuno, solo dall’esperienza quotidiana. Dopo quasi venti anni di lavoro ti entrano nel sangue. Un valore aggiunto alla professione.

La mattina del 24 aprile scorso Tullio, «il primo morto della ricostruzione», aveva spento l’escavatore ed era sceso a controllare. Il muro di un piccolo fabbricato del cementificio Sacci, a Cagnano Amiterno, dopo le scosse del terremoto non era più stabile come quando erano iniziati i lavori per la sua completa demolizione, qualche mese prima. Il sisma lo aveva indebolito, sfibrato, prostrato. Non solo il muro ma un’intera città, una provincia, oltre settantamila persone. Anche la casa di Tullio era stata colpita. Colpita ma non abbattuta. Quella notte, la notte del terremoto, il 6 aprile, Tullio ne era uscito indenne. Barete, il suo paese, un po’ meno.

Tullio era sceso dall’escavatore per cercare di capire. Capire come poter abbattere quel muro in sicurezza, senza rischi, come l’esperienza di una vita di lavoro gli aveva insegnato. I nuovi proprietari volevano che quel fabbricato andasse giù. Al suo posto sarebbe passata una strada. Per farlo Tullio aveva spento l’escavatore, perché una macchina accesa è sempre pericolosa. Un escavatore ancora di più. Aveva spento anche perché doveva sentire rumori e scricchiolii, doveva capire da che parte iniziare per aggredirlo. Aveva spento ed era sceso. Ma non ha fatto in tempo a fare altro. Il muro del fabbricato gli è crollato addosso. Lui che era riuscito a scampare il più devastante terremoto degli ultimi venti anni non è riuscito a sopravvivere al lavoro di una vita. Tullio Di Giacomo è già ricordato come «il primo morto della ricostruzione». Sì, dicono proprio così: «il primo».

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1 maggio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/84386/un_primo_maggio_per_i_troppi_morti_sul_lavoro

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Il governo attacca anche nel giorno dei lavoratori

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Nemmeno nel giorno in cui si festeggiano i lavoratori e si ricordano i troppi morti per incidenti il governo riesce ad essere rispettoso. Secondo il sottosegretario alle Infrastrutture e Trasporti, il leghista Roberto Castelli, si esagera con il conteggio dei morti sul lavoro. Secondo l’ex ministro «serve un’operazione verità sul numero delle vittime degli incidenti sul lavoro. Bisogna depurare le cifre dei morti sul lavoro. Bisogna smettere di far credere che i morti in incidenti stradali verso e dal luogo di lavoro siano legati al problema della sicurezza sul lavoro – sostiene Castelli in una nota -. Non capisco perché le associazioni degli imprenditori accettino questa ipocrisia, che ci mette ingiustamente in fondo alle statistiche europee». Il ministro non capisce perché chi lavora in condizioni non idonee, senza tutele, magari in nero e per orari molto superiori a quelli consentiti possa perdere il controllo dell’auto tornando a casa. Non lo capisce e ci tiene a farlo sapere proprio il Primo Maggio.

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1 maggio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/84388/il_governo_attacca_anche_nel_giorno_dei_lavoratori

Dalla Ue sussidi agricoli a Elisabetta, Carlo e al miliardario Abramovich

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Ve l’immaginate la regina Elisabetta in giro con lo zappone, a cavar patate e bietole in giro per l’Inghilterra? No? Fate male, perché Sua Maesta, alla pari di migliaia di coltivatori diretti, nel 2008 ha ricevuto da Bruxelles un sussidio di mezzo milione di euro per la sua ‘fattoria’ a Sandringham. Secondo i dati del Dipartimento britannico per gli affari rurali (Defra, nell’acronimo inglese), la regina, e’ al 214/mo posto fra i ricchi del Regno Unito, con un patrimonio stimato, secondo il Sunday Times, in 270 milioni di sterline (oltre 300 milioni di euro), ha incassato per la precisione 473.583,31 sterline.

Anche il principe Carlo ha avuto un ‘aiutino’ dalla commissione: 181.485,54 sterline per le sue tenute, tra cui quella in Cornovaglia.
Il duca di Westminster, terzo nella graduatoria dei più ricchi del paese con 6,5 miliardi di sterline (oltre 7 miliardi di euro) per le sue tenute ha percepito sussidi agricoli per 486 mila sterline (oltre 540 mila euro).

I sussidi europei all’agricoltura assorbono il 40 per cento del bilancio dell’Unione. Se li sono beccati anche una multinazionale come la Nestlè (1.018.459,69 sterline, circa un milione di euro) e Roman Abramovich. Il miliardario russo ha incassato 486.534,15 sterline per le sue fattorie.

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1 maggio 2009

fonte: http://magazine.quotidianonet.ilsole24ore.com/ecquo/ecquo/2009/05/01/dalla-ue-sussidi-agricoli-a-elisabetta-carlo-e-al-miliardario-abramovich/

Niente perdono, Delara giustiziata / Iran: Outrage at execution of Delara Darabi

Inutile la mobilitazione delle associazioni internazionali per i diritti umani

La ragazza-pittrice condannata per un omicidio avvenuto quando aveva 17 anni

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E’ stata impiccata all’alba

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ROMA – La condanna è stata eseguita. Delara Darabi, la pittrice di 23 anni condannata al patibolo per la complicità in un omicidio commesso nel 2003 quando lei aveva solo 17 anni, è stata giustiziata nella prigione di Rasht, in Iran. E’ stata uccisa di mattina presto, di venerdì, giorno sacro per gli islamici. Senza che ne fosse data notizia al suo avvocato né alla sua famiglia, secondo quanto spiega Mohammad Mostafaei, un avvocato attivo nel campo dei diritti umani, citato dal sito di Iran Human Rights. E’ stata impiccata nonostante un movimento di pressione internazionale che raccoglie attivisti per i diritti umani di varia provenienza avesse ottenuto un rinvio dell’impiccagione. Si era parlato di una dilazione di due mesi, rispetto alla data del 20 aprile nella quale era stata fissata inizialmente l’esecuzione. Invece il boia ha atteso solamente dieci giorni.

IL RINVIOIl provvedimento di rinvio era stato certificato dal capo della magistratura di Teheran, l’ayatollah Mahmud Hashemi Shahrudi, che aveva parlato di una sospensione «per un breve periodo di tempo» per dare modo alla famiglia della vittima di riflettere sulla richiesta di perdono avanzata dai genitori di Delara. Shahrudi non aveva però annullato l’esecuzione, come richiesto invece dalle associazioni dei diritti umani e dagli attivisti iraniani. Iran Human Rights, Amnesty International e le altre associazioni che si erano battute per la sua salvezza – puntando soprattutto sulla minore età della ragazza all’epoca dei fatti – avevano parlato di possibili violazioni della legge internazionale. L’Iran ha ratificato la Convenzione Onu per i diritti dell’infanzia, che vieta la pena di morte per i minorenni. Ma di fatto ancora non ne segue le indicazioni: uno specifico progetto di legge per dare applicazione concreta a quanto previsto dalla Convenzione è stato redatto dalle autorità giudiziarie iraniane e trasformato in un progetto di legge che stabilisce pene più leggere per i minori. Ma il provvedimento è ancora fermo in parlamento.

«PREZZO DEL SANGUE»La legge iraniana è basata su una interpretazione della Sharia e prevede che un condannato a morte per omicidio possa avere salva la vita se i familiari della vittima concedono il perdono. Di solito ciò avviene in cambio di un risarcimento in denaro. Questo però non è avvenuto. Già in passato i parenti della donna uccisa, una cugina del padre di Delara, che aveva 58 anni, avevano rifiutato questa opzione. Una decisione evidentemente confermata, nonostante i magistrati abbiano deciso di concedere loro qualche giorno in più di riflessione. Delara proviene da una famiglia benestante e i suoi genitori si erano offerti di pagare il cosiddetto «prezzo del sangue», l’indennizzo ai parenti della vittima, primo passo per arrivare a quel perdono formale che avrebbe permesso di fermare l’esecuzione. Ma la famiglia della donna uccisa non ne ha voluto sapere e di conseguenza la sentenza di morte non è stata modificata.

«ERRORI DEI GIUDICI»L’avvocato di Delara, Abdolsamad Khoramshahi, dal quotidiano Etemad aveva fatto sapere di essere convinto che ci siano stati degli errori nella gestione del caso da parte dei giudici. Il legale avrebbe anche raccontato di come la donna sarebbe stata anche drogata dal suo compagno di allora. Delara si era infatti inizialmente addossata le responsabilità per quanto accaduto. Dopo il processo di primo grado, aveva ritrattato la sua confessione e aveva raccontato una nuova verità. Aveva parlato di come, con il suo gesto, avesse cercato di coprire l’allora compagno, di due anni più vecchio di lei, autore materiale dell’omicidio. Ma non è riuscita a convincere i magistrati della sua innocenza e nel febbraio del 2007 la Corte suprema di Teheran, ritenendola comunque coinvolta attivamente nell’assassinio e non accettando l’idea che sia stata una semplice testimone, aveva confermato la sentenza.

«L’ONU INTERVENGA»«L’esecuzione di Delara è stata possibile perché l’Iran continua a pensare di poter agire da sola e che le reazioni internazionali siano solo parole e non abbiano conseguenze – dice Mahmood Amiry-Moghaddam, portavoce di Iran Human Rights -. Delara è il simbolo di tutti i minorenni ed è ora che Teheran paghi le conseguenze per una violazione della convenzione sui diritti dell’infanzia che pure ha siglato. L’Onu deve fare in modo che quei principi trovino attuazione e non siano semplicemente un pezzo di carta». In Iran ci sono attualmente 150 minorenni in attesa di condanna a morte.

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Carlotta De Leo
01 maggio 2009

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fonte: http://www.corriere.it/esteri/09_maggio_01/delara_esecuzione_avvenuta_iran_609bd390-3643-11de-a78d-00144f02aabc.shtml

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Iran: Outrage at execution of Delara Darabi

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This morning, Iranian authorities executed Delara Darabi in Rasht Central Prison. She is the second person to be executed this year after being convicted of a crime she was alleged to have committed while still under 18, Amnesty International revealed today.

“Amnesty International is outraged at the execution of Delara Darabi, and particularly at the news that her lawyer was not informed about the execution, despite the legal requirement that he should receive 48 hours’ notice. This appears to have been a cynical move on the part of the authorities to avoid domestic and international protests which might have saved Delara Darabi’s life,” said Hassiba Hadj Sahraoui, Deputy Director of the Middle East and North Africa Programme.

Delara Darabi was executed despite her having been given a two-month stay of execution by the Head of the Judiciary on 19 April.

“This indicates that even decisions by the Head of the Judiciary carry no weight and are disregarded in the provinces,” said Hassiba Hadj Sahraoui.

Delara Darabi was convicted of murdering a relative in 2003 when she was 17. She initially confessed to the murder, believing she could save her boyfriend from the gallows, but later retracted her confession. She was being detained at Rasht Prison in northern Iran since her arrest in 2003, during which time she developed a significant talent as a painter.

Amnesty International does not consider her trial to have been fair, as the courts later refused to consider new evidence which the lawyer said would have proved she could not have committed the murder.

Amnesty International had campaigned for her life since her case came to light in 2006, urging the Iranian authorities to commute her death sentence and calling for a her re-trial in proceedings that meet international standards.The execution of Delara Darabi brings the number of executions in Iran this year to 140. She is the second woman known to have been executed. Iran has executed at least forty two juvenile offenders since 1990, eight of them in 2008 and one on 21 January 2009, in total disregard of international law, which unequivocally bans the execution of those convicted of crimes committed when under the age of 18.

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1 maggio 2009

fonte: http://www.reporterfreelance.info/2009/05/01/iran-outrage-at-execution-of-delara-darabi/

Jody Williams, Nobel per la Pace: “I governi arabi assolvono in Darfur ciò che condannano in Palestina”

di Jody Williams
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Jody Williams, vincitrice del Premio Nobel per la pace 1997 e presidente del Nobel Women’s Initiative.

Foto: Nobel Women’s Initiative/IPS

FREDERICKSBERG, VIRGINIA, 27 aprile 2009 (IPS) – Dall’inizio del conflitto nella regione del Darfur, Sudan, sei anni fa, la violenza di basso livello si è trasformata progressivamente in una serie incessante e sistematica di “atrocità di massa” contro i civili, portate avanti dalle milizie appoggiate dallo stato e dalle stesse forze di governo.

Il 4 marzo scorso, la Corte penale internazionale (ICC) ha accusato il presidente sudanese Omar Al-Bashir di crimini di guerra e contro l’umanità. Il 5 marzo, Bashir ha messo ulteriormente in pericolo la vita di 4,7 milioni di persone, con l’espulsione degli organismi nazionali e internazionali di aiuti dal Darfur.

Il 30 marzo, i leader arabi, vista la situazione, si sono incontrati al Vertice della Lega araba a Doha e hanno sottolineato, nelle loro stesse parole, “la nostra solidarietà con il Sudan e il nostro rifiuto della decisione dell’ICC [di incriminare Bashir].

Vorrei poter dire che le parole di questi uomini – pronunciate a diversi milioni di chilometri di distanza dalla dura realtà del Darfur – non sono importanti. Invece contano eccome:

Approvano la volontà del presidente Bashir di negare gli aiuti al popolo del Darfur. Promuovono l’intento di sfidare il mandato d’arresto dell’ICC. Preferiscono la politica ai diritti umani, e dicono al popolo del Darfur che nessun comportamento di Bashir potrà mai compromettere il sostegno di cui gode da parte dei suoi alleati. Inoltre, minano la stessa ICC – un’istituzione internazionale formata da 139 stati membri.

La situazione di violenza in Darfur è confusa, e il problema non è di semplice risoluzione. I gruppi ribelli sono irritabili e disorganizzati, e loro stessi sono responsabili di violazioni e atrocità. Le pistole sono ovunque e i mezzi di sostentamento in nessun luogo. Nessuno sa per certo in che modo mettere fine alle violenze, né cosa serve per ricostruire una società lacerata in ogni sua parte.

Ciò che è chiaro, tuttavia, è che il cammino intrapreso dalla Lega araba durante il suo ultimo vertice è stato decisamente non-costruttivo.

Il presidente Bashir ha diretto una contro-insorgenza sanguinosa e repressiva contro i ribelli a sud, a est e nella regione occidentale del Darfur. Prendere di mira i civili, lasciarli morire di fame come tattica di guerra, incendiare villaggi, e lo stupro di massa di donne sono tutti episodi ben documentati ovunque nel paese. Non si è fermato davanti a niente per restare al potere.

La colpa o l’innocenza di Bashir rispetto alle accuse contro di lui è una questione che dovrà chiarire l’ICC, ma mostrare solidarietà nei suoi confronti non potrà nulla per risolvere i problemi di fondo della povertà e dell’impunità, e servirà solo a intralciare il possibile sostegno ai negoziati per un cessate il fuoco. Di certo non metterà fine alla crisi umanitaria immediata provocata dall’espulsione delle agenzie di aiuti da parte di Bashir.

Il Qatar, ospite del Summit della Lega araba, aveva lavorato per infondere energia al traballante processo di pace in Darfur, con un incontro tra Khartoum e il principale gruppo ribelle, il Movimento giustizia e uguaglianza (JEM). Adesso però, ospitando il presidente incriminato appena qualche settimana dopo l’espulsione delle organizzazioni umanitarie e dichiarando apertamente il proprio sostegno a Bashir, la credibilità del Qatar come ospite e coordinatore dei colloqui di pace deve essere rimesso in questione. Il JEM ha già lasciato i colloqui, per protestare contro la situazione umanitaria.

Invece di preferire la politica all’umanità, e di privilegiare le apparenze dell’unità araba rispetto alle preoccupazioni per il popolo del Darfur, la Lega araba avrebbe dovuto condannare l’espulsione delle agenzie e la persecuzione dei sostenitori dei diritti umani per mano di Bashir. Una dichiarazione dei leader arabi in cui si fossero riconosciute le atrocità e le violenze commesse dalle forze governative avrebbe avuto un profondo impatto su Khartoum. O meglio ancora, una dichiarazione in cui si sollecitavano tutti gli amici e i vicini del Sudan a lasciare che la Corte facesse il proprio lavoro. Tutte le nazioni dovrebbero fare il possibile per convincere tutte le parti a sedersi intorno a un tavolo, includendo anche le donne nei colloqui di pace, e per assicurare giustizia e riconciliazione per il popolo del Sudan.

Il mondo arabo ha a lungo criticato
l’apparente cecità dell’America di fronte alla questione israelo-palestinese. Rispondere per le rime quando si tratta del presidente Bashir non serve per mettere fine alle sofferenze dei palestinesi, né a quelle della gente del Darfur. Così come l’amministrazione Usa utilizza due pesi e due misure per israeliani e palestinesi, la Lega araba utilizza due pesi e due misure per Khartoum e il Darfur. Le legittime critiche alla politica israeliana dovrebbero essere prese in considerazione più seriamente e così la loro rigorosa applicazione, e bisognerebbe avere le stesse preoccupazioni per il popolo del Darfur di quelle che si hanno per il popolo palestinese.

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fonte: http://ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1432


Primo maggio, scontri a Berlino Amburgo e Istanbul. In Francia la protesta contro Sarkozy

Manifestazione dei sindacati a Parigi. Arresti e feriti a Berlino e ad Amburgo

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La protesta nelle strade di Berlino

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BERLINO
Sono iniziate all’insegna della violenza
le celebrazioni del primo maggio in Germania. Le autorità parlano di decine di poliziotti feriti negli scontri con i manifestanti fra Berlino e Amburgo. Mentre scandivano slogan anti-capitalismo, i dimostranti hanno lanciato bottiglie e pietre contro la polizia al termine di una festa di strada nel quartiere orientale di Friedrichshain: il bilancio è stato di 29 agenti feriti e 12 persone fermate.

Numerosi bidoni della spazzatura sono stati incendiati e alcune pensiline degli autobus distrutte. Danneggiati tram e auto. La polizia ha comunque precisato che in precedenza il raduno, a cui hanno partecipato circa 2mila persone, era stato pacifico. Ad Amburgo ci sono stati tre poliziotti feriti. Le forze dell’ordine si aspettano altri problemi nella giornata di oggi, dato il fitto programma di manifestazioni e cortei convocati con svariate piattaforme da estrema destra, sindacati e formazioni di sinistra. La crisi economica – che ha alimentato la disoccupazione e la rabbia collettiva per la diseguaglianza dei redditi, oltre che per la trasformazione di molti quartieri popolari in quartieri residenziali di lusso – ha fatto crescere i timori in tutto il paese di una festa dei lavoratori particolarmente tesa.

Sale la temperatura sociale anche in Francia: il 71% dei francesi giudica «giustificato» l’appello unitario dei sindacati, secondo il sondaggio BVA-Orange commissionato dal settimanale L’Express. Per domani sono previste 280 manifestazioni in tutto il Paese. Per la prima volta oggi si riuniranno tutte le organizzazioni sindacali comprese quelle dei quadri. Sul fronte politico il Partito Socialista, il Nuovo Partito Anticapitalista, e altre dodici organizzazioni di sinistra hanno sottoscritto un appello comune per promuovere il 1 maggio 2009 e farlo diventare «una battuta d’arresto alla politica di Nicolas Sarkozy e del Medef» (la Confindustria francese, ndr.). Anche François Bayrou leader del partito MoDem, ed ex sfidante di Sarkozy alle presidenziali di due anni fa, a suo modo si è unito ai promotori del 1 maggio, con la pubblicazione del suo libro intitolato «Abus de Pouvoir» (abuso di potere, ndr.).

Bayrou scrive che il presidente francese intende sviluppare un’ «egocrazia» e un’ «ideologia del denaro presentato come valore». Anche l’altra ex candidata all’Eliseo, Ségolène Royale ha deciso di celebrare il 1 maggio sfilando con i dipendenti di Heuliez, azienda a rischio di chiusura con sede nel Poitou-Charentes, regione di cui Royale è presidente. Il Partito Socialista non si presenterà dunque compatto alla manifestazione di Parigi e i due ex candidati alla presidenza della repubblica sembrano essere già orientati alle prossime elezioni del 2012. Gli ingredienti per una massiccia partecipazione alle manifestazioni ci sono tutti e i sindacati sperano di ottenere lo stesso successo di quelle precedenti del 29 gennaio e del 19 marzo scorsi. Nelle ultime settimane la notizia di licenziamenti a causa della crisi ha fatto scattare azioni di protesta incontrollata in varie località francesi, culminate spesso con il sequestro dei manager. A questi episodi si sono aggiunte fiammate di violenza contro le rappresentanze del governo sul territorio, come è avvenuto a Compiègne dove i lavoratori di Continental, hanno devastato gli uffici della sottoprefettura dopo aver appreso la notizia che il tribunale di Sarreguemines aveva respinto le loro richieste di sospensione del piano sociale previsto dall’azienda.

Ma in Francia il mondo operaio non è il solo attore delle proteste. In tutto il Paese gli studenti universitari hanno bloccato da febbraio le attività in vari atenei e ieri il Coordinamento Nazionale delle Università ha invitato insegnanti, ricercatori e personale amministrativo a «non far svolgere gli esami finchè le rivendicazioni non saranno soddisfatte». Anche il settore della sanità è in fermento. Nell’ultima settimana sono scesi in piazza persino alcuni primari per protestare contro la legge Bachelot (ministro della sanità, ndr.) che attribuirà più poteri ai direttori degli ospedali. Gli oppositori del progetto sottolineano che in questo modo i medici non potranno opporsi alla scelta di concentrare l’attività di un ospedale su una o più patologie `trascurandonè altre magari meno redditizie. Buona parte dei sindacati non ne parla ancora apertamente ma qualcuno ha già iniziato ad avanzare l’ipotesi di un nuovo sciopero generale del settore pubblico-privato. Tra questi Jean-Claude Mailly, segretario generale del sindacato Force Ouvrière (Forza Operaia, ndr.) che ha proposto «un grande sciopero generale di 24 ore» sostenuto da tutti i partner sociali per mostrare al governo l’unità del fronte sindacale. Anche il Nuovo Partito Anticapitalista, guidato da Olivier Besancenot, ha ricordato che lo sciopero generale che ha paralizzato le Antille «ha mostrato la sua efficacità».

Tensione alle stelle anche in Turchia. A Istanbul è una giornata di semi-guerriglia urbana, come ormai avviene regolamente almeno da tre anni. I sindacati, infatti, chiedono di manifestare a Taksim, la piazza centrale di Istanbul in cui nel 1977 persero la vita 36 persone. La prefettura e il governo negano puntualmente l’autorizzazione adducendo motivi di ordine pubblico. Diverse centinaia di manifestanti si sono scontrati con la polizia, mentre migliaia di sindacalisti e di lavoratori sfilavano per la festa del primo maggio nel centro della città. I poliziotti antisommossa hanno fatto tre cariche usando anche idranti contro gruppi di centinaia di manifestanti che lanciavano pietre, nel quartiere di Sisli. Un numero imprecisato di persone sono state fermate. I manifestanti sotto le bandiere della confederazioni sindacali Disk e Kesk, dei partiti di sinistra e della formazione filocurda Dtp scandivano slogan come «mano nella mano contro il fascismo», «a repressione non ci fermerà»,«lunga vita al primo maggio», «lunga vita alla rivoluzione e al socialismo». Il parlamento turco ha adottato mercoledì una legge che ripristina la festività del primo maggio abolita dopo il colpo di stato militare del 1980.

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1 maggio 2009

fonte: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200905articoli/43341girata.asp

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Tensione in Turchia: si temono scontri violenti come quelli dello scorso anno

Primo maggio, scontri a Berlino e Istanbul

Scontri a Berlino a margine di una festa di piazza organizzata in occasione del primo maggio: manifestanti hanno incendiato cassonetti e auto e hanno dato vita a lanci di bottiglie e di pietre contro gli agenti di polizia. Una trentina dei quali sono rimasti feriti (Ap)Tafferugli anche ad Amburgo. Nella capitale tedesca lanci di bottiglie contro la polizia, 29 agenti feriti

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TUTTE LE FOTO – Gli scontri in Germania– Gli scontri in Turchia

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Un momento della protesta di Berlino (Reuters)
Un momento della protesta di Berlino (Reuters)

MILANO – Sono iniziate all’insegna della violenza le celebrazioni del primo maggio in Germania e in Turchia. A Berlino e ad Amburgo le autorità parlano di decine di poliziotti feriti tra gli agenti; a Istanbul gli scontri si sono avuti invece nella mattinata in concomitanza con la formazione dei primi cortei delle manifestazioni per la festa dei lavoratori.

BOTTIGLIE SUGLI AGENTINella capitale tedesca gli scontri si sono scatenati a margine di una festa di strada nel quartiere orientale di Friedrichshain. I manifestanti hanno scandito slogan anti-capitalismo e hanno dato vita ad un lancio di bottiglie e di pietre contro la polizia: il bilancio è stato di 29 agenti feriti e 12 persone fermate.

Numerosi bidoni della spazzatura sono stati incendiati e alcune pensiline degli autobus distrutte. Danneggiati anche tram e auto parcheggiate lungo le strade. La polizia ha comunque precisato che in precedenza il raduno, a cui hanno partecipato circa 2mila persone, era stato pacifico. Ad Amburgo, nel corso di altri tafferugli, ci sono invece stati tre poliziotti feriti. Le forze dell’ordine si aspettano altri problemi nella giornata di oggi, dato il fitto programma di manifestazioni e cortei convocati con svariate piattaforme da estrema destra, sindacati e formazioni di sinistra. La crisi economica – che ha alimentato la disoccupazione e la rabbia collettiva per la diseguaglianza dei redditi, oltre che per la trasformazione di molti quartieri popolari in quartieri residenziali di lusso – ha fatto crescere i timori in tutto il paese di una festa dei lavoratori particolarmente tesa.

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(Afp)

(Afp)
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ALTA TENSIONE A ISTANBULNon meno preoccupate le autorità turche. La polizia ha disperso e caricato in mattinata un primo gruppo di manifestanti che stava cercando di dirigersi verso piazza Taksim. E tutto lascia pensare a una giornata di scontri e semi-guerriglia urbana, come ormai avviene regolamente almeno da tre anni. I sindacati, infatti, chiedono di manifestare a Taksim, la piazza centrale di Istanbul in cui nel 1977 persero la vita 36 persone.La prefettura e il governo negano puntualmente l’autorizzazione adducendo motivi di ordine pubblico. «Ci aspettiamo un atto di buon senso da parte delle sigle sindacali», ha detto giovedì il prefetto Guler. Le autorità si sono dette disposte solo a concedere l’accesso ad una delegazione di non più di 2 mila persone a cui sarà concesso di deporre corone di fiori per i caduti. Il problema, però, sono le oltre 70 sigle fra sindacati minori e associazioni che domani marceranno sulla piazza a ogni costo e senza compromessi. «Torneremo a Taksim perché vogliamo celebrare il Primo Maggio in modo degno e perché vogliamo farlo da popolo libero» hanno dichiarato alcuni sindacati indipendenti. Dalle 5.30 del mattino la città è quindi completamente bloccata e il comprensorio di Taksim transennato. Le principali sigle sindacali temono che la manifestazione possa avere lo stesso epilogo dell’anno scorso e di due anni fa, quando migliaia di manifestanti furono sgomberati a suon di manganelli, lacrimogeni e idranti da una polizia inferocita. Di mezzo ci andarono anche un centinaio di giornalisti, che furono percossi dalle forze dell’ordine, riportando in qualche caso ingenti danni anche alle apparecchiature tecniche. L’anno scorso a Sisli, un quartiere del centro di Istanbul, la polizia è arrivata a caricare i manifestanti fino alle porte di un ospedale. Il Primo Maggio quest’anno arriva in una Turchia sconvolta dalle indagini sull’organizzazione segreta Ergenekon, accusata di aver destabilizzato la vita politica turca almeno negli 11 anni e che potrebbe essere anche causa dei morti a Taksim. Le indagini si stanno allargando a macchia d’olio, coinvolgendo anche tanti esponenti curdi e di estrema sinistra.

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1 maggio 2009

fonte: http://www.corriere.it/cronache/09_maggio_01/scontri_cortei_primo_maggio_ec948192-3622-11de-a78d-00144f02aabc.shtml?fr=box_primopiano