DELITTO MORO, I RETROSCENA – Nel libro di Stefania Limiti: ‘Il Vaticano era pronto a pagare il riscatto per Moro’ / Altro libro: ‘La Cia ordinò: Moro deve morire’

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Aldo Moro stava per essere salvato grazie ad una iniziativa del Vaticano.
Le Br avevano infatti accettato di liberare lo statista Dc in cambio di 50 miliardi di lire, che erano stati raccolti e offerti come riscatto per volonta’ del papa Paolo VI.

L’operazione era stata condotta in modo riservatissimo da un religioso, il francescano padre Enrico Zucca che riferiva delle sue iniziative a mons. Pasquale Macchi, il segretario del papa.

Nella vicenda compare anche un terzo religioso, mons.Cesare Curioni, cappellano del carcere di San Vittore, ma soprattutto ordinario, capo cioe’, dei cappellani delle carceri italiane, che fu incaricato insieme a padre Zucca di reperire l’ingente somma del riscatto. Tutto era pronto per lo ‘scambio’ ma qualcosa, o meglio qualcuno all’ultimo momento – nell’ultima notte del sequestro – si e’ intromesso per impedire la liberazione col riscatto e portare la conclusione della vicenda alla morte di Moro.

Questo scenario, sostenuto da una serie di testimonianze personali di parte ecclesiale e vaticana, ha importanti riscontri in una serie di documenti relativi al servizio supersegreto che dal dopoguerra e’ giunto agli anni ’80 attraversando la vita politica e istituzionale italiana in modo ancor piu’ coperto di “Gladio”.

Nei primi anni di questo servizio supersegreto addirittura non c’e’ stato un nome, perche’ veniva identificato in codice come il “noto servizio” (e’ il caso dell’appunto di Polizia del 4 aprile 1972). Solo piu’ tardi a questa sorta di piccola Cia italiana che rispondeva direttamente ai presidenti del Consiglio venne dato il nome di “Anello”.

Una accurata documentazione, che ha permesso una prima ricostruzione della storia dell’Anello, e’ offerta dal volume “L’Anello della Repubblica” di Stefania Limiti (Ed. Chiarelettere). L’esistenza del servizio supersegreto e’ venuta alla luce casualmente con il ritrovamento di una serie di 265 fascicoli nelle carte di un archivio semiabbandonato in un deposito in Via Appia, a Roma, in un palazzetto di proprieta’ del Ministero dell’Interno. Era il mese di novembre del 1996 e da allora i polverosi fascicoli relativi ai grandi misteri d’Italia (dal caso Mattei al caso Moro) sono rimasti accatastati insieme a tutto l’archivio e sono stati individuati solo nel maggio del 1998 grazie ad una paziente ricerca nell’ambito dell’inchiesta sulla strage di Piazza Fontana condotta a Milano dal giudice Salvini.E’ in questa ricostruzione documentale che si rivela il tentativo vaticano di salvare Aldo Moro. Ma il lato assolutamente nuovo e’ che tutto – dal tentativo di riscatto
alla sua brusca chiusura – sarebbe avvenuto nel quadro del servizio supersegreto di Anello.

Padre Enrico Zucca era una sorta di cappellano di Anello. In realta’ il religioso non si limitava all’assistenza spirituale, visti anche i suoi trascorsi fatti di rapporti continuativi e organici con l’ambiente dei servizi fin dagli anni del fascismo. Padre Zucca, priore dell’Angelicum, la sede provinciale dei frati minori a Milano, era amico e collaboratore del piu’ noto padre Agostino Gemelli (il fondatore dell’Universita’ cattolica del Sacro Cuore) e fu un personaggio attivo negli anni della nascita della Dc con frequentazioni abituali dei suoi principali esponenti, da De Gasperi a Fanfani e ad Andreotti.
Sul caso Moro viene ricostruita passo passo la trattativa vaticana culminata con il “contatto” con le Br e l’accettazione del riscatto. “Ma all’ultimo momento – scrive la Limiti – colui che doveva incontrare mons. Curioni e che aveva il contatto con i sequestratori di Moro, telefono’ spiegando che chi era al di sopra di lui aveva ricevuto una pesante minaccia che l’aveva obbligato ad abbandonare tutto e lasciare Roma”.

“Colui che aveva il contatto” dalle testimonianze rese da padre Zucca era una persona che lo aveva avvicinato in confessionale. In realta’ dalla stessa documentazione si ricava che la confessione e’ stata uno schermo per coprire un’iniziativa propria insieme ad un altro autorevole componente di Anello, forse quell’Adalberto Titta, capo dell’Anello, che ritornera’ sulla scena in un nuovo caso di rapimento delle Br: quello di Ciro Cirillo il dirigente campano della Dc che venne liberato a Napoli proprio con il pagamento di un riscatto con modalita’ che ricordano molto quelle che erano state predisposte per liberare Aldo Moro.

Riscatto e trattative condotte dal Titta che si era avvalso anche di ‘aiuti’ da parte della nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo.
In ambedue i casi le Br fecero interrogatori e ottennero ‘confessioni’ da parte dei sequestrati. Le registrazioni e le trascrizioni (quelle originali e complete) non vennero mai ritrovate. La differenza, sottolinea l’inchiesta ponendo l’ultimo interrogativo, sta nel fatto che Cirillo e’ stato restituito vivo mentre Moro viene ucciso: perche’? Con Moro, e’ la risposta che in sostanza viene indicata dal volume, piu’ dell’uomo interessavano i segreti rivelati, ma anche la chiusura di una fase politica la cui decisione ha pero’ sovrastato le Br rivelate a se stesse come una pedina in uno scacchiere molto piu’ grande.

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2 maggio 2009

fonte: http://www.rainews24.it/Notizia.asp?NewsId=116977

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La Cia ordinò: Moro deve morire

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10 marzo 2008, di Sara Nicoli

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Come tutti gli anniversari che si rispettino, anche quello sulla tragica fine di Aldo Moro non esula dalle rivelazioni dell’ultim’ora, quelle destinate – almeno nelle intenzioni – ad aprire squarci di verità su fatti ancora oscuri a distanza di trent’anni. Ora, fatto salvo che in Italia non si riesce mai a sapere una verità che è una su una qualsivoglia vicenda (sia essa minimale per le sorti del Paese, come un delitto di provincia, o decisamente più importante, come la morte violenta di uno statista o una strage dai mandanti politici) la storia dell’omicidio Moro viene vissuta oggi come qualcosa di veramente troppo lontano perché ogni nuova verità possa minimamente influenzare in qualche modo il presente. Ma è forse proprio per questo che ora entrano in scena, con rivelazioni sul piede della tomba, personaggi che all’epoca svolsero ruoli più o meno importanti nell’indirizzare le indagini e nell’influenzare le decisioni di chi, davvero, doveva decidere. Quel che emerge sono nuovi tasselli di una verità a dire il vero già nota, ma raccontata con maggiore rudezza e forse per questo digeribile con più difficoltà. Aldo Moro – ci viene svelato adesso – fu lasciato morire nel nome della ragion di Stato, cosa che di per sé non è certo una novità. Lo è, invece, che nel nome di questa il comitato di crisi messo in piedi per gestire l’emergenza pianificò la morte dell’ex statista. E allora la storia diventa più complicata.

A rivelare i dettagli di questa pagina buia e sporca della storia repubblicana è Steve Pieczenick, esperto di antiterrorismo inviato in Italia dall’allora presidente americano Carter, che ora ha scritto un libro (caldo caldo per il trentennale) e nel quale svela di “aver taciuto per trent’anni”, ma di aver deciso ora di vuotare il sacco una volta per tutte. Il succo del suo racconto è riassunto in questa frase : “Ho atteso trent’anni per rivelare questa storia…chiedo perdono alla famiglia e sono dispiaciuto per lui…ma abbiamo dovuto strumentalizzare le Brigate Rosse per farlo uccidere.

“Le BR si erano spinte troppo in là”. Pieczenick, arrivato in Italia nel marzo del 1978 per dare una mano nella veste di negoziatore all’allora ministro dell’Interno, Francesco Cossiga, nel suo resoconto fa luce su uno degli episodi più misteriosi di quei 55 giorni, ovvero il comunicato delle BR con cui si annunciava che Moro era morto e che il suo corpo si trovava nel lago della Duchessa. “Un’operazione – racconta, precisando che venne messa in atto dai servizi segreti italiani – che avevamo deciso nel comitato di crisi” per avvertire le BR che la morte di Moro era già prevista. Anzi, andava accelerata: “Fu un’iniziativa brutale, certo, una decisione cinica, un colpo a sangue freddo – scrive nel libro – un uomo doveva freddamente essere sacrificato per la sopravvivenza di uno Stato”.Le BR, a quel punto, sarebbero state colte di sorpresa, non riuscendo più a gestire il sequestro e, conseguentemente, non sapendo più che farsene dell’ostaggio. Moro fu ucciso il 9 maggio. Il suo assassinio, a detta di Pieczenick, avrebbe impedito il crollo dell’economia: “Se Moro fosse morto prima la situazione sarebbe stata catastrofica”. Perché, tuttavia, non lo spiega.

Né lo si capisce bene continuando la lettura della sua testimonianza. Pieczenick era una sorta di proconsole che la Cia aveva mandato alla periferia dell’impero per risolvere una situazione che l’allora ministro dell’Interno, Cossiga, aveva testualmente definito “terribile, profondamente destabilizzata, con un Paese sull’orlo della deriva”. Ma per capire davvero come stavano le cose, il proconsole fece una visita in Vaticano.

Dove gli raccontarono che “i figli di parecchi alti funzionari politici italiani” erano affiliati alle Br e che, di conseguenza, avevano una grande facilità ad ottenere informazioni di prima mano. Pieczenick provò, con una serie di strategie, il negoziato per tre settimane, poi si interruppe non appena le lettere di Moro si fecero più numerose e più accorate.

Lì avvenne qualcosa che il funzionario americano definisce “una brusca gelata” tra i politici italiani chiamati a decidere il da farsi. Moro diventò improvvisamente un nemico da eliminare e così i servizi italiani misero in atto una strategia di depistaggio per choccare le Br costringendole, in qualche modo, ad uccidere l’ingombrante ostaggio. Pieczenick racconta, appunto, che si trattò di “un’iniziativa brutale, cinica, un colpo a sangue freddo: un uomo doveva essere freddamente sacrificato per la sopravvivenza dello Stato”.

Così avvenne. Cossiga, chiamato più volte in causa da Pieczenick sia nel libro che nelle interviste, ha confermato ogni passaggio della storia. “Io sono rimasto con la stessa idea e con gli stessi incubi – ha confessato il senatore a vita – ho ucciso Aldo Moro, l’uomo che mi gratificò con la sua fiducia e a cui debbo la mia immeritata, vertiginosa carriera, ma credo di espiare ricevendo periodicamente dalla famiglia Moro l’epiteto di assassino”.

Nessuno potrà chiarire mai
quanto profondo fosse il baratro che si intravedeva nel futuro dell’Italia qualora Moro fosse sopravvissuto al sequestro. Di sicuro lo statista democristiano faceva comodo più morto che vivo un po’ a tutti, a livello internazionale ma, soprattutto, a livello nazionale. Ma anche questa è cosa nota. L’unico dato che la memoria del proconsole Pieczenick aggiunge all’orda di libri e pubblicazioni varie che sono state scritte sull’argomento, è che la morte di Moro fu decisa a tavolino da una classe politica che voleva sopravvivere ad ogni costo ai cambiamenti e alla necessità del rinnovamento dello Stato a cui il compromesso storico di Moro avrebbe dato cittadinanza. La cosiddetta “linea della fermezza”, quindi, nascondeva altre (e non edificanti) necessità politiche del momento. Non si può dire cosa sarebbe stata l’Italia se Moro avesse potuto portare a termine il suo disegno politico.

Oggi ci basta vedere che, a distanza di trent’anni, quelli che si potrebbero agevolmente definire i suoi carnefici politici siedono ancora in Parlamento, mentre i loro più diretti successori si apprestano a ritornare nelle aule istituzionali candidati, per lo più a destra, alle prossime elezioni. Forse sono solo indizi, congetture, malignità. Le prove le hanno fatte sparire a tempo debito. Ma anche questa è una storia nota.

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fonte: http://www.altrenotizie.org/alt/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=38351

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